Ucciso scienziato nucleare iraniano…l’opinione di Rita Faletti

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Tutti negano, ma con significati retroscena e obiettivi diversi. Ieri, a 40 chilometri da Teheran, un vecchio camion con esplosivo nascosto sotto un carico di legna è esploso a poca distanza da una berlina scura. Alcuni uomini, quattro o cinque, sono saltati fuori e hanno sparato ripetutamente contro i cristalli dell’auto, ferendo gravemente Mohsen Fakhrizared-Mahabadi, morto subito dopo in ospedale. Il nome dell’uomo era noto all’Agenzia atomica dell’Onu già nel 2011, quando veniva indicato come uno dei più importanti scienziati iraniani coinvolti nello sviluppo del programma militare nucleare.  Allora Teheran negò di averne mai avuto uno. Gli ispettori dell’Agenzia atomica chiesero di poter incontrare Fakhrizared, ma la richiesta non fu accolta. Segno che quel programma esisteva. Nel 2007, in un report consegnato dalla Cia all’Amministrazione Bush, quel nome compariva ma nella funzione di ricercatore presso l’Università Imam Hussein. Era evidentemente una copertura se nel 2008, in una risoluzione dell’Onu, Fakhrizared era nella lista delle persone che operavano nelle attività nucleari. Una conferma ulteriore che l’Iran ha svolto attività rilevanti per lo sviluppo di un ordigno esplosivo nucleare in “un programma strutturato”, il programma “Amad” o “Hope”, a partire dalla fine del 2003, viene dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Israele, molto sensibile a questo genere di attività portate avanti dal suo nemico dichiarato, il regime degli ayatollah, ha pubblicamente definito Fakhrizared “il padre della bomba atomica iraniana”. Da questo a collocare lo scienziato in cima alla lista degli obiettivi del Mossad il passo è breve. Almeno apparentemente. Quando il regime ha confermato l’uccisione, dopo averla negata,  ha emesso un avvertimento su Twitter: “Negli ultimi giorni della vita politica del loro alleato- il riferimento è a Trump- i sionisti cercano di intensificare e aumentare la pressione sull’Iran affinché intraprenda una guerra in piena regola” e una roboante minaccia “Scenderemo come un fulmine sugli assassini di questo martire oppresso e faremo rimpiangere le loro azioni”. Un giornalista israeliano ha commentato così l’attentato: “Un grave colpo psicologico e professionale per l’Iran”. Quello che sembra certo è che senza Fakhrizared il programma iraniano subirà un arresto. Un funzionario israeliano ha detto infatti a Kan news che senza lo scienziato  sarà molto difficile per l’Iran continuare il suo programma militare nucleare. Rispetto alle responsabilità dell’uccisione mancano le prove contro Israele, così come quelle che gli americani fossero a conoscenza dell’operazione. Israele infatti non ha mai messo al corrente gli Stati Uniti delle proprie intenzioni; questa sarebbe la prima volta e potrebbe essere spiegata in relazione agli “Accordi di Abramo” tra Israele e Emirati Arabi e Bahrein, con l’intermediazione di Trump, e all’incontro avvenuto la scorsa settimana tra il primo ministro Netanyahu e il capo del Mossad con Mike Pompeo e il principe saudita Bin Salman a Neom, città della tecnologia in costruzione. Cinquecento miliardi di investimento che guarda al futuro del Paese, dove c’è posto per gli israeliani e la loro tecnologia. Verosimilmente un incontro-anticipazione per la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele  in chiave anti-iraniana. Riguardo all’attentato, ci sono commentatori che sostengono che sia stato compiuto con l’appoggio dei Mojahedin del Popolo Iraniano, un’organizzazione terroristica che promuove il rovesciamento della leadership iraniana. Israele tace ma è un silenzio che ha il valore di un’intimidazione: se siamo riusciti a colpire una delle persone più protette, possiamo colpirvi tutti. In un momento delicato, la transizione da Trump a Biden, Arabia Saudita, Israele e Iran si avviano alle mosse future.

Il supersonico super commissario…l’opinione di Rita Faletti

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Entro la fine di gennaio 2021, 1 milione e 700 mila persone potranno essere vaccinate contro il Covid-19. Saranno quelle appartenenti alle categorie maggiormente esposte al contagio: medici, infermieri, operatori sanitari di ospedali e residenze per anziani e persone fragili. Nella seconda metà dell’anno sarà disponibile un numero sempre maggiore di dosi per il resto della popolazione. Ai vaccini prodotti da Pfizen e BioNTech, Moderna, AstraZeneca e Oxford University, se ne aggiungeranno presumibilmente altri ora in fase avanzata di sperimentazione. La prima somministrazione, che darà una risposta immunitaria ma non permanente dopo circa un mese, dovrà essere seguita da un richiamo per stimolare la memoria del sistema immunitario. A quel punto, gli anticorpi specifici saranno aumentati, aumentando così l’efficacia della risposta in tutti i gruppi d’età. Non si prevede l’obbligo di vaccinazione, che Sileri invece promuoverebbe per fasce d’età, ma si parla di patentini di identificazione dei vaccinati con riportate le località di vaccinazione. Quale la funzione? Calcolare, per sottrazione, il numero dei non vaccinati nella prospettiva di rendere obbligatoria la vaccinazione, fino a coprire oltre il 70 per cento della popolazione al fine di raggiungere la “immunità di gregge”, indispensabile perché il Paese possa considerarsi protetto dal virus?  Se così fosse, sarebbe la conferma della mancanza di trasparenza di questo governo che teme l’impopolarità più di qualunque altra cosa. Stando a un sondaggio, infatti, un italiano su sei non pare proprio che scalpiti dalla voglia di mettersi in fila per sottoporsi alla vaccinazione. Perplessità e dubbi su efficacia e sicurezza nascono dal timore di effetti collaterali seri e dalla rapidità con cui i vaccini noti al pubblico hanno superato le tre fasi successive indispensabili per la validazione e la valutazione. Per fugare ogni sospetto sulla contrazione dei tempi, è stato chiarito che nessun passaggio è stato saltato e che la mobilitazione internazionale ha fatto sì che le procedure siano avvenute senza interruzioni e senza risparmio di risorse. Tuttavia, escludendo gli entusiasti che hanno già detto che i vaccini vorranno farli  tutti, e gli scettici che, per carità, se ne terranno lontani, espressioni entrambi della diffusa estremizzazione nemica della ragione, credo che i benefici siano superiori ai rischi. Ricordiamo che la salute globale passa dai vaccini grazie ai quali l’umanità ha sconfitto malattie terribili. Ciò che al contrario desta inquietudine riguarda l’organizzazione, la logistica e il coordinamento delle varie operazioni che dovranno  sovrintendere  alla più grande vaccinazione di massa della storia, che si profila assai complessa. Il motivo della preoccupazione sta nella natura del prodotto che deve arrivare integro ad ogni singolo vaccinando. Integrità che dipende dalla conservazione a temperature molto al di sotto dello zero, per il Pfizen si parla di -75°C, condizione indispensabile per il mantenimento del materiale biologico contenuto nel vaccino. Il che richiede strutture adeguate in cui depositare le fiale prima del trasporto ai centri vaccinali e agli studi medici su tutto il territorio nazionale per raggiungere progressivamente la popolazione. L’intera operazione, dal momento dell’arrivo a porti, aeroporti e snodi ferroviari, alla somministrazione, dovrà svolgersi per tappe successive, concatenate tra loro e organizzate secondo modalità e tempi precisi. Un sistema integrato, con personale medico dedicato e materiale specifico, come ghiaccio secco e siringhe particolari che molti Paesi europei hanno ordinato da mesi in quantità enormi.  Si tratta di aghi e siringhe di precisione che consentiranno di iniettare ad ognuno la giusta dose di prodotto evitando che parti infinitesimali vadano sprecate, contenendo, ciascuna fiala, cinque dosi di vaccino. E non potrà mancare un’adeguata campagna di informazione che dia alla popolazione le istruzioni necessarie perché si rechi nelle sedi prestabilite per la somministrazione in giorni e orari precisi. Una catena infinita che si interromperebbe se un solo anello si spezzasse. La maggior parte dei paesi europei è pronta, e l’Italia? Inadempiente e ultima in ordine di tempo, con mascherine, dispositivi di protezioni e reagenti per tamponi insufficienti durante la prima ondata, un’estate trascorsa tra sollazzi e chiacchiere su distanze buccali e banchi a rotelle che bastava una puntata a “Chi l’ha visto?” , vaccini anti influenzali arrivati con il contagocce e un onnipresente Arcuri che il 20 di novembre annuncia: “Confido che lunedì prossimo riusciremo a bandire la richiesta di offerta per acquistare siringhe e aghi e altri accessori indispensabili a garantire la somministrazione”. Una frase piena di sinistri presagi e il compendio del millantato modello Italia.

Crac bancari e conseguenze …l’opinione di Rita Faletti

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Quanto è ancora sicuro affidare i propri risparmi alle banche? Una domanda che ci si pone con sempre maggiore frequenza da che la crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti nel 2008 si è allargata a macchia d’olio contagiando l’Europa e la sua economia. Certe crisi assomigliano alle malattie dall’incubazione lenta accompagnata da sintomi all’inizio trascurabili che esplodono all’improvviso e si abbattono sul malato scatenando tutta la loro virulenza. Quanto è accaduto ad alcuni istituti di credito italiani, complice un insieme di fattori tra cui debolezza delle istituzioni, commistioni insane tra management politici e imprenditori, opacità nei bilanci, superficialità e irresponsabilità nell’erogazione del credito, vigilanza che non ha vigilato o lo ha fatto male o tardi. In fila le banche salvate a rischio crac: 2015 Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, 2016 Mps, 2017 Popolare di Vicenza e Veneto Banca, 2019 Popolare di Bari. Si tratta di istituti di credito legati ognuno al proprio territorio dove operano piccole e medie imprese, gli assi portanti da cui dipende il tessuto socio-economico di quella parte di paese. Si capisce allora che il salvataggio di una banca non riguarda solo i dipendenti e le rispettive famiglie, i correntisti e i risparmiatori, ma l’intera economia di quel territorio. E’ malafedismo demagogico mettere in giro la favola secondo cui salvare una banca dal fallimento significhi salvare i banchieri. “Chi rompe paga e i cocci sono suoi” disse Di Maio a proposito dell’intervento a favore di Mps. Forse smaniava dalla voglia di vedere i dipendenti dell’istituto toscano lasciare la banca con gli scatoloni in mano. Poi ha cambiato idea: la Popolare di Bari andava salvata. Per meriti? Non pare, stando all’audio choc sui conti truccati, i prestiti erogati a imprese pugliesi sull’orlo del fallimento, operazioni spericolate e compiacenti ai limiti della legalità, da ultimo l’acquisto di Banca Tercas. Un buco di 430 milioni e 2 miliardi di crediti deteriorati. Indubbia la responsabilità della gestione scriteriata e iperfamilistica. L’acme delle crisi bancarie è stata accompagnata dalla fandonia dei 60 miliardi di aiuti dello Stato (bail-out: salvataggio esterno) ampliata dalla grancassa dei media. E però è giusto sottolineare che i responsabili della mala gestio debbano pagare, com’è legittimo pretendere controlli e trasparenza da parte degli organi competenti, Bankitalia in testa.  lo Stato interviene mettendo sul piatto fondi pubblici solo se vi sia una condivisione degli oneri (burden sharing), cioè se azionisti e obbligazionisti subordinati partecipano al rischio. In questo modo sono state salvate le prime quattro banche di cui sopra. Il tanto temuto bail-in, il salvataggio interno con il coinvolgimento di correntisti con depositi superiori a 100mila euro, finora non si è mai verificato. In caso di dissesto, una delle operazioni è la riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni, come già successo e con conseguenze drammatiche per i risparmiatori, molti dei quali sono stati rimborsati. Nel 2015 è stato creato il Fondo Nazionale di Risoluzione, cui hanno partecipato gli istituti di credito che operano nel Paese, per soccorrere le banche in difficoltà. Nella vicenda del Monte dei Paschi, Il Tesoro è intervenuto con 3,9 miliardi per la ricapitalizzazione acquisendo le azioni della banca che nel frattempo ha restituito il prestito, e con 1,5 miliardi per il ristoro degli investitori. Azionisti e obbligazionisti subordinati hanno messo a disposizione 2,8 miliardi. Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono state acquistate da Intesa San Paolo che ha ereditato le attività sane. I crediti deteriorati, i non performing loans, ossia soldi prestati che mai saranno restituiti, sono stati trasferiti a una bad bank. Lo Stato ha messo a disposizione 5 miliardi e oggi detiene il 68%.  C’è da precisare, inoltre, che la Commissione europea per la Concorrenza presieduta da Margrethe Vestager ha stabilito che l’aiuto di Stato va limitato al minimo necessario. Nel 2015 Matteo Renzi fece un decreto che trasformava le popolari con un attivo di 8 milioni di euro in S.p.A, società per azioni, e eliminava il voto capitario, cioè l’attribuzione ad ogni socio di un voto indipendentemente dal numero di azioni possedute. Risultato: tante azioni, tanti voti e maggiore trasparenza. Questo, insieme al consolidamento dell’istituto attraverso l’aumento di capitale (minimo 8 milioni di euro) spalancava le porte all’acquisizione di partecipazioni significative di fondi esteri nel capitale della banca e rendeva la banca stessa scalabile. In linea con le operazioni di mercato in un mondo globale. Se la Banca popolare di Bari si fosse adeguata al decreto, avrebbe evitato di trovarsi nella situazione di default. Tornando al tema iniziale, nel 2016 sono nati Fondo Atlante 1 e 2 , gestiti da Quaestio Capital Management e partecipati da banche, fondi di investimento, Cassa depositi e prestiti e Poste. La Cdp evocata più volte dai grillini quando, alle prese con i famosi tavoli di crisi, non sanno a chi appioppare aziende decotte o in via di fallimento. Ma questa è un’altra cosa e nasce da una mentalità assistenzialista e antiliberista che non fa il bene del Paese. Ultima nota: le conoscenze finanziarie degli italiani lasciano a desiderare, una lacuna che andrebbe colmata a loro vantaggio: se conosci è più difficile raggirarti.

L’eccezione Pierpaolo Sileri…l’opinione di Rita Faletti

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L’equazione meriti uguale incarichi è estranea alla cultura nazionale e alla prassi dei governanti. Al contrario, infilarsi nei principali gangli della vita del paese è un tic dei politici che il più delle volte rovinano quello che toccano. Rettori di università, presidenti di banche, direttori di aziende e enti pubblici sono nella maggior parte dei casi espressioni di un partito o di una coalizione. E’ questione di “discrezionalità”, che altro non è se non l’arbitrio nelle decisioni di affidare incarichi apicali  piuttosto che a persone competenti e preparate ad amici o, peggio ancora, a parenti. Nell’era in cui questo sistema guasto avrebbe dovuto essere eradicato al grido di “onestà”, i promotori del populismo gli hanno applicato il marchio di perpetuità. Ne è un esempio plastico l’esilarante e surreale vicenda di Cotticelli, generale dell’Arma, nominato commissario alla Sanità calabrese nel Conte1 grazie alle simpatie della Grillo. Il dimissionario commissario, non sapeva di doversi occupare del piano Covid, “Dovevo farlo io?” e a propria discolpa ha ipotizzato di essere stato vittima di raggiri o forse drogato. Ma questo è solo l’inizio della saga calabrese. Il successore di Cotticelli,  Zuccatelli, in passato bocciato dall’elettorato ma sostenuto da Leu e Pd ( Speranza e Provenzano), viene nominato in fretta e furia per gestire l’emergenza con ampie disponibilità di risorse. Malauguratamente, se ne esce con una frase a dir poco inadeguata alle circostanze e all’incarico appena ricevuto: “Ti becchi il Covid solo se ti baci lingua in bocca per 15 minuti”. Questa è la qualità dei personaggi ai quali i malcapitati calabresi si sono trovati ad affidare la loro salute. Ma siccome a tutto c’è una spiegazione, la scelta di Zuccatelli sarebbe servita soprattutto a preparare il terreno al prossimo governatore della regione, strappandola così al centro destra. Jole Santelli, infatti, era in quota Forza Italia. La missione concepita per l’ormai ex commissario non era poi così impossibile, dal momento che tra i diversi poteri, ci sarebbe stato anche quello di indicare i nomi dei commissari straordinari delle aziende sanitarie e ospedaliere calabresi. A stretto giro, è sopraggiunta la nomina di Gaudio, ex rettore dell’Università “La Sapienza”, il quale non ha accettato con la scusa che la moglie non vuole saperne di andare a Catanzaro. “A Catanzaro si vive benissimo” ha commentato il sindaco della città eletto ben quattro volte consecutive. Ovviamente, le ragioni del “No, grazie” di Gaudio non sono attribuibili agli strilli della moglie, bensì a contrasti all’interno del Governo: i Cinque stelle non vogliono saperne di lui e pretendono di assegnare il posto di commissario a Gino Strada. “Qui Strada si troverà benissimo” ha detto il sindaco di Catanzaro “meglio che a Kabul”. Ma pare che ancora al fondatore di Emergency non sia giunta dal Governo nessuna voce di nomina. In questo panorama da teatro d’avanspettacolo, dove ogni cosa ha la precedenza sull’unica cosa che conta e che farebbe la differenza, cioè la competenza, è potuto accadere l’impensabile: il movimento che ha sdoganato l’ignoranza come condizione di “purezza” indispensabile per un governo del cambiamento, in settembre ha nominato vice ministro alla Sanità un chirurgo con un’esperienza di 25 anni alle spalle, un master all’università di Chicago, 167 pubblicazioni scientifiche e una bassissima percentuale di mortalità negli interventi.  E’ Pierpaolo Sileri, il medico prestato alla politica, come egli stesso dice di sé, che abbiamo imparato a conoscere seguendo i vari dibattiti televisivi ai quali ha preso parte dallo scorso marzo, quando il virus ha iniziato a correre e fare le prime vittime. Il vice ministro è un pentastellato anomalo. Non parla per slogan e formule precostituite a differenza di molti suoi colleghi grillini e non è ideologico né supponente, ma parla con naturalezza ed è pragmatico. Dice quello che pensa, non dovendo mettere la sua poltrona in sicurezza, neanche quando ammette la mancanza di preparazione dell’esecutivo di cui fa parte di fronte alla seconda ondata della pandemia. Ha anche detto di considerare la carica politica che riveste un servizio al Paese e che a fine legislatura non ha intenzione di ricandidarsi ma ritornare alla professione a cui ha dedicato studio e sacrifici. Nel 2023 andrà al San Raffaele di Milano, che è l’eccellenza in Italia, dove ha vinto un concorso nel 2016, nel reparto di Zangrillo, l’anestesista accusato di negazionismo da “chi non ne capisce”. Né parassita, né raccomandato, Sileri può sostenere la priorità della competenza in ogni settore.  Nel 2017 ha fondato con Giuliano Gruner l’associazione Trasparenza e Merito, che ha la finalità di eliminare il cancro del nepotismo dalle università italiane: “La politica si è mangiata la sanità italiana”.L’equazione meriti uguale incarichi è estranea alla cultura nazionale e alla prassi dei governanti. Al contrario, infilarsi nei principali gangli della vita del paese è un tic dei politici che il più delle volte rovinano quello che toccano. Rettori di università, presidenti di banche, direttori di aziende e enti pubblici sono nella maggior parte dei casi espressioni di un partito o di una coalizione. E’ questione di “discrezionalità”, che altro non è se non l’arbitrio nelle decisioni di affidare incarichi apicali  piuttosto che a persone competenti e preparate ad amici o, peggio ancora, a parenti. Nell’era in cui questo sistema guasto avrebbe dovuto essere eradicato al grido di “onestà”, i promotori del populismo gli hanno applicato il marchio di perpetuità. Ne è un esempio plastico l’esilarante e surreale vicenda di Cotticelli, generale dell’Arma, nominato commissario alla Sanità calabrese nel Conte1 grazie alle simpatie della Grillo. Il dimissionario commissario, non sapeva di doversi occupare del piano Covid, “Dovevo farlo io?” e a propria discolpa ha ipotizzato di essere stato vittima di raggiri o forse drogato. Ma questo è solo l’inizio della saga calabrese. Il successore di Cotticelli,  Zuccatelli, in passato bocciato dall’elettorato ma sostenuto da Leu e Pd ( Speranza e Provenzano), viene nominato in fretta e furia per gestire l’emergenza con ampie disponibilità di risorse. Malauguratamente, se ne esce con una frase a dir poco inadeguata alle circostanze e all’incarico appena ricevuto: “Ti becchi il Covid solo se ti baci lingua in bocca per 15 minuti”. Questa è la qualità dei personaggi ai quali i malcapitati calabresi si sono trovati ad affidare la loro salute. Ma siccome a tutto c’è una spiegazione, la scelta di Zuccatelli sarebbe servita soprattutto a preparare il terreno al prossimo governatore della regione, strappandola così al centro destra. Jole Santelli, infatti, era in quota Forza Italia. La missione concepita per l’ormai ex commissario non era poi così impossibile, dal momento che tra i diversi poteri, ci sarebbe stato anche quello di indicare i nomi dei commissari straordinari delle aziende sanitarie e ospedaliere calabresi. A stretto giro, è sopraggiunta la nomina di Gaudio, ex rettore dell’Università “La Sapienza”, il quale non ha accettato con la scusa che la moglie non vuole saperne di andare a Catanzaro. “A Catanzaro si vive benissimo” ha commentato il sindaco della città eletto ben quattro volte consecutive. Ovviamente, le ragioni del “No, grazie” di Gaudio non sono attribuibili agli strilli della moglie, bensì a contrasti all’interno del Governo: i Cinque stelle non vogliono saperne di lui e pretendono di assegnare il posto di commissario a Gino Strada. “Qui Strada si troverà benissimo” ha detto il sindaco di Catanzaro “meglio che a Kabul”. Ma pare che ancora al fondatore di Emergency non sia giunta dal Governo nessuna voce di nomina. In questo panorama da teatro d’avanspettacolo, dove ogni cosa ha la precedenza sull’unica cosa che conta e che farebbe la differenza, cioè la competenza, è potuto accadere l’impensabile: il movimento che ha sdoganato l’ignoranza come condizione di “purezza” indispensabile per un governo del cambiamento, in settembre ha nominato vice ministro alla Sanità un chirurgo con un’esperienza di 25 anni alle spalle, un master all’università di Chicago, 167 pubblicazioni scientifiche e una bassissima percentuale di mortalità negli interventi.  E’ Pierpaolo Sileri, il medico prestato alla politica, come egli stesso dice di sé, che abbiamo imparato a conoscere seguendo i vari dibattiti televisivi ai quali ha preso parte dallo scorso marzo, quando il virus ha iniziato a correre e fare le prime vittime. Il vice ministro è un pentastellato anomalo. Non parla per slogan e formule precostituite a differenza di molti suoi colleghi grillini e non è ideologico né supponente, ma parla con naturalezza ed è pragmatico. Dice quello che pensa, non dovendo mettere la sua poltrona in sicurezza, neanche quando ammette la mancanza di preparazione dell’esecutivo di cui fa parte di fronte alla seconda ondata della pandemia. Ha anche detto di considerare la carica politica che riveste un servizio al Paese e che a fine legislatura non ha intenzione di ricandidarsi ma ritornare alla professione a cui ha dedicato studio e sacrifici. Nel 2023 andrà al San Raffaele di Milano, che è l’eccellenza in Italia, dove ha vinto un concorso nel 2016, nel reparto di Zangrillo, l’anestesista accusato di negazionismo da “chi non ne capisce”. Né parassita, né raccomandato, Sileri può sostenere la priorità della competenza in ogni settore.  Nel 2017 ha fondato con Giuliano Gruner l’associazione Trasparenza e Merito, che ha la finalità di eliminare il cancro del nepotismo dalle università italiane: “La politica si è mangiata la sanità italiana”.

Le potenzialità di Conte…l’opinione di Rita Faletti

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Il nostro premier sa come muoversi. Ha fatto del trasformismo, il passaggio da un partito all’altro, una forma finora inedita di passaggio da un àmbito a un altro, ma sempre nel rispetto del grado. Una specie di  trasformismo orizzontale.  Da avvocato difensore del popolo si è trasformato in Papa laico e consigliere spirituale del popolo. Che il Natale non sia una festa consumistica, ma la celebrazione di un evento di grande momento religioso e spirituale. Sobrietà e austerità consiglia Conte, posandoci una mano sulla spalla come un buon pastore. Il premier accarezza la propria immagine di guida di tutti gli uomini, e ovviamente le donne e ogni altro genere, di buona volontà, della “Karnival Nation”. Un messaggio dalla caratura ecumenica degno del Pastore che siede sulla cattedra di San Pietro. Chissà che altri capi di Stato non gli chiedano il “protocollo” come è successo con la pandemia. Beh, che male ci sarebbe? Non è forse anche la guida di quel simpatico movimento, padre del principio imperturbabile dell’uno vale uno? Anche Conte, in particolari circostanze, può fare il Papa.Il nostro premier sa come muoversi. Ha fatto del trasformismo, il passaggio da un partito all’altro, una forma finora inedita di passaggio da un àmbito a un altro, ma sempre nel rispetto del grado. Una specie di  trasformismo orizzontale.  Da avvocato difensore del popolo si è trasformato in Papa laico e consigliere spirituale del popolo. Che il Natale non sia una festa consumistica, ma la celebrazione di un evento di grande momento religioso e spirituale. Sobrietà e austerità consiglia Conte, posandoci una mano sulla spalla come un buon pastore. Il premier accarezza la propria immagine di guida di tutti gli uomini, e ovviamente le donne e ogni altro genere, di buona volontà, della “Karnival Nation”. Un messaggio dalla caratura ecumenica degno del Pastore che siede sulla cattedra di San Pietro. Chissà che altri capi di Stato non gli chiedano il “protocollo” come è successo con la pandemia. Beh, che male ci sarebbe? Non è forse anche la guida di quel simpatico movimento, padre del principio imperturbabile dell’uno vale uno? Anche Conte, in particolari circostanze, può fare il Papa.

Terrorismo e immigrazione…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Novembre 14, 2020 – 13:11
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A tutto c’è un limite. Ai proclami populisti, alle chiacchiere vanesie dei talk show, agli applausi ai funerali, ai servizi lacrimevoli di Myrta Merlino, alle reazioni scandalizzate di Giletti di fronte alle schifezze italiane che emergono dai suoi reportage, alla folle ostinazione di Trump nel non voler accettare la vittoria di Biden. E in tempi in cui la cartina dell’Italia è a chiazze colorate, c’è un limite anche a tutto ciò che accompagna il Covid-19, risse tra scienziati e spocchia insopportabile dell’insopportabile super commissario Arcuri che dovrebbe inventarsi il sistema per la conservazione del vaccino alla temperatura di  70 gradi sotto zero. Dei soldi si dice: pochi maledetti e subito, a inizio settembre sarebbe stato opportuno dire: poche uscite, maledette e subito prima della serrata generale. Liquidata la questione alla maniera cinese, tanto per intenderci, che sarà sì lesiva delle libertà individuali ma salva la salute, avremmo avuto il tempo per dedicarci a un’altra questione, quella sì prioritaria se vogliamo difendere la tanto irrinunciabile libertà che non si capisce perché diventi improvvisamente fondamentale in tempi di pandemia e non lo sia in tempi di terrorismo fondamentalista. Di questo si stanno occupando Macron e Kurz dopo gli eccidi di Nizza e Vienna. Di questo dovremmo occuparci tutti perché è palese che nel mirino dei jiihadisti c’è l’Europa da difendere contro la barbarie dei tagliatori di teste che sono della stessa risma di quelli che a Raqqa, una delle roccaforti dell’orrore, minacciavano gli insegnanti di tagliare loro la gola. I media francesi riferiscono che in questi giorni stanno piovendo denunce di professori e sindaci che per aver reso omaggio all’insegnante decapitato hanno ricevuto intimidazioni  di questo tipo: “Ti staccheremo il collo”, “Mio padre ti taglierà la testa”. L’apologia del terrorismo e dei suoi metodi trova spazio persino nel brano disgustoso di un rapper secondo quanto scrive il Figaro: “On découpe comme Samuel Paty, sans empathie” (tagliamo la testa come a Samuel Paty, senza empatia). Gli odiatori dell’occidente si nascondono tra noi, li abbiamo nutriti e coccolati in nome della tolleranza, ma arrivano anche da fuori. L’Europa è presa d’assalto da ondate migratorie che premono sui suoi confini esterni, a est e a sud-est lungo il corridoio dei Balcani e a sud seguendo le rotte del Mediterraneo. Nel 2019, a Varsavia, nella sede di Frontex, si è svolto un summit su temi che coinvolgono tutti i paesi europei: la gestione del controllo dei confini, la riforma di Dublino e gli accordi di Schengen. In quell’occasione Macron ha chiesto il rafforzamento del ruolo di Frontex, ha sottolineato l’imprescindibilità della redistribuzione dei migranti e ha ipotizzato una revisione di Schengen sulla libera circolazione tra i confini interni dell’Unione. Il nodo più importante da sciogliere è proprio quest’ ultimo giacché riguarda il movimento secondario che maggiormente preoccupa il presidente francese. Il punto è emerso come questione prioritaria nel mini vertice dello scorso martedì tra Macron, il cancelliere austriaco Kurz, il premier olandese Rutte, Merkel, il presidente del Consiglio europeo Michel e Ursula von der Leyen. Il tema: legami tra terrorismo e immigrazione. Macron ha ribadito la necessità di difendere le frontiere esterne e restringere Schengen ad alcuni paesi escludendone altri ritenuti non in grado di effettuare controlli efficaci e fermare individui sospetti. E’ palese che si riferisse all’Italia: il tunisino dell’eccidio di Nizza era sbarcato in Sicilia e passando per Bari aveva raggiunto la città francese. L’uomo aveva ricevuto il foglio di via invece di essere trattenuto per l’espulsione. E intanto che ieri la Francia commemorava le vittime delle stragi compiute il 13 novembre 2015 in Francia, le più sanguinose dalla seconda guerra mondiale, sulle nostre coste continuavano gli sbarchi mentre l’hotspot di Pozzallo si riempie e si svuota di continuo. Quando cominceremo a parlare di cose serie con pragmatismo, senza ideologie e senza lacrimatoi in mano? Né Salvini né Lamorgese sono all’altezza del  compito gravoso di evitare che l’Italia diventi l’imbuto dell’Europa.A tutto c’è un limite. Ai proclami populisti, alle chiacchiere vanesie dei talk show, agli applausi ai funerali, ai servizi lacrimevoli di Myrta Merlino, alle reazioni scandalizzate di Giletti di fronte alle schifezze italiane che emergono dai suoi reportage, alla folle ostinazione di Trump nel non voler accettare la vittoria di Biden. E in tempi in cui la cartina dell’Italia è a chiazze colorate, c’è un limite anche a tutto ciò che accompagna il Covid-19, risse tra scienziati e spocchia insopportabile dell’insopportabile super commissario Arcuri che dovrebbe inventarsi il sistema per la conservazione del vaccino alla temperatura di  70 gradi sotto zero. Dei soldi si dice: pochi maledetti e subito, a inizio settembre sarebbe stato opportuno dire: poche uscite, maledette e subito prima della serrata generale. Liquidata la questione alla maniera cinese, tanto per intenderci, che sarà sì lesiva delle libertà individuali ma salva la salute, avremmo avuto il tempo per dedicarci a un’altra questione, quella sì prioritaria se vogliamo difendere la tanto irrinunciabile libertà che non si capisce perché diventi improvvisamente fondamentale in tempi di pandemia e non lo sia in tempi di terrorismo fondamentalista. Di questo si stanno occupando Macron e Kurz dopo gli eccidi di Nizza e Vienna. Di questo dovremmo occuparci tutti perché è palese che nel mirino dei jiihadisti c’è l’Europa da difendere contro la barbarie dei tagliatori di teste che sono della stessa risma di quelli che a Raqqa, una delle roccaforti dell’orrore, minacciavano gli insegnanti di tagliare loro la gola. I media francesi riferiscono che in questi giorni stanno piovendo denunce di professori e sindaci che per aver reso omaggio all’insegnante decapitato hanno ricevuto intimidazioni  di questo tipo: “Ti staccheremo il collo”, “Mio padre ti taglierà la testa”. L’apologia del terrorismo e dei suoi metodi trova spazio persino nel brano disgustoso di un rapper secondo quanto scrive il Figaro: “On découpe comme Samuel Paty, sans empathie” (tagliamo la testa come a Samuel Paty, senza empatia). Gli odiatori dell’occidente si nascondono tra noi, li abbiamo nutriti e coccolati in nome della tolleranza, ma arrivano anche da fuori. L’Europa è presa d’assalto da ondate migratorie che premono sui suoi confini esterni, a est e a sud-est lungo il corridoio dei Balcani e a sud seguendo le rotte del Mediterraneo. Nel 2019, a Varsavia, nella sede di Frontex, si è svolto un summit su temi che coinvolgono tutti i paesi europei: la gestione del controllo dei confini, la riforma di Dublino e gli accordi di Schengen. In quell’occasione Macron ha chiesto il rafforzamento del ruolo di Frontex, ha sottolineato l’imprescindibilità della redistribuzione dei migranti e ha ipotizzato una revisione di Schengen sulla libera circolazione tra i confini interni dell’Unione. Il nodo più importante da sciogliere è proprio quest’ ultimo giacché riguarda il movimento secondario che maggiormente preoccupa il presidente francese. Il punto è emerso come questione prioritaria nel mini vertice dello scorso martedì tra Macron, il cancelliere austriaco Kurz, il premier olandese Rutte, Merkel, il presidente del Consiglio europeo Michel e Ursula von der Leyen. Il tema: legami tra terrorismo e immigrazione. Macron ha ribadito la necessità di difendere le frontiere esterne e restringere Schengen ad alcuni paesi escludendone altri ritenuti non in grado di effettuare controlli efficaci e fermare individui sospetti. E’ palese che si riferisse all’Italia: il tunisino dell’eccidio di Nizza era sbarcato in Sicilia e passando per Bari aveva raggiunto la città francese. L’uomo aveva ricevuto il foglio di via invece di essere trattenuto per l’espulsione. E intanto che ieri la Francia commemorava le vittime delle stragi compiute il 13 novembre 2015 in Francia, le più sanguinose dalla seconda guerra mondiale, sulle nostre coste continuavano gli sbarchi mentre l’hotspot di Pozzallo si riempie e si svuota di continuo. Quando cominceremo a parlare di cose serie con pragmatismo, senza ideologie e senza lacrimatoi in mano? Né Salvini né Lamorgese sono all’altezza del  compito gravoso di evitare che l’Italia diventi l’imbuto dell’Europa.

Biden: il mondo si posiziona…l’opinione di Rita Faletti

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Con Biden presidente della prima potenza mondiale, che Saviano ha definito il paese più ricco del terzo mondo, evidentemente dimentico delle condizioni della sua Campania, tutti gli Stati si posizionano e sperano di essere ammessi nelle grazie del presidente eletto per ricavarne vantaggi. Congratulazioni arrivano dall’Europa: Angela Merkel dice che l’alleanza transatlantica è insostituibile se si vuole affrontare le grandi sfide di questo tempo e Macron è esplicito: “Let’s work together!” (Lavoriamo insieme). Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, auspica condivisione su cambiamento climatico, commercio internazionale e multilateralismo. Per suggellare l’amicizia con i partner europei Biden ha previsto un incontro a Bruxelles con i leader europei e della Nato. Visita simbolo che avrebbe la funzione di cancellare la “guerra commerciale artificiale” con la Ue, come ha detto Tony Blinken, consigliere di Biden. Ma il protezionismo c’è. Silenzio da Cina e Russia. Xi Jinping è in attesa delle prime mosse di Biden, Putin è interessato a riempire il vuoto dopo il declino dell’influenza americana in Medio Oriente. La Turchia non ha perso tempo: Erdogan ha subito diffidato Biden dal supportare i curdi siriani e sfidare le ambizioni turche nel Mediterraneo orientale. Il vice presidente ha usato parole diplomatiche: “I canali di comunicazione funzioneranno come prima, ma naturalmente ci sarà un periodo di transizione”, una frase che però non esclude uno scontro tra Biden e Erdogan in merito all’appoggio americano dei curdi siriani  considerati dagli Stati Uniti una pietra angolare nella lotta contro lo stato islamico, ma dai turchi un ramo del PKK, un’organizzazione terrorista. Tra Stati Uniti e Iran i rapporti si profilano problematici. La Repubblica islamica ha sofferto le sanzioni imposte da Trump al quale imputa la responsabilità dei 500  decessi per Covid registrati quotidianamente. Ma non dice che avrebbe potuto rafforzare il sistema sanitario bucherellato invece di finanziare il terrorismo. Il presidente Rohani, che lascerà l’incarico la prossima estate, ha annunciato che aspetta di vedere cosa Biden farà prima di decidere se esista qualche differenza tra Trump e il suo successore. Ha comunque festeggiato la sconfitta di Trump e lanciato un messaggio all’America: la  nuova amministrazione dovrebbe fare ammenda degli errori compiuti nei confronti dell’Iran. Lamento e minaccia sono elementi ricorrenti nella strategia di “dialogo” con gli interlocutori occidentali: farsi commiserare incolpando delle proprie disgrazie l’occidente corrotto e immancabilmente Israele, approfittando del diffuso sentimento anti israeliano e della tolleranza dei social che considerano inappropriati i tweet di Trump che pretende il riconteggio dei voti in Georgia ma non i tweet dell’ayatollah Khamenei che incitano alla distruzione di Israele. La somma guida spirituale iraniana ha anche  deriso le elezioni americane: “Sono un esempio della faccia cattiva della democrazia liberale che ha mostrato il declino politico, civile e morale del regime americano”. Detto da lui è grottesco. Come ha reagito l’Arabia Saudita? La sinistra dei dem vuole la fine per sempre di tutti i conflitti, soprattutto il ritiro dalla guerra in Yemen dove gli Stati Uniti appoggiano i sauditi contro i ribelli Houthi, ai quali l’Iran fornisce armi e addestramento. Anche il primo ministro israeliano Netanyahu, stretto alleato di Trump a cui deve il coraggioso trasferimento della capitale da Tel Aviv a Gerusalemme, invia formali congratulazioni a Biden, senza chiamarlo “president elect”. Israele vuole rassicurazioni circa il mantenimento delle pressioni americane sull’Iran e l’appoggio per la normalizzazione delle relazioni con gli Stati arabi (accordi di Abramo). Intanto, i democratici aspettano gennaio per strappare il controllo del Senato ai Repubblicani, mentre Biden si accinge a formare la squadra dei ministri e assegnare gli  incarichi secondo il principio della trasversalità indispensabile per riunire il paese. Ma l’operazione non piace all’ala radicale del Partito democratico, da tempo impegnato a far digerire ai moderati uno spostamento marcato a sinistra. I dem a rischio spaccatura?

Unità dopo gli attentati, e poi? …l’opinione di Rita Faletti

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Dopo Parigi e Nizza, il terrorismo islamista insanguina Vienna. Ieri sera, nel centralissimo quartiere della capitale austriaca, a breve distanza dalla principale sinagoga, una delle poche sopravvissute alla Shoah, un video registra colpi di arma da fuoco e riprende l’immagine di un uomo che si sposta e spara con un fucile d’assalto, finché non è abbattuto dalla polizia. Aveva su di sé una cintura esplosiva.  Quattro le vittime tra cui un poliziotto e diversi feriti, alcuni gravi. I corpi speciali sono tuttora sulle tracce di un secondo attentatore in fuga. Il centro storico della città viene delimitato e presidiato dalle Forze dell’Ordine inviate dal ministro dell’Interno che invita i cittadini a non uscire di casa nell’ultimo giorno prima del lockdown. A Vienna lo shock è forte: in decenni il paese non era mai stato toccato dal terrorismo di matrice islamica. Come sempre avviene in queste circostanze drammatiche, si fanno supposizioni basandosi sui dati in possesso, in realtà esigui, e legandoli a una situazione generale che riguarda tutta l’Europa, i rapporti con l’islam, l’immigrazione, il Mediterraneo, la Turchia e il ruolo di Erdogan, uno dei principali attori (o manovratori?) sullo sfondo degli eventi. Chi sono gli attentatori? Come testimoniano le immagini, la strategia di attacco fa pensare a una organizzazione preparata e addestrata militarmente, forse coordinata e diretta dall’esterno. Secondo il tabloid Build, su Instagram lunedì era apparso il post di un jihadista che annunciava di aver prestato giuramento all’Isis. Prassi  consueta prima di un attentato. Sembra che il personaggio sia lo stesso abbattuto dalla polizia: un cittadino austriaco di origini albanesi con doppio passaporto e una condanna di 22 mesi convertita in libertà vigilata per aver cercato di raggiungere la Siria e unirsi alle forze dell’Isis. Viene da domandarsi perché Vienna. L’Austria, come Toni Capuozzo, amato  giornalista di guerra e esperto di conflitti internazionali ci ricorda, non ha un passato coloniale o imperialista né è in prima fila nelle missioni in Afghanistan. La spiegazione è una: l’attacco è avvenuto a Vienna ma è come se fosse avvenuto in  Germania. La Merkel infatti è stata il primo capo di Stato europeo ad esprimere la vicinanza del suo paese all’Austria sottolineando che il terrorismo islamico è il nemico dell’Europa. Capuozzo osserva che l’obiettivo del terrorismo islamista è l’asse franco-tedesco, il nucleo forte dell’Europa da colpire, contro cui Erdogan usa l’arma del ricatto: aprire le porte ai rifugiati che si trovano nella “buffer zone” al confine tra Turchia e Grecia e scaricarli in Europa. Da non sottovalutare l’invio di milizie jihadiste in Libia per appoggiare Al Serraj contro il generale della Cirenaica Haftar, sostenuto dalla Francia. L’ex ministro dell’Interno Minniti completa il quadro e aggiunge che in Bangladesh, nonostante il virus stia colpendo con particolare violenza, 40 mila  persone si sono riversate nelle piazze per rispondere all’appello del premier turco contro la Francia e l’Europa. Che, ha detto Minniti, è stata finora incapace di dare una risposta ferma con una sola voce e ora è sotto attacco non nei singoli paesi ma nella sua totalità. E’ indispensabile non abbassare la guardia e accogliere chi scappa da paesi in guerra. La Tunisia non è fra questi. Per gli altri, si devono organizzare ingressi legali coordinati dalle ambasciate e cancellare quelli illegali. Il problema è complesso, “noi non siamo abituati a pensare in modo complesso” ha continuato Minniti e “ abbiamo dimenticato la politica estera”. Il primo ministro austriaco Kurz ha detto: “Non ci arrenderemo”. Gli ha fatto eco Macron: “Questa è la nostra Europa. I nostri nemici hanno bisogno di sapere con chi hanno a che fare. Nessuno si arrenderà a loro”. Vladimir Putin si è unito al resto del mondo per attestare la solidarietà della Russia contro un “crimine crudele e cinico” offrendo la propria collaborazione nella lotta al terrorismo.

Qui Europa: altre tre uccisioni…l’opinione di Rita Faletti

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<p class="has-drop-cap has-text-align-justify" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Dopo Parigi e Nizza, il terrorismo islamista insanguina Vienna. Ieri sera, nel centralissimo quartiere della capitale austriaca, a breve distanza dalla principale sinagoga, una delle poche sopravvissute alla Shoah, un video registra colpi di arma da fuoco e riprende l’immagine di un uomo che si sposta e spara con un fucile d’assalto, finché non è abbattuto dalla polizia. Aveva su di sé una cintura esplosiva.  Quattro le vittime tra cui un poliziotto e diversi feriti, alcuni gravi. I corpi speciali sono tuttora sulle tracce di un secondo attentatore in fuga. Il centro storico della città viene delimitato e presidiato dalle Forze dell’Ordine inviate dal ministro dell’Interno che invita i cittadini a non uscire di casa nell’ultimo giorno prima del lockdown. A Vienna lo shock è forte: in decenni il paese non era mai stato toccato dal terrorismo di matrice islamica. Come sempre avviene in queste circostanze drammatiche, si fanno supposizioni basandosi sui dati in possesso, in realtà esigui, e legandoli a una situazione generale che riguarda tutta l’Europa, i rapporti con l’islam, l’immigrazione, il Mediterraneo, la Turchia e il ruolo di Erdogan, uno dei principali attori (o manovratori?) sullo sfondo degli eventi. Chi sono gli attentatori? Come testimoniano le immagini, la strategia di attacco fa pensare a una organizzazione preparata e addestrata militarmente, forse coordinata e diretta dall’esterno. Secondo il tabloid Build, su Instagram lunedì era apparso il post di un jihadista che annunciava di aver prestato giuramento all’Isis. Prassi  consueta prima di un attentato. Sembra che il personaggio sia lo stesso abbattuto dalla polizia: un cittadino austriaco di origini albanesi con doppio passaporto e una condanna di 22 mesi convertita in libertà vigilata per aver cercato di raggiungere la Siria e unirsi alle forze dell’Isis. Viene da domandarsi perché Vienna. L’Austria, come Toni Capuozzo, amato  giornalista di guerra e esperto di conflitti internazionali ci ricorda, non ha un passato coloniale o imperialista né è in prima fila nelle missioni in Afghanistan. La spiegazione è una: l’attacco è avvenuto a Vienna ma è come se fosse avvenuto in  Germania. La Merkel infatti è stata il primo capo di Stato europeo ad esprimere la vicinanza del suo paese all’Austria sottolineando che il terrorismo islamico è il nemico dell’Europa. Capuozzo osserva che l’obiettivo del terrorismo islamista è l’asse franco-tedesco, il nucleo forte dell’Europa da colpire, contro cui Erdogan usa l’arma del ricatto: aprire le porte ai rifugiati che si trovano nella “buffer zone” al confine tra Turchia e Grecia e scaricarli in Europa. Da non sottovalutare l’invio di milizie jihadiste in Libia per appoggiare Al Serraj contro il generale della Cirenaica Haftar, sostenuto dalla Francia. L’ex ministro dell’Interno Minniti completa il quadro e aggiunge che in Bangladesh, nonostante il virus stia colpendo con particolare violenza, 40 mila  persone si sono riversate nelle piazze per rispondere all’appello del premier turco contro la Francia e l’Europa. Che, ha detto Minniti, è stata finora incapace di dare una risposta ferma con una sola voce e ora è sotto attacco non nei singoli paesi ma nella sua totalità. E’ indispensabile non abbassare la guardia e accogliere chi scappa da paesi in guerra. La Tunisia non è fra questi. Per gli altri, si devono organizzare ingressi legali coordinati dalle ambasciate e cancellare quelli illegali. Il problema è complesso, “noi non siamo abituati a pensare in modo complesso” ha continuato Minniti e “ abbiamo dimenticato la politica estera”. Il primo ministro austriaco Kurz ha detto: “Non ci arrenderemo”. Gli ha fatto eco Macron: “Questa è la nostra Europa. I nostri nemici hanno bisogno di sapere con chi hanno a che fare. Nessuno si arrenderà a loro”. Vladimir Putin si è unito al resto del mondo per attestare la solidarietà della Russia contro un “crimine crudele e cinico” offrendo la propria collaborazione nella lotta al terrorismo.Dopo Parigi e Nizza, il terrorismo islamista insanguina Vienna. Ieri sera, nel centralissimo quartiere della capitale austriaca, a breve distanza dalla principale sinagoga, una delle poche sopravvissute alla Shoah, un video registra colpi di arma da fuoco e riprende l’immagine di un uomo che si sposta e spara con un fucile d’assalto, finché non è abbattuto dalla polizia. Aveva su di sé una cintura esplosiva.  Quattro le vittime tra cui un poliziotto e diversi feriti, alcuni gravi. I corpi speciali sono tuttora sulle tracce di un secondo attentatore in fuga. Il centro storico della città viene delimitato e presidiato dalle Forze dell’Ordine inviate dal ministro dell’Interno che invita i cittadini a non uscire di casa nell’ultimo giorno prima del lockdown. A Vienna lo shock è forte: in decenni il paese non era mai stato toccato dal terrorismo di matrice islamica. Come sempre avviene in queste circostanze drammatiche, si fanno supposizioni basandosi sui dati in possesso, in realtà esigui, e legandoli a una situazione generale che riguarda tutta l’Europa, i rapporti con l’islam, l’immigrazione, il Mediterraneo, la Turchia e il ruolo di Erdogan, uno dei principali attori (o manovratori?) sullo sfondo degli eventi. Chi sono gli attentatori? Come testimoniano le immagini, la strategia di attacco fa pensare a una organizzazione preparata e addestrata militarmente, forse coordinata e diretta dall’esterno. Secondo il tabloid Build, su Instagram lunedì era apparso il post di un jihadista che annunciava di aver prestato giuramento all’Isis. Prassi  consueta prima di un attentato. Sembra che il personaggio sia lo stesso abbattuto dalla polizia: un cittadino austriaco di origini albanesi con doppio passaporto e una condanna di 22 mesi convertita in libertà vigilata per aver cercato di raggiungere la Siria e unirsi alle forze dell’Isis. Viene da domandarsi perché Vienna. L’Austria, come Toni Capuozzo, amato  giornalista di guerra e esperto di conflitti internazionali ci ricorda, non ha un passato coloniale o imperialista né è in prima fila nelle missioni in Afghanistan. La spiegazione è una: l’attacco è avvenuto a Vienna ma è come se fosse avvenuto in  Germania. La Merkel infatti è stata il primo capo di Stato europeo ad esprimere la vicinanza del suo paese all’Austria sottolineando che il terrorismo islamico è il nemico dell’Europa. Capuozzo osserva che l’obiettivo del terrorismo islamista è l’asse franco-tedesco, il nucleo forte dell’Europa da colpire, contro cui Erdogan usa l’arma del ricatto: aprire le porte ai rifugiati che si trovano nella “buffer zone” al confine tra Turchia e Grecia e scaricarli in Europa. Da non sottovalutare l’invio di milizie jihadiste in Libia per appoggiare Al Serraj contro il generale della Cirenaica Haftar, sostenuto dalla Francia. L’ex ministro dell’Interno Minniti completa il quadro e aggiunge che in Bangladesh, nonostante il virus stia colpendo con particolare violenza, 40 mila  persone si sono riversate nelle piazze per rispondere all’appello del premier turco contro la Francia e l’Europa. Che, ha detto Minniti, è stata finora incapace di dare una risposta ferma con una sola voce e ora è sotto attacco non nei singoli paesi ma nella sua totalità. E’ indispensabile non abbassare la guardia e accogliere chi scappa da paesi in guerra. La Tunisia non è fra questi. Per gli altri, si devono organizzare ingressi legali coordinati dalle ambasciate e cancellare quelli illegali. Il problema è complesso, “noi non siamo abituati a pensare in modo complesso” ha continuato Minniti e “ abbiamo dimenticato la politica estera”. Il primo ministro austriaco Kurz ha detto: “Non ci arrenderemo”. Gli ha fatto eco Macron: “Questa è la nostra Europa. I nostri nemici hanno bisogno di sapere con chi hanno a che fare. Nessuno si arrenderà a loro”. Vladimir Putin si è unito al resto del mondo per attestare la solidarietà della Russia contro un “crimine crudele e cinico” offrendo la propria collaborazione nella lotta al terrorismo.

Pontificato ambiguo…l’opinione di Rita Faletti

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<p class="has-drop-cap has-text-align-justify" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">Agli esordi scoppiettante e acclamato, il pontificato di Francesco foriero di una ventata di modernità che il mondo dei liberal e la comunità dei vescovi protestanti tedeschi e dei novatori attendevano da tempo, deve confrontarsi con le perplessità dei vescovi tradizionalisti, ancora in maggioranza, e il disorientamento dei cattolici fedeli alla dottrina. Il Pontefice della rivoluzione annunciata, del ritorno della chiesa alla povertà delle origini, della pulizia all’interno della Curia, obiettivo anticipato nel 2013 e arenatosi per gli ostacoli incontrati e temporaneamente sospeso a favore di temi ritenuti più impellenti, ambiente e migrazioni, procede per tappe successive e incrementali  lungo il cammino verso l’apertura. Non circoscritta a una questione specifica, ma via via sempre più larga, quantomeno nelle parole e nei discorsi papali a briglia sciolta che rendono lecita la domanda: qual è il programma di Papa Bergoglio? La società fluida che pone tutto sullo stesso livello e insegue istinti pulsioni e obiettivi egoistici, chiede una religione compiacente che si adegui e soddisfi le sue richieste. Il femminismo rivendica i propri diritti e Francesco risponde: nella Chiesa servono più donne nei posti di comando “dove si prendono decisioni importanti”. Una Lilli Gruber al maschile e in veste bianca che difende le quote rosa con lo stesso slancio, peraltro raro, della conduttrice televisiva, passando sopra all’imbarazzo di un recente e di un meno recente rapporto del Vaticano con il mondo rosa. Un altro tema che agita la Chiesa riguarda l’abolizione del celibato per i sacerdoti. Il Sinodo sull’Amazzonia doveva essere l’occasione per i vescovi tedeschi di raggiungere quel fine, approfittando dell’idea del Papa di evangelizzare quelle terre remote attraverso l’ordinazione sacerdotale di anziani con famiglia già costituita. Bergoglio ha detto no. L’abolizione del celibato sarebbe il primo passo verso il matrimonio dei preti e verso quello successivo dello sdoganamento dell’omosessualità: ci troveremmo di fronte alla richiesta del matrimonio omosessuale tra preti. Una aberrazione. Questa volta il papa ha messo i paletti, ma la notizia è apparsa in sordina, niente titoloni in prima pagina, come invece era accaduto quando sembrava che la meta fosse il superamento definitivo dei dogmi. Che a Francesco non piacciono. Il suo pontificato non è quello de sì sì o del no no, ma del ni, dell’ambiguità. Si ha come la sensazione che il Papa lasci sempre aperto uno spiraglio per andare incontro, per sposare i tempi. Pochi giorni orsono, alla Festa del Cinema di Roma, è stato presentato il docufilm su Francesco del regista russo Evgeny Afineevsky in cui il Papa fa una dichiarazione sulle persone omosessuali: “Sono figli di Dio e hanno il diritto di avere una famiglia. Dobbiamo fare una legge sulle unioni civili, così loro sarebbero legalmente coperti”. Una proposta non nuova. Prima di essere eletto Papa, Bergoglio si disse favorevole alle unioni civili fra omosessuali e lo fece per fermare la legge sul matrimonio gay, da lui definito “un attacco distruttivo al piano di Dio” e aggiunse che l’omosessualità  è un’ “inclinazione disordinata”. Poi è arrivato il “Chi sono io per giudicare un gay?” che  gli valse il premio della rivista gay Advocate come “uomo dell’anno 2013”. Qual è allora la posizione di Francesco sulla famiglia che per il cristianesimo è “unione di uomo e donna perché maschio e femmina Iddio li creò”?  Le parole, se non sono chiare, generano equivoci  che offrono il destro a strumentalizzazioni anche politiche. Si vuole secolarizzare la Chiesa adeguandola alla società? Ricordiamo San Paolo: “Non vogliate adeguarvi al secolo”. Un conto è la legalizzazione delle unioni civili omosessuali, un conto è il matrimonio. Se il Papa sostiene che l’omosessualità è un disordine biologico, automaticamente si accetta il determinismo, se, al contrario, esso rappresenta una scelta, vale il principio del “libero arbitrio”. Il cristianesimo si fonda sulla libertà di credere o di non credere, ma se credi, devi  agire in conformità con le leggi della Chiesa di Cristo. Si può decidere di non farlo, ma un Papa ha il dovere di tenere la barra dritta se vuole salvare l’unità della Chiesa e dei cristiani.Agli esordi scoppiettante e acclamato, il pontificato di Francesco foriero di una ventata di modernità che il mondo dei liberal e la comunità dei vescovi protestanti tedeschi e dei novatori attendevano da tempo, deve confrontarsi con le perplessità dei vescovi tradizionalisti, ancora in maggioranza, e il disorientamento dei cattolici fedeli alla dottrina. Il Pontefice della rivoluzione annunciata, del ritorno della chiesa alla povertà delle origini, della pulizia all’interno della Curia, obiettivo anticipato nel 2013 e arenatosi per gli ostacoli incontrati e temporaneamente sospeso a favore di temi ritenuti più impellenti, ambiente e migrazioni, procede per tappe successive e incrementali  lungo il cammino verso l’apertura. Non circoscritta a una questione specifica, ma via via sempre più larga, quantomeno nelle parole e nei discorsi papali a briglia sciolta che rendono lecita la domanda: qual è il programma di Papa Bergoglio? La società fluida che pone tutto sullo stesso livello e insegue istinti pulsioni e obiettivi egoistici, chiede una religione compiacente che si adegui e soddisfi le sue richieste. Il femminismo rivendica i propri diritti e Francesco risponde: nella Chiesa servono più donne nei posti di comando “dove si prendono decisioni importanti”. Una Lilli Gruber al maschile e in veste bianca che difende le quote rosa con lo stesso slancio, peraltro raro, della conduttrice televisiva, passando sopra all’imbarazzo di un recente e di un meno recente rapporto del Vaticano con il mondo rosa. Un altro tema che agita la Chiesa riguarda l’abolizione del celibato per i sacerdoti. Il Sinodo sull’Amazzonia doveva essere l’occasione per i vescovi tedeschi di raggiungere quel fine, approfittando dell’idea del Papa di evangelizzare quelle terre remote attraverso l’ordinazione sacerdotale di anziani con famiglia già costituita. Bergoglio ha detto no. L’abolizione del celibato sarebbe il primo passo verso il matrimonio dei preti e verso quello successivo dello sdoganamento dell’omosessualità: ci troveremmo di fronte alla richiesta del matrimonio omosessuale tra preti. Una aberrazione. Questa volta il papa ha messo i paletti, ma la notizia è apparsa in sordina, niente titoloni in prima pagina, come invece era accaduto quando sembrava che la meta fosse il superamento definitivo dei dogmi. Che a Francesco non piacciono. Il suo pontificato non è quello de sì sì o del no no, ma del ni, dell’ambiguità. Si ha come la sensazione che il Papa lasci sempre aperto uno spiraglio per andare incontro, per sposare i tempi. Pochi giorni orsono, alla Festa del Cinema di Roma, è stato presentato il docufilm su Francesco del regista russo Evgeny Afineevsky in cui il Papa fa una dichiarazione sulle persone omosessuali: “Sono figli di Dio e hanno il diritto di avere una famiglia. Dobbiamo fare una legge sulle unioni civili, così loro sarebbero legalmente coperti”. Una proposta non nuova. Prima di essere eletto Papa, Bergoglio si disse favorevole alle unioni civili fra omosessuali e lo fece per fermare la legge sul matrimonio gay, da lui definito “un attacco distruttivo al piano di Dio” e aggiunse che l’omosessualità  è un’ “inclinazione disordinata”. Poi è arrivato il “Chi sono io per giudicare un gay?” che  gli valse il premio della rivista gay Advocate come “uomo dell’anno 2013”. Qual è allora la posizione di Francesco sulla famiglia che per il cristianesimo è “unione di uomo e donna perché maschio e femmina Iddio li creò”?  Le parole, se non sono chiare, generano equivoci  che offrono il destro a strumentalizzazioni anche politiche. Si vuole secolarizzare la Chiesa adeguandola alla società? Ricordiamo San Paolo: “Non vogliate adeguarvi al secolo”. Un conto è la legalizzazione delle unioni civili omosessuali, un conto è il matrimonio. Se il Papa sostiene che l’omosessualità è un disordine biologico, automaticamente si accetta il determinismo, se, al contrario, esso rappresenta una scelta, vale il principio del “libero arbitrio”. Il cristianesimo si fonda sulla libertà di credere o di non credere, ma se credi, devi  agire in conformità con le leggi della Chiesa di Cristo. Si può decidere di non farlo, ma un Papa ha il dovere di tenere la barra dritta se vuole salvare l’unità della Chiesa e dei cristiani.

Biden-Trump ultimo round…l’opinione di Rita Faletti

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Il terzo e ultimo confronto tra Biden e Trump prima del voto del 3 novembre si è svolto ieri a Nashville.  Un’ora e mezza nel rispetto del fair play, niente insulti, solo dure accuse reciproche su temi ormai noti e presentati da opposte prospettive e visioni dell’America. Coronavirus e immigrazione in primo piano e oltre alle parole, a questo punto prevedibili, i gesti, che a volte hanno un impatto più forte delle parole stesse sugli indecisi. Biden ha guardato l’orologio, commettendo l’errore di G.W.Bush durante il confronto con Clinton. La cosa non è sfuggita e certo non ha favorito il democratico. Non vedeva l’ora che il dibattito terminasse? Insofferenza o preoccupazione? Dipende dal punto di vista dell’osservatore e dalle intenzioni di voto: quanto più precise tanto minore l’influenza di un gesto. Quasi 50 milioni di americani si sono già espressi senza attendere l’ultimo round, diverso il caso degli incerti, come confermano le decisioni dell’ultima ora che possono ribaltare statistiche e sondaggi e mandare in fumo le certezze. Indubbiamente gli effetti devastanti del Coronavirus  hanno inciso e incideranno sul voto, come la rapida guarigione di Trump può aver insinuato il dubbio tra i non “riduzionisti” circa la pericolosità del virus. Il presidente ha 74 anni ed è in sovrappeso. Due elementi che non aiutano la risoluzione della malattia. Pesanti sono state le accuse di Biden sull’emergenza pandemia : “Trump non ha un piano” e sulla questione immigrazione: “Trump è uno dei presidenti più razzisti della storia moderna” dopo che il presidente si era vantato del contrario. Biden ha anche usato l’arma del coinvolgimento emotivo, sempre vincente, quando ha definito Trump un “criminale” per aver separato i bambini dai genitori immigrati al confine con il Messico. Pronta l’obiezione:  i bambini sono stati portati dalle gang di trafficanti di persone. Chi ha detto il vero? Uno spazio è stato dedicato alla politica estera quando lo sfidante democratico ha indirettamente incolpato Trump di aver permesso l’ingerenza di paesi stranieri negli affari interni del paese: “Con me Russia Cina e Iran pagheranno per le ingerenze nelle elezioni americane” e un’affermazione del presidente: “Con Kim Yong-un buoni rapporti”.  Al termine dello scambio, la replica delle discordanze: le rispettive consorti sono salite sul palco: la prima a farlo è stata la first lady, seguita dalla consorte di Biden che ha abbracciato il marito. Un gesto che l’America apprezza e che è mancato nella coppia presidenziale.  Chi si è aggiudicato la vittoria? Questo il verdetto di Megyn Kelly di Fox News: “Trump ha vinto questo dibattito facilmente. Biden non era affatto una forza. Trump era deciso, puntuale, ben temperato”. Per la CNN ha prevalso Biden: 53 a 39. E chi vincerà le presidenziali? Secondo recenti sondaggi, la distanza tra i due contendenti si è ridotta, benché  Biden sia avanti del 9 per cento. Trump è passato in vantaggio in Ohio, uno degli Stati chiave. Media, sondaggisti, intrattenitori televisivi danno Biden vincitore. Ma la vittoria dei democratici non dovrebbe limitarsi alla conquista della Casa Bianca, senza il Senato sarebbe una mezza vittoria. Comunque finisca, emerge un dato: l’indebolimento della forza di coesione e del profondo senso di unità che ha sempre contraddistinto la nazione americana e che appanna l’autorevolezza e il prestigio degli Stati Uniti nel mondo. Non credo Biden riesca nell’impresa di ricomposizione del suo paese. Un guaio anche per l’Europa.

Contro il virus competenza e preparazione…l’opionione di Rita Faletti

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A tratti si ha l’impressione che Salvini abbia rivisto alcune delle sue posizioni, ma è solo un’impressione. In Europa ci si sta o non ci si sta, l’euro è irreversibile o non lo è. Per chi ha costruito il proprio consenso sull’antieuropeismo è complicato fare marcia indietro. Ma sul Mes che nella Lega molti vorrebbero, è un no secco. Situazione simile nel MoVimento di Grillo che ha sostenuto Ursula von der Leyen senza convinzione ma per opportunismo politico, la medesima ragione che l’ha costretto a mettere in soffitta le battaglie annunciate. Rimane l’ultima contro le linee di credito per le spese sanitarie previste dal Pandemic crisis support. Rifiutare in emergenza pandemica 37 miliardi al tasso negativo dello 0,12 per cento su 10 anni, molto meno rispetto al tasso di interesse positivo dello 0,68 se si raccogliessero i soldi emettendo titoli di stato, è insensato, come strumentale è la giustificazione che riguarda le condizionalità. Una fandonia che serve a tenere in piedi una bandierina. Il direttore dell’Avanti, Claudio Martelli, ha parlato di “smaccato alibi per l’ipocrisia di politici inetti e inconcludenti”. Anche in questa circostanza, populismo e sovranismo rivelano la loro natura esiziale per il paese. C’è da dire che il Pd non fa meglio sottraendosi al compito assegnatogli dalla maggiore autorevolezza di imporre all’alleato la propria volontà. Un governo non è un collegio di educande preoccupate della sensibilità altrui. Il Covid-19, indifferente a calcoli e interessi di bottega, ha ripreso a colpire a testa bassa e senza sosta e ridurrà a più miti consigli gli sciocchi, compreso il tentennante top banana. Il Mes sarà il colpo di spugna sulle cialtronate di sciagurati. Bisognerebbe aver capito che in emergenza non si difende l’ideologia, posto che sia intelligente difenderla in momenti diversi. Le pandemie si governano con la prevenzione, come qualunque altra malattia, e prevenzione non c’è stata.  Conte ha dovuto ammetterlo: “Siamo consapevoli che abbiamo ancora molte criticità”. Ma nella comunicazione, tra il detto e il non detto, il sottinteso e il lasciato intendere, la nebulosa lingua ministeriale in abito burocratico ha la meglio sull’ascoltatore che rinuncia a capire. Intanto la Lombardia ha deciso la serrata dalle 23 alle 5 a partire da venerdì, con stupore e disapprovazione di Salvini e di amministratori locali. “A fine mese i posti di terapia intensiva occupati saranno 600, cosa proponete?” ha chiesto Fontana. E viene in mente la tanto contestata struttura in Fiera a Milano, costruita con i 20 milioni di fondi privati, curata da Bertolaso e affidata in gestione al Policlinico di Milano. Contiene 154 posti- 54 non attivi- di terapia intensiva e sub-intensiva, che ospiteranno altrettanti malati in condizioni gravi. Una struttura identica è stata costruita nella Fiera di Civitanova Marche. Un’ “astronave” come Bertolaso ha definito l’ospedale, costato 12 milioni di euro raccolti da privati, con 90 posti tra terapia intensiva e sub-intensiva. “Scelta irresponsabile” era stato il commento del Corriere e di molti intelligentoni in perenne attesa di attaccare chi fa. Intanto, ad accodarsi  al presidente della Lombardia Fontana nella decisione di chiudere tutto dalle 23 alle 5, sono stati Cirio in Piemonte, Zingaretti nel Lazio e De Luca in Campania. Il burlone con il lanciafiamme che aveva cinicamente deriso “Milano che non si ferma, Bergamo che non si ferma, poi si sono fermati a contare migliaia di morti” è riparato a Salerno per non beccarsi il virus a Napoli. Non aveva detto che in Campania era stato fatto quello che nessun’altra regione aveva fatto? Le smargiassate vengono al pettine come i nodi. Mauro Calise, docente di Scienza politica all’Università Federico II, offre una spiegazione realistica dell’aggravarsi della situazione nel capoluogo campano: “Come puoi fermare il virus in una città dove si vive nelle famiglie, uno sopra l’altro? Come può cambiare dall’oggi al domani un’abitudine profondamente radicata? Come sarebbe possibile fare controlli?”. E sono riprese le diatribe che avevano agitato i rapporti stato-regioni durante la prima ondata. Chi ci governa con una certa burbanza e si pavoneggia per aver gestito l’emergenza come nessuno, “ci hanno chiesto la ricetta”, oggi dovrebbe avere l’umiltà di imitare chi con calmo senso di responsabilità ha detto ai concittadini: “ Quello che stiamo facendo potrebbe non essere sufficiente. Bisogna essere pronti a ulteriori restrizioni. Siate vigili e solidali. Non temete e siate pazienti, tornerete a uscire e divertirvi”. Chi poteva essere se non Angela Merkel? E’ lo stile della Cancelliera, che tutto il mondo invidia, che nasce da competenza e preparazione e trasmette fiducia nelle istituzioni. Ad averne come lei!

Prima decapitazione in Europa….l’opinione di Rita Faletti

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Nella Francia illuminista del XXI secolo, ma non solo in Francia, un professore che osasse spiegare il significato della libertà di espressione contrapponendo ad essa la sottomissione a una religione retrograda che si oppone al progresso e mortifica la donna, da lunedì potrebbe andare incontro a una tragica fine. Quello che è accaduto alla periferia di Parigi, ieri pomeriggio. Un diciottenne di origini russe e di fede musulmana ha punito con la decapitazione un professore di Storia per aver mostrato in classe alcune vignette satiriche su Maometto pubblicate da Charlie Hebdo. Dopo l’omicidio raccapricciante, l’autore ha postato su Twitter la testa mozzata e si è scagliato contro Macron “difensore degli infedeli”. E’ stato catturato e abbattuto dagli agenti di polizia con il coltello ancora in mano e mentre lanciava minacce. L’uomo era noto ai servizi di sicurezza francesi  tra migliaia di altri di fede musulmana ritenuti pericolosi perché estremisti. La polizia ha anche arrestato nove persone  legate a al Ansar, questo il nome usato dall’assassino su Twitter, che farebbero parte di una minoranza di ceceni che vive in Francia. Le vignette di Maometto avevano sollevato le proteste di studenti musulmani e delle loro famiglie che avrebbero sobillato alla vendetta il diciottenne. Siamo di fronte non al gesto isolato di un islamico fanatico, ma alla barbarie di una comunità che ha deciso l’esecuzione della vittima con le stesse motivazioni e lo stesso metodo dei miliziani dello Stato islamico. Una “condanna a morte” fondata su ragioni inconcepibili per un occidentale, degne solo del fanatismo religioso germinato in una società oscurantista e ottusa, negatrice di ogni forma di libertà. Sul luogo della decapitazione, il presidente Macron nel sottolineare che un cittadino francese è stato ucciso per aver spiegato il significato di libertà, ha detto: “Noi vinceremo”. Recentemente, parlando dell’islam radicale e della debolezza europea, il presidente aveva dichiarato che non intende cedere la Francia libera e laica a una “contro-società” dove i bambini abbandonano la scuola per essere educati secondo principi discordanti dalle leggi della Repubblica e indottrinati in antitesi ai valori dell’eguaglianza tra uomo e donna e del rispetto della dignità umana. Aveva anche ammesso: “Abbiamo lasciato fare, da noi come all’estero. Il ritenere che wahabismo, salafismo  e Fratelli musulmani fossero correnti pacifiche è stato uno sbaglio. Esse sono via via degenerate, si sono radicalizzate e hanno colpito il nostro territorio nella sua intimità”. Nessun capo di stato europeo aveva mai fatto un esame così lucido e coraggioso arrivando a una conclusione che è una verità inoppugnabile:  il radicalismo islamico si sta muovendo verso un traguardo che è divenuto chiaro, prendere il controllo completo della società francese. “Abbiamo un piano per riconquistare tutto ciò che l’islam radicale ha sottratto alla Francia”. Uno dei pilastri di quel piano è lo scioglimento di associazioni finalizzate all’indottrinamento e al reclutamento e il ripudio della pratica di accogliere dai paesi musulmani, Algeria, Marocco, Turchia, espressamente nominati da Macron, imam, muezzin e insegnanti di arabo. Saranno bloccati anche i finanziamenti stranieri incontrollati per la costruzione di moschee. “Noi non siamo una società di individui, siamo una nazione di cittadini. Si impara d essere cittadini, è questione di diritti e doveri”. Come era prevedibile, Macron è stato attaccato dalla solita sinistra ipocrita che assieme alle sinistre europee è responsabile di aver reso l’Europa un continente che ha ormai perso la propria identità.

Irresponsabilità pandemica …l’opinione di Rita Faletti

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In una settimana i contagi da Covid sono raddoppiati. Nelle ultime 24 ore di ieri erano 8800 a fronte di 160 mila tamponi, 83 le vittime. Ci stiamo avvicinando agli altri paesi europei  che hanno iniziato a prendere provvedimenti stringenti: nel Regno Unito, a Liverpool per fare un esempio, scuole, palestre, pub e ristoranti saranno chiusi per 4 settimane; in Francia il presidente Macron ha annunciato il lockdown di Parigi dalle 21 alle 6 per sei settimane; Angela Merkel è pronta a schierare l’esercito nel caso i contagi raggiungano numeri esponenziali. I governi stanno prendendo misure restrittive soprattutto nelle grandi città in cui il virus corre più veloce e là dove si registrano focolai.  “In Italia siamo molto più bravi” è il gettonatissimo refrain che però rebus sic stantibus rivela che tanto bravi non siamo stati, che qualche falla nei comportamenti dei cittadini c’è stata e che il governo, pur aspettandosi una seconda ondata, ha passato tre mesi a girarsi le dita, con la abituale strategia del correre dietro i fatti anziché prevederli. L’estate è stato uno spartiacque tra la prima e la seconda ondata e una fase di rilassamento imperiale. Siamo entrati in una stagione in cui governare è importante. Non che lo sia meno in periodi più felici, ma quando le cose si mettono male “piove governo ladro”. E’ arcinoto che in questo paese riconoscere le proprie responsabilità è una virtù rara. Il colpevole dei nostri mali è sempre qualcun altro: il politico che ci sta sulle scatole perché non ci accarezza per il verso del pelo, i paesi frugali che non ci darebbero un euro a fondo perduto (hanno ragione, vorrei vedere noi al loro posto) e avanti via. Il messaggio che il virus ci invia è chiaro: tenete alta la guardia. Siamo riusciti a farlo per un periodo abbastanza lungo e forse, con uno sforzo di autodisciplina saremmo ora in una situazione migliore. Ma la recrudescenza del virus chiama a rapporto anche il governo che non è stato in grado di programmare e investire in strutture che sono risultate insufficienti su tutto il territorio . Mi riferisco ai laboratori che processano i tamponi, lo strumento al quale ognuno dovrebbe poter ricorrere autonomamente pagando lo stesso prezzo da nord a sud. Non è così e i laboratori sono pochi e per questo non in grado di consegnare i risultati in tempi brevi. L’Italia ne fa meno di altri paesi nonostante le file interminabili di auto ai drive-in portino a pensare il contrario. Altro nodo che non è stato sciolto è quello dei trasporti: che senso hanno i distanziamenti nei luoghi di lavoro e nelle aule delle scuole se autobus e metropolitane sono stracolme? La De Micheli cos’ha fatto finora e come intende risolvere il problema? E i controlli? Un decreto senza controlli è inutile. Durante la prima ondata i poliziotti in moto hanno redarguito chi stava sdraiato al sole su una spiaggia deserta perché non indossava la mascherina, ma nessuno è intervenuto per evitare gli assembramenti estivi sulle spiagge e nelle piazze. Dov’è la logica? Il governo aveva promesso il vaccino anti influenzale per tutti per aiutare a distinguere una normale influenza dal Covid: introvabile presso i medici di base e le farmacie. In cambio ci siamo fatti una cultura sulle fasce orarie nelle quali il virus è aggressivo e sappiamo  che se siamo sei in casa, magari tutti positivi, non corriamo alcun rischio, ma in sette, tutti negativi, potremmo contagiarci e morire secchi. Allora verranno i poliziotti a controllarci tra le quattro mura? Ma no, il top banana ha detto che possiamo stare tranquilli perché Speranza ha pensato a un sistema a buon mercato e di grande svago per i vicini: la delazione. E la app Immuni per il tracciamento? Pare non funzioni. Meglio tracciarsi da soli, limitare le occasioni di socialità e indossare le mascherine, ricordandosi che la reale emergenza è tenere bassi i contagi per evitare che il sistema sanitario vada in tilt, perché il virus non è cambiato e colpisce allo stesso modo.Salva

Riflessi Covid nel rapporto Usa-Cina…l’opinione di Rita Faletti

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Nel confronto Usa-Urss che si è concluso con la fine della Guerra fredda e il trionfo degli Stati Uniti, hanno giocato elementi che non potevano che portare a quel risultato: una solida base industriale, le maggiori riserve auree, metà del pil globale, una marina più grande di tutte le marine del mondo messe assieme, una popolazione in espansione e una classe media in rapida crescita, oltre che un monopolio sulle armi atomiche, che aveva funzionato da deterrente in quanto né gli Stati Uniti né l’Unione Sovietica avevano interesse a farne ricorso. Il potere degli ideali liberali non ha avuto alcun ruolo nel trionfo dell’America in confronto al vantaggio ineguagliabile in ogni aspetto della tecnologia ricerca e sviluppo, produzione e ricchezza complessiva rispetto al suo avversario.  Oggi la Russia di Putin non è ancora un paese democratico e dal punto di vista economico è in discreto affanno. Non potrebbe competere con gli Stati Uniti, che stanno tuttavia attraversando una crisi non si può dire quanto profonda, ma certo divisiva e lacerante al loro interno. Negli equilibri geopolitici, alla debolezza di un paese corrisponde la forza di un altro. Il fallimento della strategia/non strategia trumpiana nella lotta contro il Covid è il tallone d’Achille che fa vacillare la supremazia dell’America a vantaggio di una potenza imperiale, la Cina, che ha alle spalle una storia e una cultura millenarie e è decisa ad estendere la propria influenza nel mondo. Avete visto? Noi siamo riusciti a sconfiggere il virus e far crescere l’economia in tempi rapidi. Questa duplice vittoria, la seconda ridimensionata dai dati, rischia di essere letta sotto la lente politica: l’implicita superiorità dei regimi anti democratici. In verità non tutti, come dimostra il Venezuela di Maduro. Ma quella è un’altra storia. Se dunque la debolezza americana sia transitoria o meno, le prossime elezioni presidenziali che portassero Biden alla Casa Bianca sarebbero la cartina di tornasole. Per il momento è palese che quella debolezza abbia segnato un punto a favore della Cina, benché, con Biden presidente e con modalità diverse, poco cambierebbe nella sostanza la posizione degli Usa nei confronti del gigante asiatico. E’ altrettanto palese che l’apparato comunista cinese intenda sottolineare il successo riportato nella guerra al virus con l’efficienza del sistema politico, lasciando in penombra il fatto che il successo economico di cui si vanta è dovuto all’applicazione del modello capitalista occidentale, l’unico che gli consenta il raggiungimento di due importanti risultati: un livello di benessere accettabile per un numero sempre maggiore di cinesi e contemporaneamente la quasi certezza che questo sia garanzia di fedeltà al regime. Fermo restando che il controllo capillare consente di misurare la temperatura del consenso  come del dissenso che esiste e che è contrastato con la repressione. Nulla avviene in Cina che Xi Jinping non sappia e, entro certi limiti, non voglia. D’altro canto, il regime non ignora che nella sfida per la supremazia, il modello economico capitalista  è quello vincente, non essendocene di migliori. E’ questo il motivo per cui ha scelto il mercato, che pure controlla, senza rinunciare al dispotismo dei regimi comunisti. C’è da chiedersi quanto a lungo questa coabitazione  possa resistere sul filo di un equilibrio che forse è più precario di quanto sembri. Rimane il fatto che la corsa verso la crescita e lo sviluppo nella Repubblica popolare cinese continua.

GOVERNO OZIOSO….L’OPINIONE DI RITA FALETTI

postato l’11 ottobre alle ore 14:02

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Il Covid non si era dissolto, non è mutato, non è sconfitto. Lo sapevamo ma abbiamo preferito credere il contrario e abbiamo abbassato la guardia. Via mascherine, basta distanziamenti e forza con gli assembramenti. Il virus si è preso una breve pausa estiva dopo mesi di intenso lavoro per ricomparire in piena forma. Un’impennata di contagi ha spostato il calendario ai primi mesi dell’anno, quando la paura è riuscita nel miracolo di renderci tutti più disciplinati da meritare perfino l’encomio di von der Leyen e Merkel. Merito delle spiegazioni e dei consigli degli scienziati, ai quali il ministro Boccia aveva chiesto in aprile “certezze inconfutabili”, ignorando o fingendo di ignorare che la conoscenza scientifica procede per tentativi ed esperimenti che solo la prova dei fatti rende inconfutabile. Una finzione, quella pretesa, avanzata da un laureato che insegna all’università, e lo speriamo per i suoi studenti, finalizzata a parare le spalle ai decisori politici che in una situazione di emergenza devono indicare la strada da seguire. In caso di errore c’è l’alibi della scienza colpevole di non aver fornito “certezze inconfutabili”. Gli italiani ma che popolo fantastico! Sì, davvero fantastico nell’obbedire, fantasticamente credulone nel fidarsi di chi lo governa. Il lockdown è stato il passo obbligato dall’aumento esponenziale del numero di contagi, di terapie intensive e di morti. Ma il lockdown sarebbe potuto essere un’occasione preziosa per organizzare la riapertura in sicurezza. Ci era stato promesso. Che ne è allora delle 40 task force con i suoi 400 e passa esperti, dei tavoli di lavoro, del piano Colao consegnato nelle mani di Conte?. Una beffa escogitata dal governo per tenere buono il paese, illudendolo di essere sul punto di trasformarlo in una prodigiosa macchina di efficienza e crescita. Una diversa forma di propaganda il cui scopo è la persuasione. Gli autocrati sanno benissimo che la propaganda è uno strumento di asservimento dello spirito, come sostiene Simone Weil ne “Il manifesto per la soppressione dei partiti politici”, evidenziando che l’unico bene che essi conoscono è quello personale. Per lo stesso motivo ci potremmo chiedere a cosa servono i ministeri  se poi affidano ad esterni incarichi che dovrebbero essere di loro competenza. Se fossero competenti. In realtà, l’operazione inventata da Conte si è rivelata inutile e analoga ai vari piani affidati agli economisti, ultimo Cottarelli, per la spending review. Dunque, se la situazione peggiorerà, rivedremo Conte avviarsi con passo spedito e i foglietti in mano alla volta di una conferenza stampa per annunciare provvedimenti che compariranno in dettagliati dpcm, e lo sentiremo fare raccomandazioni con il solito atteggiamento paternalistico. Speriamo solo che Boccia non rivolga agli scienziati la richiesta di “certezze inconfutabili”. Rischierebbe di farsi rispondere a pernacchie. Ricordiamogli la frase di Einstein: “Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato”. E intanto, nel vuoto decisionale, è arrivata la seconda ondata, o il suo preavviso. Il governo non ha nulla da spiegarci e raccomandarci che non sappiamo già. Suo compito è agire: controllare che le mascherine siano indossate e correttamente, che il distanziamento sia osservato scrupolosamente, che alberghi, ristoranti, pizzerie, osterie, bar, negozi e via dicendo rimangano aperti e rispettino le regole, pena le sanzioni. Una bella scommessa. Purtroppo si intravedono segnali che fanno temere una seconda chiusura che significherebbe la morte dell’economia. A quel punto, l’unica “certezza inconfutabile” sarebbe la grave responsabilità del governo la cui esultanza del post cabina elettorale ha funzionato da sonnifero invece che da sprone. Che tra i dipendenti dello stato è forte prima della sedia, si placa nel momento stesso in cui ci si accomoda. Non fa eccezione il top banana Conte, che tiene bordone ai Cinque stelle e al quale tiene bordone il ministro dell’Economia Gualtieri sulla questione del Mes. Quei soldi servono e servivano ieri. L’impennata dei contagi lo grida e lo gridano gli assembramenti, non dei giovani davanti ai locali pubblici, ma sui mezzi di trasporto che sono bombe virali. Non serve invece la permanenza al governo degli zelanti difensori del no al fondo per la sanità.

La decrescita degli Elevati…..l’opinione di Rita Faletti

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Grillo è il teorizzatore della decrescita (in)felice, di cui potremmo essere testimoni tra pochi mesi, quando finirà la cassa integrazione e molti lavoratori potrebbero trovarsi in mezzo alla strada. Allora perché preoccuparsi tanto se l’auspicato fine è a portata di mano, per di più senza dover fare niente, semplicemente rimanendo immobili e aspettare? Invece il MoVimento fondato dal comico-pagliaccio esulta alla notizia della leggera ripresa. Qualcosa nella grillitudine non quadra e cosa sia è lampante: la decrescita è per tutti. Dunque, iI predicatore della decrescita altrui, è un accanito avversario del suo contrario: la crescita, che fino a prova contraria rappresenta l’aumento del livello di benessere economico misurato dal pil, il prodotto interno lordo. Che consiste in consumi privati, spesa pubblica, investimenti, saldo commerciale netto, cioè differenza tra esportazioni e importazioni e proventi da attività illecite quali ad esempio prostituzione e traffico di sostanze stupefacenti. Ogni voce è dipendente dalle altre e comunque il pil rilevato pare una sottostima di quello reale. La sostanza non cambia: la crescita economica è ricchezza di cui tutti godono potendo usufruire di servizi materiali, educazione, formazione, trasporti, sanità, e immateriali (consultazioni online) a costi irrilevanti o gratis. E veniamo al punto. Chi vuole la decrescita, chi odia il pil e il mercato, a vario titolo e con varie giustificazioni, per lo più ipocrite, è un nemico acerrimo del capitalismo, non in quanto espressione astratta della ricchezza, ma di coloro che detengono indebitamente, a loro dire, il capitale. A parte che un imprenditore non è suor Teresa di Calcutta e ha ragione a perseguire gli utili, bisognerebbe fare una distinzione tra una forma di sano capitalismo di tipo protestante dove l’assunzione di responsabilità ha una forte valenza, e di imprenditori di questo tipo ne esistono più di quanti si creda, e il capitalismo di relazione, una forma surrettizia di gestione del potere che, mediante i rapporti tra i diversi esponenti della “casta”, permette il continuo prosperare di affari, appalti e utilizzo deviato del denaro pubblico, danneggiando la parte più vitale e competitiva dell’economia. Questa seconda forma di capitalismo non è affatto estranea alle classi politica e dirigente di questo paese, anche attuali. Grillo afferma che una crescita esponenziale non può esistere. E’ vero il contrario come dimostra la realtà. Ma supponendo che avesse ragione, l’applicazione pratica della decrescita significherebbe fermare tutto come in un eterno lockdown, consumare le risorse, razionandole e distribuendole equamente, fino ad esaurimento. La meta sarebbe la decrescita, cioè la pauperizzazione del pianeta accompagnato da una forma di totalitarismo  controllato dal Grande Fratello. Un incubo che azzererebbe la ricchezza ma anche la felicità, che il modello economico occidentale assicura. Se salute e ricchezza sono le due componenti principali del benessere e procedono generalmente di pari passo, diventeremmo tutti poveri e incommensurabilmente infelici. Grillo dice di ispirarsi a Papa Francesco, il quale ha in mente l’Argentina e un modello economico purtroppo fallimentare. Il Papa riconosce che il capitalismo occidentale ha favorito la crescita, ma non altrettanto “lo sviluppo umano integrale”, come afferma nella sua terza enciclica “Fratelli tutti”, in cui condanna la ricchezza senza equità e causa di nuove povertà. “E’ arrivata l’ora di accettare una certa decrescita” ha scritto Bergoglio, ma avrebbe potuto scriverlo anche l’Elevato. La teoria , oltre che surreale, è persino errata. La causa della povertà non è il capitalismo, bensì la sua assenza, ha detto l’economista sudamericano Ricardo Hausmann, direttore del Center for International Development ad Harvard. Hausmann cita due esempi. Il Venezuela, il suo paese d’origine, e l’Argentina, inghiottiti in un vortice di decrescita, inflazione e povertà. Ma c’è una novità: Francesco smentisce Francesco quando condanna il populismo. Grillo è rimasto solo.

Basta Sussidistan..…l’opinione di Rita Faletti

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Il successo non è eterno. Non lo è mai stato. Winston Churchill sconfisse la Germania di Hitler e perse le elezioni. Questo fa capire quanto sia complicato stabilire le cause del successo, cosa ci sia dietro, cosa faccia scattare quella molla per cui un paese, ad un certo punto, elegge a proprio idolo e rappresentante  un personaggio fuori della macchina politica. La storia recente esclude che accada per motivi connessi ad iniziative che hanno migliorato le condizioni di vita del popolo. Questo perché la ricerca del nuovo è diventata un’ossessione e  il cinismo dell’elettorato pretende tutto e subito, quando invece i miglioramenti veri e duraturi non avvengono di colpo ma sono il frutto di politiche intelligenti e lungimiranti. La spiegazione più verosimile del successo poggia su elementi irrazionali e, principalmente, sulla sintonia che si stabilisce tra il leader e il popolo. Che si chiami carisma o venga definito con altro nome poco importa. In ogni caso ha a che fare con due elementi: il populismo e il complottismo che spesso agiscono di concerto e di cui il grillismo è una espressione icastica.  Populisti sono stati Berlusconi e Renzi  senza essere complottisti,  populista e complottista è Grillo con il suo movimento.  Berlusconi e Renzi senza alcun intento eversivo, Grillo con un’alta percentuale di eversività che affiora in situazioni inaspettate. Invitato dal presidente del Parlamento europeo Sassoli  a intervenire in video conferenza,  il comico ha dichiarato che non crede nel Parlamento, come dire che non crede nella democrazia essendo il Parlamento il luogo fondamentale della democrazia. Bel colpo! Non tanto di Grillo che è uno strampalato e se ne infischia del peso delle parole, quanto di Sassoli che gli ha tirato, inconsapevolmente, un siluro micidiale nella schiena che è finito per riflesso nella schiena della sua creatura. Sassoli ha mostrato ai parlamentari europei di cosa è fatto un pezzo  numericamente non irrilevante del Governo. Quindi, pazientate europei, questa è la zavorra che ci impedisce di andare veloci, seguire la rotta che ci avete indicato per liberarci di tutti gli ostacoli che boicottano la crescita. Questo è un saggio delle stupidaggini che ci tocca sopportare perché il governo debole e smagato che abbiamo e di cui non possiamo fare a meno non crolli. Pazientate europei e vedrete che per dicembre (!), come ha promesso Zingaretti, approveremo il Mes- “dire no al Mes sarebbe un danno per il paese” ha quasi urlato Bonomi. Eppure eravamo stati messi in guardia contro la pochezza e la pericolosità di un gruppo di sconsiderati. Sapete, alla fine si è trattato di un processo di mediatizzazione: non c’è stato talk show al quale non abbia partecipato almeno un pentastellato, Taverna, Lezzi, Toninelli, o Di Maio, vi ricordate? Quello dei gilet gialli, che però si è ricreduto e per amor di poltrona e di stipendio ha appoggiato la candidatura di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione. Fate un ultimo sforzo, europei, cercate di portare pazienza e vedrete che con Bonomi alla Confindustria,  quella porcheria del reddito di cittadinanza di cui avete chiesto la riforma, verrà mantenuta solo per la parte che riguarda la povertà. “Basta Sussidistan” ha detto il presidente tra gli applausi del folto pubblico di industriali. Applausi anche da Casellati, Bellanova  e Zingaretti. “Serve riformare la giustizia civile”, ha aggiunto Bonomi.  Vedrete che quel Fofò che sta alla Giustizia si darà da fare per abbreviare i tempi della giustizia civile.  “Serve una burocrazia efficiente” : riusciremo anche a rendere la Pubblica amministrazione più efficiente. L’agenda di governo cambierà e cominceremo a fare quello che serve al paese e che voi vi aspettate altrimenti non vedremo un euro del Recovery fund. Per fortuna che ci sono le vostre condizioni stringenti, pochi progetti credibili e il più possibile definiti nei modi nei tempi e nei costi, o tutti quei soldi evaporeranno per inefficienza e corruzione. Ma sarà una strada in salita, irta di insidie: i paesi frugali intendono ridurre la quota a fondo perduto e Polonia e Ungheria li appoggiano. Lo sapete, Bonomi ha detto che “servono coraggio e scelte controvento”.  Zingaretti vuole la transizione e molti italiani la vogliono: maggiore produttività, maggior interesse al lavoro che cambia, maggiore attenzione alla concorrenza, meno giustizialismo e più giustizia, meno improvvisazione e più competenza.  Aggiungo meno grillini e più piddini. Conte si prenda i meriti della gestione della pandemia e si accontenti di essere stato una meteora nel cielo del successo. Lasci le decisioni importanti a chi ne capisce di più. “No presidente, se lei fallirà, non va a casa solo lei, andiamo a casa tutti”. E’ suonata come un’ultimatum la frase di Bonomi.

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Conte BisConte…l’opinione di Rita Faletti

postato il 25 settembre 2020 ore 12:10

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Il premier Conte, stando ai sondaggi che misurano il consenso popolare dei personaggi politici se la cava piuttosto bene. Tutto è iniziato quando ha scelto di rappresentare se stesso come l’avvocato del popolo. Gran pensata in un momento di massimo livello di intossicazione dell’opinione pubblica.  Non era mai successo che un primo ministro dichiarasse l’intenzione di prendere le difese del popolo, come se il popolo, nella veste di vittima designata di ingiustizie e angherie, fosse la parte buona da difendere a prescindere. Non è servito appiccicargli l’etichetta “populista” perché se l’è appiccicata da solo, in conformità con l’afflato populista dei due giannizzeri che ne controllavano ogni mossa e parola. Faceva una certa pena il malcapitato Conte preso in mezzo tra Di Maio e Salvini, eppure, a ripensarci, non appariva affatto imbarazzato o a disagio in quello scambio di ruoli. Pazientava, osservava e imparava aspettando il momento del riscatto e della vendetta.  Il leader della Lega non ha tardato a soddisfarlo e chi ne è stato testimone ricorda con rinnovato entusiasmo l’affondo del premier e la reazione di Salvini all’inaspettato e preciso colpo di sciabola. Mossa molto apprezzata dai grillini che se la ridevano e dai dem (alcuni già predisposti all’alleanza) ai quali Renzi stava preparando il piatto avvelenato.  A quel punto, Conte avrebbe potuto salutare tutti e lasciare di sé un bellissimo ricordo, come un campione dello sport che decida di ritirarsi dopo la performance più alta della sua carriera. Ha preferito rischiare (chi non l’avrebbe fatto?) e conservare lo scranno nel tempo in cui la competenza era sotto attacco, in nome del principio fallace enunciato dal comico delle stelle dell’uno vale uno, diventato uno vale tutti.  Di Maio, il più furbo dei grillini, ha recentemente precisato: “ma uno non vale l’altro”. Pensava a Crimi. Così, dalla sera alla mattina, da Conte a BisConte, il premier ha rivelato una inattesa abilità trasformista, passando con nonchalance da un’alleanza a un’altra di segno opposto.  Prerogativa del qualunquista che non avendo alcuna idea politica precisa, può sostenere questa o quella senza traumi, con la certezza che in quel groviglio di interessi personalistici, sgambetti e alleanze costruite contro qualcuno piuttosto che per qualcosa, modello politico ormai acquisito nel paese, basti sapersi muovere con passi felpati senza arrecare troppo disturbo a chi potrebbe metterti il bastone tra le ruote e adattando lingua e stile all’interlocutore del momento. Con un impegno costante ci si perfeziona fino a raggiungere forme di equilibrismo degne dei funamboli del circo. Fatto sta che come la pensi davvero Conte nessuno lo sa e forse a nessuno importa. Neanche a Zingaretti che di lui non voleva saperne e ha finito con il sostenerlo, più che altro per blindare un governo ectoplasma, ma l’unico possibile. Il pareggio alle Regionali, presentato dal Pd come una vittoria dopo il terrore della sconfitta, mette al sicuro il segretario e il premier e capovolge i rapporti di forza tra il Partito democratico e un Movimento frantumato ridotto allo sbando, ormai inesistente nel paese e dilaniato da risentimenti e rivalse interne. E Conte cosa farà? Si ricorderà dell’impegno preso con il popolo, nell’accezione più giusta di paese, o con il Movimento che l’ha portato a Palazzo Chigi? Perché è sotto gli occhi di tutti che i due impegni sono in contrasto tra loro: il populismo si è rivelato il peggior nemico del popolo e del paese. Rimarrà in bilico sul filo aspettando di vedere come andrà a finire prima di prendere una decisione o assisterà indifferente agli ultimi colpi di coda del grillismo? Zingaretti, ora che i rapporti di equilibrio all’interno della maggioranza si sono capovolti, ha avvertito: “Basta con la pigrizia. L’agenda di governo va cambiata, a partire dal Mes e dai Decreti sicurezza”. Il BisConte dimezzato non potrà traccheggiare e rimandare ancora. Dovrà riunirsi e scegliere con chi stare. Riproduzione Riservata

Chi ha vinto e chi ha perso…l’opinione di Rita Faletti

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G. Allevi

A bocce ferme e controllando i numeri definitivi  del voto di domenica e lunedì, il dato immediato è la vittoria del SI al referendum:  70 per cento gli elettori che ritengono sia importante avere un Parlamento meno pletorico. Ciò nondimeno, il 30 per cento dei NO mette in luce la necessità di considerare le ragioni nobili che hanno motivato quella scelta. Non il desiderio di indebolire il governo e in particolare il M5s promotore del taglio, o mandare a casa Zingaretti e Conte, ma il senso della realtà: non è un Parlamento ridotto nei numeri a lavorare con maggiore efficienza,  ma un Parlamento selezionato e competente, insieme al superamento del bicameralismo paritario che rallenta inesorabilmente l’approvazione delle leggi  in un tempo in cui tutto cambia con grande velocità. Zingaretti ha comunque assicurato che il Pd ha già pronta una proposta di legge costituzionale. Diverso è il significato dell’altra consultazione. Nel confronto tra centro destra-centro sinistra alle Regionali, oltre al fatto che il rapporto è 15 a 5, il dato rilevante non è la sconfitta di Susanna Ceccardi in Toscana, la regione chiave che i dem temevano di dover consegnare alle destre, ma la sconfitta di Salvini. Una sconfitta che pesa e fa presagire ulteriori batoste. Malgrado la prudenza del Capitano ormai ex, di evitare l’errore commesso in Emilia-Romagna di mettere in ombra la candidata durante la campagna elettorale e malgrado Ceccardi sia molto più preparata di Borgonzoni, credo che molti toscani abbiano preferito la strada vecchia. E’ più di un anno, prima ancora che decidesse di lasciare il governo gialloverde per i pieni poteri, che Salvini non ne imbrocca più una. E forse la prima mossa sbagliata è stata il volersi alleare con un Movimento che se lo tocchi ti contamina. La Lega al 17 per cento dal 4 che aveva è stato merito indiscusso di Salvini, che, irretito dal consenso, ha cercato di strafare.  Avrebbe continuato a crescere, più lentamente ma inevitabilmente in un momento di grande debolezza del Partito democratico. Ha preferito un’indigestione di bagni di folla, di insulsi selfie davanti a salsicce pizze pasta asciutta e cornetti, a danno del proprio fegato e dell’estetica che precede l’etica, e si è concentrato in modo paranoide sul tema immigrazione, affidando ai Cinque stelle lavoro ed economia. Il disastro non si è fatto attendere bruciando quella leggera crescita che era iniziata nei due precedenti governi. Ingordigia e stupidità non sono mai alleati del successo e prima o poi chiedono il conto. Ma Salvini è recidivo:  da sbruffone ha garantito il 7-0 e ha dovuto accontentarsi del pareggio. Ma c’è un’altra Lega, quella di Zaia in Veneto, che ha stravinto. Il governatore, al suo terzo mandato, è persona intelligente e moderata, si tiene lontano dal potere romano,  non ama i bagni di folla, non solo in tempi di pandemia, è schivo e non ama parlare. Se e quando lo fa, sa bene quello che dice e dove vuole arrivare. Rappresenta una Lega diversa, quella che governa con successo tanti comuni del nord. Del 75 per cento di Zaia non si è stupito nessuno. La gestione del Covid secondo le indicazioni del virologo Crisanti, la sanità territoriale efficiente, i  buoni risultati economici  hanno premiato un amministratore capace. I cittadini sanno distinguere e valutare, come è accaduto in Liguria, dove la ricostruzione in tempi record del ponte Genova San Giorgio ha favorito la vittoria di Toti. E’ stata la vittoria del fare sull’ideologia. Dal 2015 il Pd ha perso in quella regione  il 20 per cento dei consensi  e a nulla è servito presentarsi  con i Cinque stelle.  E’ per questo che suona irrealistico quello che ha dichiarato Zingaretti: “Se fossimo stati assieme avremmo fatto meglio”, perché è vero il contrario. Una conferma? La foto opportunity umbra seguita dalla sconfitta dei giallorossi. Il Pd ha vinto in Toscana dove è andato solo, ha vinto in Campania grazie a De Luca, il governatore che fa di testa sua, il politico vero che si ama o si odia, quello che minaccia il lanciafiamme contro gli spudorati senza mascherine e l’invio delle Forze dell’Ordine. Il governatore che da sindaco di Salerno aveva trasformato la città nella Salisburgo del sud. Il Pd ha perso le Marche dove Giorgia Meloni ha dimostrato che esperienza coerenza e tenacia alla lunga pagano. In Puglia ha vinto con Emiliano ed è stata la vittoria peggiore. Indole da soldato di ventura, commediante e voltagabbana, Emiliano ha raccolto attorno a sé un po’ di tutto, distribuito un po’ di tutto: promesse e soldi, e detto un po’ di tutto, anche che con questa vittoria della Puglia e di Conte, la sua regione aiuterà il paese a migliorare. Una vittoria indecorosa di cui il Pd non dovrebbe andare fiero. In conclusione, queste regionali hanno salvato la segreteria di Zingaretti e la poltrona a Conte. Ora i vincitori spieghino al paese, senza tanti tentennamenti e reticenze, che progetti  hanno e come pensano di realizzarli. Altrimenti sarà la vittoria di Pirro.SalvaSei loggato come Rita Faletti | Log out

Lo Stato mamma….l’opinione di Rita Faletti

postato il 13 settembre 2020 ore 19.13

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Dormi Amore La Situazione Non E’ Buona

La tenuta del governo si gioca su tre fattori. In ordine di importanza: scuola, referendum costituzionale, regionali. Il buon funzionamento della scuola è condizione imprescindibile per il buon funzionamento della società e della democrazia. Concetto condiviso dal governo che a sei mesi dalla chiusura delle scuole non sa come farà fronte a quello che potrebbe succedere da domani, lunedì 14 settembre, giorno fissato per la riapertura degli istituti scolastici. Arcuri ha puntato molto sugli avveniristici banchi a rotelle con sedie integrate (come sono stati scelti e quanto sono costati?) e i tecnici hanno dibattuto sul distanziamento  (un metro tra banco e banco o tra “le rime buccali”?)  termo scanner e mascherine, ingressi scaglionati, orari diversificati, trasporti a capienza massima consentita sui bus (80%).  Norme farraginose e poco praticabili, a detta di pediatri e medici. Ma i problemi non sono finiti qui. Il ministero dell’Istruzione ha un altro grattacapo non di poco conto: al nord ci sono le cattedre ma pare che molte rimarranno vuote: gli insegnanti del sud preferiscono rimanere dove sono. Possibile mandare al sud gli studenti del nord? Il quesito attende risposta dalla Azzolina, la persona giusta nel posto giusto, come ha detto di sé, che essendo siciliana forse li combinerà. Comunque, se da lunedì tutto andrà abbastanza liscio, il merito sarà di presidi e operatori scolastici, che hanno fatto il possibile con i mezzi a disposizione per tentare di assicurare il rientro in condizioni di sicurezza a 8 milioni di studenti. Gli operatori scolastici come gli operatori sanitari nella fase acuta della pandemia. In Francia le scuole hanno riaperto il primo di settembre e le chiusure per contagi sono lo 0,05 per cento del totale. Macron ha annunciato decisioni su base locale. In Germania, dove ai singoli Lander spettano diverse competenze sul piano normativo, compresa la gestione delle scuole, la campanella di inizio anno è suonata già in maggio. Come era prevedibile, il virus, che non ha risparmiato nessun settore, è entrato anche nelle aule, dove i contagi sono stati isolati e in alcuni casi hanno costretto alla chiusura temporanea.  Flessibilità è la parola d’ordine insieme a “niente panico”. L’Italia, paese di mammoni e adolescenti perenni , chiede a una classe politica di scarsa qualità e poche idee, di essere accudita, protetta e assistita. Richiesta che spalanca le porte al populismo, ormai presente in quote variabili in tutti i partiti che curiosamente si accusano l’un l’altro di esserlo, populisti, rifuggendo da quella definizione e al tempo stesso rincorrendosi per essere uno più populista dell’altro per scopi poco nobili: blandire e assecondare il popolo per comprarne il consenso.  Ben cento miliardi sono stati spesi in bonus e sussidi senza risolvere nessun nodo. Un governo di qualità e ministri seri e responsabili, invece di fare campagna elettorale vantandosi di come hanno gestito la pandemia, durante il lockdown avrebbero  avviato interventi di edilizia scolastica pesante per la messa in sicurezza del 40 per cento di scuole in condizioni precarie. Avere a disposizione banchi a rotelle non salva dal soffitto che crolla sulla testa.  Occuparsi di scuola, formazione e riqualificazione professionale, ricollocazione e reimpiego significa occuparsi di lavoro e occupazione. Quell’ingente somma di denaro, 100 miliardi di debito, speso in modo squilibrato dimostra quanto la classe politica sia irresponsabile e inadeguata a tirarci fuori dal pantano. Il mandato della Merkel sta per scadere. Bruxelles ha deciso di mutualizzare il debito assegnando ad ogni stato risorse in relazione alle necessità. Perché non usare lo stesso criterio sul versante politico? Merkel sarebbe un eccellente primo ministro e Conte potrebbe tornare a fare il suo mestiere.Salva

Macron difende vignette di Maometto…l’opinione di Rita Faletti

postato il 03/09/2020 alle 18.33

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Hallelujah

A Parigi è iniziato in questi giorni il processo più importante che sia mai stato celebrato al terrorismo islamico. Così importante da essere filmato integralmente per creare archivi storici. Sul banco degli imputati non gli assassini che furono presi e uccisi dalla polizia, i fratelli Kouachi, ma 14 imputati accusati di aver fornito sostegno logistico agli attentatori. Come tutti ricorderanno, cinque anni fa, nel gennaio del 2015, la furia integralista colpì con violenza inaudita la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.  Dodici vittime, corpi abbattuti come birilli dai proiettili scaricati con furia bestiale da due  kalashnikov e sangue ovunque. La scena di una carneficina rimasta incancellata nella memoria di chi si trovò in quella redazione dopo la strage. L’11 di gennaio due milioni di persone nella capitale francese e tre milioni e mezzo in tutta la Francia riempirono strade e piazze per condannare l’attentato. Je suis Charlie. Una marea umana che sfilava muta, profondamente colpita e inconsapevole di essere in parte complice di quell’omicidio. Quando una tragedia di quella portata si abbatte su di un paese, nessuno, né i cittadini né i politici né gli intellettuali hanno il diritto di chiamarsi fuori. I cittadini perché sono stati spettatori  codardi e silenziosi  dell’opportunismo  e del cinismo dei politici, i politici perché hanno blandito il moralismo pretenzioso e insulso di intellettuali abituati al plauso altrui e al comfort della propria indifferenza. La Francia ha forse dimenticato, ha voluto rimuovere, ha preferito rannicchiarsi su se stessa e fingere di ignorare le proprie responsabilità. L’avvocato di Charlie Hebdo è pessimista quando dice che la libertà ha perso e sul banco degli imputati non ci sono i colpevoli, ma la libertà di espressione, la regina di tutte le libertà. Il Figaro intitola l’editoriale “Charlie Hebdo, libertà o morte” e scrive che l’islam politico va di pari passo con la sinistra culturale, che “avanza sotto la maschera dei diritti umani e della lotta contro le discriminazioni”. La sinistra culturale. Ne sappiamo qualcosa? A farne parte a pieno titolo, la scrittrice Virginie Despentes, uno dei nomi più blasonati della letteratura femminile francese. “Ho amato quei ragazzi, ha scritto,  che avevano comprato un kalashnikov al mercato nero e avevano deciso di morire in piedi anziché in ginocchio. Li ho amati nella loro goffaggine quando li ho visti con le armi in mano seminare il terrore gridando: abbiamo vendicato il Profeta”. In un paese normale, una così dovrebbe essere ricoverata d’urgenza in un ospedale psichiatrico o finire dietro le sbarre per istigazione alla violenza.  Invece, nella  Francia delle liberté, dove negli ultimi mesi sono stati sventati  diversi  attentati,  esiste un “collettivo” contro l’islamofobia.  “La violenza ha messo le radici nel cuore della società” è stato  il commento rassegnato del procuratore dell’antiterrorismo francese.  Ma alla realtà desolante di una cultura ignobile che ritiene se stessa una guida illuminata e illuminante quando invece è la fotografia dell’ignavia e dell’ipocrisia, si oppongono “lo sberleffo, sempre politicamente scorretto, e  la dissacrazione talvolta blasfema” di una redazione che non ha rinunciato alle ragioni per cui è nata. “Non ci arrenderemo mai”.  Charlie Hebdo ha ripubblicato le vignette su Maometto, le stesse che l’avevano consegnato alla vendetta  dell’integralismo islamico. Questa volta però, il presidente Macron, rifiutandosi di seguire l’esempio di illustri quanto vili presidenti  e primi ministri che hanno censurato le scelte della rivista, ha impartito una lezione di libertà a quanti ne  vorrebbero la resa: “La libertà alla blasfemia è adeguata alla libertà di coscienza. Io sono qui per proteggere queste libertà” . Chissà cosa pensa  Papa Francesco che dopo la strage disse: “Se il dottor Gasbarri (responsabile dell’organizzazione dei viaggi del Papa) che è un mio grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma gli aspetta un pugno. E’ normale”. Non stupiamoci poi se per alcuni la normalità è violenza.

Referendum costituzionale…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 agosto 2020 ore 16.25

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Il 20 e il 21 di settembre in sei regioni si andrà al voto per eleggere i presidenti  di regione. Negli stessi giorni gli italiani potranno esprimersi  sulla riduzione del numero dei parlamentari  al  referendum confermativo che, come suggerisce il nome, servirà a confermare l’approvazione di una riforma costituzionale che in seconda deliberazione non è stata approvata dalla maggioranza dei due terzi dei voti al Senato. Il referendum non prevede quorum: vincerà la maggioranza dei voti indipendentemente dal numero di persone che si recheranno  alle urne. La vittoria dei  SI, che sembra scontata, porterebbe i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.Diventerebbero 6 i senatori eletti all’estero e 5 quelli a vita nominati dal presidente della Repubblica. Sarà ridotto anche il numero minimo di senatori per ogni Regione o Provincia autonoma, che passerà da 7 a 3, ad eccezione di  Molise  e Valle d’Aosta, rispettivamente con due e un senatore.  I 5s celebrano il risultato che avrà l’effetto di tagliare i costi della politica. Secondo i calcoli di Cottarelli  57 milioni di euro. Una cifra tanto modesta quanto irrilevante, una bazzecola confrontata alla massiccia e crescente spesa corrente in cui rientrano bonus e sussidi distribuiti a pioggia, con pesanti ripercussioni sul debito. Di Maio definisce la riforma “un grande salto per il Paese e per i cittadini” , di rincalzo il Blog 5s: “E’ un momento storico per il nostro Paese, avremo 345 parlamentari in meno e milioni in più da investire in servizi per i cittadini”. Un caffè a testa. Diego Fusaro ironizza: “Se lo fanno per i costi della politica la dittatura costa meno”. E  non poteva mancare la dichiarazione di Conte, sponsor della legge in due governi successivi: “Una riforma che incide sui costi della politica e rende più efficace il funzionamento delle Camere”. Appurato che l’entità del risparmio fa ridere i polli, sul funzionamento più efficiente non sembrano concordare esperti  e giuristi secondo i quali  la riduzione del numero dei parlamentari diminuirà la rappresentanza degli elettori, renderà i gruppi parlamentari più piccoli e facilmente controllabili da leader e segretari. Più in generale la riforma rischierà di allontanare ulteriormente l’elettorato dalla politica. Una voce per il No quella di Claudio Fava: “Parlare di risparmi perché si tagliano i parlamentari vuol dire offendere la democrazia che ha bisogno invece di non risparmiare sulla qualità delle proprie risorse, anche umane. Il taglio è un riconoscimento alla moda dei tempi, che pretende che ogni risparmio sulla politica debba essere benedetto dal consenso delle folle”. Sgarbi parla di “Parlamento stuprato”, De Falco, ex pentastellato ora nel Gruppo misto, vede nella riforma un affievolimento della rappresentanza parlamentare e della democrazia. E Calenda, sempre tranchant: “Parlate di taglio dei parlamentari come se la Costituzione fosse un regolamento di condominio”. Argomenti  che Zingaretti  e il Partito democratico condividevano,  quando votarono NO alle tre precedenti votazioni, salvo poi calare le braghe, come ha detto Mancuso, che osserva come il lungo tragitto delle leggi che viaggiano da Camera a Senato prima di essere approvate, non verrà eliminato, quindi sbagliato parlare di velocizzazione e di efficienza. E aggiunge: “Non si affronta il problema dei rapporti tra legislazione nazionale e quella regionale, che invece era presente nella riforma di Renzi  bocciata dal referendum”. In questi giorni, all’interno del Pd le perplessità riaffiorano creando divisioni e allargando l’area di coloro che vorrebbero tornare allo schema originario. Matteo Orfini ne spiega le ragioni. L’approvazione della riforma da parte dei dem  era precondizione per la nascita del governo giallorosso. Ma l’accordo con i 5s prevedeva che la legge fosse preceduta da meccanismi correttivi, tra cui la riforma della legge elettorale su base proporzionale con sbarramento al 5 per cento e la revisione di regolamenti e norme a garanzia del  funzionamento della rappresentanza  della popolazione e dei territori in Parlamento. Ad oggi, lamenta l’ex presidente del Pd,  nulla è stato fatto, il che legittima il NO alla riforma. Si potrebbe far notare a Orfini, che forse ha la memoria corta, che la concessione del suo partito ai grillini sulla riduzione del numero dei parlamentari  è segnata dallo stesso destino di una concessione precedente, quella sull’abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Anche allora il Pd pose una condizione: che la nuova abominevole legge fosse parte di una riforma più ampia che comprendesse  il processo penale.  Non è accaduto. Dunque? Il Pd si conferma  un partito dalla spiccata propensione masochistica. Ma stanno per arrivare i rinforzi:  le Sardine sono tornate. Giganteschi cartelli a forma di pesci con su scritti altrettanto giganteschi NO e la frase: “Democrazia e libertà non si vendono”. Auguri!

Scuola nelle nebbie dell’incertezza….l’opinione di Rita Faletti

  • 27 Agosto 2020 ore 13:22
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Baila Morena

Il mese di settembre sarà la prova del fuoco per il governo. A pesare sulla valutazione complessiva del governo Conte e della sua scombinata maggioranza sarà il 14 settembre, il  D-day della scuola, il giorno dell’apertura. Il ministro dell’Istruzione Azzolina l’ha promesso, ma “ la sicurezza sarà prioritaria”. Siamo contenti di sentirglielo dire. Se però le parole hanno un senso, quelle del ministro suonano come il periodo ipotetico del primo tipo: le scuole riapriranno se la sicurezza sarà garantita. Premesso che di sicuro c’è solo la morte,  chi più di lei, del Cts, dell’’Iss, del governo, dei  vari “tavoli” e dell’ impareggiabile commissario straordinario all’emergenza Domenico Arcuri è in grado di creare le condizioni perché le scuole siano luoghi accettabilmente sicuri? La domanda che ci poniamo  è:  riusciranno i responsabili della riapertura a fornire  linee guida agli istituti scolastici di ogni ordine e grado affinché vengano riprese le attività interrotte il 5 di marzo, adeguando quelle linee alle diverse realtà? Il governo  avrà provveduto a dotare le scuole degli strumenti e dei dispositivi indispensabili a limitare il più possibile il diffondersi  dei contagi in una popolazione che per la giovane età è spesso asintomatica? E nell’ipotesi, verosimilissima, che uno studente si scopra positivo al virus, quali saranno le misure adottate? Si manderà  in quarantena tutta la classe? E che ne sarà degli insegnanti di quella classe? Quarantenati  come gli studenti? E le classi miracolosamente Covid-free,  supponendo che ce ne siano ancora a qualche settimana  dall’inizio delle lezioni, potranno confidare in uno svolgimento regolare delle lezioni? Perché non è improbabile che il virus viaggi da una classe all’altra, complice l’intervallo che è una parentesi di viavai incontrollabile negli spazi comuni  e dentro e fuori dai bagni. Non dimentichiamo che ogni docente ha più classi. Quindi: ci saranno insegnanti  in panchina pronti a sostituire i quarantenati?  Come si capisce, un quesito ne chiama un altro, un dubbio ne suscita un altro. Una bozza del Ministero prevede 2 milioni di test sierologici volontari e gratuiti per personale docente e non,  test volontari a campione sugli studenti e test sierologici per tutto il personale scolastico all’inizio delle attività didattiche. Inoltre,  periodici test a studenti su base volontaria, gratuiti e da effettuare presso le strutture di medicina di base. La temperatura corporea degli alunni verrà misurata all’ingresso delle scuole e le mascherine chirurgiche saranno obbligatorie fuori dalle aule. Misure, tutte, decise dal Comitato tecnico-scientifico,  volte a verificare lo stato di salute rispetto al virus, affidare alle cure dei sanitari gli infettati e prendere le dovute precauzioni  per circoscrivere la nascita di eventuali focolai.  Misure utili ma insufficienti perché trascurano completamente la parte destinata all’educazione alla salute e ai comportamenti da tenere. Eppure un piano esiste ed è un Documento  dettagliatissimo di  150 pagine che costituiscono il Rapporto della Commissione Bianchi, dal nome del coordinatore del gruppo di 18 esperti, Patrizio Bianchi, ex rettore dell’Università di Ferrara, ordinario di Economia. E’ stata la stessa  Azzolina, ministro dell’Istruzione, a volere  fortemente quel  lavoro, benché poi non ne abbia tenuto gran conto, visto che la finalità del rapporto doveva essere promuovere una campagna civico-sanitaria, completamente ignorata. Il Documento è custodito in gran segreto, pratica non nuova dalle parti del governo che aveva fatto la stessa cosa con il rapporto del Cts che, grazie alla Fondazione Einaudi che ne ha chiesto la desecretazione,  Conte ha reso pubblico. E’ un dato di fatto che la trasparenza non è ritenuta un dovere da chi reputa che i cittadini siano importanti solo nel ruolo di elettori. Comunque, per tornare al Documento di cui sopra,  il professor Bianchi ha spiegato il motivo per cui Azzolina non pare abbia apprezzato il suo lavoro ed è facile comprenderlo anche senza l’ausilio della malizia: il rapporto contiene una parte che riguarda l’autonomia scolastica, che affida più poteri ai presidi e ai direttori scolastici regionali che conoscono bene il territorio. Non altrettanto si può dire dei politici. Il Documento, oltre alle strategie per aprire le scuole, prospetta soluzioni innovative, anche di tipo architettonico, che favoriscono scelte didattiche diverse in relazione alle situazioni. Bianchi ha introdotto il concetto di “scuola delivery”, che fa del fuori il dentro, con l’inclusione di strutture esterne e spazi aperte da vivere come classi. Se l’obiettivo è rinnovare la scuola adattandola a nuove e diverse realtà, bisognerebbe ricordare al burocrate Arcuri in qualità di supercommissario, che i banchi con le rotelle, a parte l’assurdità della scelta in tempi di epidemia, sono strumenti, che non vanno confusi con gli obiettivi.

Beppe Sala pensa a Roma…l’opinione di Rita Faletti

postato il 18 agosto 2020

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Beppe Sala e consorte
Danse De Mardi Gras

Roma-Milano,  l’eterna contrapposizione tra indolenza strafottente e pragmatismo efficiente. La magnifica capitale cui è bastato per tanto tempo mostrarsi a schiere di turisti ammaliati da tanta bellezza: ogni angolo un pezzetto di storia, di cultura, di potere. Un passato che risorge e diventa presente ad ogni passo e ad ogni movimento dello sguardo. Sarà per questo che il cinismo del romano doc lo rende impermeabile a qualunque critica, sarà per questo che sporcizia, rifiuti, autobus flambé, trasporti pubblici da terzo mondo, buche voraginose, metropolitane chiuse per anni, scale mobili con licenza d’uccidere, debito fuori controllo lo sfiorano non oltre la soglia di sopportazione. Poi c’è Milano, che da un passato di città provinciale e poco attraente, è diventata il centro produttivo del paese, il legame con l’Europa, la città dove gli stranieri scelgono di investire. Due capitali, due culture, due mentalità. E’ grazie alla natura tendenzialmente  menefreghista dei romani  che la Raggi ha potuto non governare e oggi annuncia che si ricandiderà. A Milano, se mai fosse stato possibile eleggere un sindaco del genere, la ricandidatura sarebbe stata giudicata una sfrontatezza. Preso in contropiede, Zingaretti  si è lasciato sfuggire una frase che di certo Virgy la pura e tanti grillini non hanno apprezzato. “Per i romani questa non è una notizia, ma una minaccia”. Stando a un recente sondaggio del Sole 24 Ore, Raggi è al penultimo posto come gradimento tra i sindaci italiani. E così, Zingaretti  rilancia “avremo il nostro candidato”.  E’ ottimista il segretario del Pd, come quando era stato costretto ad accettare il Conte bis con Conte primo ministro. Dalle parti di quel partito,  il pensiero è lento a carburare e una volta che si mette in moto “les jeux sont faits”. Allora via alla ricerca spasmodica di una candidatura che spiazzi l’alleato. Sassoli sarebbe perfetto. Volete mettere il presidente del Parlamento europeo con il sindaco di Roma? Ma l’interpellato risponde con ferma  gentilezza: “No grazie, come accettato”. Chi vorrebbe essere ingoiato dalle sabbie mobili della capitale? Poi Virginia, ovvero il nulla, gode di una certa benevolenza da parte delle sfere ecclesiastiche che ha avuto la furbizia di coltivare, piuttosto che tappare i buchi di bilancio e delle strade. Il direttore dell’Osservatore Romano si è espresso chiaramente : “Non è il caso di analizzare questi anni di amministrazione”. Appunto. Stendiamo un velo pietoso. E infatti, di pietas si tratta. Inoltre, e non è un caso, Virginia ha un rapporto privilegiato con Papa Francesco, il papa degli ultimi. Dunque, tra i cattolici che predicano la non belligeranza  in assenza  di alternative, la mancanza nel Pd di un candidato da opporre a quello dell’alleato di governo, l’atmosfera pigra da paese latinoamericano e la resistenza tenace di politici scafati e sgamati che non ci pensano nemmeno a cambiare le cose e per questo si tengono stretto Conte, Roma è destinata al solito tran tran. In attesa che arrivino i soldi del Recovery  per rimettersi gli abiti sfarzosi e un po’ pacchiani cosparsi di lustrini. E Sala allora? Il pragmatismo del sindaco di Milano, i rapporti internazionali, l’interesse per il green ancora prima che fosse di moda, il successo di Expo, la curiosità per ciò che accade fuori dei confini italiani, la voglia e il coraggio di rinnovarsi e rinnovare, che sarebbero utili alla Capitale e sposterebbero l’ago della bilancia verso le regioni del nord produttivo dove gli amministratori, che siano di destra, di sinistra, di centro o grillini non fa differenza perché la mentalità è la stessa,  a Roma sarebbe considerato uno straniero. Indesiderato  dalla compagine politica romana e dai cittadini.

Israele e Emirati Arabi si alleano…l’opinione di Rita Faletti

  • Agosto 15, 2020 – ore 14:15

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Eric Clapton

Dopo il primo significativo e criticatissimo passo compiuto da Trump nel 2017, quando il presidente degli Stati Uniti trasferì l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme con l’implicito riconoscimento della città come capitale di Israele, un paio di giorni fa è stato lo stesso presidente ad annunciare un evento di importanza storica rilevante: l’alleanza tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele. Nel  1979 l’Egitto, nel 1994 la Giordania, nel 2020 anche la federazione di Emirati cha affaccia sul Golfo Persico e ha per capitale Abu Dhabi, riconosce  lo Stato di Israele. Sorprende, l’evento, in quanto le due nazioni, non essendo confinanti, non avrebbero l’esigenza di coltivare relazioni di buon vicinato come invece è il caso di Israele, Egitto e Giordania. In realtà, la notizia, seguita da un tweet di Benjamin Netanyhau  che definisce l’alleanza “una svolta storica”, era  nell’ordine delle cose, il punto di arrivo di un percorso iniziato da tempo in sordina e nato da un programma di cooperazione nella tecnologia bellica e nell’intelligence.  Alla base del rapporto di collaborazione, un nemico comune: l’Iran e i suoi tentacoli su Siria, Iraq e Yemen, oltre che sul Libano attraverso Hezbollah. Recentemente, si è aggiunto un ulteriore motivo che consolida l’impegno di Israele ed Emirati a remare nella medesima direzione:  il contenimento della Turchia che mira ad espandersi  nel Mediterraneo orientale, preoccupando Israele, e in Libia, preoccupando gli Emirati. Il negoziato  cui sono giunti  Netanyhau e l’emiro Mohammed bin Zayed, del quale si fa sempre più fondata la convinzione secondo cui il capo di fatto degli Emirati sarà il leader più influente del mondo arabo,  è stato preceduto da incontri avvenuti  lontano dai riflettori e conclusisi con l’impegno da parte del premier israeliano di sospendere  l’annessione di alcuni territori palestinesi. Se infatti, di fronte alla decisione di Trump di spostare la capitale di Israele a Gerusalemme, gli Emirati Arabi Uniti, come altri stati arabi e a differenza dei paesi europei, non hanno fatto una piega, gli stessi avevano minacciato dure reazioni nell’eventualità che Israele  procedesse all’annessione. Ora il problema non esiste più. Ma quale sarà la risposta di un certo settore del mondo arabo all’alleanza degli Emirati con il “sionismo”? La cosa sarà giudicata un tradimento e scatenerà  lo sdegno da parte dei nemici tradizionali di Israele.  Primi fra tutti i palestinesi, i loro sostenitori arabi e quegli europei che non opteranno per il silenzio, e, va da sé, i gruppi estremisti che ce l’hanno fissa con l’eliminazione dei potenti, tra cui anche Mohammed bin Zayed, che sia o no alleato di Israele. Il logoro pregiudizio che identifica i potenti  con i corrotti, trasgressori delle leggi di Dio. Evidentemente gli Emirati non temono contraccolpi, avendo dalla loro l’Arabia Saudita che potrebbe anzi seguirli nel processo di normalizzazione nei rapporti con Israele. Poi ci sono gli Stati Uniti, antico alleato degli Emirati Arabi il cui ascendente sul presidente americano  ha fatto sì che Trump mollasse Al Serraj per sostenere Haftar  in Libia. L’amicizia di vecchia data con gli Stati Uniti  si era incrinata quando Obama decise di appoggiare le primavere arabe e soprattutto quando fu inequivocabile  che l’ex presidente americano stesse negoziando un accordo con l’Iran. Trump ha  rinsaldato  l’amicizia con gli Emirati e ristabilito il rapporto di fiducia reciproca con Israele. Oggi, gli Emirati, una distesa uniforme di sabbia puntinata da oasi e percorsa da nomadi, che tuttora  ne costituiscono una parte non minoritaria della popolazione, offrono al visitatore la vista di moderni quartieri direzionali e residenziali con giardini artificiali, grattacieli incredibili  ed eleganti shopping mall.  La prova tangibile che la ricchezza enorme proveniente dai giacimenti di petrolio e gas naturale è stata investita in programmi di sviluppo industriale, in infrastrutture, in tecnologia, nella produzione di beni di consumo,  nel turismo di lusso (là il turista è sacro e trattato con i guanti) e nel settore immobiliare aperto anche a capitali stranieri. Questo ha generato ricadute benefiche nel miglioramento progressivo delle condizioni di vita della nazione, con la prospettiva, non si sa quanto remota, che il petrolio un giorno finisca. All’alleanza tra Emirati Arabi e Israele si deve guardare con senso della realtà, liberi da insensati  ideologismi, vedendo in essa un chiaro patto a sfondo geopolitico e la premessa per un futuro di sperimentazione innovazione e ricerca a vantaggio della sicurezza e della stabilità economica di entrambi i paesi. Forse Israele ha girato definitivamente le spalle all’Europa, da cui ha ricevuto solo critiche vili e accuse di parte, per rivolgersi a una parte del mondo arabo refrattario agli ideologismi e deciso a costruire gli anni a venire con pragmatismo. E’ una conferma che quando gli obiettivi coincidono, le alleanze funzionano.

Venga fuori il colpevole….l’opinione di Rita Faletti

Postato l’11 agosto 2020 alle 20.17

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Tridico
Angel

Salvini, Di Maio e Crimi continuano a fare pressione perché tre deputati (due della Lega , uno dei 5s ) escano allo scoperto per aver approfittato del bonus di 600 euro per le partite Iva. Pare ce ne siano altri due, un terzo della Lega e uno di Italia viva che avrebbero fatto richiesta del bonus senza però ottenerlo. Il presidente della Camera ha esortato i deputati a chiedere scusa e restituire il maltolto. Di Maio, sempre in prima fila se c’è da farsi pubblicità, è stato più duro: i responsabili del comportamento che getta discredito sull’intero Parlamento si dimettano e si rendano noti i loro nomi. Ma la privacy non lo consente. Se è così, “ i 5s firmeranno la rinuncia alla privacy”. Di Maio sa sempre come farsi apprezzare dai suoi fan e tenta di conquistare il consenso anche tra chi è diffidente: “non si può imputare ai commercialisti un comportamento scorretto che dipende solo dal cliente. Un abbraccio ai commercialisti”.  Alé.  Tra i fruitori del bonus, l’Inps ha incluso assessori e consiglieri comunali che hanno  avuto il diritto di accedere ai 600 euro visto che non fanno parte della schiera dei politici che percepiscono 13 mila euro al mese. Giusto precisarlo poiché ieri l’emiciclo del Parlamento era in subbuglio per la “scandalosa” condotta di colleghi “mascalzoni” che avrebbero infangato la reputazione  del Parlamento. Esagerazione che non avrebbe  del surreale, se le nostre classi politiche si fossero distinte per essere sempre state al di sopra di ogni sospetto. Certo,  accaparrarsi una cifra piuttosto modesta e destinata a chi ha sofferto davvero durante la pandemia, è meschino  quando si ha molto di più del piatto pieno per 365 giorni l’anno. Però, chi ha scritto la legge non ha previsto discriminazioni: il bonus era usufruibile da chiunque avesse una partita Iva. Conclusione: o si è sorvolato sul principio di selezione, o la legge è stata scritta male. Non è una novità in un paese in cui la burocrazia è tra le più inefficienti al mondo, come ha evidenziato Rampini nel commentare la cosa. “Andiamo a caccia di chi scrive le leggi, ha aggiunto, si può fare”. Negli USA, dove il giornalista vive, non vi è dubbio, in Italia si risolverebbe in una caccia dagli esiti sfortunati. Prendiamo ad esempio il tema trasparenza. Concetto che da noi collide con l’opacità sistemica in ogni ambito. Se ne parla e la si invoca ma si presenta con due strane facce: una è lo sputtanamento finalizzato alla demolizione del nemico attraverso la costruzione di notizie false spacciate per vere, l’altra è la commissione parlamentare d’inchiesta per far luce sulla verità.  Entrambe le versioni  portano lontano dagli obiettivi che pretendono di perseguire. Nel caso del bonus, la stranezza sta nel fatto che l’informazione è uscita a poca distanza dal referendum sul taglio dei parlamentari. Esortazione o minaccia a chi intendesse votare No?  Perché la considerazione banale ma fuorviante secondo cui  minore  il numero dei parlamentari, minori le mascalzonate, potrebbe fare presa sui votanti. Allora, chi può aver messo in giro l’informazione, se non chi è contro la casta. Ma quale casta? Quella dentro il Parlamento che prima era fuori? Rigurgito ghibellino che sa tanto di stantio. Eppure, chi, più di Tridico , presidente dell’Inps da cui la notizia è uscita, potrebbe avere più interesse a diffonderla? Ma Tridico si difende, mentre una parte del movimento  che gli ha assegnato quell’incarico afferma che la responsabilità è di chi ha scritto la legge, Pd e M5s. Non sarebbe comunque  la prima volta che il capo dell’Inps si trova in mezzo a un uragano. Chi ha buona memoria ricorda i dati farlocchi  da lui comunicati  sulla riduzione della povertà grazie al reddito di cittadinanza. In quell’occasione molti ne richiesero le dimissioni, come fa oggi Forza Italia, mentre Renzi accusa Tridico di essere totalmente impreparato e incompetente.  Guido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia,  si è detto sorpreso dell’efficienza dell’Inps nel procurarsi queste informazioni, contrariamente all’inefficienza dimostrata nel pagare i soldi della cassa integrazione. Supposizioni e considerazioni a parte, non serve essere clamorosamente intelligenti  per vedere nel grillismo un movimento antitetico alla ragione per costituzione, quindi  incompatibile con la realtà e con il pragmatismo che la realtà impone. Basti pensare che la Raggi si è ricandidata a sindaco di Roma.

Emmanuel Macron ovvero la lungimiranza….l’opinione di Rita Faletti

postato l’8 agosto 2020

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Mark Kopfler

E’ la politica estera a stabilire l’autorevolezza di un paese e il prestigio di un capo di stato è il risultato di una conquista sul campo.  Ha dimostrato di saperlo il presidente della Repubblica  francese Emmanuel  Macron che giovedì scorso, impedendo ad altri di rubargli la scena, primo capo di stato dell’Unione europea  è  atterrato a Beirut a due giorni dall’esplosione apocalittica che ha devastato la zona attorno al porto della capitale libanese. Insieme all’aereo presidenziale sono atterrati due aerei militari con il personale dei ministeri dell’Interno, della Salute e degli Esteri e 20 tonnellate di materiale sanitario. Con la propria presenza, Macron  ha voluto manifestare  la solidarietà della Francia e l’impegno a fornire tutti gli aiuti necessari  e nel contempo farsi  portavoce della “mobilitazione internazionale”.  E’ stato accolto dal suo omologo Michel Aoun  e da una folla riconoscente che ha continuato a gridare la propria rabbia contro il regime chiedendone la cacciata. Il Libano è in preda a una  crisi economica iniziata negli anni della guerra civile, terminata 30 anni fa, e mai superata nonostante gli aiuti dei paesi stranieri e del Fondo monetario internazionale.  La corruzione dilagante e un governo inefficiente hanno impoverito ed esasperato la popolazione ormai  ridotta allo stremo. Le manifestazioni di piazza si susseguono e le proteste si fanno sempre più accese. A Beirut,  Macron ha messo su un piatto della bilancia l’aiuto immediato a un paese al collasso, ma ha chiarito che si aspetta di vedere sull’altro piatto una serie di riforme che una situazione ormai degenerata impone. “Questa classe politica non riceverà un assegno in bianco”, ha dichiarato. Il presidente francese parlando per sé ha anche espresso la volontà degli Stati Uniti, di Israele e delle forze liberali e democratiche occidentali  che chiedono  il disarmo di Hezbollah, l’ampliamento del mandato di Unifil e il controllo da parte dell’Onu del porto e dell’aeroporto di Beirut, strategici per l’ingresso di Siria e Iran nel Mediterraneo. Un Libano inesistente politicamente nel cui governo, accanto ai cristiani maroniti, ai sunniti e agli sciiti siede il partito di Hezbollah, milizia e braccio armato degli ayatollah, sarebbe funzionale al raggiungimento di quell’obiettivo. La distruzione di Israele è parte del piano concepito dal mondo sciita al fine di allargare la propria influenza  anche nel Mediterraneo, dove attualmente  hanno campo libero  e si scontrano gli interessi di Putin e Erdogan in Libia, grazie a un’Europa inerme e a un’Italia alla quale Trump aveva affidato la gestione dei rapporti con quel paese.  Niente è stato fatto dal governo italiano, a parte le solite chiacchiere e, a un certo punto,  perfino l’incertezza sulla scelta di campo, Al Serraj o Haftar? Tutto a svantaggio delle relazioni diplomatiche con il nostro dirimpettaio africano, come emerge in questi giorni a proposito del problema immigrati, e a conferma della sciatteria italiana in politica estera. Al contrario della Francia che si è schierata con il generale Haftar, quindi con la Russia contro la Turchia che invece sostiene Tripoli. E non è casuale se ricordiamo che fu proprio Macron all’ultimo G7 a caldeggiare la riammissione della Russia nel gruppo dei 7. E ancora, non trascuriamo il fatto  che Erdogan è il paladino dei Fratelli musulmani, che l’Arabia Saudita, cui la Francia è vicina,  vede come il fumo negli occhi. Fratelli musulmani legati, a loro volta, a Hezbollah. E per tornare al presidente francese, molto attivo in Europa e non solo, si deve aggiungere che è  lo sponsor di un asse composto da Grecia, Egitto, Cipro e Israele, che comprende anche la realizzazione del gasdotto EastMed per costituire un blocco di interessi del fronte anti-Ankara. Tutto si lega. Il che non sfugge al dinamico e lungimirante inquilino dell’Eliseo, per cui non è azzardato dire che si è aperta in Europa l’era macroniana.

PD in bamba…l’opinione di Rita Faletti

postato il 4 agosto 2020

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Moby ZaZa
Titanic

A un anno dal Papeete e dal mojito, diventati metafore di  Salvini e usate oltre che da commentatori e avversari politici, anche da coloro che hanno governato con lui nella catastrofica stagione  gialloverde, è venuto il momento di fare un bilancio sui risultati raggiunti dal Pd. Dei grillini non c’è più molto da dire se non che hanno dovuto normalizzarsi al punto che i senatori del Movimento hanno dato il benservito a Davide Casaleggio e alla sua piattaforma come strumento di comunicazione e discussione politica. Rimane qualche intignamento, sul Mes per esempio, ma vedremo come andrà a finire, tra baruffe e contrasti interni. Durante la convivenza giallorossa, è però successo l’inevitabile: il Pd ha dimenticato il progetto riformista ed è tornato all’assistenzialismo di stato. Calenda lo aveva previsto e se n’è  andato in tempo.   Oggi, le critiche del fondatore di  Azione si estendono alla mancata gestione, da parte del Partito democratico, dei flussi migratori. Sulla questione, i dem non sanno che pesci prendere, tra gli strepiti di Saviano, le braccia aperte di Orsini, la solita retorica guasta della solidarietà e il senso della realtà che imporrebbe misure strutturali, non toppe provvisorie che peggiorano la situazione. Nel 2015, Renzi ottenne da Bruxelles  un po’ di flessibilità nei conti italiani in cambio dell’accoglienza indiscriminata a chi fosse sbarcato sulle nostre coste. Un errore vistoso: nel 2016 arrivarono più di 180 mila migranti tra le critiche accese dell’opposizione, le proteste e la rabbia di chi ne faceva le spese vivendo già situazioni di precarietà economica e insicurezza. Nel 2017, con il governo Gentiloni,  arrivava al ministero dell’Interno Marco Minniti. Per la prima volta il termine emergenza riferito ai flussi migratori fu abolito. Il ministro spiegò che erano necessari  misure organiche e provvedimenti  efficaci, che l’accoglienza ha un limite oggettivo nella possibilità di integrazione, che la mancata integrazione porta al terrorismo, che non tutti hanno il diritto d’asilo e per essi  c’è il rimpatrio, che la rabbia e la paura attraversano il mondo e non si può fingere che non ci siano. Minniti andò in Libia e costruì una rete di rapporti con le autorità locali e le tribù di quel paese e concordò  misure volte ad impedire le partenze, aprire corridoi umanitari e costruire in Libia un centro di raccolta sotto il controllo dell’Onu. In quell’anno furono 20 mila i rimpatri e gli sbarchi diminuirono drasticamente. Un successo per alcuni, un crimine per i soliti ipocriti che dietro il buon cuore nascondono l’incapacità di assumersi  la responsabilità di decidere e il timore di essere tacciati di xenofobia e razzismo. La fortuna di avere un pezzo da novanta tra i ministri del governo,  si trasformò in ridicolo senso di colpa. Ci fu addirittura chi definì  Minniti mezzo-destro. Il partito degli addormentati  ignorava che sarebbe arrivato qualcuno a cacciarli e fare dell’immigrazione il proprio cavallo vincente. Eppure, nonostante un’esperienza di governo consolidata, presidenti di regione e sindaci capaci, il partito di Zingaretti sembra piantato in mezzo alla palude, imbambolato e privo di slancio vitale e idee.  Il Pd continua a ripetere gli stessi sbagli: confida nel miracolo che i problemi si risolvano da soli, basta aspettare, e si rianima quando gli giunge qualche buona notizia: la complicata e difficile  posizione  del governatore della Lombardia e il processo a Salvini, grazie  all’inaspettato sì di Renzi all’autorizzazione a procedere.  Chissà che non riusciamo a liberarci definitivamente della Lega senza  muovere un dito, pensano,  fiduciosi che saranno i giudici a fare il lavoro sporco. La strategia attendista non funziona però se applicata all’immigrazione. Come ogni estate succede, gli sbarchi sulle coste italiane si sono intensificati. Tra i migranti, i più numerosi  sono tunisini, spinti a partire dall’instabilità politica del loro paese. Arrivano ora dopo ora a ritmo serrato e vanno a riempire gli hotspot di Lampedusa, sempre  sul punto di scoppiare malgrado il continuo turn over.  Alcuni scappano e quando vengono riacciuffati si scopre che sono positivi al Covid. Così,  al problema immigrazione  si aggiunge quello sanitario che il governo spera di risolvere mettendo a disposizione due navi-quarantena, il cui affitto costa allo stato 4 milioni per tre mesi ; mentre di circa 5 mila euro è il costo mensile per ogni immigrato. Vuoi vedere che i 37 miliardi in più del  fondo Recovery  erano stati previsti  per l’accoglienza? E poi, possibile che a Conte non sia venuto in mente di nominare, in aggiunta alle 40 task force, una che si occupasse di immigrazione?

I camici di Fontana..l’opinione di Rita Faletti

  • Luglio 30, 2020 – 23:08
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Fontana
Don Raffaè

Caso Fontana: il governatore della Lombardia ha mentito. Ha parlato in Giunta, ha difeso se stesso e la propria onorabilità, ha ricostruito i fatti, alcuni li ha dimenticati, di altri ignorava l’esistenza, ha dimenticato date e ha pasticciato con il risultato di aver dato di sé la triste immagine di un bugiardo mediocre. In tempi diversi,  la cosa non dico sarebbe passata sotto silenzio, questo mai trattandosi per di più di un esponente dello schieramento politico che scatena il tipico riflesso  pavloviano, ciò che proviene da destra è per definizione negativo,  ma avrebbe avuto minore risonanza e prodotto frasi di circostanza sempre attuali  “La magistratura indagherà e la giustizia farà il suo corso”  oppure, in alternativa, “Abbiamo fiducia nella magistratura”. E’ noto che politici e amministratori locali non sono nuovi  a comportamenti poco ortodossi che contrastano con il senso di responsabilità che si richiede a chi gestisce gli interessi degli amministrati. Ma in tempi di pandemia e proprio nella regione  con il numero di morti più alto che in qualunque altra parte d’Europa,  tutta la questione, dall’azienda del cognato ai denari di famiglia ai camici in parte trasformati in donazioni, da ordinaria in tempi ordinari, diventa grave. Non tanto per il conflitto di interessi, condizione piuttosto diffusa tra i funzionari pubblici , né per i soldi in un conto svizzero  ( rientrati nel 2015 con “voluntary disclosure”) che non costituiscono reato se regolarmente dichiarati, con la premessa che in Italia la ricchezza è vista più  come un crimine che come conseguenza naturale e premio al “hard work” secondo la  concezione protestante. Per fortuna non siamo in Cina o in Corea del nord e possiamo ancora tenere i nostri soldi dove ci pare a condizione di dimostrarne la provenienza.   Quello che invece stride è il business  dei  25mila camici destinati alla vendita a ditte private in un momento in cui era  prioritario difendere la vita delle persone e degli operatori sanitari in una regione martoriata dal virus. Come è motivo di perplessità la gestione della commessa di quei camici e di altro materiale sanitario senza  seguire le procedure amministrative, senza trasparenza e in un clima di improvvisazione  incompatibili con la conduzione della cosa pubblica. Le dichiarazioni di Fontana non stupirebbero se venissero dall’amministratore  inesperto e ingenuo di  un paesino ai confini del mondo. Ma è concepibile che il presidente di una regione importante, l’avvocato di un famoso  studio legale, possa inguaiarsi da solo, mentendo, anche inutilmente,  pur di salvare la propria onorabilità? Non l’avrebbe salvata dicendo la verità? Una verità  probabilmente  meno scandalosa di quanto la si voglia fare apparire con il fine manifesto di colpire un partito. La menzogna è affar serio. Per essere credibile deve creare l’illusione della verità, deve essere eclatante, folgorante, talmente inverosimile e straordinaria da sconfinare con l’opera d’arte. Una menzogna autentica richiede esercizio, oltre che talento e fantasia. Fontana non sembra esserne provvisto. Lo scopriremo  quando la giustizia “avrà fatto il suo corso”.

Politiche dal doppio binario…l’opinione di Rita Faletti

  • postato il 25 luglio 2020 – 19:24
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Tragedy

Di tanto in tanto dalla palude mefitica dei segreti  inconfessabili  degli stati, si alza una bolla di gas miasmatico che preannuncia l’emersione di  materiale infetto impossibile da nascondere. E si scopre che il marcio è molto più diffuso di quanto si sospettasse.  I primi ministri dell’Ue sono tornati nei loro rispettivi paesi soddisfatti dei risultati raggiunti. I quattro giorni e le quattro notti di passione trascorsi ai tavoli delle trattative sono stati ricompensati  dai bottini più o meno generosi  del Recovery fund  grazie ai quali avviare le operazioni di  “Repair, reform, recover” annotate nelle agende fitte di programmi da comunicare alla stampa ingorda di notizie e ai popoli messi  a dura prova dal provvidenziale virus, piombato, manco a farlo apposta, in un momento in cui l’economia era sufficientemente stremata da aver bisogno di qualche iniezione di quattrini freschi. Dunque, concluso il rituale delle gomitate, che volentieri  taluni  avrebbero trasformato in sgomitate, ognuno torna a casa a vedersela con le responsabilità che la mutualizzazione del debito comporta. Piani di rinascita che i paesi europei, Italia esclusa,  hanno già pronti, e proposte di progetti da presentare alla Commissione come condizione per l’accesso ai fondi. L’Italia, bravo Conte, riceverà più di tutti e più di quanto si aspettasse: 209 miliardi al posto di 172. Trionfalismi a parte, sarebbe però  interessante scoprire se tra i capitoli di spesa e le finalità comuni in capo all’Ue sia menzionata la voce “erogazione fondi a favore di organizzazioni non governative che svolgono attività destinate a cause benefiche”. E qui sta il marcio cui alludevo. Mi spiego. Milioni di euro vengono erogati ogni anno dai bilanci di alcuni stati a gruppi politicizzati che svolgono attività tutt’altro che benefiche. Le sovvenzioni  sono tenute  nascoste al pubblico e non ci sono documenti che espongano nel dettaglio i criteri con cui sono scelti i beneficiari delle sovvenzioni né che ne  riportino l’ammontare. Tra i paesi che si sa per certo  destinano soldi dei contribuenti a Ong che operano in Medio oriente, ci sono Olanda, Spagna e Italia. Gran Bretagna e Canada hanno già fermato tale spreco di denaro pubblico, seguiti dal governo dell’Aia dopo che il ministro degli Esteri olandese, Stef Blok, ha rivelato che il suo paese ha pagato gli stipendi a due terroristi coinvolti nell’omicidio di una 17enne israeliana uccisa da una bomba in Cisgiordania. Uno dei due figurava come contabile presso l’unione dei comitati del Lavoro agricolo palestinese. In realtà era comandante della cellula terroristica del Fronte popolare per la liberazione della Palestina a cui l’Olanda ha versato negli ultimi sette anni 20 milioni di dollari. Una vergogna che prova i legami tra terrorismo  e organizzazioni non governative che falsificando la storia e sfruttando il linguaggio peloso dei diritti umani  giocano un ruolo centrale nella campagna di demonizzazione e delegittimazione di Israele. Si tratta di organizzazioni  semi o para terroristiche a tutti gli effetti, in quanto, pur non avendo parte attiva in azioni terroristiche,  ma negando a Israele  il diritto di esistere e difendersi , spingono per la sua eliminazione. Anche certa  stampa si presta a questo sporco servizio circondando di un’aura di sacralità le Ong che alimentano l’odio anti-israeliano e contribuiscono  ad inasprire rapporti già tesi  in un’area incandescente, senza peraltro aiutare i palestinesi, sotto il controllo di Hamas, ad emanciparsi  dallo stato di dipendenza dagli aiuti internazionali.   D’altro canto sarebbe  ipocrita fare finta di aver dimenticato quanto Hamas dichiarò nel 2006 dopo aver sconfitto il rivale Al Fatah: “Il dialogo con Israele non è in agenda”. Nonostante quelle parole e gli attentati  che da soli bastano a chiarire le intenzioni di quel  gruppo terroristico, Il governo italiano e le autorità locali, pur sostenendo ufficialmente Israele e pronunciando parole di amicizia nei confronti di quello Stato, hanno continuato per più di dieci anni a utilizzare i soldi dei contribuenti  per foraggiare organizzazioni che fanno mostra di appoggiare il processo di pace e intanto stigmatizzano Israele. Un rapporto imbarazzante che segue un doppio binario e dà ragione a Israele che ha smesso di fidarsi di noi. Facile per gli israeliani accedere alle informazioni sull’argomento dei  finanziamenti alle Ong che operano in Palestina,  più complicato in Italia dove delle 20 regioni, 7 non permettono pubblico accesso ai dati. Sono Valle D’Aosta, Piemonte, Molise, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Come mai? Cosa si vuole nascondere?

Verso un futuro post-religioso…l’opinione di Rita Faletti

postato il 21 luglio alle 00:36

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Guaranì

Il fuoco che divampa nella Cattedrale dei santi Pietro e Paolo a Nantes distrugge irrimediabilmente il grande organo, ma non intacca la struttura grazie all’intervento tempestivo dei vigili del fuoco che Macron ringrazia.  Un attentato? Domanda rivolta a se stessi a mezza voce.  In Europa la Francia è il paese che ha subito il più alto numero di attentati terroristici, ultimo quello del 3 gennaio con l’accoltellamento di tre persone al grido di “Allahu akbar”. Il Covid ci ha fatto dimenticare che noi siamo gli “infedeli”, tra i bersagli preferiti  del terrorismo islamico. La paura del contagio ha cancellato quella del terrorismo, la preoccupazione per l’economia ha sospeso entrambe e chissà che occupazioni diverse dal preparare ordigni esplosivi o fantasticare su come eliminarci non abbiano tenuto  impegnati  i mestieranti del terrore. Magari qualcuno è anche morto. Magari. A interrompere questi pensieri  la notizia che l’incendio è doloso e che tre inneschi sono stati trovati in tre punti diversi all’interno della cattedrale. Dunque un attentato. Un simbolo della cristianità, un luogo di culto importante finora sopravvissuto alla chiusura per mancanza di fedeli  o di preti che dicano Messa, triste realtà diffusa  in tutta l’Europa occidentale, si presterebbe ad essere un obiettivo non trascurabile nei piani del radicalismo islamico. Poi ogni congettura decade e la polizia francese fa sapere che i sospetti cadono su un uomo, un volontario,  che aveva le chiavi della cattedrale ed era stato incaricato di chiuderla. Chi è l’uomo? Un rifugiato del Ruanda al quale era scaduto il visto di soggiorno e ha pensato bene di dare una bella lezione al paese che lo ha accolto. Un modo sbrigativo per convincere le autorità a rinnovargli prontamente il permesso. Quando, due anni e mezzo fa, una parte della cattedrale di Notre Dame a Parigi fu avvolta da un grave incendio legato ai lavori di ristrutturazione,  Papa Bergoglio  inviò un telegramma in cui si associava alla tristezza dei fedeli  e degli abitanti della capitale e di tutti i francesi.  Questa volta non si è ricordato di fare altrettanto. E’ vero che la cattedrale di Nantes non è così famosa, è vero che il Papa è più anziano di allora e qualcosa può sfuggirgli, è vero che la situazione mondiale lo affligge oltremodo,  ma una parola per i fedeli di Nantes da parte di un pontefice che predica la solidarietà e il dialogo con tutti sarebbe stata doverosa. Ma è anche vero che in questo caso l’incendio è stato volontario e Bergoglio non avrebbe potuto astenersi dal condannare il gesto e con il gesto il suo autore. Impossibile. L’autore è un profugo e profughi e migranti hanno una posizione privilegiata nei pensieri del papa. Simpatia per i cinesi “Mi piacerebbe andare a Pechino, io amo la Cina” , dolore per la decisione di Erdogan di trasformare la chiesa di Santa Sofia in moschea,  vicinanza alle amate popolazioni dell’Armenia e dell’Azerbaigian. Sarebbe il segno di una pretesa arrogante chiedere a Bergoglio, in quanto  massima autorità della Chiesa cattolica, di difendere con convinzione  i cristiani e l’identità della fede cattolica? Purtroppo,  in tempi di post-modernità, sono il sincretismo religioso, il misticismo fai da te, l’ecumenismo vuoto, il falso multiculturalismo, il relativismo confuso con la tolleranza a trionfare. E  proprio nel relativismo, Joseph Ratzinger, considerato da molti l’ultimo Papa d’Occidente, aveva previsto la causa del declino di questa parte del mondo e dei suoi valori. “Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento”. Era il 2011 e oggi la realtà conferma il potere profetico di quelle parole. Siamo nel 2020 e la sfida del  laicismo ai valori tradizionali della fede e della cultura cristiane ha vinto. Si voleva un cattolicesimo remissivo, piegato, sconfitto e marginale. E’ sotto i nostri occhi. La modernità esulta nella frase di Monica Cirinnà:  “Dio, patria e famiglia. Che vita di merda!”  Ed io non posso che constatare l’abisso tra il pensiero di un Papa gigantesco e il grido di libertà di una caccola.

Governo in stato confusionale…l’opinione di Rita Faletti

postato il 14 luglio 2020 ore

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Alcuni ponti e viadotti crollati negli ultimi anni

Settimana impegnativa per Conte e per l’esecutivo.  Dopo quasi due anni dal crollo del ponte Morandi,  il Cdm  slittato alle 22 di questa sera, dovrà finalmente prendere una decisione sulle concessioni  ad Autostrade per l’Italia (Aspi), la società che  Atlantia, holding della famiglia Benetton, controlla per l’88 per cento. Sembra trascorsa un’era geologica da quando l’ex ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, promise con l’avventatezza di chi non conosce il diritto e da una prospettiva viziata dall’ideologia, che avrebbe revocato la concessione ad Autostrade. Da allora nessun accertamento delle responsabilità e nessuna revoca.  In cambio abbiamo imparato che è canonico dei grillini promettere e non mantenere, parlare e non fare. Dunque,  il governo Conte revocherà davvero la concessione ad Autostrade?  Il presidente del Consiglio ha tirato fuori l’anima grillina quando ha dichiarato che non è accettabile farsi prendere in giro da chi è responsabile di una tragedia, con   riferimento  alla proposta ritenuta irricevibile fatta dalla società. Nei piani di Conte c’è un fine preciso: assicurarsi lo scalpo dei Benetton costringendoli all’uscita totale dal capitale di Autostrade. E’ quello che vogliono i pasdaran pentastellati- Crimi in mascherina: “Non arretreremo”- e la sinistra del Pd. E Zingaretti? Il segretario  auspica un assetto societario che veda lo stato al centro di una nuova compagine azionaria. Come dire ingresso di Cdp e altri gruppi  in Aspi. All’orizzonte uno Zinga pronto a cedere.  Di diverso avviso Italia Viva. Renzi  si dimostra cauto e per niente interessato a placare o strumentalizzare la rabbia che i grillini assecondano. Le sue preoccupazioni toccano aspetti reali: manutenzione, investimenti sulle reti autostradali, difesa dei posti di lavoro.  All’incirca quanto offerto da  Autostrade nella trattativa con il governo: indennizzi a Genova, maggiori controlli sulla rete, manutenzione straordinaria, accelerazione sugli investimenti, abbassamento del  5 per cento delle tariffe e un aumento di capitale di 3,4 miliardi, cifra chiesta dal governo. Ma a Conte non basta. Gianni Mion,  presidente di Edizione, holding dei Benetton a cui fa capo il 30% circa di Atlantia, ha detto di comprendere la posizione del premier, ma ha aggiunto: “E’ nostro dovere difendere le due aziende, Aspi e Atlantia, e i loro dipendenti, finanziatori e azionisti”. Esattamente ciò che Conte trascura, oltre alla questione della penale da pagare alla concessionaria, ridotta da 23 a 7 miliardi, forse, e al carattere espropriativo che assumerebbe il passaggio della gestione ad Anas in assenza di indennizzo. La revoca della concessione ad Autostrade provocherebbe  l’effetto default (19 miliardi) con serie conseguenze  sui mercati obbligazionari e bancari europei  essendo, la maggior parte del debito, costituito da titoli detenuti da investitori internazionali. Ricadrebbe sugli azionisti di Atlantia, tra cui il fondo sovrano di Singapore, e di Aspi, uno dei quali è il fondo cinese Silk Road. Il futuro della compagnia autostradale coinvolgerebbe inoltre i suoi soci stranieri:  industriali tedeschi e Allianz. Anche di questo Merkel e Conte hanno parlato durante l’incontro di ieri oltre che del Recovery fund.  E non vanno dimenticati  i  17mila piccoli risparmiatori che hanno in mano obbligazioni retail Aspi per 750 milioni. Perché prendersela anche con loro?  E se, per capirne di più,  volessimo risalire indietro nel tempo, scopriremmo che i rapporti tra concessionario e concedente (Autostrade e ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) sono stati all’insegna della mancanza di trasparenza al limite della legalità e in spregio ai principi di concorrenza e libero mercato come evidenziato alla fine del 2019 dalla Corte dei Conti. Logica deduzione:  le responsabilità non stanno solo da una parte. Palesi le inadempienze  del gestore rispetto agli investimenti: a scadenza della concessione (2038) sarebbero dovuti essere di 22,8 miliardi mentre a tutt’oggi  ammontano alla metà. Le ragioni? Quelle riportate dalla società e condivise  dal Mit stesso: le incertezze normative e gli abnormi tempi di approvazione dei progetti. Del che nessuno dubita sapendo bene come funzionano o non funzionano le cose in Italia, dove la catena del potere è opaca, le responsabilità mal definite  e la burocrazia lenta e tortuosa. Ma purtroppo, la politica italiana opta ogni volta per soluzioni semplici e fallimentari a problemi complessi  che richiederebbero intelligenza e visione. Un esempio? Affidare ad Anas, che ha già in gestione il monitoraggio di 5mila viadotti e 29mila chilometri di strade, il controllo di altri 3mila chilometri, considerando i mediocri risultati conseguiti:   28% di viadotti monitorati e  0% della rete stradale. Eppure, dal 2016 al 2020 il Mit aveva garantito fino a 29,9 miliardi per manutenzione, monitoraggio e messa in sicurezza, e nel biennio 2019-2020 altri 2,7 miliardi. E’ una conferma dell’inefficienza atavica dello Stato, che non sa fare lo Stato, figurarsi se è in grado di sostituirsi all’impresa.  Governo in stato confusionale…l’opinione di Rita Faletti

“Quella chiavica di Berlusconi”…l’opinione di Rita Faletti

per un pugno di dollari

postato su Rtm l’8 luglio 2020

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E. Morricone

L’essere umano non è mai innocente, solo in casi rarissimi, men che meno quello che si si atteggia a puro tra i puri, onesto tra gli onesti (onestà-tà-tà), giusto tra i giusti. Dall’ultimo dei poveracci al primo dei potenti, nella propria storia  ognuno ha qualcosa di cui vergognarsi. Poi è sempre una questione di come sei, del tuo rapporto con la coscienza  e di come vuoi apparire agli occhi degli altri. Dall’autoconvinzione all’autoinganno, il processo, breve o lungo che sia, conduce quasi sempre all’autoassoluzione. E’ più difficile  ammettere la responsabilità delle proprie colpe che continuare a commetterne per assuefazione o per coprire quelle precedenti.  Per fortuna esiste una professione,  oltre a quella del prete ma con funzioni diverse, che  ha una notevole dimestichezza  in fatto di colpe, condanne e assoluzioni, e interviene a mettere ordine nelle  disordinate relazioni umane: quella del magistrato. Con scrupolosità deontologica, irreprensibilità di comportamento e imparzialità di giudizio. Se non fosse che dietro la professione c’è l’uomo con le sue ambizioni, il suo narcisismo, la sua mancanza di scrupoli, né più né meno simile ai propri simili. Non occorre citare Palamara  per dubitare della superiorità antropologica dei magistrati, una pia illusione o una  falsa credenza, dipende,  e del rigore morale che dovrebbe essere l’essenza stessa del potere giudicante. Il problema è che la promiscuità contamina, irretisce, corrompe. L’esercizio della giustizia esige solitudine: una condizione vicina a quella dell’anacoreta, ma necessaria ad evitare qualsiasi occasione di commistione con altri poteri come la politica e la stampa. Il circo mediatico giudiziario che dalla cupa stagione di Tangentopoli  si esibisce in questo Paese, ha  trasformato una repubblica parlamentare in repubblica delle procure. Ai magistrati, unici a godere dell’immunità, sono state consegnate  le chiavi delle decisioni politiche e l’incarico di eliminare l’avversario per l’incapacità di batterlo sul terreno politico. Tutto a scapito dell’indipendenza di giudizio che si dovrebbe pretendere da chi ha nelle proprie mani la vita o la morte altrui, perché tra la libertà e la sua mancanza c’è un abisso di disperazione che solo una fibra forte è in grado di sopportare.  Un giudice dovrebbe essere “la bocca della legge” (Montesquieu) e agire nel rispetto della difesa dell’indagato. Lo fa se l’indagato appartiene al suo stesso circo. In caso contrario,  addio Montesquieu! E  se l’indagato risponde al nome di Silvio Berlusconi  proprietario di Mediaset , non importa se dal ’94 non rivestiva più cariche all’interno dell’azienda,  un “plotone di esecuzione” lo caccia dal Senato della repubblica, lo sanziona pesantemente, lo umilia assegnandolo ai servizi sociali, con l’accusa di frode fiscale perché  “non poteva non sapere”. Questo il criterio per poterlo condannare. La sentenza, sette anni fa,  è stata il coronamento dell’accanimento persecutorio e politicizzato contro il capo dell’opposizione, una sentenza “politicamente indirizzata che dimostra che gran parte della magistratura è marcia e che lo stato di diritto è stato travolto dalle trame di un potere esterno e incontrollato che agisce fuori della legalità”. Parole di Piero Sansonetti che confermano vecchie certezze:  i legami oscuri di alcuni politici con una parte della magistratura. Viltà e complotto. Berlusconi trattato come Al Capone, giudicato colpevole in via definitiva da chi avendolo definito “una chiavica” giurava “se mi capita gli faccio un mazzo così” . E il mazzo glielo fece davvero quell’Esposito che presiedette  il collegio giudicante della Sezione feriale in Cassazione il primo agosto del  2013. “Una porcheria”, la definizione che emerge  nel corso della registrazione audio riportata dal Riformista di una conversazione con  Amedeo Franco, il giudice relatore della sentenza, deceduto un anno fa. Allora in molti sostennero  l’inconsistenza delle accuse  nate attorno alla teoria della “capacità a delinquere”,  formulata dalla procura milanese con il preciso scopo di cancellare per sempre  dalla scena politica un outsider  dalle idee liberali, colui che aveva introdotto l’alternanza al governo in un paese monopolista e statalista.  Diverse sono le anomalie che riguardano quella sentenza, “un ordine partito dall’alto”. Per citarne un paio, l’affidamento  alla Sezione feriale,  non alla Sezione tributaria che si occupa del  reato specifico di frode fiscale e  la telefonata di Esposito, mezz’ora dopo la sentenza,  al Mattino di Napoli per informare il giornale delle motivazioni della condanna ancor prima che venissero messe nero su bianco (“condannato perché sapeva”) . Il giornalista del Mattino, Manzo, racconta che registrò quella telefonata e l’intervista che Esposito si era affrettato a negare.  Dall’accusa pesante di  Franco  prendono le distanze Repubblica, famosa per le dieci domande quotidiane rivolte a Berlusconi, ovviamente il Fatto e un pezzo di paese. Tutti quelli che non intendono fare i conti con la storia perché dovrebbero rinnegare il contributo da essi dato perché venisse costruita secondo le loro convenienze. “Nessuno può permettersi il lusso di far finta di niente” ha detto Matteo Renzi, che sa bene cosa significhi tentare di incastrare chi è scomodo. Tanto per incominciare, servirebbe  ristabilire una buona volta  i confini tra politica e magistratura e separare le carriere tra magistrato giudicante e magistrato  inquirente.

Conte: un uomo, nessun uomo….l’opinione di Rita Faletti

postato il 2 luglio 2020

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Tristesse

Il Mes  rivitalizza l’attrito tra Pd e 5s, non più che un’alleanza parlamentare nata per mettere in sicurezza il paese contro i “pieni poteri” di Salvini.  Un movimento in cui ognuno va per conto proprio senza un’idea di dove andare ma con l’unico scopo di non scomparire- ne andrebbe  dello stipendio che nemmeno  i suoi elettori sarebbero disposti a corrispondere dovessero  farlo di tasca loro –e un partito, il Pd, al 22 e rotti per cento che di fronte all’ipotesi delle urne impallidisce. Ma che nell’esecutivo è l’unico, con Italia viva,  in grado di mettere in atto un piano per la ricostruzione del paese con i soldi che l’Europa solidale ha erogato perché vengano usati bene. E vorrei vedere che fosse il contrario: chi si limiterebbe a mettere a disposizione tanto denaro senza il vincolo di condizioni, anche stringenti? Chi, senza la definizione di  obiettivi  chiari e finalizzati all’attuazione di un disegno per il futuro del paese?  Certo non per garantire a una classe dirigente ritorni elettorali in cambio  di favori  a cortigiani ingordi e regalucci a cittadini pelandroni  e profittatori. La Commissione von der Leyen  sta cercando, con qualche risultato, di convincere i paesi frugali ad esserlo di meno. Ma c’è un punto sul quale  gli stessi  non sentiranno  ragioni: il monitoraggio costante di come i soldi verranno impiegati. Non solo legittimo, ma sacrosanto. E sul Mes, il presidente del Consiglio temporeggia, con la scusa banale che il nostro paese non deve essere il primo a chiederlo. Ma che significa? Perché non dice invece  che di quei soldi c’è bisogno? Perché non spiega che attingendo al fondo, 36 miliardi pari al 2 per cento del pil, pagheremmo interessi  irrisori (600 milioni in dieci anni) al posto dei  6 miliardi che ci costerebbe lo stesso prestito sul mercato? E che in Europa  l’Italia è tra i paesi a pagare  gli interessi più alti? Persino un grillino che fatica a distinguere  tra sovvenzioni e prestiti lo capirebbe. Il fatto è che da politico e primo ministro per caso, anche  lui pensa al proprio futuro e forse a come far digerire al reggente Vito Crimi e ai grillini renitenti  una misura pensata appositamente per  la sanità in tempi di Coronavirus.  A soffiare sul fuoco del rifiuto, sono anche Salvini e Meloni,  i quali, da antieuropeisti  per convenienza di coerenza,  speculano  su  un tema  dall’effetto  ulteriormente divaricante tra il Partito di Zingaretti e quello di Grillo, sperando di  spaccare il governo. Così, a forza di pregiudizi, ideologismi  e interessi di bottega,  si continua a fare muro contro le ragioni che spingerebbero ad accogliere questa opportunità unica.  Una somma, mai vista prima, di denaro subito disponibile da utilizzare nella sanità per spese  dirette, come dispositivi sanitari per i lavoratori, assunzioni di nuovi medici e infermieri,  ampliamento e rafforzamento dell’assistenza  di base su tutto il territorio nazionale,  e indirette, come distanziamento nei luoghi di lavoro, trasporto pubblico locale con più mezzi a disposizione e più viaggi, adeguamento dei mezzi agli standard di sicurezza. Oltretutto,  i 3,5 miliardi destinati dal governo alla sanità potrebbero essere deviati verso altre iniziative e progetti, come il piano Industria  4.0 del governo Renzi  proposto da Calenda,  o l’aumento del taglio del cuneo fiscale a favore di lavoratori e imprese. Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna e presidente della Conferenza delle regioni, nonché  espressione del  riformismo progressista del Partito democratico, ha detto, senza mezzi termini, che la sua regione saprebbe bene come spendere i soldi del Mes. Su quelle parole Zingaretti dovrebbe riflettere e cogliere l’avvertimento dietro  il significato letterale. Personalmente, credo che se nel braccio di ferro con i grillini perdesse, non sarebbero in molti a stracciarsi le vesti.

No allarmismo sovradimensionato, ma prudenza..l’opinione di Rita Faletti

postato il 29 giugno 2020

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Donne afghane si rinfrescano in riva al Panj nell’impossibile estate 2011

foto: G. Ruzza

Astor Piazzolla

“Andrà tutto bene” era l’esorcismo letto e ripetuto quando l’infezione da Covid imperversava nelle regioni del Nord. Un affidarsi alla speranza che la scienza e la medicina da una parte e l’obbedienza alle regole imposte dal lockdown dall’altra, potessero sbarrare la strada alla diffusione del patogeno. Fino ad un certo momento è stato così. Lo spirito di sacrificio di chi aveva ingaggiato un corpo a corpo con il nemico ignoto e la cautela di chi con apprensione seguiva da fuori, o per meglio dire da dentro, la lotta per la vita, hanno segnato un punto importante nella “missione” contro il male. Una battaglia vinta, perché la guerra, che prosegue in forma carsica e con alterne vicende in Europa, nuovi focolai in Germania, Francia, Spagna e anche Italia, e in Asia, Cina, Corea del sud e Giappone, con conseguente ritorno a misure restrittive, sarà vinta solo con l’arrivo di un vaccino. E’ quanto gli scienziati sostengono e razionale credere. Solo allora potremo dire, pur con qualche riserva: “E’ andato tutto bene”. Nel frattempo i contagi si sono notevolmente ridotti, non negli Stati Uniti dove in un solo giorno è stato raggiunto il record di oltre 40 mila infettati. Là la situazione sta seguendo il percorso inverso rispetto all’Europa e si sa che il numero ufficiale dei positivi è una minima parte di quello reale. Il picco è in Texas, dove le temperature non sono proprio autunnali e sembrano smentire la convinzione che il caldo contribuirebbe a spegnere la carica virale. E che dire della situazione drammatica in India? A metà giugno, per scongiurare la debacle economica, erano iniziate le riaperture. In questi giorni, la curva dei contagi in continua crescita ha costretto le autorità a mettere a disposizione 500 treni per i malati. In quel paese, morire per fame o per Covid non fa differenza. Il rigore ha premiato i paesi virtuosi, tra i quali l’Italia che, contemporaneamente alle graduali aperture, sta perdendo la memoria dei mesi trascorsi in reclusione e con occhi e orecchie puntati sui bollettini quotidiani delle infezioni e dei decessi. Spiagge straripanti di carne umana , corpi e teste indistinguibili gli uni dagli altri, incuranti del distanziamento e di qualsiasi precauzione sanitaria. Droplet che si mescolano e si appiccicano a lembi di pelle e ritagli di tessuto in un irrazionale e ritrovato ottimismo da manicomio in trasferta. Mascherine? Scomparse. Come scomparso, dileguato, forse mai esistito il Covid che in alcune regioni ha eliminato intere generazioni di anziani. Primitività degli istinti e azzeramento del senso estetico . Penso con una punta di ammirazione alle donne afghane che si bagnavano nelle acque del Panj, vestite di tutto punto con temperature impossibili… Relativismo delle civiltà… La vita prevale sulla morte. Giusto festeggiare la riconquistata libertà, che la recrudescenza del virus potrebbe revocare. Se Covid ha rallentato notevolmente la sua corsa, quegli scampoli di tessuto, all’inizio preziosi e introvabili, che coprono naso e bocca, laddove vengono usati dal 90 per cento dei cittadini-avviene nei paesi asiatici-dimostrano che l’infezione è per il 70 per cento meno mortale. Due scienziati hanno scritto sul New York Times che il virus è come un veleno: se ne inali una minima parte, le probabilità di ammalarti gravemente si riducono. Nel caso contrario, una polmonite interstiziale bilaterale può condurti alla morte. Il Giappone affida alla mascherina la principale funzione di protezione e, grazie alla tecnologia, ha messo sul mercato mascherine prodotte con tessuti supertech ultrafiltranti e lavabili. Il virus non è scomparso né è mutato. Circola ancora. Ascoltiamo con un orecchio solo e leggiamo con un occhio solo i commenti dei media che per puro sensazionalismo alterano le opinioni degli esperti mettendo in giro la favola che possiamo abbassare la guardia. Nessun esperto l’ha ancora detto.

In piena fibrillazione…l’opinione di Rita Faletti

..è ora di agire

  • Rita Faletti
  • Giugno 25, 2020 ore 13:47
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Nicola Zingaretti

Di promesse e parole ne sono state spese. Le sole che gli italiani memorizzano, vuoi per la congeniale tendenza a passar sopra alle cose che esulino dal proprio quotidiano, vuoi per noia e spirito di autoconservazione contro il profluvio di discorsi di politici logorroici, vuoi per riflesso della convinzione che “tanto non cambierà mai nulla”, le sole promesse e parole che gli italiani memorizzano attengono ai soldi. Quanti ne verranno elargiti per cosa e a chi, quanti dovranno essere sborsati sotto forma di tasse, gabelle e balzelli vari, nascosti o raggruppati dietro nuove denominazioni. E’ un fatto che nel Belpaese nessuno ama mettersi le mani in tasca per qualcosa che erroneamente ritiene non lo riguardi direttamente né migliori la propria situazione personale. Il defunto ministro dell’Economia Tommaso Padoa- Schioppa era diventato odiosamente famoso per la frase: “ Le tasse sono bellissime”. Da popolo individualista scarsamente dotato di coscienza civica e senso dello Stato, non consideriamo che i servizi fondamentali da esso erogati e di cui godiamo hanno un costo. Sanità, istruzione, ricerca, trasporti, oltre che gli stipendi dei dipendenti pubblici. Tutto dovuto a esborso zero? Su questo preteso diritto sono nate e si sono sviluppate le politiche assistenziali che hanno convinto molti aspiranti fannulloni a chiedere allo stato di essere mantenuti. Il premier Conte, che da difensore del popolo ed espressione di un movimento che dell’assistenzialismo ha fatto la propria bandiera, prima del Covid aveva dichiarato che il suo governo sarebbe stato intransigente in tema di reati contro il fisco. Oggi, con il difficoltoso riavvio di attività che il lockdown ha messo alle strette e con la cassa integrazione che non arriva, ci si aspettava che il premier decidesse per la sospensione della riscossione dei tributi per l’anno in corso. A conclusione degli Stati Generali , ha annunciato invece la riduzione temporanea dell’Iva. La misura è vista con diffidenza dal Partito democratico perché di scarso impatto e considerata troppo costosa dal ministro dell’Economia. Gualtieri pensa infatti a una riforma strutturale del Fisco. Anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dissente sul metodo imposta per imposta, poco efficace e in linea con la strategia dei mille rivoli , dei bonus e delle mancette. Serve una visione complessiva che sostenga un progetto univoco di ampio respiro. I Cinque stelle, al contrario, sono favorevoli alla proposta di Conte. Il motivo è facile da comprendere: misure isolate sono più semplici da far capire alla gente e assicurano un consenso immediato. Come i 500 euro di bonus (in totale 120 milioni di euro) per l’acquisto di bici elettriche e monopattini. A conclusione dei tre mesi di lockdown, con un’economia già in grave affanno prima della pandemia, il governo non riesce ad indicare una strada da seguire, non ha un piano per la rinascita del paese, stenta ad individuare le priorità degli interventi. Però, pensa di stimolare l’economia regalando soldi per andare in giro in bicicletta e riducendo contemporaneamente le emissioni di Co2. Sarà felice il ministro dell’Ambiente Costa, altrimenti noto come “Chance il giardiniere” dal film “Oltre il giardino” con Peter Sellers, in cui il protagonista diventa presidente degli Stati Uniti dicendo frasi come “prima vengono la primavera e l’estate, e poi abbiamo l’autunno e l’inverno, ma poi ritornano la primavera e l’estate”. Ragionamenti di spessore degni della parte grillina al governo, sempre vigile contro gli sprechi della politica ma munifico nei confronti del popolo elettore. E rimanendo in tema di denari, apprezzabili le parole di Conte a proposito del Recovery Fund: “ Quei soldi non saranno un tesoretto nelle mani dell’esecutivo attuale, né di quello che dovesse subentrare”. Di soldi ne arriveranno, si tratterà probabilmente di una cifra cospicua, non a fondo perduto, è evidente, ma ciò che conterà sarà come quella cifra verrà spesa. Esiste un progetto credibile da mettere in atto subito? Le categorie produttive saranno interpellate e coinvolte nel progetto? Gli investimenti in infrastrutture avranno l’importanza che meritano nella settima potenza industriale del mondo? Chi stabilirà il quanto e il come quei soldi verranno spesi? Un movimento né di destra né di sinistra, come ama definirsi, affascinato dalle dittature di stampo sudamericano, o un partito democratico con aspirazioni riformiste vicino alle socialdemocrazie occidentali? Dovremo assistere alla sottomissione di Zingaretti e del Pd a Conte e ai Cinque stelle? Quando finirà la quarantena del Partito democratico? Domande alle quali si potrebbe rispondere subito con un cambio di leadership. E’ quello che il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, ha proposto ricevendo dure critiche. Il mite Zingaretti, apparentemente privo di ambizione, senz’altro delle qualità che caratterizzano un leader, può competere con chi fa del presenzialismo la propria cifra? Il silenzio del Pd è la spia della rassegnazione e della subalternità a un alleato tanto aggressivo quanto inadeguato? A che scopo tenere in vita un governo sfilacciato e fragile? Più che un governo, serve un partito in grado di prendere decisioni forti e in fretta. Il Pd dimostri di non essere morto. Apra agli iscritti, convochi un congresso e indica le primarie. A meno che…non stia preparando il terreno per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. In tal caso, la bonarietà di Zingaretti potrebbe essere strategica. Un paravento rassicurante che copra il lavorio tutto interno al partito di chi aspira al Quirinale. Girano dei nomi e almeno uno deve risultare gradito ai Cinque stelle. A questo punto, un segretario con la caratura e il carisma di un leader sarebbero dannosi. E non è scontato, comunque, che non sia la destra a spuntarla. La partita è aperta. ritafaletti.wordpress.comSalva

Governo fase 3…l’opinione di Rita Faletti

  • Giugno 6, 2020 ore 22:10
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Conte

F. Guccini & i Nomadi -Auschwitz-

live..presente al club77 di Pavana (Sambuca Pistoiese)

Democrazia e dittatura. La pandemia di Covid e le diverse misure messe in atto per combatterlo, hanno indotto a confrontare due sistemi di governo antitetici e portato più di qualcuno a concludere che le limitazioni della libertà costituiscono la premessa necessaria alla sconfitta del virus. Imporre il lockdown è facile in un paese come la Cina, dove, malgrado la propaganda finalizzata a presentare al mondo un regime dittatoriale nella versione edulcorata del “soft power”, il capo del partito comunista non deve rendere conto delle proprie decisioni. Viceversa, la democrazia è un sistema complesso di pesi e contrappesi che sbarra il passo a chi aspiri ai “pieni poteri”. La democrazia, secondo Winston Churchill che di essa è stato l’ultimo salvatore, è un sistema fragile ma il meno peggio che esista. Se nel 1940 il primo ministro britannico Chamberlain non si fosse dimesso e Churchill non gli fosse subentrato , Hitler avrebbe continuato ad occupare gli stati europei uno dopo l’altro senza incontrare resistenza. Era mosso dalla certezza che battere le democrazie fosse uno scherzo. Ma non aveva previsto il caso di trovarsi di fronte chi, pur condividendo quella certezza, potesse dichiarargli guerra e vincerla. Così andò. La preponderanza numerica e le capacità offensive dispiegate dalla Wehrmacht, durante l’avanzata di quella che nelle intenzioni di Hitler doveva essere una guerra lampo, non evitarono che il conflitto si concludesse con la resa incondizionata della Germania nazionalsocialista. A rendere possibile un’impresa che i contemporanei ritenevano vicina all’inverosimile, sconfiggere l’esercito di una “tirannia mostruosa”, fu la determinazione ai limiti della temerarietà di Churchill. Primo ministro e comandante in capo, carriera militare e in seguito ministeriale, esperienza di corrispondente di guerra e scrittore di talento, nel momento del massimo pericolo per la libertà dell’Europa, Churchill si fidò delle proprie convinzioni sorrette anche da una non comune e motivata autostima. Era giunta l’ora di rischiare il-tutto-per-tutto e il tempo era stretto. “Il nostro obiettivo è la vittoria”, disse rivolto al Parlamento, e consapevole del pericolo immane che il paese e il mondo correvano, rese partecipe dell’azzardo il popolo britannico che rispose accordandogli la fiducia indispensabile nell’affrontare lo scontro più vasto e distruttivo della storia. Fece di più: spinse sul senso di unità della nazione basata sul rispetto della struttura democratica e costituzionale. Questo fa capire che la forza della democrazia, in sé vulnerabile perché in perenne ricerca del compromesso tra diverse e spesso opposte visioni, risiede nella forza del suo capo, oltre che nella collaborazione di ministri capaci. La democrazia si basa sul mettere un potere contro un altro potere, e affinché la cosa funzioni, è indispensabile che ciascuno di essi sia all’altezza del compito. Per tornare al presente, un virus uscito dai laboratori di Wuhan per gli americani , di fabbricazione americana per i cinesi, ha viaggiato per il mondo accanendosi contro la fragilità del sistema immunitario e la debolezza dell’economia. Il risultato una sorta di selezione naturale che apre una voragine tra i paesi in buona salute finanziaria e quelli cagionevoli. Un’occasione, per i secondi, di resettarsi e riavviare l’intero sistema. Dalla sanità al lavoro al fisco allo stato sociale. L’emergenza sanitaria è stata affrontata in ritardo, complessivamente senza infamia e senza lode, grazie soprattutto agli italiani disciplinati. Alla fase 2 si è arrivati impreparati e confusi, illusi da promesse di aiuti solo parzialmente arrivati. Qualche conferenza stampa e dpcm in meno e una comunicazione più stringata e dai toni meno paternalistici sarebbero stati più opportuni. Ma non è una questione di ars oratoria, ma di sostanza. Siamo ora alla fase 3. Il piano di Rinascita per l’Italia presentato dal premier Conte, che Carlo Calenda ha definito un elenco di meraviglie paragonabile alle numerose aspettative di Miss universo appena eletta, è realizzabile in un paese consapevole di sé e coeso, in cui la dialettica tra maggioranza e opposizione, per quanto aspra, tenda a una visione di cui il primo ministro sia ispiratore e custode. Non è il caso dell’Italia, debole democrazia in bilico tra cialtronismo sovranista e assistenzialismo populista.

Siamo alle comiche…l’opinione di Rita Faletti

Di Rita Faletti26 Maggio 2020 – 17:44

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…sono di Berlino….
disperato erotico stomp..L.D.

Il governo dibattuto tra i timori per la salute e i timori per l’economia, è vittima della propria irresolutezza. Dopo aver fissato al 2 di giugno le aperture,  il premier Conte ha cambiato idea. Rassicurato dalla curva epidemiologica in discesa e forse pressato dalle richieste del settore produttivo, ha anticipato al 18 di maggio, lunedì scorso. Diverse però le saracinesche ancora abbassate. In alcuni casi i gestori non hanno più risorse e neanche i soldi dello stato per pagare bollette e affitti; in altri, la riduzione del numero di tavoli e tavolini per il distanziamento non garantisce incassi sufficienti a mandare avanti attività già abbastanza penalizzate dal lockdown. Meglio aspettare. Sconforto e incertezza.  Arrigo Cipriani, il patron del famoso Harry’s Bar di Venezia, che con la città allagata non aveva chiuso, prima del 18 aveva sintetizzato così la situazione: “Lunedì non riapro, con quelle linee guida è impossibile. Sono condizioni demenziali scritte da gente senza idee e se resteranno così non si riapre né lunedì né mai più. Il mio locale è 9 metri per 5”. Dal giorno di quella dichiarazione, un dato consolante ha liberato uno spiraglio all’ottimismo: in alcune regioni i contagi sono azzerati e non si parla più di terapie intensive e decessi. Anche la Lombardia, la più falcidiata da Covid, inizia a rivedere la luce. Questo però non autorizza ad abbassare la guardia perché il virus non si è estinto; c’è infatti chi prevede una nuova ondata in autunno. Quindi mascherine e  guanti non vanno buttati, men che meno sulle strade, e il distanziamento va rispettato. Dirlo ai giovani. Il fine settimana è stato tutto una movida e sindaci e governatori si sono allarmati. Il governo  ha tentato di metterci una pezza e ieri il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, quello con la mascherina spavaldamente appesa a un orecchio durante una conferenza stampa della Protezione civile, ha avuto l’autoappagante  idea di promuovere 60 mila tra disoccupati, percettori del rdc e di vari ammortizzatori sociali, al ruolo di  assistenti civici. I vigilantes allo spritz, come qualche spiritoso li ha definiti, saranno sguinzagliati per strade e piazze  a distribuire consigli preziosi e pare anche mascherine a giovani intemperanti. E’ così che si stimola il senso di responsabilità. E’ così che si dà prova di  coerenza. La notizia che gli assistenti civici, con tanto di scritta sulla pettorina, inviteranno amichevolmente (e ci mancherebbe altro) ad assumere comportamenti prudenti, ha suscitato critiche nella maggioranza e nell’opposizione, nonché disappunto da parte del Viminale che lamenta di non essere stato messo al corrente della fantasiosa misura. Tralasciamo i commenti salaci degli italiani che hanno immediatamente sovrapposto l’immagine dell’assembrata movida a quella del solitario compatriota colto in flagrante da due poliziotti, mentre prendeva il sole senza mascherina su una spiaggia deserta. L’incongruenza del potere forte con i deboli e debole con i forti. Persino il grillino Buffagni ha commentato l’idea di Boccia.  “Basta sparate”. Cosa sta succedendo? Che i 5s stiano diventando un partito normale e il Pd si stia grillizzando? E’ vero che chi va con lo zoppo impara a zoppicare, ma chi zoppica adesso zoppicava anche prima. Boccia è l’emblema del politico che parla senza sapere di cosa parla, come quando aveva chiesto alla comunità scientifica di “darci  delle certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema”, scambiando la scienza per la Verità assoluta, o quando  ha negato ai Paesi Bassi lo status di paese fondatore dell’Ue.  Un po’ debole in fatto di conoscenze, è l’alleato naturale dei pentastellati.

IL POTERE RIVELA L’UOMO…… l’opinione di Rita Faletti


  • Rita Faletti
  • Maggio 31, 2020
  • 14:28
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Merkel-Macron a confronto

Riconoscere i propri errori è un atto di coraggio, non un’ammissione di debolezza. Dovrebbero saperlo anche i sovranisti che hanno fatto dell’ostilità all’Europa il loro vessillo. In questi giorni si è assistito a un graduale cambiamento di approccio da parte della Commissione europea rispetto all’unico strumento necessario ad ogni paese per affrontare una crisi economica che è collettiva, benché differenziata, e profonda: la liquidità. Se l’Italia potrà accedere a risorse cospicue e aggiuntive oltre a Mes, Sure e Bei, già disponibili, lo deve soprattutto ad Angela Merkel e in seconda battuta a Emmanuel Macron, contro i quali la propaganda becera dei gialloverdi si è scagliata a più riprese nell’anno e mezzo di governo Conte-Salvini-Di Maio. E’ grazie alla cancelliera tedesca e al presidente francese se si può sperare di rimettere in piedi un’economia devastata che, secondo le stime di Unioncamere, entro la fine dell’anno sarà costata la perdita di mezzo milione di posti di lavoro. Dunque, in un incontro a due verso la metà di maggio, Macron e Merkel avevano concordato un provvedimento che avesse come obiettivo fondamentale la distribuzione di risorse in rapporto alle difficoltà dei singoli paesi. Proposta subito bocciata dai cosiddetti “frugal four”, Austria, Svezia, Danimarca e Olanda, che da sempre contestano la concessione di denaro a fondo perduto piuttosto che sotto forma di prestito da restituire. La Commissione europea ha così optato per un mix di donazioni e prestiti con l’esclusione della mutualizzazione dei debiti pregressi. Il piano illustrato da von der Leyen si chiama European Recovery Instrument o Next Generation Ue, e prevede aiuti economici per 750 miliardi da spalmare nell’arco di sette anni, dal 2021 al 2027. Di questi, 250 da restituire. Rimane tuttora aperta la questione se si possano accettare gli altri 500 miliardi a fondo perduto. Il cancelliere federale austriaco Sebastian Kurz ha definito la proposta un punto di partenza e il premier olandese Mark Rutte ha così commentato: “Per una Ue forte, abbiamo bisogno di stati membri forti”. E qui sta il nodo della questione. L’Italia riceverà più di tutti: 172,7 miliardi di cui 81,807 come aiuti a fondo perduto e 90,938 come prestito. L’operazione senza precedenti promossa dall’Europa produttiva, conferma l’impegno della Germania di attuare un processo di solidarietà e redistribuzione, smentendo le teorie sovraniste e declassando a piagnisteo vittimista le accuse di avarizia mosse ai tedeschi dai populisti al governo. Questo denaro, che solo poco tempo fa sarebbe stato inimmaginabile potesse arrivare, chiede all’esecutivo di essere usato con intelligenza e gestito con senso di responsabilità e mano ferma. E’ l’ultima opportunità che ci viene offerta perché s’ intervenga con decisione su quello che non funziona e agisce da pesante deterrente e ostacolo alla crescita del paese. Inefficienza e impreparazione della pubblica amministrazione, lentezza della giustizia, burocrazia soffocante, scuola e università inadeguate a formare i giovani e prepararli al mondo del lavoro. Continuare ad ignorare questi mali significherebbe votare contro iI bene del paese. Le risorse, delle quali molte giunte a destinazione contrariamente alla vulgata, sono legate a doppio filo agli obiettivi che non possono essere elusi o ritardati o annacquati. Oltre alle riforme strutturali mai attuate, la politica deve dimostrare di essere all’altezza del momento cruciale e realizzare progetti di sostenibilità ambientale, implementazione delle nuove tecnologie e sostegno al mercato interno come deciso in sede europea. Dubito che l’esecutivo in carica, giudicato piuttosto modesto da osservatori esterni, inebriato dai soldi e preoccupato a mantenere o rafforzare il proprio consenso più che avere cura delle sorti del paese, sarà all’altezza del compito al quale è chiamato. Diceva Claudiano: “Saepe solent census hominis pervertere sensus” (le ricchezze sono solite sconvolgere i sentimenti dell’uomo). Corrono già strane voci sull’abbassamento delle tasse nel caso si aderisca al Meccanismo europeo di stabilità (Mes) destinato alle spese, dirette e indirette, per la sanità. 37 miliardi al tasso di interesse annuale dello 0,1 per cento contro l’1,4 di un finanziamento sul mercato. Un’occasione che consentirebbe di investire nelle strutture ospedaliere, nella medicina del territorio, nella ricerca e nell’assunzione e formazione di nuovo personale sanitario per la lotta contro i virus. A maggior ragione nell’ipotesi di una seconda malaugurata ondata di Covid che dovesse investirci in autunno o di altri virus sconosciuti nei prossimi anni. Purtroppo sovranisti e complottisti alla moda contro l’Europa, si oppongono al Mes tirando in campo le “condizionalità” per motivi che non dichiarano ma, conoscendo i soggetti, sono palesi: il vincolo di spesa a favore della sanità impedisce deviazioni di denaro verso progetti di altra natura che determinerebbero la revoca del prestito o la restituzione della somma indebitamente utilizzata. E’ per questo che ritengo adeguata la misura che lega risorse a condizioni, in particolare nei confronti di un paese dove mancanza di trasparenza, sprechi, inefficienza, corruzione e familismo sono diffusi. E’ anche quello che pensano i frugal four. Come condannarli?

Fuffa al potere….l’opinione di Rita Faletti

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Una notte speciale

Quando ci sono di mezzo le aziende la temperatura sale. I nemici tradizionali fanno a gara nel tentativo di dimostrare responsabilità e colpe inesistenti fabbricando tesi campate in aria e vaghe costruzioni sulla base di vecchi pregiudizi e malafede. In realtà dimostrano, senza fare alcuna fatica, congenita piccineria mentale e morale. Se poi l’azienda si chiama Fiat Chrysler Automobiles con sede fiscale in Gran Bretagna e sede legale in Olanda, allora le trame si infittiscono e sui social la rabbia degli invidiosi si scatena. In un momento in cui si parla della necessità di non sparare sul governo Conte, bisogna fare violenza a se stessi per astenersene, un esponente non di secondo piano dello stesso, Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, forse sotto l’effetto della riapertura di lunedì di bar, ristoranti, negozi al dettaglio e parrucchieri,  ha aperto la bocca per diffondere il virus velenoso del sospetto su centri economici e media che si preparerebbero, a suo dire,  ad attaccare il governo. Chiara l’allusione ai due quotidiani, la Stampa e Repubblica, ora posseduti dalla holding Exor, la società di investimenti della famiglia Agnelli, che agirebbero da bracci armati per disarcionare Conte e cambiare la maggioranza. Bella mossa, penseranno alcuni. E si tira fuori il solito conflitto di interesse, tanto caro alla sinistra che ama fare la morale agli altri. Alle prese con una crisi gigantesca e il rischio concreto di chiusure definitive e fallimenti, il governo cosa fa? Propaganda il denaro promesso che non arriva, mentre qualcuno (Orlando e Provenzano) contesta il prestito a Fca.  6,3 miliardi di Intesa Sanpaolo, banca privata, concessi  a Fca Italy, su garanzia di Sace, la società del gruppo Cassa depositi e prestiti, cui i grillini avevano in mente di affibbiare il salvataggio della decotta Alitalia. Ma  facciamo un passo indietro. La Fca Italy ha sede a Torino, 16 stabilimenti in Italia, 26 poli dedicati alla ricerca e allo sviluppo, 54 mila occupati, 300 mila con l’indotto, smuove una filiera che occupa 1,6 milioni di italiani e paga miliardi di tasse in Italia, condizione vincolante del dl Liquidità per chiedere la garanzia dello stato per il prestito. Insensibile a tutto questo, la retorica antindustriale e anticapitalista si è risvegliata. Calma! I soldi serviranno per l’indotto italiano: 5500 società di fornitori e concessionari che non riescono ad accedere alla liquidità. Nel decreto “Rilancio”, su 55 miliardi neanche un euro su automotive. Orlando ha allertato sulla gestione di flussi finanziari che fa gola a molti. Una insensatezza detta dall’esponente di un governo che ha confermato i 7 miliardi di  Rdc dei quali si scopre ora che 500 mila sono finiti nelle tasche di personaggi della ‘ndrangheta calabrese. E chissà in quali altre tasche sono finiti gli altri. Una insensatezza alla luce di un decreto che distribuisce soldi a pioggia ed esclude un settore, quello dell’auto, in profonda crisi, ma che in tempi normali rappresenta il 5,6 per cento del pil nazionale, componentistica compresa, mentre concede un bonus su monopattini e biciclette che finiranno ad aziende italiane. Stupide dichiarazioni a parte, l’ex ministro della Giustizia, se vuole aiutare il paese aiuti le sue imprese. Spinga lo sguardo oltre i confini italici e prenda esempio dagli altri governi  europei, affezionati alle loro imprese che difendono con forza. Provi anche  domandarsi perché tante aziende italiane abbiano scelto di spostare il domicilio fiscale e legale a Londra e Amsterdam. Scoprirà che quei sistemi burocratici e fiscali sono efficienti e di qualità e che le controversie commerciali si risolvono in tempi brevi e con costi contenuti. La durata media di una controversia civile che in Italia è di 1120 gg., in Olanda si conclude in 514 giorni. Macché dumping fiscale, è competitività e  i trattati europei prevedono la libertà di scelta. E a proposito di prestiti statali, Marco Bentivogli, segretario nazionale di Fim-Cisl, ci ricorda che prima di Marchionne la Fiat viveva di denaro pubblico ma alla sinistra piaceva tanto. “Quell’antagonismo collusivo che creava un’immagine di falsa contrapposizione e polarizzazione ha imbrogliato molti. Marchionne fece a meno del denaro pubblico e il giochino è saltato”. Oggi Fca chiede un prestito bancario per tre anni con garanzia dello stato il quale verserebbe alla banca  il 70 per cento del prestito nel caso Fca non dovesse restituirlo o dovesse fallire. Il che è impensabile. Prima di dare fiato alle trombe dello sdegno, quelli che Bentivogli definisce “gente che dell’azienda non capisce nulla e non sa neanche quello che ha approvato, pericolosi ignoranti che scomodano le categorie della politica per nascondere la loro inconsistenza” , ebbene quei signori sorvolano sul fatto che anche società italiane a controllo pubblico, come Eni e Saipem, hanno le loro sedi nei Paesi Bassi. E magari, perché non tacciono e lasciano che le imprese facciano le imprese una volta stabilite le regole?

Fase 2: l’emergenza asimmetrica….l’opinione di Rita Faletti

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Dies Irae – Rex – Confutatis – Lacrimosa

E’ stata definita emergenza simmetrica la grave situazione creata dalla pandemia di Covid. L’espressione aveva la funzione preventiva di evidenziare che l’intervento della Bce per fare fronte alla crisi finanziaria che si sarebbe abbattuta sui paesi europei avrebbe dovuto prescindere dallo stato delle varie economie e iniettare liquidità nell’intero sistema produttivo dell’Eurozona. Mario Draghi l’aveva fatto nel 2015 con la politica monetaria del Qe (allentamento quantitativo e bassi tassi di interesse) scontrandosi con le resistenze dell’ex ministro delle Finanze tedesco Schauble, ora presidente del bundestag, convinto, non senza ragione, che la politica monetaria espansiva non favorisca le riforme necessarie al rilancio dell’economia. In effetti, se ogni volta che tuo figlio si trova in difficoltà lo foraggi, si abituerà al sostegno esterno finendo con il dare per scontato che qualcuno continuerà a provvedere alle sue necessità, ciò che farà di lui un irresponsabile e un fallito. Quando Draghi attivò il bazooka e salvò la stabilità dell’euro, raccomandò ai paesi più fragili di mettere in campo le riforme strutturali. Lo fece a più riprese, rivolgendosi in particolare all’Italia: era venuto il momento di introdurre misure che stimolassero la produttività e la competitività del paese. Ebbene, ignorati i consigli, prima che il virus cinese uccidesse oltre 30 mila persone, la nostra economia è già stata definitivamente spianata grazie all’impegno di grillini e leghisti  che hanno agito nei confronti dei cittadini come quel padre con il proprio figlio: distribuzione indiscriminata di soldi e favori in barba a meritocrazia e competenza, con  conseguente aumento della spesa corrente e del debito pubblico e impoverimento generale. La classica politica finalizzata al ritorno elettorale che deprime le migliori energie di un paese e scoraggia chi vorrebbe e potrebbe intraprendere. Con la pandemia, sono venute allo scoperto tutte le magagne nascoste sotto la superficie di un sistema paese ingolfato e  appesantito da una quantità inverosimile di leggi in contrasto tra loro per effetto della volontà di ogni nuovo esecutivo di segnare la differenza da quello precedente. Un caos inverosimile, ma asimmetrico: in Germania, per fare l’esempio di un paese poco amato in Italia ma da prendere come modello, il virus ha fatto il minor numero di vittime, senza bisogno di un fiume di dpcm, semplicemente con una comunicazione, accompagnata da una spiegazione chiara della Merkel ai cittadini, facendo leva sul senso di responsabilità. Solo una questione di comunicazione? Non direi. Quello che comunichi è il prodotto di quello che hai pensato e pianificato e intendi perseguire in modo lineare e coerente. Il contrario di quello che è avvenuto da noi. Prendiamo l’odissea delle mascherine. All’inizio ritenute assolutamente indispensabili, ma insufficienti persino per il personale sanitario e pressoché introvabili per tutti gli altri, da indossare all’aperto e all’interno dei supermercati, esclusivamente di un tipo, FFP2, in quanto le uniche sicure, poi mascherine per tutti, acquistabili al prezzo di 50 centesimi nelle farmacie (falso), depositate gratuitamente nelle cassette postali nei comuni del Friuli, ora anche fatte in casa. La fase 2, agli esordi, è la fotocopia della farsa mascherine. Nella confusione più totale rispetto alla fase 1,  il lockdown  non richiede misure particolari, la riapertura pone di fronte a un fottio di problemi, a cominciare dalla salute: che fine ha fatto la app per la tracciatura dei contagiati che la grillina Pisano, ministro dell’Innovazione, avrebbe dovuto preparare con la sua task force? Non ne è giunta notizia. Sul fronte soldi, quelli promessi, “ nessuno sarà lasciato solo”, non se ne sono visti, bloccati dalle perplessità delle banche che chiedono rassicurazioni malgrado le garanzie dello Stato: nel caso i prestiti non fossero ripagati, potrebbero dover rispondere di azioni da parte di altri creditori. Servirebbe uno scudo. Continuando sullo stesso tema: i 600 euro alle partite Iva attesi in marzo sono  arrivati a fine aprile; dei 25 mila euro a commercianti, artigiani e professionisti solo il 2 per cento ne ha fatto richiesta: 19 le scartoffie da compilare; la cassa integrazione in deroga è stata anticipata dalle aziende. Di queste,  molte  sono pronte a riaprire i battenti avendo completato le procedure necessarie per sanificare gli ambienti e provveduto ai dispositivi di sicurezza per i lavoratori. Però, anche a loro servirebbe uno scudo:  in caso di contagio all’interno dell’azienda dovrebbero rispondere di responsabilità civili e penali, con le procure già ai blocchi di partenza. Confusione, impreparazione,  mancanza di una rotta e soliti privilegi. In tempi di crisi c’è chi soffre e c’è chi gode.  Soffrono più di tutti le piccolissime imprese che non sanno se sopravviveranno, godono i pensionati, i dipendenti pubblici e gli assistiti dallo stato. Coloro che pesano maggiormente sulla parte produttiva del paese e la cui produttività è incerta o scarsa o inesistente. Si fa strada intanto l’idea di alcuni politici di entrare nel cda delle aziende private. La fissa della statalizzazione che le sinistre non hanno mai abbandonato e che trova alleati nei Cinque stelle. Chi si è paragonato a Churchill non ha dovuto pronosticare “lacrime sudore e sangue”, ché il paese ne ha ricevuto in dote quanto basta. Se proprio volesse provare a reggere l’improbabile confronto, potrebbe, nella “darkest hour” italica, fare appello al coraggio imponendo un drastico cambio di passo per salvarci dalla catastrofe. Il paese non può attendere oltre, le imprese devono ripartire. Però…le vacanze estive sono assicurate.

Giorno dell’ira, quel giorno che
dissolverà il mondo terreno in cenere
come annunciato da Davide e dalla Sibilla.

Quanto terrore verrà
quando il giudice giungerà
a giudicare severamente ogni cosa.

La tromba diffondendo un suono mirabile
tra i sepolcri del mondo
spingerà tutti davanti al trono.

La Morte e la Natura si stupiranno
quando risorgerà ogni creatura
per rispondere al giudice.

Sarà presentato il libro scritto
nel quale è contenuto tutto,
dal quale si giudicherà il mondo.

E dunque quando il giudice si siederà,
ogni cosa nascosta sarà svelata,
niente rimarrà invendicato.

In quel momento che potrò dire io, misero,
chi chiamerò a difendermi,
quando a malapena il giusto potrà dirsi al sicuro?
…………

Io…speriamo che ce la faccio…l’opinione di Rita Faletti

postato 1 maggio 2020

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Enya-A.M. Beethoven

E’ superfluo sottolineare che le opere pubbliche hanno importanti ripercussioni sulla crescita di un Paese e sull’occupazione. Strade, autostrade, ferrovie, metropolitane, porti e aeroporti sono un grande investimento e una grande ricchezza che resta e crea altra ricchezza. Senza o con un numero insufficiente di queste strutture, uno stato è chiuso al suo interno e destinato all’isolamento e al declino. In Italia sono 27 i miliardi congelati destinati a opere pubbliche già appaltate, ma ferme per motivi burocratici. Eppure, il Paese della selva di leggi e vincoli amministrativi e dei tempi biblici dove la sostituzione di un tombino richiede sei mesi, è riuscito in un’impresa sorprendente: è stata sollevata e fissata l’ultima campata, la diciannovesima,  del nuovo Ponte di Genova: 27 aprile 2020. Una data da evidenziare nel calendario di un anno che definire infausto è eufemistico, ma una data che può diventare il simbolo di un cambiamento vero se solo si voglia spezzare la catena che frena il passo del Paese e lo costringe in un intrico di adempimenti e procedure amministrative. Progettato dall’architetto Renzo Piano per la sua città, il nastro in acciaio che riunisce le due parti di Genova era iniziato a fine giugno 2019. Dieci mesi di lavori ininterrotti con 350 persone in cantiere che hanno lavorato a turni e in condizioni di sicurezza sanitaria sotto la direzione costante dell’ingegnere Francesco Poma. “Un vascello bianco che fende la vallata”, un’opera di “ferro e aria” come Renzo Piano ha definito la struttura, che rispecchia il carattere dei genovesi ed è la dimostrazione  di come  l’impegno congiunto di imprese, la joint venture Salini-Impregilo e Fincantieri, e istituzioni, il sindaco di Genova e commissario Marco Bucci e il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, riesca ad avere la meglio su ostacoli e intoppi posizionati come mine lungo il percorso accidentato che separa la progettazione di un’opera pubblica dalla sua realizzazione. Una via crucis a tappe, intervallate dai cosiddetti tempi di attraversamento o interfasi per le attività accessorie di natura amministrativa, un peso rilevante in confronto ai tempi richiesti per la progettazione, 40 per cento, a quelli per l’esecuzione dei lavori e per la messa in funzionalità. Il Ponte di Genova è il risultato straordinario, ottenuto “in tempi brevi  ma non in fretta”, per usare le parole di Renzo Piano, di una elevata competenza tecnica e di norme eccezionali, un modello da mettere in pratica anche  nel resto del Paese. E’ possibile? “Basta che la competenza vinca sull’incompetenza” ha risposto l’architetto. Non sta scritto da nessuna parte, infatti, che l’immagine del nostro Paese nel mondo siano i viadotti che crollano, le scale mobili che si accartocciano e le frese interrate a Roma, sotto Piazza Venezia, dove la Metro C è inesorabilmente ferma da mesi.

Se non sarà l’Europa a salvarci….l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 aprile 2020

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Time

Oggi si terrà il summit Ue on line per discutere i meccanismi di finanziamento comunitario in risposta alla crisi economica innescata dal virus. Il premier Conte è senza una proposta:  paradossale risultato  di una lunga e controversa disputa tra maggioranza e opposizione e all’interno degli stessi partiti di governo incentrata sul Mes, il Fondo salva stati ratificato dai 28 Paesi dell’Unione nel 2012 con l’obiettivo preciso di soccorrere gli stati in difficoltà finanziarie che ne avessero fatto richiesta.  Non obbligatorio quindi il ricorso al fondo, ma legato a delle condizioni, prima e fondamentale la solvibilità del paese debitore, solvibilità a forte rischio in presenza di un debito sovrano molto alto. Il che porta inevitabilmente a ricordare in questi giorni di maretta il caso Grecia, l’intervento della Troika e le riforme strutturali  imposte a quel paese che, sarebbe anche bene ricordare, aveva truccato i bilanci tre volte. Il precedente ellenico viene usato strumentalmente da chi avversa il Mes bypassando il fatto che la misura a disposizione dei paesi per far fronte alle spese sanitarie extra, dirette e indirette,  dovute a Covid-19, è “senza condizioni”. I 37 miliardi di cui l’Italia potrebbe usufruire, verrebbero erogati in tempi brevissimi e restituiti, trattandosi comunque di un prestito, in tempi lunghi (si parla di 30 anni).  E’ quanto ha puntualizzato Maria Elena Boschi in Parlamento, precisando che nessuno regala niente e che la restituzione di un prestito non a fondo perduto è prassi comune. Precisazione indirizzata a Giorgia Meloni che aveva espresso la propria contrarietà al Meccanismo di stabilità perché nasconderebbe “condizionalità occulte”. Punto di vista condiviso da Lega e Cinque stelle. Di parere opposto e favorevoli al Mes il Partito democratico, Italia viva, Forza Italia e il Partito radicale, che considerano folle rifiutare pregiudizialmente una protezione sulla base di un insussistente commissariamento futuro. Quello che alcuni politici vorrebbero a garanzia del debito, è una Bce che funzionasse come la Federal Reserve, la banca americana prestatrice di ultima istanza. In realtà, il 50 per cento del debito sovrano italiano è in mano al settore privato, un terzo del restante, tra i 400 e i 500 miliardi è già in pancia alla Banca centrale europea e unitamente al già ricco pacchetto di strumenti offerti dalla Commissione per affrontare  la crisi economica, sta a dimostrare che la solidarietà non è solo a parole. E’ altresì sottinteso che ripagare un debito, seppure ad un tasso minimo di interesse, comporta necessariamente un tasso di crescita superiore al tasso di interesse. Significa che il contrasto alla stagnazione e lo stimolo alla crescita sono indissolubilmente legati a una serie di riforme strutturali di cui il Paese aveva bisogno assai prima della pandemia. Infrastrutture, ricerca, università, meritocrazia, sburocratizzazione sono imprescindibili in un percorso che porti il paese fuori dalla palude. Ma qui sta il vero problema. Mettere d’accordo i rappresentanti di una classe politica sbrindellata è un’impresa improba che richiede una classe politica di qualità, non certo quella attuale, in cui sfasciatori di professione e incompetenti  tifano perché l’Italia esca dall’euro. E’ tornato Di Battista che si fa vivo nei momenti di crisi per aizzare gli animi contro l’Europa: “L’Europa ci vuole mettere in trappola”. Come salvarsi? Il ragazzo suggerisce una soluzione: l’alleanza con la Cina grazie al rapporto privilegiato con Pechino. Qualcuno ricordi a lui e ad altri come lui che volgarmente hanno definito i tedeschi nipotini di Hitler, il disprezzo della Cina per i diritti umani, la detenzione in campi di “correzione” di tre milioni di musulmani (gli uiguri), la corruzione spaventosa che consente persino di comperare la poltrona di sindaco, la forbice che separa i poveri dai ricchi (l’americano più facoltoso è un quasi indigente paragonato a un ricco cinese), le esecuzioni che nel paese asiatico superano quelle di tutto il mondo, il potere esercitato con spietata durezza nei confronti degli oppositori politici e della stampa critica, che Pechino cerca di imbavagliare anche in Italia. Di Battista & C. si leggano “Fuga dal Campo 14” di Blaine Harden, un best seller tradotto in 28 lingue. Il protagonista è un nordcoreano scappato dal suo paese che racconta le atrocità del regime. Cosa c’entra con la Cina? C’entra. I metodi di repressione dei regimi comunisti si assomigliano tutti. “In questo paese non c’è alcun problema legato ai diritti umani. Tutti conducono una vita dignitosa e felice”: agenzia stampa di Stato della Corea del Nord, marzo 2006.

“Scorrono via i momenti che rendono un giorno noioso
Sciupi e sprechi le ore in modo insolito
Tirando calci a un pezzo di terra nella tua città natale
Aspettando qualcuno o qualcosa che ti mostri la via.

Stanco di vivere al sole, resti a casa a guardare la pioggia
Sei giovane e la vita è lunga e c’è tempo da ammazzare oggi
E poi un giorno scopri che ti sei lasciato dietro dieci anni
Nessuno ti ha detto quando correre, hai perso lo sparo di partenza……”

Trump: stop ai fondi all’Oms…… l’opinione di Rita Faletti

postato il 18 aprile 2020 – ore 23,51

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C.N.

L’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, fa da sponda alle Nazioni Unite, di cui è l’agenzia specializzata per le questioni sanitarie, e opera secondo linee guida non scritte ma segnate dall’Onu.  Il principio al quale l’organizzazione si attiene è semplice: mai contrastare o contraddire i potenti. Nel caso della pandemia di Covid-19, l’Oms ha commesso un grave errore di inadempienza, quello di non aver indagato su ciò che stava avvenendo a Wuhan. Un intervento tempestivo avrebbe potuto far luce sulla causa delle numerose infezioni polmonari anomale e sui decessi  nel capoluogo  dello Hubei  ed evitare che l’epidemia   si propagasse in lungo e in largo trasformandosi  in pandemia. Non è avvenuto e non per sottovalutazione, sarebbe stato comunque riprovevole , ma per sottomissione a Pechino. L’organizzazione non è nuova a trattamenti di favore alla Cina, avendo sorvolato sulla discutibilissima usanza diffusa in alcuni mercati cinesi di macellare animali vivi in spregio alle più comuni norme igieniche,  il che può spiegare lo spill-over, il salto di specie da animale a uomo, di virus come la Sars, l’H1N1 e oggi il Covid-19. Trump avrà tanti difetti  ma in questo caso gli si deve riconoscere il merito di non aver taciuto  su un dato di fatto che per interesse  e ipocrisia pochi osano ammettere, e per una volta non al solo fine di giustificare i propri iniziali errori: l’Oms non è una organizzazione indipendente. Affibbiare al patogeno l’espressione “virus cinese”,  suscitando le reazioni stizzite del paese asiatico e dei suoi estimatori, è in parte allusivo al luogo di origine del virus,  in parte  alla responsabilità della Cina di non averne  impedito la diffusione. Se è opinione largamente condivisa che Trump abbia voluto spostare l’attenzione da frasi come “è solo un’influenza” o “siamo intervenuti subito e ora è tutto sotto controllo” sulle colpe cinesi,  è tuttavia  indubbio che non è così  lontano dalla verità quando accusa l’Organizzazione mondiale della sanità di aver “fatto male il suo mestiere” e aver coperto Pechino. Forte di questa convinzione,  ha dichiarato che bloccherà i fondi  destinati all’Oms. Anche la Cnn, che non si può certo sospettare di simpatie trumpiane, considera  l’Organizzazione troppo vicina agli interessi politici cinesi. L’esclusione di Taiwan dall’Oms è una forma di  appeasement nei confronti della Cina che pretenderebbe  che il mondo intero non riconoscesse l’esistenza di Taiwan come stato indipendente. Altra nota stonata è stato l’elogio pubblico del direttore generale dell’Organizzazione , Ghebreyesus, alle doti di rara leadership di Xi Jinping e all’impegno e alla trasparenza dimostrate dalle autorità cinesi  nella lotta contro il coronavirus. Trasparenza? In verità  la Cina ha gestito le prime fasi del contagio in modo assai opaco preoccupandosi più della propaganda che della salute dei propri cittadini. E l’Oms le ha dato una mano negando persino la possibilità di trasmissione del patogeno da uomo a uomo e, a metà gennaio, ha definito  il rischio di pandemia  “moderato”, salvo poi correggerlo in “molto alto” pochi giorni dopo. Come ritenere affidabile una organizzazione che si propone  “il raggiungimento del più alto livello possibile di salute” e dichiara che gli asintomatici non sono contagiosi? Come credere che assolva alle funzioni di indirizzo della ricerca sanitaria e dell’assistenza tecnica se a fine febbraio accetta per buono il numero di contagi comunicato da Wuhan (80 mila anziché 120 mila) senza verifica?  Impossibile non condividere il punto di vista di Trump e la decisione di far mancare all’Oms un bel po’ di quattrini, tenuto anche conto dei costi elevati delle varie articolazioni dell’organizzazione sparse per il mondo.  Ma cosa c’è dietro il trattamento di favore riservato alla Cina?  Salta fuori che  la nomina di Ghebreyesus  a  direttore generale dell’Organizzazione nel 2017, era stata sponsorizzata dai cinesi contro il candidato proposto dagli americani e che l’uomo, già ai tempi in cui era ministro della Sanità in Etiopia, aveva stretti legami con il Paese asiatico. E però, agli occhi di molti italiani, non solo i politici che costituiscono la maggioranza relativa in Parlamento,  la Cina è la  generosa dispensatrice di  milioni di mascherine  e di respiratori (tutto pagato) mentre i 36 miliardi del Mes  da spendere nella sanità sono una trappola dell’Europa.

C.N.

Ehi
C’è qualcuno lì dentro?
Se mi senti fa’ un cenno
C’è qualcuno in casa?
Dai, vieni
Sento che sei depresso
Posso alleviarti il dolore
E rimetterti in piedi
Rilassati
Prima di tutto mi servono informazioni

Solo i fatti essenziali…….


Emergenza economica…l’opinione di Rita Faletti

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Mother

La giornata di oggi sarà cruciale per l’Unione europea e per i 27 che ne fanno parte, in particolare per l’Italia che sta scontando pesantemente l’emergenza coronavirus in termini di perdita di vite umane e, in previsione, di cospicue perdite economiche e ripercussioni sociali. Il suo debito pubblico, intorno ai 132 punti percentuali di Pil nel triennio 2015-2017, ha ripreso la corsa nel 2018 grazie ai parametri di convenienza politica e clientelismo elettorale scelti dai gialloverdi al posto dell’efficienza manageriale, caricando il Paese di una zavorra difficilmente sostenibile se nella situazione attuale non interverranno misure forti, non solo economiche, a difesa dell’economia reale. Gli strumenti posti sul tavolo dal Parlamento europeo sono : 410 miliardi del Mes (il Fondo salva-Stati) senza le condizionalità a fronte del prestito, misura inizialmente invocata da Conte, poi respinta per motivi politici (ostilità dei 5s), 200 miliardi della BEI ( la banca europea per gli investimenti) a favore di imprese piccole e medie, 100 miliardi del fondo Sure dall’Europa, una specie di cassa integrazione, oltre alla sospensione del Patto di stabilità e al sussidio degli Stati nazionali. Ma la misura shock per far ripartire l’economia chiesta dai Paesi del sud Europa sono i coronabond, che consentirebbero di inondare di denaro i singoli Stati. “E’ il momento di fare una montagna di debito” ha detto Mario Draghi. La dichiarazione dell’ex presidente dell’ Eurotower non è piaciuta ai Paesi del nord, custodi di economie stabili e debiti sovrani sotto controllo, diffidenti nei confronti del “Club Med”, il gruppo dei Paesi mediterranei (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) tradizionalmente ritenuti meno affidabili. Favorevole ai coronabond anche la Francia, oltre a Irlanda, Lussemburgo, Belgio e Slovenia. La condivisione del rischio, implicita nel mettere in comune una mole di debito, è stata respinta da Olanda, Finlandia, Austria e Germania. Perché mettere mano nelle tasche dei propri contribuenti per salvare le finanze di altri Paesi? Conte ha cercato di rassicurarli garantendo che i debiti pubblici pregressi non verranno mutualizzati e ha sottolineato la necessità di fare fronte comune alla grave crisi. Tra le richieste di implementazione degli strumenti di soccorso all’economia e le limitazioni e i veti, nella partita la Francia sarà probabilmente l’ago della bilancia. Visto dalla prospettiva italiana, ciò che uscirà dal vertice farà la differenza, benché la sfida più impegnativa si disputerà in casa. “Il nostro Paese rischia l’osso del collo” ha detto Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda e probabile successore di Vincenzo Boccia alla presidenza di Confindustria. Bonomi sostiene che al di là di quanto riusciremo ad ottenere dall’Europa, “I problemi si risolvono pensando a ciò che l’Italia può fare per se stessa rispetto a quanto l’Europa può fare per l’Italia. Se poi l’Italia lascia intendere di voler utilizzare la flessibilità per sostenere il reddito di chi lavora in nero, non si ci può stupire se , pandemia o non pandemia, qualche paese europeo possa mostrare una qualche perplessità”. E’ d’accordo Matteo Renzi: “Reddito di esistenza? Un disastro”. Altra variabile fondamentale sottolineata da Bonomi è il tempo. Se la ripartenza sarà rimandata sine die, il paese andrà verso l’abisso. Servono allora progetti e tempi certi e serve una vera rivoluzione che liberi l’impresa privata dalle gabbie burocratiche e dai tempi biblici e dalle inefficienze della Pubblica amministrazione, serve cancellare il codice degli appalti e operare in deroga a tutte le regole vigenti, salvo quelle antimafia, serve abbandonare le politiche assistenzialiste e investire in grandi opere e infrastrutture tecnologiche. Se il Covid-19 agirà da grande pettine, come Massimo Giannini, direttore di Radio capital, auspica, il Governo dovrà sciogliere i nodi che hanno imbrigliato la crescita, soffocato l’economia e aumentato il debito. Le misure di solidarietà devono avere una scadenza limitata al solo tempo dell’emergenza, altrimenti rischiano di diventare permanenti: il rigore nella gestione del denaro pubblico è rispetto nei confronti dei contribuenti fedeli. I mille euro ai lavoratori in nero sono un insulto a chi paga le tasse, un regalo agli evasori, un pessimo insegnamento ai giovani, una vergogna per quello che con un eccesso di retorica viene definito un grande paese. Un grande paese è soprattutto un paese responsabile e civile governato da persone che abbiano il coraggio di dire come stanno le cose. E le aspettative, indipendentemente dalla generosità dell’Europa, non sono incoraggianti.

Madre, pensi che faranno cadere la bomba?
Madre, pensi che gli piacerà la canzone?
Madre, pensi che cercheranno di rompermi le palle?
Madre, credi che dovrei costruire un muro?
Madre, credi dovrei candidarmi alla presidenza?
Madre, dovrei fidarmi del governo?
Madre, mi metteranno in prima linea?
É solo una perdita di tempo…….

Nella squadra di Governo…l’opinione di Rita Faletti

Postato l’1 aprile 2020 ore 12,38

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Da un comico a un contaballe amico del comico. Segnali di una politica in declino che non avendo risorse proprie per affrontare situazioni complesse e difficili si affida a stravaganza e cialtronaggine. La tragedia del coronavirus con le lunghe teorie di camion militari che trasportano le bare nei cimiteri che possono ancora accoglierle, si colora di grottesco nella frase “La terra respira di nuovo”. Un messaggio inquietante diffuso via tweet, poi rimosso, con il quale il suo autore indica nel lockdown provocato da Covid-19 una misura efficace per far respirare la terra. Un’oscenità che si può giustificare solo con la debolezza mentale. E non è un ambientalista fanatico dei social a sostenere questa tesi, bensì un recente acquisto del presidente del Consiglio dei ministri. Il personaggio si chiama Gunter Pauli e la mission affidatagli è contrastare gli effetti economici del coronavirus. In quota Cinque stelle (ma vah?), il signore in questione scrive favole ecologiche per bambini e con lo stesso spirito elargisce consigli via tweet sulla “blue economy”, forse parente di quella “green”. Fatto sta che il Pauli non ha ancora fatto uscire dal cilindro la formula miracolosa che dovrebbe far ripartire l’economia a fine pandemia. Si può capire: da convinto sostenitore della decrescita, già avviata dal virus con la chiusura della gran parte delle attività produttive del Paese, il suo impegno risulta inutile e così il suo incarico. Ma la versatilità del consigliere di Conte, che proprio grazie a questa qualità deve averlo ingaggiato, si esprime anche in campo scientifico. Con la premessa che la scienza ha la funzione di provare il rapporto causa-effetto e rilevare i collegamenti tra fenomeni che presentino affinità, l’uomo della task force di Palazzo Chigi è convinto di aver scoperto la causa della diffusione di Covid-19: il 5G. Secondo i suoi studi, la tecnologia cinese è l’elemento che lega Wuhan, la prima città in cui è nato e da cui si è diffuso il virus, e la Lombardia, la prima regione in cui il patogeno è stato scoperto. Entrambe, città e regione, sono coperte dal 5G. L’affermazione, priva di qualunque fondamento scientifico, oltre che ridicola, è una involontaria accusa a Conte e a Di Maio, responsabili di aver avviato il progetto cinese in Italia. Sennonché, l’eclettico Pauli è una fonte inesauribile di grandiose trovate: ha infatti suggerito al governo di impiegare l’emoglobina di alcuni vermi di mare contro il virus. Credevo che gli stregoni fossero andati a cuccia, portandosi dietro la schiera dei no-vax, scopro invece che sono più attivi e fantasiosi che mai e pronti a bidonare gli ingenui. Perché il magico rimedio non è stato rivelato a Xi Jinping? Cosa aspetta Conte a liberarsi di questo tale e rispedirlo in Belgio, da cui proviene? Teme forse di non trovarne di eguali in Parlamento.

Covid-19: modello asiatico…l’opinione di Rita Faletti

postato il 28 marzo ore 05

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foto G. Ruzza
…. intermezzo…..

Tra una conferenza stampa della Protezione civile e la successiva, con i report sui contagi, i decessi e i guariti delle ultime 24 ore, le giornate si inanellano nell’attesa di ricevere la notizia più desiderata: il picco è stato raggiunto, inizia la fase discendente, la presa del virus si è allentata. Pare che gli italiani stiano osservando il distanziamento sociale, mentre i medici ospedalieri e di famiglia, gli infermieri e i volontari non demordono, continuano a tenere duro nonostante lo stress, che non è solo da affaticamento fisico, e purtroppo si ammalano e se ne vanno come i pazienti che con ostinazione non vogliono lasciar andare. E’ il prezzo che paga chi combatte in prima linea, siamo in guerra e in guerra si contano i caduti. Suona male, questa frase, eppure contiene la realtà che devi guardare in faccia, per conoscerla e ricordarla quando, fuori dall’emergenza, avrai il tempo e la calma per chiederti se il sacrificio di tanti si sarebbe potuto evitare. Io credo di sì. Come? Seguendo con attenzione quello che stava accadendo in Cina, le immagini trasmesse ogni giorno di malati in fila fuori degli ospedali, dei dottori chiusi nei loro scafandri e dei pazienti stesi sui letti con i respiratori, di una Wuhan spettrale. Noi non ci toccherà. Avevamo il tempo per riflettere capire e prepararci. Anche l’Europa aveva il tempo per farlo e non l’ha fatto. Stiamo pagando tutti lo scotto della superficialità e della disabitudine al combattimento dopo oltre settanta anni di pace e prosperità e anche di presunzione. Uomo avvisato mezzo salvato. Ci salveremo anche questa volta, arriveremo un po’ malconci alla fine e dovremo affrontare altri guai e forse, anzi, certamente, altri virus. Next Big One, il prossimo grande evento, così i sismologi californiani chiamano il terremoto che farà sprofondare San Francisco, in questo caso sarà un’epidemia letale di dimensioni catastrofiche. Come la affronteranno i paesi asiatici che sono più bravi di noi occidentali a contrastare e sconfiggere i virus? Con lo studio di quelli con cui hanno avuto a che fare, con la competenza degli scienziati, con l’efficacia di misure stringenti e….un po’ illiberali, viste dal democratico occidente, con la collaborazione responsabile dei cittadini. I paesi asiatici ci forniscono modelli vincenti di lotta al virus, facili da mettere in pratica dove mentalità e cultura sono diverse dalla nostra mentalità e dalla nostra cultura, dove la tecnologia, avanzatissima, diventa strumento di controllo per la protezione dei cittadini che non la vivono come una violazione della privacy e dove la serrata totale non è sempre necessaria per affrontare l’assalto del nemico invisibile. Prima dell’Italia e dopo la Cina, a 1400 chilometri da Wuhan, si trova una delle capitali più tecnologizzate al mondo: Seul. Nella megalopoli della Corea del sud, la carta di credito ha da tempo sostituito il contante, la videosorveglianza e la raccolta dei dati da parte del governo non genera proteste, ma rappresenta un mezzo per ridurre la criminalità. Il Covid-19 è stato accolto con un massiccio dispiegamento di tecnologia: test fatti in automobile per ridurre i contatti tra le persone, mappa disponibile on-line degli spostamenti di ogni persona risultata positiva e impiego di un team di investigatori per controllare, attraverso telecamere di sorveglianza e carte di credito, i movimenti di chi non ricorda o mente. Una “safety protection app”, un’applicazione sullo smartphone che richiede di inserire i propri dati sanitari a chi è in quarantena due volte al giorno. Il tampone viene richiesto se si è a rischio e chi provenga da aree infette viene testato. Il ricovero negli ospedali è previsto solo per chi ha sintomi severi, gli altri trascorrono il periodo di quarantena in strutture apposite dove le telecamere consentono ai medici il controllo da remoto. In Corea del sud, dove l’elemento politico è molto presente, la società civile risponde in modo sollecito e coeso e si fida delle istituzioni. Situazione analoga in altre democrazie asiatiche come Giappone, Singapore e Taiwan. Proviamo a pensarci.

Da influenza a guerra di trincea….l’opinione di Rita Faletti

postato il 12 marzo 2020 alle 16,10

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Conte

Da poco più di un’influenza a una guerra di trincea. Dall’invito sdolcinato di Giletti ad abbracciare un cinese seguito da mieloso abbraccio tra i suoi ospiti e un attore cinese in carne e ossa prestatosi alla sceneggiata, ai 10590 contagi e agli 827 decessi di ieri sera. Altrettanti i numeri registrati a Wuhan nel giorno più funesto dall’inizio della diffusione del virus nella città cinese. Se la curva dovesse mantenersi costante, ogni due giorni e mezzo quei numeri raddoppierebbero e prima di Pasqua gli infettati potrebbero essere due milioni. Cifra impressionante che non garantirebbe che il picco di trasmissione del contagio fosse stato raggiunto, e contemporaneamente, in tutte le regioni. Tutto è iniziato quattro settimane fa con i primi casi di coronavirus in Lombardia e Veneto, poi in Emilia-Romagna, quando al paese colto di sorpresa e incredulo, il governo ha risposto in modo confuso tardivo e insufficiente. Intanto le autorità cinesi, compresa la gravità del momento, avevano tempestivamente imposto la quarantena in tutta la provincia dello Hubei, 60 milioni di abitanti, come tutta la popolazione italiana, e regole ferree per contenere la diffusione del virus. In una settimana erano stati costruiti due ospedali, gli operatori sanitari chiamati da tutte le parti del paese lavoravano senza soluzione di continuità e alcuni morivano stremati dalla fatica o infettati dai pazienti. In questi giorni, la Cina fa sapere che il picco del contagio è stato raggiunto ed è iniziata la fase discendente. Il paese è uscito dall’emergenza e il presidente Xi Jinping si è recato a Wuhan per salutare la popolazione finalmente liberata da un incubo e ringraziare i sanitari eroici che si sono massacrati per salvare il paese dal rischio di pandemia. Xi Jinping indossava la mascherina e nessuno si è sognato di criticarlo o deriderlo come con stupida spavalderia si è fatto nei confronti di Fontana, il governatore della Lombardia, e non perché il paese asiatico è una dittatura, ma perché la maggioranza dei cinesi, più intelligente e prudente di tanti italiani, ha compreso che con il patogeno c’è poco da scherzare. Averne fermato la diffusione è la dimostrazione che obbedire alle regole paga e che stare tappati in casa è poca cosa in cambio della salute di sé e degli altri. Il forte nazionalismo cinese ha vinto. Osservare quel modello di comportamento e copiarlo, non ha nemmeno sfiorato la mente dei governanti italiani, neppure quando da Codogno l’infezione si è diffusa e ha cominciato a uccidere. La Lombardia aveva chiesto norme stringenti e misure di controllo da estendere oltre i suoi confini. Conte aveva risposto che ogni misura sarebbe stata “adeguata e proporzionata”. A cosa? Al ritmo del pensiero politico e al raggiungimento di un compromesso tra le varie posizioni? Fatto sta che tra sottovalutazioni, tentennamenti, decisioni e ripensamenti, l’uomo solo al comando, cioè Conte, non chi aspirava a diventarlo e, con la situazione attuale è persino legittimo pensare che forse quell’altro avrebbe fatto meglio, ha parlato a reti unificate come il presidente della Repubblica a fine anno, ha riunito ministri, ha convocato la Protezione civile, ha interpellato gli esperti, ha tergiversato e ripetuto “dobbiamo capire quali sono i diritti civili”. Per sua, forse, e nostra disgrazia, il virus se ne infischia dei diritti civili, è poco paziente, molto rapido e niente affatto incline a fare sconti. Batterlo sul tempo è l’unico strumento che abbiamo per sbarrargli la strada ed evitare che camminando sulle nostre gambe semini infezione e morte. Si va dicendo con vergognoso cinismo che a perdere la vita sono solo gli anziani con problemi di salute pregressi. Ma il Covid-19 è come una livella. Anche la fascia compresa tra i 50 e i 64 anni si è rivelata fragile e persino i giovani arrivano negli ospedali con sindromi respiratorie gravi. E come al solito, c’è chi si ammazza di lavoro e chi preferisce andare a divertirsi. Capita che qualcuno disfatto dalla stanchezza si accasci su di un tavolo di ospedale e si addormenti e intere famiglie di cerebrolesi scambino la quarantena per una parentesi vacanziera da trascorrere sulle nevi dell’Abetone, approfittando del prezzo stracciato degli impianti di risalita. Bella immagine da esportare che è la risposta al governo che invita alla responsabilità, consiglia, dà disposizioni fumose, imposizioni aggirabili per via di autocertificazioni, divieti di spostamento quasi impossibili da far rispettare e tutta una serie di raccomandazioni. Peccato che i destinatari siano gli italiani, non i tedeschi, o i coreani o i giapponesi o gli ungheresi o i cechi o i polacchi o gli svedesi o i norvegesi o i finlandesi o i danesi o gli olandesi o gli americani. Il New York Times ha scritto qualche giorno fa: “Can Italians follow the rules?”. Qualcuno, più realista, ha chiesto un super commissario che decida e coordini, una persona con un alto grado di competenza, che parli con una sola voce. Renzi e Salvini hanno fatto il nome di Bertolaso. Medico, ex capo della Protezione civile, ex sottosegretario e deus ex machina durante le grandi emergenze terremoto e rifiuti, l’uomo scelto da Berlusconi e per questo sottoposto al bombardamento delle procure, accusato di vari crimini e poi assolto, non è un nome spendibile per questo governo dalle mezze decisioni, dalle mezze disposizioni, dai mezzi divieti, incapace, nella sostanza, di emanare leggi e ancora più incapace di punire chi le viola. Finalmente, il commander in chief, Giuseppe Conte, ha accolto le richieste inoltrate dai sindaci lombardi, di ogni colore politico, e ha predisposto una serie di misure restrittive. Un giro di vite necessario per impedire che la sanità collassi e si giunga al punto in cui potrebbe risultare indifferibile dover scegliere quale di due pazienti salvare. Per scongiurare questa evenienza, Il presidente del Consiglio ha nominato un commissario con ampi poteri, Domenico Arcuri, che si occupi esclusivamente di terapie intensive, macchinari e strumenti necessari agli ospedali in vista di un aumento dei contagiati. L’auspicio è che alle parole seguano i fatti e che ogni italiano, da nord a sud, da est a ovest, agisca responsabilmente cercando di imitare la compattezza e la disciplina di stampo militare dei cinesi.

Contro altri virus……..l’opinione di Rita Faletti

postato il 4 marzo 2020 alle ore 12,36

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W. & P.
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l Covid-19 da virus sconosciuto è diventato una presenza costante nelle nostre vite dal giorno in cui avrebbe fatto la sua prima comparsa, il 20 di febbraio, in quello che è poi diventato l’epicentro della zona rossa lombarda, cioè Codogno. Il condizionale è d’obbligo giacché tra i picchi di polmonite registrati a gennaio, ossia anteriormente a quella data, e manifestatisi con febbre alta tosse e altre sindromi proprie dell’influenza e riconducibili a malanni stagionali, molti corrispondevano a pazienti guariti che presentavano tracce di anticorpi contro il Covid-19. Quindi, il patogeno si aggirava nel Paese molto prima di quel fatidico giorno di febbraio. Il che smonta tout court l’accusa di Conte secondo cui il focolaio dell’epidemia sarebbe stato la conseguenza di superficialità e inadempienze da parte del personale sanitario dell’ospedale di Codogno, dove uno dei pazienti zero, a questo punto non più uno solo, si era recato. Il premier l’ha fatta fuori dal vaso, seguito dalla procura di Lodi che ha aperto un’inchiesta per epidemia colposa contro ignoti: che farà? Sequestrerà l’ospedale? La furia inquisitoria non si placa nemmeno di fronte a una situazione di emergenza che solo i tecnici hanno dimostrato di poter gestire con professionalità competenza e dedizione. Ci sono medici che nelle zone rosse dormono da diversi giorni sulle brandine e che dovremmo ringraziare se l’infezione non si è allargata a macchia d’olio ad altre regioni solo parzialmente interessate dall’infezione. A quei medici e agli infermieri si deve l’alta percentuale di guarigioni finora registrate. Si chiama produttività, che tra i magistrati non deve essere molto elevata se in Italia i processi hanno una durata che supera del doppio o del triplo la durata normale di un processo in qualunque paese che funzioni. E’ dissennato e anti patriottico, soprattutto in un momento in cui abbiamo addosso gli occhi di tutto il mondo, cercare colpe e responsabilità in quello che a giudizio unanime è uno dei pochissimi capitali del Paese: la sanità delle regioni del nord, dove il 75 per cento degli italiani va a curarsi per la professionalità e la competenza degli operatori, l’organizzazione e l’efficienza delle strutture e la strumentazione all’avanguardia che la collocano tra le eccellenze europee, come Moody’s stesso ha riconosciuto proprio in occasione dell’emergenza coronavirus. E’ assodato che la vocazione suicida prevalga sull’orgoglio nazionale per motivi di mero tornaconto facendo emergere una verità che non ci fa onore: lasciare che ai tavoli di emergenza le decisioni dei vertici politici, e che vertici, prevalgano sui consigli dei tecnici. E’ inoppugnabile che l’attenzione mediatica sia concentrata sulle chiacchiere e sulle dichiarazioni improvvide di personaggi inadeguati che occupano a tempo pieno i talk show per assicurarsi una carriera, applauditi calorosamente ad ogni aperta di bocca da fantocci ammaestrati. E’ incontestabile che, come ha detto Giuliano Cazzola “La magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari”. Classi dirigenti di scarse capacità, giustizialismo manettaro, parte della stampa prona alla convenienza, arrecano danni incalcolabili all’economia, alla quale non serviva il coronavirus perché si avesse la certezza matematica che l’anno in corso sarebbe stato a crescita zero. In cima alla lista delle sventure, le sciagurate misure prese dai gialloverdi e confermate dai giallorossi. Tutti i settori produttivi del Paese soffrono e l’isolamento al quale siamo stati affidati dalla propaganda ansiogena ci fa apparire ancor meno affidabili di quanto già non fossimo considerati (Il video del pizzaiolo che sputa il virus sulla pizza). Si chiede comprensione a Bruxelles che ci ha concesso margini di flessibilità per migranti, riforme, terremoti, dissesto idrogeologico, crollo del ponte Morandi. Il problema non sarà Bruxelles, ma i mercati allertati anche dalla fibrillazione politica. Ma per fortuna che abbiamo Di Maio a salvare l’export italiano e che un cospicuo gruzzolo è già pronto per aiutare le attività nelle zone rosse. Ben 3,6 miliardi. Indecente miseria se paragonata ai 7 miliardi per il reddito di cittadinanza, che avrebbe liberato dalla povertà assoluta il 60 per cento dei percettori. Una bufala sbandierata dalle agenzie pubbliche statali trasformate in agenzia di propaganda politica al servizio del M5s. Messo a confronto con certi virus, il Covid-19 è una semplice influenza.

Covid-19: a ognuno il suo mestiere…l’opinione di Rita Faletti

Postato il 25 febbraio 2020 alle ore 17,16

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T.D.

A sei giorni dalla comparsa improvvisa del coronavirus a Codogno, uno dei dieci comuni del basso lodigiano ed epicentro del focolaio infettivo in Lombardia, le persone contagiate in quell’area, nel momento in cui scrivo, sono 212. Il secondo epicentro è in Veneto, a Vo’ Euganeo, in provincia di Padova, dove è avvenuto il primo decesso e dove i pazienti sotto osservazione sono 38. La velocità di diffusione del virus ha costretto  all’adozione di misure draconiane, tra cui il divieto di entrata e uscita dalle “zone rosse”. Sospese le lezioni nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università, rimandati gli eventi sportivi, chiuso dalla mezzanotte di domenica il carnevale di Venezia, cancellati i viaggi di istruzione in Italia e all’e stero, chiusi musei, teatri, cinema, centri commerciali e aziende, invitati i cittadini a lasciare le abitazioni solo per gli acquisti di prima necessità e limitare le occasioni di socialità. Una quarantena indispensabile all’ innalzamento della soglia di tutela della salute che ha stretto tutto il nord di una cintura sanitaria benché pochi siano i casi segnalati nelle altre regioni: 23 in Emilia-Romagna, 1 in Piemonte e  Alto Adige. 1 caso in Toscana e 2 in Sicilia. Rispetto al numero di infettati e deceduti (8 persone di età avanzata e affette da patologie pregresse, anche serie) l’Italia è il primo Paese più colpito in Europa e il terzo nel mondo. Come mai? I 5000 test diagnostici effettuati, dei quali 1500 in Lombardia, paragonati ai 400 della Francia, potrebbero significare che il numero di infettati è direttamente proporzionale a quello dei controlli: più controlli più contagiati. Una risposta si potrà avere, forse, seguendo l’evoluzione dell’epidemia negli altri Paesi europei in cui, differentemente da come si è proceduto da noi, si eseguono test solo su chi dichiara di aver avuto contatti con persone provenienti dalla Cina. La gravità della situazione impone di affidarsi alle competenze di virologi, epidemiologi e infettivologi, ossia alla scienza che oggi si prende una rivincita sulle umiliazioni e gli attacchi subiti da politici mezze tacche e loro follower. Quindi, agli esperti il compito di arginare il pericolo della diffusione del virus e ricostruire la catena di trasmissione che faciliterebbe il contenimento del contagio, ai cittadini il dovere di comportarsi responsabilmente, e a noi le domande: cosa sappiamo del Covid-19? Quali affinità ha con la Sars? Entrambi i virus si sono sviluppati in Cina e si trasmettono per via aerea. La Sars (sindrome respiratoria acuta grave) esplosa verso la fine del 2002 nella provincia del Guangdong si è esaurita nel luglio dell’anno successivo, dopo aver provocato 774 vittime, con un indice di mortalità del 9,5 per cento. Allora la Cina coprì a lungo il virus. Oggi è recidiva. Il 31 dicembre del 2019, un giovane medico di Wuhan, la città da cui si è diffusa l’epidemia di coronavirus, diede l’allarme e per questo fu convocato dalla polizia e accusato di aver turbato l’ordine pubblico. Contrasse il virus dopo essersi prodigato nella cura delle persone infettate e morì i primi di febbraio di quest’anno. In gennaio Xi Jinping era già al corrente dell’epidemia, ma scelse il silenzio: i regimi non tollerano la libertà di stampa. Recentemente, il presidente cinese ha ammesso di non aver tempestivamente informato la comunità internazionale. Nel paese asiatico le infezioni sono 80.000 e le vittime 2703, un numero superiore a quello della Sars, nonostante l’indice di letalità del coronavirus sia di gran lunga inferiore: 2,3 per cento. Sars e Covid-19 appartengono allo stesso genere e alla stessa specie, ma la differenza rilevante è che la Sars è infettiva solo nella fase acuta, il che la rende facile da controllare. Il coronavirus, invece, presenta una sintomatologia che la avvicina all’influenza: febbre leggera e una banale congiuntivite che non allarmano. Da qui la sottovalutazione e la difficoltà della diagnosi che lo rendono più pervasivo. Chi accusa quei sintomi non si preoccupa e continua a vivere senza cambiare le proprie abitudini, contagiando inconsapevolmente un numero indefinito di persone. Ma com’ è arrivato in Italia? Il paziente zero, di rientro da Shangai e indicato come possibile veicolo del virus, sarebbe guarito senza manifestare sintomi. La prova del tampone a guarigione avvenuta infatti, non è indicativa del contagio, che si rileva solo grazie agli anticorpi presenti nel siero. E c’è una domanda ulteriore che riguarda la natura del virus. Il professor Galli, primario del reparto di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano risponde così: “E’ un virus ruspante che viene dalla natura, vicino al virus dei pipistrelli. Lo abbiamo studiato nelle sue 52 sequenze che ne confermano l’origine”. Stroncata la diceria circa la nascita in laboratorio. Quindi, la stretta vicinanza tra animale e uomo è la causa del salto di specie. Tutto è nato nel mercato di animali vivi a Wuhan, è valso per la Sars e vale per il Covid-19. Fino a quando i cinesi continueranno a macellare pipistrelli e serpenti a cielo aperto, siamo tutti a rischio. Rimane una domanda: una volta raggiunta la guarigione, ci si può ritenere immuni all’ infezione per sempre? Nessuno è ancora in grado di rispondere. Per concludere, nulla contro il popolo cinese che per il comportamento disciplinato e rigoroso tenuto in un momento drammatico, merita rispetto e ammirazione. Da chi ci aspetteremmo invece una posizione ferma è l’Organizzazione mondiale per la sanità, che dovrebbe fare pressione sul governo cinese affinché convincesse il Paese ad abbandonare abitudini selvagge se vuole essere considerato una nazione civile a pieno titolo. C’è poi la questione dei rapporti tra presidenza del Consiglio e regioni. Ieri Conte si è lasciato andare una frase inopportuna che rivela arroganza e ignoranza: “Contrarremo i poteri delle regioni”. Qualche volta il potere centrale farebbe bene ad astenersi dal ficcare il naso dove non ha né la conoscenza diretta né la competenza per parlare.

Il patto dei due Matteo…l’opinione di Rita Faletti

postato il 20 febbraio 2020 alle ore 13,24

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Sorvolando l’Himalaya pakistano, che vanta 5 dei 14 ottomila più affascinanti al mondo, Renzi manda un alto avvertimento al governo. Senza di lui la sopravvivenza del bisConte non è scontata. A Montecitorio la maggioranza non è a rischio, ma a Palazzo Madama i numeri non sono sufficienti se Italia viva si sfila. Così Conte perlustra ogni angolo alla ricerca di “Scilipoti” disposti a sostituirsi al partito di Renzi. Si era ventilato, ma è stato poi smentito dai diretti interessati, che il forzista Paolo Romani fosse pronto a creare un gruppo di “responsabili” a sostegno del governo. A livello del mare o poco più, i grillini alle prese con il consenso prossimo a una cifra, tentano la mossa della protesta di piazza contro i vitalizi e riscoprono l’ebrezza dei rimpianti tempi del “vaffa”. Nel fondo del cuore sono rimasti antiparlamentaristi e antieuropeisti nonostante l’appoggio strumentale a von der Leyen. Anche l’immobilismo del governo è attraversato da qualche fibrillazione. Da Roma, Zingaretti chiede a Renzi di decidere se stare dentro o fuori intanto che i suoi consultano in modo compulsivo i sondaggi anche in previsione delle prossime regionali che per il Pd non saranno una tranquilla scampagnata di primavera. Il miracolo Emilia-Romagna, dove essenziale è stata la buona amministrazione di Bonaccini, non è detto si ripeta, malgrado l’appoggio che le sardine già assicurano. L’inflazionato slogan “……non si lega” potrebbe aver annoiato e sortire l’effetto contrario. Il brainwashing anti-Salvini dei pesciolini portati in trionfo da soloni che li vorrebbero nel Pd, induce gli spiriti insofferenti alla omologazione a respingere ciò che percepiscono come imposto, contro la vocazione dei più a seguire la mandria. Alle regionali di Liguria, Marche e Campania, Renzi ha anticipato che Italia viva si dissocerà dal Partito democratico; in Veneto e in Puglia sarà con Calenda e Bonino. Solo il candidato della Toscana, Eugenio Giani, sarà sostenuto da Pd e Italia viva. Comunque finisca, nel paese i numeri dicono che il centro destra è maggioranza. Eppure, nulla si muove. Aver fatto fuori Salvini, momentaneamente e senza neppure ringraziarlo, non basta. Il Pd deve eliminare i resti del populismo capace solo di fare danni e, se è in grado, tirare fuori il paese dalla crisi. Dall’esterno, il governo assomiglia a un ammasso disomogeneo di materiale inerte sul punto di smottare. L’economia è disastrosa, siamo ultimi dopo la Grecia, con la produzione industriale ferma e la disoccupazione che ha ripreso a salire. Dal nulla, si leva di tanto in tanto la voce del ministro dell’Economia Gualtieri, che ci comunica con contenuto ottimismo che si intravedono i “primi segnali incoraggianti di crescita”. Ma la crescita è come l’Araba Fenice che ci sia ciascun lo dice ove sia nessun lo sa. E Renzi, che sulla prescrizione dice: “Noi non ci vendiamo”, e ha nel cassetto la sfiducia individuale a Bonafede pronto a tirarla fuori alla prima occasione, dimostra di essere uno dei pochi ad avere idee chiare sulla crescita: sbloccare i 270 cantieri; far partire la Gronda, già finanziata; mettere i commissari dove ci sono i soldi e avviare le opere pubbliche per dare una sferzata all’economia prima che arrivi la recessione e saltino posti di lavoro; abolire il reddito di cittadinanza, a quel punto inutile come misura per il lavoro, abbassando ulteriormente il cuneo fiscale (oggi una bazzecola: tre miseri miliardi) per aiutare le imprese. Fermare il populismo significa anche impedire la revoca delle concessioni a Autostrade, che sarebbe un autogol: si manderebbero a casa tanti lavoratori e si pagherebbe una forte penale. Intervistato da Vespa a Porta a porta Renzi avanza una proposta: l’elezione diretta del sindaco d’Italia che sta in carica cinque anni. E per sgomberare il campo da insinuazioni e attacchi: “Ho il lusso di poterlo proporre perché sono al 4 per cento e siccome così non si va avanti, alla fine accetteranno tutti”. Tirando le somme: il Pd, per spirito di autoconservazione, è diventato il partito dello status quo, ingessato in un governo in cui Leu, sinistra radicale e grillini sono dalla stessa parte, legati da un’ideologia che è il vero freno della crescita. Non si cresce cominciando a distribuire ma cominciando a produrre e per combattere la povertà non si combatte la ricchezza. Tutto fuorché criptico o imprevedibile, Renzi è stato trasparente. La sua visione di paese non è compatibile con quella del governo Conte. E con quella delle opposizioni? A questo proposito, si vocifera del patto dei due Matteo sulla nascita di un governo istituzionale guidato da Renzi (Salvini: “Dopo esserci alleati con Di Maio nulla ci fa più paura”) a condizione di fissare la data delle elezioni, possibili dopo il referendum sul taglio dei parlamentari. Ipotesi niente male.

Giampaolo Pansa: scoprire verità nascoste..l’opinione R. Faletti

postato il 12 febbraio 2020 alle ore 15,57

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Tra due ali di popolazione festante, i soldati americani su autoblindo, camionette e tank sfilano lungo le strade del paese e lanciano barrette di cioccolata e sigarette. The end. Il film su una guerra che doveva durare tre mesi e concludersi con la conquista dell’orbe terracqueo da parte di Hitler, durata invece sei tragici anni con milioni di morti tra militari e civili e intere città devastate, si conclude con quelle due paroline. Ma solo nel film. In Italia è continuata come guerra fratricida, la guerra civile combattuta tra il ’43 e il ’45 con strascichi drammatici e peggiore di quella contro il nazifascismo, perché carica di odio, desiderio di vendetta e inesauribile sete di sangue. Una guerra tra gli ultimi fascisti della Repubblica di Salò e i partigiani comunisti che volevano, con ogni mezzo, instaurare nel paese una dittatura di stampo sovietico. Rappresaglie e massacri fuori controllo, vendette personali e vili opportunismi e quella linea che divideva i buoni dai cattivi. Buoni i vincitori, cattivi i vinti. La verità, più complessa di come viene spesso rappresentata, sarebbe rimasta sepolta sotto la pubblicistica rossa se la voce di un giornalista dal coraggio quasi sfrontato non avesse sollevato la coltre di silenzio imposta su quel terribile periodo, come palate di terra sui cadaveri di uomini, donne e bambini, soppressi senza un processo, senza alcuna verifica sulle responsabilità individuali, colpevoli solo di aver avuto un parente, un amico, un conoscente, un vicino di casa che aveva militato nelle camicie nere. “Uccidere un fascista non è reato”, il motto delle Brigate rosse, mutuato dai partigiani comunisti che avevano imparato da Stalin che per eliminare il problema bastava eliminare l’uomo. Intere famiglie distrutte nei modi più feroci da criminali rimasti impuniti, alcuni fatti scappare all’estero, altri liberi di muoversi nel paese. E l’ambiguità del Pci di Togliatti sui 40 giorni dell’occupazione partigiana iugoslava nel ’45, che fu la strage degli italiani di Gorizia, presi dai titini, trucidati e gettati nelle foibe, da morti e da vivi. Scopriamo molto, e con raccapriccio, del mattatoio del primo dopoguerra, su cui i libri di storia sorvolano e che per diversi anni diretti interessati e testimoni oculari hanno temuto di rivelare per paura di ritorsioni, leggendo i libri di Giampaolo Pansa. L’autore più contestato, criticato e attaccato da sinistra, il quale, con l’onestà e lo spirito indipendente di uomo libero, ha aperto uno squarcio su un capitolo cupo della storia italiana negato da molti “compagni”. Mi è parso doveroso ricordare il giornalista e scrittore, a un mese dalla morte domani, in un paese dove la faziosità e la falsità sono purtroppo diffusi e chissà per quanto ancora, come le frasi seguenti dimostrano in modo inequivocabile nel Giorno del ricordo delle foibe. Il vignettista Vauro: “Il Giorno del Ricordo è un trucido strumento di propaganda”; Serracchiani, Pd: “La Foiba di Basovizza ormai è palcoscenico della destra sovranista”; l’Anpi di Lecce: “Una studentessa istriana uccisa nel 1943 è una presunta vittima”. Vivissimi complimenti ai veri democratici della sinistra!

Europa sottomessa…l’opinione di Rita Faletti

Postato il 5 febbraio 2020

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Ha-Kotel – foto G. Ruzza

Nel Giorno della Memoria, a Firenze, un’insegnante di scuola media alla classe: “Liliana Segre non la sopporto. E anche voi ragazzi non vi fate fregare da questi personaggi che cercano solo pubblicità”. La testimonianza preziosa di una sopravvissuta all’orrore della Shoah, per chi ha la sensibilità l’umanità e l’intelligenza di un pezzo di legno marcio, è una insopportabile questione di pubblicità. La frase ignobile è stata condannata unanimemente e colei che l’ha pronunciata è probabile e auspicabile che sia rimossa dall’incarico per indegnità. Ma questo non è il punto. Alla vicenda è appesa una domanda: “Come siamo arrivati a questo?” che costringe tutti, in primo luogo i governi europei, a togliersi le fette di prosciutto dagli occhi, guardarsi allo specchio e interrogare le proprie coscienze. Liliana Segre, e come lei coloro che sono emersi dall’inferno e hanno visto la barbarie con i loro occhi, può autorevolmente rispondere a quella domanda. Lo fa quando, nel raccontare lo stupore e la sofferenza di una bambina che all’improvviso, senza colpa, si vede allontanare dalla scuola, isolare dai compagni e dagli amici con cui ha condiviso le esperienze di adolescente, si sofferma su una parola: indifferenza. Chi vedeva e sapeva, voltò la testa dall’altra parte. E’ così che l’indifferenza si fa complice di un crimine, il più abietto compiuto da uomini contro altri uomini in nome della razza. Intere generazioni sterminate: ad Auschwitz-Birkenau venivano uccise 15 mila persone di fede ebraica al giorno, di tutte le età, con regolarità scientifica e con l’obiettivo di rendere la terra “Judenrein”, senza ebrei. Un abominio di cui si rese complice chi sottovalutò i segnali premonitori della tragedia, chi preferì negarli per vigliaccheria, chi, per paura, seguì i carnefici nel disegno criminale. L’infamia dell’Olocausto, con i sei milioni di ebrei sterminati, fece dire “Mai più”. A distanza di 75 anni, quella barbarie è un ricordo sfuocato, o “un fatto obsoleto”, come il grillino Carabetta l’ha definito, per i negazionisti occidentali un inganno costruito dagli ebrei per diventare padroni del mondo, per i negazionisti islamici il frutto di un complotto dell’imperialismo a danno dei paesi arabi e la causa del sogno naufragato del panarabismo. Sempre colpa degli ebrei. Ignoranza crassa, frustrazione, stupidità e cattiveria, i cattivi sono spesso stupidi, confermano che l’odio antisemita non si è spento. Oggi sta mostrando la propria resilienza e la propria brutta faccia con modalità diverse, ma con la stessa feroce determinazione del Novecento. Al minimo soffio di vento, riaffiora da sotto la cenere e incendia l’animo dei “poveri di spirito” come Liliana Segre ha definito, con larga generosità, le bestie del XXI secolo. L’odio antisemita è il filo che lega il presente al passato, i nazisti agli islamici di un secolo fa, quando il Gran Muftì di Gerusalemme si offrì di collaborare con i nazisti per la “soluzione finale”, i neonazisti agli islamisti di oggi con il medesimo intento: la liberazione dell’Europa dagli ebrei e deI Medio Oriente da Israele. I corsi e ricorsi della storia per cui “arriva il momento, ha detto la senatrice Segre al Parlamento europeo, davanti ai rappresentanti di 28 paesi, in cui ognuno si volta dall’altra parte perché la cosa non lo riguarda”. Riferimento esclusivo al passato? La citazione dei ricorsi storici fa pensare all’ignavia del presente. Una ricerca sull’odio antisemita in Europa, rivela che il continente che si pregia di impartire lezioni morali sulla solidarietà, l’inclusione e l’accoglienza, è anche quello da cui le comunità ebraiche, che erano rifiorite dopo la Shoah, si sono notevolmente assottigliate o sono quasi scomparse. Gli episodi di aggressione e gli atti di terrorismo contro cittadini di fede giudaica si sono moltiplicati. Alcune sinagoghe sono state incendiate, altre sono piantonate ininterrottamente dalle forze di polizia, molti fedeli si recano a pregare in case private, le scuole ebraiche sono irriconoscibili perché prive di scritte, le famiglie non iscrivono più i loro figli alla scuola pubblica dove troppo spesso sono vittime di minacce e percosse, le stelle di Davide sono bruciate, le merci ebraiche sono marchiate e boicottate. In Germania, dove non passa giorno che un ebreo non sia ucciso, alcuni rabbini insultati e picchiati per strada e presi a calci in faccia, consigliano i giovani ad andare in Israele o negli Stati Uniti. Il commissario governativo tedesco delegato alla lotta all’antisemitismo, Felix Klein, ha invitato gli ebrei all’invisibilità: “non indossate la kippah in pubblico”. Sarebbe come dire a un cristiano: togli il crocifisso dal collo. Non è escluso che non succeda. La Germania di Merkel, che ha accolto un milione e mezzo di siriani, non è in grado di difendere qualche migliaio di cittadini ebrei dalla violenza islamica e ora da un’esplosione di antisemitismo neonazista. Pavidità e vigliaccheria soprattutto nei confronti dell’islam, che si evita con cura di nominare, se oggi la Germania, dopo un lungo periodo di afonia e torpore morale, pare si sia svegliata e abbia deciso di fare qualcosa a difesa degli ebrei. Ma che difesa è se chiede loro di essere invisibili? Che vita è se li costringe a mimetizzarsi? In fatto di vigliaccheria e paura, non si sa a quale paese attribuire il primato. In Olanda e Danimarca gli ebrei rimasti sono pochissimi; la Svezia ambientalista si sta scoprendo oltre che antisemita anche pagana. Nel paese della globalizzazione della tecnologia e del multiculturalismo da strapazzo, Greta superstar è studiata e venerata come una divinità. A Malmo, un prete dal pulpito grida: “Ascoltate! Gesù di Nazareth ha nominato uno dei suoi successori, il suo nome è Greta Thunberg!”. Siamo alla follia. La Francia è impotente di fronte alla prepotenza islamica. Una sedicenne, Mila, ha scritto sui social che “l’islam è una religione di odio”. E’ minacciata di morte e un tribunale ha aperto un fascicolo contro di lei. E’ curioso che non sia stato aperto un fascicolo contro un comico che canta: “Gesù gay”. Dobbiamo autocensurarci e metterci il bavaglio per sopravvivere in un’Europa sottomessa all’islam. Questo ha convinto gli ebrei ad andarsene prima di dover fuggire un’altra volta. La visione nazista dell’Europa senza ebrei si sta realizzando. Chi ne pagherà le conseguenze peggiori saremo soprattutto noi. Il tradimento degli ebrei sarà il tradimento di noi stessi, della cultura dei diritti umani e della libertà, il tradimento di una storia comune e delle stesse radici. Vinti dal peso demografico dell’islam, la tecnologia e il Green Deal non ci salveranno dal declino culturale e dalla miseria morale. Per cosa poi? Cosa abbiamo in comune con l’islam? blogritafaletti

Pd e dintorni: atmosfera festaiola….l’opinione di Rita Faletti

postato il 1 febbraio 2020 alle ore 16,05

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Bonaccini vince con sette punti di scarto su Borgonzoni. Il Partito democratico raccoglie i frutti del lavoro altrui e gongola. Alla Sette di Urbano Cairo, la corazzata dei giornalisti schierati e dei conduttori di talk fa muro contro le critiche al governo, che vengano da destra o dagli scissionisti del Partito democratico, Renzi e Calenda, o dai radicali di +Europa. Il risultato del voto in Emilia-Romagna non deve però confondere: un conto è il Pd di Bonaccini, un conto il Pd nazionale. Le differenze sono in alcuni dati eloquenti: il Pil dell’Emilia-Romagna ha registrato un+1,7% contro il Pil nazionale dell’ultimo trimestre del 2019:-0,3%; nel paese la disoccupazione ha ripreso a camminare, meno 75 mila posti di lavoro a tempo indeterminato, in controtendenza nella regione governata da Bonaccini: +1,9%. Non stupisce alla luce dell’ “anno bellissimo” preconizzato da Conte, è anzi in linea con la politica economica del governo precedente e di quello attuale. Le promesse iperboliche dei grillini, la loro sostanziale avversione alle imprese e l’incremento delle misure assistenziali, ci autorizzano ad aspettarci il contrario di quello che ci viene raccontato. L’economia non decolla. Fino ad oggi, il Partito democratico di Zingaretti è andato a rimorchio dei 5s, anche per una questione di forze all’interno del Parlamento, dove il MoVimento, non più maggioranza nel paese, oggi al 14 per cento, è maggioranza. La botta violenta presa alle regionali potrebbe cambiare gli equilibri favorendo Zingaretti, sempre che la sinistra radicale e qualche democratico non si mettano di traverso. E’ probabile che questo accada, in contrapposizione al riformismo dei renziani. Chi ha manovrato contro l’ex presidente del Consiglio nel 2016, ci riproverà. D’Alema ha detto che i grillini sono stati portatori di una nuova energia nel Pd. L’odio si può stemperare ma mai assopire. Per continuare con i dati economici, fortunatamente impermeabili ai sentimenti, si evince facilmente l’andamento dell’economia in Emilia-Romagna. Le esportazioni sono aumentate: +17,3%, la produttività registra 63,2 mila euro per addetto, gli investimenti esteri sono al 43,5%. Ancora: la robotizzazione si è confermata un’occasione di crescita: su 154 imprese registrate in Italia, il 18,2% si trova in Emilia-Romagna (39% in Veneto, 15,6% in Lombardia), la raccolta differenziata è al 70%,+15 rispetto alla media nazionale, con 8 termovalorizzatori attivi uno dei quali raccoglie i rifiuti provenienti da Roma a 180 euro a tonnellata. A dimostrazione che i termovalorizzatori producono ricchezza oltre che tenere pulite le città e ostacolare i guadagni delle ecomafie, sempre che, invece, non si vogliano favorire. E per completare il quadro, la Banca popolare dell’Emilia-Romagna è diventata società per azioni con la riforma Renzi. Dunque, in casa Pd e dintorni, bene rallegrarsi ma con cautela. L’atmosfera festaiola è iniziata a “Di martedì”. Floris ha accolto Zingaretti con un “Contento di aver vinto?” Il segretario sorride felice e attacca con la solita tiritera: unità, comunità, solidarietà del buon governo (di Bonaccini, il suo non promette bene) e invia un messaggio di comprensione e rispetto per il travaglio (oops..) interno ai Cinque stelle. “Adesso calma e gesso, umiltà e serietà e pancia a terra”. Solo il gesso e la pancia sono concreti, il resto è retorica. La sera successiva, ospite a Otto e ½, Bonaccini ha evitato di commentare l’osservazione tendenziosa della Gruber sullo scampato pericolo. Il governatore, look da tronista, ha detto che alla vittoria della Lega non ha mai creduto. “Ero certo di vincere, ne ho avuto conferma girando tra la gente, cosa che il Partito democratico colpevolmente non fa da tempo. L’Emilia-Romagna è la mia regione, ci sono nato e cresciuto e la conosco. E’ una regione ricca, ma c’è ancora da lavorare per alzare ulteriormente il livello di benessere che le persone chiedono”. “Cosa dovrebbe fare il Pd per replicare questa vittoria in altre regioni?”. “Andare in mezzo alla gente e ascoltare, essere popolare non populista”. Allusione ai grillini? Poi, per fugare ogni dubbio sulla sua vittoria: “Tra gli elettori, molti sono del centrodestra”. Per chi ha orecchie da intendere, il messaggio suona chiaro: ho vinto io con il mio programma che è stato apprezzato anche dall’opposizione. Vero. Le prossime regionali saranno in Toscana, Marche, Campania e Puglia. A chi andranno? Tutto dipenderà da quello che il Pd deciderà di fare, se seguire Renzi, che fino ad oggi non ha sbagliato una previsione, o i grillini. C’è chi spera nella mossa del pitone: abbracciare i Cinque stelle stretto stretto fino a soffocarli.

“M5S soffocati nella scatoletta di tonno” l’opinione …di Rita Faletti

postato il 27 gennaio 2020 ore 12,37

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In Emilia Romagna alle 19 di ieri, l’affluenza alle urne era del 58,82 per cento. Alla stessa ora, nel 2014, alle regionali si era recato a votare il 30,89 per cento degli aventi diritto. Un primo dato, ma significativo, che poteva essere interpretato principalmente come spia della sfida accesa tra Partito democratico e Lega e del fermo proposito, da parte degli elettori del Pd, di non cedere alla destra la regione rossa per eccellenza. Il risultato di oggi (Bonaccini al 51,33 per cento) era nell’aria nei giorni immediatamente precedenti il voto. Sarebbe però una lettura superficiale attribuire al Partito democratico la vittoria di un governatore che ha avuto un ruolo determinante nel portare l’Emilia Romagna ai primi posti per disoccupazione ai minimi, affidabilità delle istituzioni locali, imprese che funzionano, servizi ai cittadini e welfare tra i migliori del Paese. Il merito è solo di Bonaccini che non ha voluto mescolarsi con il Pd in campagna elettorale ritenendo che non avrebbe portato bene. Oggi, scampato il pericolo Salvini, Zingaretti esulta e ostenta grande familiarità con il governatore, che ultimamente “sentiva tutti i giorni”. Ma la fifa era tanta. Perdere l’Emilia Romagna sarebbe stata una sconfitta maggiore per il Pd che per Bonaccini, perché se è vero che la vittoria è tutta del governatore che ha amministrato bene, la sconfitta sarebbe stata imputabile soprattutto al Pd che ha perso lo smalto del passato pur rimanendo il primo partito. Lo testifica la sconfitta di Borgonzoni/Salvini: il 43,76 per cento dei voti è comunque un risultato di tutto rispetto. Ferrara, Parma, Piacenza e Rimini sono della Lega e, nelle campagne, Salvini è imbattibile. Sono passati i tempi in cui il Pci consegnava l’Unità porta a porta e non aveva rivali. C’è poi un elemento da non sottovalutare: le piazze piene di Sardine contro Salvini, senza le quali non è scontato che l’esito sarebbe stato lo stesso. E andiamo in Calabria, dove la situazione è capovolta a favore del centro destra. Jole Santelli ha vinto con il 55,98 per cento lasciando molto indietro Callipo, candidato per il Pd, al 30,25 per cento. Ma chi ha perso davvero e in maniera catastrofica, è stato il moVimento 5s, al 3,45 per cento in Emilia Romagna e al 7,38 in Calabria. Sotto la soglia di sbarramento (8 per cento) e fuori del Consiglio regionale in entrambe le regioni. In prospettiva, gli scenari che si aprono sono molto interessanti e non escludono la possibilità che prima della fine della legislatura si vada a votare. Come ha detto Paolo Mieli, è indecente che il governo Conte, così come si presenta ora, possa eleggere il prossimo presidente della Repubblica. Nel Paese, in base ai sondaggi, il centro sinistra non è maggioranza e con questo deve fare i conti. Rimane un punto interrogativo: cosa farà Renzi? Non è improbabile che forzi il Pd a liberarsi dei grillini più resistenti che sono il vero ostacolo al processo riformista interrotto con il governo gialloverde e in pericolo con quello giallorosso, ma l’unica soluzione possibile ai problemi del Paese. Il posizionamento di Italia viva al centro potrebbe essere rivisto, sempre che il Pd di Zingaretti, in realtà molto debole, non rifiuti di lasciarsi guidare da uno dei pochissimi cavalli di razza del centro sinistra, sempre che l’obiettivo di Renzi “prosciugheremo il Pd” non sia accantonato. blogritafaletti

Ancora Boschi a processo in tv…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 19 gennaio 2020 alle ore

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Ancora lei. Maria Elena Boschi a 8 e 1/2 processata dalle 3 “G”, Gruber, Giannini, Giletti, per l’ultima malefatta di Italia viva. “Avete votato con l’opposizione a favore della mozione per l’abolizione della riforma della prescrizione” è l’accusa mossa da Lilli Gruber, concentrata nella ricerca di una introvabile imperfezione nella luminosa bellezza  della Boschi. In politica la bellezza non aiuta chi la possiede, per giunta con tanta naturale sicurezza. E’ un deterrente, quasi un invito all’attacco a testa bassa. Più misericordiosi Giannini e Giletti. E’ ovvio, non c’è competizione, ma la memoria di un precedente importante sì, quando la Boschi non si difese come avrebbe dovuto e potuto dal morso velenoso di Travaglio che la accusava di aver lavorato per salvare Banca Etruria. In quella circostanza, sempre a 8 e 1/2, Maria Elena Boschi disse: “Il dottor Travaglio si accanisce contro di me perché sono una donna”. Quando avrebbe dovuto e potuto dire: “Mi sono interessata a una banca del territorio (perché di solo interessamento si trattò) come è legittimo che un politico faccia”. Spostando lo scontro sul terreno della categoria di genere, Boschi commise un errore. Questa volta, il tentativo di messa all’angolo da parte dei tre giornalisti, non è andato a segno. Boschi è rimasta imperturbabile e ha ribadito un concetto espresso da Renzi: lo stop alla prescrizione è un obbrobrio, la morte del diritto. Di più: il Pd va a rimorchio dei 5s, di cui non intendiamo diventare la sesta stella. Non abbiamo fatto nascere questo governo per diventare grillini. Con il sopracciglio alzato, l’altoatesina conduttrice insiste: “Votare con l’opposizione è un atto grave che incrina la stabilità del governo”. Accompagnata da un sorriso, la risposta arriva netta. Si può riassumere così: dalla revoca delle concessioni ad Autostrade, alle questioni Alitalia e Ilva, alla politica estera, alla plastic tax, le nostre posizioni sono distanti da quelle del Pd. La subalternità del partito di Zingaretti ai grillini riguarda anche Quota 100 e Reddito di cittadinanza che noi aboliremmo. Incalza Gruber: “Voterete con l’opposizione anche in Senato?” Boschi: “Noi siamo sempre stati critici nei confronti della riforma della prescrizione. Non è una novità. Reputiamo che il processo debba essere giusto e di ragionevole durata e garantire l’indagato contro la cultura della gogna. Siamo garantisti.” Va detto che la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio,  trasforma un imputato in un presunto colpevole a vita e ogni processo in una persecuzione, eliminando un limite entro il quale deve intervenire la definitiva risposta di giustizia. La prescrizione è infatti legata indissolubilmente ai principi di presunzione di innocenza e di inviolabilità del diritto di difesa, contemplati dalla Costituzione. E’ per questo che Renzi ha detto: “Questa riforma non passerà, i grillini lo sanno benissimo”. Se però il tema è collegato alla sopravvivenza del governo, bisogna chiedersi se sia preferibile salvare il governo o lo stato di diritto. Per i nemici del giustizialismo la scelta è facile. E per il Pd? 

The New Pope. Iniziata su Sky la seconda serie….l’opinione di Rita Faletti

postato il 12 gennaio 2020

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E’ iniziata su Sky la seconda parte della serie televisiva nata dal talento prodigioso di Paolo Sorrentino, The New Pope. Già il titolo prelude a una nuova figura di pontefice, altra da quella che ha dominato la prima parte, e a un modo diverso di intendere la difficile missione di guidare la Chiesa e rapportarsi alla cristianità e al mondo. Se la centralità della figura papale rimane il punto fondamentale della serie, nella prima parte, The Young Pope, è il giovane Papa americano Lenny Belardo ad occupare la scena con la sua personalità, la sua ferma adesione ai dogmi, la sua intransigenza quando afferma che “non è Dio a doversi avvicinare a noi ma noi a Dio”, rendendo vani i tentativi del Segretario di Stato Angelo Voiello di stemperare gli aspetti apparentemente reazionari del proprio pontificato. Ed è sempre il giovane Papa, in coma da mesi, a colpire l’immaginazione all’inizio del primo episodio della seconda parte. Ed è sempre il Segretario di Stato, che si muove con decisione dietro le quinte per imbrigliare il nuovo corso degli eventi, a ordinare  l’apertura del Conclave per l’elezione del futuro Papa (rimarchevole l’accompagnamento musicale del Secondo Coro delle Lavandaie di Napoli) con la speranza di essere eletto.  Dopo l’ennesima fumata nera  l’annuncio: habemus Papam. Non sarà Voiello però a salire sul soglio pontificio, ma Tommaso Viglietti.  Chi è costui? Si chiedono increduli i cardinali. Niente è scontato, sembra suggerire Sorrentino. Il potente Segretario di Stato deve ritrarsi davanti alla volontà imperscrutabile dello Spirito Santo, nel quale sono in pochi a credere dentro e fuori le mura del Vaticano. Sorrentino, lasciati i toni intimistici adatti alla caratterizzazione di un Papa incline alla meditazione e alla preghiera, frequenti gli appelli a Dio, e impermeabile aIle lusinghe della propaganda e ai modelli vincenti della comunicazione, si sposta su una realtà più variegata, complessa e contraddittoria, dove muove i primi passi il  nuovo Papa. Dopo un esordio esitante che gli fa dire tra lacrime di commozione e confusione: “E adesso cosa devo fare?” (Il riferimento è a Papa Luciani) Francesco II, questo è il nome che sceglie per sé, impone le nuove regole: riportare la Chiesa alla povertà delle origini. “Vi libererete di tutte le ricchezze e le distribuirete ai poveri”. “Ci libereremo anche dei rifugiati?” Domanda ironico Voiello. “No, di quelli no”. Non sfugge il richiamo a Bergoglio. “Apriremo le porte a tutti i migranti”. All’obiezione del Segretario di Stato, Francesco II risponde: “Non vorrete mica che il vostro Papa si adombri”. Parole emblematiche che non ammettono repliche e non disdegnano schiaffi e strattoni alla bisogna. Voiello commenta tranciante: “Un Papa che non si rende conto di essere un Papa”. Eppure la stampa lo celebra e le sinistre lo amano. “Quelle non ne hanno azzeccata una”. Dal dogma alla morbidezza del compromesso e del cedimento. Ma Voiello non può rinunciare alla missione di salvare l’istituzione della Chiesa dalla distruzione e mentre i fedeli rimpiangono il giovane Papa americano e sentono forte la sua presenza e il suo messaggio di fede, Voiello si reca in Gran Bretagna  per convincere  l’aristocratico arcivescovo John Brannox a salire al soglio pontificio dopo la morte sospetta di Francesco II. La moderazione della “Via Media” di cui Brannox è promotore servirà alla rinascita della Chiesa e della sua missione nel mondo. Realtà e irrealtà, visione e immaginazione, fatti recenti di attualità si rincorrono e si mescolano nel capolavoro di Sorrentino, il cui principale interesse è la difficoltà dell’essere umano nell’affrontare valori assoluti che vanno ben oltre le ragioni di stato, le riflessioni filosofiche e le avversità,  per concentrarsi sulla fede e sui dogmi. John Brannox dirà a Voiello: “La Chiesa non si preoccuperà dei barboni, si preoccuperà della Chiesa”. E forse, Lenny Belardo si sveglierà dal coma e risveglierà il fascino misterioso del soprannaturale, irresistibile attrazione per l’essere umano.  ritafaletti.wordpress.com         

 

Khamenei a Trump: “ora prepara le bare”….l’opinione di Rita Faletti

postato il 5 gennaio 2020 ore 13,04

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La notizia trasmessa ieri con preoccupazione da tutte le emittenti del Pianeta, la più sensazionale in ordine cronologico dopo l’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan nel 2011 e di al-Baghdadi in ottobre, riguarda un’altra uccisione. Fuori dell’aeroporto internazionale di Baghdad, un missile lanciato da un drone americano MQ-9 Reaper, colpisce un veicolo sul quale sta viaggiando nientemeno che il generale Qassem Suleimani, l’uomo più influente dell’Iran, una sorta di alter ego dell’ayatollah Khamenei. Subito dopo, Trump posta l’immagine della bandiera a stelle e strisce. Nessun commento. La bandiera americana è, da sola, messaggio forte e simbolo: di vittoria e di ristabilimento dell’ordine. Quello che in politica estera è sfuggito di mano a partire dall’Amministrazione Obama, viene riacciuffato e ricollocato al suo posto nella scacchiera geopolitica, in un’ottica di riequilibrio tra forze esterne e tra forze esterne e interne. Il controllo e il mantenimento di quell’equilibrio è affidato agli Stati Uniti. Che piaccia o meno riconoscerlo, se oggi l’Europa è un continente libero lo deve alla Gran Bretagna e al suo alleato naturale, senza i quali una raccapricciante svastica nera sostituirebbe le rispettive bandiere nazionali del vecchio continente. Fu Winston Churchill a chiedere a Roosevelt, allora presidente degli Stati Uniti, di intervenire in Europa per aiutare gli alleati minacciati da un pazzo criminale a sconfiggere le forze armate del Terzo Reich che stavano avanzando velocemente e occupando uno dopo l’altro gli stati europei. Anche durante gli anni della guerra fredda e della divisione Est-Ovest, prima del fatale crollo del muro di Berlino, l’America era stata il guardiano delle nostre democrazie contro il totalitarismo. Oggi il nemico è un altro, più pericoloso perché più subdolo, determinato a raggiungere i propri obiettivi senza esporsi direttamente, ma servendosi di milizie locali per eliminare l’ingombro che di quegli obiettivi ostacola o pregiudica il raggiungimento. Oggi il nemico è l’ego nazionalista della Repubblica islamica dell’Iran, che prepara da tempo la propria leadership sulla scena regionale e mediorientale, con ogni mezzo, rimanendo nell’ombra. Iraq e Siria sono di fatto nella sua orbita di potere, Hezbollah nel sud del Libano e Hamas a Gaza dipendono direttamente da Teheran che utilizza i due gruppi terroristici per colpire Israele. La teocrazia iraniana guidata dal suo capo spirituale, Khamenei, non è tenera neanche con gli iraniani che controlla attraverso un apparato repressivo feroce. Figurarsi se il nemico è l’occidente con la sua cultura. In questo contesto, l’eliminazione di Suleimani da parte degli Stati Uniti è vissuta come una grave perdita e insieme un terribile affronto al regime. Un atto di “terrorismo” che va lavato con il sangue. Chi era Qassem Suleimani che il popolo piange e giura di voler vendicare? Uno stratega militare, il più alto grado delle Guardie della Rivoluzione, un combattente spietato e crudele che usava uccidere personalmente i nemici. Carisma e potere, non rappresentazione del potere, ma il potere stesso, grazie al quale era riuscito a creare una rete di collegamento tra gli sciiti in Medio Oriente, dove sono minoranza, e restituire loro l’orgoglio e la fiducia di poter sfidare i sunniti. Iran sciita contro Arabia Saudita sunnita. Per gli iraniani un eroe, ora un martire, per molti altri un macellaio che ha ucciso centinaia di soldati americani in attentati brutali, ha autorizzato un attacco missilistico senza precedenti dall’Iraq contro le raffinerie dell’Arabia Saudita, ha ordinato un attacco con alcuni droni contro il territorio di Israele, ha organizzato 18 attacchi con razzi e mortai contro le basi militari in Iraq. Reazioni? Nessuna. In uno di questi attacchi è rimasto ucciso un contractor americano. Baghdad non ha protestato. Quale l’obiettivo? Sradicare le forze della Coalizione dall’Iraq e avere il dominio completo del paese. Per farlo, Suleimani si è spinto oltre: ha fatto nominare, in maniera discreta, un ufficiale iracheno a lui fedele, come comandante della sicurezza della Zona verde, area supersorvegliata della capitale che contiene anche l’ambasciata americana. Ma c’è anche chi ha gioito dell’uccisione del generale. Una folla di giovani dimostranti a piazza Tahrir, in Iraq, ha iniziato a ballare e manifestare contro il governo corrotto e compromesso con l’Iran, che spudoratamente dichiara di combattere lo Stato islamico. Un’ignobile bugia. In Iraq sono gli americani che continuano a contrastare i miliziani dell’Isis, insieme ai curdi. Minacce di rappresaglia, un progetto nucleare da portare a termine, paesi cui chiedere il sostegno. L’Italia deve subito dire da che parte intende stare. Il prode Di Maio chiede che l’Europa parli con una sola voce. L’Europa dal cuore di coniglio e dal coraggio di pecora, tace. Dovesse rimetterci commercialmente. Violazioni del trattato sul nucleare, violazioni dei diritti umani, minacce a Israele. Niente. Meglio il silenzio, non si sa mai. Unica voce quella di Donald Tusk: bisogna mantenere l’unità transatlantica. Dunque, bene ha fatto il presidente americano a ristabilire l’equilibrio in Medio Oriente e mettere in chiaro che l’America non è disposta a sopportare oltre. Il guardiano del mondo non può accettare che nell’ area più calda del Globo si rompano gli equilibri a causa di velleitarismi egemonici che sconquasserebbero una regione innescando una serie di pesanti conseguenze. Quella gallina stagionata della Nancy Pelosi può strillare quanto vuole protestando che Trump in persona ha ordinato l’attacco senza chiedere l’autorizzazione del Congresso. Sarebbe stato una inutile perdita di tempo. Gli americani, che siano democratici o repubblicani, di fronte alla difesa del loro paese e alla sicurezza nazionale si uniscono, sapendo bene da che parte stare. Mica l’Europa. L’architetto del terrorismo andava eliminato senza chiedere il permesso a nessuno. ritafaletti.wordpress.com

Conte: il superpremier che ha profetizzato un anno bellissimo…………l’opinione di Rita Faletti

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Pronostico azzeccato per Conte, un po’ meno per il Paese. Novizio della politica, primo ministro di due governi bicolore, uno verde l’altro rosso, con una quota maggioritaria di giallo in entrambi, l’avvocato del popolo ha dato prova di astuzia e flessibilità da vero interprete del trasformismo. Persino Zingaretti, inizialmente tiepido nei suoi confronti, è diventato un suo ammiratore. Ma quanto è paziente, ma quanto è dialogante, ma quanto è aperto al compromesso! Il segretario Dem è così entusiasta di Conte che lo vorrebbe nel suo partito, non si sa se per convinzione o per opportunismo politico, e Conte glielo lascia credere, non si sa se per convinzione o per opportunismo politico. Non serve invece la macchina della verità dei film di spionaggio americani per scoprire quello che premier e segretario non nascondono: il vanto di essersi liberati di Salvini mettendo in sicurezza il Paese. Siamo ancora in Europa e usiamo l’euro per fare la spesa, comperare un biglietto per il cinema, pagare il caffè al bar. Lo scorso anno di questi tempi non era dato per scontato. Dunque, un punto a favore di un esecutivo debole e con esili prospettive di durata, che paga la velocità con cui è nato, la distanza culturale tra i due azionisti, le frammentazioni interne, le diffidenze reciproche; un esecutivo per opporsi più che per proporre, che intende durare fino al termine della legislatura per eleggere il presidente della Repubblica. Il merito del Conte2 sta anche nella rimozione di alcuni ministri che, se fossero ricordati, non sarebbe per capacità né per eleganza estetica oltre che etica, ma per lo zelo speciale dimostrato nel fare danni. Di Maio agli Esteri, dicastero poco attrattivo per il capo del movimento più interessato a farsi valere in casa che fuori, combinerà meno guai che allo Sviluppo economico. In Libia, dove è andato a dire non si sa cosa e in quale lingua, ci penseranno Erdogan e Putin a levargli le castagne dal fuoco. Bonisoli non è più ai Beni culturali dove ha tentato di sfasciare la riforma di Franceschini riportando a Roma la gestione e l’amministrazione dei grandi musei nazionali seguendo la logica statalista dei Cinque stelle. La Grillo ha dovuto cedere la Sanità, Toninelli, alle cui ingenue e spassose sparate ci si era quasi affezionati, ha lasciato Infrastrutture e Trasporti, la Trenta ha dovuto rinunciare a malincuore alla Difesa (strenua, della casa dalla metratura indispensabile alla nuova vita di relazione romana), portandosi via il fedele Pippo, lo schnauzer nano che la signora intanto che era occupata a difendere il patrio suolo ordinava: “escimi il cane” e un’auto militare partiva per prelevare Pippo e portarlo al ministero. Dettagli da farsa, ma significativi che inchiodano i grillini, a parole ferocemente ostili alla casta, nei fatti sensibili ai suoi privilegi. Privilegi di cui godere e privilegi da elargire. La Trenta infatti, nei quattordici mesi di permanenza alla Difesa, è riuscita a superare i suoi predecessori in generosità. A cominciare dai fedelissimi, tutti al ministero, tutti allo stesso civico in Via Flaminia, in una zona esclusiva dove gli affitti arrivano a 3mila euro mensili, mentre migliaia di ufficiali e sottufficiali attendono per anni un alloggio di servizio. Ma il buon cuore del ministro non conosce limiti: 130 encomi solenni, che hanno un peso nella carriera e nella retribuzione, conferiti per motivazioni vaghe e compilate con il metodo del copia e incolla, tanto da insospettire il sindacato dei militari che ha presentato un esposto alla P.d.R. di Roma “affinché sia accertata la regolarità delle procedure di assegnazione”. Cose imbarazzanti quasi quanto il video tragicomico in cui la Trenta ballava scatenata e faceva il trenino con i militari a Lourdes. Ma non basta. Da ministro della Difesa, ha declassato le Forze armate, chiamate a difendere il Paese dentro e fuori i confini, a una sorta di protezione civile. Quarantatré missioni operative distribuite in Africa, in Asia, in Medio oriente, intelligence, sistemi missilistici, F35, spese militari, programmi europei e atlantici, cose troppo serie per un ministro pacifista che ha fatto qualche tronfia passerella propagandistica e ha privilegiato gli scontri con Salvini sull’immigrazione. Le quote rosa non hanno portato bene ai Cinque stelle che hanno dovuto rinunciare anche alla ministra per il Sud, Barbara Lezzi, ex impiegata di quinto livello, cioè commessa, come è stato rilevato dall’ironico direttore di un giornale, che anche da parlamentare semplice estrinseca un’energia non comune nel nuocere alla sua regione, la Puglia. Diventata famosa per l’affermazione strampalata sull’aumento del Pil durante la stagione estiva grazie ai condizionatori che vanno a palla, ha brigato per sospendere lo Scudo penale ad ArcelorMittal al grido di “le cozze sono meglio dell’acciaio” sorvolando sul fatto che il gruppo siderurgico franco-indiano ha messo miliardi propri in un’azienda in perdita e che per giunta inquina da anni, in una zona del Paese dove non ci si accapiglia per investire. Tutto ancora da definire comunque, per ex Ilva come per Alitalia e concessioni ad Autostrade. Le proposte caldeggiate dai pentastellati sono l’ingresso dello Stato, cioè i soldi dei contribuenti, e l’intramontabile decrescita, unica soluzione alla difesa dell’ambiente. E il Pd? Boh!

Socialismo sovietico? E’ quello che vorrebbe la sinistra radicale. I britannici hanno risposto: no, thanks…..l’opinione di Rita Faletti Di Rita Faletti –

postato il 20 Dicembre 2019 – 10:16

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La crisi divenuta cronica delle sinistre europee si è materializzata anche nel Regno Unito. Il voto di giovedì scorso si è trasformato in una bruciante sconfitta per il Labour più di sinistra della sinistra britannica: Jeremy Corbyn è stato messo al tappeto dallo sfidante Boris Johnson. I Tory hanno stravinto aggiudicandosi 368 seggi, 42 sopra la soglia per la maggioranza assoluta. Che BoJo vincesse era scritto, che sbaragliasse l’avversario nessuno era disposto a scommetterci. Il povero Roberto Speranza insieme ad altri reduci della sinistra italiana era già con il trolley in mano pronto a volare a Londra per complimentarsi con il tovarish Corbyn con cui battersi per costruire una nuova Europa. Dovrà aspettare. Dunque, dal manifesto rosso “For the many not the few” al ridimensionatissimo “for the few”, 60 sono i seggi lasciati sul terreno dal Partito laburista, il risultato peggiore mai visto. Corbyn, il settuagenario nostalgico del socialismo sovietico, l’uomo che aveva promesso alla working class un cambiamento vero, si è addossato tutta la responsabilità della sconfitta ma non si è dimesso. Il suo corposo pacchetto antiliberista, la nazionalizzazione delle poste, delle ferrovie, della rete idrica, dell’energia, della banda larga, la rottamazione delle privatizzazioni, il fisco aggressivo contro i ricchi, una patrimoniale alle stelle per le aziende, l’abolizione delle tasse universitarie, non è riuscito a convincere molti di coloro ai quali l’ostinato nemico del capitalismo aveva chiesto scusa per il tradimento della Terza via di Tony Blair. A un programma populista troppo a sinistra e riproposizione del vecchio con una punta di isteria, il Paese allergico agli eccessi e all’emozionabilità ha risposto: “No, thanks”. I corbyniani hanno incolpato della sconfitta la Brexit, senza ammettere l’ambiguità dimostrata da Corbyn sulla controversa questione che ha monopolizzato il Paese per tre anni, e hanno sottaciuto le posizioni scandalosamente antisemite del loro leader che le comunità ebraiche non gli hanno perdonato. “I miei amici Hamas e Hezbollah” ha più volte detto il settantenne umiliato alle urne anche per questo. Ora il suo partito dovrà cercarsi un successore, ma chiunque sarà, l’attenzione della Gran Bretagna è per ora tutta rivolta al nuovo inquilino di Downing Street e all’uso che farà della fiducia composita che gli elettori gli hanno concesso. Attuerà l’uscita in breve tempo e nel modo più conveniente possibile? Da globalista convinto e uomo di cultura aperto e fuori dai soliti schemi, da politico carismatico e privo di scrupoli morali eccessivi, non ostacolerà certo la libera circolazione delle persone che a Londra circolano da parecchio e continueranno a circolare come le merci. La Brexit che Johnson non condivide ma che la maggioranza del popolo ha chiesto, non avrà nulla in comune con i sovranismi europei, la Gran Bretagna è sempre stata sufficientemente sovrana, e nello spirito ha poco in comune con la stessa Europa della quale anzi diffida, sentendosi invece naturalmente affine agli Stati Uniti. Cosa implicherà il divorzio dall’Unione europea? C’è chi ha già scommesso che con Boris Johnson la City diventerà una nuova Singapore. Il segnale dato dagli elettori è stato chiaro: aumentare le spese per sostenere la crescita e aiutare le fasce deboli. Conservatore per formazione culturale, sensibile ai cambiamenti e attento alle promesse fatte, BoJo punterà su investimenti ingenti in infrastrutture, sistema sanitario, istruzione e amministrazione pubblica, impegnando fondi pubblici e privati e dimostrando che crescita e welfare sono compatibili. La solidità delle istituzioni e il modello di democrazia non saranno sfiorati da eventuali bizzarrie di un eccentrico, brillante e imprevedibile Primo ministro. E mentre il resto del mondo corre, noi ci trastulliamo con una manovra finanziaria da ridere. blogritafaletti

 

Il Fondo salva stati: cos’è e perché firmarlo è importante per l’Italia……l’opinione di Rita Faletti

postato l’11 dicembre 2019 alle ore 23,44

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Si è conclusa la votazione sul Mes, acronimo di Meccanismo europeo di stabilità, più noto come Fondo salva stati, con 164 voti favorevoli e 122 contrari. Quello che è stato una spina nel fianco del governo e l’ennesima occasione di spaccatura tra Pd e 5s che oggi hanno perso quattro parlamentari decisi a passare con la Lega, sarà ratificato da tutti i Parlamenti europei nel 2020. Il confronto in Aula è stato infuocato come si poteva prevedere dopo che Di Maio si era messo di traverso e aveva minacciato di non firmare al buio, inseguendo Salvini sul suo stesso terreno. Il capo della Lega aveva sollevato un polverone insinuando il sospetto che il trattato contenga insidie a danno dei depositi bancari degli italiani. Aveva persino accusato di tradimento il presidente del Consiglio, il quale, in un recente intervento alla Camera, per la seconda volta lo aveva sbugiardato senza risparmiare Di Maio. “Quando parlavamo di Mes-aveva sottolineato Conte-c’era Salvini e pure Di Maio”. Sottinteso: visto che eravate al governo quando il negoziato europeo è stato concluso, o non avete prestato attenzione o non avete capito nulla o questa bagarre è strumentale. E’ quello che hanno pensato in molti conoscendo bene i due faccia di tolla che in questo caso si sono ritrovati dalla stessa parte con lo scopo Salvini di far apparire il premier inaffidabile e Di Maio di combattere la propria battaglia personale per il potere. Poco credibili entrambi e avvezzi alle figuracce, fanno a gara ad appuntarsi al petto la medaglietta di salvatori del paese. Salvini fa il lavoro dell’opposizione e Di Maio alza la temperatura dello scontro all’interno del governo per ricavarne vantaggi personali. In un paese serio il primo guiderebbe stabilmente un trattore, il secondo farebbe il venditore ambulante. Però, la solita cagnara propagandistica e manipolatoria e la conseguente confusione si sarebbero evitate qualora il Mes fosse stato spiegato a suo tempo. La maggior parte dei media si è giustificata con la scusa dei troppi tecnicismi che fanno del trattato un documento per addetti ai lavori. Alibi che si regge peraltro sullo scarso o inesistente interesse di moltissimi italiani per cose che non attengano ad argomenti “leggeri” o a gossip dal contenuto pruriginoso, locale e nazionale. Dunque, da una parte l’opposizione con Meloni e Salvini ostili al trattato e FI che si accoda, dall’altra il Pd che difende il Mes contro la cialtronata grillina del “Noi non firmiamo”. Finché, il ministro dell’Economia Gualtieri, di ritorno da Bruxelles, dà il contentino ai contestatori: fermo restando che il trattato non si cambia, al prossimo Consiglio europeo si rivedranno alcuni dettagli all’interno di un pacchetto più ampio. Dietro le quinte, lontano dalle orecchie dei cittadini che non devono sapere come vanno davvero le cose, non sono mancati grillini avveduti che hanno ricordato ai colleghi più esagitati che, se vogliono esorcizzare il ritorno a casa con le pive nel sacco, gli tocca farla finita con le bizze. Pare che le parole di Gualtieri abbiano tranquillizzato i più renitenti ed è andata a finire che il Mes è stato approvato. Ma cos’è il Mes? Già oggi, è un’istituzione intergovernativa che interviene in aiuto dei paesi in crisi finanziaria, una sorta di rete di protezione che aiuta un paese mettendogli a disposizione un prestito a condizione che il suo debito sovrano sia sostenibile. A decidere l’erogazione del prestito sono i tre principali paesi creditori: la Germania con 189,9 miliardi, la Francia con 142,6 e l’Italia con 125,3. Si capisce che l’istituzione tutela gli interessi dei paesi che maggiormente concorrono alla costituzione del fondo e indebolisce la posizione contrattuale dei paesi ad alto debito. In base agli accordi vigenti oggi, la Germania ha potere di veto essendo il primo creditore. Se per ipotesi il governo tedesco decidesse che il rischio di aiutare l’Italia fosse troppo alto, creando quindi una situazione di contagio nell’area euro, avrebbe tutti gli strumenti per imporre come condizione una ristrutturazione del debito. In base al nuovo trattato, il Mes fornirà nuove tutele. Avrà un ruolo (che ora non ha) nel valutare la sostenibilità del debito pubblico dei paesi che chiedessero assistenza e nel definire le clausole di condizionalità per erogare gli aiuti finanziari, ma escluderà l’automatismo della ristrutturazione del debito. Conti in ordine e crescita economica sono le condizioni per accedere a una linea di credito precauzionale. Ma l’innovazione principale riguarderà le banche: un fondo di 70 miliardi da utilizzare se l’aiuto dei creditori privati (bail-in) e il Fondo di risoluzione nazionale non fossero sufficienti. Ciononostante, per l’Italia non è importante soltanto aver aderito al Mes, cosa che consolida la nostra permanenza nell’euro, ma la necessità di ridurre drasticamente il debito, che, diventando incontrollabile, potrebbe rendere l’uscita dall’euro un’ipotesi. E’ forse il vedere l’Italia nella parte di debitore che spinge Salvini e Di Maio a considerare il Mes così pericoloso. ritafaletti.net

Un uomo forte al potere…..l’opinione di Rita Faletti.

postato l’ 8 dicembre 2019

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Il rapporto Censis rivela che il 48 per cento degli italiani vorrebbe un “uomo forte al potere” che non dovesse preoccuparsi di Parlamento e di elezioni. Detto così, un autocrate. Il pensiero va ai “pieni poteri” chiesti da Salvini, che se oggi si andasse a votare avrebbe il consenso di un terzo degli Italiani. Non sappiamo però se il capo della Lega con quell’espressione diventata famosa e spesso citata dai dem intendesse riferirsi a un sistema dittatoriale dove i diritti fondamentali e le libertà civili non sono garantiti o, più probabilmente, a una situazione del tipo “uomo solo al comando”, formula abusata quando Renzi era presidente del Consiglio e allusiva alla gestione personalistica del potere di cui era accusato. Allora come oggi, l’attacco era partito dalle fila del Pd che non aveva digerito che un potere consolidato fosse spazzato via da un “rompiscatole”. Quando un partito utilizza qualunque arma, propria o impropria, per infangare e colpire l’avversario, dichiara implicitamente la propria inferiorità. E’ sempre successo. Oggi, il Pd si trova in una posizione peggiore, invischiato in un’alleanza che non gli consente alcun movimento, in particolare sul terreno dell’economia, il tallone d’Achille del paese. E’ di questa debolezza che Salvini si avvantaggia ed è questa debolezza che sottende il desiderio dell’uomo forte. Un desiderio legittimo e comprensibile che smentisce l’insinuazione di alcuni che nel Dna degli italiani sia latente il germe che ha scatenato la tragedia del fascismo. Le pose ridicole e risibili di Mussolini, il grugno volutamente feroce, le mani sui fianchi e le dichiarazioni roboanti appartengono a un passato che non può tornare. Certo, qualcuno ne è affascinato ma credo per l’idea di forza che possono comunicare a chi si senta fragile. E poi come penserebbe Salvini di prendere il potere? Con un carro armato? E’ fantascienza. Ricordiamo come finì la tentata presa del campanile di San Marco da parte dei 24 Serenissimi di Padania libera. C’è da considerare invece che un paese che in 30 anni ha cambiato 25 governi e 4 leggi elettorali dalla nascita della Repubblica, che ha fatto scelte economiche mancate generatrici di un debito pubblico enorme che nei prossimi anni diventerà insostenibile, che è incapace di scegliere per sé leader solidi, è arrivato a un punto di esasperazione tale da augurarsi quello che in un impulso di rabbia chiama “uomo forte” aspirando ad essere guidato da qualcuno che sappia dove vuole portare il paese e lo faccia con decisione. Basterebbe isolare i 5s, messi già per le pezze, e disarmare Salvini, la cui aggressività nel tono e nel linguaggio, la cui sfida al sentimento di umanità di certe frasi, lo sbraco indecente, indispongono, ma hanno l’aria di far parte di una recita. E’ fuori di dubbio che la comunicazione salviniana sia un attentato alla buona educazione e al senso della misura e dell’opportunità, e che proprio per questo sia così efficace. Le buone maniere, diventate per molti sinonimo di distanza dai problemi che affliggono le persone comuni, sono avvertite quasi come un tradimento. D’altro canto, non è un delitto nutrire perplessità su come affrontare l’immigrazione senza che diventi un’invasione, o sui vari trattati europei o sulla moneta comune. Essenziale è evitare le ambiguità ed essere coerenti. Salvini dovrebbe farci sapere quali sono le sue reali intenzioni su temi fondamentali come Europa ed euro. Chi è al governo oggi, mi riferisco soprattutto al Pd, dovrebbe dire la verità al paese, per esempio che se l’Italia cresce meno degli altri paesi europei i motivi sono: la scarsa produttività, la scarsa formazione del capitale umano, gli scarsi investimenti. Un rapporto dell’Istat segnala, tra i principali fattori di crisi, la mancata spinta alla cosiddetta produttività “multifattoriale”: quella legata alla managerialità, alla digitalizzazione, alla meritocrazia, alla formazione e all’ambiente economico. Altro aspetto che incide sulla mancata crescita è l’istruzione: la percentuale di laureati in Italia è la più bassa: solo il 17 per cento della popolazione. Meno istruzione, minori competenze. Conclusione: il paese non cresce perché mette le persone sbagliate nei posti sbagliati e non ha cultura manageriale. I vizi a monte li conosciamo tutti. Di queste cose parli il Partito democratico o chi si candida a governare il paese. Il resto è fuffa.

Salvare il paese dalla rovina significa liberarlo dalla zavorra del grillismo…l’opinione di Rita Faletti

postato il 2 dicembre 2019 alle ore 18,05

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copyright G. Ruzza

 

Ogni partito ha una storia, un’ identità, una base elettorale, degli obiettivi. E’ pur vero però che un diverso contesto economico sociale e culturale può funzionare da variabile rispetto agli indirizzi di partito. Così, accade che il Pd di Bolzano non è identico a quello di Reggio Calabria. Questo implica la formazione di coalizioni lontane da affinità ideologiche sia a livello locale che nazionale. Quando c’erano i gialloverdi, a molti era venuto da chiedersi cosa le due forze avessero in comune, se non il collante del potere. Poi è successo che l’impostazione negazionista dei grillini di fronte a qualunque iniziativa di sviluppo e crescita, abbia spinto la Lega, tradizionalmente vicina all’impresa, a chiudere quell’esperienza di governo. La domanda che ci si è posti quando è nato l’esecutivo giallorosso è stata la stessa: “Cos’ hanno in comune i dem con i grillini?” Non un progetto riformista, non la stessa idea di giustizia e di democrazia, non il sostegno all’impresa, non gli investimenti in scuola, formazione, infrastrutture, non la cultura del lavoro, non la politica estera. Con queste premesse è oggettivamente impensabile che un’alleanza costruita sull’ antitesi piuttosto che sulla condivisione possa produrre qualcosa di positivo in un paese imballato e ingolfato nella burocrazia che stenta a crescere. Allora, i Cinque stelle al governo sono l’ostacolo. Nell’anno e mezzo del Conte1, i guai da loro prodotti, di cui non pare siano consapevoli, sono quelli ai quali oggi cercano di porre rimedio. Centosessanta tavoli di crisi sono il risultato della superficialità e dell’impreparazione dell’ex ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, passato, con stupefacente levità, a dirigere il ministero degli Esteri. La sostituzione del lavoro con il reddito di cittadinanza e dello sviluppo con la stagnazione sono suoi meriti. La scelta di Renzi di rimanere fuori dal governo è coerente con quanto ha sempre dichiarato e con la visione riformista che il Pd di Zingaretti a trazione romanocentrica ha tutta l’aria di aver accantonato. Bonaccini, il governatore uscente dell’Emilia Romagna che si ricandida alla guida della regione da sempre rossa, si presenterà senza il simbolo del partito. E’ convinto che non gli porterebbe bene ricordare agli elettori che il suo Pd ha approvato la plastic tax che colpirà le numerose aziende di packaging nella regione dove il pil cresce di più e sa che lo ius soli o ius culturae non appassiona affatto. E’ il sentiment più diffuso al Nord e in gran parte del Centro, dove recenti sondaggi hanno rilevato che i 5S non li voterebbe più nessuno per i passi maldestri compiuti in economia. Si guarda con diffidenza all’alleanza con i grillini, che ormai frequentano solo le regioni del Sud, dove il movimento ancora tiene. Si fa strada la consapevolezza che il grillismo sia nemico di una seria politica del lavoro e che l’assistenzialismo e l’interventismo di stato, di cui è sostenitore, siano l’anticamera del declino. Ne sono convinti i renziani, ne è convinto Calenda, ne è convinto Salvini con tutto il Centro destra. I due Mattei si stanno studiando e potrebbero accordarsi su alcuni temi specifici superando le reciproche idiosincrasie. Dall’altra parte, il pasticciato scacchiere giallorosso, dove i Cinque stelle sono più affini ai parlamentari della sinistra radicale, quelli che, per farla breve, gli imprenditori sono mascalzoni, le risorse che non si producono vanno redistribuite attraverso l’inasprimento della tassazione, il welfare va incrementato e la produttività non è un obiettivo. Poi però balbettano sul come scongiurare il rischio che una parte del paese si avvii al declino. Quanto durerà il Conte2? I dissidi interni al governo sono quotidiani e la traballante alleanza è puntellata persino dal comico milionario, che in attesa di più povertà per tutti, lui escluso ovviamente, ha diffidato il movimento dal mettere in dubbio Di Maio capo politico: difendere il governo per difendere se stessi. (Non volete mica il reddito di cittadinanza?). Quindi, la mancanza di un centro di gravità nel Pd e il pericoloso contagio di un movimento che ha dimenticato quello che era e non sa cosa vuole diventare, sono il presagio di un fallimento che non è scontato coincida con la fine del governo. Quello che sarebbe utile tutti capissero è che la manipolazione mediatica crea una gigantesca sproporzione tra acquisizione del consenso (il 33 per cento dei Cinque stelle nel 2018) e capacità di governare. Roma è l’espressione più vistosa. Diventata vergogna nazionale, è il simbolo dell’incompetenza e dell’incapacità. La discesa agli inferi è iniziata dopo Rutelli. Una discesa rovinosa che avrebbe imposto un’amministrazione guidata da persone di spessore. Si è optato per l’ignoto, illudendosi che fosse la soluzione migliore e ci è trovati di fronte l’inconsistenza della Raggi e del suo entourage. Dove invece cultura di governo, politica della responsabilità e capacità si fondono, i risultati sono visibili. Mi riferisco al modello Milano, emblema del successo sul piano dei servizi, dell’innovazione, dello sviluppo sostenibile, della cultura, delle start-up che fioriscono ogni giorno, dell’appeal. Si deve all’impegno di cinque sindaci di vaglia, di partiti diversi. Nell’ordine: Formentini, Albertini, Moratti, Pisapia e Sala, con il quale il Pd ha fatto della città la propria roccaforte. Ma Milano, dove soltanto il cinque per cento di cittadini è milanese doc, è una grande officina, aperta alle idee, al cambiamento, alle trasformazioni. La sfavillante Milano osa, investe, produce, attrae, seguendo il motto meneghino: fai sempre meglio, sempre di più. Il contrario del motto grillino: fermati e decresci.

Più di un motivo per attenzionare “Azione” di Carlo Calenda…………l’opinione di Rita Faletti

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Nel paese dei politici “surfisti”, per dirla con Renzi, che cavalcano l’onda del momento seguendo gli umori dell’elettorato volubile e volatile, piuttosto che navigare seguendo una rotta, tutti, prima o poi, sono destinati a tornare a riva, cioè spiaggiare. Il declino dei grillini, riconosciuto dal capo politico contestato dai suoi e salvato dall’intervento miracolistico di Grillo, è il fatto che meno sorprende chi abbia un briciolo di senso critico. Non si può governare facendo a pugni con la realtà. Non si può dichiarare di aver abolito la povertà quando si è abolito il lavoro, non si può cacciare ArcelorMittal con la scusa che voleva andarsene dopo avergli fornito l’alibi perfetto della sospensione dello scudo penale, non si può pensare di mantenere a vita una compagnia di bandiera fallita con i soldi dei contribuenti. Cose inconcepibili in un paese che non sia impazzito. Unico segnale che in questo marasma fa sperare che esista ancora una possibilità di riscatto dall’irrazionalità, è la nascita di Azione, il partito lanciato da Carlo Calenda, che alle Europee di maggio ha raggiunto il massimo delle preferenze per il Pd nel Nord est dominato dalla Lega. L’europarlamentare, già ministro dello Sviluppo economico, che, in onorevole contrasto con l’agire comune, prese la tessera del Partito democratico salendo sul carro dei perdenti, avvertì i dem che, in caso di alleanza con i Cinque stelle, se ne sarebbe andato, perché “non si fanno accordi con chi ha ideali opposti”. Malumori per l’abbandono in casa Pd, critiche e battute ironiche dei giornalisti del Fatto, patrocinatore del grillismo e promotore del governo giallorosso, intellettuali très engagé che in giornali très engagé spiegavano in modo très engagé quanto il movimento di Grillo avrebbe rigenerato il Pd e dato nuova energia ai suoi valori, oggi il Pd è un partito indebolito, forse consapevole di essersi infilato in un labirinto senza via d’uscita. Se decidesse di mollare i Cinque stelle, si troverebbe di fronte le urne, se decidesse, come pare più verosimile, di tenere in piedi l’alleanza, sarebbe risucchiato nel vortice grillino e non sarebbe in grado di fermare la corsa verso il declino economico, la paranoia giustizialista e la divisione sociale. Mal gliene incolse, perché a tre mesi dalla nascita dei giallorossi, si parla di rilancio dell’azione di governo. Calenda, che non parla per slogan, né teme di dire in modo chiaro e diretto quello che pensa, è anche uno che parla con convinzione e passione. “A maggio il Pd disse: mai con i Cinque stelle. Poi ha cominciato a dire che i grillini erano fantastici e che il Conte2 era discontinuo al Conte1. Se fossimo andati a votare avremmo perso e avrebbe vinto Salvini. Ma non credo ai “pieni poteri”. Se crediamo che un bullo in mutande al Papetee sia un pericolo, siamo preoccupati di cose che non esistono. Adesso stiamo meglio? Il governo è a pezzi. Forza Italia è tornata con il Centro destra. Dov’è la verità? Abbiamo fatto uno sbaglio”. Non gli si può dare torto. I distinguo tra sovranisti e populisti, la litania lacera del fascismo/antifascismo, le ciance sulla “mancanza di un’anima” sono un ozioso passatempo cui molti si dedicano con devozione per evitare di affrontare i problemi veri. Si vuole ravvisare l’anima del governo? Ma c’è, perbacco, è un gigantesco vuoto pneumatico. Il buco nero di una politica inerte. Il bradipo che si addormenta mentre avanza. La profezia renziana che si avvera e Renzi che si defila fondando Italia viva. La motivazione? I grillini al governo sono una sciagura, ma sono indispensabili. Il Pd che avrebbe dovuto educarli, ha ceduto alla cultura immobilista del grillismo rinunciando al riformismo. Da una parte l’ambiguità di Renzi, dall’altra la chiarezza di Calenda che ha fatto quello che aveva promesso, in coerenza con l’idea di una democrazia liberale e progressista. E chissenefrega se c’è chi dice che la coerenza in politica è un’idiozia. “Si tratta, dice l’europarlamentare, di quello che prometti di fare e di quello che farai. La politica non è un Tetris dove tu devi decidere dove stare. Dove stai lo decidono le azioni che compi. E se le azioni che compi non corrispondono a quello che dici, la volta dopo perdi credibilità”. Calenda parla anche dell’appuntamento elettorale in Emilia Romagna e si dice stupito del fatto che Bonaccini non abbia risposto alla sua offerta di sostegno. Eppure, i grillini nella regione sono quattro gatti. E le “sardine”? “Sono terrorizzato dal paternalismo nei confronti dei giovani. Non ho mai fatto il peana di Greta e non faccio pascolo abusivo sulle sardine”. Inequivocabile allusione alla tentazione del Pd di mettere il cappello sul movimento dei pesciolini e sottintesa dichiarazione di debolezza. ritafaletti.blog

E’ arrivato un banco di “sardine”….l’opinione di Rita Faletti

Postato il 19 novembre 2019 alle ore 12,49

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copyright G. Ruzza

Una manovra economica, o meglio una manovrina, che dovrebbe essere il segno dell’europeismo con le tre cuspidi del green new deal, della tassa sulla plastica e sulle bevande zuccherate, non è né carne né pesce,non fa né bene né male, come è stato detto, ma proprio per questo farà male, perché la crescita invocata da Gualtieri non ci sarà. Per produrre qualcosa di efficace, ci vogliono coraggio e condivisione, qualità che fanno difetto ai giallorossi i quali devono ingoiare il rospo di un’alleanza claudicante ab origine, nata per neutralizzare l’assalto delle truppe corazzate di Lega e Fratelli d’Italia. Il fine, foriero di sconfitta, ripropone l’antiberlusconismo e l’antirenzismo. Ora il nemico è Salvini: tutti contro Salvini. Il quale trarrà vantaggio dalla goffaggine di un governo senza idee e per questo dannoso, pur essendo Salvini pericoloso per qualche sua idea che pare abbia accantonato da quando si trova l’opposizione. Che fine hanno fatto Bagnai e Borghi? Non se ne sente certo la mancanza, rimane il dubbio che i due siano definitivamente scomparsi dall’orizzonte salviniano. In attesa dei “pieni poteri”, tanto vale non allarmare la parte moderata del paese.E lasciamo il “fascista” Salvini per parlare della parte moderata. Moderata? Si fa fatica a reperire persone che rispondano a questa definizione, almeno sulla scena politica. Il pacifico Gualtieri non è espressione di moderazione autentica se si fa beccare mentre pizzica le corde di una chitarra e intona “Bella ciao”. Grande e unica risorsa quando non si sa cosa dire e cosa fare. Adesso sono saltate fuori le “sardine”, capeggiate da Mattia Santori, il giovane protagonista del movimento senza proposte politiche, così ha detto l’interessato, che ha manifestato a Bologna e replicherà a Modena, con lo scopo di esprimere dissenso nei confronti della politica dell’odio. Però, il giovanotto ha postato una foto di Salvini a testa in giù e in piazza Maggiore risuonava “Bella ciao”. Se questo serve a contrastare il clima di odio, vorrei sapere a quali metodi si farà ricorso in funzione di cordone sanitario a tutela della “democrazia”, di cui tutti si ergono a difensori, quando, in Emila Romagna, il 26 gennaio si andrà alle urne per eleggere il futuro governatore. Bonaccini è molto più convincente di Borgonzoni, non fosse altro perché, a detta dei più, ha governato bene. Ma c’è da dire che governare bene una regione ricca, con un bassissimo tasso di disoccupazione, piena di aziende che esportano con successo, è quasi una passeggiata. Eppure, se si trascurano le città principali, la regione non si sottrae del tutto al fascino salviniano. Riusciranno le sardine a non farsi fagocitare dall’orca assassina?

 

Si dica chiaramente che gli ebrei vanno bene solo da morti….l’opinione di Rita Faletti

postato il 16 novembre 2019 alle ore 17,44

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Tel Aviv – copyright  G. Ruzza

Abu Al Atta è saltato in aria mentre dormiva centrato da un missile israeliano. I suoi compagni jihadisti dovrebbero ringraziare Allah per avergli concesso di passare dalla vita alla morte senza accorgersene e da eroe della sedicente resistenza palestinese. Invece strepitano come ossessi e promettono vendetta. Neanche passassero le giornate a occuparsi del bene degli abitanti della Striscia, da loro usati come scudi umani, piuttosto che dedicarsi all’unica attività in cui eccellono da tempo: lancio di razzi e missili contro civili israeliani. Centosessanta, gli ultimi, un centinaio intercettati, una sessantina piombati su Tel Aviv, come ritorsione dell’uccisione mirata del capo del Jihad. Israele difende la propria esistenza usando il bisturi come quando il Mossad, il servizio segreto israeliano, avviò l’operazione “Ira di Dio” con l’obiettivo di uccidere i responsabili del commando palestinese che aveva pianificato l’uccisione di undici atleti del team israeliano alle Olimpiadi di Monaco di Baviera nel settembre del 1972. Si scoprì, successivamente, esaminando i corpi, che gli atleti avevano le ossa spezzate e segni di tortura. Uno di essi era stato evirato. Israele sa che non può abbassare la guardia ed è altrettanto consapevole che non ha amici nel mondo. Men che meno nell’Europa filopalestinese e in parte islamizzata dove commemorare l’Olocausto è diventata un’abitudine ormai vuota di significato. Come incensare le virtù di una persona dopo che è passata a miglior vita. Nel nostro paese è costume farlo, immancabilmente, se il defunto è appartenuto o ha simpatizzato per il partito delle anime belle, che oggi vota a sostegno della commissione contro l’odio proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre, (sarebbe stato giusto che tutto il parlamento lo facesse), ma ieri e sicuramente domani, replicherà l’accusa a Israele di difendere con il suo esercito, il più morale al mondo, il sacrosanto diritto di esistere. C’è qualcosa di ambiguo che non va in certa sinistra, come nell’Anpi, che il 25 aprile preferisce sfilare accanto ai coccolatissimi centri sociali che alla Brigata ebraica. L’antisemitismo serpeggia pericolosamente nelle frange estremiste di destra e di sinistra e non solo. Un filo che tiene assieme il presente e il passato. Gli attacchi alle sinagoghe, il vilipendio di tombe nei cimiteri ebraici eccitano i negazionisti e gli odiatori seriali che sui social sfogano il loro schiacciante complesso di inferiorità e le loro frustrazioni indirizzando ogni genere di insulti agli ebrei, secondo loro colpevoli di tutti i mali del mondo. Ma il verme disgustoso dell’antisemitismo, che facilmente corrompe la materia scadente di teste deboli, si è insinuato nelle fibre di figlie e figli di puttana che paragonano Israele alla Germania nazista. Sostenitori del terrorismo palestinese, forse sperano di vedere Israele distrutta, obiettivo principale delle popolazioni arabe già all’indomani del Piano di partizione della Palestina, votato dalle Nazioni Unite nel 1947. In quel pezzo di Medio Oriente, la realtà è capovolta: la vittima diventa carnefice e viceversa, in una cornice di rancore, voglia di riscatto e odio, che il jihadismo nutre, nutrito, a sua volta, dai finanziamenti ingenti provenienti da Teheran. Solo Hezbollah riceve 700 milioni di dollari l’anno, una parte del miliardo di dollari che l’Iran distribuisce ai vari gruppi terroristici. Cosa arcinota in Europa, che, con voce stentorea, attraverso i suoi media e i suoi politici, non ha perso il vizio di stigmatizzare Israele e versare lacrime sui morti palestinesi. L’Europa moralista che si vanta di tutelare i diritti delle minoranze, piange gli ebrei morti nei campi dell’orrore e finge di non vedere cosa accade ai cittadini di fede ebraica nelle strade delle sue città. Ci volevano i gruppi fascisti e neonazisti a risvegliare le coscienze addormentate dei governi, ora decisi a prendere provvedimenti per timore di perdere il potere. Intanto, la Corte di giustizia dell’Unione europea, in un linguaggio contorto, ha stabilito che i prodotti originari dei territori occupati dello Stato di Israele, devono recare l’indicazione del loro luogo di origine. Un chiaro boicottaggio ai danni di Israele. Niente indicazione dei luoghi di origine, però, per i prodotti cinesi del Tibet o per l’olio turco prodotto nel nord dell’isola di Cipro. Un favore a due paesi che l’Europa teme. E per strafare, De Magistris ha offerto la cittadinanza onoraria ad Abu Mazen, e Leoluca Orlando ha intitolato una parte del lungomare palermitano ad Arafat, il viscido ometto che ha tradito la causa palestinese per salvare se stesso. Che l’Europa voglia sfamare il coccodrillo sperando di essere risparmiata o, almeno, divorata per ultima?

 

 

Ilva: specchio di un fallimento politico….l’opinione di Rita Faletti

postato l’8 novembre 2019

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Se navighi a vista, senza una rotta precisa e senza carte nautiche, puoi cercare di dirigere la prua lontano dagli scogli che vedi, ma, prima o poi, finirai contro quelli che non vedi. E’ quello che potrebbe capitare al governo giallorosso, una combinazione di dilettanti con vocazione al suicidio e flaccidi capitani di lungo corso con qualche naufragio alle spalle, influenzati più che influenzanti. Il mare devi conoscerlo, non puoi permetterti spacconate o irresolutezza, il vento e le correnti cambiano in modo repentino e se manchi di esperienza o il coraggio ti abbandona, ti ingoia. La storia dell’Ilva, nei suoi passaggi dai tempi in cui si chiamava Italsider ed era il più grande stabilimento siderurgico di proprietà pubblica, è la storia di un paese e di una cultura segnata da evidente ostilità nei confronti dell’impresa, oggi è anche un test sul governo e la sua capacità di tenuta e sull’efficacia del presidente del Consiglio nel condurre le trattative per evitare che ArcelorMittal proceda alla rescissione dell’accordo per l’acquisizione delle attività dell’acciaieria. La parte oltranzista dei Cinque stelle non vede l’ora di poter dire che finalmente la sua battaglia ha sortito l’esito di cacciare da Taranto chi “rivendica la licenza di uccidere”(Travaglio) lisciando così il pelo agli elettori cui Grillo aveva promesso un grande parco giochi al posto dello stabilimento. Il governatore della Puglia, Emiliano, dichiara ogni giorno che se Ilva non fosse mai esistita sarebbe stato meglio per Taranto e per la Puglia. Alcuni parlamentari del movimento hanno definito Ilva “anti-brand” perché danneggerebbe il turismo e l’industria agroalimentare che soffrirebbero di un pregiudizio legato alla salubrità dell’aria e del terreno. Ma questi personaggi, oltre che dar fiato alla lingua, si sono posti il problema della mancanza di prospettive di lavoro nel sud del paese, o ritengono che il reddito di cittadinanza sia la soluzione? Si sono chiesti che fine faranno le decine di migliaia di lavoratori e le loro famiglie se gli altiforni verranno spenti? Sono consapevoli delle ripercussioni sull’indotto? E sulle finanze pubbliche? Sanno che lo stabilimento è a ciclo integrale, non solo lavora l’acciaio, ma lo produce a un prezzo relativamente basso per l’industria italiana che è di trasformazione e si vedrebbe costretta ad acquistare la materia prima da altri paesi a prezzi superiori? La chiusura dell’Ilva comporterebbe la perdita dell’1,4 per cento del pil nazionale. Ma loro non se ne preoccupano, non sono fatti che li riguardino. Si potrebbe supplire con l’allevamento dei mitili e la coltivazione di piante officinali. Il mezzogiorno si sta svuotando dei suoi giovani e allontanando sempre più dal nord e si pensa di rimediare con qualche cozza e qualche pianta di origano. Il business delle arance vendute da Di Maio a Mr Ping mentre Macron trattava con Xi Jinping per la vendita di 290 Airbus A320 e 10 aerei di linea A350, la dice lunga sull’insipienza e la superficialità di politici da strapazzo che sanno a malapena di cosa parlano e spacciano per grandi risultati miseri guadagni. Chi crede alla fandonia messa in giro dell’alibi usato da ArcelorMittal dello stop allo scudo penale per lasciare Taranto e gli altri siti italiani, sottovaluta le responsabilità della parte politica, i tira e molla e le incertezze di Di Maio che ritira l’immunità penale, poi la ripristina dando assicurazioni all’azienda e la ritira nuovamente sperando in un ritorno del consenso. E’ così che si tratta un investitore che ha portato 4 miliardi e 100 milioni a un’azienda che inquina da sempre e ha attuato in buona parte il piano di salvaguardia ambientale? Lo scudo penale con il quale nel 2015 si era voluto assicurare una protezione legale ai gestori dell’acciaieria e ai futuri acquirenti, non era un favore a Mittal, ma l’applicazione dell’art.27 della Costituzione, che mette al riparo da azioni legali commissari e potenziali acquirenti coinvolti in vicissitudini derivanti dal passato. Quale affidabilità può avere un paese che cambia le regole in corsa? Chi verrà ad investire in Italia con queste premesse? Mittal disse chiaramente che senza immunità avrebbe lasciato Taranto entro settembre. Oggi il governo Conte promette il ripristino immediato dello scudo pur di evitare la fuga della proprietà. La toppa peggio del buco. Incapacità, pressapochismo e ignoranza si rincorrono, mentre in Europa si sbellicano dalle risate e assicurano il governo che la manovra di Bilancio non verrà toccata. Sanno che lo zero virgola del nostro pil è il massimo cui il paese possa aspirare. E il Pd? Carlo Calenda riassume così i fatti: “Boccia e Emiliano vogliono che l’Ilva chiuda ma senza assumersene la responsabilità, dando la colpa ad altri. Il Pd in generale non sa proprio di cosa si sta parlando e va a ricasco. Lezzi ha fatto saltare lo scudo penale perché deve candidarsi alle regionali per il M5s. Il Pd non solo l’ha appoggiata, facendo precipitare la crisi dell’Ilva, ma pensa di ricandidare Emiliano, il responsabile della distruzione degli ulivi in Puglia con il suo no a tutto, colui che ha paragonato il tubo del Tap ad Auschwitz e che cerca di far saltare l’Ilva”. Chi avrà il coraggio di votare per il Pd o per il M5s, quando questo governo andrà a schiantarsi contro il prossimo scoglio? ritafaletti.wordpress.com

 

Contro Scilla, desiderando evitare Cariddi…l’opinione di Rita Faletti

postato il 2 novembre 2019 ore 15,15

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Due mesi non bastano a valutare un governo, ma sono più che sufficienti per capire se esista un progetto, quale sia e se vada nella giusta direzione. L’alleanza giallorossa è stata la risposta a due emergenze: disinnescare le clausole di salvaguardia sull’Iva e desalvinizzare il paese. Racimolati i 23 miliardi per la sterilizzazione dell’imposta, rimane però il fatto che il governo dovrebbe spiegare con chiarezza le ragioni della scelta di mantenere immutate quelle clausole. L’ex ministro Tria aveva in mente la rimodulazione dell’aliquota secondo le tipologie di beni, con il vantaggio di redistribuirne il carico in modo più equo, ma ad ammontare invariato. E però c’è anche chi ritiene che l’aumento dell’Iva incrementerebbe le entrate, migliorando i conti dello stato e determinando la riduzione del deficit e del debito in rapporto al pil. Riguardo la seconda emergenza: evitare con ogni mezzo che si andasse a votare e Salvini vincesse, il voto in Umbria, nonostante la sottovalutazione (sincera?) della clamorosa sconfitta dei giallorossi (un milione di elettori cosa sono?) sembra indicare che il Matteo delle spiagge e del mojito non ha perso quota tra i suoi elettori, al contrario, ha rosicato tra quelli di altri partiti. Il M5s è sceso al 7 per cento. Merito di Salvini o demerito della maggioranza? Forse è presto per dirlo. Forse neanche. Certo che un’alleanza a freddo tra due forze tra loro compatibili non più di quanto non lo fossero i gialli con i verdi del Conte1, è poco probabile possa reggere fino alla fine della legislatura, se non in funzione antisalviniana e a salvaguardia delle poltrone. Entrambi obiettivi poco apprezzabili, soprattutto il secondo, che rivela la paura di scomparire dei Cinque stelle, in caduta libera e inconsapevoli dei disastri costruiti nei quattordici mesi al governo con la Lega. Di Maio capo politico del movimento e improbabile ministro degli Esteri è causa di imbarazzo e insofferenza anche tra i suoi. Il giovanotto mostra evidenti e diffuse lacune, che tenta di nascondere inventandosene una ogni mattina, salvo rinnegarla la mattina successiva. La manifesta assenza di strategia non è che l’altra faccia della mancanza di identità dei grillini che, informi come l’acqua, assumono la forma del contenitore. Né di destra né di sinistra, spostati a destra se l’alleato è Salvini, spostati a sinistra se è Zingaretti. Chi sono i Cinque stelle? Semplicemente non sono. La loro esistenza è subordinata al consenso, il consenso alla realizzazione di promesse irrealizzabili quando la realtà impone di vestire gli abiti istituzionali. Il guaio è che la loro indole proteiforme ha finito con il contagiare il partner di governo. Zingaretti, il pacioccone segretario del Pd che disse: “Preferisco essere chiamato Nicola” usò parole profetiche per delineare il proprio ruolo all’interno del partito. Segretario, dunque, non candidato premier, né leader. Eppure la leadership è quello che fa la differenza. Salvini è il leader della Lega, nessuno ha dubbi. Zingaretti segretario del Pd è una figura evanescente, priva di incisività, che appare a tratti convincente a tratti rassegnata al proprio destino. Contrario a un’alleanza con i grillini, vi è stato costretto, suo malgrado, da Renzi; non voleva Di Maio e se lo trova ministro degli Esteri; non voleva Conte primo ministro in nome della discontinuità e Conte è il primo ministro del governo che lui ha promosso. L’impressione è che Zingaretti si sia grillizzato al punto da prendere addirittura le difese della sciagura Raggi. Il voto in Umbria, che definire irrilevante sarebbe uno sbaglio, potrebbe essere l’anticamera della disfatta di questa maggioranza e dello smarrimento del Partito democratico, assuefatto alla natura immobilista dei Cinque stelle. All’orizzonte, nulla di utile per il paese, mancette a pioggia, tasse green per mascherare l’ennesima forma di tassazione occulta, ambientalismo all’amatriciana che altro non è se non un paravento che cela la paura dello sviluppo, esorcizza i “demoni” della crescita e della scienza, coltiva l’immobilismo tossico di chi orgogliosamente ha piantato una bandierina ideologica per tentare di fermare la Tav, il Tap, la Gronda di Genova, e ora tenta di fermare l’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino per salvare una riserva naturale. Dopo Toninelli, è il momento del geniale ministro dell’Ambiente Costa, che pretende di bloccare un’opera strategica nel principale scalo del paese proprio quando il traffico aereo è in crescita. E Zingaretti cos’ha detto? Nulla. Pensa, invece, di cambiare il Pd “Daremo vita a un nuovo partito che si chiamerà Partito democratico o quello che decideremo”. Incredibile! Chi invece saprebbe come far uscire il paese dall’impasse è il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, che boccia le politiche economiche del governo, ribadendo quello che anche un bambino capisce: difendere le imprese italiane è l’unico modo per difendere il lavoro. Ma grazie a questo governo lo spread è sceso a 130 punti. Risponde Bonomi: “In Spagna, è tra il 70 e l’80 per cento. Significa che in quel paese la questione economica è una cosa seria”. ritafaletti.wordpress.com

 

Vergognoso benservito……l’opinione di Rita Faletti

postato l’11 ottobre alle ore 9,05

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copyright G. Ruzza

Nel 2016 i carri armati turchi entrarono per la prima volta in territorio siriano per partecipare, unitamente alle forze della comunità internazionale, alla distruzione territoriale dell’autoproclamato Stato islamico, nato al confine tra Siria e Iraq. Quell’operazione, che oggi con più evidenza di allora va giudicata tardiva per le gravi conseguenze e implicazioni ancora tutte sul tappeto, fu condotta per fermare l’ascesa inarrestabile e l’espansione dei fanatici macellai del Califfato. Le bombe sganciate dalla comunità internazionale devastarono gli insediamenti dei miliziani dell’Isis, uccisero numerosi tagliagola e diversi ne misero in fuga. Molti dei superstiti che non erano riusciti a scappare, furono catturati dai combattenti curdi che tuttora li detengono nelle loro prigioni. Sono i foreign fighters partiti da 60 paesi dove vorrebbero fare ritorno. Solo che, essendo soggetti pericolosi, nessuno vuole riprenderseli anche perché non esiste una legge che stabilisca il trattamento da riservare ad ognuno, mancando prove e testimonianze che documentino il tipo di reati commessi. E questa è una delle conseguenze che si sarebbero evitate con un intervento militare tempestivo che non avesse lasciato sopravvissuti. Altra conseguenza, più grave, riguarda la situazione dei curdi siriani insediati nella fascia di territorio lungo il confine nord orientale, proprio a ridosso della Turchia. Erdogan li sta bombardando per liberare quella zona della loro presenza e traslocarvi un terzo dei tre milioni di profughi siriani attualmente concentrati nei campi di detenzione turchi, dove la convivenza sta diventando difficile. Il primo ministro, ossessionato dai curdi che vede come fumo negli occhi ritenendoli terroristi, quindi nemici acerrimi da annientare o tenere a una certa distanza, già nel 2016 coltivava il progetto di creare una “zona cuscinetto”, tra Turchia e Siria, profonda una trentina di chilometri e lunga quanto la linea di confine turco-siriana. Nell’ultima assemblea delle Nazioni Unite, in settembre, Erdogan ha presentato il suo piano senza suscitare reazioni di qualche rilievo. In questi giorni, quel disegno si sta attuando. I suoi jet rilasciano bombe che colpiscono i villaggi e le popolazioni in fuga. L’intento è chiaro e aderisce a un’operazione di ingegneria etnica come altre ce ne sono state e con le medesime finalità. Forzare i curdi siriani ad abbandonare il loro territorio e sostituirli con i profughi, significa tenere separati i curdi che vivono nel sud della Turchia dai curdi che vivono nel nord della Siria, spezzando la continuità curda. A suo giudizio, e non sbagliando, il premier turco ha previsto di non incontrare alcuna efficace opposizione al suo progetto per tre motivi: allenterebbe le tensioni interne tra profughi siriani e tra essi e i cittadini turchi, riconsegnerebbe ai siriani il loro Stato e impedirebbe la nascita di un Kurdistan siriano che né lui né la Siria vorrebbero. E’ evidente che tra la difesa di un popolo privo di uno Stato proprio ma che aspiri ad averne uno, e l’avallo di un progetto concepito da chi governa un Paese che oltre a far parte della Nato, ha l’esercito più potente, la scelta è facile. Chi sono i curdi in confronto a un sultano che, malgrado l’ opposizione interna sempre più agguerrita, continua ad usare il pugno di ferro e tenere in scacco l’Europa minacciandola di aprire le porte ai tre milioni di profughi? L’Unione europea può sbraitare quanto vuole, ma Erdogan sa che non farà nulla per difendere i curdi. Nulla farà neanche l’ondivago Trump, che ieri ha promesso l’aiuto americano agli alleati curdi e oggi, in quattro e quattr’otto, li scarica dimenticando che il mondo si è liberato del Califfato soprattutto grazie a chi ha messo i propri scarponi sul terreno. Donne e uomini coraggiosi che si sono sacrificati per difendere le loro case e la loro terra dalle bestie di Al Baghdadi. Oggi, le forze americane lasciano la Siria e liberano il campo alle sacche di terroristi che si stanno organizzando: assalti contro i checkpoint, attacchi suicidi e trappole esplosive. Ancora una volta, come nel 2016, toccherà ai combattenti curdi spargere il loro sangue per battersi contro islamisti fanatici? Tutto fa pensare che si ricominci da allora, con un presidente americano inaffidabile, un’Europa fiacca che non sa più cos’é e con politici che devono infiocchettare le proprie decisioni in materia internazionale coi nastrini degli imperativi morali e dei valori universali.

Una bellissima notizia: nasce “Italia Viva”……..l’opinione di Rita Faletti

postato il 22 settembre 2019 alle  ore

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Dopo una mezza giornata di malumori, aspettative sfumate e qualche lacrima, i sottosegretari vengono nominati e il governo giallorosso è al completo. “Ora mettiamoci a lavorare per il paese”. Passa un giorno e Renzi annuncia la scissione e la nascita di “Italia Viva”, il movimento che l’ex presidente del Consiglio lancerà alla Leopolda il prossimo ottobre. Due volte in neanche un mese, il Pd si trova spiazzato dalla rapidità fulminea con cui l’ex premier prima lo pone di fronte a due alternative: elezioni e pieni poteri a Salvini o alleanza con i Cinque stelle, quelli che neanche un caffè, poi, a un giorno dalla consacrazione del neonato governo, annuncia: me ne vado. Incredulità, disappunto e una pioggia di critiche. Partito come uno yogurt con scadenza ravvicinata. Ironizza Prodi. Conte è preoccupato. “Non tollererò tensioni da un altro Matteo”, sbotta Di Maio. (Di Maio?) C’è chi vede nella scissione il rischio della destabilizzazione del Pd, del governo, dell’alleanza, del paese. Come se la stabilità del governo dipendesse da 40 parlamentari in meno (25 deputati e 15 senatori) e non da un’alleanza, ritenuta fino a poco prima improbabile da molti, costruita in fretta e furia su un programma di 29 punti, tra cui spiccano, per compiacere von der Leyen, espressioni come Green New Deal e economia circolare, e, su tutto, tanti bei proponimenti: redistribuzione, ampliamento delle politiche di welfare, maggiori risorse. “Una politica economica espansiva, senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica”. Come faranno? Mancando le risorse e con la recessione in arrivo, i pentapiddini pensano di ottenere dall’Europa, ora così amorevole nei confronti dell’Italia rientrata nell’alveo europeo, flessibilità e modifiche sui vincoli di bilancio. Gentiloni dovrà usare tutto il suo fascino per convincere Christine Lagarde ad avere un occhio di riguardo per i paesi scarsamente competitivi e deboli economicamente, quelli del cosiddetto “Club Med”, tra cui l’Italia. Come al solito, il governo metterà qualche pezza qua e là, rifiutandosi di affrontare il problema a monte, quello delle riforme strutturali. Nel programma, la crescita ha una collocazione marginale che fa intuire quanto il tema sia sottovalutato o declinato in modo miope. Quindi, le varie illazioni sull’uscita di Renzi sono un nonsense alla luce della visione riformista dell’ex presidente del Consiglio, contrapposta alle politiche assistenzialiste come Reddito di cittadinanza e Quota 100, che mettono qualche soldo nelle tasche di alcuni ma impoveriscono il paese. A parte la professione esplicita di europeismo, il passaggio dal governo gialloverde al governo giallorosso, sul terreno della crescita e dello sviluppo, non è percepibile. Renzi destabilizzatore dell’alleanza di governo? Storie. L’unico collante che può tenere assieme Pd e Cinque stelle è l’interesse alle politiche sociali. Sui temi economici, nel governo non mancheranno le incornate che si concluderanno con la resa di uno dei due alleati allo scopo di evitare la crisi e tirare a campare. Cannoneggiamenti di Renzi dall’esterno? Probabile. Per aiutare il governo ad abbreviare l’agonia, oppure favorirne lo spostamento ancora più a sinistra, ponendo così una distanza più marcata tra il suo partito e l’esecutivo di Conte. Del resto, non è un mistero che la solita politica dei proclami e dell’inconcludenza sia una delle cause dell’astensione di molti elettori in attesa di un nuovo contenitore in cui possano trovare posto idee riformatrici. Se il Pd abdica al ruolo di rappresentante del mondo produttivo, e nell’alleanza con i grillini non è escluso che ciò avvenga, fallisce la sua missione. Renzi l’ha capito per primo e a quel mondo intende dare risposte. Rimanendo nel Pd, la sua voce non sarebbe ascoltata. La sorpresa, come il dispiacere di alcuni, che nasconde un soddisfatto sfregamento di mani, è tutta fiction. E poi c’è chi entra e c’è chi esce. Ieri Lorenzin, ex ministro della Sanità nei governi Renzi e Gentiloni, domani chissà, i rottamati Bersani e D’Alema? Restaurazione in corso, preparata da chi non aspettava altro che allearsi con i pentastellati. Ex democristiani, ex comunisti, cattocomunisti che ancora non hanno fatto i conti con il loro passato, ma non hanno mai smesso di dare addosso a Renzi. Il senatore fiorentino ha assicurato la propria sopravvivenza politica con la scissione? Se fosse invece il governo giallorosso a doversi preoccupare della propria, di sopravvivenza? Il rischio esiste ed è nella frase di Davide Serra: “E’ da folli fare un governo con i parassiti”. Che Renzi l’abbia pensato è certo, che la decisione di andarsene sia stata giusta è indubbio, che nuovi assetti politici stiano nascendo altrettanto. “Italia Viva” è una bellissima notizia.

La morale à la page di Bergoglio…..l’opinione di Rita Faletti

Postato il 17 settembre alle ore 13,25

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Lo spirito del tempo, con la richiesta di concessioni alla modernità, ha oltrepassato le porte della chiesa e investito il centro della cristianità, i suoi rappresentanti e la sua stessa guida, il Papa. L’istituzione petrina è nel bel mezzo di una fase di confusione e profonda debolezza, che la grande popolarità di Bergoglio non lascerebbe intendere. Eppure, il pontefice arrivato dall’altra parte del mondo e fortemente determinato a condurre un’operazione riformatrice della Curia romana, a cui ha recentemente impresso un’accelerazione, sfida l’opposizione della componente tradizionalista e getta le basi per uno scisma da molti ritenuto inevitabile. Il capo spirituale della cristianità, al quale spettano il governo e la cura del popolo di Cristo, invece di rafforzare l’unità della Chiesa e combattere la scristianizzazione che dilaga in Europa, invece di difendere con determinazione chi, a causa della fede in Cristo, è vittima di persecuzioni e massacri a livello globale, è diventato il front man di un agguerrito movimento di cardinali progressisti che periodicamente si riunivano in Svizzera, a San Gallo, per discutere sul futuro della Chiesa. Sono gli stessi che osteggiarono l’elezione di Ratzinger e approvarono quella di Bergoglio. Già nel 2007, il conflitto interno tra tradizionalisti e riformatori preoccupava Benedetto XVI, il Papa emerito, che, nell’enciclica Spe Salvi, indicava gli effetti tragici della scristianizzazione per l’umanità, in una serie di elementi, tra cui l’apostasia della Chiesa e l’odio contro di essa da parte del mondo. Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra? Alla domanda, Ratzinger rispose che l’unico ancoraggio a Cristo e alla sua Chiesa, è la vera fede. Come i suoi predecessori, Paolo VI e Giovanni Paolo II, era consapevole della minaccia incombente. Una minaccia interna concretizzatasi nel disegno di un gruppo di cardinali “liberal” e ultraprogressisti di sovvertire dottrina e morale cedendo al pressing della modernità. Tra i rivoluzionari, l’ottantaduenne Danneels, arcivescovo emerito di Mechelen-Brussel, prediletto da Bergoglio che lo ha nominato personalmente in sostituzione dell’arcivescovo conservatore in carica. Che il fine giustifichi i mezzi è dimostrato dal fatto che Francesco se n’è impipato del discredito caduto su Danneels per aver tentato di coprire le malefatte sessuali dell’allora vescovo di Bruges. Non è stata la prima volta che Bergoglio si è mosso promuovendo e allontanando secondo il progetto di svolta che vuole imprimere alla Chiesa. La sua visione è di un cristianesimo aperto, à la page, emancipato dalla tradizione di cui sono stati custodi i suoi predecessori, una visione che Francesco persegue nonostante il muro difensivo di un’opposizione ferma, baluardo della fede. Eucarestia ai divorziati che hanno affrontato nuove nozze, famiglie omosessuali, fine del celibato sacerdotale. Questi i punti di maggior attrito che gli episcopati liberal difendono con le unghie e con i denti e che hanno iniziato a sfruttare in ogni occasione per sovvertire dottrina e morale. Un nuovo pensiero mainstream elogiato dai media di regime, riflesso della policy che guarda all’inquilino di Santa Marta come al centro del rinnovamento. E’ lo Zeitgeist a dominare. Il defunto cardinale Martini, del gruppo di San Gallo, definito da Danneels stesso una “mafia”, disse che la Chiesa era un’istituzione “indietro di duecento anni”, come se la religione con i suoi dogmi fosse un abito soggetto alla volubilità e ai capricci della moda, con l’implicita conseguenza che ciò che oggi è di moda è destinato a passare. Allora, cosa resterà domani, del messaggio di Cristo, in una società in totale declino morale e etico, dove la famiglia è sostituita dal single con figlio, dalla coppia gay che rivendicando il diritto di essere equiparata alla famiglia tradizionale rivendica il diritto al figlio? Quando il concepimento e la morte saranno affidati a pratiche di laboratorio il primo e all’eutanasia la seconda, con grave compromissione della concezione stessa della vita cristiana? La vita in provetta e la morte senza sofferenza. A questo proposito, Ratzinger disse: “Occorre fronteggiare il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicono fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana, in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale”. Diverso suona il bergogliano:“Chi sono io per giudicare?” Ipocrisia immane di chi ha ricevuto il mandato da Dio e la missione di guidare il suo gregge, non tra la grazia e il peccato, (sic Bergoglio), ma verso la grazia, indicando con chiarezza cosa è bene e cosa è male, secondo la morale cristiana. Altra cosa è la morale “à la page”, flessibile, regolata dalle circostanze, ancella rilassata dello Spirito del tempo, più che dello Spirito Santo. Il Papa acclamato dalle folle vuole cambiare direzione di marcia e rompere la continuità con il magistero di Giovanni Paolo II e la sua enciclica Veritatis Splendor. Sceglie chi gli è più vicino, affida la gestione parrocchiale e ecclesiale a laici, rivoluziona il collegio dei vescovi, si preoccupa dell’immigrazione, con l’intento di fare del mondo un grande ospedale da campo, in nome della “fratellanza umana”, propone l’ambientalismo come nuova religione con Greta sacerdotessa, se ne infischia di dare risposte ai cardinali che nei “Dubia” chiedono chiarificazioni su alcuni punti della sua enciclica “Amoris Laetitia”, condanna la ricchezza e esalta la povertà come luoghi rispettivi del male e del bene, quasi si potessero separare con la lama affilata di un coltello. Trascura l’esigenza di trascendenza, ancora forte, per fare il sindacalista. Resisterà ai conservatori che intendono rovesciarlo dalla poltrona di Santa Marta e rimandarlo là da dove è venuto?

Governo: un po’ Bruxelles un po’ Venezuela…..l’opinione di Rita Faletti

postato l’11 Settembre 2019 – 22:07

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Prima che la maggioranza dei senatori (169) promuovesse la nascita del governo giallorosso, il pomeriggio di ieri è stato dominato da un acceso scambio di botta e risposta tra Salvini e Conte. Il senatore della Lega, parzialmente ripresosi dallo stramusone che si è autosomministrato, ha definito il premier uomo per tutte le stagioni e il suo governo il Conte-Monti.Onestamente, non si può fingere che tutta l’operazione non sia nata sotto il segno del trasformismo, al quale un po’ tutti hanno collaborato, dentro e fuori del paese. “Ricompenseremo il governo”(Oettinger un mese fa). Un riconoscimento andrebbe anche a Salvini che si è augurato un gigantesco e inconsapevole “vaffa” assai ben riuscito. Ma al nemico che ha permesso il governo del “sollievo”, come Severgnini ha definito il Conte bis,si nega anche il piacere dell’ultima sigaretta che si concede a un condannato. C’è stato persino un giornalista Rai, tale Fabio Sanfilippo, che, eguagliando il livello di intelligenza e sensibilità di un proctodeato, ha invitato Salvini al suicidio. Un abisso tra l’energumeno e chi ha scritto che il capo della Lega dovrà ripensare a se stesso “normalizzato soprattutto per quelli che amano la democrazia liberale e l’umanitarismo sorvegliato e non narcisista”(Giuliano Ferrara). Al Senato, la discussione è proseguita con gli interventi di Gianluca Perilli, vice presidente Vicario dei Cinque stelle, che ha decantato i venti punti irrinunciabili per il movimento, tra cui revoca delle trivelle, ambiente, welfare e democrazia diretta. Democrazia diretta? Matteo Richetti, Pd, uno dei cinque senatori astenuti, intervistato subito dopo la votazione, ha commentato con durezza l’apoteosi sulla democrazia diretta e sul governo nato sotto l’insegna della paura e del cinismo e su basi di conveniente ambiguità. Come si fa ad accettare un premier firmatario di provvedimenti vergognosi, che ha aggravato la propria posizione passando dai verdi ai rossi e dicendo che con i verdi aveva governato bene? “Non mi fido dell’abilità dell’avvocato del popolo che quando cambia il popolo rimane avvocato. Non approvo l’alleanza con un movimento che ha fatto parte di un governo disastroso, che ha approvato una riforma della giustizia che contiene elementi clamorosamente sbagliati di impronta giustizialista, che ha assegnato al teorico della democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio e a Di Maio, amico dei gilet gialli nemici di Macron, la Farnesina”. Alla domanda se si senta vicino a Calenda, Richetti ha risposto affermativamente., aggiungendo che, insieme, cominceranno a costruire uno spazio fondato su ideali comuni. Anche Gianluigi Paragone si è rifiutato di sostenere questo governo “dell’assurdo”, astenendosi. Tra i contrari (133) la senatrice Annamaria Bernini, FI, che ha citato alcune strofe da un noto brano di Giorgio Gaber, “Il Conformista”, alludendo al premier Conte. “Io sono un uomo nuovo…da un po’ di tempo ambientalista…come un po’ tutti socialista…..al tempo stesso liberista….sono progressista, antirazzista……uno che sta sempre dalla parte giusta…” E ha concluso: “Questo governo è un abuso politico di cui l’ottanta per cento degli italiani ha paura: ci saranno più tasse, più debito, patrimoniale sui beni e sugli asset. Il nostro è un NO semplice, ma fermo. Mai con i Cinque stelle”. Più tardi, a “Otto e mezzo”, Cacciari: questa alleanza andava preparata e discussa. Governo trasformista nato in stato di necessità per paura delle elezioni. L’inizio non è positivo. Questo è il governo Conte-Renzi. L’ex segretario del Pd è passato dall’#senzadime a con me. Marco Travaglio: fusione a freddo che potrà funzionare se faranno qualcosa di buono. Severgnini: “Cosa vogliono fare non l’ho capito. Il programma è vasto e vago, mancava l’esplorazione spaziale. Governo di una sinistra pasticciona e di una sinistra più ordinata e strutturata. Conte avrebbe dovuto fare un po’ di autocritica. I primi atti del governo ci faranno capire se c’è una remota possibilità di svolta. Rimangono due punti da chiarire: l’immigrazione e le autonomie delle regioni del nord che non vanno trascurate essendo la locomotiva del paese. In quelle regioni le amministrazioni leghiste lavorano bene, io che sono lombardo e Cacciari veneto possiamo confermarlo. E non si deve dimenticare che tanta gente è ancora sovranista e populista. Del resto, anche Merkel e Macron sono sovranisti, ma fanno il bene dei loro paesi. Quello che il precedente governo non ha fatto”. La serata continua da Floris. Arriva Zingaretti, tutto soddisfatto. “Mai più contratti, abbiamo costruito un programma comune per gli italiani e le italiane. Schiena dritta e governo serio”. La solita forzatura stucchevole dell’uso del femminile accanto al maschile (le italiane apprezzerebbero di più la perequazione salariale), il solito richiamo al tentativo di unirsi anche solo per un motivo. L’impressione sgradevole di un dejà vu che si è ripetuta con Di Maio. Nessun accenno al debito pubblico, nessun riferimento ai punti più controversi: Ilva, Tav, Alitalia, 160 tavoli di crisi, un programma nato su omissioni di comodo, che non è un programma, ma una quasi ammissione di impotenza con, al centro, la redistribuzione, cavallo di battaglia della sinistra sinistra. C’è il sospetto che ben poco si farà per la crescita. Unico aspetto positivo, la professione esplicita di europeismo, apprezzata da Bruxelles, ma non funzionerà certo a favore di un’apertura di credito.

Saranno tre anni bellissimi”?….l’opinione di Rita Faletti

postato il 6 settembre alle ore 19,42

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Gli astri nel cielo della politica si contano sulle dita di una mano.In tempi di isteria populista, anche il Regno Unito, che è il Regno Unito, la democrazia più antica e solida, è nelle peste per la Brexit, che un funambolico Boris Johnson, sfidando oppositori e colleghi di partito, vuole a tutti i costi, anche senza accordo. Un’uscita “hard” entro il 31 ottobre, che i britannici pagherebbero con il tracollo della sterlina. In Germania, entrata in recessione, nei länder di Sassonia e Brandeburgo, il partito di estrema destra, AfD, ha incassato il 27,5 per cento dei voti e ora che l’era Merkel sta per finire e non si sa quale sarà il nome che uscirà dalle prossime elezioni, l’incertezza prevale. Macron è quello che se la passa meglio di tutti.Anche lui ha qualche problema, ma a parte le cicatrici delle ferite riportate dopo una lunga parentesi di devastazioni gialle, il fondatore di République en marche è l’unico, nella Ue, a sapere con chiarezza qual è il progetto da perseguire per rendere l’Europa più forte, più ambiziosa, al centro degli interessi internazionali.Dopo aver sistemato la tedesca von der Leyen a capo della Commissione europea e la francese Lagarde ai vertici della Bce, al G7 di Biarritz,il presidente dell’Esagono ha messo tutti attorno a un tavolo dettando l’agenda, con quella convinzione e quell’energia che Trump ha ammirato in chi gli si è opposto più volte. Sotto sotto, l’americano ama la perseveranza dei combattenti, anche un po’ impudenti. Macron ha posto sul tavolo la questione dell’Iran e ha spinto perché la Russia sieda di nuovo tra i Sette, introducendoci nell’era dell’unione europea macroniana. L’Europa delle diplomazie fiacche e sonnacchiose aveva bisogno di qualcuno che la scuotesse dal torpore.In ogni branco, il capo naturale guida e gli altri animali seguono. Ciò non significa essere in subordine, ma comprendere, collaborare e credere in un progetto di Europa forte e coesa, vantaggio per tutti. Macron fa gli interessi del proprio paese e delle proprie imprese, cosa di cui noi non siamo capaci.Dovremmo imitarlo eleggendo “guide” all’altezza, selezionate e capaci, con un curriculum sostanzioso, possibilmente non gonfiato, (una laurea triennale in Scienze della Comunicazione è inutile e espone a qualche illazione), e un’esperienza di lavoro alle spalle. Il background, il contrario dell’uno vale uno. Il ministro degli Esteri Di Maio, il presuntuoso e vacuo giovanotto di Pomigliano, che non spiccica una parola di inglese, totalmente incompetente nelle questioni internazionali e la cui ignoranza è leggendaria (la Russia in Europa, Pinochet venezuelano) non è cosa degna di un paese che desideri essere rispettato, è cinico nei confronti di Di Maio, imbarazzante per lo stesso quando scoprirà la propria inadeguatezza. Dunque, Macron. Energia e determinazione sono tratti del carattere, accompagnati, nel suo caso, da cultura, esperienza in economia, industria e digitale. Le connessioni sono corollario e conseguenza dell’incarico e del ruolo ricoperto con prestigio e concorrono a dare maggiore forza e autorevolezza a un progetto e renderlo attuabile. Nulla a che vedere con il “complottismo” di cui i populisti accusano le cosiddette élite. Macron fa parte dell’élite ed è un leader. Noi ne siamo privi e quando ne abbiamo uno, stentiamo a riconoscerlo o lo respingiamo, anche per una malintesa idea di democrazia. Usciti da un anno “bellissimo”, rimbalzati da un governo del cambiamento fallimentare a un governo “di svolta” che doveva essere della discontinuità, come Zingaretti aveva promesso,e pazienza se invece è della continuità, abbiamo evitato il passaggio dalla democrazia alla democratura. Ci siamo dimenticati, però,di ringraziare un leader che è stato bocciato, e che ha dimostrato di averne la stoffa in due occasioni importanti. Dopo il voto del 4 marzo, quando, da Fazio, disse che la cosa immonda non si doveva fare, e salvò il Pd dall’umiliazione e dall’irrilevanza, la seconda volta, quando, dopo l’uscita di scena di Salvini, con tempismo perfetto e lungimiranza da fuoriclasse, disse che la cosa si doveva fare, ché la situazione era cambiata e non si poteva, in alcun modo, dare spazio a un attentatore della democrazia. Se Trump avesse seguito gli eventi più da vicino, il tweet di encomio lo avrebbe indirizzato a Renzi, ora senatore semplice e fuori dal governo giallorosso per sua decisione, o calcolo. Al Matteo fiorentino, che amici e nemici odiano per invidia, ulteriore motivo per cui lo apprezzo, questo Governo credo piaccia poco. Starà a guardare, e mediterà se fare il suo partito, andando ad occupare uno spazio per ora vuoto nel panorama politico. Lo stesso spazio che occuperebbe Calenda, già ministro dello Sviluppo economico nel Governo Renzi, stimato e rimpianto dagli imprenditori che l’hanno giudicato l’unico ad aver fatto molto per le aziende italiane e senza secondi fini. Con Renzi e Calenda si era aperta una stagione di riformismo che stava facendo bene al paese. Ora il punto è: questo bisConte segnerà la totale istituzionalizzazione e resa dei grillini o la fine del riformismo? Nel secondo caso,si completerà la fase di declino arrivato a buon punto grazie al governo Conte1. God save Renzi and Calenda.

Gatte da pelare per Conte……………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 31 agosto 2019 alle ore 15,32

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La tanto deprecata mossa di Salvini, abbassare la saracinesca in faccia al MoVimento dei NO con la certezza di andare alle urne e vincere, si è rivelata infausta per lui e provvidenziale per tutti gli altri. Richiamati in campo e di nuovo influenti anche i partitini a una cifra, inferiore a 2 o di poco superiore. Ma l’harakiri di Salvini è servito soprattutto a salvare il paese. Interrotta l’esperienza di un governo mostruoso, è stata neutralizzata la minaccia incombente di abbandonare l’euro e l’Europa dopo essere finiti ultimi in classifica e spiantati. Il governo gialloverde non esiste più e la sensazione è di essersi scrollati di dosso una parte di disgrazie. Di tornare al voto neanche parlarne, troppo rischioso. Salvini vincerebbe. Zingaretti e Di Maio temono di perdere. La paura costringe il partito di maggioranza relativa e il Partito democratico a incontrarsi. Si profila la possibilità di formare un nuovo esecutivo, che sia su basi condivise e all’insegna della discontinuità, a cominciare dal nome del premier. Queste le condizioni dettate da Zingaretti, il quale pretende anche la cancellazione della piattaforma Rousseau: la democrazia parlamentare è un principio non negoziabile. Dovrà cedere sul premier e sulla piattaforma che i grillini interrogano nei momenti cruciali. Volete o no un governo con il Pd? La domanda, che non si sa in quali termini verrà formulata, giungerà però fuori tempo massimo: le premesse per la nascita di un governo giallorosso già ci sono e Mattarella ha già affidato l’incarico a Conte. Intanto, il giro di consultazioni per la nomina dei ministri è iniziato, e il premier incaricato si trova subito di fronte il primo ostacolo da superare: in casa Cinque stelle si pensa alle poltrone e Di Maio non accetta di essere scaricato. Messo in ombra da Conte, vorrebbe conservare la funzione di vicepremier o, in alternativa, avere la Difesa. A lui non interessano le poltrone, gli è stato consigliato di dire, quello che conta è il programma. E rifila a Conte una lista di venti punti in aggiunta ai dieci precedenti. Una bella gatta da pelare. Riuscirà Conte a frenare le ambizioni del “capo politico” o cederà all’insistenza di chi ormai non ha nulla da perdere, neanche la faccia? Il presidente del Consiglio deve dimostrare di essere all’altezza delle aspettative di molti: di Mattarella, di Zingaretti e del Pd, e dei Cinque stelle che si attendono da lui un trattamento di favore. Dopo l’endorsement dell’Europa e di Trump, che vale quanto il tempo che il presidente americano ha impiegato a scrivere il tweet di apprezzamento all’amico Giuseppi, ma che vale comunque tanto, l’avvocato che viene dalla provincia e si è conquistato la stima di chi conta, non può permettersi flessioni, né sbilanciamenti nei rapporti di forza all’interno dell’alleanza. Le perplessità certo non mancano, né le critiche. C’è chi lo accusa di trasformismo, chi di paraculismo, chi si domanda come sarà il Conte ter, dopo il Conte-bis e il Conte. C’è chi, più prudentemente, vuole leggere il programma prima di esprimere un giudizio, perché, dietro ogni programma, c’è sempre l’uomo. Il discorso di Conte al Quirinale non consente di fare previsioni. E’ generico e manca di incisività. Quello che merita attenzione è, invece, ciò che Giuseppe Conte è riuscito a realizzare in silenzio, per il nostro paese, intanto che due dicitori di slogan facevano di tutto per affossarlo economicamente e isolarlo dal resto dell’Europa. Conte ha preso parte a tutte le riunioni internazionali, ritagliandosi uno spazio prezioso che l’ha fatto conoscere e distinguere per l’educazione dei modi e del linguaggio, l’impegno dimostrato nel voler ascoltare e la disponibilità a collaborare. Grazie a lui avremo il Tap e la Tav, abbiamo scongiurato la procedura di infrazione per eccesso di deficit, abbiamo riconquistato la fiducia a Bruxelles avendo sostenuto la candidatura di von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. Persino Oettinger, commissario tedesco per il Bilancio, sembra aver abbandonato lo scetticismo espresso dopo il voto del 4 di marzo sul nostro paese. “Ricompenseremo il governo per quello che ha fatto”, ha detto.
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La roba offerta gratis.. puzza..…l’opinione di Rita Faletti

 

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In politica tutto diventa possibile, anche il surreale. All’origine del fattaccio, un pezzo di carta del valore di un assegno scoperto, con una lista sconclusionata di promesse al popolo sovrano. Il contratto famigerato, firmato da un ribaldo che si è scoperto voleva impossessarsi del paese e da un bibitaro diventato balconaro famoso, per aver urlato “Abbiamo abolito la povertà”, in mezzo a una banda di invasati del par suo, senza arte né parte, raccattati chissà come, che continuano a chiamarlo “capo politico”. Una locuzione che ha il valore di un lazzo, una volta appurato che il ragazzotto non ha la stoffa né del capo né del politico, avendo fatto perdere al suo movimento la metà dei voti raccolti un anno fa. In un qualsiasi altro paese e partito, un leader del genere sarebbe stato preso a pedate. Invece se lo tengono stretto. Uno statista, ha detto Grillo. Ma Grillo fa il comico e si diletta a prendere per i fondelli i suoi accoliti. Si farà, pensano i temerari sostenitori del giovine. Uno così ammodo e sorridente che ogni mamma lo vorrebbe come genero. Insomma, Giggino va salvato e perché no, elevato al rango di premier da chi gli ha staccato la spina e vorrebbe riavvolgere il nastro. Che coppia! Poi c’è il premier vero, quello che si è accorto di esserlo, l’ultimo giorno di vita del governo. Ha fatto un bel discorso, applaudito anche dai banchi dell’opposizione. Un discorso che in realtà è stato, più che un commiato, un programma di governo, pieno di obiettivi da realizzare. Un discorso in cui, per la prima volta, Conte non si è presentato nel ruolo di notaio di un pezzo di carta, né di avvocato del popolo o del populismo, ma di accusatore del sovranismo e di difensore della democrazia parlamentare. Una tardiva presa di coscienza, funzionale al discorso di autopromozione, un invito, neanche tanto nascosto, a essere preso in considerazione per eventuali incarichi futuri. Una riserva della Repubblica. I Cinque stelle, infatti, tra i dieci punti che rivendicano in un probabile governo giallorosso, mettono al primo posto la premiership di Conte. Il quale, non c’è dubbio, fa la sua bella figura tra imbarazzanti ministri e parlamentari né di destra né di sinistra, ma tutt’e due – come al tavolo della roulette quei giocatori che puntano contemporaneamente sul nero e sul rosso – per essere sicuri di cuccare gli elettori transfughi dell’una e dell’altra parte. Ora che i verdi si sono autosospesi, i gialli, corteggiatissimi da tutti, come ha detto il viaggiatore terzomondista un giorno scrittore un giorno apprendista falegname, sono intenzionati a restare attaccati alle poltrone e alzano pure l’asticella delle pretese, convinti che, dovesse andare buca con i rossi, ci sarebbero i verdi a paracadutarli in posti sicuri. Una prospettiva onorevole, non c’è che dire, che non scandalizza affatto questa società post ideologica, drogata da social, app, selfie e telefonini. La dignità è una delle ultime preoccupazioni, di gran lunga inferiore al rischio di mettersi in fila tra gli aspiranti percettori del reddito di cittadinanza. Per ora il rischio non sembra esserci. Addirittura Renzi è stato il primo a offrire una sponda a chi gliene ha dette di tutti, al punto da convincere il riluttante Zingaretti a seguirlo sulla strada di un accordo. Però, il fiorentino rimarrà orgogliosamente fuori, insieme a Boschi e Lotti. Ormai è deciso: questo governo giallorosso s’ha da fare, ma deve essere di ampio respiro e deve durare l’intera legislatura. Un progetto tanto ambizioso quanto irrealizzabile, almeno sul fronte dell’economia. La lobby dei cialtroni a cinque stelle dovrebbe rinunciare alle sue bandiere ideologiche: decrescita (in)felice, assistenzialismo clientelare (a Casal di Principe, su 2mila abitanti, il 60 per cento percepisce il reddito) inutilità della competenza. Oggi, per la prima volta, Zingaretti ha messo in chiaro gli obiettivi non negoziabili che devono far parte del programma di governo: crescita, ricerca, politiche aziendali, infrastrutture. Se il segretario avrà il sostegno del suo partito e sarà tetragono su quei punti fondamentali, il paese potrà uscire dalla stagnazione in cui è stato relegato da un governo fallimentare. Italia peggiore d’Europa con crescita pari a zero.

Dai gialloverdi, ai giallorossi…l’opinione di Rita Faletti

postato il 19 agosto 2019 ore 18,40

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Domani il premier Conte comunicherà in Parlamento. La formazione professionale renderà puntuta e puntigliosa l’autodifesa, deciso l’affondo contro Salvini. E il passo successivo? Andrà alle Camere mercoledì per farsi sfiduciare? Dubito. L’orgoglio non glielo consentirà. Andrà direttamente al Colle a rassegnare le dimissioni, togliendo ad altri questa priorità. La sconfitta non è umiliante se si conserva il rispetto di sé. Congedarsi con dignità è anche lasciare di sé un buon ricordo che mette in ombra gli errori commessi. Il contrario di quello che sta facendo Salvini: intrappolatosi da solo come un ragno che cada prigioniero della sua stessa tela, tenta una penosa giravolta, chiede il sostegno delle masse, parla di schiena dritta. Il ministro dell’Interno ha ormai perso la trebisonda. Coerenza, senso della misura e dignità sono scomparse dall’orizzonte dell’unto dal popolo. Dubito ne sia consapevole. E’ consapevole, invece, del fatto che solo un miracolo porterebbe il paese alle urne. Così spara all’impazzata contro Renzi, il suo sostituto nel nascituro governo giallo-rosso. Di scopo per evitare l’aumento dell’Iva, e con qualche aggiustamento che eviti altri colpi all’economia? Di legislatura che duri fino al 2023 e ricalchi il programma europeista di von der Leyen, come ha suggerito il padre nobile del Pd, Prodi, che ha indicato addirittura il nome “governo Ursula”?. Un affronto all’amor patrio. C’è chi è cauto come Zingaretti che propenderebbe per il voto. Dello stesso parere Gentiloni e molti deputati e senatori del Partito democratico. C’è chi minaccia di lasciare il governo se l’alleanza Pd-Cinque stelle andasse in porto, come Calenda. I pontieri sono già al lavoro. C’è chi è favorevole, come Leu, il partito più alla sinistra del Pd e più vicino ideologicamente ai Cinque stelle, e che ciclicamente mette fuori la testa, e c’è Grillo. Ieri il comico ha chiamato a rapporto, in villa, lo stato maggiore del movimento. Presente, oltre a Casaleggio, anche Di Battista. Ho l’impressione che la storia si ripeta. Lo spauracchio del fascismo, agitato da tempo, ha funzionato, compattando partiti e partitini, contro la Lega identificata con il Capitano. Nel 2016 lo spauracchio dell’uomo solo al comando ebbe lo stesso risultato. Tutti contro Renzi. Analoga situazione ai tempi di Berlusconi: la sinistra non era mai stata così unita. Oggi, Pd e M5s, lasciatisi alle spalle dure critiche reciproche e condanne, “neanche un caffè con i 5 stelle”, Pd partito dei criminali di Bibbiano, sostenitore della camorra, amico delle lobby del cemento, traditore dei risparmiatori e difensore delle banche, potrebbero accordarsi. I democratici spostano indietro le lancette dei mesi al marzo del 2018 e si predispongono a quello che a quel tempo venne definita un’ipotesi catastrofica, mentre oggi è un’opportunità per salvare il paese da Salvini. “Non so se il Pd arriverebbe al 25 per cento”, ha detto Renzi. Che si profila il dominus dell’operazione. Non è tipo da aver dimenticato le offese né aver cambiato opinione su un gruppo di cretini, ma che il voto sia un rischio da scongiurare, è certo. Unica scappatoia è l’alleanza con il partito di maggioranza. Il momento è favorevole. Renzi è intelligente, possiede carisma, ha la passione per l’agone politico e, machiavellicamente, persegue i propri fini servendosi dei mezzi offertigli dal caso, su di un piatto d’argento. Non si può dire di no. Salvini ha fatto la stessa cosa dopo il marzo dell’anno scorso, decidendo di scrivere un contratto con un movimento antitetico alla sua Lega. Ma ha toppato le mosse successive. Di Maio che cosa farà? Corteggiato dal nemico, richiamato dall’ ex amico, non vuole l’eclissi, né sua né del movimento, ed è terrorizzato da Renzi. “Nessuno dei Cinque stelle siederà mai al tavolo con Renzi”, dice, per allontanare dalla mente il sospetto di insidie nascoste in un accordo con l’altro Matteo. Preferirebbe Zingaretti. Ma il movimento è morto, che ceda o meno all’abbraccio con Renzi o con il segretario. Eppure un’alternativa a questo governo un po’ arlecchino ci sarebbe potuta essere. Un’alternativa mai presa in considerazione, travolti, come travolti siamo stati tutti, dal turbinio pseudo-politico e mediatico di 14 mesi di governo giallo-verde. E’ un’alternativa interessante, perfino esaltante, scaturita da una semplice considerazione che riguarda unicamente la questione economica, il perno di tutto. E non sfugge a chi vede molte più affinità tra Lega e Pd che tra M5s e Pd. La spiegazione sta nella decrescita, mito irrinunciabile dei 5s. Dunque, il neoliberista Renzi è più in sintonia con Zaia, Fontana e Giorgetti o con Di Maio & C.?

La battaglia degli scranni……………….l’opinione di Rita

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Chi non è andato in vacanza non si rammarichi perché questa estate, la politica ha molto da offrire in fatto di svago e divertimento. Intanto, per la prima volta nella storia dalla nascita della Repubblica, i parlamentari sono stati invitati ad alzare il culo dalle comode posizioni agostane, per correre tutti a Palazzo Madama.Chiamata alle armi: Salvini ha staccato la spina e vuole andare al voto subito. La crisi che si è aperta è già in sé uno spasso. Il governo scricchiola da mesi e per mesi il grido “al lupo al lupo” ha tenuto col fiato sospeso. Adesso implode. Falso allarme. Quando finalmente ognuno si era messo l’animo in pace, Salvini è andato da Conte per invitarlo a dimettersi, ed è venuto giù il cielo. Ma come, adesso che ti abbiamo votato la Sicurezza bis e la Tav ci molli? Di Maio, sconcertato, ha dato di traditore al socio e ha preso il via la sequenza di contorcimenti, capovolgimenti e torsioni dei partiti alle prese con posizionamenti e alleanze, vecchie, nuove e inedite. Per il bene del paese, intendiamoci, e all’insegna della coerenza e della fedeltà a principi e idee. Renzi,che aveva giurato di lasciare il Pd se avesse costruito un’alleanza con il partito della piattaforma, ora si accinge a farla, quell’alleanza,e non per un governo di scopo, ma istituzionale, confermando il sospetto che la cosa fosse già nell’aria. Zingaretti, che sembrava disponibile a confrontarsi con il grillismo, ora nicchia.Ma siccome ci sono due Pd, uno suo e uno di Renzi, è probabile che il secondo prevalga sul primo. Che nessuno si laceri le vesti se Salvini dovesse avere la meglio. Dobbiamo essere uniti e il tabellone stasera mi darà ragione. Più o meno le parole di Renzi. Numeri, sempre e solo numeri. Ma i numeri dicono anche chiaramente che se si andasse a votare oggi, il Centro destra unito farebbe il pieno: l’Italia quasi completamente azzurra. E’ per questo che Salvini, vittima del suo carattere, quando s’è accorto di avere tutti contro, vecchia storia che si ripete, da Berlusconi a Renzi, ripara ad Arcore, in cerca dell’appoggio dell’antico alleato, il quale,da tempo immemorabile, gli andava ripetendo: “Torna a casa”. Nessun uomo è un’isola, neanche un supermercato lo è. Chissà cosa gli verrà chiesto in cambio a Palazzo Grazioli. Certo che, come ha detto Sallusti, “Berlusconi lo freghi una volta sola”.Cosa succede nel frattempo in casa cinque stelle? Che “a criatura” è stata presa per mano dal clown, che spunta ogni volta che c’è un pericolo in vista. “Dobbiamo cacciare i barbari” Ma i barbari non erano quelli che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno? Anche per Grillo i mesi passano e lo smalto ha perso la sua brillantezza. Però la coppia Renzi-Grillo è una sorpresa. Ieri, a giochi ormai fatti e trovata ognuno la propria collocazione dopo uno scambio di battute su chi è più abbronzato in Senato, Salvini tenta la riscossa e calal’asso: accetto la sfida di Di Maio. Voteremo a favore della riduzione di 345 parlamentari e il giorno dopo si andrà a votare. Scombussolamento generale. Ma c’è sempre Mattarella che, con la sua calma, piuttosto che sciogliere le Camere e portare il paese alle urne, camminerebbe sui carboni ardenti. E’ proprio sull’appoggio del presidente che fanno affidamento i grillini e Renzi. A proposito, non fu Renzi stesso a volere Mattarella al Colle? L’imparzialità del Quirinale è così scontata? Quindi,avanti con la parlamentarizzazione della crisi. Il voto è la via maestra delle democrazie mature e non è la fine del mondo nemmeno nelle democrature dove i risultati spesso non corrispondono alla volontà popolare. La Spagna, in tre anni è andata al voto quattro volte e il paese non ne ha risentito affatto. Ma l’Italia con i bizantinismi, le ripicche, i complotti, gli accordi sotto banco, le ritorsioni e le vendette assomiglia di più alla Libia che a qualunque altro paese occidentale. Però, Salvini non ha ancora ritirato i suoi sette ministri. E’ segno che non si fida delle istituzioni?

Salvini: due vittorie in tre giorni….l’opinione di Rita Faletti

Rita Faletti 7 Agosto 2019 – 16:12

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“Meno Carola e più Oriana Fallaci”. Così Salvini commenta la vittoria incassata al Senato sul dl sicurezza bis tra i “vergogna!” urlati da alcuni banchi dell’opposizione. 160 i voti favorevoli, tre i parlamentari grillini a votare no e cinque gli assenti. Tutta qui l’opposizione dell’opposizione interna al governo?. Zingaretti ha definito “schiavi” i pentastellati. Cosa sperava? Che Fico, immaginato, non ricordo da chi, grande leader della sinistra internazionale, guidasse un nutrito plotone di antagonisti? Temo che il segretario abbia qualche problema con la realtà. E’ andata liscia come l’olio, invece, la votazione di oggi sulla mozione di sfiducia alla Tav dei Cinque stelle. Salvini non era in Aula, impegnato a continuare il suo tour sulle spiagge del sud del paese, dopo aver cantato l’inno nazionale in “bragh curt” al Papeete di Milano Marittima. I pentastellati, al contrario, c’erano tutti, per sostenere compatti il blocco dell’opera che il perspicace Toninelli, secondo Grillo la quintessenzialità del MoVimento, continua a definire inutile. Qualcuno ci vuole a difendere una delle bandiere identitarie dei 5s agli occhi dei tanti elettori delusi dai numerosi dietrofront, qualcuno che ricordi la purezza delle origini. Ma la superfluità del ministro, nonostante l’accanito attaccamento ai principi, è palese e confermata dalle parole del capo del partito. “Solo il Parlamento può fermare il Tav” aveva detto Di Maio. Il Parlamento ridotto a zerbino dai barbari, il Parlamento come scaricabarile tirato in ballo per evitare la realtà di una acclarata impotenza e l’evidenza inconfessabile della supremazia della poltrona, ha votato a maggioranza contro la mozione dei grillini, che hanno ribadito il no all’Alta velocità contro il loro stesso primo ministro, Conte, il quale aveva dichiarato che “non fare la Tav costerebbe di più che farla”. “Che se la vedano tra loro. Basta!” aveva sbottato Carlo Calenda. Ma supponendo pure che una parte dei dem avesse deciso di ascoltarlo, la divisione interna al partito sul voto sarebbe stata ininfluente; anche FI e FdI hanno votato no alla mozione. La Tav è passata, riducendo a battuta propagandistica la dichiarazione incauta di Di Battista che in meno di quindici giorni l’opera sarebbe stata bloccata per sempre, e avvalorando la tesi secondo cui il trio Mattarella, Tria e Conte agirebbero di concerto per evitare che ai danni già fatti se ne aggiungano altri, irreparabili. In questo torrido agosto, una leggera brezza si è levata sull’ipercinetico immobilismo dei Cinque stelle, a scompaginare con leggerezza i fogli del contratto di governo che un vento più forte disperderà definitivamente.