Nella squadra di Governo…l’opinione di Rita Faletti

Postato l’1 aprile 2020 ore 12,38

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Da un comico a un contaballe amico del comico. Segnali di una politica in declino che non avendo risorse proprie per affrontare situazioni complesse e difficili si affida a stravaganza e cialtronaggine. La tragedia del coronavirus con le lunghe teorie di camion militari che trasportano le bare nei cimiteri che possono ancora accoglierle, si colora di grottesco nella frase “La terra respira di nuovo”. Un messaggio inquietante diffuso via tweet, poi rimosso, con il quale il suo autore indica nel lockdown provocato da Covid-19 una misura efficace per far respirare la terra. Un’oscenità che si può giustificare solo con la debolezza mentale. E non è un ambientalista fanatico dei social a sostenere questa tesi, bensì un recente acquisto del presidente del Consiglio dei ministri. Il personaggio si chiama Gunter Pauli e la mission affidatagli è contrastare gli effetti economici del coronavirus. In quota Cinque stelle (ma vah?), il signore in questione scrive favole ecologiche per bambini e con lo stesso spirito elargisce consigli via tweet sulla “blue economy”, forse parente di quella “green”. Fatto sta che il Pauli non ha ancora fatto uscire dal cilindro la formula miracolosa che dovrebbe far ripartire l’economia a fine pandemia. Si può capire: da convinto sostenitore della decrescita, già avviata dal virus con la chiusura della gran parte delle attività produttive del Paese, il suo impegno risulta inutile e così il suo incarico. Ma la versatilità del consigliere di Conte, che proprio grazie a questa qualità deve averlo ingaggiato, si esprime anche in campo scientifico. Con la premessa che la scienza ha la funzione di provare il rapporto causa-effetto e rilevare i collegamenti tra fenomeni che presentino affinità, l’uomo della task force di Palazzo Chigi è convinto di aver scoperto la causa della diffusione di Covid-19: il 5G. Secondo i suoi studi, la tecnologia cinese è l’elemento che lega Wuhan, la prima città in cui è nato e da cui si è diffuso il virus, e la Lombardia, la prima regione in cui il patogeno è stato scoperto. Entrambe, città e regione, sono coperte dal 5G. L’affermazione, priva di qualunque fondamento scientifico, oltre che ridicola, è una involontaria accusa a Conte e a Di Maio, responsabili di aver avviato il progetto cinese in Italia. Sennonché, l’eclettico Pauli è una fonte inesauribile di grandiose trovate: ha infatti suggerito al governo di impiegare l’emoglobina di alcuni vermi di mare contro il virus. Credevo che gli stregoni fossero andati a cuccia, portandosi dietro la schiera dei no-vax, scopro invece che sono più attivi e fantasiosi che mai e pronti a bidonare gli ingenui. Perché il magico rimedio non è stato rivelato a Xi Jinping? Cosa aspetta Conte a liberarsi di questo tale e rispedirlo in Belgio, da cui proviene? Teme forse di non trovarne di eguali in Parlamento.

Covid-19: modello asiatico…l’opinione di Rita Faletti

postato il 28 marzo ore 05

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foto G. Ruzza
…. intermezzo…..

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Tra una conferenza stampa della Protezione civile e la successiva, con i report sui contagi, i decessi e i guariti delle ultime 24 ore, le giornate si inanellano nell’attesa di ricevere la notizia più desiderata: il picco è stato raggiunto, inizia la fase discendente, la presa del virus si è allentata. Pare che gli italiani stiano osservando il distanziamento sociale, mentre i medici ospedalieri e di famiglia, gli infermieri e i volontari non demordono, continuano a tenere duro nonostante lo stress, che non è solo da affaticamento fisico, e purtroppo si ammalano e se ne vanno come i pazienti che con ostinazione non vogliono lasciar andare. E’ il prezzo che paga chi combatte in prima linea, siamo in guerra e in guerra si contano i caduti. Suona male, questa frase, eppure contiene la realtà che devi guardare in faccia, per conoscerla e ricordarla quando, fuori dall’emergenza, avrai il tempo e la calma per chiederti se il sacrificio di tanti si sarebbe potuto evitare. Io credo di sì. Come? Seguendo con attenzione quello che stava accadendo in Cina, le immagini trasmesse ogni giorno di malati in fila fuori degli ospedali, dei dottori chiusi nei loro scafandri e dei pazienti stesi sui letti con i respiratori, di una Wuhan spettrale. Noi non ci toccherà. Avevamo il tempo per riflettere capire e prepararci. Anche l’Europa aveva il tempo per farlo e non l’ha fatto. Stiamo pagando tutti lo scotto della superficialità e della disabitudine al combattimento dopo oltre settanta anni di pace e prosperità e anche di presunzione. Uomo avvisato mezzo salvato. Ci salveremo anche questa volta, arriveremo un po’ malconci alla fine e dovremo affrontare altri guai e forse, anzi, certamente, altri virus. Next Big One, il prossimo grande evento, così i sismologi californiani chiamano il terremoto che farà sprofondare San Francisco, in questo caso sarà un’epidemia letale di dimensioni catastrofiche. Come la affronteranno i paesi asiatici che sono più bravi di noi occidentali a contrastare e sconfiggere i virus? Con lo studio di quelli con cui hanno avuto a che fare, con la competenza degli scienziati, con l’efficacia di misure stringenti e….un po’ illiberali, viste dal democratico occidente, con la collaborazione responsabile dei cittadini. I paesi asiatici ci forniscono modelli vincenti di lotta al virus, facili da mettere in pratica dove mentalità e cultura sono diverse dalla nostra mentalità e dalla nostra cultura, dove la tecnologia, avanzatissima, diventa strumento di controllo per la protezione dei cittadini che non la vivono come una violazione della privacy e dove la serrata totale non è sempre necessaria per affrontare l’assalto del nemico invisibile. Prima dell’Italia e dopo la Cina, a 1400 chilometri da Wuhan, si trova una delle capitali più tecnologizzate al mondo: Seul. Nella megalopoli della Corea del sud, la carta di credito ha da tempo sostituito il contante, la videosorveglianza e la raccolta dei dati da parte del governo non genera proteste, ma rappresenta un mezzo per ridurre la criminalità. Il Covid-19 è stato accolto con un massiccio dispiegamento di tecnologia: test fatti in automobile per ridurre i contatti tra le persone, mappa disponibile on-line degli spostamenti di ogni persona risultata positiva e impiego di un team di investigatori per controllare, attraverso telecamere di sorveglianza e carte di credito, i movimenti di chi non ricorda o mente. Una “safety protection app”, un’applicazione sullo smartphone che richiede di inserire i propri dati sanitari a chi è in quarantena due volte al giorno. Il tampone viene richiesto se si è a rischio e chi provenga da aree infette viene testato. Il ricovero negli ospedali è previsto solo per chi ha sintomi severi, gli altri trascorrono il periodo di quarantena in strutture apposite dove le telecamere consentono ai medici il controllo da remoto. In Corea del sud, dove l’elemento politico è molto presente, la società civile risponde in modo sollecito e coeso e si fida delle istituzioni. Situazione analoga in altre democrazie asiatiche come Giappone, Singapore e Taiwan. Proviamo a pensarci.

Da influenza a guerra di trincea….l’opinione di Rita Faletti

postato il 12 marzo 2020 alle 16,10

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Requiem

Da poco più di un’influenza a una guerra di trincea. Dall’invito sdolcinato di Giletti ad abbracciare un cinese seguito da mieloso abbraccio tra i suoi ospiti e un attore cinese in carne e ossa prestatosi alla sceneggiata, ai 10590 contagi e agli 827 decessi di ieri sera. Altrettanti i numeri registrati a Wuhan nel giorno più funesto dall’inizio della diffusione del virus nella città cinese. Se la curva dovesse mantenersi costante, ogni due giorni e mezzo quei numeri raddoppierebbero e prima di Pasqua gli infettati potrebbero essere due milioni. Cifra impressionante che non garantirebbe che il picco di trasmissione del contagio fosse stato raggiunto, e contemporaneamente, in tutte le regioni. Tutto è iniziato quattro settimane fa con i primi casi di coronavirus in Lombardia e Veneto, poi in Emilia-Romagna, quando al paese colto di sorpresa e incredulo, il governo ha risposto in modo confuso tardivo e insufficiente. Intanto le autorità cinesi, compresa la gravità del momento, avevano tempestivamente imposto la quarantena in tutta la provincia dello Hubei, 60 milioni di abitanti, come tutta la popolazione italiana, e regole ferree per contenere la diffusione del virus. In una settimana erano stati costruiti due ospedali, gli operatori sanitari chiamati da tutte le parti del paese lavoravano senza soluzione di continuità e alcuni morivano stremati dalla fatica o infettati dai pazienti. In questi giorni, la Cina fa sapere che il picco del contagio è stato raggiunto ed è iniziata la fase discendente. Il paese è uscito dall’emergenza e il presidente Xi Jinping si è recato a Wuhan per salutare la popolazione finalmente liberata da un incubo e ringraziare i sanitari eroici che si sono massacrati per salvare il paese dal rischio di pandemia. Xi Jinping indossava la mascherina e nessuno si è sognato di criticarlo o deriderlo come con stupida spavalderia si è fatto nei confronti di Fontana, il governatore della Lombardia, e non perché il paese asiatico è una dittatura, ma perché la maggioranza dei cinesi, più intelligente e prudente di tanti italiani, ha compreso che con il patogeno c’è poco da scherzare. Averne fermato la diffusione è la dimostrazione che obbedire alle regole paga e che stare tappati in casa è poca cosa in cambio della salute di sé e degli altri. Il forte nazionalismo cinese ha vinto. Osservare quel modello di comportamento e copiarlo, non ha nemmeno sfiorato la mente dei governanti italiani, neppure quando da Codogno l’infezione si è diffusa e ha cominciato a uccidere. La Lombardia aveva chiesto norme stringenti e misure di controllo da estendere oltre i suoi confini. Conte aveva risposto che ogni misura sarebbe stata “adeguata e proporzionata”. A cosa? Al ritmo del pensiero politico e al raggiungimento di un compromesso tra le varie posizioni? Fatto sta che tra sottovalutazioni, tentennamenti, decisioni e ripensamenti, l’uomo solo al comando, cioè Conte, non chi aspirava a diventarlo e, con la situazione attuale è persino legittimo pensare che forse quell’altro avrebbe fatto meglio, ha parlato a reti unificate come il presidente della Repubblica a fine anno, ha riunito ministri, ha convocato la Protezione civile, ha interpellato gli esperti, ha tergiversato e ripetuto “dobbiamo capire quali sono i diritti civili”. Per sua, forse, e nostra disgrazia, il virus se ne infischia dei diritti civili, è poco paziente, molto rapido e niente affatto incline a fare sconti. Batterlo sul tempo è l’unico strumento che abbiamo per sbarrargli la strada ed evitare che camminando sulle nostre gambe semini infezione e morte. Si va dicendo con vergognoso cinismo che a perdere la vita sono solo gli anziani con problemi di salute pregressi. Ma il Covid-19 è come una livella. Anche la fascia compresa tra i 50 e i 64 anni si è rivelata fragile e persino i giovani arrivano negli ospedali con sindromi respiratorie gravi. E come al solito, c’è chi si ammazza di lavoro e chi preferisce andare a divertirsi. Capita che qualcuno disfatto dalla stanchezza si accasci su di un tavolo di ospedale e si addormenti e intere famiglie di cerebrolesi scambino la quarantena per una parentesi vacanziera da trascorrere sulle nevi dell’Abetone, approfittando del prezzo stracciato degli impianti di risalita. Bella immagine da esportare che è la risposta al governo che invita alla responsabilità, consiglia, dà disposizioni fumose, imposizioni aggirabili per via di autocertificazioni, divieti di spostamento quasi impossibili da far rispettare e tutta una serie di raccomandazioni. Peccato che i destinatari siano gli italiani, non i tedeschi, o i coreani o i giapponesi o gli ungheresi o i cechi o i polacchi o gli svedesi o i norvegesi o i finlandesi o i danesi o gli olandesi o gli americani. Il New York Times ha scritto qualche giorno fa: “Can Italians follow the rules?”. Qualcuno, più realista, ha chiesto un super commissario che decida e coordini, una persona con un alto grado di competenza, che parli con una sola voce. Renzi e Salvini hanno fatto il nome di Bertolaso. Medico, ex capo della Protezione civile, ex sottosegretario e deus ex machina durante le grandi emergenze terremoto e rifiuti, l’uomo scelto da Berlusconi e per questo sottoposto al bombardamento delle procure, accusato di vari crimini e poi assolto, non è un nome spendibile per questo governo dalle mezze decisioni, dalle mezze disposizioni, dai mezzi divieti, incapace, nella sostanza, di emanare leggi e ancora più incapace di punire chi le viola. Finalmente, il commander in chief, Giuseppe Conte, ha accolto le richieste inoltrate dai sindaci lombardi, di ogni colore politico, e ha predisposto una serie di misure restrittive. Un giro di vite necessario per impedire che la sanità collassi e si giunga al punto in cui potrebbe risultare indifferibile dover scegliere quale di due pazienti salvare. Per scongiurare questa evenienza, Il presidente del Consiglio ha nominato un commissario con ampi poteri, Domenico Arcuri, che si occupi esclusivamente di terapie intensive, macchinari e strumenti necessari agli ospedali in vista di un aumento dei contagiati. L’auspicio è che alle parole seguano i fatti e che ogni italiano, da nord a sud, da est a ovest, agisca responsabilmente cercando di imitare la compattezza e la disciplina di stampo militare dei cinesi.

Contro altri virus……..l’opinione di Rita Faletti

postato il 4 marzo 2020 alle ore 12,36

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Meditation Ethnic Tribal

l Covid-19 da virus sconosciuto è diventato una presenza costante nelle nostre vite dal giorno in cui avrebbe fatto la sua prima comparsa, il 20 di febbraio, in quello che è poi diventato l’epicentro della zona rossa lombarda, cioè Codogno. Il condizionale è d’obbligo giacché tra i picchi di polmonite registrati a gennaio, ossia anteriormente a quella data, e manifestatisi con febbre alta tosse e altre sindromi proprie dell’influenza e riconducibili a malanni stagionali, molti corrispondevano a pazienti guariti che presentavano tracce di anticorpi contro il Covid-19. Quindi, il patogeno si aggirava nel Paese molto prima di quel fatidico giorno di febbraio. Il che smonta tout court l’accusa di Conte secondo cui il focolaio dell’epidemia sarebbe stato la conseguenza di superficialità e inadempienze da parte del personale sanitario dell’ospedale di Codogno, dove uno dei pazienti zero, a questo punto non più uno solo, si era recato. Il premier l’ha fatta fuori dal vaso, seguito dalla procura di Lodi che ha aperto un’inchiesta per epidemia colposa contro ignoti: che farà? Sequestrerà l’ospedale? La furia inquisitoria non si placa nemmeno di fronte a una situazione di emergenza che solo i tecnici hanno dimostrato di poter gestire con professionalità competenza e dedizione. Ci sono medici che nelle zone rosse dormono da diversi giorni sulle brandine e che dovremmo ringraziare se l’infezione non si è allargata a macchia d’olio ad altre regioni solo parzialmente interessate dall’infezione. A quei medici e agli infermieri si deve l’alta percentuale di guarigioni finora registrate. Si chiama produttività, che tra i magistrati non deve essere molto elevata se in Italia i processi hanno una durata che supera del doppio o del triplo la durata normale di un processo in qualunque paese che funzioni. E’ dissennato e anti patriottico, soprattutto in un momento in cui abbiamo addosso gli occhi di tutto il mondo, cercare colpe e responsabilità in quello che a giudizio unanime è uno dei pochissimi capitali del Paese: la sanità delle regioni del nord, dove il 75 per cento degli italiani va a curarsi per la professionalità e la competenza degli operatori, l’organizzazione e l’efficienza delle strutture e la strumentazione all’avanguardia che la collocano tra le eccellenze europee, come Moody’s stesso ha riconosciuto proprio in occasione dell’emergenza coronavirus. E’ assodato che la vocazione suicida prevalga sull’orgoglio nazionale per motivi di mero tornaconto facendo emergere una verità che non ci fa onore: lasciare che ai tavoli di emergenza le decisioni dei vertici politici, e che vertici, prevalgano sui consigli dei tecnici. E’ inoppugnabile che l’attenzione mediatica sia concentrata sulle chiacchiere e sulle dichiarazioni improvvide di personaggi inadeguati che occupano a tempo pieno i talk show per assicurarsi una carriera, applauditi calorosamente ad ogni aperta di bocca da fantocci ammaestrati. E’ incontestabile che, come ha detto Giuliano Cazzola “La magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari”. Classi dirigenti di scarse capacità, giustizialismo manettaro, parte della stampa prona alla convenienza, arrecano danni incalcolabili all’economia, alla quale non serviva il coronavirus perché si avesse la certezza matematica che l’anno in corso sarebbe stato a crescita zero. In cima alla lista delle sventure, le sciagurate misure prese dai gialloverdi e confermate dai giallorossi. Tutti i settori produttivi del Paese soffrono e l’isolamento al quale siamo stati affidati dalla propaganda ansiogena ci fa apparire ancor meno affidabili di quanto già non fossimo considerati (Il video del pizzaiolo che sputa il virus sulla pizza). Si chiede comprensione a Bruxelles che ci ha concesso margini di flessibilità per migranti, riforme, terremoti, dissesto idrogeologico, crollo del ponte Morandi. Il problema non sarà Bruxelles, ma i mercati allertati anche dalla fibrillazione politica. Ma per fortuna che abbiamo Di Maio a salvare l’export italiano e che un cospicuo gruzzolo è già pronto per aiutare le attività nelle zone rosse. Ben 3,6 miliardi. Indecente miseria se paragonata ai 7 miliardi per il reddito di cittadinanza, che avrebbe liberato dalla povertà assoluta il 60 per cento dei percettori. Una bufala sbandierata dalle agenzie pubbliche statali trasformate in agenzia di propaganda politica al servizio del M5s. Messo a confronto con certi virus, il Covid-19 è una semplice influenza.

Covid-19: a ognuno il suo mestiere…l’opinione di Rita Faletti

Postato il 25 febbraio 2020 alle ore 17,16

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A sei giorni dalla comparsa improvvisa del coronavirus a Codogno, uno dei dieci comuni del basso lodigiano ed epicentro del focolaio infettivo in Lombardia, le persone contagiate in quell’area, nel momento in cui scrivo, sono 212. Il secondo epicentro è in Veneto, a Vo’ Euganeo, in provincia di Padova, dove è avvenuto il primo decesso e dove i pazienti sotto osservazione sono 38. La velocità di diffusione del virus ha costretto  all’adozione di misure draconiane, tra cui il divieto di entrata e uscita dalle “zone rosse”. Sospese le lezioni nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università, rimandati gli eventi sportivi, chiuso dalla mezzanotte di domenica il carnevale di Venezia, cancellati i viaggi di istruzione in Italia e all’e stero, chiusi musei, teatri, cinema, centri commerciali e aziende, invitati i cittadini a lasciare le abitazioni solo per gli acquisti di prima necessità e limitare le occasioni di socialità. Una quarantena indispensabile all’ innalzamento della soglia di tutela della salute che ha stretto tutto il nord di una cintura sanitaria benché pochi siano i casi segnalati nelle altre regioni: 23 in Emilia-Romagna, 1 in Piemonte e  Alto Adige. 1 caso in Toscana e 2 in Sicilia. Rispetto al numero di infettati e deceduti (8 persone di età avanzata e affette da patologie pregresse, anche serie) l’Italia è il primo Paese più colpito in Europa e il terzo nel mondo. Come mai? I 5000 test diagnostici effettuati, dei quali 1500 in Lombardia, paragonati ai 400 della Francia, potrebbero significare che il numero di infettati è direttamente proporzionale a quello dei controlli: più controlli più contagiati. Una risposta si potrà avere, forse, seguendo l’evoluzione dell’epidemia negli altri Paesi europei in cui, differentemente da come si è proceduto da noi, si eseguono test solo su chi dichiara di aver avuto contatti con persone provenienti dalla Cina. La gravità della situazione impone di affidarsi alle competenze di virologi, epidemiologi e infettivologi, ossia alla scienza che oggi si prende una rivincita sulle umiliazioni e gli attacchi subiti da politici mezze tacche e loro follower. Quindi, agli esperti il compito di arginare il pericolo della diffusione del virus e ricostruire la catena di trasmissione che faciliterebbe il contenimento del contagio, ai cittadini il dovere di comportarsi responsabilmente, e a noi le domande: cosa sappiamo del Covid-19? Quali affinità ha con la Sars? Entrambi i virus si sono sviluppati in Cina e si trasmettono per via aerea. La Sars (sindrome respiratoria acuta grave) esplosa verso la fine del 2002 nella provincia del Guangdong si è esaurita nel luglio dell’anno successivo, dopo aver provocato 774 vittime, con un indice di mortalità del 9,5 per cento. Allora la Cina coprì a lungo il virus. Oggi è recidiva. Il 31 dicembre del 2019, un giovane medico di Wuhan, la città da cui si è diffusa l’epidemia di coronavirus, diede l’allarme e per questo fu convocato dalla polizia e accusato di aver turbato l’ordine pubblico. Contrasse il virus dopo essersi prodigato nella cura delle persone infettate e morì i primi di febbraio di quest’anno. In gennaio Xi Jinping era già al corrente dell’epidemia, ma scelse il silenzio: i regimi non tollerano la libertà di stampa. Recentemente, il presidente cinese ha ammesso di non aver tempestivamente informato la comunità internazionale. Nel paese asiatico le infezioni sono 80.000 e le vittime 2703, un numero superiore a quello della Sars, nonostante l’indice di letalità del coronavirus sia di gran lunga inferiore: 2,3 per cento. Sars e Covid-19 appartengono allo stesso genere e alla stessa specie, ma la differenza rilevante è che la Sars è infettiva solo nella fase acuta, il che la rende facile da controllare. Il coronavirus, invece, presenta una sintomatologia che la avvicina all’influenza: febbre leggera e una banale congiuntivite che non allarmano. Da qui la sottovalutazione e la difficoltà della diagnosi che lo rendono più pervasivo. Chi accusa quei sintomi non si preoccupa e continua a vivere senza cambiare le proprie abitudini, contagiando inconsapevolmente un numero indefinito di persone. Ma com’ è arrivato in Italia? Il paziente zero, di rientro da Shangai e indicato come possibile veicolo del virus, sarebbe guarito senza manifestare sintomi. La prova del tampone a guarigione avvenuta infatti, non è indicativa del contagio, che si rileva solo grazie agli anticorpi presenti nel siero. E c’è una domanda ulteriore che riguarda la natura del virus. Il professor Galli, primario del reparto di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano risponde così: “E’ un virus ruspante che viene dalla natura, vicino al virus dei pipistrelli. Lo abbiamo studiato nelle sue 52 sequenze che ne confermano l’origine”. Stroncata la diceria circa la nascita in laboratorio. Quindi, la stretta vicinanza tra animale e uomo è la causa del salto di specie. Tutto è nato nel mercato di animali vivi a Wuhan, è valso per la Sars e vale per il Covid-19. Fino a quando i cinesi continueranno a macellare pipistrelli e serpenti a cielo aperto, siamo tutti a rischio. Rimane una domanda: una volta raggiunta la guarigione, ci si può ritenere immuni all’ infezione per sempre? Nessuno è ancora in grado di rispondere. Per concludere, nulla contro il popolo cinese che per il comportamento disciplinato e rigoroso tenuto in un momento drammatico, merita rispetto e ammirazione. Da chi ci aspetteremmo invece una posizione ferma è l’Organizzazione mondiale per la sanità, che dovrebbe fare pressione sul governo cinese affinché convincesse il Paese ad abbandonare abitudini selvagge se vuole essere considerato una nazione civile a pieno titolo. C’è poi la questione dei rapporti tra presidenza del Consiglio e regioni. Ieri Conte si è lasciato andare una frase inopportuna che rivela arroganza e ignoranza: “Contrarremo i poteri delle regioni”. Qualche volta il potere centrale farebbe bene ad astenersi dal ficcare il naso dove non ha né la conoscenza diretta né la competenza per parlare.

Il patto dei due Matteo…l’opinione di Rita Faletti

postato il 20 febbraio 2020 alle ore 13,24

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Sorvolando l’Himalaya pakistano, che vanta 5 dei 14 ottomila più affascinanti al mondo, Renzi manda un alto avvertimento al governo. Senza di lui la sopravvivenza del bisConte non è scontata. A Montecitorio la maggioranza non è a rischio, ma a Palazzo Madama i numeri non sono sufficienti se Italia viva si sfila. Così Conte perlustra ogni angolo alla ricerca di “Scilipoti” disposti a sostituirsi al partito di Renzi. Si era ventilato, ma è stato poi smentito dai diretti interessati, che il forzista Paolo Romani fosse pronto a creare un gruppo di “responsabili” a sostegno del governo. A livello del mare o poco più, i grillini alle prese con il consenso prossimo a una cifra, tentano la mossa della protesta di piazza contro i vitalizi e riscoprono l’ebrezza dei rimpianti tempi del “vaffa”. Nel fondo del cuore sono rimasti antiparlamentaristi e antieuropeisti nonostante l’appoggio strumentale a von der Leyen. Anche l’immobilismo del governo è attraversato da qualche fibrillazione. Da Roma, Zingaretti chiede a Renzi di decidere se stare dentro o fuori intanto che i suoi consultano in modo compulsivo i sondaggi anche in previsione delle prossime regionali che per il Pd non saranno una tranquilla scampagnata di primavera. Il miracolo Emilia-Romagna, dove essenziale è stata la buona amministrazione di Bonaccini, non è detto si ripeta, malgrado l’appoggio che le sardine già assicurano. L’inflazionato slogan “……non si lega” potrebbe aver annoiato e sortire l’effetto contrario. Il brainwashing anti-Salvini dei pesciolini portati in trionfo da soloni che li vorrebbero nel Pd, induce gli spiriti insofferenti alla omologazione a respingere ciò che percepiscono come imposto, contro la vocazione dei più a seguire la mandria. Alle regionali di Liguria, Marche e Campania, Renzi ha anticipato che Italia viva si dissocerà dal Partito democratico; in Veneto e in Puglia sarà con Calenda e Bonino. Solo il candidato della Toscana, Eugenio Giani, sarà sostenuto da Pd e Italia viva. Comunque finisca, nel paese i numeri dicono che il centro destra è maggioranza. Eppure, nulla si muove. Aver fatto fuori Salvini, momentaneamente e senza neppure ringraziarlo, non basta. Il Pd deve eliminare i resti del populismo capace solo di fare danni e, se è in grado, tirare fuori il paese dalla crisi. Dall’esterno, il governo assomiglia a un ammasso disomogeneo di materiale inerte sul punto di smottare. L’economia è disastrosa, siamo ultimi dopo la Grecia, con la produzione industriale ferma e la disoccupazione che ha ripreso a salire. Dal nulla, si leva di tanto in tanto la voce del ministro dell’Economia Gualtieri, che ci comunica con contenuto ottimismo che si intravedono i “primi segnali incoraggianti di crescita”. Ma la crescita è come l’Araba Fenice che ci sia ciascun lo dice ove sia nessun lo sa. E Renzi, che sulla prescrizione dice: “Noi non ci vendiamo”, e ha nel cassetto la sfiducia individuale a Bonafede pronto a tirarla fuori alla prima occasione, dimostra di essere uno dei pochi ad avere idee chiare sulla crescita: sbloccare i 270 cantieri; far partire la Gronda, già finanziata; mettere i commissari dove ci sono i soldi e avviare le opere pubbliche per dare una sferzata all’economia prima che arrivi la recessione e saltino posti di lavoro; abolire il reddito di cittadinanza, a quel punto inutile come misura per il lavoro, abbassando ulteriormente il cuneo fiscale (oggi una bazzecola: tre miseri miliardi) per aiutare le imprese. Fermare il populismo significa anche impedire la revoca delle concessioni a Autostrade, che sarebbe un autogol: si manderebbero a casa tanti lavoratori e si pagherebbe una forte penale. Intervistato da Vespa a Porta a porta Renzi avanza una proposta: l’elezione diretta del sindaco d’Italia che sta in carica cinque anni. E per sgomberare il campo da insinuazioni e attacchi: “Ho il lusso di poterlo proporre perché sono al 4 per cento e siccome così non si va avanti, alla fine accetteranno tutti”. Tirando le somme: il Pd, per spirito di autoconservazione, è diventato il partito dello status quo, ingessato in un governo in cui Leu, sinistra radicale e grillini sono dalla stessa parte, legati da un’ideologia che è il vero freno della crescita. Non si cresce cominciando a distribuire ma cominciando a produrre e per combattere la povertà non si combatte la ricchezza. Tutto fuorché criptico o imprevedibile, Renzi è stato trasparente. La sua visione di paese non è compatibile con quella del governo Conte. E con quella delle opposizioni? A questo proposito, si vocifera del patto dei due Matteo sulla nascita di un governo istituzionale guidato da Renzi (Salvini: “Dopo esserci alleati con Di Maio nulla ci fa più paura”) a condizione di fissare la data delle elezioni, possibili dopo il referendum sul taglio dei parlamentari. Ipotesi niente male.

Giampaolo Pansa: scoprire verità nascoste..l’opinione R. Faletti

postato il 12 febbraio 2020 alle ore 15,57

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Tra due ali di popolazione festante, i soldati americani su autoblindo, camionette e tank sfilano lungo le strade del paese e lanciano barrette di cioccolata e sigarette. The end. Il film su una guerra che doveva durare tre mesi e concludersi con la conquista dell’orbe terracqueo da parte di Hitler, durata invece sei tragici anni con milioni di morti tra militari e civili e intere città devastate, si conclude con quelle due paroline. Ma solo nel film. In Italia è continuata come guerra fratricida, la guerra civile combattuta tra il ’43 e il ’45 con strascichi drammatici e peggiore di quella contro il nazifascismo, perché carica di odio, desiderio di vendetta e inesauribile sete di sangue. Una guerra tra gli ultimi fascisti della Repubblica di Salò e i partigiani comunisti che volevano, con ogni mezzo, instaurare nel paese una dittatura di stampo sovietico. Rappresaglie e massacri fuori controllo, vendette personali e vili opportunismi e quella linea che divideva i buoni dai cattivi. Buoni i vincitori, cattivi i vinti. La verità, più complessa di come viene spesso rappresentata, sarebbe rimasta sepolta sotto la pubblicistica rossa se la voce di un giornalista dal coraggio quasi sfrontato non avesse sollevato la coltre di silenzio imposta su quel terribile periodo, come palate di terra sui cadaveri di uomini, donne e bambini, soppressi senza un processo, senza alcuna verifica sulle responsabilità individuali, colpevoli solo di aver avuto un parente, un amico, un conoscente, un vicino di casa che aveva militato nelle camicie nere. “Uccidere un fascista non è reato”, il motto delle Brigate rosse, mutuato dai partigiani comunisti che avevano imparato da Stalin che per eliminare il problema bastava eliminare l’uomo. Intere famiglie distrutte nei modi più feroci da criminali rimasti impuniti, alcuni fatti scappare all’estero, altri liberi di muoversi nel paese. E l’ambiguità del Pci di Togliatti sui 40 giorni dell’occupazione partigiana iugoslava nel ’45, che fu la strage degli italiani di Gorizia, presi dai titini, trucidati e gettati nelle foibe, da morti e da vivi. Scopriamo molto, e con raccapriccio, del mattatoio del primo dopoguerra, su cui i libri di storia sorvolano e che per diversi anni diretti interessati e testimoni oculari hanno temuto di rivelare per paura di ritorsioni, leggendo i libri di Giampaolo Pansa. L’autore più contestato, criticato e attaccato da sinistra, il quale, con l’onestà e lo spirito indipendente di uomo libero, ha aperto uno squarcio su un capitolo cupo della storia italiana negato da molti “compagni”. Mi è parso doveroso ricordare il giornalista e scrittore, a un mese dalla morte domani, in un paese dove la faziosità e la falsità sono purtroppo diffusi e chissà per quanto ancora, come le frasi seguenti dimostrano in modo inequivocabile nel Giorno del ricordo delle foibe. Il vignettista Vauro: “Il Giorno del Ricordo è un trucido strumento di propaganda”; Serracchiani, Pd: “La Foiba di Basovizza ormai è palcoscenico della destra sovranista”; l’Anpi di Lecce: “Una studentessa istriana uccisa nel 1943 è una presunta vittima”. Vivissimi complimenti ai veri democratici della sinistra!

Europa sottomessa…l’opinione di Rita Faletti

Postato il 5 febbraio 2020

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Ha-Kotel – foto G. Ruzza

Nel Giorno della Memoria, a Firenze, un’insegnante di scuola media alla classe: “Liliana Segre non la sopporto. E anche voi ragazzi non vi fate fregare da questi personaggi che cercano solo pubblicità”. La testimonianza preziosa di una sopravvissuta all’orrore della Shoah, per chi ha la sensibilità l’umanità e l’intelligenza di un pezzo di legno marcio, è una insopportabile questione di pubblicità. La frase ignobile è stata condannata unanimemente e colei che l’ha pronunciata è probabile e auspicabile che sia rimossa dall’incarico per indegnità. Ma questo non è il punto. Alla vicenda è appesa una domanda: “Come siamo arrivati a questo?” che costringe tutti, in primo luogo i governi europei, a togliersi le fette di prosciutto dagli occhi, guardarsi allo specchio e interrogare le proprie coscienze. Liliana Segre, e come lei coloro che sono emersi dall’inferno e hanno visto la barbarie con i loro occhi, può autorevolmente rispondere a quella domanda. Lo fa quando, nel raccontare lo stupore e la sofferenza di una bambina che all’improvviso, senza colpa, si vede allontanare dalla scuola, isolare dai compagni e dagli amici con cui ha condiviso le esperienze di adolescente, si sofferma su una parola: indifferenza. Chi vedeva e sapeva, voltò la testa dall’altra parte. E’ così che l’indifferenza si fa complice di un crimine, il più abietto compiuto da uomini contro altri uomini in nome della razza. Intere generazioni sterminate: ad Auschwitz-Birkenau venivano uccise 15 mila persone di fede ebraica al giorno, di tutte le età, con regolarità scientifica e con l’obiettivo di rendere la terra “Judenrein”, senza ebrei. Un abominio di cui si rese complice chi sottovalutò i segnali premonitori della tragedia, chi preferì negarli per vigliaccheria, chi, per paura, seguì i carnefici nel disegno criminale. L’infamia dell’Olocausto, con i sei milioni di ebrei sterminati, fece dire “Mai più”. A distanza di 75 anni, quella barbarie è un ricordo sfuocato, o “un fatto obsoleto”, come il grillino Carabetta l’ha definito, per i negazionisti occidentali un inganno costruito dagli ebrei per diventare padroni del mondo, per i negazionisti islamici il frutto di un complotto dell’imperialismo a danno dei paesi arabi e la causa del sogno naufragato del panarabismo. Sempre colpa degli ebrei. Ignoranza crassa, frustrazione, stupidità e cattiveria, i cattivi sono spesso stupidi, confermano che l’odio antisemita non si è spento. Oggi sta mostrando la propria resilienza e la propria brutta faccia con modalità diverse, ma con la stessa feroce determinazione del Novecento. Al minimo soffio di vento, riaffiora da sotto la cenere e incendia l’animo dei “poveri di spirito” come Liliana Segre ha definito, con larga generosità, le bestie del XXI secolo. L’odio antisemita è il filo che lega il presente al passato, i nazisti agli islamici di un secolo fa, quando il Gran Muftì di Gerusalemme si offrì di collaborare con i nazisti per la “soluzione finale”, i neonazisti agli islamisti di oggi con il medesimo intento: la liberazione dell’Europa dagli ebrei e deI Medio Oriente da Israele. I corsi e ricorsi della storia per cui “arriva il momento, ha detto la senatrice Segre al Parlamento europeo, davanti ai rappresentanti di 28 paesi, in cui ognuno si volta dall’altra parte perché la cosa non lo riguarda”. Riferimento esclusivo al passato? La citazione dei ricorsi storici fa pensare all’ignavia del presente. Una ricerca sull’odio antisemita in Europa, rivela che il continente che si pregia di impartire lezioni morali sulla solidarietà, l’inclusione e l’accoglienza, è anche quello da cui le comunità ebraiche, che erano rifiorite dopo la Shoah, si sono notevolmente assottigliate o sono quasi scomparse. Gli episodi di aggressione e gli atti di terrorismo contro cittadini di fede giudaica si sono moltiplicati. Alcune sinagoghe sono state incendiate, altre sono piantonate ininterrottamente dalle forze di polizia, molti fedeli si recano a pregare in case private, le scuole ebraiche sono irriconoscibili perché prive di scritte, le famiglie non iscrivono più i loro figli alla scuola pubblica dove troppo spesso sono vittime di minacce e percosse, le stelle di Davide sono bruciate, le merci ebraiche sono marchiate e boicottate. In Germania, dove non passa giorno che un ebreo non sia ucciso, alcuni rabbini insultati e picchiati per strada e presi a calci in faccia, consigliano i giovani ad andare in Israele o negli Stati Uniti. Il commissario governativo tedesco delegato alla lotta all’antisemitismo, Felix Klein, ha invitato gli ebrei all’invisibilità: “non indossate la kippah in pubblico”. Sarebbe come dire a un cristiano: togli il crocifisso dal collo. Non è escluso che non succeda. La Germania di Merkel, che ha accolto un milione e mezzo di siriani, non è in grado di difendere qualche migliaio di cittadini ebrei dalla violenza islamica e ora da un’esplosione di antisemitismo neonazista. Pavidità e vigliaccheria soprattutto nei confronti dell’islam, che si evita con cura di nominare, se oggi la Germania, dopo un lungo periodo di afonia e torpore morale, pare si sia svegliata e abbia deciso di fare qualcosa a difesa degli ebrei. Ma che difesa è se chiede loro di essere invisibili? Che vita è se li costringe a mimetizzarsi? In fatto di vigliaccheria e paura, non si sa a quale paese attribuire il primato. In Olanda e Danimarca gli ebrei rimasti sono pochissimi; la Svezia ambientalista si sta scoprendo oltre che antisemita anche pagana. Nel paese della globalizzazione della tecnologia e del multiculturalismo da strapazzo, Greta superstar è studiata e venerata come una divinità. A Malmo, un prete dal pulpito grida: “Ascoltate! Gesù di Nazareth ha nominato uno dei suoi successori, il suo nome è Greta Thunberg!”. Siamo alla follia. La Francia è impotente di fronte alla prepotenza islamica. Una sedicenne, Mila, ha scritto sui social che “l’islam è una religione di odio”. E’ minacciata di morte e un tribunale ha aperto un fascicolo contro di lei. E’ curioso che non sia stato aperto un fascicolo contro un comico che canta: “Gesù gay”. Dobbiamo autocensurarci e metterci il bavaglio per sopravvivere in un’Europa sottomessa all’islam. Questo ha convinto gli ebrei ad andarsene prima di dover fuggire un’altra volta. La visione nazista dell’Europa senza ebrei si sta realizzando. Chi ne pagherà le conseguenze peggiori saremo soprattutto noi. Il tradimento degli ebrei sarà il tradimento di noi stessi, della cultura dei diritti umani e della libertà, il tradimento di una storia comune e delle stesse radici. Vinti dal peso demografico dell’islam, la tecnologia e il Green Deal non ci salveranno dal declino culturale e dalla miseria morale. Per cosa poi? Cosa abbiamo in comune con l’islam? blogritafaletti

Pd e dintorni: atmosfera festaiola….l’opinione di Rita Faletti

postato il 1 febbraio 2020 alle ore 16,05

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Bonaccini vince con sette punti di scarto su Borgonzoni. Il Partito democratico raccoglie i frutti del lavoro altrui e gongola. Alla Sette di Urbano Cairo, la corazzata dei giornalisti schierati e dei conduttori di talk fa muro contro le critiche al governo, che vengano da destra o dagli scissionisti del Partito democratico, Renzi e Calenda, o dai radicali di +Europa. Il risultato del voto in Emilia-Romagna non deve però confondere: un conto è il Pd di Bonaccini, un conto il Pd nazionale. Le differenze sono in alcuni dati eloquenti: il Pil dell’Emilia-Romagna ha registrato un+1,7% contro il Pil nazionale dell’ultimo trimestre del 2019:-0,3%; nel paese la disoccupazione ha ripreso a camminare, meno 75 mila posti di lavoro a tempo indeterminato, in controtendenza nella regione governata da Bonaccini: +1,9%. Non stupisce alla luce dell’ “anno bellissimo” preconizzato da Conte, è anzi in linea con la politica economica del governo precedente e di quello attuale. Le promesse iperboliche dei grillini, la loro sostanziale avversione alle imprese e l’incremento delle misure assistenziali, ci autorizzano ad aspettarci il contrario di quello che ci viene raccontato. L’economia non decolla. Fino ad oggi, il Partito democratico di Zingaretti è andato a rimorchio dei 5s, anche per una questione di forze all’interno del Parlamento, dove il MoVimento, non più maggioranza nel paese, oggi al 14 per cento, è maggioranza. La botta violenta presa alle regionali potrebbe cambiare gli equilibri favorendo Zingaretti, sempre che la sinistra radicale e qualche democratico non si mettano di traverso. E’ probabile che questo accada, in contrapposizione al riformismo dei renziani. Chi ha manovrato contro l’ex presidente del Consiglio nel 2016, ci riproverà. D’Alema ha detto che i grillini sono stati portatori di una nuova energia nel Pd. L’odio si può stemperare ma mai assopire. Per continuare con i dati economici, fortunatamente impermeabili ai sentimenti, si evince facilmente l’andamento dell’economia in Emilia-Romagna. Le esportazioni sono aumentate: +17,3%, la produttività registra 63,2 mila euro per addetto, gli investimenti esteri sono al 43,5%. Ancora: la robotizzazione si è confermata un’occasione di crescita: su 154 imprese registrate in Italia, il 18,2% si trova in Emilia-Romagna (39% in Veneto, 15,6% in Lombardia), la raccolta differenziata è al 70%,+15 rispetto alla media nazionale, con 8 termovalorizzatori attivi uno dei quali raccoglie i rifiuti provenienti da Roma a 180 euro a tonnellata. A dimostrazione che i termovalorizzatori producono ricchezza oltre che tenere pulite le città e ostacolare i guadagni delle ecomafie, sempre che, invece, non si vogliano favorire. E per completare il quadro, la Banca popolare dell’Emilia-Romagna è diventata società per azioni con la riforma Renzi. Dunque, in casa Pd e dintorni, bene rallegrarsi ma con cautela. L’atmosfera festaiola è iniziata a “Di martedì”. Floris ha accolto Zingaretti con un “Contento di aver vinto?” Il segretario sorride felice e attacca con la solita tiritera: unità, comunità, solidarietà del buon governo (di Bonaccini, il suo non promette bene) e invia un messaggio di comprensione e rispetto per il travaglio (oops..) interno ai Cinque stelle. “Adesso calma e gesso, umiltà e serietà e pancia a terra”. Solo il gesso e la pancia sono concreti, il resto è retorica. La sera successiva, ospite a Otto e ½, Bonaccini ha evitato di commentare l’osservazione tendenziosa della Gruber sullo scampato pericolo. Il governatore, look da tronista, ha detto che alla vittoria della Lega non ha mai creduto. “Ero certo di vincere, ne ho avuto conferma girando tra la gente, cosa che il Partito democratico colpevolmente non fa da tempo. L’Emilia-Romagna è la mia regione, ci sono nato e cresciuto e la conosco. E’ una regione ricca, ma c’è ancora da lavorare per alzare ulteriormente il livello di benessere che le persone chiedono”. “Cosa dovrebbe fare il Pd per replicare questa vittoria in altre regioni?”. “Andare in mezzo alla gente e ascoltare, essere popolare non populista”. Allusione ai grillini? Poi, per fugare ogni dubbio sulla sua vittoria: “Tra gli elettori, molti sono del centrodestra”. Per chi ha orecchie da intendere, il messaggio suona chiaro: ho vinto io con il mio programma che è stato apprezzato anche dall’opposizione. Vero. Le prossime regionali saranno in Toscana, Marche, Campania e Puglia. A chi andranno? Tutto dipenderà da quello che il Pd deciderà di fare, se seguire Renzi, che fino ad oggi non ha sbagliato una previsione, o i grillini. C’è chi spera nella mossa del pitone: abbracciare i Cinque stelle stretto stretto fino a soffocarli.

“M5S soffocati nella scatoletta di tonno” l’opinione …di Rita Faletti

postato il 27 gennaio 2020 ore 12,37

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In Emilia Romagna alle 19 di ieri, l’affluenza alle urne era del 58,82 per cento. Alla stessa ora, nel 2014, alle regionali si era recato a votare il 30,89 per cento degli aventi diritto. Un primo dato, ma significativo, che poteva essere interpretato principalmente come spia della sfida accesa tra Partito democratico e Lega e del fermo proposito, da parte degli elettori del Pd, di non cedere alla destra la regione rossa per eccellenza. Il risultato di oggi (Bonaccini al 51,33 per cento) era nell’aria nei giorni immediatamente precedenti il voto. Sarebbe però una lettura superficiale attribuire al Partito democratico la vittoria di un governatore che ha avuto un ruolo determinante nel portare l’Emilia Romagna ai primi posti per disoccupazione ai minimi, affidabilità delle istituzioni locali, imprese che funzionano, servizi ai cittadini e welfare tra i migliori del Paese. Il merito è solo di Bonaccini che non ha voluto mescolarsi con il Pd in campagna elettorale ritenendo che non avrebbe portato bene. Oggi, scampato il pericolo Salvini, Zingaretti esulta e ostenta grande familiarità con il governatore, che ultimamente “sentiva tutti i giorni”. Ma la fifa era tanta. Perdere l’Emilia Romagna sarebbe stata una sconfitta maggiore per il Pd che per Bonaccini, perché se è vero che la vittoria è tutta del governatore che ha amministrato bene, la sconfitta sarebbe stata imputabile soprattutto al Pd che ha perso lo smalto del passato pur rimanendo il primo partito. Lo testifica la sconfitta di Borgonzoni/Salvini: il 43,76 per cento dei voti è comunque un risultato di tutto rispetto. Ferrara, Parma, Piacenza e Rimini sono della Lega e, nelle campagne, Salvini è imbattibile. Sono passati i tempi in cui il Pci consegnava l’Unità porta a porta e non aveva rivali. C’è poi un elemento da non sottovalutare: le piazze piene di Sardine contro Salvini, senza le quali non è scontato che l’esito sarebbe stato lo stesso. E andiamo in Calabria, dove la situazione è capovolta a favore del centro destra. Jole Santelli ha vinto con il 55,98 per cento lasciando molto indietro Callipo, candidato per il Pd, al 30,25 per cento. Ma chi ha perso davvero e in maniera catastrofica, è stato il moVimento 5s, al 3,45 per cento in Emilia Romagna e al 7,38 in Calabria. Sotto la soglia di sbarramento (8 per cento) e fuori del Consiglio regionale in entrambe le regioni. In prospettiva, gli scenari che si aprono sono molto interessanti e non escludono la possibilità che prima della fine della legislatura si vada a votare. Come ha detto Paolo Mieli, è indecente che il governo Conte, così come si presenta ora, possa eleggere il prossimo presidente della Repubblica. Nel Paese, in base ai sondaggi, il centro sinistra non è maggioranza e con questo deve fare i conti. Rimane un punto interrogativo: cosa farà Renzi? Non è improbabile che forzi il Pd a liberarsi dei grillini più resistenti che sono il vero ostacolo al processo riformista interrotto con il governo gialloverde e in pericolo con quello giallorosso, ma l’unica soluzione possibile ai problemi del Paese. Il posizionamento di Italia viva al centro potrebbe essere rivisto, sempre che il Pd di Zingaretti, in realtà molto debole, non rifiuti di lasciarsi guidare da uno dei pochissimi cavalli di razza del centro sinistra, sempre che l’obiettivo di Renzi “prosciugheremo il Pd” non sia accantonato. blogritafaletti

Ancora Boschi a processo in tv…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 19 gennaio 2020 alle ore

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Ancora lei. Maria Elena Boschi a 8 e 1/2 processata dalle 3 “G”, Gruber, Giannini, Giletti, per l’ultima malefatta di Italia viva. “Avete votato con l’opposizione a favore della mozione per l’abolizione della riforma della prescrizione” è l’accusa mossa da Lilli Gruber, concentrata nella ricerca di una introvabile imperfezione nella luminosa bellezza  della Boschi. In politica la bellezza non aiuta chi la possiede, per giunta con tanta naturale sicurezza. E’ un deterrente, quasi un invito all’attacco a testa bassa. Più misericordiosi Giannini e Giletti. E’ ovvio, non c’è competizione, ma la memoria di un precedente importante sì, quando la Boschi non si difese come avrebbe dovuto e potuto dal morso velenoso di Travaglio che la accusava di aver lavorato per salvare Banca Etruria. In quella circostanza, sempre a 8 e 1/2, Maria Elena Boschi disse: “Il dottor Travaglio si accanisce contro di me perché sono una donna”. Quando avrebbe dovuto e potuto dire: “Mi sono interessata a una banca del territorio (perché di solo interessamento si trattò) come è legittimo che un politico faccia”. Spostando lo scontro sul terreno della categoria di genere, Boschi commise un errore. Questa volta, il tentativo di messa all’angolo da parte dei tre giornalisti, non è andato a segno. Boschi è rimasta imperturbabile e ha ribadito un concetto espresso da Renzi: lo stop alla prescrizione è un obbrobrio, la morte del diritto. Di più: il Pd va a rimorchio dei 5s, di cui non intendiamo diventare la sesta stella. Non abbiamo fatto nascere questo governo per diventare grillini. Con il sopracciglio alzato, l’altoatesina conduttrice insiste: “Votare con l’opposizione è un atto grave che incrina la stabilità del governo”. Accompagnata da un sorriso, la risposta arriva netta. Si può riassumere così: dalla revoca delle concessioni ad Autostrade, alle questioni Alitalia e Ilva, alla politica estera, alla plastic tax, le nostre posizioni sono distanti da quelle del Pd. La subalternità del partito di Zingaretti ai grillini riguarda anche Quota 100 e Reddito di cittadinanza che noi aboliremmo. Incalza Gruber: “Voterete con l’opposizione anche in Senato?” Boschi: “Noi siamo sempre stati critici nei confronti della riforma della prescrizione. Non è una novità. Reputiamo che il processo debba essere giusto e di ragionevole durata e garantire l’indagato contro la cultura della gogna. Siamo garantisti.” Va detto che la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio,  trasforma un imputato in un presunto colpevole a vita e ogni processo in una persecuzione, eliminando un limite entro il quale deve intervenire la definitiva risposta di giustizia. La prescrizione è infatti legata indissolubilmente ai principi di presunzione di innocenza e di inviolabilità del diritto di difesa, contemplati dalla Costituzione. E’ per questo che Renzi ha detto: “Questa riforma non passerà, i grillini lo sanno benissimo”. Se però il tema è collegato alla sopravvivenza del governo, bisogna chiedersi se sia preferibile salvare il governo o lo stato di diritto. Per i nemici del giustizialismo la scelta è facile. E per il Pd? 

The New Pope. Iniziata su Sky la seconda serie….l’opinione di Rita Faletti

postato il 12 gennaio 2020

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E’ iniziata su Sky la seconda parte della serie televisiva nata dal talento prodigioso di Paolo Sorrentino, The New Pope. Già il titolo prelude a una nuova figura di pontefice, altra da quella che ha dominato la prima parte, e a un modo diverso di intendere la difficile missione di guidare la Chiesa e rapportarsi alla cristianità e al mondo. Se la centralità della figura papale rimane il punto fondamentale della serie, nella prima parte, The Young Pope, è il giovane Papa americano Lenny Belardo ad occupare la scena con la sua personalità, la sua ferma adesione ai dogmi, la sua intransigenza quando afferma che “non è Dio a doversi avvicinare a noi ma noi a Dio”, rendendo vani i tentativi del Segretario di Stato Angelo Voiello di stemperare gli aspetti apparentemente reazionari del proprio pontificato. Ed è sempre il giovane Papa, in coma da mesi, a colpire l’immaginazione all’inizio del primo episodio della seconda parte. Ed è sempre il Segretario di Stato, che si muove con decisione dietro le quinte per imbrigliare il nuovo corso degli eventi, a ordinare  l’apertura del Conclave per l’elezione del futuro Papa (rimarchevole l’accompagnamento musicale del Secondo Coro delle Lavandaie di Napoli) con la speranza di essere eletto.  Dopo l’ennesima fumata nera  l’annuncio: habemus Papam. Non sarà Voiello però a salire sul soglio pontificio, ma Tommaso Viglietti.  Chi è costui? Si chiedono increduli i cardinali. Niente è scontato, sembra suggerire Sorrentino. Il potente Segretario di Stato deve ritrarsi davanti alla volontà imperscrutabile dello Spirito Santo, nel quale sono in pochi a credere dentro e fuori le mura del Vaticano. Sorrentino, lasciati i toni intimistici adatti alla caratterizzazione di un Papa incline alla meditazione e alla preghiera, frequenti gli appelli a Dio, e impermeabile aIle lusinghe della propaganda e ai modelli vincenti della comunicazione, si sposta su una realtà più variegata, complessa e contraddittoria, dove muove i primi passi il  nuovo Papa. Dopo un esordio esitante che gli fa dire tra lacrime di commozione e confusione: “E adesso cosa devo fare?” (Il riferimento è a Papa Luciani) Francesco II, questo è il nome che sceglie per sé, impone le nuove regole: riportare la Chiesa alla povertà delle origini. “Vi libererete di tutte le ricchezze e le distribuirete ai poveri”. “Ci libereremo anche dei rifugiati?” Domanda ironico Voiello. “No, di quelli no”. Non sfugge il richiamo a Bergoglio. “Apriremo le porte a tutti i migranti”. All’obiezione del Segretario di Stato, Francesco II risponde: “Non vorrete mica che il vostro Papa si adombri”. Parole emblematiche che non ammettono repliche e non disdegnano schiaffi e strattoni alla bisogna. Voiello commenta tranciante: “Un Papa che non si rende conto di essere un Papa”. Eppure la stampa lo celebra e le sinistre lo amano. “Quelle non ne hanno azzeccata una”. Dal dogma alla morbidezza del compromesso e del cedimento. Ma Voiello non può rinunciare alla missione di salvare l’istituzione della Chiesa dalla distruzione e mentre i fedeli rimpiangono il giovane Papa americano e sentono forte la sua presenza e il suo messaggio di fede, Voiello si reca in Gran Bretagna  per convincere  l’aristocratico arcivescovo John Brannox a salire al soglio pontificio dopo la morte sospetta di Francesco II. La moderazione della “Via Media” di cui Brannox è promotore servirà alla rinascita della Chiesa e della sua missione nel mondo. Realtà e irrealtà, visione e immaginazione, fatti recenti di attualità si rincorrono e si mescolano nel capolavoro di Sorrentino, il cui principale interesse è la difficoltà dell’essere umano nell’affrontare valori assoluti che vanno ben oltre le ragioni di stato, le riflessioni filosofiche e le avversità,  per concentrarsi sulla fede e sui dogmi. John Brannox dirà a Voiello: “La Chiesa non si preoccuperà dei barboni, si preoccuperà della Chiesa”. E forse, Lenny Belardo si sveglierà dal coma e risveglierà il fascino misterioso del soprannaturale, irresistibile attrazione per l’essere umano.  ritafaletti.wordpress.com         

 

Khamenei a Trump: “ora prepara le bare”….l’opinione di Rita Faletti

postato il 5 gennaio 2020 ore 13,04

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La notizia trasmessa ieri con preoccupazione da tutte le emittenti del Pianeta, la più sensazionale in ordine cronologico dopo l’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan nel 2011 e di al-Baghdadi in ottobre, riguarda un’altra uccisione. Fuori dell’aeroporto internazionale di Baghdad, un missile lanciato da un drone americano MQ-9 Reaper, colpisce un veicolo sul quale sta viaggiando nientemeno che il generale Qassem Suleimani, l’uomo più influente dell’Iran, una sorta di alter ego dell’ayatollah Khamenei. Subito dopo, Trump posta l’immagine della bandiera a stelle e strisce. Nessun commento. La bandiera americana è, da sola, messaggio forte e simbolo: di vittoria e di ristabilimento dell’ordine. Quello che in politica estera è sfuggito di mano a partire dall’Amministrazione Obama, viene riacciuffato e ricollocato al suo posto nella scacchiera geopolitica, in un’ottica di riequilibrio tra forze esterne e tra forze esterne e interne. Il controllo e il mantenimento di quell’equilibrio è affidato agli Stati Uniti. Che piaccia o meno riconoscerlo, se oggi l’Europa è un continente libero lo deve alla Gran Bretagna e al suo alleato naturale, senza i quali una raccapricciante svastica nera sostituirebbe le rispettive bandiere nazionali del vecchio continente. Fu Winston Churchill a chiedere a Roosevelt, allora presidente degli Stati Uniti, di intervenire in Europa per aiutare gli alleati minacciati da un pazzo criminale a sconfiggere le forze armate del Terzo Reich che stavano avanzando velocemente e occupando uno dopo l’altro gli stati europei. Anche durante gli anni della guerra fredda e della divisione Est-Ovest, prima del fatale crollo del muro di Berlino, l’America era stata il guardiano delle nostre democrazie contro il totalitarismo. Oggi il nemico è un altro, più pericoloso perché più subdolo, determinato a raggiungere i propri obiettivi senza esporsi direttamente, ma servendosi di milizie locali per eliminare l’ingombro che di quegli obiettivi ostacola o pregiudica il raggiungimento. Oggi il nemico è l’ego nazionalista della Repubblica islamica dell’Iran, che prepara da tempo la propria leadership sulla scena regionale e mediorientale, con ogni mezzo, rimanendo nell’ombra. Iraq e Siria sono di fatto nella sua orbita di potere, Hezbollah nel sud del Libano e Hamas a Gaza dipendono direttamente da Teheran che utilizza i due gruppi terroristici per colpire Israele. La teocrazia iraniana guidata dal suo capo spirituale, Khamenei, non è tenera neanche con gli iraniani che controlla attraverso un apparato repressivo feroce. Figurarsi se il nemico è l’occidente con la sua cultura. In questo contesto, l’eliminazione di Suleimani da parte degli Stati Uniti è vissuta come una grave perdita e insieme un terribile affronto al regime. Un atto di “terrorismo” che va lavato con il sangue. Chi era Qassem Suleimani che il popolo piange e giura di voler vendicare? Uno stratega militare, il più alto grado delle Guardie della Rivoluzione, un combattente spietato e crudele che usava uccidere personalmente i nemici. Carisma e potere, non rappresentazione del potere, ma il potere stesso, grazie al quale era riuscito a creare una rete di collegamento tra gli sciiti in Medio Oriente, dove sono minoranza, e restituire loro l’orgoglio e la fiducia di poter sfidare i sunniti. Iran sciita contro Arabia Saudita sunnita. Per gli iraniani un eroe, ora un martire, per molti altri un macellaio che ha ucciso centinaia di soldati americani in attentati brutali, ha autorizzato un attacco missilistico senza precedenti dall’Iraq contro le raffinerie dell’Arabia Saudita, ha ordinato un attacco con alcuni droni contro il territorio di Israele, ha organizzato 18 attacchi con razzi e mortai contro le basi militari in Iraq. Reazioni? Nessuna. In uno di questi attacchi è rimasto ucciso un contractor americano. Baghdad non ha protestato. Quale l’obiettivo? Sradicare le forze della Coalizione dall’Iraq e avere il dominio completo del paese. Per farlo, Suleimani si è spinto oltre: ha fatto nominare, in maniera discreta, un ufficiale iracheno a lui fedele, come comandante della sicurezza della Zona verde, area supersorvegliata della capitale che contiene anche l’ambasciata americana. Ma c’è anche chi ha gioito dell’uccisione del generale. Una folla di giovani dimostranti a piazza Tahrir, in Iraq, ha iniziato a ballare e manifestare contro il governo corrotto e compromesso con l’Iran, che spudoratamente dichiara di combattere lo Stato islamico. Un’ignobile bugia. In Iraq sono gli americani che continuano a contrastare i miliziani dell’Isis, insieme ai curdi. Minacce di rappresaglia, un progetto nucleare da portare a termine, paesi cui chiedere il sostegno. L’Italia deve subito dire da che parte intende stare. Il prode Di Maio chiede che l’Europa parli con una sola voce. L’Europa dal cuore di coniglio e dal coraggio di pecora, tace. Dovesse rimetterci commercialmente. Violazioni del trattato sul nucleare, violazioni dei diritti umani, minacce a Israele. Niente. Meglio il silenzio, non si sa mai. Unica voce quella di Donald Tusk: bisogna mantenere l’unità transatlantica. Dunque, bene ha fatto il presidente americano a ristabilire l’equilibrio in Medio Oriente e mettere in chiaro che l’America non è disposta a sopportare oltre. Il guardiano del mondo non può accettare che nell’ area più calda del Globo si rompano gli equilibri a causa di velleitarismi egemonici che sconquasserebbero una regione innescando una serie di pesanti conseguenze. Quella gallina stagionata della Nancy Pelosi può strillare quanto vuole protestando che Trump in persona ha ordinato l’attacco senza chiedere l’autorizzazione del Congresso. Sarebbe stato una inutile perdita di tempo. Gli americani, che siano democratici o repubblicani, di fronte alla difesa del loro paese e alla sicurezza nazionale si uniscono, sapendo bene da che parte stare. Mica l’Europa. L’architetto del terrorismo andava eliminato senza chiedere il permesso a nessuno. ritafaletti.wordpress.com

Conte: il superpremier che ha profetizzato un anno bellissimo…………l’opinione di Rita Faletti

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Pronostico azzeccato per Conte, un po’ meno per il Paese. Novizio della politica, primo ministro di due governi bicolore, uno verde l’altro rosso, con una quota maggioritaria di giallo in entrambi, l’avvocato del popolo ha dato prova di astuzia e flessibilità da vero interprete del trasformismo. Persino Zingaretti, inizialmente tiepido nei suoi confronti, è diventato un suo ammiratore. Ma quanto è paziente, ma quanto è dialogante, ma quanto è aperto al compromesso! Il segretario Dem è così entusiasta di Conte che lo vorrebbe nel suo partito, non si sa se per convinzione o per opportunismo politico, e Conte glielo lascia credere, non si sa se per convinzione o per opportunismo politico. Non serve invece la macchina della verità dei film di spionaggio americani per scoprire quello che premier e segretario non nascondono: il vanto di essersi liberati di Salvini mettendo in sicurezza il Paese. Siamo ancora in Europa e usiamo l’euro per fare la spesa, comperare un biglietto per il cinema, pagare il caffè al bar. Lo scorso anno di questi tempi non era dato per scontato. Dunque, un punto a favore di un esecutivo debole e con esili prospettive di durata, che paga la velocità con cui è nato, la distanza culturale tra i due azionisti, le frammentazioni interne, le diffidenze reciproche; un esecutivo per opporsi più che per proporre, che intende durare fino al termine della legislatura per eleggere il presidente della Repubblica. Il merito del Conte2 sta anche nella rimozione di alcuni ministri che, se fossero ricordati, non sarebbe per capacità né per eleganza estetica oltre che etica, ma per lo zelo speciale dimostrato nel fare danni. Di Maio agli Esteri, dicastero poco attrattivo per il capo del movimento più interessato a farsi valere in casa che fuori, combinerà meno guai che allo Sviluppo economico. In Libia, dove è andato a dire non si sa cosa e in quale lingua, ci penseranno Erdogan e Putin a levargli le castagne dal fuoco. Bonisoli non è più ai Beni culturali dove ha tentato di sfasciare la riforma di Franceschini riportando a Roma la gestione e l’amministrazione dei grandi musei nazionali seguendo la logica statalista dei Cinque stelle. La Grillo ha dovuto cedere la Sanità, Toninelli, alle cui ingenue e spassose sparate ci si era quasi affezionati, ha lasciato Infrastrutture e Trasporti, la Trenta ha dovuto rinunciare a malincuore alla Difesa (strenua, della casa dalla metratura indispensabile alla nuova vita di relazione romana), portandosi via il fedele Pippo, lo schnauzer nano che la signora intanto che era occupata a difendere il patrio suolo ordinava: “escimi il cane” e un’auto militare partiva per prelevare Pippo e portarlo al ministero. Dettagli da farsa, ma significativi che inchiodano i grillini, a parole ferocemente ostili alla casta, nei fatti sensibili ai suoi privilegi. Privilegi di cui godere e privilegi da elargire. La Trenta infatti, nei quattordici mesi di permanenza alla Difesa, è riuscita a superare i suoi predecessori in generosità. A cominciare dai fedelissimi, tutti al ministero, tutti allo stesso civico in Via Flaminia, in una zona esclusiva dove gli affitti arrivano a 3mila euro mensili, mentre migliaia di ufficiali e sottufficiali attendono per anni un alloggio di servizio. Ma il buon cuore del ministro non conosce limiti: 130 encomi solenni, che hanno un peso nella carriera e nella retribuzione, conferiti per motivazioni vaghe e compilate con il metodo del copia e incolla, tanto da insospettire il sindacato dei militari che ha presentato un esposto alla P.d.R. di Roma “affinché sia accertata la regolarità delle procedure di assegnazione”. Cose imbarazzanti quasi quanto il video tragicomico in cui la Trenta ballava scatenata e faceva il trenino con i militari a Lourdes. Ma non basta. Da ministro della Difesa, ha declassato le Forze armate, chiamate a difendere il Paese dentro e fuori i confini, a una sorta di protezione civile. Quarantatré missioni operative distribuite in Africa, in Asia, in Medio oriente, intelligence, sistemi missilistici, F35, spese militari, programmi europei e atlantici, cose troppo serie per un ministro pacifista che ha fatto qualche tronfia passerella propagandistica e ha privilegiato gli scontri con Salvini sull’immigrazione. Le quote rosa non hanno portato bene ai Cinque stelle che hanno dovuto rinunciare anche alla ministra per il Sud, Barbara Lezzi, ex impiegata di quinto livello, cioè commessa, come è stato rilevato dall’ironico direttore di un giornale, che anche da parlamentare semplice estrinseca un’energia non comune nel nuocere alla sua regione, la Puglia. Diventata famosa per l’affermazione strampalata sull’aumento del Pil durante la stagione estiva grazie ai condizionatori che vanno a palla, ha brigato per sospendere lo Scudo penale ad ArcelorMittal al grido di “le cozze sono meglio dell’acciaio” sorvolando sul fatto che il gruppo siderurgico franco-indiano ha messo miliardi propri in un’azienda in perdita e che per giunta inquina da anni, in una zona del Paese dove non ci si accapiglia per investire. Tutto ancora da definire comunque, per ex Ilva come per Alitalia e concessioni ad Autostrade. Le proposte caldeggiate dai pentastellati sono l’ingresso dello Stato, cioè i soldi dei contribuenti, e l’intramontabile decrescita, unica soluzione alla difesa dell’ambiente. E il Pd? Boh!

Socialismo sovietico? E’ quello che vorrebbe la sinistra radicale. I britannici hanno risposto: no, thanks…..l’opinione di Rita Faletti Di Rita Faletti –

postato il 20 Dicembre 2019 – 10:16

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La crisi divenuta cronica delle sinistre europee si è materializzata anche nel Regno Unito. Il voto di giovedì scorso si è trasformato in una bruciante sconfitta per il Labour più di sinistra della sinistra britannica: Jeremy Corbyn è stato messo al tappeto dallo sfidante Boris Johnson. I Tory hanno stravinto aggiudicandosi 368 seggi, 42 sopra la soglia per la maggioranza assoluta. Che BoJo vincesse era scritto, che sbaragliasse l’avversario nessuno era disposto a scommetterci. Il povero Roberto Speranza insieme ad altri reduci della sinistra italiana era già con il trolley in mano pronto a volare a Londra per complimentarsi con il tovarish Corbyn con cui battersi per costruire una nuova Europa. Dovrà aspettare. Dunque, dal manifesto rosso “For the many not the few” al ridimensionatissimo “for the few”, 60 sono i seggi lasciati sul terreno dal Partito laburista, il risultato peggiore mai visto. Corbyn, il settuagenario nostalgico del socialismo sovietico, l’uomo che aveva promesso alla working class un cambiamento vero, si è addossato tutta la responsabilità della sconfitta ma non si è dimesso. Il suo corposo pacchetto antiliberista, la nazionalizzazione delle poste, delle ferrovie, della rete idrica, dell’energia, della banda larga, la rottamazione delle privatizzazioni, il fisco aggressivo contro i ricchi, una patrimoniale alle stelle per le aziende, l’abolizione delle tasse universitarie, non è riuscito a convincere molti di coloro ai quali l’ostinato nemico del capitalismo aveva chiesto scusa per il tradimento della Terza via di Tony Blair. A un programma populista troppo a sinistra e riproposizione del vecchio con una punta di isteria, il Paese allergico agli eccessi e all’emozionabilità ha risposto: “No, thanks”. I corbyniani hanno incolpato della sconfitta la Brexit, senza ammettere l’ambiguità dimostrata da Corbyn sulla controversa questione che ha monopolizzato il Paese per tre anni, e hanno sottaciuto le posizioni scandalosamente antisemite del loro leader che le comunità ebraiche non gli hanno perdonato. “I miei amici Hamas e Hezbollah” ha più volte detto il settantenne umiliato alle urne anche per questo. Ora il suo partito dovrà cercarsi un successore, ma chiunque sarà, l’attenzione della Gran Bretagna è per ora tutta rivolta al nuovo inquilino di Downing Street e all’uso che farà della fiducia composita che gli elettori gli hanno concesso. Attuerà l’uscita in breve tempo e nel modo più conveniente possibile? Da globalista convinto e uomo di cultura aperto e fuori dai soliti schemi, da politico carismatico e privo di scrupoli morali eccessivi, non ostacolerà certo la libera circolazione delle persone che a Londra circolano da parecchio e continueranno a circolare come le merci. La Brexit che Johnson non condivide ma che la maggioranza del popolo ha chiesto, non avrà nulla in comune con i sovranismi europei, la Gran Bretagna è sempre stata sufficientemente sovrana, e nello spirito ha poco in comune con la stessa Europa della quale anzi diffida, sentendosi invece naturalmente affine agli Stati Uniti. Cosa implicherà il divorzio dall’Unione europea? C’è chi ha già scommesso che con Boris Johnson la City diventerà una nuova Singapore. Il segnale dato dagli elettori è stato chiaro: aumentare le spese per sostenere la crescita e aiutare le fasce deboli. Conservatore per formazione culturale, sensibile ai cambiamenti e attento alle promesse fatte, BoJo punterà su investimenti ingenti in infrastrutture, sistema sanitario, istruzione e amministrazione pubblica, impegnando fondi pubblici e privati e dimostrando che crescita e welfare sono compatibili. La solidità delle istituzioni e il modello di democrazia non saranno sfiorati da eventuali bizzarrie di un eccentrico, brillante e imprevedibile Primo ministro. E mentre il resto del mondo corre, noi ci trastulliamo con una manovra finanziaria da ridere. blogritafaletti

 

Il Fondo salva stati: cos’è e perché firmarlo è importante per l’Italia……l’opinione di Rita Faletti

postato l’11 dicembre 2019 alle ore 23,44

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Si è conclusa la votazione sul Mes, acronimo di Meccanismo europeo di stabilità, più noto come Fondo salva stati, con 164 voti favorevoli e 122 contrari. Quello che è stato una spina nel fianco del governo e l’ennesima occasione di spaccatura tra Pd e 5s che oggi hanno perso quattro parlamentari decisi a passare con la Lega, sarà ratificato da tutti i Parlamenti europei nel 2020. Il confronto in Aula è stato infuocato come si poteva prevedere dopo che Di Maio si era messo di traverso e aveva minacciato di non firmare al buio, inseguendo Salvini sul suo stesso terreno. Il capo della Lega aveva sollevato un polverone insinuando il sospetto che il trattato contenga insidie a danno dei depositi bancari degli italiani. Aveva persino accusato di tradimento il presidente del Consiglio, il quale, in un recente intervento alla Camera, per la seconda volta lo aveva sbugiardato senza risparmiare Di Maio. “Quando parlavamo di Mes-aveva sottolineato Conte-c’era Salvini e pure Di Maio”. Sottinteso: visto che eravate al governo quando il negoziato europeo è stato concluso, o non avete prestato attenzione o non avete capito nulla o questa bagarre è strumentale. E’ quello che hanno pensato in molti conoscendo bene i due faccia di tolla che in questo caso si sono ritrovati dalla stessa parte con lo scopo Salvini di far apparire il premier inaffidabile e Di Maio di combattere la propria battaglia personale per il potere. Poco credibili entrambi e avvezzi alle figuracce, fanno a gara ad appuntarsi al petto la medaglietta di salvatori del paese. Salvini fa il lavoro dell’opposizione e Di Maio alza la temperatura dello scontro all’interno del governo per ricavarne vantaggi personali. In un paese serio il primo guiderebbe stabilmente un trattore, il secondo farebbe il venditore ambulante. Però, la solita cagnara propagandistica e manipolatoria e la conseguente confusione si sarebbero evitate qualora il Mes fosse stato spiegato a suo tempo. La maggior parte dei media si è giustificata con la scusa dei troppi tecnicismi che fanno del trattato un documento per addetti ai lavori. Alibi che si regge peraltro sullo scarso o inesistente interesse di moltissimi italiani per cose che non attengano ad argomenti “leggeri” o a gossip dal contenuto pruriginoso, locale e nazionale. Dunque, da una parte l’opposizione con Meloni e Salvini ostili al trattato e FI che si accoda, dall’altra il Pd che difende il Mes contro la cialtronata grillina del “Noi non firmiamo”. Finché, il ministro dell’Economia Gualtieri, di ritorno da Bruxelles, dà il contentino ai contestatori: fermo restando che il trattato non si cambia, al prossimo Consiglio europeo si rivedranno alcuni dettagli all’interno di un pacchetto più ampio. Dietro le quinte, lontano dalle orecchie dei cittadini che non devono sapere come vanno davvero le cose, non sono mancati grillini avveduti che hanno ricordato ai colleghi più esagitati che, se vogliono esorcizzare il ritorno a casa con le pive nel sacco, gli tocca farla finita con le bizze. Pare che le parole di Gualtieri abbiano tranquillizzato i più renitenti ed è andata a finire che il Mes è stato approvato. Ma cos’è il Mes? Già oggi, è un’istituzione intergovernativa che interviene in aiuto dei paesi in crisi finanziaria, una sorta di rete di protezione che aiuta un paese mettendogli a disposizione un prestito a condizione che il suo debito sovrano sia sostenibile. A decidere l’erogazione del prestito sono i tre principali paesi creditori: la Germania con 189,9 miliardi, la Francia con 142,6 e l’Italia con 125,3. Si capisce che l’istituzione tutela gli interessi dei paesi che maggiormente concorrono alla costituzione del fondo e indebolisce la posizione contrattuale dei paesi ad alto debito. In base agli accordi vigenti oggi, la Germania ha potere di veto essendo il primo creditore. Se per ipotesi il governo tedesco decidesse che il rischio di aiutare l’Italia fosse troppo alto, creando quindi una situazione di contagio nell’area euro, avrebbe tutti gli strumenti per imporre come condizione una ristrutturazione del debito. In base al nuovo trattato, il Mes fornirà nuove tutele. Avrà un ruolo (che ora non ha) nel valutare la sostenibilità del debito pubblico dei paesi che chiedessero assistenza e nel definire le clausole di condizionalità per erogare gli aiuti finanziari, ma escluderà l’automatismo della ristrutturazione del debito. Conti in ordine e crescita economica sono le condizioni per accedere a una linea di credito precauzionale. Ma l’innovazione principale riguarderà le banche: un fondo di 70 miliardi da utilizzare se l’aiuto dei creditori privati (bail-in) e il Fondo di risoluzione nazionale non fossero sufficienti. Ciononostante, per l’Italia non è importante soltanto aver aderito al Mes, cosa che consolida la nostra permanenza nell’euro, ma la necessità di ridurre drasticamente il debito, che, diventando incontrollabile, potrebbe rendere l’uscita dall’euro un’ipotesi. E’ forse il vedere l’Italia nella parte di debitore che spinge Salvini e Di Maio a considerare il Mes così pericoloso. ritafaletti.net

Un uomo forte al potere…..l’opinione di Rita Faletti.

postato l’ 8 dicembre 2019

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Il rapporto Censis rivela che il 48 per cento degli italiani vorrebbe un “uomo forte al potere” che non dovesse preoccuparsi di Parlamento e di elezioni. Detto così, un autocrate. Il pensiero va ai “pieni poteri” chiesti da Salvini, che se oggi si andasse a votare avrebbe il consenso di un terzo degli Italiani. Non sappiamo però se il capo della Lega con quell’espressione diventata famosa e spesso citata dai dem intendesse riferirsi a un sistema dittatoriale dove i diritti fondamentali e le libertà civili non sono garantiti o, più probabilmente, a una situazione del tipo “uomo solo al comando”, formula abusata quando Renzi era presidente del Consiglio e allusiva alla gestione personalistica del potere di cui era accusato. Allora come oggi, l’attacco era partito dalle fila del Pd che non aveva digerito che un potere consolidato fosse spazzato via da un “rompiscatole”. Quando un partito utilizza qualunque arma, propria o impropria, per infangare e colpire l’avversario, dichiara implicitamente la propria inferiorità. E’ sempre successo. Oggi, il Pd si trova in una posizione peggiore, invischiato in un’alleanza che non gli consente alcun movimento, in particolare sul terreno dell’economia, il tallone d’Achille del paese. E’ di questa debolezza che Salvini si avvantaggia ed è questa debolezza che sottende il desiderio dell’uomo forte. Un desiderio legittimo e comprensibile che smentisce l’insinuazione di alcuni che nel Dna degli italiani sia latente il germe che ha scatenato la tragedia del fascismo. Le pose ridicole e risibili di Mussolini, il grugno volutamente feroce, le mani sui fianchi e le dichiarazioni roboanti appartengono a un passato che non può tornare. Certo, qualcuno ne è affascinato ma credo per l’idea di forza che possono comunicare a chi si senta fragile. E poi come penserebbe Salvini di prendere il potere? Con un carro armato? E’ fantascienza. Ricordiamo come finì la tentata presa del campanile di San Marco da parte dei 24 Serenissimi di Padania libera. C’è da considerare invece che un paese che in 30 anni ha cambiato 25 governi e 4 leggi elettorali dalla nascita della Repubblica, che ha fatto scelte economiche mancate generatrici di un debito pubblico enorme che nei prossimi anni diventerà insostenibile, che è incapace di scegliere per sé leader solidi, è arrivato a un punto di esasperazione tale da augurarsi quello che in un impulso di rabbia chiama “uomo forte” aspirando ad essere guidato da qualcuno che sappia dove vuole portare il paese e lo faccia con decisione. Basterebbe isolare i 5s, messi già per le pezze, e disarmare Salvini, la cui aggressività nel tono e nel linguaggio, la cui sfida al sentimento di umanità di certe frasi, lo sbraco indecente, indispongono, ma hanno l’aria di far parte di una recita. E’ fuori di dubbio che la comunicazione salviniana sia un attentato alla buona educazione e al senso della misura e dell’opportunità, e che proprio per questo sia così efficace. Le buone maniere, diventate per molti sinonimo di distanza dai problemi che affliggono le persone comuni, sono avvertite quasi come un tradimento. D’altro canto, non è un delitto nutrire perplessità su come affrontare l’immigrazione senza che diventi un’invasione, o sui vari trattati europei o sulla moneta comune. Essenziale è evitare le ambiguità ed essere coerenti. Salvini dovrebbe farci sapere quali sono le sue reali intenzioni su temi fondamentali come Europa ed euro. Chi è al governo oggi, mi riferisco soprattutto al Pd, dovrebbe dire la verità al paese, per esempio che se l’Italia cresce meno degli altri paesi europei i motivi sono: la scarsa produttività, la scarsa formazione del capitale umano, gli scarsi investimenti. Un rapporto dell’Istat segnala, tra i principali fattori di crisi, la mancata spinta alla cosiddetta produttività “multifattoriale”: quella legata alla managerialità, alla digitalizzazione, alla meritocrazia, alla formazione e all’ambiente economico. Altro aspetto che incide sulla mancata crescita è l’istruzione: la percentuale di laureati in Italia è la più bassa: solo il 17 per cento della popolazione. Meno istruzione, minori competenze. Conclusione: il paese non cresce perché mette le persone sbagliate nei posti sbagliati e non ha cultura manageriale. I vizi a monte li conosciamo tutti. Di queste cose parli il Partito democratico o chi si candida a governare il paese. Il resto è fuffa.

Salvare il paese dalla rovina significa liberarlo dalla zavorra del grillismo…l’opinione di Rita Faletti

postato il 2 dicembre 2019 alle ore 18,05

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copyright G. Ruzza

 

Ogni partito ha una storia, un’ identità, una base elettorale, degli obiettivi. E’ pur vero però che un diverso contesto economico sociale e culturale può funzionare da variabile rispetto agli indirizzi di partito. Così, accade che il Pd di Bolzano non è identico a quello di Reggio Calabria. Questo implica la formazione di coalizioni lontane da affinità ideologiche sia a livello locale che nazionale. Quando c’erano i gialloverdi, a molti era venuto da chiedersi cosa le due forze avessero in comune, se non il collante del potere. Poi è successo che l’impostazione negazionista dei grillini di fronte a qualunque iniziativa di sviluppo e crescita, abbia spinto la Lega, tradizionalmente vicina all’impresa, a chiudere quell’esperienza di governo. La domanda che ci si è posti quando è nato l’esecutivo giallorosso è stata la stessa: “Cos’ hanno in comune i dem con i grillini?” Non un progetto riformista, non la stessa idea di giustizia e di democrazia, non il sostegno all’impresa, non gli investimenti in scuola, formazione, infrastrutture, non la cultura del lavoro, non la politica estera. Con queste premesse è oggettivamente impensabile che un’alleanza costruita sull’ antitesi piuttosto che sulla condivisione possa produrre qualcosa di positivo in un paese imballato e ingolfato nella burocrazia che stenta a crescere. Allora, i Cinque stelle al governo sono l’ostacolo. Nell’anno e mezzo del Conte1, i guai da loro prodotti, di cui non pare siano consapevoli, sono quelli ai quali oggi cercano di porre rimedio. Centosessanta tavoli di crisi sono il risultato della superficialità e dell’impreparazione dell’ex ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, passato, con stupefacente levità, a dirigere il ministero degli Esteri. La sostituzione del lavoro con il reddito di cittadinanza e dello sviluppo con la stagnazione sono suoi meriti. La scelta di Renzi di rimanere fuori dal governo è coerente con quanto ha sempre dichiarato e con la visione riformista che il Pd di Zingaretti a trazione romanocentrica ha tutta l’aria di aver accantonato. Bonaccini, il governatore uscente dell’Emilia Romagna che si ricandida alla guida della regione da sempre rossa, si presenterà senza il simbolo del partito. E’ convinto che non gli porterebbe bene ricordare agli elettori che il suo Pd ha approvato la plastic tax che colpirà le numerose aziende di packaging nella regione dove il pil cresce di più e sa che lo ius soli o ius culturae non appassiona affatto. E’ il sentiment più diffuso al Nord e in gran parte del Centro, dove recenti sondaggi hanno rilevato che i 5S non li voterebbe più nessuno per i passi maldestri compiuti in economia. Si guarda con diffidenza all’alleanza con i grillini, che ormai frequentano solo le regioni del Sud, dove il movimento ancora tiene. Si fa strada la consapevolezza che il grillismo sia nemico di una seria politica del lavoro e che l’assistenzialismo e l’interventismo di stato, di cui è sostenitore, siano l’anticamera del declino. Ne sono convinti i renziani, ne è convinto Calenda, ne è convinto Salvini con tutto il Centro destra. I due Mattei si stanno studiando e potrebbero accordarsi su alcuni temi specifici superando le reciproche idiosincrasie. Dall’altra parte, il pasticciato scacchiere giallorosso, dove i Cinque stelle sono più affini ai parlamentari della sinistra radicale, quelli che, per farla breve, gli imprenditori sono mascalzoni, le risorse che non si producono vanno redistribuite attraverso l’inasprimento della tassazione, il welfare va incrementato e la produttività non è un obiettivo. Poi però balbettano sul come scongiurare il rischio che una parte del paese si avvii al declino. Quanto durerà il Conte2? I dissidi interni al governo sono quotidiani e la traballante alleanza è puntellata persino dal comico milionario, che in attesa di più povertà per tutti, lui escluso ovviamente, ha diffidato il movimento dal mettere in dubbio Di Maio capo politico: difendere il governo per difendere se stessi. (Non volete mica il reddito di cittadinanza?). Quindi, la mancanza di un centro di gravità nel Pd e il pericoloso contagio di un movimento che ha dimenticato quello che era e non sa cosa vuole diventare, sono il presagio di un fallimento che non è scontato coincida con la fine del governo. Quello che sarebbe utile tutti capissero è che la manipolazione mediatica crea una gigantesca sproporzione tra acquisizione del consenso (il 33 per cento dei Cinque stelle nel 2018) e capacità di governare. Roma è l’espressione più vistosa. Diventata vergogna nazionale, è il simbolo dell’incompetenza e dell’incapacità. La discesa agli inferi è iniziata dopo Rutelli. Una discesa rovinosa che avrebbe imposto un’amministrazione guidata da persone di spessore. Si è optato per l’ignoto, illudendosi che fosse la soluzione migliore e ci è trovati di fronte l’inconsistenza della Raggi e del suo entourage. Dove invece cultura di governo, politica della responsabilità e capacità si fondono, i risultati sono visibili. Mi riferisco al modello Milano, emblema del successo sul piano dei servizi, dell’innovazione, dello sviluppo sostenibile, della cultura, delle start-up che fioriscono ogni giorno, dell’appeal. Si deve all’impegno di cinque sindaci di vaglia, di partiti diversi. Nell’ordine: Formentini, Albertini, Moratti, Pisapia e Sala, con il quale il Pd ha fatto della città la propria roccaforte. Ma Milano, dove soltanto il cinque per cento di cittadini è milanese doc, è una grande officina, aperta alle idee, al cambiamento, alle trasformazioni. La sfavillante Milano osa, investe, produce, attrae, seguendo il motto meneghino: fai sempre meglio, sempre di più. Il contrario del motto grillino: fermati e decresci.

Più di un motivo per attenzionare “Azione” di Carlo Calenda…………l’opinione di Rita Faletti

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Nel paese dei politici “surfisti”, per dirla con Renzi, che cavalcano l’onda del momento seguendo gli umori dell’elettorato volubile e volatile, piuttosto che navigare seguendo una rotta, tutti, prima o poi, sono destinati a tornare a riva, cioè spiaggiare. Il declino dei grillini, riconosciuto dal capo politico contestato dai suoi e salvato dall’intervento miracolistico di Grillo, è il fatto che meno sorprende chi abbia un briciolo di senso critico. Non si può governare facendo a pugni con la realtà. Non si può dichiarare di aver abolito la povertà quando si è abolito il lavoro, non si può cacciare ArcelorMittal con la scusa che voleva andarsene dopo avergli fornito l’alibi perfetto della sospensione dello scudo penale, non si può pensare di mantenere a vita una compagnia di bandiera fallita con i soldi dei contribuenti. Cose inconcepibili in un paese che non sia impazzito. Unico segnale che in questo marasma fa sperare che esista ancora una possibilità di riscatto dall’irrazionalità, è la nascita di Azione, il partito lanciato da Carlo Calenda, che alle Europee di maggio ha raggiunto il massimo delle preferenze per il Pd nel Nord est dominato dalla Lega. L’europarlamentare, già ministro dello Sviluppo economico, che, in onorevole contrasto con l’agire comune, prese la tessera del Partito democratico salendo sul carro dei perdenti, avvertì i dem che, in caso di alleanza con i Cinque stelle, se ne sarebbe andato, perché “non si fanno accordi con chi ha ideali opposti”. Malumori per l’abbandono in casa Pd, critiche e battute ironiche dei giornalisti del Fatto, patrocinatore del grillismo e promotore del governo giallorosso, intellettuali très engagé che in giornali très engagé spiegavano in modo très engagé quanto il movimento di Grillo avrebbe rigenerato il Pd e dato nuova energia ai suoi valori, oggi il Pd è un partito indebolito, forse consapevole di essersi infilato in un labirinto senza via d’uscita. Se decidesse di mollare i Cinque stelle, si troverebbe di fronte le urne, se decidesse, come pare più verosimile, di tenere in piedi l’alleanza, sarebbe risucchiato nel vortice grillino e non sarebbe in grado di fermare la corsa verso il declino economico, la paranoia giustizialista e la divisione sociale. Mal gliene incolse, perché a tre mesi dalla nascita dei giallorossi, si parla di rilancio dell’azione di governo. Calenda, che non parla per slogan, né teme di dire in modo chiaro e diretto quello che pensa, è anche uno che parla con convinzione e passione. “A maggio il Pd disse: mai con i Cinque stelle. Poi ha cominciato a dire che i grillini erano fantastici e che il Conte2 era discontinuo al Conte1. Se fossimo andati a votare avremmo perso e avrebbe vinto Salvini. Ma non credo ai “pieni poteri”. Se crediamo che un bullo in mutande al Papetee sia un pericolo, siamo preoccupati di cose che non esistono. Adesso stiamo meglio? Il governo è a pezzi. Forza Italia è tornata con il Centro destra. Dov’è la verità? Abbiamo fatto uno sbaglio”. Non gli si può dare torto. I distinguo tra sovranisti e populisti, la litania lacera del fascismo/antifascismo, le ciance sulla “mancanza di un’anima” sono un ozioso passatempo cui molti si dedicano con devozione per evitare di affrontare i problemi veri. Si vuole ravvisare l’anima del governo? Ma c’è, perbacco, è un gigantesco vuoto pneumatico. Il buco nero di una politica inerte. Il bradipo che si addormenta mentre avanza. La profezia renziana che si avvera e Renzi che si defila fondando Italia viva. La motivazione? I grillini al governo sono una sciagura, ma sono indispensabili. Il Pd che avrebbe dovuto educarli, ha ceduto alla cultura immobilista del grillismo rinunciando al riformismo. Da una parte l’ambiguità di Renzi, dall’altra la chiarezza di Calenda che ha fatto quello che aveva promesso, in coerenza con l’idea di una democrazia liberale e progressista. E chissenefrega se c’è chi dice che la coerenza in politica è un’idiozia. “Si tratta, dice l’europarlamentare, di quello che prometti di fare e di quello che farai. La politica non è un Tetris dove tu devi decidere dove stare. Dove stai lo decidono le azioni che compi. E se le azioni che compi non corrispondono a quello che dici, la volta dopo perdi credibilità”. Calenda parla anche dell’appuntamento elettorale in Emilia Romagna e si dice stupito del fatto che Bonaccini non abbia risposto alla sua offerta di sostegno. Eppure, i grillini nella regione sono quattro gatti. E le “sardine”? “Sono terrorizzato dal paternalismo nei confronti dei giovani. Non ho mai fatto il peana di Greta e non faccio pascolo abusivo sulle sardine”. Inequivocabile allusione alla tentazione del Pd di mettere il cappello sul movimento dei pesciolini e sottintesa dichiarazione di debolezza. ritafaletti.blog

E’ arrivato un banco di “sardine”….l’opinione di Rita Faletti

Postato il 19 novembre 2019 alle ore 12,49

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Una manovra economica, o meglio una manovrina, che dovrebbe essere il segno dell’europeismo con le tre cuspidi del green new deal, della tassa sulla plastica e sulle bevande zuccherate, non è né carne né pesce,non fa né bene né male, come è stato detto, ma proprio per questo farà male, perché la crescita invocata da Gualtieri non ci sarà. Per produrre qualcosa di efficace, ci vogliono coraggio e condivisione, qualità che fanno difetto ai giallorossi i quali devono ingoiare il rospo di un’alleanza claudicante ab origine, nata per neutralizzare l’assalto delle truppe corazzate di Lega e Fratelli d’Italia. Il fine, foriero di sconfitta, ripropone l’antiberlusconismo e l’antirenzismo. Ora il nemico è Salvini: tutti contro Salvini. Il quale trarrà vantaggio dalla goffaggine di un governo senza idee e per questo dannoso, pur essendo Salvini pericoloso per qualche sua idea che pare abbia accantonato da quando si trova l’opposizione. Che fine hanno fatto Bagnai e Borghi? Non se ne sente certo la mancanza, rimane il dubbio che i due siano definitivamente scomparsi dall’orizzonte salviniano. In attesa dei “pieni poteri”, tanto vale non allarmare la parte moderata del paese.E lasciamo il “fascista” Salvini per parlare della parte moderata. Moderata? Si fa fatica a reperire persone che rispondano a questa definizione, almeno sulla scena politica. Il pacifico Gualtieri non è espressione di moderazione autentica se si fa beccare mentre pizzica le corde di una chitarra e intona “Bella ciao”. Grande e unica risorsa quando non si sa cosa dire e cosa fare. Adesso sono saltate fuori le “sardine”, capeggiate da Mattia Santori, il giovane protagonista del movimento senza proposte politiche, così ha detto l’interessato, che ha manifestato a Bologna e replicherà a Modena, con lo scopo di esprimere dissenso nei confronti della politica dell’odio. Però, il giovanotto ha postato una foto di Salvini a testa in giù e in piazza Maggiore risuonava “Bella ciao”. Se questo serve a contrastare il clima di odio, vorrei sapere a quali metodi si farà ricorso in funzione di cordone sanitario a tutela della “democrazia”, di cui tutti si ergono a difensori, quando, in Emila Romagna, il 26 gennaio si andrà alle urne per eleggere il futuro governatore. Bonaccini è molto più convincente di Borgonzoni, non fosse altro perché, a detta dei più, ha governato bene. Ma c’è da dire che governare bene una regione ricca, con un bassissimo tasso di disoccupazione, piena di aziende che esportano con successo, è quasi una passeggiata. Eppure, se si trascurano le città principali, la regione non si sottrae del tutto al fascino salviniano. Riusciranno le sardine a non farsi fagocitare dall’orca assassina?

 

Si dica chiaramente che gli ebrei vanno bene solo da morti….l’opinione di Rita Faletti

postato il 16 novembre 2019 alle ore 17,44

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Tel Aviv – copyright  G. Ruzza

Abu Al Atta è saltato in aria mentre dormiva centrato da un missile israeliano. I suoi compagni jihadisti dovrebbero ringraziare Allah per avergli concesso di passare dalla vita alla morte senza accorgersene e da eroe della sedicente resistenza palestinese. Invece strepitano come ossessi e promettono vendetta. Neanche passassero le giornate a occuparsi del bene degli abitanti della Striscia, da loro usati come scudi umani, piuttosto che dedicarsi all’unica attività in cui eccellono da tempo: lancio di razzi e missili contro civili israeliani. Centosessanta, gli ultimi, un centinaio intercettati, una sessantina piombati su Tel Aviv, come ritorsione dell’uccisione mirata del capo del Jihad. Israele difende la propria esistenza usando il bisturi come quando il Mossad, il servizio segreto israeliano, avviò l’operazione “Ira di Dio” con l’obiettivo di uccidere i responsabili del commando palestinese che aveva pianificato l’uccisione di undici atleti del team israeliano alle Olimpiadi di Monaco di Baviera nel settembre del 1972. Si scoprì, successivamente, esaminando i corpi, che gli atleti avevano le ossa spezzate e segni di tortura. Uno di essi era stato evirato. Israele sa che non può abbassare la guardia ed è altrettanto consapevole che non ha amici nel mondo. Men che meno nell’Europa filopalestinese e in parte islamizzata dove commemorare l’Olocausto è diventata un’abitudine ormai vuota di significato. Come incensare le virtù di una persona dopo che è passata a miglior vita. Nel nostro paese è costume farlo, immancabilmente, se il defunto è appartenuto o ha simpatizzato per il partito delle anime belle, che oggi vota a sostegno della commissione contro l’odio proposta dalla senatrice a vita Liliana Segre, (sarebbe stato giusto che tutto il parlamento lo facesse), ma ieri e sicuramente domani, replicherà l’accusa a Israele di difendere con il suo esercito, il più morale al mondo, il sacrosanto diritto di esistere. C’è qualcosa di ambiguo che non va in certa sinistra, come nell’Anpi, che il 25 aprile preferisce sfilare accanto ai coccolatissimi centri sociali che alla Brigata ebraica. L’antisemitismo serpeggia pericolosamente nelle frange estremiste di destra e di sinistra e non solo. Un filo che tiene assieme il presente e il passato. Gli attacchi alle sinagoghe, il vilipendio di tombe nei cimiteri ebraici eccitano i negazionisti e gli odiatori seriali che sui social sfogano il loro schiacciante complesso di inferiorità e le loro frustrazioni indirizzando ogni genere di insulti agli ebrei, secondo loro colpevoli di tutti i mali del mondo. Ma il verme disgustoso dell’antisemitismo, che facilmente corrompe la materia scadente di teste deboli, si è insinuato nelle fibre di figlie e figli di puttana che paragonano Israele alla Germania nazista. Sostenitori del terrorismo palestinese, forse sperano di vedere Israele distrutta, obiettivo principale delle popolazioni arabe già all’indomani del Piano di partizione della Palestina, votato dalle Nazioni Unite nel 1947. In quel pezzo di Medio Oriente, la realtà è capovolta: la vittima diventa carnefice e viceversa, in una cornice di rancore, voglia di riscatto e odio, che il jihadismo nutre, nutrito, a sua volta, dai finanziamenti ingenti provenienti da Teheran. Solo Hezbollah riceve 700 milioni di dollari l’anno, una parte del miliardo di dollari che l’Iran distribuisce ai vari gruppi terroristici. Cosa arcinota in Europa, che, con voce stentorea, attraverso i suoi media e i suoi politici, non ha perso il vizio di stigmatizzare Israele e versare lacrime sui morti palestinesi. L’Europa moralista che si vanta di tutelare i diritti delle minoranze, piange gli ebrei morti nei campi dell’orrore e finge di non vedere cosa accade ai cittadini di fede ebraica nelle strade delle sue città. Ci volevano i gruppi fascisti e neonazisti a risvegliare le coscienze addormentate dei governi, ora decisi a prendere provvedimenti per timore di perdere il potere. Intanto, la Corte di giustizia dell’Unione europea, in un linguaggio contorto, ha stabilito che i prodotti originari dei territori occupati dello Stato di Israele, devono recare l’indicazione del loro luogo di origine. Un chiaro boicottaggio ai danni di Israele. Niente indicazione dei luoghi di origine, però, per i prodotti cinesi del Tibet o per l’olio turco prodotto nel nord dell’isola di Cipro. Un favore a due paesi che l’Europa teme. E per strafare, De Magistris ha offerto la cittadinanza onoraria ad Abu Mazen, e Leoluca Orlando ha intitolato una parte del lungomare palermitano ad Arafat, il viscido ometto che ha tradito la causa palestinese per salvare se stesso. Che l’Europa voglia sfamare il coccodrillo sperando di essere risparmiata o, almeno, divorata per ultima?

 

 

Ilva: specchio di un fallimento politico….l’opinione di Rita Faletti

postato l’8 novembre 2019

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Se navighi a vista, senza una rotta precisa e senza carte nautiche, puoi cercare di dirigere la prua lontano dagli scogli che vedi, ma, prima o poi, finirai contro quelli che non vedi. E’ quello che potrebbe capitare al governo giallorosso, una combinazione di dilettanti con vocazione al suicidio e flaccidi capitani di lungo corso con qualche naufragio alle spalle, influenzati più che influenzanti. Il mare devi conoscerlo, non puoi permetterti spacconate o irresolutezza, il vento e le correnti cambiano in modo repentino e se manchi di esperienza o il coraggio ti abbandona, ti ingoia. La storia dell’Ilva, nei suoi passaggi dai tempi in cui si chiamava Italsider ed era il più grande stabilimento siderurgico di proprietà pubblica, è la storia di un paese e di una cultura segnata da evidente ostilità nei confronti dell’impresa, oggi è anche un test sul governo e la sua capacità di tenuta e sull’efficacia del presidente del Consiglio nel condurre le trattative per evitare che ArcelorMittal proceda alla rescissione dell’accordo per l’acquisizione delle attività dell’acciaieria. La parte oltranzista dei Cinque stelle non vede l’ora di poter dire che finalmente la sua battaglia ha sortito l’esito di cacciare da Taranto chi “rivendica la licenza di uccidere”(Travaglio) lisciando così il pelo agli elettori cui Grillo aveva promesso un grande parco giochi al posto dello stabilimento. Il governatore della Puglia, Emiliano, dichiara ogni giorno che se Ilva non fosse mai esistita sarebbe stato meglio per Taranto e per la Puglia. Alcuni parlamentari del movimento hanno definito Ilva “anti-brand” perché danneggerebbe il turismo e l’industria agroalimentare che soffrirebbero di un pregiudizio legato alla salubrità dell’aria e del terreno. Ma questi personaggi, oltre che dar fiato alla lingua, si sono posti il problema della mancanza di prospettive di lavoro nel sud del paese, o ritengono che il reddito di cittadinanza sia la soluzione? Si sono chiesti che fine faranno le decine di migliaia di lavoratori e le loro famiglie se gli altiforni verranno spenti? Sono consapevoli delle ripercussioni sull’indotto? E sulle finanze pubbliche? Sanno che lo stabilimento è a ciclo integrale, non solo lavora l’acciaio, ma lo produce a un prezzo relativamente basso per l’industria italiana che è di trasformazione e si vedrebbe costretta ad acquistare la materia prima da altri paesi a prezzi superiori? La chiusura dell’Ilva comporterebbe la perdita dell’1,4 per cento del pil nazionale. Ma loro non se ne preoccupano, non sono fatti che li riguardino. Si potrebbe supplire con l’allevamento dei mitili e la coltivazione di piante officinali. Il mezzogiorno si sta svuotando dei suoi giovani e allontanando sempre più dal nord e si pensa di rimediare con qualche cozza e qualche pianta di origano. Il business delle arance vendute da Di Maio a Mr Ping mentre Macron trattava con Xi Jinping per la vendita di 290 Airbus A320 e 10 aerei di linea A350, la dice lunga sull’insipienza e la superficialità di politici da strapazzo che sanno a malapena di cosa parlano e spacciano per grandi risultati miseri guadagni. Chi crede alla fandonia messa in giro dell’alibi usato da ArcelorMittal dello stop allo scudo penale per lasciare Taranto e gli altri siti italiani, sottovaluta le responsabilità della parte politica, i tira e molla e le incertezze di Di Maio che ritira l’immunità penale, poi la ripristina dando assicurazioni all’azienda e la ritira nuovamente sperando in un ritorno del consenso. E’ così che si tratta un investitore che ha portato 4 miliardi e 100 milioni a un’azienda che inquina da sempre e ha attuato in buona parte il piano di salvaguardia ambientale? Lo scudo penale con il quale nel 2015 si era voluto assicurare una protezione legale ai gestori dell’acciaieria e ai futuri acquirenti, non era un favore a Mittal, ma l’applicazione dell’art.27 della Costituzione, che mette al riparo da azioni legali commissari e potenziali acquirenti coinvolti in vicissitudini derivanti dal passato. Quale affidabilità può avere un paese che cambia le regole in corsa? Chi verrà ad investire in Italia con queste premesse? Mittal disse chiaramente che senza immunità avrebbe lasciato Taranto entro settembre. Oggi il governo Conte promette il ripristino immediato dello scudo pur di evitare la fuga della proprietà. La toppa peggio del buco. Incapacità, pressapochismo e ignoranza si rincorrono, mentre in Europa si sbellicano dalle risate e assicurano il governo che la manovra di Bilancio non verrà toccata. Sanno che lo zero virgola del nostro pil è il massimo cui il paese possa aspirare. E il Pd? Carlo Calenda riassume così i fatti: “Boccia e Emiliano vogliono che l’Ilva chiuda ma senza assumersene la responsabilità, dando la colpa ad altri. Il Pd in generale non sa proprio di cosa si sta parlando e va a ricasco. Lezzi ha fatto saltare lo scudo penale perché deve candidarsi alle regionali per il M5s. Il Pd non solo l’ha appoggiata, facendo precipitare la crisi dell’Ilva, ma pensa di ricandidare Emiliano, il responsabile della distruzione degli ulivi in Puglia con il suo no a tutto, colui che ha paragonato il tubo del Tap ad Auschwitz e che cerca di far saltare l’Ilva”. Chi avrà il coraggio di votare per il Pd o per il M5s, quando questo governo andrà a schiantarsi contro il prossimo scoglio? ritafaletti.wordpress.com

 

Contro Scilla, desiderando evitare Cariddi…l’opinione di Rita Faletti

postato il 2 novembre 2019 ore 15,15

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Due mesi non bastano a valutare un governo, ma sono più che sufficienti per capire se esista un progetto, quale sia e se vada nella giusta direzione. L’alleanza giallorossa è stata la risposta a due emergenze: disinnescare le clausole di salvaguardia sull’Iva e desalvinizzare il paese. Racimolati i 23 miliardi per la sterilizzazione dell’imposta, rimane però il fatto che il governo dovrebbe spiegare con chiarezza le ragioni della scelta di mantenere immutate quelle clausole. L’ex ministro Tria aveva in mente la rimodulazione dell’aliquota secondo le tipologie di beni, con il vantaggio di redistribuirne il carico in modo più equo, ma ad ammontare invariato. E però c’è anche chi ritiene che l’aumento dell’Iva incrementerebbe le entrate, migliorando i conti dello stato e determinando la riduzione del deficit e del debito in rapporto al pil. Riguardo la seconda emergenza: evitare con ogni mezzo che si andasse a votare e Salvini vincesse, il voto in Umbria, nonostante la sottovalutazione (sincera?) della clamorosa sconfitta dei giallorossi (un milione di elettori cosa sono?) sembra indicare che il Matteo delle spiagge e del mojito non ha perso quota tra i suoi elettori, al contrario, ha rosicato tra quelli di altri partiti. Il M5s è sceso al 7 per cento. Merito di Salvini o demerito della maggioranza? Forse è presto per dirlo. Forse neanche. Certo che un’alleanza a freddo tra due forze tra loro compatibili non più di quanto non lo fossero i gialli con i verdi del Conte1, è poco probabile possa reggere fino alla fine della legislatura, se non in funzione antisalviniana e a salvaguardia delle poltrone. Entrambi obiettivi poco apprezzabili, soprattutto il secondo, che rivela la paura di scomparire dei Cinque stelle, in caduta libera e inconsapevoli dei disastri costruiti nei quattordici mesi al governo con la Lega. Di Maio capo politico del movimento e improbabile ministro degli Esteri è causa di imbarazzo e insofferenza anche tra i suoi. Il giovanotto mostra evidenti e diffuse lacune, che tenta di nascondere inventandosene una ogni mattina, salvo rinnegarla la mattina successiva. La manifesta assenza di strategia non è che l’altra faccia della mancanza di identità dei grillini che, informi come l’acqua, assumono la forma del contenitore. Né di destra né di sinistra, spostati a destra se l’alleato è Salvini, spostati a sinistra se è Zingaretti. Chi sono i Cinque stelle? Semplicemente non sono. La loro esistenza è subordinata al consenso, il consenso alla realizzazione di promesse irrealizzabili quando la realtà impone di vestire gli abiti istituzionali. Il guaio è che la loro indole proteiforme ha finito con il contagiare il partner di governo. Zingaretti, il pacioccone segretario del Pd che disse: “Preferisco essere chiamato Nicola” usò parole profetiche per delineare il proprio ruolo all’interno del partito. Segretario, dunque, non candidato premier, né leader. Eppure la leadership è quello che fa la differenza. Salvini è il leader della Lega, nessuno ha dubbi. Zingaretti segretario del Pd è una figura evanescente, priva di incisività, che appare a tratti convincente a tratti rassegnata al proprio destino. Contrario a un’alleanza con i grillini, vi è stato costretto, suo malgrado, da Renzi; non voleva Di Maio e se lo trova ministro degli Esteri; non voleva Conte primo ministro in nome della discontinuità e Conte è il primo ministro del governo che lui ha promosso. L’impressione è che Zingaretti si sia grillizzato al punto da prendere addirittura le difese della sciagura Raggi. Il voto in Umbria, che definire irrilevante sarebbe uno sbaglio, potrebbe essere l’anticamera della disfatta di questa maggioranza e dello smarrimento del Partito democratico, assuefatto alla natura immobilista dei Cinque stelle. All’orizzonte, nulla di utile per il paese, mancette a pioggia, tasse green per mascherare l’ennesima forma di tassazione occulta, ambientalismo all’amatriciana che altro non è se non un paravento che cela la paura dello sviluppo, esorcizza i “demoni” della crescita e della scienza, coltiva l’immobilismo tossico di chi orgogliosamente ha piantato una bandierina ideologica per tentare di fermare la Tav, il Tap, la Gronda di Genova, e ora tenta di fermare l’ampliamento dell’aeroporto di Fiumicino per salvare una riserva naturale. Dopo Toninelli, è il momento del geniale ministro dell’Ambiente Costa, che pretende di bloccare un’opera strategica nel principale scalo del paese proprio quando il traffico aereo è in crescita. E Zingaretti cos’ha detto? Nulla. Pensa, invece, di cambiare il Pd “Daremo vita a un nuovo partito che si chiamerà Partito democratico o quello che decideremo”. Incredibile! Chi invece saprebbe come far uscire il paese dall’impasse è il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi, che boccia le politiche economiche del governo, ribadendo quello che anche un bambino capisce: difendere le imprese italiane è l’unico modo per difendere il lavoro. Ma grazie a questo governo lo spread è sceso a 130 punti. Risponde Bonomi: “In Spagna, è tra il 70 e l’80 per cento. Significa che in quel paese la questione economica è una cosa seria”. ritafaletti.wordpress.com

 

Vergognoso benservito……l’opinione di Rita Faletti

postato l’11 ottobre alle ore 9,05

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copyright G. Ruzza

Nel 2016 i carri armati turchi entrarono per la prima volta in territorio siriano per partecipare, unitamente alle forze della comunità internazionale, alla distruzione territoriale dell’autoproclamato Stato islamico, nato al confine tra Siria e Iraq. Quell’operazione, che oggi con più evidenza di allora va giudicata tardiva per le gravi conseguenze e implicazioni ancora tutte sul tappeto, fu condotta per fermare l’ascesa inarrestabile e l’espansione dei fanatici macellai del Califfato. Le bombe sganciate dalla comunità internazionale devastarono gli insediamenti dei miliziani dell’Isis, uccisero numerosi tagliagola e diversi ne misero in fuga. Molti dei superstiti che non erano riusciti a scappare, furono catturati dai combattenti curdi che tuttora li detengono nelle loro prigioni. Sono i foreign fighters partiti da 60 paesi dove vorrebbero fare ritorno. Solo che, essendo soggetti pericolosi, nessuno vuole riprenderseli anche perché non esiste una legge che stabilisca il trattamento da riservare ad ognuno, mancando prove e testimonianze che documentino il tipo di reati commessi. E questa è una delle conseguenze che si sarebbero evitate con un intervento militare tempestivo che non avesse lasciato sopravvissuti. Altra conseguenza, più grave, riguarda la situazione dei curdi siriani insediati nella fascia di territorio lungo il confine nord orientale, proprio a ridosso della Turchia. Erdogan li sta bombardando per liberare quella zona della loro presenza e traslocarvi un terzo dei tre milioni di profughi siriani attualmente concentrati nei campi di detenzione turchi, dove la convivenza sta diventando difficile. Il primo ministro, ossessionato dai curdi che vede come fumo negli occhi ritenendoli terroristi, quindi nemici acerrimi da annientare o tenere a una certa distanza, già nel 2016 coltivava il progetto di creare una “zona cuscinetto”, tra Turchia e Siria, profonda una trentina di chilometri e lunga quanto la linea di confine turco-siriana. Nell’ultima assemblea delle Nazioni Unite, in settembre, Erdogan ha presentato il suo piano senza suscitare reazioni di qualche rilievo. In questi giorni, quel disegno si sta attuando. I suoi jet rilasciano bombe che colpiscono i villaggi e le popolazioni in fuga. L’intento è chiaro e aderisce a un’operazione di ingegneria etnica come altre ce ne sono state e con le medesime finalità. Forzare i curdi siriani ad abbandonare il loro territorio e sostituirli con i profughi, significa tenere separati i curdi che vivono nel sud della Turchia dai curdi che vivono nel nord della Siria, spezzando la continuità curda. A suo giudizio, e non sbagliando, il premier turco ha previsto di non incontrare alcuna efficace opposizione al suo progetto per tre motivi: allenterebbe le tensioni interne tra profughi siriani e tra essi e i cittadini turchi, riconsegnerebbe ai siriani il loro Stato e impedirebbe la nascita di un Kurdistan siriano che né lui né la Siria vorrebbero. E’ evidente che tra la difesa di un popolo privo di uno Stato proprio ma che aspiri ad averne uno, e l’avallo di un progetto concepito da chi governa un Paese che oltre a far parte della Nato, ha l’esercito più potente, la scelta è facile. Chi sono i curdi in confronto a un sultano che, malgrado l’ opposizione interna sempre più agguerrita, continua ad usare il pugno di ferro e tenere in scacco l’Europa minacciandola di aprire le porte ai tre milioni di profughi? L’Unione europea può sbraitare quanto vuole, ma Erdogan sa che non farà nulla per difendere i curdi. Nulla farà neanche l’ondivago Trump, che ieri ha promesso l’aiuto americano agli alleati curdi e oggi, in quattro e quattr’otto, li scarica dimenticando che il mondo si è liberato del Califfato soprattutto grazie a chi ha messo i propri scarponi sul terreno. Donne e uomini coraggiosi che si sono sacrificati per difendere le loro case e la loro terra dalle bestie di Al Baghdadi. Oggi, le forze americane lasciano la Siria e liberano il campo alle sacche di terroristi che si stanno organizzando: assalti contro i checkpoint, attacchi suicidi e trappole esplosive. Ancora una volta, come nel 2016, toccherà ai combattenti curdi spargere il loro sangue per battersi contro islamisti fanatici? Tutto fa pensare che si ricominci da allora, con un presidente americano inaffidabile, un’Europa fiacca che non sa più cos’é e con politici che devono infiocchettare le proprie decisioni in materia internazionale coi nastrini degli imperativi morali e dei valori universali.

Una bellissima notizia: nasce “Italia Viva”……..l’opinione di Rita Faletti

postato il 22 settembre 2019 alle  ore

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Dopo una mezza giornata di malumori, aspettative sfumate e qualche lacrima, i sottosegretari vengono nominati e il governo giallorosso è al completo. “Ora mettiamoci a lavorare per il paese”. Passa un giorno e Renzi annuncia la scissione e la nascita di “Italia Viva”, il movimento che l’ex presidente del Consiglio lancerà alla Leopolda il prossimo ottobre. Due volte in neanche un mese, il Pd si trova spiazzato dalla rapidità fulminea con cui l’ex premier prima lo pone di fronte a due alternative: elezioni e pieni poteri a Salvini o alleanza con i Cinque stelle, quelli che neanche un caffè, poi, a un giorno dalla consacrazione del neonato governo, annuncia: me ne vado. Incredulità, disappunto e una pioggia di critiche. Partito come uno yogurt con scadenza ravvicinata. Ironizza Prodi. Conte è preoccupato. “Non tollererò tensioni da un altro Matteo”, sbotta Di Maio. (Di Maio?) C’è chi vede nella scissione il rischio della destabilizzazione del Pd, del governo, dell’alleanza, del paese. Come se la stabilità del governo dipendesse da 40 parlamentari in meno (25 deputati e 15 senatori) e non da un’alleanza, ritenuta fino a poco prima improbabile da molti, costruita in fretta e furia su un programma di 29 punti, tra cui spiccano, per compiacere von der Leyen, espressioni come Green New Deal e economia circolare, e, su tutto, tanti bei proponimenti: redistribuzione, ampliamento delle politiche di welfare, maggiori risorse. “Una politica economica espansiva, senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica”. Come faranno? Mancando le risorse e con la recessione in arrivo, i pentapiddini pensano di ottenere dall’Europa, ora così amorevole nei confronti dell’Italia rientrata nell’alveo europeo, flessibilità e modifiche sui vincoli di bilancio. Gentiloni dovrà usare tutto il suo fascino per convincere Christine Lagarde ad avere un occhio di riguardo per i paesi scarsamente competitivi e deboli economicamente, quelli del cosiddetto “Club Med”, tra cui l’Italia. Come al solito, il governo metterà qualche pezza qua e là, rifiutandosi di affrontare il problema a monte, quello delle riforme strutturali. Nel programma, la crescita ha una collocazione marginale che fa intuire quanto il tema sia sottovalutato o declinato in modo miope. Quindi, le varie illazioni sull’uscita di Renzi sono un nonsense alla luce della visione riformista dell’ex presidente del Consiglio, contrapposta alle politiche assistenzialiste come Reddito di cittadinanza e Quota 100, che mettono qualche soldo nelle tasche di alcuni ma impoveriscono il paese. A parte la professione esplicita di europeismo, il passaggio dal governo gialloverde al governo giallorosso, sul terreno della crescita e dello sviluppo, non è percepibile. Renzi destabilizzatore dell’alleanza di governo? Storie. L’unico collante che può tenere assieme Pd e Cinque stelle è l’interesse alle politiche sociali. Sui temi economici, nel governo non mancheranno le incornate che si concluderanno con la resa di uno dei due alleati allo scopo di evitare la crisi e tirare a campare. Cannoneggiamenti di Renzi dall’esterno? Probabile. Per aiutare il governo ad abbreviare l’agonia, oppure favorirne lo spostamento ancora più a sinistra, ponendo così una distanza più marcata tra il suo partito e l’esecutivo di Conte. Del resto, non è un mistero che la solita politica dei proclami e dell’inconcludenza sia una delle cause dell’astensione di molti elettori in attesa di un nuovo contenitore in cui possano trovare posto idee riformatrici. Se il Pd abdica al ruolo di rappresentante del mondo produttivo, e nell’alleanza con i grillini non è escluso che ciò avvenga, fallisce la sua missione. Renzi l’ha capito per primo e a quel mondo intende dare risposte. Rimanendo nel Pd, la sua voce non sarebbe ascoltata. La sorpresa, come il dispiacere di alcuni, che nasconde un soddisfatto sfregamento di mani, è tutta fiction. E poi c’è chi entra e c’è chi esce. Ieri Lorenzin, ex ministro della Sanità nei governi Renzi e Gentiloni, domani chissà, i rottamati Bersani e D’Alema? Restaurazione in corso, preparata da chi non aspettava altro che allearsi con i pentastellati. Ex democristiani, ex comunisti, cattocomunisti che ancora non hanno fatto i conti con il loro passato, ma non hanno mai smesso di dare addosso a Renzi. Il senatore fiorentino ha assicurato la propria sopravvivenza politica con la scissione? Se fosse invece il governo giallorosso a doversi preoccupare della propria, di sopravvivenza? Il rischio esiste ed è nella frase di Davide Serra: “E’ da folli fare un governo con i parassiti”. Che Renzi l’abbia pensato è certo, che la decisione di andarsene sia stata giusta è indubbio, che nuovi assetti politici stiano nascendo altrettanto. “Italia Viva” è una bellissima notizia.

La morale à la page di Bergoglio…..l’opinione di Rita Faletti

Postato il 17 settembre alle ore 13,25

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Lo spirito del tempo, con la richiesta di concessioni alla modernità, ha oltrepassato le porte della chiesa e investito il centro della cristianità, i suoi rappresentanti e la sua stessa guida, il Papa. L’istituzione petrina è nel bel mezzo di una fase di confusione e profonda debolezza, che la grande popolarità di Bergoglio non lascerebbe intendere. Eppure, il pontefice arrivato dall’altra parte del mondo e fortemente determinato a condurre un’operazione riformatrice della Curia romana, a cui ha recentemente impresso un’accelerazione, sfida l’opposizione della componente tradizionalista e getta le basi per uno scisma da molti ritenuto inevitabile. Il capo spirituale della cristianità, al quale spettano il governo e la cura del popolo di Cristo, invece di rafforzare l’unità della Chiesa e combattere la scristianizzazione che dilaga in Europa, invece di difendere con determinazione chi, a causa della fede in Cristo, è vittima di persecuzioni e massacri a livello globale, è diventato il front man di un agguerrito movimento di cardinali progressisti che periodicamente si riunivano in Svizzera, a San Gallo, per discutere sul futuro della Chiesa. Sono gli stessi che osteggiarono l’elezione di Ratzinger e approvarono quella di Bergoglio. Già nel 2007, il conflitto interno tra tradizionalisti e riformatori preoccupava Benedetto XVI, il Papa emerito, che, nell’enciclica Spe Salvi, indicava gli effetti tragici della scristianizzazione per l’umanità, in una serie di elementi, tra cui l’apostasia della Chiesa e l’odio contro di essa da parte del mondo. Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra? Alla domanda, Ratzinger rispose che l’unico ancoraggio a Cristo e alla sua Chiesa, è la vera fede. Come i suoi predecessori, Paolo VI e Giovanni Paolo II, era consapevole della minaccia incombente. Una minaccia interna concretizzatasi nel disegno di un gruppo di cardinali “liberal” e ultraprogressisti di sovvertire dottrina e morale cedendo al pressing della modernità. Tra i rivoluzionari, l’ottantaduenne Danneels, arcivescovo emerito di Mechelen-Brussel, prediletto da Bergoglio che lo ha nominato personalmente in sostituzione dell’arcivescovo conservatore in carica. Che il fine giustifichi i mezzi è dimostrato dal fatto che Francesco se n’è impipato del discredito caduto su Danneels per aver tentato di coprire le malefatte sessuali dell’allora vescovo di Bruges. Non è stata la prima volta che Bergoglio si è mosso promuovendo e allontanando secondo il progetto di svolta che vuole imprimere alla Chiesa. La sua visione è di un cristianesimo aperto, à la page, emancipato dalla tradizione di cui sono stati custodi i suoi predecessori, una visione che Francesco persegue nonostante il muro difensivo di un’opposizione ferma, baluardo della fede. Eucarestia ai divorziati che hanno affrontato nuove nozze, famiglie omosessuali, fine del celibato sacerdotale. Questi i punti di maggior attrito che gli episcopati liberal difendono con le unghie e con i denti e che hanno iniziato a sfruttare in ogni occasione per sovvertire dottrina e morale. Un nuovo pensiero mainstream elogiato dai media di regime, riflesso della policy che guarda all’inquilino di Santa Marta come al centro del rinnovamento. E’ lo Zeitgeist a dominare. Il defunto cardinale Martini, del gruppo di San Gallo, definito da Danneels stesso una “mafia”, disse che la Chiesa era un’istituzione “indietro di duecento anni”, come se la religione con i suoi dogmi fosse un abito soggetto alla volubilità e ai capricci della moda, con l’implicita conseguenza che ciò che oggi è di moda è destinato a passare. Allora, cosa resterà domani, del messaggio di Cristo, in una società in totale declino morale e etico, dove la famiglia è sostituita dal single con figlio, dalla coppia gay che rivendicando il diritto di essere equiparata alla famiglia tradizionale rivendica il diritto al figlio? Quando il concepimento e la morte saranno affidati a pratiche di laboratorio il primo e all’eutanasia la seconda, con grave compromissione della concezione stessa della vita cristiana? La vita in provetta e la morte senza sofferenza. A questo proposito, Ratzinger disse: “Occorre fronteggiare il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicono fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana, in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale”. Diverso suona il bergogliano:“Chi sono io per giudicare?” Ipocrisia immane di chi ha ricevuto il mandato da Dio e la missione di guidare il suo gregge, non tra la grazia e il peccato, (sic Bergoglio), ma verso la grazia, indicando con chiarezza cosa è bene e cosa è male, secondo la morale cristiana. Altra cosa è la morale “à la page”, flessibile, regolata dalle circostanze, ancella rilassata dello Spirito del tempo, più che dello Spirito Santo. Il Papa acclamato dalle folle vuole cambiare direzione di marcia e rompere la continuità con il magistero di Giovanni Paolo II e la sua enciclica Veritatis Splendor. Sceglie chi gli è più vicino, affida la gestione parrocchiale e ecclesiale a laici, rivoluziona il collegio dei vescovi, si preoccupa dell’immigrazione, con l’intento di fare del mondo un grande ospedale da campo, in nome della “fratellanza umana”, propone l’ambientalismo come nuova religione con Greta sacerdotessa, se ne infischia di dare risposte ai cardinali che nei “Dubia” chiedono chiarificazioni su alcuni punti della sua enciclica “Amoris Laetitia”, condanna la ricchezza e esalta la povertà come luoghi rispettivi del male e del bene, quasi si potessero separare con la lama affilata di un coltello. Trascura l’esigenza di trascendenza, ancora forte, per fare il sindacalista. Resisterà ai conservatori che intendono rovesciarlo dalla poltrona di Santa Marta e rimandarlo là da dove è venuto?

Governo: un po’ Bruxelles un po’ Venezuela…..l’opinione di Rita Faletti

postato l’11 Settembre 2019 – 22:07

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Prima che la maggioranza dei senatori (169) promuovesse la nascita del governo giallorosso, il pomeriggio di ieri è stato dominato da un acceso scambio di botta e risposta tra Salvini e Conte. Il senatore della Lega, parzialmente ripresosi dallo stramusone che si è autosomministrato, ha definito il premier uomo per tutte le stagioni e il suo governo il Conte-Monti.Onestamente, non si può fingere che tutta l’operazione non sia nata sotto il segno del trasformismo, al quale un po’ tutti hanno collaborato, dentro e fuori del paese. “Ricompenseremo il governo”(Oettinger un mese fa). Un riconoscimento andrebbe anche a Salvini che si è augurato un gigantesco e inconsapevole “vaffa” assai ben riuscito. Ma al nemico che ha permesso il governo del “sollievo”, come Severgnini ha definito il Conte bis,si nega anche il piacere dell’ultima sigaretta che si concede a un condannato. C’è stato persino un giornalista Rai, tale Fabio Sanfilippo, che, eguagliando il livello di intelligenza e sensibilità di un proctodeato, ha invitato Salvini al suicidio. Un abisso tra l’energumeno e chi ha scritto che il capo della Lega dovrà ripensare a se stesso “normalizzato soprattutto per quelli che amano la democrazia liberale e l’umanitarismo sorvegliato e non narcisista”(Giuliano Ferrara). Al Senato, la discussione è proseguita con gli interventi di Gianluca Perilli, vice presidente Vicario dei Cinque stelle, che ha decantato i venti punti irrinunciabili per il movimento, tra cui revoca delle trivelle, ambiente, welfare e democrazia diretta. Democrazia diretta? Matteo Richetti, Pd, uno dei cinque senatori astenuti, intervistato subito dopo la votazione, ha commentato con durezza l’apoteosi sulla democrazia diretta e sul governo nato sotto l’insegna della paura e del cinismo e su basi di conveniente ambiguità. Come si fa ad accettare un premier firmatario di provvedimenti vergognosi, che ha aggravato la propria posizione passando dai verdi ai rossi e dicendo che con i verdi aveva governato bene? “Non mi fido dell’abilità dell’avvocato del popolo che quando cambia il popolo rimane avvocato. Non approvo l’alleanza con un movimento che ha fatto parte di un governo disastroso, che ha approvato una riforma della giustizia che contiene elementi clamorosamente sbagliati di impronta giustizialista, che ha assegnato al teorico della democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio e a Di Maio, amico dei gilet gialli nemici di Macron, la Farnesina”. Alla domanda se si senta vicino a Calenda, Richetti ha risposto affermativamente., aggiungendo che, insieme, cominceranno a costruire uno spazio fondato su ideali comuni. Anche Gianluigi Paragone si è rifiutato di sostenere questo governo “dell’assurdo”, astenendosi. Tra i contrari (133) la senatrice Annamaria Bernini, FI, che ha citato alcune strofe da un noto brano di Giorgio Gaber, “Il Conformista”, alludendo al premier Conte. “Io sono un uomo nuovo…da un po’ di tempo ambientalista…come un po’ tutti socialista…..al tempo stesso liberista….sono progressista, antirazzista……uno che sta sempre dalla parte giusta…” E ha concluso: “Questo governo è un abuso politico di cui l’ottanta per cento degli italiani ha paura: ci saranno più tasse, più debito, patrimoniale sui beni e sugli asset. Il nostro è un NO semplice, ma fermo. Mai con i Cinque stelle”. Più tardi, a “Otto e mezzo”, Cacciari: questa alleanza andava preparata e discussa. Governo trasformista nato in stato di necessità per paura delle elezioni. L’inizio non è positivo. Questo è il governo Conte-Renzi. L’ex segretario del Pd è passato dall’#senzadime a con me. Marco Travaglio: fusione a freddo che potrà funzionare se faranno qualcosa di buono. Severgnini: “Cosa vogliono fare non l’ho capito. Il programma è vasto e vago, mancava l’esplorazione spaziale. Governo di una sinistra pasticciona e di una sinistra più ordinata e strutturata. Conte avrebbe dovuto fare un po’ di autocritica. I primi atti del governo ci faranno capire se c’è una remota possibilità di svolta. Rimangono due punti da chiarire: l’immigrazione e le autonomie delle regioni del nord che non vanno trascurate essendo la locomotiva del paese. In quelle regioni le amministrazioni leghiste lavorano bene, io che sono lombardo e Cacciari veneto possiamo confermarlo. E non si deve dimenticare che tanta gente è ancora sovranista e populista. Del resto, anche Merkel e Macron sono sovranisti, ma fanno il bene dei loro paesi. Quello che il precedente governo non ha fatto”. La serata continua da Floris. Arriva Zingaretti, tutto soddisfatto. “Mai più contratti, abbiamo costruito un programma comune per gli italiani e le italiane. Schiena dritta e governo serio”. La solita forzatura stucchevole dell’uso del femminile accanto al maschile (le italiane apprezzerebbero di più la perequazione salariale), il solito richiamo al tentativo di unirsi anche solo per un motivo. L’impressione sgradevole di un dejà vu che si è ripetuta con Di Maio. Nessun accenno al debito pubblico, nessun riferimento ai punti più controversi: Ilva, Tav, Alitalia, 160 tavoli di crisi, un programma nato su omissioni di comodo, che non è un programma, ma una quasi ammissione di impotenza con, al centro, la redistribuzione, cavallo di battaglia della sinistra sinistra. C’è il sospetto che ben poco si farà per la crescita. Unico aspetto positivo, la professione esplicita di europeismo, apprezzata da Bruxelles, ma non funzionerà certo a favore di un’apertura di credito.

Saranno tre anni bellissimi”?….l’opinione di Rita Faletti

postato il 6 settembre alle ore 19,42

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Gli astri nel cielo della politica si contano sulle dita di una mano.In tempi di isteria populista, anche il Regno Unito, che è il Regno Unito, la democrazia più antica e solida, è nelle peste per la Brexit, che un funambolico Boris Johnson, sfidando oppositori e colleghi di partito, vuole a tutti i costi, anche senza accordo. Un’uscita “hard” entro il 31 ottobre, che i britannici pagherebbero con il tracollo della sterlina. In Germania, entrata in recessione, nei länder di Sassonia e Brandeburgo, il partito di estrema destra, AfD, ha incassato il 27,5 per cento dei voti e ora che l’era Merkel sta per finire e non si sa quale sarà il nome che uscirà dalle prossime elezioni, l’incertezza prevale. Macron è quello che se la passa meglio di tutti.Anche lui ha qualche problema, ma a parte le cicatrici delle ferite riportate dopo una lunga parentesi di devastazioni gialle, il fondatore di République en marche è l’unico, nella Ue, a sapere con chiarezza qual è il progetto da perseguire per rendere l’Europa più forte, più ambiziosa, al centro degli interessi internazionali.Dopo aver sistemato la tedesca von der Leyen a capo della Commissione europea e la francese Lagarde ai vertici della Bce, al G7 di Biarritz,il presidente dell’Esagono ha messo tutti attorno a un tavolo dettando l’agenda, con quella convinzione e quell’energia che Trump ha ammirato in chi gli si è opposto più volte. Sotto sotto, l’americano ama la perseveranza dei combattenti, anche un po’ impudenti. Macron ha posto sul tavolo la questione dell’Iran e ha spinto perché la Russia sieda di nuovo tra i Sette, introducendoci nell’era dell’unione europea macroniana. L’Europa delle diplomazie fiacche e sonnacchiose aveva bisogno di qualcuno che la scuotesse dal torpore.In ogni branco, il capo naturale guida e gli altri animali seguono. Ciò non significa essere in subordine, ma comprendere, collaborare e credere in un progetto di Europa forte e coesa, vantaggio per tutti. Macron fa gli interessi del proprio paese e delle proprie imprese, cosa di cui noi non siamo capaci.Dovremmo imitarlo eleggendo “guide” all’altezza, selezionate e capaci, con un curriculum sostanzioso, possibilmente non gonfiato, (una laurea triennale in Scienze della Comunicazione è inutile e espone a qualche illazione), e un’esperienza di lavoro alle spalle. Il background, il contrario dell’uno vale uno. Il ministro degli Esteri Di Maio, il presuntuoso e vacuo giovanotto di Pomigliano, che non spiccica una parola di inglese, totalmente incompetente nelle questioni internazionali e la cui ignoranza è leggendaria (la Russia in Europa, Pinochet venezuelano) non è cosa degna di un paese che desideri essere rispettato, è cinico nei confronti di Di Maio, imbarazzante per lo stesso quando scoprirà la propria inadeguatezza. Dunque, Macron. Energia e determinazione sono tratti del carattere, accompagnati, nel suo caso, da cultura, esperienza in economia, industria e digitale. Le connessioni sono corollario e conseguenza dell’incarico e del ruolo ricoperto con prestigio e concorrono a dare maggiore forza e autorevolezza a un progetto e renderlo attuabile. Nulla a che vedere con il “complottismo” di cui i populisti accusano le cosiddette élite. Macron fa parte dell’élite ed è un leader. Noi ne siamo privi e quando ne abbiamo uno, stentiamo a riconoscerlo o lo respingiamo, anche per una malintesa idea di democrazia. Usciti da un anno “bellissimo”, rimbalzati da un governo del cambiamento fallimentare a un governo “di svolta” che doveva essere della discontinuità, come Zingaretti aveva promesso,e pazienza se invece è della continuità, abbiamo evitato il passaggio dalla democrazia alla democratura. Ci siamo dimenticati, però,di ringraziare un leader che è stato bocciato, e che ha dimostrato di averne la stoffa in due occasioni importanti. Dopo il voto del 4 marzo, quando, da Fazio, disse che la cosa immonda non si doveva fare, e salvò il Pd dall’umiliazione e dall’irrilevanza, la seconda volta, quando, dopo l’uscita di scena di Salvini, con tempismo perfetto e lungimiranza da fuoriclasse, disse che la cosa si doveva fare, ché la situazione era cambiata e non si poteva, in alcun modo, dare spazio a un attentatore della democrazia. Se Trump avesse seguito gli eventi più da vicino, il tweet di encomio lo avrebbe indirizzato a Renzi, ora senatore semplice e fuori dal governo giallorosso per sua decisione, o calcolo. Al Matteo fiorentino, che amici e nemici odiano per invidia, ulteriore motivo per cui lo apprezzo, questo Governo credo piaccia poco. Starà a guardare, e mediterà se fare il suo partito, andando ad occupare uno spazio per ora vuoto nel panorama politico. Lo stesso spazio che occuperebbe Calenda, già ministro dello Sviluppo economico nel Governo Renzi, stimato e rimpianto dagli imprenditori che l’hanno giudicato l’unico ad aver fatto molto per le aziende italiane e senza secondi fini. Con Renzi e Calenda si era aperta una stagione di riformismo che stava facendo bene al paese. Ora il punto è: questo bisConte segnerà la totale istituzionalizzazione e resa dei grillini o la fine del riformismo? Nel secondo caso,si completerà la fase di declino arrivato a buon punto grazie al governo Conte1. God save Renzi and Calenda.

Gatte da pelare per Conte……………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 31 agosto 2019 alle ore 15,32

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La tanto deprecata mossa di Salvini, abbassare la saracinesca in faccia al MoVimento dei NO con la certezza di andare alle urne e vincere, si è rivelata infausta per lui e provvidenziale per tutti gli altri. Richiamati in campo e di nuovo influenti anche i partitini a una cifra, inferiore a 2 o di poco superiore. Ma l’harakiri di Salvini è servito soprattutto a salvare il paese. Interrotta l’esperienza di un governo mostruoso, è stata neutralizzata la minaccia incombente di abbandonare l’euro e l’Europa dopo essere finiti ultimi in classifica e spiantati. Il governo gialloverde non esiste più e la sensazione è di essersi scrollati di dosso una parte di disgrazie. Di tornare al voto neanche parlarne, troppo rischioso. Salvini vincerebbe. Zingaretti e Di Maio temono di perdere. La paura costringe il partito di maggioranza relativa e il Partito democratico a incontrarsi. Si profila la possibilità di formare un nuovo esecutivo, che sia su basi condivise e all’insegna della discontinuità, a cominciare dal nome del premier. Queste le condizioni dettate da Zingaretti, il quale pretende anche la cancellazione della piattaforma Rousseau: la democrazia parlamentare è un principio non negoziabile. Dovrà cedere sul premier e sulla piattaforma che i grillini interrogano nei momenti cruciali. Volete o no un governo con il Pd? La domanda, che non si sa in quali termini verrà formulata, giungerà però fuori tempo massimo: le premesse per la nascita di un governo giallorosso già ci sono e Mattarella ha già affidato l’incarico a Conte. Intanto, il giro di consultazioni per la nomina dei ministri è iniziato, e il premier incaricato si trova subito di fronte il primo ostacolo da superare: in casa Cinque stelle si pensa alle poltrone e Di Maio non accetta di essere scaricato. Messo in ombra da Conte, vorrebbe conservare la funzione di vicepremier o, in alternativa, avere la Difesa. A lui non interessano le poltrone, gli è stato consigliato di dire, quello che conta è il programma. E rifila a Conte una lista di venti punti in aggiunta ai dieci precedenti. Una bella gatta da pelare. Riuscirà Conte a frenare le ambizioni del “capo politico” o cederà all’insistenza di chi ormai non ha nulla da perdere, neanche la faccia? Il presidente del Consiglio deve dimostrare di essere all’altezza delle aspettative di molti: di Mattarella, di Zingaretti e del Pd, e dei Cinque stelle che si attendono da lui un trattamento di favore. Dopo l’endorsement dell’Europa e di Trump, che vale quanto il tempo che il presidente americano ha impiegato a scrivere il tweet di apprezzamento all’amico Giuseppi, ma che vale comunque tanto, l’avvocato che viene dalla provincia e si è conquistato la stima di chi conta, non può permettersi flessioni, né sbilanciamenti nei rapporti di forza all’interno dell’alleanza. Le perplessità certo non mancano, né le critiche. C’è chi lo accusa di trasformismo, chi di paraculismo, chi si domanda come sarà il Conte ter, dopo il Conte-bis e il Conte. C’è chi, più prudentemente, vuole leggere il programma prima di esprimere un giudizio, perché, dietro ogni programma, c’è sempre l’uomo. Il discorso di Conte al Quirinale non consente di fare previsioni. E’ generico e manca di incisività. Quello che merita attenzione è, invece, ciò che Giuseppe Conte è riuscito a realizzare in silenzio, per il nostro paese, intanto che due dicitori di slogan facevano di tutto per affossarlo economicamente e isolarlo dal resto dell’Europa. Conte ha preso parte a tutte le riunioni internazionali, ritagliandosi uno spazio prezioso che l’ha fatto conoscere e distinguere per l’educazione dei modi e del linguaggio, l’impegno dimostrato nel voler ascoltare e la disponibilità a collaborare. Grazie a lui avremo il Tap e la Tav, abbiamo scongiurato la procedura di infrazione per eccesso di deficit, abbiamo riconquistato la fiducia a Bruxelles avendo sostenuto la candidatura di von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. Persino Oettinger, commissario tedesco per il Bilancio, sembra aver abbandonato lo scetticismo espresso dopo il voto del 4 di marzo sul nostro paese. “Ricompenseremo il governo per quello che ha fatto”, ha detto.
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La roba offerta gratis.. puzza..…l’opinione di Rita Faletti

 

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In politica tutto diventa possibile, anche il surreale. All’origine del fattaccio, un pezzo di carta del valore di un assegno scoperto, con una lista sconclusionata di promesse al popolo sovrano. Il contratto famigerato, firmato da un ribaldo che si è scoperto voleva impossessarsi del paese e da un bibitaro diventato balconaro famoso, per aver urlato “Abbiamo abolito la povertà”, in mezzo a una banda di invasati del par suo, senza arte né parte, raccattati chissà come, che continuano a chiamarlo “capo politico”. Una locuzione che ha il valore di un lazzo, una volta appurato che il ragazzotto non ha la stoffa né del capo né del politico, avendo fatto perdere al suo movimento la metà dei voti raccolti un anno fa. In un qualsiasi altro paese e partito, un leader del genere sarebbe stato preso a pedate. Invece se lo tengono stretto. Uno statista, ha detto Grillo. Ma Grillo fa il comico e si diletta a prendere per i fondelli i suoi accoliti. Si farà, pensano i temerari sostenitori del giovine. Uno così ammodo e sorridente che ogni mamma lo vorrebbe come genero. Insomma, Giggino va salvato e perché no, elevato al rango di premier da chi gli ha staccato la spina e vorrebbe riavvolgere il nastro. Che coppia! Poi c’è il premier vero, quello che si è accorto di esserlo, l’ultimo giorno di vita del governo. Ha fatto un bel discorso, applaudito anche dai banchi dell’opposizione. Un discorso che in realtà è stato, più che un commiato, un programma di governo, pieno di obiettivi da realizzare. Un discorso in cui, per la prima volta, Conte non si è presentato nel ruolo di notaio di un pezzo di carta, né di avvocato del popolo o del populismo, ma di accusatore del sovranismo e di difensore della democrazia parlamentare. Una tardiva presa di coscienza, funzionale al discorso di autopromozione, un invito, neanche tanto nascosto, a essere preso in considerazione per eventuali incarichi futuri. Una riserva della Repubblica. I Cinque stelle, infatti, tra i dieci punti che rivendicano in un probabile governo giallorosso, mettono al primo posto la premiership di Conte. Il quale, non c’è dubbio, fa la sua bella figura tra imbarazzanti ministri e parlamentari né di destra né di sinistra, ma tutt’e due – come al tavolo della roulette quei giocatori che puntano contemporaneamente sul nero e sul rosso – per essere sicuri di cuccare gli elettori transfughi dell’una e dell’altra parte. Ora che i verdi si sono autosospesi, i gialli, corteggiatissimi da tutti, come ha detto il viaggiatore terzomondista un giorno scrittore un giorno apprendista falegname, sono intenzionati a restare attaccati alle poltrone e alzano pure l’asticella delle pretese, convinti che, dovesse andare buca con i rossi, ci sarebbero i verdi a paracadutarli in posti sicuri. Una prospettiva onorevole, non c’è che dire, che non scandalizza affatto questa società post ideologica, drogata da social, app, selfie e telefonini. La dignità è una delle ultime preoccupazioni, di gran lunga inferiore al rischio di mettersi in fila tra gli aspiranti percettori del reddito di cittadinanza. Per ora il rischio non sembra esserci. Addirittura Renzi è stato il primo a offrire una sponda a chi gliene ha dette di tutti, al punto da convincere il riluttante Zingaretti a seguirlo sulla strada di un accordo. Però, il fiorentino rimarrà orgogliosamente fuori, insieme a Boschi e Lotti. Ormai è deciso: questo governo giallorosso s’ha da fare, ma deve essere di ampio respiro e deve durare l’intera legislatura. Un progetto tanto ambizioso quanto irrealizzabile, almeno sul fronte dell’economia. La lobby dei cialtroni a cinque stelle dovrebbe rinunciare alle sue bandiere ideologiche: decrescita (in)felice, assistenzialismo clientelare (a Casal di Principe, su 2mila abitanti, il 60 per cento percepisce il reddito) inutilità della competenza. Oggi, per la prima volta, Zingaretti ha messo in chiaro gli obiettivi non negoziabili che devono far parte del programma di governo: crescita, ricerca, politiche aziendali, infrastrutture. Se il segretario avrà il sostegno del suo partito e sarà tetragono su quei punti fondamentali, il paese potrà uscire dalla stagnazione in cui è stato relegato da un governo fallimentare. Italia peggiore d’Europa con crescita pari a zero.

Dai gialloverdi, ai giallorossi…l’opinione di Rita Faletti

postato il 19 agosto 2019 ore 18,40

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Domani il premier Conte comunicherà in Parlamento. La formazione professionale renderà puntuta e puntigliosa l’autodifesa, deciso l’affondo contro Salvini. E il passo successivo? Andrà alle Camere mercoledì per farsi sfiduciare? Dubito. L’orgoglio non glielo consentirà. Andrà direttamente al Colle a rassegnare le dimissioni, togliendo ad altri questa priorità. La sconfitta non è umiliante se si conserva il rispetto di sé. Congedarsi con dignità è anche lasciare di sé un buon ricordo che mette in ombra gli errori commessi. Il contrario di quello che sta facendo Salvini: intrappolatosi da solo come un ragno che cada prigioniero della sua stessa tela, tenta una penosa giravolta, chiede il sostegno delle masse, parla di schiena dritta. Il ministro dell’Interno ha ormai perso la trebisonda. Coerenza, senso della misura e dignità sono scomparse dall’orizzonte dell’unto dal popolo. Dubito ne sia consapevole. E’ consapevole, invece, del fatto che solo un miracolo porterebbe il paese alle urne. Così spara all’impazzata contro Renzi, il suo sostituto nel nascituro governo giallo-rosso. Di scopo per evitare l’aumento dell’Iva, e con qualche aggiustamento che eviti altri colpi all’economia? Di legislatura che duri fino al 2023 e ricalchi il programma europeista di von der Leyen, come ha suggerito il padre nobile del Pd, Prodi, che ha indicato addirittura il nome “governo Ursula”?. Un affronto all’amor patrio. C’è chi è cauto come Zingaretti che propenderebbe per il voto. Dello stesso parere Gentiloni e molti deputati e senatori del Partito democratico. C’è chi minaccia di lasciare il governo se l’alleanza Pd-Cinque stelle andasse in porto, come Calenda. I pontieri sono già al lavoro. C’è chi è favorevole, come Leu, il partito più alla sinistra del Pd e più vicino ideologicamente ai Cinque stelle, e che ciclicamente mette fuori la testa, e c’è Grillo. Ieri il comico ha chiamato a rapporto, in villa, lo stato maggiore del movimento. Presente, oltre a Casaleggio, anche Di Battista. Ho l’impressione che la storia si ripeta. Lo spauracchio del fascismo, agitato da tempo, ha funzionato, compattando partiti e partitini, contro la Lega identificata con il Capitano. Nel 2016 lo spauracchio dell’uomo solo al comando ebbe lo stesso risultato. Tutti contro Renzi. Analoga situazione ai tempi di Berlusconi: la sinistra non era mai stata così unita. Oggi, Pd e M5s, lasciatisi alle spalle dure critiche reciproche e condanne, “neanche un caffè con i 5 stelle”, Pd partito dei criminali di Bibbiano, sostenitore della camorra, amico delle lobby del cemento, traditore dei risparmiatori e difensore delle banche, potrebbero accordarsi. I democratici spostano indietro le lancette dei mesi al marzo del 2018 e si predispongono a quello che a quel tempo venne definita un’ipotesi catastrofica, mentre oggi è un’opportunità per salvare il paese da Salvini. “Non so se il Pd arriverebbe al 25 per cento”, ha detto Renzi. Che si profila il dominus dell’operazione. Non è tipo da aver dimenticato le offese né aver cambiato opinione su un gruppo di cretini, ma che il voto sia un rischio da scongiurare, è certo. Unica scappatoia è l’alleanza con il partito di maggioranza. Il momento è favorevole. Renzi è intelligente, possiede carisma, ha la passione per l’agone politico e, machiavellicamente, persegue i propri fini servendosi dei mezzi offertigli dal caso, su di un piatto d’argento. Non si può dire di no. Salvini ha fatto la stessa cosa dopo il marzo dell’anno scorso, decidendo di scrivere un contratto con un movimento antitetico alla sua Lega. Ma ha toppato le mosse successive. Di Maio che cosa farà? Corteggiato dal nemico, richiamato dall’ ex amico, non vuole l’eclissi, né sua né del movimento, ed è terrorizzato da Renzi. “Nessuno dei Cinque stelle siederà mai al tavolo con Renzi”, dice, per allontanare dalla mente il sospetto di insidie nascoste in un accordo con l’altro Matteo. Preferirebbe Zingaretti. Ma il movimento è morto, che ceda o meno all’abbraccio con Renzi o con il segretario. Eppure un’alternativa a questo governo un po’ arlecchino ci sarebbe potuta essere. Un’alternativa mai presa in considerazione, travolti, come travolti siamo stati tutti, dal turbinio pseudo-politico e mediatico di 14 mesi di governo giallo-verde. E’ un’alternativa interessante, perfino esaltante, scaturita da una semplice considerazione che riguarda unicamente la questione economica, il perno di tutto. E non sfugge a chi vede molte più affinità tra Lega e Pd che tra M5s e Pd. La spiegazione sta nella decrescita, mito irrinunciabile dei 5s. Dunque, il neoliberista Renzi è più in sintonia con Zaia, Fontana e Giorgetti o con Di Maio & C.?

La battaglia degli scranni……………….l’opinione di Rita

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Chi non è andato in vacanza non si rammarichi perché questa estate, la politica ha molto da offrire in fatto di svago e divertimento. Intanto, per la prima volta nella storia dalla nascita della Repubblica, i parlamentari sono stati invitati ad alzare il culo dalle comode posizioni agostane, per correre tutti a Palazzo Madama.Chiamata alle armi: Salvini ha staccato la spina e vuole andare al voto subito. La crisi che si è aperta è già in sé uno spasso. Il governo scricchiola da mesi e per mesi il grido “al lupo al lupo” ha tenuto col fiato sospeso. Adesso implode. Falso allarme. Quando finalmente ognuno si era messo l’animo in pace, Salvini è andato da Conte per invitarlo a dimettersi, ed è venuto giù il cielo. Ma come, adesso che ti abbiamo votato la Sicurezza bis e la Tav ci molli? Di Maio, sconcertato, ha dato di traditore al socio e ha preso il via la sequenza di contorcimenti, capovolgimenti e torsioni dei partiti alle prese con posizionamenti e alleanze, vecchie, nuove e inedite. Per il bene del paese, intendiamoci, e all’insegna della coerenza e della fedeltà a principi e idee. Renzi,che aveva giurato di lasciare il Pd se avesse costruito un’alleanza con il partito della piattaforma, ora si accinge a farla, quell’alleanza,e non per un governo di scopo, ma istituzionale, confermando il sospetto che la cosa fosse già nell’aria. Zingaretti, che sembrava disponibile a confrontarsi con il grillismo, ora nicchia.Ma siccome ci sono due Pd, uno suo e uno di Renzi, è probabile che il secondo prevalga sul primo. Che nessuno si laceri le vesti se Salvini dovesse avere la meglio. Dobbiamo essere uniti e il tabellone stasera mi darà ragione. Più o meno le parole di Renzi. Numeri, sempre e solo numeri. Ma i numeri dicono anche chiaramente che se si andasse a votare oggi, il Centro destra unito farebbe il pieno: l’Italia quasi completamente azzurra. E’ per questo che Salvini, vittima del suo carattere, quando s’è accorto di avere tutti contro, vecchia storia che si ripete, da Berlusconi a Renzi, ripara ad Arcore, in cerca dell’appoggio dell’antico alleato, il quale,da tempo immemorabile, gli andava ripetendo: “Torna a casa”. Nessun uomo è un’isola, neanche un supermercato lo è. Chissà cosa gli verrà chiesto in cambio a Palazzo Grazioli. Certo che, come ha detto Sallusti, “Berlusconi lo freghi una volta sola”.Cosa succede nel frattempo in casa cinque stelle? Che “a criatura” è stata presa per mano dal clown, che spunta ogni volta che c’è un pericolo in vista. “Dobbiamo cacciare i barbari” Ma i barbari non erano quelli che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno? Anche per Grillo i mesi passano e lo smalto ha perso la sua brillantezza. Però la coppia Renzi-Grillo è una sorpresa. Ieri, a giochi ormai fatti e trovata ognuno la propria collocazione dopo uno scambio di battute su chi è più abbronzato in Senato, Salvini tenta la riscossa e calal’asso: accetto la sfida di Di Maio. Voteremo a favore della riduzione di 345 parlamentari e il giorno dopo si andrà a votare. Scombussolamento generale. Ma c’è sempre Mattarella che, con la sua calma, piuttosto che sciogliere le Camere e portare il paese alle urne, camminerebbe sui carboni ardenti. E’ proprio sull’appoggio del presidente che fanno affidamento i grillini e Renzi. A proposito, non fu Renzi stesso a volere Mattarella al Colle? L’imparzialità del Quirinale è così scontata? Quindi,avanti con la parlamentarizzazione della crisi. Il voto è la via maestra delle democrazie mature e non è la fine del mondo nemmeno nelle democrature dove i risultati spesso non corrispondono alla volontà popolare. La Spagna, in tre anni è andata al voto quattro volte e il paese non ne ha risentito affatto. Ma l’Italia con i bizantinismi, le ripicche, i complotti, gli accordi sotto banco, le ritorsioni e le vendette assomiglia di più alla Libia che a qualunque altro paese occidentale. Però, Salvini non ha ancora ritirato i suoi sette ministri. E’ segno che non si fida delle istituzioni?

Salvini: due vittorie in tre giorni….l’opinione di Rita Faletti

Rita Faletti 7 Agosto 2019 – 16:12

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“Meno Carola e più Oriana Fallaci”. Così Salvini commenta la vittoria incassata al Senato sul dl sicurezza bis tra i “vergogna!” urlati da alcuni banchi dell’opposizione. 160 i voti favorevoli, tre i parlamentari grillini a votare no e cinque gli assenti. Tutta qui l’opposizione dell’opposizione interna al governo?. Zingaretti ha definito “schiavi” i pentastellati. Cosa sperava? Che Fico, immaginato, non ricordo da chi, grande leader della sinistra internazionale, guidasse un nutrito plotone di antagonisti? Temo che il segretario abbia qualche problema con la realtà. E’ andata liscia come l’olio, invece, la votazione di oggi sulla mozione di sfiducia alla Tav dei Cinque stelle. Salvini non era in Aula, impegnato a continuare il suo tour sulle spiagge del sud del paese, dopo aver cantato l’inno nazionale in “bragh curt” al Papeete di Milano Marittima. I pentastellati, al contrario, c’erano tutti, per sostenere compatti il blocco dell’opera che il perspicace Toninelli, secondo Grillo la quintessenzialità del MoVimento, continua a definire inutile. Qualcuno ci vuole a difendere una delle bandiere identitarie dei 5s agli occhi dei tanti elettori delusi dai numerosi dietrofront, qualcuno che ricordi la purezza delle origini. Ma la superfluità del ministro, nonostante l’accanito attaccamento ai principi, è palese e confermata dalle parole del capo del partito. “Solo il Parlamento può fermare il Tav” aveva detto Di Maio. Il Parlamento ridotto a zerbino dai barbari, il Parlamento come scaricabarile tirato in ballo per evitare la realtà di una acclarata impotenza e l’evidenza inconfessabile della supremazia della poltrona, ha votato a maggioranza contro la mozione dei grillini, che hanno ribadito il no all’Alta velocità contro il loro stesso primo ministro, Conte, il quale aveva dichiarato che “non fare la Tav costerebbe di più che farla”. “Che se la vedano tra loro. Basta!” aveva sbottato Carlo Calenda. Ma supponendo pure che una parte dei dem avesse deciso di ascoltarlo, la divisione interna al partito sul voto sarebbe stata ininfluente; anche FI e FdI hanno votato no alla mozione. La Tav è passata, riducendo a battuta propagandistica la dichiarazione incauta di Di Battista che in meno di quindici giorni l’opera sarebbe stata bloccata per sempre, e avvalorando la tesi secondo cui il trio Mattarella, Tria e Conte agirebbero di concerto per evitare che ai danni già fatti se ne aggiungano altri, irreparabili. In questo torrido agosto, una leggera brezza si è levata sull’ipercinetico immobilismo dei Cinque stelle, a scompaginare con leggerezza i fogli del contratto di governo che un vento più forte disperderà definitivamente.

 

Finti filantropi……..l’opinione di Rita Faletti

postato il 01 agosto 2019

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Assemblea dell’ONU

Provo un’ istintiva diffidenza nei confronti di tutti i predicatori di pace, quasi sempre a senso unico, i benefattori dell’umanità che soffre, i soccorritori di disgraziati, gli alleviatori di patimenti altrui. Nascondono spesso un secondo fine, facile da identificare: l’arricchimento personale facendo leva sulla buonafede e la compassione. Mi fido più del “cattivo” che è costretto ad alzare la voce e minacciare per farsi ascoltare ma in fondo si scopre essere buono. E vengo al punto. Ci sono, nel mondo, note organizzazioni e associazioni nate con l’intento di promuovere il rispetto dei diritti umani, che operano in paesi dove abusi e violenze, soprattutto nei confronti dei deboli, minori e donne, sono ordinaria prassi. E’ provato che la crudeltà si manifesta e raggiunge impensabili punte estreme laddove la possibilità di difesa è assente. Questo è vomitevole. Ebbene, le encomiabili “confraternite” per la salvezza e la cura dei poveri del mondo, organizzazioni non governative e charity, vantano anch’esse qualche mela marcia al loro interno. L’uomo non è perfetto e il male può annidarsi ovunque. Ma non è questo il tema. Ciò che emerge, senza tuttavia sorprendere, è il pervicace comune sforzo di tenere nascosto il marcio, stando a recenti dati, in crescita, da parte dei vertici. Il caso Oxfam è eloquente: la numero due della ong, ha rassegnato le dimissioni dopo aver invano denunciato lo scandalo di festini organizzati in Ciad e a Haiti con ragazze in miseria. Pare che il motto più in voga tra i funzionari e i volontari fosse “sex for food”. Il chief executive, Mark Goldring, era a conoscenza degli abusi ma li ha ignorati. I crimini sessuali su minori e gli stupri, non mancano neanche tra i Caschi blu dell’Onu. Il primato spetta alle unità di stanza nella Repubblica Centrafricana, provenienti da Bangladesh, Congo, Niger e Senegal. I casi di violenza dovrebbero essere sanzionati ma pare che ci siano disfunzioni nell’apparato disciplinare interno dell’ Onu, che “fa fatica” a punire i suoi dipendenti che si macchiano di crimini sessuali. Le cosiddette missioni di pace forniscono occasioni di stupro e di orge collettive. Si parla di “sessualità sfrenata” e “paletti morali che saltano”. Nel 2012, sul sito del Globe, si leggeva: “Peacekeepers gone wild: how much more abuse will the Un ignore in Congo?” (Forze di pace a briglia sciolta: per quanto ancora l’Onu ignorerà gli abusi?). E il bello è che i solerti filantropi del Consiglio di sicurezza, difensori strenui dei diritti umani, sono i primi a sfregiarli nel silenzio e nell’indifferenza generali, eccezion fatta per brevi dichiarazioni sdegnate, sporadiche assunzioni di responsabilità non scontatamente seguite da doverose dimissioni. Il che fa pensare che i comportamenti devianti siano più diffusi e condivisi di quanto si voglia far credere. Non c’è da stupirsi. Del resto l’Onu si distingue per il suo atteggiamento di relativismo morale che ha legittimato e continua a legittimare le incursioni e gli attentati che da settant’anni noti gruppi terroristici compiono contro civili in territorio israeliano e condannano Israele per violazione dei diritti umani quando reagisce. Se non fosse ridicolo sarebbe tragico. A questo c’è però una spiegazione. I membri dell’Onu sono 193, dei quali 120 appartengono al cosiddetto “Movimento dei Non Allineati”, i paesi che durante la Guerra Fredda si sono dissociati sia dal blocco sovietico che dal blocco occidentale, allineandosi, di fatto, contro l’Occidente. Essi costituiscono il più grande blocco di voti alle Nazioni unite e sono anche i più agguerriti nemici dello Stato di Israele. Sono, inaspettatamente, gli stessi che hanno approvato i campi di rieducazione di un milione di musulmani cinesi. L’islam intero schierato dalla parte di Pechino?. Certo, per motivi squisitamente economici. Quello che invece offende la coscienza di chi ancora ne possiede una, non è tanto la doppia morale dell’Onu, un carrozzone schizofrenico che costa un occhio e serve a poco, quanto l’ostilità a Israele di alcuni stati europei: Francia, Olanda, Danimarca, Irlanda, Lussemburgo e Malta. I motivi possono essere due: la resa all’islam per codardia o la stupidità. Forse entrambi. E i sordomuti senza attributi non si contano.

Salvini: due vittorie in tre giorni….l’opinione di Rita Faletti

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“Meno Carola e più Oriana Fallaci”. Così Salvini commenta la vittoria incassata al Senato sul dl sicurezza bis tra i “vergogna!” urlati da alcuni banchi dell’opposizione. 160 i voti favorevoli, tre i parlamentari grillini a votare no e cinque gli assenti. Tutta qui l’opposizione dell’opposizione interna al governo?. Zingaretti ha definito “schiavi” i pentastellati. Cosa sperava? Che Fico, immaginato, non ricordo da chi, grande leader della sinistra internazionale, guidasse un nutrito plotone di antagonisti? Temo che il segretario abbia qualche problema con la realtà. E’ andata liscia come l’olio, invece, la votazione di oggi sulla mozione di sfiducia alla Tav dei Cinque stelle. Salvini non era in Aula, impegnato a continuare il suo tour sulle spiagge del sud del paese, dopo aver cantato l’inno nazionale in “bragh curt” al Papeete di Milano Marittima. I pentastellati, al contrario, c’erano tutti, per sostenere compatti il blocco dell’opera che il perspicace Toninelli, definito da Grillo la quintessenzialità del MoVimento, continua a definire inutile. Qualcuno ci vuole a difendere una delle bandiere identitarie dei 5s agli occhi dei tanti elettori delusi dai numerosi dietrofront, qualcuno che ricordi la purezza delle origini. Ma la superfluità del ministro, nonostante l’accanito attaccamento ai principi, è palese e confermata dalle parole del capo del partito. “Solo il Parlamento può fermare il Tav” aveva detto Di Maio. Il Parlamento ridotto a zerbino dai barbari, il Parlamento come scaricabarile tirato in ballo per evitare la realtà di una acclarata impotenza e l’evidenza inconfessabile della supremazia della poltrona, ha votato a maggioranza contro la mozione dei grillini, che hanno ribadito il no all’Alta velocità contro il loro stesso primo ministro, Conte, il quale aveva dichiarato che “non fare la Tav costerebbe di più che farla”. “Che se la vedano tra loro. Basta!” aveva sbottato Carlo Calenda. Ma supponendo pure che una parte dei dem avesse deciso di ascoltarlo, la divisione interna al partito sul voto sarebbe stata ininfluente; anche FI e FdI hanno votato no alla mozione. La Tav è passata, riducendo a battuta propagandistica la dichiarazione incauta di Di Battista che in meno di quindici giorni l’opera sarebbe stata bloccata per sempre, e avvalorando la tesi secondo cui il trio Mattarella, Tria e Conte agirebbero di concerto per evitare che ai danni già fatti se ne aggiungano altri, irreparabili. In questo torrido agosto, una leggera brezza si è levata sull’ipercinetico immobilismo dei Cinque stelle, a scompaginare con leggerezza i fogli del contratto di governo che un vento più forte disperderà definitivamente.

Rubli rossi e rubli verdi…………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 22 luglio 2019 ore 13,33

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Un tempo il Pci era una costola del Pcus. Lo è stato fino alla caduta del muro di Berlino e la dissoluzione dell’Unione Sovietica. Ma le ideologie non hanno confini spazio-temporali e sopravvivono alla caduta di muri e regimi. Il Pci di Berlinguer entrò nella Nato, a malincuore, divenne Pds con Occhetto (le magnifiche sorti e progressive) e conseguente sconforto di D’Alema. Più avanti, perse la esse di socialismo e divenne Pd. Un fatale progressivo spostamento e adeguamento ai tempi che cambiano. Ma rimane la nostalgia di un passato che riaffiora assieme ai ricordi della giovinezza. Anni orsono, D’Alema disse che la Lega di Bossi era una costola del Pci perché era nata in mezzo al popolo. Quel popolo oggi vota Salvini, che nelle regioni del nord è alleato di FI e che a livello nazionale sta con i 5s. Seguaci dello statalismo, nemici del sistema parlamentare e dello stato di diritto, in politica estera amici del dittatore Maduro, erede del socialismo di Chavez, anti-israeliani come le pavide sinistre europee, fiancheggiatori, non per caso né per abbaglio, dei casseur francesi, i mitici Gilet Jaune, ora sparuto gruppetto sulla via dell’estinzione, i grillini sono nati eversivi. Ostinati nel rifiutare etichette, si definiscono post-ideologici. In realtà si barcamenano in un perpetuo moto oscillatorio,non sapendo ancora bene cosa vogliono diventare ma sapendo assai bene che intendono rimanere dove sono. La loro indefinitezza confonde ma aiuta loro stessi e altri. Così, un po’ stanno con la rivoluzione promessa e rimandata, un po’ con la restaurazione. Ma i precedenti sono precedenti e c’è chi non li dimentica. Grazie ad essi, nascono simpatie e si costruiscono alleanze. D’Alema, parlando di Fabio Massimo Castaldo, vicepresidente pentastellato del Parlamento europeo,nonché uomo trait d’union tra il Movimento e i gilet, ha detto che è uno in gamba. Forse D’Alema vede in Castaldo il riflesso di sé quando andava a braccetto con Hezbollah, il gruppo terroristico il cui leader, Hassan Nasrallah, ha dichiarato recentemente che, in caso di guerra, Israele sarà devastata. Panta rei, diceva il filosofo, tutto scorre e tutto si rinnova: una volta c’erano i rubli del Pci, oggi ci sono i rubli (forse) della Lega. Quello che rimane immutato è lo spregevole sentimento di avversione nei confronti di Israele, non condiviso da quel “fascista” di Salvini, ma coltivato da intellò e sinistra radicale. Non è escluso che in futuro possiamo ammirare D’Alema a braccetto con Chef Rubio, quello che rutta insulti contro Salvini e Netanyhau, l’aspirante politico che si finge cuoco. Unti e bisunti.

Ribaltone: ipotesi governo Pd-M5s?…………..l’opinione di Rita

postato il 19 luglio 2019 alle ore 15,55

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Rivolta ad esponenti del Partito democratico, ricorre con sempre maggiore frequenza la domanda di cronisti e osservatori politici: “Vede in futuro la possibilità di un’alleanza Pd-M5s?”. C’è chi, dagli albori, questa alleanza la auspica, ravvisando, tra grillini e dem, diverse affinità. Il primo fu Bersani. Nella famigerata diretta streaming, colui che doveva sbianchettare il giaguaro fu sbianchettato da Crimi e Lombardi. Tra i sostenitori, il magnifico direttore del Fatto, con la teoria dell’inevitabilità di un incontro tra due forze più simili tra loro di quanto non lo siano Lega e 5s. Il governatore della Puglia, Michele Emiliano, lo sprinter mancato, specializzato nel destreggiarsi in più specialità e gareggiare in più corsie, i corregionali Francesco Boccia, parlamentare del Pd e tanto altro, e Massimo D’Alema, velista, imprenditore vitivinicolo di successo, che non rinuncia a regalarci sentenze illuminanti dall’alto della sua superiorità intellettuale. C’è anche Dario Franceschini, l’ex margheritino che non ha alzato un dito per difendere la propria riforma sull’autonomia dei musei, contro la decisione di Bonisoli, il ministro dei Beni Culturali al servizio dei 5s, che ne ha riportato a Roma la gestione, in palese conformità con il progetto di statalizzazione dei grillini. Rimasugli della sinistra cattocomunista, aggettivo scomparso dal lessico, che rimastica convinzioni del secolo scorso, riesumate da chi idee non ha, perché privo di conoscenza della storia e di altre conoscenze, i grillini. E siccome siamo nel caos più completo delle parole, e siccome c’è il Russiagate che riempie le pagine dei quotidiani e dei settimanali e dei mensili ed è diventato il leitmotiv di ogni dibattito pubblico e conversazione privata, e siccome se ne deve pur parlare e qualcuno deve dimostrare di saperne una di più, il Pd ha pensato di trascinare in Parlamento Salvini e costringerlo a parlare. C’è anche chi intende presentare una mozione di sfiducia, che Massimo Giannini ha detto naufragherà miseramente. E siccome urge il bisogno di un nemico che ti aiuti a risalire nei sondaggi (i pentastellati) e siccome il piatto offerto all’opposizione è ben assortito (Pd), il filo che provvidenzialmente lega Pd e M5s si rafforza dopo alcuni precedenti: la risoluzione condivisa che impegna Marcello Foa a lasciare l’incarico di presidente Rai com e la convergenza sull’antifascismo. Il volenteroso Zingaretti, che si sente già vincitore delle prossime elezioni che probabilmente non ci saranno, dice cose incontestabili, che questo governo ha fatto solo danni, ed è venuto il momento di mandarlo a casa. Però, a differenza di alcuni suoi colleghi/compagni, ribadisce che di un’alleanza con i 5s non vuole saperne, vedremo, che ha già pronta una “costituente delle idee” per la crescita, l’ambiente, lo sviluppo sostenibile. E a proposito di leadership, dichiara che il suo compito è quello di condurre un progetto politico e farlo vincere. Non rivendica il ruolo di leader, ma di garante di un campo di forze unite. “Salvini vuole essere chiamato Capitano, lei come desidera essere chiamato?” Risposta: “Nicola”. Allora Nicola, se vuole davvero battere i nazionalpopulisti, imiti Salvini, sia chiaro e diretto. E’ vero che la politica è una cosa complessa, a volte difficile da spiegare, ma faccia uno sforzo e dica come intende attuare il Suo programma. Anche perché le cose che ha detto Lei, le dicono un po’ tutti. Se vuole che il Suo partito vinca, cominci a metterne in sicurezza i confini: non tutti possono farne parte. L’inclusione è andata bene per le europee, non funzionerà per le politiche. Il Suo disegno è avvolto nella vaghezza delle parole. Il Paese deve crescere. Come? Apra le porte alle iniziative private, apra tutti i cantieri, crei le condizioni perché le aziende possano investire e dare occupazione, combatta l’evasione fiscale con tutte le armi possibili, così, combatterà anche l’illegalità. Investa massicciamente nell’istruzione, nella scuola, nella formazione. In un mondo globalizzato e competitivo, le porte si chiudono inesorabilmente in faccia a chi non ha alcuna preparazione e competenza. Sburocratizzi, 27 passaggi prima di poter avviare un’attività sono un disincentivo per chi vuole intraprendere e un invito alle infiltrazioni mafiose. Confermi l’avvocato Bongiorno a capo del dicastero della Pubblica amministrazione, è l’esempio di quella Sicilia di cui essere orgogliosi, come dei giudici Falcone e Borsellino, come di tutti coloro che amano davvero questa terra e la vorrebbero libera da mafie e corruzione. Riformi la giustizia: giudice terzo, processi più brevi, blocco delle porte girevoli tra politica e magistratura. Un magistrato deve apparire indipendente oltre che esserlo. Rispetti la promessa fatta di concedere l’autonomia alle regioni che l’hanno votata al referendum. Sarebbe il segno che la virtù paga e il merito e il senso di responsabilità non sono parole vuote. Sarebbe altresì un forte insegnamento per i giovani. E non cerchi di essere simpatico a tutti e a tutti i costi: è ora che la simpatia cessi di essere uno dei metri di valutazione di coloro che rivestono incarichi pubblici. E infine, se il Suo partito volesse passare dalle parole ai fatti, dovrebbe tenere presenti gli ultimi sondaggi: Lega: 36,9; Pd: 22,6; M5s: 17,6 e le parole di Marco Minniti: “Un governo Pd-M5s sarebbe un governo di perdenti”.

 

 

Chiusura dei porti aperti, salvataggio non salvataggio, sfilate sulle navi ong………l’opinione di Rita Faletti

postato il 10 luglio 2019 alle ore 12,49

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Protagonisti il frastuono, i giudizi avventati da esperti di coloro che esperti non sono, la zuffa permanente tra chi è a favore e chi è contro, l’estremismo del linguaggio. Emblematico il caso della Sea Watch3, una schiera di attori di primo e secondo piano e le comparse. Carola Rackete, il capitano della nave, la tedesca ricca e “sbruffoncella” che Salvini avrebbe volentieri ammanettato e accompagnato nelle patrie galere, per aver infranto le regole sulla sicurezza di un paese straniero, puntando, senza autorizzazione, dritto verso il porto di Lampedusa. I parlamentari dell’opposizione, Delrio e Furfaro (Pd), l’onnipresente Fratoianni (la Sinistra) e Magi (+ Europa) che per segnare la distanza dal governo salgono a bordo della nave e vi passano la notte. A terra le comparse: i tifosi delle due contrapposte fazioni che attendono la conclusione del match. Una sceneggiata che fa onore al paese, ne sottolinea l’unità e consolida la buona reputazione di cui godiamo in Europa. Ma se uno volesse fregarsene della reputazione e una volta tanto decidesse di agire secondo ragione, comincerebbe a riflettere su come risolvere la questione immigrazione in modo strutturale e definitivo. Per esempio, smettere con la propaganda e le sceneggiate, andare a Bruxelles, chiedere con fermezza la revisione della Convenzione di Dublino, pretendere dai paesi della Ue l’avvio di una efficace operazione congiunta di forze e mezzi navali per contrastare i trafficanti e salvare i profughi. L’immigrazione, questione complessa e terribilmente seria, più dell’economia, del lavoro, del clima, è l’unica che può far ballare la coesione europea. Il fenomeno migratorio è vecchio quanto il mondo. Il fenomeno migratorio, iniziato prima ancora che il pianeta ospitasse qualche milione di persone, quando le prime rappresentazioni della terra mostravano ampi spazi bianchi, è una costante nella storia dell’umanità e un generatore di conflitti. Significa scontro più che incontro tra etnie, religioni e mentalità, che non è affatto scontato possano convivere, se per convivenza si intenda mescolarsi in modo omogeneo e quasi naturale, per altro difficile anche tra simili. E questo è il primo ostacolo. Un’economia solida e uno stato organizzato con una chiara visione del futuro, è in grado di affrontare il fenomeno migratorio, offrire un’accoglienza adeguata e portare a compimento un processo di integrazione intelligente che si fondi sul rispetto di regole precise da osservare da ambo le parti. E questo è il secondo ostacolo. Maggioranza e opposizione avrebbero il dovere e l’interesse di concordare una linea comune sull’immigrazione, che non fosse messa in discussione da esecutivi nuovi e diversi. E questo è il terzo ostacolo. Così, l’immigrazione rimarrà un problema irrisolto dalle conseguenze disastrose finché non sarà affrontato in maniera scientifica e senza sottovalutare un dato inconfutabile: il declino demografico e l’invecchiamento della popolazione. Gli immigrati potrebbero essere, in parte, una soluzione. Il che non significa avanti tutti, come hanno fatto i precedenti governi fino a Minniti, il quale provvide a regolamentare il flusso migratorio, disciplinò l’attività delle ong e firmò accordi con Serraj per fermare i clandestini. Fu accusato dalla sinistra radicale di disumanità senza che la stessa sinistra fosse in grado di offrire uno straccio di alternativa. Oggi, quella sinistra attacca Salvini e il Partito democratico affonda la linea Minniti e non vota il rifinanziamento della missione internazionale sulle motovedette alla guardia costiera libica. Intanto Serraj, bombardato da Haftar, libera 350 persone dai campi di detenzione. Una ulteriore occasione di business per i trafficanti di esseri umani che continueranno indisturbati a percorrere la stessa rotta attraverso il Mediterraneo centrale, affidando il loro carico alle ong di passaggio o spingendo imbarcazioni di varie misure fino alle nostre coste. Renzi scrive che l’immigrazione non era una emergenza, forse ha dimenticato i numeri, e afferma che, se lo ius soli fosse stato votato, il Pd non avrebbe perso tanti consensi. In verità, c’è il sospetto che la politica delle porte aperte sia stata una delle ragioni della disfatta elettorale del Partito democratico, altrimenti come spiegare il consenso che sale a favore di Salvini? A sinistra si nota un po’ di confusione che si cerca di nascondere dietro il vecchio schema del tutti uniti contro l’avversario politico. In passato, quello schema ha portato fortuna solo all’avversario. E torniamo al caso della Sea Watch3. La Corte di Strasburgo, mai indulgente con l’Italia, si è espressa con chiarezza: non esisteva un rischio imminente. Carola Rackete non ha salvato naufraghi in pericolo di vita, ha prelevato migranti non esposti a rischi immediati trasbordandoli sulla Sea Watch dalle barche di scafisti che poi si sono dileguati. Sulla stessa linea il cofondatore del partito tedesco dei Verdi, ministro federale dell’Interno dal 1998 al 2005, il quale si chiede se “una organizzazione privata (ong) possa prendere a bordo delle persone in mare per poi costringere un paese ad accoglierle”. E concludo, citando una preghiera di Camillo Langone: “Signore Gesù, perché mai il tuo vicario insiste tanto sull’assistenza a giovani sani, spesso maomettani, anziché ai nostri vecchi malati, quasi tutti cristiani? Signore Gesù, sei stato tu a dire “Chi non è con me è contro di me” e allora perché il tuo vicario vuole riempire l’Italia di persone che sono e saranno contro di te? Chi rappresenta quest’uomo?”.Domande a dir poco insolite, che entrano di prepotenza in un mondo impaurito e tristemente governato dal politicamente corretto che ha fatto del pensiero critico tabula rasa.

Urrà…..donne rigoriste al potere………………l’opinione di Rita Faletti

postato il 4 luglio 2019 alle ore 17,28

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A Bruxelles, l’asse franco-tedesco ha prevalso nell’assegnazione delle nomine strategiche per la politica dell’Unione, che sta per inaugurare una nuova stagione. Dopo tre giorni di trattative, qualche scaramuccia, la delusione e la rinuncia di potenziali candidati, il pacchetto fortemente voluto da Macron si è aggiudicato la vittoria. Che è anche una vittoria femminile. Due donne in ruoli apicali, un nome nuovo e uno sconosciuto ai non addetti ai lavori. Quello nuovo: si tratta della tedesca Ursula Von der Leyen, ministro della Difesa, espressione dell’ala più moderata della Cdu, che prende il posto di Jean-Claude Juncker. Conservatrice con una visione liberale, poco disposta ad assecondare sovranismi e populismi, è rigorista, soprattutto in economia. Il secondo nome è quello della francese Chistine Lagarde, che passa dai vertici del Fondo monetario internazionale alla direzione dell’Eurotower, la Banca centrale governata per otto anni con intelligenza e competenza da Mario Draghi. Giurista, non economista, Lagarde potrebbe, per questo, creare qualche incertezza nei mercati, ma è cosa certa che seguirà il tracciato segnato dal suo predecessore in politica monetaria. Di formazione liberale ed esperta mediatrice, affronterà, da una posizione rigorista, il problema preoccupante del debito pubblico, in particolare quello che interessa i paesi a basso pil. Anche il mandato di Lady Pesc, Federica Mogherini, è in scadenza. Poco male. Non rimpiangeremo il suo amore per l’islam e per le dittature comuniste. Al suo posto arriverà uno spagnolo, il socialista Joseph Borrell, ministro degli Affari europei per il suo paese ed ex presidente del Parlamento europeo. Ci si augura che l’incarico di Alto rappresentante per la politica estera e la sicurezza sia svincolato da insane passioni e pericolosi ideologismi. Al Consiglio europeo è stato nominato il belga Charles Michel, amico di Macron, il quale sostituirà il polacco Donald Tusk, uno dei più equilibrati e convinti sostenitori dell’Europa. Un incarico di rilievo va al dem David Sassoli, votato dai socialisti europei, delle quattro famiglie uscite vincenti dal confronto alle europee (popolari, socialisti, liberali e Verdi) la più delusa dai risultati. L’italiano sarà alla presidenza del Parlamento europeo. E i sovranisti? Dovevano essere maggioranza e cambiare l’Europa. Sono rimasti a bocca asciutta. Vale per Salvini, ma vale anche per i suoi soci di governo, i grillini, che hanno girato in lungo e in largo invano alla ricerca di un gruppo che li accettasse. In pieno clima di nomine, Conte, il nostro caro premier, si trova a Bruxelles, accompagnato dall’immancabile Rocco Casalino. Il motivo principale della sua presenza nella Capitale belga, perorare la causa contro la procedura di infrazione all’Italia, finirà con il premiarne gli sforzi. Però, al prezzo di una manovra aggiuntiva da 7,5 miliardi pagati dai contribuenti italiani. Come risultato, lo spread è già sceso di oltre venti punti. Il premier è apparso sorridente e persino ottimista: “L’Italia avrà un membro nel Board della Bce”. Conte è simpatico, con il suo fare tranquillo e quell’espressione un po’ così, tra il sornione e l’accattivante. Ogni tanto, una pausa al debordare salviniano fa bene. Ma non illudiamoci troppo. Per l’Italia ci sono nuovi guai in vista. La Finlandia, infatti, ha iniziato il semestre della presidenza del Consiglio della Ue. Il paese scandinavo, tutto laghi e natura incontaminata, ha dichiarato che si dedicherà alle politiche climatiche. Obiettivo prioritario l’azzeramento delle emissioni di carbonio entro il 2035. Sollevazione immediata dei paesi dell’est, tra cui Polonia e Ungheria. Come se non bastasse, il ministro degli Affari europei finlandese, Tytti Tuppurainen, ha dichiarato che c’è bisogno di regole e di chi le faccia rispettare, soprattutto in materia di stato di diritto. Nel mirino, le democrazie illiberali e i loro amici e sostenitori e i trasgressori delle regole. A noi iniziano a fischiare le orecchie. Il programma, comunicato con fermezza e convinzione, ricorda, nei toni e nel piglio, molti dei personaggi di Arto Paasilinna, il famoso autore finlandese che nelle sue storie descrive l’ostinazione dei vitalistici e un po’ ingenui protagonisti nel difendere i diritti calpestati. Il bersaglio è l’ideologia comunista con i suoi fanatici esecutori. Ma il programma finlandese, contiene anche riferimenti all’ambiente e alla sua salvaguardia. Interessante, a tal proposito, sarebbe conoscere il pensiero di abitanti e amministratori di alcune città italiane, dove il lerciume copre strade e marciapiedi e ammorba l’aria. “Come cittadino di un paese nordico, forse non capisci che qui è inutile puntare sulla sensibilità dei nostri dirigenti” Parole che a Surunen potrebbero rivolgere certi sozzoni italici.

Commentati in breve……….di Rita Faletti

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copyright G. Ruzza

postato il 27 giugno 2019 alle ore 13,35

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Olimpiadi invernali 2026. Il tandem Milano-Cortina si aggiudica i giochi invernali 2026 attendo la Svezia. Grazie all’impegno di chi ci ha creduto, Giancarlo Giorgetti più di tutti, l’Italia questa volta porta a casa una vittoria. Quando i grillini stanno fuori dai piedi è possibile.
Le opposizioni, con il sostegno della Lega, hanno approvato un finanziamento di tre milioni a favore di Radio Radicale che continuerà a trasmettere con gioia dei suoi numerosi ascoltatori. All’analisi costi-benefici di Vito Crimi, sottosegretario pentastellato all’Editoria, un sonoro vaffa.Speriamo sia il primo di una lunga serie.
Patuanelli,5 Stelle: “Intensificheremo le politiche espansive che stanno dando grandi risultati.” Vuoi vedere che è nato un comico?
Speranza, Articolo Uno: “La sinistra deve riappropriarsi della questione sociale e della questione morale.”. Ma non c’è già qualcuno che se ne sta occupando? I 5 Stelle con l’abolizione della povertà e la Lega con la Pace fiscale?
Lucia Borgonzoni, sottosegretario ai Beni culturali della Lega, ha confessato candidamente di non aver mai letto un libro. Questo si chiama dare a Cesare quello che è di Cesare.
In Francia, chi ha donato somme di denaro per il restauro di Notre Dame ha fatto sapere che rinuncerà alla detrazione fiscale. In Italia, i possessori di case abusive le mettono a rendita e pretendono che lo Stato risarcisca i danni causati da terremoto o dissesto idrogeologico.
Mafie. Lilli Gruber, giornalista e scrittrice, nonché conduttrice di Otto e mezzo: “Quattro regioni italiane sono sotto il controllo della mafia.” Verità incontestabile. Antonella Boralevi, scrittrice: “In Calabria le istituzioni e lo Stato esistono?” Me lo chiedo anch’io.
Immigrazione. Legalità e umanità per affrontare la questione in maniera razionale e pragmatica, evitando di incorrere nella solita distinzione manichea tra buoni e cattivi. I buoni, che vorrebbero accogliere tutti,i cattivi, che vorrebbero i porti chiusi. Qualche tempo fa, a Otto e mezzo, con Furio Colombo, il buono, Lucia Borgonzoni, la cattiva, e Antonella Boralevi, la pragmatica con umanità. Lilli Gruber meno politicamente corretta del solito, ma sempre misurata. Con sorpresa, il manicheismo dei buoni comincia a rivelare qualche debolezza di pensiero di fronte al pragmatismo della ragione.
Effetti perversi del Decreto dignità di Di Maio. L’impresa può decidere di assumere il lavoratore in scadenza con un contratto a tempo indeterminato, oppure di assumere un altro lavoratore con un contratto nuovo a tempo determinato o di somministrazione. Può anche decidere di sopprimere il posto di lavoro.
Quota 100. In origine: 3 giovani per 1 pensionato. Oggi: 1 giovane su 2 pensionati. Salvini lasci i posti che occupa ai vari ministeri e si candidi alla direzione del Lotto.
Bassam Tibi, sociologo nato a Damasco e residente in Germania, ha detto che l’antisemitismo contemporaneo è una critica a Israele, personificato come l’ebreo mondiale che deve essere spazzato via. In Germania la situazione è preoccupante: nel 2018, a Berlino 1083 i casi di antisemitismo. Troppi immigrati dai paesi islamici?
Un invito al governo gialloverde: “Non cercate la colpa, trovate un rimedio; tutti sono capaci di lamentarsi” (Henry Ford).

 

 

Pericoli in vista per il Pd di Zingaretti….l’opinione di Rita Faletti

postato il 22 giugno 2019 ore 13,08

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Le tribolazioni del Partito democratico non sono finite con la vittoria di Zingaretti alle primarie. Un colpo di spugna sul passato e una promessa di rinnovamento non cancellano conflitti e rivalità che hanno lacerato e indebolito il partito più grande della sinistra e disamorato molti suoi elettori al punto da costringerli all’astensionismo o alla fuga verso altre formazioni politiche. Ci voleva la questione Lotti, che definire caso sarebbe improprio in quanto segnerebbe un’eccezione nei rapporti tra magistratura e politica, che ci sono sempre stati facendo finta del contrario, per aprire un cuneo all’interno del Pdtra chi ha espresso ferma condanna nei confronti dell’ex ministro dello Sport nei governi Renzi e Gentiloni, e chi, pur riconoscendo la gravità del comportamento tenuto dal collega di partito,ha avuto toni meno tranchant: Lotti non aveva neanche cariche istituzionali. Ma il capro espiatorio può tornareutile a chi, nel Partito democratico, vuoleda tempo liberarsi del fantasma di Renzi, da cui è ossessionato, e intanto non perde l’occasione di farlo con i fedeli in carne e ossa dell’ex premier. Lotti era il braccio destro del Matteo toscano e faceva parte del Giglio magico, rappresentazione floreale del renzismo e bersaglio da colpire e affondare.Un primo assalto vittorioso era avvenuto nel dicembre 2014 con la bocciatura della riforma costituzionale. Oggi, gli incontri segreti e un po’ comici dopo l’ora delle streghe in hotel romani tra Lotti e Ferri da una parte e Palamara dall’altra, non raccontano nulla di sorprendente se non l’ora e il luogo e il pisolino sul divano di un partecipante (se c’ero, dormivo) ma sono un invito rivolto a verginelle immacolate (pescecani della politica, della cultura e della stampa) a gridare allo scandalo per la commistione tra magistratura e politica. Certo, un conto è averne contezza, un conto è scoprirlo dalle registrazioni via trojan nascosti da chi intendeva far scoppiare il caso. A quel punto, non si può fare lo gnorri, meglio approfittare dell’opportunità. Il simulacro della giustizia è caduto. Non sempre giusta, la giustizia è pure tramacciona.E’ una amenitàvedere magistrati che hanno la presunzione di giudicarci, fare la fine delle loro vittime. Il tritacarne del circo mediatico giudiziario non risparmia nessuno, politici, magistrati, amministratori pubblici, imprenditori, tutti assieme appassionatamente in un vortice di fango cheschizza,di volta in volta, nella direzione voluta da chi ha interesse a liberarsi del “nemico” o farsi pubblicità. Di che stupirsi dunque nel paese più intrallazzatore al mondo? Mattarella è intervenuto: “Caossconcertante. Da oggi si volta pagina.” Però, la rinascita del Pd ad opera di Zingaretti, aveva illuso molti elettori che il partito potesse chiudere con il passato, le baruffe, le rivendicazioni, le vendette, le zone grigie. Invece ecco che il segretario ringrazia Lotti per essersi autosospeso dal partito. Per i moralisti un terribile autogol e un’opportunità. Nella nuova versione delPd, ora aperto e inclusivo, si affollano quelli che avevano conti da saldare, gli sconfitti che non si sono arresi, gli ambiziosi che sperano in un ritorno in grande stile, tuttol’antirenzismo possibile, che, con la fregola di fare piazza pulita dei toscani, ha spalancato porte e finestre al governo peggiore che l’Italia abbia mai avuto, e si appresta a inglobare, prima o poi, quei grillini animati dal suo stesso fanatismo giustizialista e dalsuo stesso moralismo ipocrita, che scredita l’avversario per prenderne il posto. La sinistra radicale già lavora dietro le quinte per chiudere la stagione riformista iniziata da Renzi e apprezzata dalla parte più aperta e europeista del paese, quella che guarda al futuro e cerca di trainarci fuori dal guado, quella che chiede meno burocrazia, più investimenti, più infrastrutture, più flessibilità. La sinistra radicale chiede più posti di potere per sé, più palchi da cui far risorgere anticaglie ideologiche superate persino nella Russia di Putin e nella Cina di XiJinping. Sentiremo di nuovo gli sproloqui di Zagrebelsky applaudito dal solito codazzo leccaculistache si scaglierà contro chi “ha distrutto il partito”, contro il rischio autoritario, contro il leader solo al comando, e similfesserie.L’aria che tira è brutta anche per la riforma del Mibact promossa da Franceschinie voluta da Renzi nel 2014, che stabiliva l’autonomia dei musei. Il ministro della cultura, Bonisoli, ha iniziato a smantellarla con lo zampino di Tomaso Montanari, il puro, quello della netta distinzione tra arte e business, quello che condanna la promiscuità tra sacro e profano, quello che non sopporta che si faccia business con l’arte (eventi e sfilate all’interno dei musei), l’uomo di kultura che ha definito Zeffirelli “un insopportabile mediocre”, soprattutto quello che dopo il No alla riforma costituzionale già si vedeva capo di una sinistra vincente che esisteva solo nelle sue allucinazioni.Quello che aspira a sostituire Cecilie Hollberg alla direzione della galleria dell’Accademia a Firenze, il cui mandato è prossimo alla scadenza, e che vanta un successo dietro l’altro e incassi esponenziali.Zingaretti vigili sulle nubi fosche che si addensano all’orizzonte, se non desidera che il partito scompaia dalla geografia politica per inseguire progetti pericolosi di controriforma. Ancora popcorn, grazie!

Brevi notizie e sprazzi di commenti……di Rita Faletti

Postato il 12 giugno 2019 alle ore 20,27

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C’è aria di cambiamento

Il premier Conte: “Dobbiamo essere tutti responsabili, se non lo saremo, andremo presto a casa, io per primo”. Un caldo augurio di irresponsabilità a tutti.

Minibot sì, minibot no.

Solo per qualcuno. Servirebbero infatti per pagare i debiti della Pa alle imprese. E perché non gli stipendi di Salvini, Di Maio, Conte e di tutti i gialloverdi al governo? Sarebbe un’idea grandiosa.

A che punto è l’operazione pulizia di Papa Francesco?

Il cardinale australiano George Pell rischia sei anni e mezzo di carcere per pedofilia. Il ricorso in appello ha messo in difficoltà il pm che non ha saputo spiegare come il cardinale avrebbe potuto stuprare due giovani coristi in sacrestia, con i paramenti ancora indosso, mentre salutava i fedeli che gli passavano davanti. Misteri del giustizialismo.

Amore per l’ambiente

L’Olanda è diventata la sede fiscale di un numero sempre maggiore di imprese italiane. Che sia perché in quel paese andare in bicicletta è più agevole che in Italia con tutti questi su e giù?

Vettel 

secondo al Gran Premio del Canada con cinque secondi di penalità per la stessa infrazione commessa da Hamilton nel 2016, allora passata in cavalleria. Quando si dice l’imparzialità della giuria…

Il governatore della Campania, De Luca, sui navigator

“Una grande boiata e una imbecillità totale. Assunti per due anni, alla fine andranno a ingrossare le fila dei precari e manifesteranno in piazza per essere stabilizzati. Noi non li vogliamo”. Standing ovation. Con un sospiro di sollievo constatiamo che c’è campano e campano, con rammarico che quello sbagliato è al governo.

Il debito pubblico non è affare di Salvini.

Neanche i 35 miliardi che serviranno tra poco. E siccome da sovranista convinto ha ribadito che non vuole usare i soldi dei francesi, dei tedeschi, degli spagnoli, degli ungheresi ecc. sarà affare della ricchezza privata degli italiani. Che altro significa la frase: “Mobilitiamo la ricchezza degli italiani” se non questo? Uno spunto di riflessione per le folle adoranti del ministro.

Michele Serra

“Leggere è fatica e lavoro, scrivere è fatica e lavoro, imparare è fatica e lavoro, emendarsi da quella bestia che siamo è fatica e lavoro”. Finché Michele Serra si rivolgerà agli italiani, avrà faticato e lavorato per niente.

Giorgia Linardi

portavoce di Sea Watch, ha paragonato l’Olocausto ai campi di detenzione in Libia. Vada a dirlo ai sopravvissuti alla Shoah.

Si dà del fascista a Salvini

ma chi vuole mettere il bavaglio alla stampa sono i 5stelle. A proposito, che ne sarà di Radio Radicale? Chi vuole spegnerla teme la libera informazione di cui l’emittente è espressione fin dalla nascita.

Correnti nei partiti

..correnti nella magistratura, correnti nel clero. Maneggioni e traffichini che si incontrano in luoghi segreti per accordarsi su incarichi a parenti, amici, sodali…solo gli ipocriti di professione si scandalizzano e alzano lai al cielo.

Il re regna ma non governa……..l’opinione di Rita Faletti

postato il 5 Giugno 2019 – 11:10

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Il premier Conte che decide una conferenza stampa a mercati chiusi per rivolgersi al Paese e chiedere chiarezza è un sintomo della situazione scivolosa in cui ci troviamo. Ancora una volta è stato bypassato il Parlamento. Cosa grave, ma pazienza, visto che l’intento è di azzerarlo e sostituirlo con la democrazia diretta da una piattaforma bislacca di un privato figlio di un visionario deceduto. Però, l’interlocuzione, parola cara a Conte, è stata solo apparentemente con il Paese, ormai tosato nelle sue capacità mentali e nella sua economia con la stessa cura con cui Di Maio si tosa il retro della testa vuota. Il messaggio del vice dei due vice, che inun rigurgito di orgoglio aveva nelle corde quella di bloccare le incursioni nei territori altrui dell’uomo “forte” del governo, quello che sfida il processo poi ci ripensa, e immediatamente trova una sponda nell’alleato/rivale, è stato il disperato e malinconico tentativo di un uomo consapevole dell’anomalia di trovarsi calato in un ruolo che non è mai stato suo. E non può esserlo, come il suo stesso ultimatum, che nella sostanza è suonato più o meno così: “Dicano quello che vogliono fare perché io non tirerò a campare” sul finire del suo appello si è smaterializzato in un debole “Il comportamento mi farà capire” in risposta alla domanda di un giornalista: “Entro quanto tempo dovranno rispondere?” E l’inconsistenza di Conte è rimbalzata dopo iltweet di Salvini, arrivato come un missile quando ancora il vice primo ministro stava parlando: “Se il governo farà la Tav, il Terzo valico, lo sblocca cantieri, le autonomie…io andrò avanti. In caso contrario non c’è ragione di continuare”. Sarebbero molte le ragioni per non continuare, da addebitare in egual misura a Salvini e a Di Maio, una coppia destinata al divorzio per le troppe diversità, ma unita dall’interesse. Ecco, il premier illusorio ha esercitato il ruolo dell’avvocato che tenta una riappacificazione. Che si è realizzata il giorno seguente con l’annuncio dello sblocca cantieri. Salvini, che ha fatto del messaggio diretto, breve e a volte greve, la sua carta di identità, che ti introduce nella sua vita gastronomica e privata con la medesima scioltezza, è un animale politico dal fiuto sottile che è difficile inquadrare. Sgusciante, veloce, torvo e mellifluo, ruspa e fiorellini, il leghista è capace di tutto, anche di farci uscire dall’euro, un ‘ideuzza che gli gira in testa da tempo, consigliata e sostenuta dal duo Borghi-Bagnai, anticipato dai minibot che avrebbero la funzione di moneta parallela all’euro in vista di un’uscita morbida. Dall’altra parte c’è Di Maio, caratterialmente inoffensivo ma incapace come incapace si è dimostrata la compagine grillina con tutte quelle idee retrò da sinistra del Novecento sull’economia e il lavoro e la nazionalizzazione e le altre baggianate che avrebbero dovuto rivoluzionare il Paese e abolire la povertà mentre ci hanno condotto a un passo dalla catastrofe. Con una procedura di infrazione alle porte per eccesso di debito, con lo spread che non scende e strizza l’occhio a chi ha soldi da investire in titoli di Stato ad alta resa, con gli investitori che scappano e gli imprenditori che pensano seriamente di delocalizzare in Paesi seri e affidabili, con la terza disoccupazione in Europa, con un popolo impazzito che continua a sostenere un governo fallito, Conte avrebbe dovuto mandare tutti al diavolo. Quandanche non coltivasse il segreto desiderio di assistere alla deflagrazione inevitabile dei gialloverdi al momento di scrivere la nuova manovra economica.E se fossero proprio Salvini e Di Maio a doversene assumere la responsabilità, la cosa si rivelerebbe un disastro per il Paese ma un toccasana per i cervelli squilibrati di una parte diitaliani che la prossima volta saprebbero cosa evitare come la peste. Forse.

 

 

 

Redde rationem….l’opinione di Rita Faletti

postato il 29 maggio 2019

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Troppo facile insultare Bruxelles e dire abbasso l’Europa se non chiude un occhio sul nostro debito pubblico ingrossato da manovre assistenzialistiche in deficit a moltiplicatorequasi nullo. Sarebbe come manifestare in piazza contro il capitale ed essere mantenuti di barba e capelli da un babbo ricco e indulgente. Gli eccessi gialloverdi mi ricordano i rivoluzionari e fannulloni figli di papà di altri tempi. Intanto, l’Europa è salva, un po’ ammaccata ma tuttora viva e attraente. L’avanzata dei populisti-sovranisti si è fermata a un quinto dell’elettorato europeo e, neanche in Francia, dove l’odio devastatore dei farabutti in giallo ha imperversato per mesi, il partito di Marine Le Pen è riuscito a sfondare. Un misero 0,6 per cento la distanza da En Marche di Macron, che ha già incontrato AngelaMerkel per parlare dei nuovi assetti dell’europarlamento e delle principali rappresentanze delle istituzioni dell’Unione.L’Italia rischia di essere ininfluente grazie agli undici mesi di insensato isolamento imposto dal governo, colpevole, tra le altre cose, di aver messo in piedi alleanze inutili e dannose. Salvini, con i sovranisti, i meno comprensivi con il nostro debito, e Di Maio, che doveva essere “l’ago della bilancia” in Europa, con un raffazzonato gruppo di movimentini di cui uno soltanto ha raggiunto un risicato 1 per cento. Chi si prefigge di cambiare l’Europa non può farlo con la pistola sul tavolo, ma con la costruzione di solide alleanze. L’Italia sta per perdere la presidenza del Parlamento europeo, la presidenza della Bce, l’Alto rappresentante per la politica estera e Salvini, se vuole che il suo 35 per cento valga a Bruxelles, deve cercare almeno di far eleggere un commissario italiano. Può farlo, se propone una persona di alto profilo condivisa dal Partito democratico, l’alleato necessario per questa nuova partita che si giocherà a fine luglio. Sarebbe una “collaborazione per la bandiera” che il Pd ha già offerto. Ora che il movimento 5 stelle è all’angolo e Di Maio vacilla sulla poltrona di leader, i primi due partiti dovrebbero trovare l’occasione di scambiarsi qualche parola per il bene del paese. In economia, cardine imprescindibile dell’azione di un governo che punti allo sviluppo e al benessere dei cittadini, potrebbero intendersi. E’ inconcepibile sia per la Lega che per il Pd bloccare le grandi opere, le infrastrutture e, in generale, qualunque iniziativa che comporti investimenti corposi di denaro pubblico per timore di infiltrazioni mafiose. L’idea che il movimento 5 stelle ha dell’economia, invece, può andare bene al massimo in un paese dell’America Latina, non nell’ottava potenza industriale. Un governo di persone esperte e competenti vigila, non si arrende all’illegalità e alla delinquenza organizzata, non nasconde la propria inadeguatezza e paura dietro a dei no. Se non è in grado di affrontare le sfide molteplici del progresso, ha due solealternative: andare a casa o all’opposizione. Cambiare leadership, che è quello che all’interno del movimento alcuni propongono, non cambierebbe la situazione. Squadra che perde cambia allenatore. E’ la regola nel mondo del calcio. Vale in politica? In questo caso bisognerebbe cambiare l’intera squadra.

 

I veri nemici del popolo palestinese……………l’opinione di Rita Faletti

postato il 19 maggio 2019  ore 21,50

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L’antefatto lo conosciamo, il fatto è il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, ora capitale politica oltre che simbolo .religioso del popolo ebraico. Esultano gli israeliani, insorgono i palestinesi che rivivono in questi giorni la frustrazione e la rabbia della “nakba”, la catastrofe della sconfitta degli eserciti arabi nella guerra contro Israele del 1948, anno della fondazione dello Stato ebraico e della fuga dei palestinesi nei Paesi vicini. Allora gli arabi giurarono che avrebbero distrutto Israele, Israele si espresse a favore della costituzione di uno Stato palestinese. Oggi, a settant’anni da quegli eventi, il tempo sembra essersi fermato, mentre il conflitto israelo-palestinese continua e il progetto di uno Stato palestinese sembra evaporato. Le responsabilità sono un po’ di tutti, meno di tutti dei due popoli direttamente coinvolti, non di tutti i loro capi che si sono avvicendati alla loro guida, meno di tutti di Israele, che, più di tutti, aspira alla pace. E’ una convinzione, questa, che nasce dai fatti e dalle innegabili conseguenze del rapporto causa-effetto che spiega il divenire della storia. In questi difficili giorni di maggio, lungo il confine con la Striscia di Gaza, il furore muove masse di palestinesi verso la cosiddetta linea rossa, che le autorità israeliane vietano di oltrepassare. Armate di fionde e pietre, dal fumo denso di pneumatici dati alle fiamme, emergono figure di giovani e di donne impegnati a colpire le postazioni militari schierate sul lato opposto Lo scenario è lo stesso di sempre e la risposta, come sempre, non si fa attendere. L’esercito israeliano è abituato alla violenza del nemico e risponde con metodi violenti: sessantadue morti e numerosi feriti. Puntualmente arriva la condanna da Paesi amici e nemici, che fingono di ignorare due cose fondamentali: il diritto dello Stato di Israele di esistere, sempre negato dagli arabi, e a difendersi. La solitudine nella quale si trova lo Stato ebraico lo ha reso consapevole del fatto che la difesa della propria popolazione e del proprio territorio è unicamente affidata alla determinazione della sua politica e alla forza indubbia delle sue armi. La guerra dei sei giorni del 1967 combattuta contro sei Stati arabi, si sarebbe dovuta concludere con l’annientamento delle forze israeliane, “spazzeremo la baracca sionista”, si concluse invece con l’umiliazione del nemico arabo e delle sue strategie militari. Bombe suicide, raffiche di missili, sofisticati tunnel di attacco, non sono fortunatamente riusciti a piegare il piccolo Stato dove il valore della vita e il sentimento di felicità si sono dimostrati più forti dell’odio e dell’invidia che li perseguita. E se l’invidia ha “diritto” di asilo tra i sentimenti umani, nei confronti di Israele è giustificata da buoni motivi: dalla sua fondazione ad oggi, Israele è diventata una delle nazioni più ricche, più libere, più tecnologicamente avanzate e istruite del mondo. E questo nonostante il pericolo ininterrotto di attacchi cui è esposta in un mondo dominato dall’ambiguità e dal cinismo e nonostante le sofferenze estreme che ha patito nei secoli e che qualche imbecille ha la spudoratezza di negare. Se una ragione esiste, e certamente esiste, che spieghi il coraggio e la serenità degli israeliani, essa va ricercata nella convinzione incrollabile di una fede: la missione affidatale da Dio di realizzare i suoi piani. Un aspetto che li avvicina agli arabi, rigidi osservanti della dottrina islamica, ma, secondo le statistiche, dagli esiti opposti: gli arabi sembrano essere depressi e tristi. Qual è la spiegazione allora? La promessa dell’islam ai suoi fedeli non è l’amore, bensì il successo. Per un islamico andare alla preghiera è come andare alla vittoria. La sconfitta, quindi, è qualcosa di insopportabile che reclama la vendetta. Le sconfitte subite, non solo militari, ma anche economiche e culturali (gli arabi sono tra i popoli meno liberi, meno istruiti e i più poveri del mondo, eccezion fatta per i Paesi produttori di petrolio) rendono il successo degli ebrei intollerabile, come intollerabile è il loro amore per la vita contrapposto all’amore per la morte. Per un arabo uccidere un ebreo significa uccidere quella felicità, ecco che il sacrificio di sé del kamikaze acquista un valore nel mondo islamico. “Proprio come voi amate la vita, noi amiamo la morte” è scritto in un manuale di scuola palestinese per studenti delle medie. Tornando al diritto di Israele a difendersi, la distruzione di postazioni militari iraniane in Siria e delle basi missilistiche di Hamas nella Striscia non sono stati atti di pirateria aerea, le sessanta vittime palestinesi non sono state il brutale compiacimento dell’efficienza militare, ma le reazioni a un mai accantonato piano di aggressione che ha la finalità di distruggere Israele e che porta la firma di Teheran dal tempo della rivoluzione khomeinista. L’asse Washington-Riyad-Tel Aviv in funzione anti-iraniana potrà aprire prospettive nuove, con Putin nella funzione di “pompiere” che gli è stata assegnata in Medioriente e con la fiducia di Netanhyau. E l’Europa? Il vecchio continente è ostaggio di ipocriti imperativi morali e della retorica pacifista che stigmatizzano Israele e stendono un velo su responsabilità antiche che risalgono agli anni della caduta dell’Impero ottomano e del successivo smembramento secondo i precisi interessi di alcune nazioni. Non si sono nemmeno accorti, alcuni Stati europei, che il pregiudizio antisionista è stato superato persino da qualche Stato arabo La Giordania è uno di questi. Il suo re, Abdullah II, ha affrontato il tema della convivenza impossibile tra Israele e i Paesi arabi, attribuendone la causa all’antisemitismo islamico rintracciabile nel Corano e collegato all’ossessione complottista contemporanea che attribuisce ogni male agli ebrei. Il complotto ebraico è evocato anche nello Statuto di Hamas, movimento notoriamente estremista, fanatico e terrorista, purtroppo scelto dai palestinesi come loro guida politica.

Papa e Presidente a braccetto…………….l’opinione di Rita Faletti

postato il 20 Maggio 2019 – 09:08

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Nella fase di turbolenza che precede le europee, aumentano le pressioni e i tentativi esterni di influenzare, indirizzare o interferire nelle scelte su temi particolarmente sensibili come immigrazione e accoglienza. Il binomio Dio-Cesare, azzardato se riferito a Bergoglio e a Mattarella, espressioni uno della fragilità della Chiesa, l’altro della debolezza dello Stato, non solo in quanto entità terrene e quindi fallibili, sembra trovarsi in perfetta sintonia. Se non fosse che la posizione del ministro dell’Interno è divergente. Oggi, il Consiglio dei ministri voterà il decreto sicurezza bis e l’Onu, quel campione di imparzialità, che non fiata sulla crisi umanitaria in Venezuela, sul conflitto in Yemen, sulle carneficine di cristiani, sulla guerra in Libia, che condanna Israele per crimini contro l’umanità, ci ha messo il becco : il decreto viola i diritti umani. Tralasciando la scarsa autorevolezza del giudizio e di chi lo ha emesso, è inevitabile, pur facendo parte di un mondo interconnesso, domandarsi fino a che punto accettare come legittima l’intromissione di un organismo sovrannazionale, inefficace e fazioso, negli affari interni di un paese su una questione così delicata e tanto malamente e ipocritamente affrontata in Europa. Il tema non è limitato all’accoglienza, ma riguarda, soprattutto, la convivenza di culture diverse e spesso incompatibili, l’accettazione delle leggi del paese ospitante, la volontà di integrazione dell’ospitato. Il Papa argentino ha fatto dell’accoglienza e della condanna agli egoismi dell’occidente, a suo dire ricco e cinico, il perno della propria missione, dimenticando che la questione riguarda lo Stato, non la Chiesa, e che l’aspetto connesso alla religione, questo sì di sua competenza, non è affatto irrilevante. La Chiesa, fin dalle origini, ha dovuto combattere strenuamente contro varie e pericolose minacce e tentativi di distruggerla. E’ riuscita a proteggere la sua missione di evangelizzazione e santificazione, senza snaturare la sua dottrina, la sua missione e la sua identità. Giovanni Paolo II riportò una vittoria morale contro il comunismo e riuscì a garantire la piena libertà della Chiesa. Papa Ratzinger avvicinò la Chiesa occidentale alla Chiesa ortodossa russa accomunate dall’impegno per la difesa dei veri valori cristiani tradizionali e aprì alla Russia di Putin ravvisando la vicinanza culturale tra quel paese e l’Europa. Il papa tedesco, l’intellettuale raffinato, il teologo di razza fu anche il primo a comprendere che il suo pontificato era avversato da chi voleva la “modernizzazione” della Chiesa e il suo adeguamento a una società che ha il suo centro nell’  io e nelle sue voglie da soddisfare. Il cardinale Martini definì la Chiesa “un’istituzione indietro di duecento anni”, da riformare e omologare alla modernità, rendere accomodante di fronte alle esigenze della mondanità, aperta sulla morale sessuale, più flessibile in tema di liturgia e dottrina. La riforma della Chiesa e l’indebolimento dei suoi connotati fondamentali sono funzionali alla volontà di omologazione di tutti i popoli all’ideologia dei liberal americani e al loro progetto laicista e politicamente corretto di cui Barack Obama è stato l’ispiratore con Hillary Clinton.Già nel 1996 un gruppo di cardinali aveva iniziato ad incontrarsi per preparare un nuovo pontificato per il cambiamento della Chiesa e il nome di Jorge Mario Bergoglio era ricorrente. Con la sua elezione al conclave del 2013, quel progetto politico è stato realizzato. La Chiesa è ora al servizio dell’agenda Obama/Onu: immigrazionismo ideologico, ambientalismo catastrofista, abbraccio con l’islam, appannamento della dottrina, abbandono di principi non negoziabili, apertura ai nuovi costumi sessuali. In una fase di scristianizzazione, la Chiesa aveva proprio bisogno di una guida così!

Libia: la testa sotto la sabbia…….l’opinione di Rita Faletti

postato il 5 Maggio 2019 – 17:17

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In Libia regnano insicurezza e caos. Lo scontro tra le milizie di al-Serraj, dal 2015 primo ministro del Governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, e il generale Haftar, uomo forte della Cirenaica, è in una fase di stallo. Il conflitto potrebbe protrarsi ancora per molto, ritardando all’infinito un esito difficile da prevedere in una realtà complessa e frammentata come quella libica, dove, per giunta, si intrecciano interessi internazionali diversi. Divisione è la parola chiave che aiuta a capire la situazione drammatica in cui il paese africano si dibatte senza apparente speranza dai tempi del suo passato coloniale. Il suo vasto territorio, a 250 miglia nautiche dall’Italia, è nato dall’aggregazione di tre realtà regionali molto diverse, Fezzan, Tripolitania e Cirenaica, che hanno conservato ognuna la propria identità con le proprie insanabili spaccature interne tra clan rivali. Il lungo regime di Gheddafi, durato 42 anni, non ha spento la natura bellicosa di una società tribale, refrattaria a qualunque tentativo di coesione e unità. Dal canto suo, il rais, che considerava la Libia sua proprietà, non fece nulla per sviluppare nei libici la coscienza di un’ identità nazionale. Anzi, manipolò a suo vantaggio quella cultura tribale profondamente radicata, coagulando attorno a sé il potere di famiglie e clan a lui fedeli, attraverso l’assegnazione di ruoli di vertice ai loro più importanti esponenti, e distribuendo denaro, terre e posti di lavoro a chi gli mostrava amicizia, mentre escluse le tribù ritenute pericolose e ostili alla sua leadership. La strategia del “divide et impera” funzionò fino a quando la crisi economica non peggiorò le condizioni di vita delle tribù marginalizzate della Cirenaica. Erano proprio quelle che detestavano il dittatore il quale ricambiava con ardore quel sentimento esternato nell’espressione “la vecchia strega” con cui si riferiva alla capitale della regione, Bengasi. E fu Bengasi a dare il via alla rivolta del 2011, l’anno delle cosiddette primavere arabe, che l’occidente illusoriamente interpretò come scintille di democrazia. In quei giorni, il secondogenito di Gheddafi, Seif al-Islam, fece previsioni precise sul futuro politico, sociale ed economico del suo paese, indovinando quasi tutto. Ci sarebbero stati grossi problemi di sicurezza, caos e disordine si sarebbero estesi e avrebbero causato la morte di molti cittadini libici. Gli stati occidentali sarebbero intervenuti e si sarebbe interrotta l’estrazione del petrolio. Ci sarebbero state divisioni e varie organizzazioni islamiche fanatizzate avrebbero preso il controllo di una parte dei territori. I pozzi petroliferi sarebbero stati incendiati e quelli rimasti sarebbero serviti solo per le necessità del paese. Non fu ascoltato. La Libia è oggi uno “scatolone di sabbia” in balia di milizie che si contendono il potere, mentre, nell’ombra, varie organizzazioni jihadiste aspettano il momento opportuno per prendere in mano la situazione. Gli sfollati sono migliaia e i morti, anche tra i civili, aumentano di giorno in giorno. All’interno del paese i campi profughi ospitano persone che il conflitto mette in serio pericolo di vita. L’esodo verso i paesi confinanti, non sempre possibile a causa degli scontri, continua, e l’Italia dovrà fare la sua parte. Con il profilarsi all’orizzonte dei primi natanti carichi di gente in fuga dalla guerra, il ministro dell’Interno non potrà continuare a sostenere la regola dei “porti chiusi”. Chi arriverà non sarà un migrante ma un profugo e avrà il diritto di essere accolto. E Conte cosa farà? La scorsa estate, dopo l’incontro con Trump, il primo ministro disse: “Con Donald abbiamo concordato una cabina di regia permanente Stati Uniti-Italia nel Mediterraneo, con particolare riguardo alla Libia”. E, alcuni mesi fa: “Lavoriamo per stabilizzare la Libia con tutti i soggetti in campo”. Da tre anni sostenitrice di al-Sarraj, l’Italia ha passato a Conte l’incarico di continuare su questa strada, che il presidente americano ha condiviso affidando al premier la funzione di mediatore. Una missione non priva di rischi, che Conte, con l’ottimismo sfoggiato in altre circostanze, ha commentato così: “Il 2019 per la Libia sarà l’anno della svolta”. Come pensa il primo ministro di convincere le parti in conflitto a fermarsi? Dietro quale promessa? Perché è evidente che qualcosa dovrà promettere in cambio di una pacificazione del paese, che non avverrà in tempi brevi, né per miracolo. Intanto, lo sponsor americano ha girato le spalle a Ciusepi, accordandosi con Haftar, che si è accreditato come nemico del terrorismo. Se da un lato sarebbe giusto contrastare un leader che usi la forza per prendere il potere, dall’altro sarebbe legittimo sostenerlo nella lotta al terrorismo. Da quando è iniziata la guerra, infatti, gruppi jihadisti hanno già attaccato tre volte le milizie di Haftar, facendo temere che si siano infiltrati nelle forze che difendono al-Sarraj, non certo per simpatia nei suoi confronti, o per antipatia nei confronti di Haftar, ma con il palese intento di sostituirsi ad entrambi. Se ciò fosse dimostrato nei fatti, cosa farebbe l’Italia che, per la posizione nel Mediterraneo e la vicinanza con la Libia, correrebbe il rischio di trovarsi in casa qualche fanatico dell’Isis? Un predicozzo sulla pace e per il bene dei cittadini libici potrebbe essere appropriato alla messa della domenica, ma avrebbe lo stesso effetto di mettere la testa sotto la sabbia del deserto libico.

 

Caso Siri: ancora cibo e spettacoli per il popolo….l’opinione di Rita Faletti

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Sprovveduti ma anche bugiardi e poco raccomandabili, come amici sarebbe meglio perderli che trovarli, gli sgovernanti gialloverdi sono ora alle prese con la questione Siri. “Troverò il modo di scollarlo dalla sedia dopo averlo guardato negli occhi”. Strano modo di scoprire la colpevolezza di un indagato, ma in sintonia con la dichiarazione sconcertante “né giustizialismo né garantismo”. E’ il premier Conte che parla, lontano dai confini italiani,a colloquio con Xi Jinping e Putin, alla ricerca disperata di un escamotage che lo aiuti a risolvere, “in qualche modo” (espressione abusata ma perfetta in questo caso) la crisi libica. I due vice invece,in rotta di collisione,lasciano che Conte sbrighi la faccenda, imbarazzante per Salvini, apparentemente favorevole a Di Maio, impegnati uno a festeggiare la liberazione del 25 aprile, l’altro la liberazione della Sicilia dalla mafia.Intanto Conte ha rimandato l’incontro con Siri,al quale Toninelli ha già revocato le deleghe,auspicando che si autosospenda. Di Maio prova a fare la voce grossa: “Siri deve dimettersi”, chissà che non riesca a fare presa sui suoi elettori delusi che scivolano in numero crescente verso “l’uomo forte” del governo. Salvini, che ha scelto la modalità zen e i fiorellini di primavera per rispondere agli attacchi, risponde che i processi si fanno nei tribunali. Appunto. Ma poi come fai a scatenare gli hatespeech e il vomito di insulti ignominiosi sui social? La gogna di cui è vittima l’indagato di turno, figuriamoci se è un politico della parte avversa, è l’unico segno di vitalità del paese, indifferente a tutto e sodomizzato dalla propaganda infernale. La furia belluina è come il respiro, ti ricorda che sei vivo. E’ lo stesso rapporto che esiste tra le fake news e la democrazia. Come ha detto Vito Crimi, sottosegretario delegato all’Editoria, le fake news sono la spia che la democrazia in questo paese è viva.Teoria che salta se le notizie, benché vere e dimostrabili, riguardano i pentastellati. In questo caso sono solo fake news. Due pesi due misure. A onor del vero, il circo mediatico giudiziario non nasce con questo governo, che lo eredita e felicemente lo accoglie nella sua foga giustizialista. La spettacolarizzazione del processo consente a chiunque di partecipare allo squadrismo digitale con l’inevitabile pronunciamento finale di colpevolezza. Un fenomenale balzo all’indietro ai tempi della caccia alle streghe, quando il semplice sospetto bastava a far arrostire il malcapitato. Davigo ne ha fatto un dogma: non esistono innocenti ma solo colpevoli ancora da scoprire. La presunzione di innocenza e il giusto processo previsti dalla Costituzione vanno a farsi benedire e l’indagato non ha scampo. Viene processato e condannato sui media prima ancora di mettere un piede in tribunale. Secondo un meccanismo perverso e consolidato, le procure passano le informazioni ai giornali, dopo accurata selezione degli stessi, i quali si affrettano a divulgare la notizia riportando stralci di intercettazioni telefoniche, quelli più succulenti, dando in pasto al lettore lo sventurato, salvo poi scoprire che era innocente. Il principio “in dubio pro reo” deve valere sempre, soprattutto in tempi in cui l’indifferenza e l’odio sociale alimentano la miseria morale e il suo compagno, il moralismo. Un avviso di garanzia o un’indagine non sono sufficienti perché ci si dimetta. Poi è una questione personale. Ma il momento è delicato, soprattutto per i pentastellati che non possono lasciarsi sfuggire l’occasione di sollevare l’indignazione popolare contro il socio di governo,il probabile nemico di domani, sul tema dell’onestà. Sottacciono, però, un fatto non trascurabile, che non permette loro di dissociarsi dalla Lega: la nomina di Siri a sottosegretario alle Infrastrutture è stata decisa unanimemente, e se l’onestà non è a corrente alternata, il MoVimento avrebbe dovuto porre il veto alla nomina di un signore che aveva patteggiato per bancarotta fraudolenta. Il giustizialismo si rivela così un boomerang che colpisce duro chi vuole colpire essendosi dato la patente di onestàe d essendo, suo malgrado, incompetente. La “spazzacorrotti”, salutata come una conquista della giustizia, che equipara la corruzione alla mafia ed è ora al vaglio della Corte costituzionale, dimostra, una volta di più, l’alto tasso di inadeguatezza di questo governo.

I veri nemici del popolo palestinese……………l’opinione di Rita Faletti Di Redazione –

19 Maggio 2018 – 02:41

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L’antefatto lo conosciamo, il fatto è il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, ora capitale politica oltre che simbolo .religioso del popolo ebraico. Esultano gli israeliani, insorgono i palestinesi che rivivono in questi giorni la frustrazione e la rabbia della “nakba”, la catastrofe della sconfitta degli eserciti arabi nella guerra contro Israele del 1948, anno della fondazione dello Stato ebraico e della fuga dei palestinesi nei Paesi vicini. Allora gli arabi giurarono che avrebbero distrutto Israele, Israele si espresse a favore della costituzione di uno Stato palestinese. Oggi, a settant’anni da quegli eventi, il tempo sembra essersi fermato, mentre il conflitto israelo-palestinese continua e il progetto di uno Stato palestinese sembra evaporato. Le responsabilità sono un po’ di tutti, meno di tutti dei due popoli direttamente coinvolti, non di tutti i loro capi che si sono avvicendati alla loro guida, meno di tutti di Israele, che, più di tutti, aspira alla pace. E’ una convinzione, questa, che nasce dai fatti e dalle innegabili conseguenze del rapporto causa-effetto che spiega il divenire della storia. In questi difficili giorni di maggio, lungo il confine con la Striscia di Gaza, il furore muove masse di palestinesi verso la cosiddetta linea rossa, che le autorità israeliane vietano di oltrepassare. Armate di fionde e pietre, dal fumo denso di pneumatici dati alle fiamme, emergono figure di giovani e di donne impegnati a colpire le postazioni militari schierate sul lato opposto Lo scenario è lo stesso di sempre e la risposta, come sempre, non si fa attendere. L’esercito israeliano è abituato alla violenza del nemico e risponde con metodi violenti: sessantadue morti e numerosi feriti. Puntualmente arriva la condanna da Paesi amici e nemici, che fingono di ignorare due cose fondamentali: il diritto dello Stato di Israele di esistere, sempre negato dagli arabi, e a difendersi. La solitudine nella quale si trova lo Stato ebraico lo ha reso consapevole del fatto che la difesa della propria popolazione e del proprio territorio è unicamente affidata alla determinazione della sua politica e alla forza indubbia delle sue armi. La guerra dei sei giorni del 1967 combattuta contro sei Stati arabi, si sarebbe dovuta concludere con l’annientamento delle forze israeliane, “spazzeremo la baracca sionista”, si concluse invece con l’umiliazione del nemico arabo e delle sue strategie militari. Bombe suicide, raffiche di missili, sofisticati tunnel di attacco, non sono fortunatamente riusciti a piegare il piccolo Stato dove il valore della vita e il sentimento di felicità si sono dimostrati più forti dell’odio e dell’invidia che li perseguita. E se l’invidia ha “diritto” di asilo tra i sentimenti umani, nei confronti di Israele è giustificata da buoni motivi: dalla sua fondazione ad oggi, Israele è diventata una delle nazioni più ricche, più libere, più tecnologicamente avanzate e istruite del mondo. E questo nonostante il pericolo ininterrotto di attacchi cui è esposta in un mondo dominato dall’ambiguità e dal cinismo e nonostante le sofferenze estreme che ha patito nei secoli e che qualche imbecille ha la spudoratezza di negare. Se una ragione esiste, e certamente esiste, che spieghi il coraggio e la serenità degli israeliani, essa va ricercata nella convinzione incrollabile di una fede: la missione affidatale da Dio di realizzare i suoi piani. Un aspetto che li avvicina agli arabi, rigidi osservanti della dottrina islamica, ma, secondo le statistiche, dagli esiti opposti: gli arabi sembrano essere depressi e tristi. Qual è la spiegazione allora? La promessa dell’islam ai suoi fedeli non è l’amore, bensì il successo. Per un islamico andare alla preghiera è come andare alla vittoria. La sconfitta, quindi, è qualcosa di insopportabile che reclama la vendetta. Le sconfitte subite, non solo militari, ma anche economiche e culturali (gli arabi sono tra i popoli meno liberi, meno istruiti e i più poveri del mondo, eccezion fatta per i Paesi produttori di petrolio) rendono il successo degli ebrei intollerabile, come intollerabile è il loro amore per la vita contrapposto all’amore per la morte. Per un arabo uccidere un ebreo significa uccidere quella felicità, ecco che il sacrificio di sé del kamikaze acquista un valore nel mondo islamico. “Proprio come voi amate la vita, noi amiamo la morte” è scritto in un manuale di scuola palestinese per studenti delle medie. Tornando al diritto di Israele a difendersi, la distruzione di postazioni militari iraniane in Siria e delle basi missilistiche di Hamas nella Striscia non sono stati atti di pirateria aerea, le sessanta vittime palestinesi non sono state il brutale compiacimento dell’efficienza militare, ma le reazioni a un mai accantonato piano di aggressione che ha la finalità di distruggere Israele e che porta la firma di Teheran dal tempo della rivoluzione khomeinista. L’asse Washington-Riyad-Tel Aviv in funzione anti-iraniana potrà aprire prospettive nuove, con Putin nella funzione di “pompiere” che gli è stata assegnata in Medioriente e con la fiducia di Netanhyau. E l’Europa? Il vecchio continente è ostaggio di ipocriti imperativi morali e della retorica pacifista che stigmatizzano Israele e stendono un velo su responsabilità antiche che risalgono agli anni della caduta dell’Impero ottomano e del successivo smembramento secondo i precisi interessi di alcune nazioni. Non si sono nemmeno accorti, alcuni Stati europei, che il pregiudizio antisionista è stato superato persino da qualche Stato arabo La Giordania è uno di questi. Il suo re, Abdullah II, ha affrontato il tema della convivenza impossibile tra Israele e i Paesi arabi, attribuendone la causa all’antisemitismo islamico rintracciabile nel Corano e collegato all’ossessione complottista contemporanea che attribuisce ogni male agli ebrei. Il complotto ebraico è evocato anche nello Statuto di Hamas, movimento notoriamente estremista, fanatico e terrorista, purtroppo scelto dai palestinesi come loro guida politica

Minaccia globale al Cristianesimo………l’opinione di Rita Faletti

postato il 26 aprile 2019 alle 12,57

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A Baghouz, piccola città della Siria, qualche tenda abbandonata testimonia quello che rimane dello Stato islamico come entità geografica. L’ultimo presidio dei miliziani è caduto sotto i bombardamenti dei Paesi della Coalizione, e dei jihadisti sopravvissuti non sono rimaste tracce. Cessati gli scontri, alcuni si sono dati alla fuga nel deserto o nel vicino Iraq, altri, meno fortunati, sono stati catturati dalle forze multietniche guidate dai curdi: uomini e donne che hanno combattuto sul terreno e in molti hanno sacrificato la vita per la libertà di quella regione e per la nostra e verso i quali abbiamo un debito di riconoscenza. Ma Baghouz rivela anche il carattere irriducibile del fanatismo jihadista: uno sparuto gruppo di donne coperte dai burka neri, si rifiutano, con ostinazione, di abbandonare, con i loro piccoli figli, il luogo del loro recente passato di mogli di terroristi, ora vedove, e fedeli a un’ideologia che continua a fare adepti e vittime. Filiali dell’Isis sono presenti in Africa, in Asia centrale e in Medio oriente e cellule attive pronte a colpi resi trovano non solo in Siria e Iraq, ma ovunque l’abilissima propaganda on-line, le predicazioni degli imam, l’odio feroce contro l’occidente, la sua cultura e la sua democrazia spingano a massacrare i diversamente religiosi. Espugnate le roccaforti del jihadismo, il mondo civile dispone di armi spuntate contro il fanatismo dei seguaci di Al Baghdadi, il califfo di cui non si sa più nulla, neanche se sia ancora vivo. Molti dei suoi miliziani sono detenuti nelle carceri curde, tra essi, ottocentocinquanta foreign fighters provenienti dall’Europa, in maggioranza di seconda e terza generazione. Si calcola fossero cinquemila quelli partiti per la Siria quando in quel Paese scoppiò la guerra civile, un migliaio dalla Germania, centotrentacinque dall’Italia. Si sa anche che ne sono morti circa duecento. E gli altri? Intanto i curdi ci informano che non possono provvedere oltre al loro mantenimento in carcere, né processarli. Trump ha avvertito l’Europa di prendersi le sue responsabilità e farsi carico dei suoi combattenti, cosa che Francia e Gran Bretagna hanno in parte provveduto a fare, fornendo ai curdi liste di pericolosi soggetti radicalizzati con l’incarico di eliminarli. La questione dei rimpatri, però, pone i governi di fronte al problema dei processi e in tribunale servono le prove, difficili da produrre nel caso di ex combattenti, benché l’appartenenza ad una organizzazione terroristica implichi una condanna per complicità. Così, i Paesi europei cercano di rimandare il più a lungo possibile il momento di riprendersi individui che in carcere potrebbero diventare elementi di contagio e, tornati in libertà, riallacciare legami con altri pericolosi islamisti radicalizzati. Il giorno di Pasqua, lo Sri Lanka è stato sconvolto da attentati terroristici simultanei in tre città diverse, una di esse Negombo, “la piccola Roma” cingalese dove vive il 65 per cento dei cristiani del Paese e dov’è concentrato il maggior numero di chiese. Questa volta, la tragedia è toccata alla chiesa di San Sebastiano dove i fedeli stavano assistendo alla messa. Centodieci morti. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis che nel comunicato fa riferimento ai “cristiani in guerra”. L’espressione è sorprendente se si considera che sono proprio i cristiani le vittime privilegiate del terrorismo islamista. I cristiani del Pakistan, i cristiani delle Filippine, i cristiani copti d’Egitto, tutti i cristiani che vivono nei Paesi musulmani e che stanno scomparendo. Cristiani rapiti, violentati, torturati, cristiani costretti a un patto di sottomissione con il califfato per avere in cambio la vita. Punto centrale del jihadismo è, infatti, la rinuncia alla propria fede e la sottomissione all’islam. Nomen omen. Come ha reagito l’occidente? I media hanno comunicato la notizia con “sobrietà”. La condanna è diventata pura convenienza, un semplice formalità, la presa d’atto di un altro episodio di sangue come tanti altri. L’unica preoccupazione, la solita, è verificare l’eventuale presenza di connazionali coinvolti. Ma almeno gli assassini ci hanno degnato di una spiegazione. Ora sappiamo che la colpa è dei “cristiani in guerra”. La realtà è che l’eliminazione dei diversamente religiosi e dei loro luoghi di culto è sistematica e non ha bisogno di spiegazioni. Sappiamo anche che la povertà e l’emarginazione sociale non c’entrano con il terrorismo: i terroristi suicidi erano ricchi e colti. Sappiamo anche che la sottomissione è un fatto avvenuto: l’occidente ha rinunciato a difendere le proprie radici culturali e religiose, tace di fronte alla distruzione del cristianesimo orientale e ha fatto poco o nulla quando si è trattato di accogliere i superstiti. Ha continuato però ad accogliere i suoi nemici dichiarati e a condannare di islamofobia i critici dell’islam. Ha taciuto anche quando il giorno di Natale del 2018, di fronte alle coste italiane, in Libia, è stata trovata una fossa comune con i corpi di trentaquattro cristiani copti giustiziati dall’Isis nel 2015 in un video dello Stato islamico. “Se l’occidente non reagisce, subirà una sorte peggiore della nostra” Parole di Amel Nona, già arcivescovo di Mosul. Gli fa eco il filosofo canadese Mathieu Bock-Coté: “La civiltà europea non dovrebbe sentirsi messa in discussione nella sua identità dalla questione dei cristiani orientali?”. Aspettiamo la voce dell’Europa dopo il 26 maggio.

Greta: una pecorella alla mercé dei lupi?……………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 18 aprile 2019 alle 23,12

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L’icona dell’ambientalismo mondiale, la sedicenne svedese Greta Thunberg, venerata da folle di giovani che il venerdì disertano le scuole per inondare piazze e strade e manifestare la loro preoccupazione per la morte incombente del globo, è stata a Roma, dove si è recata in udienza da Papa Bergoglio, il Papa verde. Dalle stelle della civiltà, la Svezia, alle stalle dell’inciviltà, Roma. Dagli eccessi venati di fanatismo di un Paese che prova imbarazzo a imbarcarsi su un aereo perché provoca emissioni “devastanti”, alla totale mancanza di senso del pudore di cittadini indifferenti e di un’amministrazione che, a dispetto delle promesse di cambiamento, ha reso Roma più simile a un suk arabo che a una capitale europea. Sporcizia e rifiuti, cassonetti straripanti pattume maleodorante, fermate della metropolitana chiuse in attesa dei pezzi di ricambio delle scale mobili accartocciate, scheletri di autobus flambé parcheggiati lungo le strade, monconi di alberi schiantati al suolo che aspettano da tempo di essere rimossi, oltre alle ormai famigerate buche che risucchiano pedoni e motociclisti. Roma è questo, un danno economico e di immagine che l’immobilismo della giunta Raggi giustifica alludendo a complotti, sabotaggi, indefiniti poteri forti che ostacolerebbero il percorso grillino verso l’Eden. In questo scenario da incubo, immaginiamo il percorso di un’ indomita adolescente sospinta dall’amore per l’ambiente e circondata, ogni volta che si muove, da una marea umana di adolescenti come lei, che bevono dalle sue labbra le profezie apocalittiche sulla fine prossima del pianeta. Immaginiamo anche lo sguardo innocente e un po’ strano dell’idolo delle folle, che casualmente si posa su mozziconi di sigarette, cartacce, avanzi putrescenti di cibo, escrementi animali. Cresciuta in un contesto culturale dove il rispetto non è limitato alla natura ma è esteso alle opere dell’uomo, la povera Greta deve aver pensato di essere precipitata in un girone dell’Inferno dantesco. Da qui a chiedersi che senso abbia parlare di innalzamento del livello del mare, di sfruttamento massiccio delle risorse fossili, di effetto serra, di riscaldamento globale, il passo è breve. Gli sfregi visibili e tangibili a strade, piazze e agli elementi dell’arredo urbano, che sono la carta di presentazione di una città, non sono forse l’altra faccia dello sprezzo per l’ambiente? Non sono la spia della maleducazione e dell’inciviltà? Colpe gravi per i cittadini di ogni età del nord Europa, meno gravi, evidentemente, per i giovani romani in corteo, che vogliono un mondo meno inquinato e guardano a un ipotetico futuro spezzato prima di guardare a terra. Per loro, la missione di Greta trascende la pulizia delle strade, è figlia e ispiratrice di grandi ideali che attengono, nientemeno, alla salvezza dell’umanità. Il tono accorato della giovane attivista, che al Parlamento europeo ha lanciato un allarme ai governi, pregandoli di fare in fretta, ché il tempo stringe, ha sorpreso e colpito, forse ha risvegliato le coscienze. Il mondo è con lei, il Papa l’ha incoraggiata ad andare avanti per salvare la casa comune dell’umanità. Così giovane, eppure con un tale carico di responsabilità, continuerà la sua battaglia per l’ambiente ferito. Quanti la ascolteranno? Quanti useranno la sua profezia edificante per i propri fini? La questione dell’ambiente, dice Greta, che ammette di non essere in grado di affrontare con le sole armi di cui dispone un adolescente, è compito dei politici affrontare. Intuisce, la sedicenne, o forse no, che il delicato argomento implica potere, denaro, interessi? E’ consapevole che le teorie degli scienziati sono spesso usate a fini ideologici? E si è sicuri che l’allarme sia motivato? Se nel mondo della scienza c’è condivisione sugli effetti dell’attività umana sul global change, il deterioramento dell’ambiente, le cause dei cambiamenti climatici, il global warming, non sono completamente conosciute e su questo punto le posizioni sono divergenti e controverse. Le certezze fideistiche possono diventare uno strumento nelle mani di opportunistici speculatori per soggiogare i terrapiattisti con la paura. Vedi i sostenitori del No-Vax. Preoccuparsi di non inquinare acqua e terra, di non disseminare di rifiuti e di plastica l’ambiente, di tenere puliti gli spazi pubblici dovrebbe far parte del comportamento di tutti. Purtroppo, i fatti dicono il contrario. Che dire di alcuni dipendenti Ama sorpresi da un filmato a gettare oli esausti nel tombino di una fontanella ai Parioli? Gli incivili pagheranno le conseguenze o l’episodio finirà in cavalleria come spesso capita in Italia? Che provvedimenti prenderà Wonder Woman? O sarà Batman a contrastare il degrado di Roma? Risultato previsto:0-0.

Baldanza-ignoranza… il cane sdentato, abbaia….l’opinione di Rita Faletti

postato il 12 aprile 2019 alle 17,52

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Baldanza zuccona e inurbani urrah sono andati a sbattere contro un muro di calcestruzzo. Il governo gialloverde ha messo k.o l’economia e compromesso il presente. Basta con la storia del futuro dei nostri figli, che sono sempre meno e che, se abbiamo educato a dovere, se ne vanno facendo marameo ai tanti buffoni che indicano nell’Europa la causa di tutti i mali. Orbene, codesto governicchio, campione di inaffidabilità, pare infatti che le balle raccontate con sfrontatezza agli italiani siano 271 in soli dieci mesi, 27 al mese, circa una balla al giorno, vorrebbe fare retromarcia e, come sappiamo, si è messo di buzzo buono per farsi perdonare prima delle europee (chi dovesse cascarci è somaro due volte) e ha prodotto il Ddl crescita e lo slocca cantieri. Cosa ne verrà fuori non si sa. Corre voce che le mafie stiano già festeggiando la liberalizzazione del subappalto. Del resto, può, un ministro dello Sviluppo economico senza arte né parte, quello che si faceva beffe dei “numerini” e degli avvertimenti provenienti da ogni dove intanto che minava le basi dell’economia, fare una capriola che non sia solo propagandistica e inventarsi qualche rimedio efficace spostando indietro di nove mesi le lancette dell’orologio? No. Ma se va male sul fronte economico, non va meglio sul fronte politico delle alleanze per le elezioni europee. Il solito ministro dello Sviluppo economico, ci ha provato con tutti, persino con Macron, al quale, nel 2017, scrisse una lettera aperta spiegando i punti che il MoVimento aveva in comune con il programma del Presidente francese. Giggino che scrive a Macron! Poi, non ricevendo risposta, ha abbassato il tiro e si è rivolto ai nemici di Macron, i “gilets jaunes”, mostrando un’invidiabile coerenza. Abbracci e baci e selfie a volontà, rinnegati quando il poverino si è accorto che i suoi nuovi amici erano un po’ troppo eversivi. Notizie recenti lo danno ora in un gruppetto di “sfigati”, per usare un termine a lui caro, che dovrebbe rivoltare l’Europa come un calzino. Chi sono i messianici movimentisti che dovrebbero liberare i popoli dalle catene di Bruxelles? Il partito populista croato di Zivi Zid, favorevole all’occupazione dei locali vuoti (questo la dice lunga sul concetto di legalità dei pentastellati), Kukiz’15, la destra polacca nazionalista, euroscettica e antisistema; Akkel, il partito greco dell’Allevamento e dell’Agricoltura, (ecco, qui ci siamo), il finlandese Liike Nyt, favorevole alla democrazia diretta, liberista in economia. E cosa c’entrano costoro con la Merkel? Sì perché Di Maio, nel suo stato di sbandamento, si è spinto a dire che in Italia ci vorrebbero politici come la Merkel. Al posto di Conte, o gli italiani come i tedeschi? Si vede che Di Maio è ignaro delle variabili geografiche. Il giovanotto vestito da vicepremier si vede nei panni dello statista e pensa di entrare nel Ppe. Accanto a Berlusconi? I barbari si stanno dunque romanizzando. No. E’ solo il terrore di trovarsi emarginati e soli, avvolti in quella cupa foschia di inattendibilità a cui la stupidità di un governo ha affidato l’Italia. E poiché anche in Italia Giggino non è messo bene con i consensi che si spostano dal MoVimento alla Lega, lui tenta una rimonta e lo fa accusando l’altro vicepremier di liaisons dangereuses con gruppi filonazisti e negazionisti. Ma se dalle parti di Pomigliano la memoria è corta, altrove c’è chi ricorda un po’ di cose a proposito di antisemitismo e negazionismo pentastellati. Per esempio il tweet delirante del senatore Elio Lannutti sul complotto dei Saggi di Sion per la conquista del mondo, l’uscita impudente di Grillo: ”L’Iran si deve difendere”, che capovolge la realtà (è una caratteristica dei grillini) e trasforma le postazioni dei guardiani della Rivoluzione iraniana ai confini siriani con Israele in resort per turisti allegri, l’amico dei deboli Di Battista che accusa Israele di genocidio dei palestinesi (chi è attaccato ha il diritto sacrosanto di difendersi) ma finge che i bambini martiri non esistano e ignora che lo stato con la stella è cancellato dalle carte geografiche in dotazione alle scuole della mezzaluna. Aspettiamo la rivelazione che i missili di Gaza sono innocui e che Hezbollah sono gruppi sportivi alternativi. E si può continuare ricordando l’intellettuale Diana Carminati e il suo “boicottare Israele”. Meglio Salvini? No. Il leghista che abbaia stupidaggini su porti chiusi e rimpatrii, tanto gradite ai beoti, dovrà rimangiarsi tutto quando il conflitto in Libia gli sbatterà in faccia la sua “incompiuta” sull’immigrazione. Meglio avrebbe fatto ad occuparsi di integrazione e delineare, con l’Europa, un piano per l’accoglienza. Siamo stufi di sentirci raccontare la storia dell’asino che salirà sul tetto.

La truffa grillina della piattaforma Rousseau…………….l’opinione di Rita Faletti

postato il 6 aprile 2019 ore 14,06

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L’eguaglianza è un’ illusione. La Rivoluzione francese decapitò il re e cancellò la monarchia assoluta, al grido di “Liberté egalité fraternité”. A oltre due secoli di distanza, si può dire che in occidente la libertà è un dato di fatto, la fraternità solo se conviene, l’eguaglianza non è mai abbastanza. C’è sempre qualcosa che non si ha e che qualcun altro invece ha, qualche diritto di cui ci si sente privi e che invece è appannaggio di altri, e così via. Rabbia proteste e rivendicazioni a seguire. Orwell, insegna che l’eguaglianza, da cui nasce la promessa fallace di eguali diritti, è alla base dei totalitarismi. E’ la bufala che i maiali del suo famoso romanzo allegorico propinano agli altri animali, al fine di accaparrarsi prima, e mantenere poi, il controllo della fattoria; è la propaganda di cui si servono per tenere le altre specie sotto il tallone. “Tutti gli animali sono eguali” è il motto ripetuto all’infinito, però non sufficiente a convincere qualche dubbioso, che non può che scomparire misteriosamente assieme ai propri dubbi. A poco a poco succede quello che è prevedibile fin dall’inizio: i maiali, una volta assunto il pieno potere sugli altri animali, instaurano un regime dispotico in tutto simile a quello che ha causato la rivoluzione e la cacciata del vecchio fattore. La storia si chiude mostrando Napoleon, il capo dei maiali, e non a caso il più furbo, seduto al tavolo con Jones, il fattore, a discutere di numeri e cifre. A dimostrazione del fatto che “tutti gli animali sono eguali, tuttavia alcuni sono più eguali degli altri”. La stessa verità, suggerisce Orwell, vale per gli esseri umani. Si può nascere e crescere nello stesso posto, ricevere la stessa educazione ma si è comunque diversi, per via di quelle doti connaturate mai distribuite in egual misura ad ognuno. In un campo di margherite, non ce n’è una eguale all’altra. Neanche i maiali di Orwell sono eguali agli altri animali e neppure lo sono tra loro. Allora? Allora, l’eguaglianza non esiste. Persino la legge, che dovrebbe essere la quintessenza dell’imparzialità, alla prova dei fatti nega l’eguaglianza, perché la dura legge della realtà è più ostinata di tutte le nostre teorie di eguaglianza e giustizia. Consola il riconoscere che un mondo dove tutti fossimo eguali sarebbe statico ed estremamente monotono e che la diseguaglianza è la molla del progresso. Dunque, fortunato è quel popolo che sceglie governanti capaci di dire la verità. Ancora più fortunato se è così avveduto da non lasciarsi gabbare dai cialtroni del dirittismo. La sorte che è capitata agli elettori dei 5stelle, ai quali la coppia formata da un comico e da un sedicente imprenditore e visionario, ha giocato una burla grandiosa. E’ accaduto che il Garante per la privacy, al termine di indagini durate qualche anno sulla “galassia M5s”, ha sanzionato la piattaforma Rousseau con una multa di 50mila euro per i seguenti motivi: aver utilizzato una tecnologia obsoleta impossibile da aggiornare (il produttore ha cessato la distribuzione il 31 dicembre 2013), non aver garantito la sicurezza dei dati personali dei votanti né la segretezza delle espressioni di voto, non aver assicurato l’autenticità e l’integrità del voto (i risultati sono manipolabili in qualsiasi momento del procedimento elettorale elettronico), aver condiviso le credenziali di autenticazione con più incaricati in grado di intervenire indisturbati nelle piattaforme senza lasciare traccia. Questa sarebbe l’ingegnosa piattaforma Rousseau che, stando al suo proprietario, Davide Casaleggio, tutto il mondo ci invidia. Questa sarebbe la macchina della democrazia diretta, che registra le proposte che vengono dal basso perché vengano beffardamente controllate rielaborate e dirette dall’alto ad opera di un più che ordinario erede di una modesta e più che ordinaria società. Un mago Otelma più che uno Steve Jobs.

Tentativo disperato di rimonta. Il governo schizofrenico prova a divorziare dalla decrescita e propone il “decreto crescita”………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 30 marzo 2019 alle ore 13,16

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Cos’è cambiato in nove mesi di governo Lega-M5S? Ubriacati dalla vittoria inaspettata, Di Maio e i suoi ministri hanno cercato di rispettare le generose promesse fatte ai loro elettori, che avevano infinocchiato raccontando la storia di un paese in rovina per colpa di Renzi. Nonostante questa premessa, il capo del MoVimento, che non aveva i numeri per governare, aprì a tutte le forze politiche, privilegiando, curiosamente, proprio il partito considerato responsabile di tutti i mali, il Pd, ma, beninteso, derenzizzato. Per fortuna, e grazie a Renzi, non ci fu nessun accordo M5S-Pd, con profondo rammarico di tutti gli avversari e nemici dell’ex presidente del Consiglio, del maggiore sponsor dei pentastellati, il Fatto quotidiano e il suo supponente direttore, di alcuni rappresentanti del mondo imprenditoriale e sindacale, di molti intellettuali di sinistra. Salvini, invece, intuendo i vantaggi di un accordo con i populisti di Grillo, rispose all’invito. Con il 4 di marzo, aveva rimosso l’unico ostacolo al suo disegno predatorio su Forza Italia, l’ingombrante alleato tradizionale nel governo delle regioni del Nord, Silvio Berlusconi, e alleato alle regionali tenute al Sud fino ad oggi e vinte. La marcia salviniana alla conquista di Forza Italia può continuare. Ma l’esito non è scontato. Il consenso al 34 per cento è significativo ma labile e, tra non molto, Salvini potrebbe dispiacersi delle conseguenze prodotte dalle misure economiche del governo. Quota 100 e Rdc richiedono risorse ma non ne generano: da qui al 2020 avremo un buco di 40/45 miliardi che richiederanno provvedimenti nucleari così potenti che difficilmente i due contraenti vorranno intestarsi. Governare facendo finta di stare all’opposizione può entusiasmare chi fino a ieri si dichiarava contro l’establishment, come chi, sui social, si illude di essere partecipe e destinatario di scelte fatte per il suo bene. Alla lunga, finisce però che il corredo comunicativo di like e tweet viene a noia e si cercano altrove soluzioni efficaci a problemi ben più pressanti dell’immigrazione e della sicurezza. Slogan e propaganda sono la maschera rumorosa dell’inconcludenza, come l’onestà lo è dell’incapacità. Salvini e Di Maio guidano le danze staccandosi e riprendendosi e inventando diversivi con la speranza che la musica continui all’infinito. Quando l’eco dell’ultima nota si sarà spenta, non ci saranno più giravolte, volteggi e passi incrociati, ma una craniata mostruosa contro la realtà che hanno creduto di cancellare negandone l’esistenza: la realtà di una crisi economica sfuggita di mano. E quando i soldi mancano, cominciano i guai, quelli veri. Due le alternative: o decidere di campare su un maggiore indebitamento, abitudine consolidata nel paese, o introdurre una patrimoniale e aumentare la pressione fiscale. Il 27 di maggio scopriremo che direzione prenderanno i due vice premier, se insieme o separatamente. Intanto siamo entrati in recessione. La domanda interna e il lavoro sono al palo, gli investimenti privati in calo, il debito sovrano in salita. Il Decreto dignità di cui Di Maio va fiero, ha creato sì 600mila posti a tempo indeterminato nel settore privato, ma il 15 per cento in meno dell’anno precedente e non sufficienti a compensare quelli a termine che sono stati persi. Prova ne è la crescita delle domande di disoccupazione (+13,4 per cento) di coloro che non hanno ottenuto il rinnovo per le condizioni imposte alle imprese. Dunque, meglio la precarietà o la disoccupazione? Di Maio fa male ad inorgoglirsi per un solo dato, è l’insieme che conta. Ma tant’è. Dagli Stati Uniti il ministro proclama che l’export è la chiave di volta per lo sviluppo dell’economia italiana, qualche tempo fa asseriva che il volano dell’economia era la domanda interna. Si chiarisca le idee, se ne ha. A rendere più incerto il domani sono arrivati i dati di Confindustria che ha previsto, entro la fine del 2019, il pil pari allo zero, e il report dell’agenzia di rating Standard & Poor’s che taglia le stime di crescita dallo 0,7 allo 0,1 per cento. In un quadro di crisi globale, siamo il paese dell’Eurozona che soffre di più, peggio di noi sta solo la Grecia. Gli altri, benché poco, crescono, Portogallo e Spagna in testa. Questo per dire che il governo gialloverde non potrà permettersi di recitare ancora il ruolo della vittima perseguitata dall’Europa, né di attribuire alle politiche dei governi precedenti ogni responsabilità. Nel 2017, il Pil aveva registrato l’1,6 per cento e al governo c’era il Pd. Questi di adesso sono coscienti del disastro fatto? L’evanescente Tria ha lanciato l’allarme: “Servono misure choc per la crescita.” Dopo aver sposato la decrescita, dopo l’abolizione del super ammortamento per l’acquisto di macchine utensili, dopo l’accantonamento delle misure per l’Industria 4.0, dopo lo stop alle grandi infrastrutture, dopo l’introduzione di pali e paletti imposti alle imprese, ora si tenta di fare marcia indietro con misure copia e incolla prese dai governi precedenti. Bisogna sbloccare i cantieri, riducendo i passaggi burocratici e normativi! Bisogna aiutare le imprese e avviare le grandi infrastrutture! E si dà il via libera allo Sblocca cantieri, ma “salvo intese”. Ma le intese tra Lega e 5S sono saltate: Salvini ha già preso le distanze non volendo essere coinvolto in una iniziativa che si prospetta un involucro senza contenuto. La soluzione è cambiare governo.

Effetto gialloverde: l’Italia va da una parte, l’occidente dall’altra………l’opinione di Rita Faletti

Postato il 20 marzo 2019

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Quando si vuole sostenere a tutti i costi una tesi contro quella opposta, si ricorre agli scientifici numeri, quisquilie quando riguardano lo spread che si mangia a colazione, irrilevanti numerini quando riguardano il deficit della manovra di bilancio, inesistenti quando riguardano il debito pubblico mai nominato (2358 miliardi) e l’evasione fiscale astronomica fin qui ignorata. Questo governo dice e si contraddice, fa e disfa, passa dalla Taval Memorandum con la Cina, con la velocità e l’apparente noncuranza con cui Salvini si cambia di felpa. Il risultato è la confusione su tutto, il rimando e lo stallo. Un gran polverone finalizzato a creare un’impressione di vitalismo, ma che svela la sostanziale incompetenza dei 5s che annaspano di fronte alla responsabilità delle scelte e il calcolismo di Salvini. Il capitolo Tav conferma l’approccio sbagliato che questo governo ha nei confronti della realtà. La Torino-Lione è parte integrante del “Corridoio mediterraneo”, una delle nove reti Ten-T (Trans european network transport), la futura metropolitana d’Europa che comprende le principali vie di comunicazione della Ue. Bloccare il tratto che collega l’Italia alla Francia,la cui importanza è perfino imbarazzante dover spiegare, significa fare harakiri. Chiudersi all’interno dei propri confini nazionali in un’economia di mercato globale è semplicemente insensato. Invece di invocare il solito contratto,Salvini e Di Maio, se ne hanno il coraggio,perché non ci spiegano le ragioni di una scelta così surreale che ci allontana dall’Europa e dal mondo? Un alibi in attesa dell’esito delle elezioni europee di maggio? Dove vuole portare l’Italia il governo Conte? Il No a tutto a prescindere è un no alla crescita e al lavoro, una resa al regresso economico e sociale, un attentato al paese impantanato in una crisi che il Rdc e quota 100 acuiranno senza abolire la povertà e senza moltiplicare i posti di lavoro. Il ministro delle biciclette, il pensoso Toninelli, insiste con la fuffa dei costi-benefici, un capovolgimento della semantica lessicale, (si definiscono costi quelli che sono benefici: tre milioni di tonnellate le emissioni di CO2 in meno all’anno, taglio dei consumi di carburante e dei pedaggi autostradali, massima sicurezza per tutte le tipologie di treno, minori tempi di percorrenza, carichi molto superiori a quelli su gomma) e l’ennesimo controsenso. Questa settimana è previsto l’arrivo del primo ministro cinese Xi Jinping per la firma del Memorandum of Understanding (MoU) con cui il nostro paese entrerà nel mega progetto della Nuova Via della Seta. Di Maio, con l’entusiasmo del dilettante, ha annunciato che, grazie all’accordo con Pechino, i prodotti italiani invaderanno la Cina, per nulla turbato per il paradosso di aver appena fermato un segmento dell’importante nastro di collegamento commerciale con l’Europa. Quando si dice avere una visione! La Svizzera una visione ce l’ha: coni 57 chilometri della Galleria del Gottardo, intercettale reti ferroviarie ad alta velocità del resto d’Europa; mentre la Germania si è presa la Via della Seta a Duisburg. Noi invochiamo le merci via mare, per Trieste e Genova, ma se poi mancano i corridoi e i collegamenti, dove vanno le merci? Le merci vanno dove ci sono volumi e aggregazioni. Ma il motto del governo è “piccolo è bello”. Il ministro della recessione economica, per avversione nei confronti dei partner naturali, guarda a Pechino, il gigante asiatico che non fa affari alla pari e non fa sconti a nessuno. Politicamente aggressiva ed economicamente assai competitiva, la Cina sta colonizzando l’Africa (altro che il Cfa):porti, ponti, tunnel sottomarini, nuove città, isole artificiali e ferrovie. La China Communication Construction Company (Cccc) è impegnata globalmente in attività di progettazione e costruzione con fatturati da capogiro. Il core business cinese è ora concentrato sui porti. Trieste e Genova sono nel mirino degli occhi a mandorla in quanto porte d’accesso al Nord Europa. Ma l’interesse cinese non è limitato alle relazioni commerciali con l’Italia, che avendo un’economia basata sull’export, ha tutti i vantaggi ad incrementare le esportazioni nel paese asiatico. Lo sguardo cinese si allunga sui nostri asset strategici (know how, progettazione e costruzione, logistica). Cedere all’espansionismo predatorio del Dragone comporterebbe la perdita di controllo delle nostre infrastrutture strategiche e la cessione di sovranità politica, condizione indispensabile perché la Cina riesca nell’obiettivo di costituire un blocco di alleanze opposto alla Nato. Il Dipartimento di stato americano lancia l’allarme, in particolare sul nodo della presenza cinese nell’infrastruttura del 5G. Di Maio risponde che il 5G non è nel testo d’intesa. Però le telecomunicazioni sono tra le aree di interesse reciproco. L’Italia, isolata dall’Europa e anello debole della catena funzionerebbe da cavallo di Troia. Il porto del Pireo è già cinese, in Ungheria una parte dell’alta velocità è stata finanziata dalla Cina. Primi passi di un’operazione di colonizzazione che, una volta cominciata, sarebbe complicato fermare. L’aspetto commerciale diventa secondario rispetto alla prospettiva di un nuovo assetto geopolitico. Il memorandum è un’arma a doppio taglio e il governo avrebbe fatto bene a coinvolgere i paesi membri della Ue. Fare accordi con “Ping”, come Di Maio chiama il primo ministro della PRC, ignorando l’importanza che in quel paese si attribuisce al cerimoniale, richiede capacità di valutazione e intelligenza di cui non mi pare Di Maio abbia dato prova finora. A meno che i gialloverdi non intendano abbandonare gli alleati tradizionali. E’ un sospetto legittimo che nasce dal fatto che L’Italia si è opposta allo screening negli investimenti stranieri in Europa. Se poi si inserisce il particolare del sostegno a Maduro, ecco che il quadro della politica estera del governo Conte acquista un profilo chiaro.

Nuova Zelanda: strage di musulmani……………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 17 marzo 2019

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A Christchurch, in Nuova Zelanda, un attentatore australiano che si è definito “eroe suprematista bianco”, è entrato in una moschea e ha fatto fuoco con un fucile automatico, è salito in macchina, è entrato in un’altra moschea e ha replicato la carneficina. 49 morti. Catturato dalla polizia, Brenton Tarrant, così si chiama l’autore della strage, ha fatto il noto gesto condiviso su Facebook dai suprematisti. Come dopo ogni strage, che sia di matrice religiosa o politica, è iniziata la discussione, finita in gazzarra politica, sui possibili ispiratori e mandanti morali. Lo spunto è stato offerto da uno dei nomi impressi sui caricatori delle armi usate dallo stragista: Luca Traini. E’ il militante leghista che a Macerata sparò contro cittadini stranieri di colore. Il collegamento con Salvini è stato immediato. Il ministro dell’Interno “gode” da tempo di fama fascista e xenofoba per certe esternazioni sugli immigrati, le ruspe e l’episodio della Diciotti. Dunque, additarlo come ispiratore della violenza xenofoba è un’operazione scontata quanto grossière. Fa parte della retorica che affossa qualsiasi discussione e disperde in rivoli di marginale importanza tematiche che andrebbero affrontate con serietà e lucidità. Invece, a mano a mano che la conversazione deraglia, le divisioni si accentuano e sfociano in un parapiglia da talk show all’italiana. Salvini non mi piace, ma questo non mi vieta di riconoscere che viene spesso tirato in ballo per mero opportunismo politico. Nel caso dell’attentato di Christchurch contro i musulmani, il ministro non c’entra affatto. Attribuirgli qualche responsabilità, non fa che sviare l’attenzione dall’attentatore e dal clima di odio che pervade il mondo, scatena conflitti politici e sociali e risveglia fantasmi del passato. Il terrorista australiano ha assorbito quel clima e ha trovato nell’ideologia del suprematismo la soluzione al problema dell’immigrazione, ma da estremista e da criminale. Di lui scopriamo che ha scritto un manifesto di 75 pagine, postato su internet e archiviato su molti siti prima che venisse cancellato, consentendo, a molti, di scaricarlo e diffonderlo. Il ventottenne australiano si definisce europeo, per sangue, storia, cultura, idee filosofiche e politiche. Premessa con cui intende giustificare le sue preoccupazioni per le sorti dell’Europa, stando alle sue parole, vittima dell’immigrazione di massa. Ci sarà una sostituzione completa, razziale e culturale, del popolo europeo, perché, spiega, i figli li fanno gli immigrati. Onde evitare che ciò accada, il suggerimento è di rimuovere dal suolo europeo gli invasori. Tra i sovranisti, quello dell’invasione è un concetto molto popolare assieme a quello delle alleanze tra i paesi per combatterla. L’idea di una internazionale sovranista è, infatti, alla base di “The Movement” di Steve Bannon, l’esperimento europeo del sovranista americano che non pare stia riscuotendo molto successo. Come ogni terrorista che si rispetti, Tarrant ha filmato e trasmesso la strage in diretta su Facebook. Non è la prima volta che questo avviene. I gruppi terroristici jiihadisti utilizzavano video, scritte minacciose e musica per rendere virali sgozzamenti e decapitazioni, e ottenere un effetto di amplificazione che, oltre a celebrare i loro efferati crimini, creava l’effetto della prossimità e della diffusione di un potere inarrestabile. Che il terrorismo si muova e agisca con modalità affini per distruggere l’oggetto dell’odio ed estendere l’area del proselitismo non stupisce. Ma il punto non è solo colpire il terrorismo alle radici dopo averne analizzato e riconosciuto le cause, ma contrastare i sentimenti di rancore e odio che lo originano e lo alimentano. Islamici contro cristiani e ebrei, bianchi contro neri, nazionalisti e populisti contro globalisti, antieuropeisti contro europeisti, popolo contro élite, incarnano la cultura dell’odio mainstream che si scatena di fronte alla diversità, anche di opinione, vista come minaccia. Però, pensare che il sovranismo possa prevalere e dominare il mondo, mi pare irrealistico e una punta capzioso.

Resuscitati, come Lazzaro…………l’opinione di Rita Faletti

postato il 08 marzo 2019

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Il Partito democratico sembra vivo, o, per lo meno, non del tutto morto. Un milione e seicentomila votanti di cui il 70 per cento ha scelto Zingaretti segretario. Esito già scritto, a giudicare dal largo sostegno espresso da chi “conta” nel Pd, nell’informazione etra gli intellettuali di area dem. Ma ai gazebo erano diversi coloro che hanno partecipato alle primarie per pura opposizione ai gialloverdi. In un periodo di penuria di pesi massimi in politica, i grandi personaggi dotati di una visione che hanno segnato la storia, i Churchill, i De Gaulle, i Kohl, le Thatcher, i Gorbacev, i Roosvelt e i Reagan di oltre oceano, i De Gasperi nostrani, bisogna accontentarsi di buoni amministratori condominiali, che si limitino a sanare i conti di un paese affidato a sfascisti dai robusti appetiti spartitori e dalle ambizioni esagerate ma senza cervello. Il faccione sorridente di Zingaretti e l’atteggiamento tutto romanesco del “volemose bene” tra il bonario e l’accomodante, devono aver convinto la maggioranza dei votanti a preferirlo alla apparente determinazione del galantuomo Martina e del renziano Giachetti, dei tre il più resiliente, quello che ha detto mai con i 5stelle,e ha parlato di futuro. Due cose in perfetta coerenza: immaginare un futuro con i 5stelle è come immaginare un oceano senza acqua. A Giachetti, e sarebbe stato un motivo non secondario per votarlo, si deve riconoscere il coraggio di non aver rinnegato la propria vicinanza al Rottamatore. Tutti si tengono a distanza di sicurezza da Renzi, temendo di essere ostracizzati-questo si chiama coraggio, bellezza-e nel tentativo estremo di rimanere aggrappati a un lumicino di potere. Tant’è che sono resuscitati i vecchi sinistri-sinistri, nella politica come nei media come nella cultura. I vip che si erano eclissati aspettando tempi migliori sono emersi dai loro nascondigli, Benigni, Zagrebelsky, Letta, Concita De Gregorio, Bersani, Franceschini, Vendola, Pecoraro Scanio, Mussi, tutti riconoscenti a Zingaretti che li ha riportati alla luce. E’ il tempo dei redivivi. Chi invece non ha avuto remore nel dichiarare il proprio apprezzamento per l’ex segretario e premier, è stato Carlo Calenda. Il predecessore di Di Maio (avvilente avvicendamento)ha detto: “Renzi è stato un grande politico ma un cattivo premier” riconoscendogli una visione che si può riassumere in tre punti: libertà di mercato, modernità, vocazione maggioritaria. Punti che dovrebbero costituire l’ossatura di un programma riformatore se ci fosse la volontà di cambiare il destino di questo malandato paese, nemico del mercato e della libera iniziativa, soffocato da uno stato piovra, ingabbiato in una burocrazia che cresce su se stessa, frenato da un assistenzialismo che uccide il lavoro e il merito, malato di consociativismo, conservatorismo politico e omologazione del pensiero. Dubito che Zingaretti possa invertire la rotta, appesantito dalla zavorra che per salvare se stessa ha sempre negato al paese la via della modernità e del progresso nonostante l’aggettivo “progressista”. Un passo significativo, comunque, il neosegretario l’ha fatto. E’ andato a Torino per manifestare il proprio sostegno alla Tav e, indirettamente, alle grandi infrastrutture, imprescindibili per lo sviluppo e la creazione di posti di lavoro. “Prima le persone”, “campo largo” e “comunità” sono le parole chiave del suo programma in cui non c’è un solo passaggio dedicato alla riforma liberale, che fu l’obiettivo centrale di Berlusconi e poi di Renzi, purtroppo naufragato. L’economia, il pivot del politico illuminato, lascia il posto ai luoghi comuni, alla retorica solidarista e all’estetica del linguaggio. Così non si affronta la traversata del deserto, né si sconfigge il rivale sul suo terreno di gioco, ci si accontenta della sopravvivenza.

Primarie del Partito Democratico……….l’opinione di Rita Faletti

postato il 01 marzo 2019

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Due appuntamenti elettorali importanti si avvicinano e i risultati potrebbero cambiare gli scenari della politica italiana. Uno è alle porte. Domenica si vota per le Primarie del Pd. Zingaretti, Martina e Giachetti in tandem con Ascani, si contendono, si fa per dire, la poltrona di segretario del Partito democratico. Da tempo, il primo è dato per vincente, con un distacco di 20 punti dal già segretario reggente Maurizio Martina. La previsione, un po’ ottimistica, è che l’affluenza ai gazebo sfiori il milione di persone, il che avvantaggerebbe Zingaretti distanziandolo dagli altri candidati. Ma i gazebo sparsi sul territorio in modo stranamente disomogeneo, potrebbero costituire un ostacolo alla piena vittoria del governatore del Lazio. In Campania, infatti, in particolare nel salernitano e nel beneventano dove De Luca ha il maggior controllo del partito, i gazebo sono numerosi ma in posti insoliti; in Sicilia, oltre che pochi, si trovano in luoghi lontani dai centri anche diversi chilometri. Ciò è casuale o ha una sua ragione? Si vuole ridurre l’affluenza per limitare la vittoria del governatore del Lazio? Può darsi. Cosa certa è che Martina e Giachetti non sarebbero favoriti, ma la minore distanza da Zingaretti renderebbe la vittoria di quest’ultimo una mezza vittoria e di conseguenza meno efficace il suo ruolo di segretario di partito. Per capire come stanno le cose, bisognerebbe essere in grado di identificare, tra le righe, le differenze tra i programmi. Apparentemente mancano, ma, se differenze ci sono, sono nascoste nelle pieghe della volontà dei tre candidati ed emergeranno dopo il voto. Il Pd è sufficientemente balcanizzato da far prevedere che non mancheranno rivalità e zuffe interne, nonostante le promesse di rinnovamento, inclusione e apertura siano condivise. Parole senza significato se non seguite da precisazioni. Il rinnovamento è parte del cliché. Chi vuole proporre qualcosa di già sperimentato e vecchio in un mondo in corsa che brucia l’oggi per il dopo domani? Inclusione e apertura sono sinonimi. Includere chi e aprire a chi? Fuori o dentro il partito? E’ più verosimile fuori, visto che il Pd ha perso un bel po’ di elettori che spera di riconquistare. Se così fosse, ha calcolato il Pd il prezzo dell’inclusione e dell’apertura? Quando chiedi, come minimo devi dare, non in termini di ideali e ideologie in era post-ideologica, ma in termini concreti. Cos’ha il Pd da offrire che Lega e M5s non si apprestino a dare? Il mini reddito, quota 100 in via sperimentale per tre anni, la mini flat tax, concessioni balorde a un popolo che non è mai stanco di reclamare diritti, dovrebbero essere sostituiti da reddito e flat tax per tutti. Una follia non solo in una fase in cui la flessione dell’economia, oggi un dato di fatto, minaccia di trasformarsi in recessione nel caso in cui, nel secondo semestre dell’anno, non si registri un cenno di ripresa. Se per inclusione e apertura si intende un accordo con i 5 Stelle, ma Zingaretti l’ha escluso categoricamente, il nuovo o rinnovato Pd che uscisse dalle primarie potrebbe mai puntare sul consenso di un movimento allo sblocco dei cantieri, al completamento della Tav, alle grandi opere e agli investimenti in infrastrutture, obiettivi che Zingaretti si è impegnato a perseguire? E quale sarebbe la risposta della piattaforma Rousseau, se invitata ad esprimersi? Probabilmente tiepida, stando agli ultimi sondaggi che rilevano che elettori di Lega e M5s sono contenti di stare assieme. Ultima considerazione, quell’accordo sarebbe tra perdenti e nessuno punta su cavallo che perde. E allora? Allora il Pd, potrebbe dover aspettare il ritorno dell’unico cavallo di razza, Matteo Renzi, che nessuno nomina per opportunismo, fingendo di ignorare che il mondo renziano non si è dissolto e, intanto, pensare ad alleanze diverse. Al momento, per battere il governo dello sfascio, l’unica opportunità sarebbe proprio lo sfascio che nessuno si augura.

Contorsionismi imbarazzanti, povertà morale e morchioso populismo………….l’opinione di Rita Faletti

postato il 20 febbraio 2019

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Se credi che tutto il bene stia dalla parte del popolo e tutto il male dalla parte delle cosiddette élite, o sei un cretino ideologizzato, privo degli strumenti che consentono di perforare la superficie delle cose e scandagliare la realtà sottostante, e sei, per giunta, privo di fantasia e influenzabile, o un ipocrita furbo, che mette davanti a tutto il proprio interesse fingendo di fare quello comune. L’amor patrio, celebrato in tutte le salse da Salvini, impegnato a difendere gli italiani bravi e onesti dagli immigrati delinquenti e stupratori, è un aspetto di quel manicheismo sciocco e in malafede e una colossale bufala come una bufala è la dichiarazione surreale dal balcone “Abbiamo eliminato la povertà”. L’inaffidabilità del governo con i suoi continui ribaltamenti e le sue riforme controproducenti, rende superflua la sottolineatura, da parte di alcuni, delle divergenze profonde tra Salvini e Di Maio, mai negate, con la speranza che l’opposizione, si parla di Pd, entri come un cuneo a spezzare l’eterogeneo ammasso Lega-M5s e magari faccia accomodare tra le sue fila una parte di grillini. Si trascura ciò che è evidente anche ai più ingenui. Le divergenze sui vari temi, ultimo la Tav, su cui ieri, da Floris, Salvini e Di Maio hanno dichiarato che troveranno un accordo, passano in seconda linea rispetto alla passione che i due hanno per la cadrega. Il potere è un collante formidabile che mette tutti d’accordo. Ma il ribadito accordo è uno specchietto per gli allocchi. Lo si è visto a proposito dei rifiuti, un termovalorizzatore per regione contro la raccolta porta a porta, non s’è fatto niente. Stessa cosa per le autonomie: tra costi storici, costi standard, secessione dei ricchi, intese che diventeranno disegni di legge e altro, il discorso è stato accantonato. Poi sarà la volta dell’acqua pubblica e vedremo come andrà a finire. Si ha piuttosto l’impressione che la coabitazione stia annullando le distanze rendendo sovrapponibili un partito e un movimento che solo un anno fa era impensabile potessero stare assieme. Si è capito bene quando Di Maio ha pensato di scaricare sugli iscritti della piattaforma Rousseau la responsabilità di esprimere un voto sull’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro degli Interni sul caso Diciotti. Il modo stesso in cui è stato posto il quesito è stato truffaldino, tanto che Grillo ha commentato: se voti sì vuol dire no, se voti no vuol dire sì. Inammissibile tradire il principio che la legge è uguale per tutti e che quindi anche un politico non può sfuggire al processo. Così, i parlamentari 5stelle, invece di lasciare che i magistrati facessero il loro lavoro, si sono rivolti alla minoranza incompetente della piattaforma, ammaestrata a dovere. E siccome il sospetto è l’anticamera della verità, e siccome la piattaforma è privata, il sospetto è legittimo. Ovviamente Di Maio ha difeso la scelta: ha vinto la democrazia diretta, ha detto. Non basta a sanare la spaccatura tra le due anime del movimento. Ma il potere è potere e non ha esitazioni di fronte al dilemma: garantismo o giustizialismo. I grillini sono possibilisti quando la giustizia riguarda uno di loro e manettari se la cosa ha a che fare con Renzi e la sua famiglia. Quel buontempone di Giarrusso, senatore pentastellato, è intervenuto a dissipare il dubbio: dopo aver gioito per Salvini, non ha avuto nessuna remora a ribaltare nuovamente il codice morale del movimento, facendo il gesto delle manette con riferimento agli arresti domiciliari dei genitori di Matteo Renzi. Ma tutto questo è farsa volta a nascondere la verità allarmante della recessione e la posizione dell’Italia, ultima economia dell’eurozona. Il crollo della produzione industriale (-7,3 per cento) il crollo dell’export, il crollo dell’indice di crescita dei consumi, il crollo del pil, il crollo del lavoro (-355 posti al giorno) il crollo della capitalizzazione delle banche, lo spread a 275 punti. Il primo trimestre registrerà una crescita negativa e Il 30 aprile il Documento di economia e finanza attende al varco il governo che ogni tre su due spergiura che non ci sarà alcuna patrimoniale. Servirà una manovra di rientro di 10/15 miliardi più 23 miliardi per la sterilizzazione dell’aumento Iva 2020. Cosa inventeranno i cialtroni di governo quando non potranno più nascondere la realtà? Sui dati economici e non su schieramenti e alleanze dovrebbero ragionare le opposizioni e prepararsi al muro contro muro. Sui dati economici dovrebbero riflettere anche gli elettori che hanno chiuso le porte in faccia alle élite ritenendole causa di tutti i mali. Mali peggiori incombono e tutti made by Salvini &Di Maio. Riprendiamoci le élite e facciamo come i francesi che dopo settimane di devastazioni ad opera di criminali si stanno rendendo conto che i gilet fosforescenti sono una minaccia all’economia e allo stato di diritto, mentre Macron sta risalendo nei consensi. Bisogna cominciare a fare ordine e disintossicare la mente dalle stronzate populiste.

Salvini e Di Maio ostaggi l’uno dell’altro. Italia ostaggio di entrambi……l’opinione di Rita Faletti

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postato il 12 febbraio 2019

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Sarà l’anno della bellezza. Se il presidente del Consiglio intendeva provocare uno scoppio di ilarità non si può dire che abbia mancato l’obiettivo, facendosi bersaglio dell’inevitabile sfottò di chi preferisce la realtà alla fiction. Ma c’è poco da scherzare. Lo stato di prostrazione in cui è caduto il paese da quando due maleducati tracotanti se ne vanno in giro a propagandare le loro imbecillità, uno addirittura all’estero dove sovversivi del par suo lo snobbano, è il segno di un fallimento politico e sociale di cui non si era avuta esperienza eguale in passato. In grave difficoltà la tenuta economica, crescita prevista 0,2 per cento, frenata della produzione industriale (-5,5 per cento) frenata dei consumi, frenata degli investimenti, frenata dell’occupazione, fuga dei capitali, fuga dei giovani, fuga dei pensionati, aumento del lavoro nero, aumento dell’evasione fiscale, aumento dell’illegalità. Il risultato di una sciagurata manovra in deficit che ci vede in recessione. Cosa è successo in sette mesi di governo gialloverde e cosa ci aspetta se qualcosa o qualcuno non interverrà a fermare quelli che Giampaolo Pansa ha definito, condivisibilmente, terroristi? Cominciando dal tema immigrazione, il 90 per cento di sbarchi in meno rispetto allo stesso periodo dello scorso anno non autorizza Salvini a cantare vittoria. Per due motivi. L’accoglienza non può non prescindere da decisioni prese a livello europeo. Fino a quel momento, si riproporrà la trafila logorante che già conosciamo e che contribuirà ad avvelenare ulteriormente i nostri rapporti con l’Europa. Il secondo motivo è politico e riguarda la tenuta dell’accordo Lega-5stelle e perfino la sopravvivenza del governo. Salvini rischia di andare a processo per il caso Diciotti e l’esito potrebbe essere esiziale per il ministro. Al Tribunale dei ministri spetta archiviare l’indagine o procedere, ma molto dipenderà dall’alleato di governo che potrebbe scegliere la linea rigorista. In caso contrario, l’esecutivo dovrebbe provare la collegialità della decisione, in aperto contrasto con i principi dei 5stelle. Nella prima ipotesi, i grillini potrebbero trovarsi azzoppati: privati dell’alleato i cui consensi salgono mentre i propri sono in caduta libera come dimostrato dal voto in Abruzzo. Nella seconda, potrebbero giocare l’arma del ricatto con la Lega. Caso esemplare la Tav che Salvini vuole e che i 5stelle ostacolano per non tradire la loro base elettorale. Un gioco senza fine che bloccherebbe definitivamente le grandi opere e assesterebbe il colpo di grazia all’economia. C’è poi un altro aspetto non meno grave: l’isolamento dell’Italia in una fase in cui anche i paesi più critici nei confronti dell’Europa stanno rivedendo la loro posizione. Ad accrescere questo isolamento, l’appello rivolto dal presidente autoproclamato Guaidò al governo perché lo sostenga contro il dittatore Maduro e a difesa del popolo venezuelano. La quasi totalità degli stati europei, ad eccezione di Romania, Slovacchia, Grecia e Irlanda, ha aderito, unica ad astenersi l’Italia. Non Salvini, che ha più volte ripetuto che Maduro è fuorilegge e tortura il suo popolo. I 5stelle, invece, rifiutano di pronunciarsi in nome del principio di non ingerenza, applicato, invero, in modo stravagante. Nel caso della Francia, accusano il primo ministro Macron e offrono una sponda alle frange più eversive dei gilet gialli, nel caso del Venezuela, difendono la legittimità di un dittatore sanguinario e affamatore del popolo, eletto con brogli. E’ la prova della confusione mentale di una banda da museruola e guinzaglio che quando è entrata in Parlamento sosteneva il sistema politico e ideologico di Hugo Chavez, il distruttore di un intero paese in nome del socialismo del XXI secolo, che nel 2014 ha impegnato il governo italiano a rafforzare i rapporti politici, culturali, diplomatici ed economici con l’ALBA (Alleanza Bolivariana per le Americhe) e che nel 2017 ha diffuso dati spudoratamente falsi: “Il Venezuela è tra i 29 paesi nel mondo che ha raggiunto gli obiettivi di sviluppo del Millennium e la meta di vertice sull’alimentazione”(parole del grillino Manlio Di Stefano). La verità è ben diversa. Il Venezuela sta vivendo una crisi umanitaria senza precedenti. Chi è ancora intrippato della rivoluzione bolivarista?

Olocausto: a difesa dei vivi…………….l’opinione di Rita Faletti

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foto Giannino Ruzza

La settimana della Memoria è un encomiabile tentativo di mantenere vivo il ricordo della tragedia più turpe che ha scosso l’Europa del Novecento. Per i giovani studenti, i libri di storia, per tutti, i film, i documentari, le testimonianze dei sopravvissuti alla Shoa, sono un materiale prezioso di fronte al quale la coscienza non può non avere sussulti di sdegno e di vergogna per le oscenità di cui si è dimostrato capace il genere umano. Tuttavia, l’orrore dell’Olocausto non può essere compreso in tutta la sua enormità senza l’esperienza di una visita, o meglio, un pellegrinaggio nei luoghi della sofferenza, fisica e morale, e della malvagità: i campi di sterminio. Disseminati soprattutto in centro Europa, sono la prova indiscussa di una verità raccapricciante: la volontà criminale di un regime di sterminare con lucidità sistematica un popolo. La “soluzione finale”, due parole impossibili da cancellare dalla mente mentre osservi i volti sulle pareti, centinaia di migliaia di volti di donne, uomini, giovani e adolescenti, alcuni sorridenti altri seri, mentre, con il groppo in gola, montagne di indumenti, di calzature di adulti e minute scarpine di bambini, occhiali, cataste di valigie con le iniziali dei proprietari, bastoni e protesi strappate agli invalidi, sfilano davanti ai tuoi occhi. Auschwitz-Birkenau, Buchenwald, Dachau, Treblinka…fabbriche di morte. Fanatismo? Follia? Odio ideologico e politico? Ognuno e tutti. E indifferenza. Indifferenza di chi sapeva e fingeva di non sapere, indifferenza di chi temeva per sé, indifferenza di chi sapeva e approvava. Arrivi alla convinzione che qualunque bassezza possa trovare spazio tra le azioni umane. Chi è stato discriminato, braccato, spogliato di ciò che aveva, caricato su carri bestiame, torturato e ammazzato pur nella consapevolezza della propria innocenza, va ricordato e compianto. Ma i morti sono morti ed è fin troppo facile piangerli. Non costa niente e ci si illude di mettersi in pace con la coscienza universale che predica la compassione e la solidarietà. Ma ben più importanti sono i vivi, non soltanto coloro che sono scampati allo scempio, ma i loro figli, se ne hanno avuti, e i figli dei loro figli e i figli dei loro nipoti, le generazioni di ebrei che continuano ad essere vittime di pregiudizi scandalosi, di infami luoghi comuni, di varie teorie complottiste con cui si riempiono la bocca ignoranti politicanti che non conoscono la Storia o la distorcono a loro uso e consumo, demagoghi di nessuno spessore culturale e nessuna sensibilità, intruppati cacasotto che sui social fanno a gara nello sfogare la loro rabbia per dimenticare la loro mediocrità, miseri tentativi di esserci e di parlare a vanvera dietro l’imboccata di chi avvelena l’aria sperando di accaparrarsi un sicuro posto al sole. L’antisemitismo da squadrismo digitale è figlio dell’ignoranza e tragica conseguenza di una democrazia governata a misura di creduloni. Non dimenticare le sofferenze di un popolo che nei secoli ha conosciuto più nemici e oppositori che amici e sostenitori è sacrosanto. Ma chiediamoci perché tanto accanimento. La vecchia retorica dei territori occupati e dei poveri palestinesi, terroristi, molti, fin dalla nascita, vittime delle incursioni militari israeliane, che l’Onu definisce crimini, ha stufato. La verità sta da un’altra parte. Dei palestinesi non importa niente a nessuno, tanto meno ai paesi arabi. Chi non ha dichiarato guerra a nessuno ed è oggetto di attacchi, ha mille ragioni per difendersi. Si commemora la Shoa e intanto qualcuno vorrebbe poter festeggiare la distruzione dello stato ebraico. Israele è considerato da alcuni un problema e un ostacolo alla pace in Medioriente, quando è vero il contrario. Il terrorismo nasce come terrorismo e non vuole saperne di morire, tenuto in vita e foraggiato da alleati che aspirano a realizzare il loro piano diabolico: l’eliminazione del loro nemico secolare. Occorre vigilare, come ha detto Mattarella, e sapere che l’odio antisemita non si è spento. Riaffiora quando le situazioni sono favorevoli e si diffonde come un cancro, se le cellule killer non sono pronte a intervenire. Non basta una settimana a esorcizzare il pericolo, se nelle rimanenti 51 subentrano dimenticanza e indifferenza.

L’italietta dei gialloverdi…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 gennaio 2019

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In passato, la comunicazione tra persone avveniva attraverso le lettere. C’era lo spazio per raccontare, spiegare, argomentare, esprimere sentimenti, e il tempo per farlo si trovava sempre. L’attesa della risposta era carica di aspettativa e anche questo era un particolare di cui non è rimasto neanche il ricordo. Nessuno ha nostalgia della carta da lettere colorata, decorata con ghirigori, fiorellini e orpelli vari. Sms, selfie, tweet e video hanno soppiantato lo scambio epistolare senza che nessuno mostri di rimpiangerlo. D’altronde, che senso avrebbe oggi avere a disposizione l’occorrente per una lettera, con la seccatura di dover disporre anche di un francobollo e di una cassetta nelle immediate vicinanze? Un ipad, iphone, tablet, meglio se di ultima generazione, e il gioco è fatto. Averne uno è più importante che usarlo. Usarlo è un fatto secondario, è la conseguenza del possederlo. Con la lettera era l’opposto: se scrivevi avevi qualcosa da dire. Oggi all’inflazione comunicativa corrispondono l’assenza di pensiero, l’insignificanza e il bisogno ossessivo di esserci. Devi far sapere dove sei, cosa stai facendo, cosa stai mangiando. E’ idiota. Nessuno che abbia il coraggio di commentare con un : cosa me ne frega. Si risponde con: “Wow!”. Questa interconnessione globale ininterrotta, influenza inesorabilmente il linguaggio che è sempre più povero, impreciso, semplificato. Al declino del linguaggio corrisponde il declino del pensiero, più riduci all’osso il sistema linguistico, più limiti le potenzialità e l’organizzazione del pensiero e viceversa. In questo contesto lo slogan trionfa. “Abbiamo abolito la povertà!” strombazza Di Maio dal balcone e le grulle e i grulli si bevono la fandonia colossale senza fare una piega. Il popolo esulta, Di Maio e i suoi esultano e pensano: “Fatto!” La manovra del popolo è un duplice successo: oltre ad avere abolito la povertà, le parole assumono la forza delle azioni, il consenso è assicurato anche questa volta. E di slogan in slogan, i cialtroni di governo costruiscono le loro politiche. Non è necessario che i risultati arrivino, bastano le parole. Siamo all’assurdo. Ma a tutto c’è una spiegazione. La delusione del popolo e il discredito della politica, l’ignoranza crassa di tanti, l’analfabetismo funzionale dilagante, il fallimento della scuola, la mancanza di riferimenti, la disabitudine a pensare con la propria testa, il senso di sicurezza che dà il gregge, il bisogno di identificazione: parlo come te, sono come te. E’ appagante questa condivisione che azzera le distanze tra le persone e i loro rappresentanti politici. L’omologazione identitaria è alla base della popolarità dei gialloverdi che si sono presentati con una trovata geniale: uno vale uno. Lo studio, la competenza, l’esperienza, la gavetta non servono. Quello che la gente vuole sentirsi dire. L’illusione che l’orizzontalità abbia sostituito la verticalità del potere. Molti, stando ai numeri la maggioranza, non capiscono di essere furbescamente manipolati, di essere il mezzo per il raggiungimento e la conservazione del potere, che è l’unico vero interesse felpastellato. Poi, quando arrivano cattive notizie, la fosca previsione del Fondo Monetario Internazionale che stima la crescita allo 0,6 per cento nell’anno in corso invece che all’1per cento, si scatena la rabbia e partono le invettive contro il nemico. Allora niente boom economico? Espansione o recessione? Questo è il dilemma. Di Maio rassicura le fasce deboli: vi salvaguarderemo. Non dice come, però, basta la promessa. Nelle dittature, per tenere buono il popolo che tanto bene non stava nonostante la propaganda e gli slogan, era stato escogitato lo stratagemma del nemico esterno. Questo governo, che vuole sostituire alla democrazia rappresentativa la democrazia diretta, cioè una democrazia illiberale, usa la stessa arma. In questo periodo il nemico ideale è la Francia. I gilet gialli abbandonati da Macron, Strasburgo, sede del Consiglio europeo, una “marchetta” alla Francia (secondo il burino reduce dal Sudamerica), il franco Cfa, indicato dai sovranisti come “euro africano”, che impedisce all’economia di 14 stati africani di crescere, tutte false rappresentazioni di realtà ben diverse. Ma la nuvola passa e il sorriso ritorna con Banfi, che Di Maio ha promosso rappresentante della Commissione italiana per l’Unesco. La versione grillina di Razzi, sedicente ambasciatore di pace in Corea del Nord. Evviva  l’italietta dei gialloverdi

Mai fare lo stesso errore due volte………l’opinione di Rita Faletti

postato il 17 gennaio 2019

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L’intervista a un aspirante lavoratore ha la funzione di raccogliere informazioni e dati per comprendere se questi siano compatibili con il profilo lavorativo richiesto. Matching è il termine con cui gli anglosassoni sinteticamente definiscono l’incontro tra domanda e offerta, ciò che i riformandi centri per l’impiego, finalizzati a togliere dalla strada e dal divano inoccupati cittadini alla ricerca di un’occupazione,saranno chiamati a fare. Il progetto, di per sé apprezzabile nelle intenzioni, fumoso nella propaganda e comunicato alla solita maniera approssimativa e confusa dei grillini, ma complesso nella pratica,non si sa ancora da chi e come verrà gestito, dettagli non di poco conto. Se dovesse prendere avvio all’inizio della primavera, contemporaneamente al reddito di cittadinanza, sarebbe un fallimento certo. Una cosa raffazzonata e pastrocchiata, in linea con la natura del governo gialloverde e dell’operato dei suoi più rappresentativi ministri. Grillo, Lezzi, Toninelli, per nominare i più noti senza voler far torto ad altri, di pari vaglia, messi di fronte a test selettivi seri, sarebbero stati invitati ad accomodarsi (fuori) e presentarsi più preparati o a non ripresentarsi.Questione di congruità. A mestiere specifico, specifiche abilità e competenze. Nel mondo dell’impresa privata, uno dei pochi in cui abilità e competenze contano,si fa ciò per cui si è stati assunti e per cui si viene pagati. Non è pensabile bluffare. Nel mondo della politica e della pubblica amministrazione, altre sono le regole.Lapalissiano è l’esempio di Roma, non una cittadina di cinquantamila abitanti, ma la capitale della settima potenza industriale, l’antica Res publica, poi il cuore di un impero grandioso, rispettato e temuto, di cui furono e sono espressione concreta e testimonianza i monumenti che tuttora portano l’acronimo SPQR (Senatus Populus Que Romanus: il Senato e il Popolo Romano). Se non fosse per quei monumenti, non rimarrebbe traccia di quel passato glorioso. Decenni di malgoverno hanno cancellato rispettabilità, prestigio e decoro che tre anni di buona amministrazione non potrebbero far risorgere ma a cui tre anni di pessima amministrazione hanno dato il colpo di grazia. La capitale è profondamente malata, forse irrimediabilmente.E torno al punto di partenza con una domanda: se alla Raggi fosse stato somministrato un test attitudinale e si fosse esaminata la precedente esperienza professionale,si è sicuri che il sindaco della città più disastrata d’Italia, se non del mondo, sarebbe lei? Virginia Raggi potrebbe a malapena amministrare un condominio di modeste dimensioni. Ma il problema non l’ha creato lei, non essendosi autoeletta, bensì la piattaforma di una società privata, i rispettivi proprietario e guru, artefici della sua nomina come di quella di Di Maio, il profeta del prossimo boom economico che sta dissolvendo l’economia.Il ragazzotto vestito da prima comunione, che legge con orgoglio una lista di cose e ci mette la spunta, “fatto”, non si avvede che l’illusionismo del suo scombiccherato governo ha fatto una cosa sola, velocemente e per suo esclusivo merito, lo smantellamento del sistema economico. Errare è umano, perseverare diabolico. Diabolico aver dato loro una seconda possibilità, dopo i risultati di Raggi a Roma.Una discarica a cielo aperto,tanfo e sporcizia, schiere di ratti giganti che si sono impossessati di interi quartieri, buche diventate voragini assassine, sterpaglie ovunque, autobus in fiamme,deprimente stato di abbandono, manifestazioni di protesta che si contendono le piazze, lo sciopero perenne di Atac,sono laf accia dell’incompetenza e dell’incapacità di un’amministrazione guidata da una poverina, detto senza ironia, che avrebbe tratto soddisfazione e gratificazioni maggiori nel fare altro. Un’indennità di 114.792 euro l’anno, più dello stipendio del Presidente del Consiglio, non compensa un fallimento così completo e totale. E poi si faccia finta di non capire, si cambi discorso, si preferiscano slogan e propaganda alla realtà.

Grillo rivede la sua posizione sulla scienza………l’opinione di Rita Faletti

postato il 13 gennaio alle ore 11,15

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Il padre dello squadrismo digitale, l’ispiratore della democrazia diretta, il capo indiscusso del MoVimento 5stelle, Beppe Grillo, ha riconosciuto il primato della scienza sulle pratiche oscurantiste di impostori e improvvisati guaritori di strada. Il propalatore della medicina “alternativa”, degli intrugli stregoneschi a base di escrementi liquidi e solidi e spremute di limone che dovrebbero curare i malati terminali, ha rinnegato le passate stramberie e con un’ inattesa mossa controrivoluzionaria, ha distrutto il pregiudizio antiscientifico dei tanti sostenitori del No Vax. Nel 1988, nello spettacolo “Apocalisse morbida”, Grillo aveva detto: le malattie sono scomparse, dove si facevano i vaccini e dove non si facevano. I vaccini abbassano le difese immunitarie. Di vaccino si può morire. E aveva srotolato una sfilza di patologie: leucemia, immunodepressione, mutazioni genetiche trasmissibili, malattie tumorali, autismo. Sotto accusa le case farmaceutiche, colpevoli di arricchirsi sulla pelle delle persone, e il ministero della Salute. Oggi, quello che più di un passo indietro è un’abiura, è confermato, nientedimeno, dalla firma di un “Patto trasversale per la scienza”, dove si sostiene la ricerca scientifica contro il pensiero antiscientifico. Lo scienziato Guido Silvestri, amico di Grillo, ha convinto il comico a sottoscrivere l’appello. Ma la cosa sorprendente è che accanto alla firma di Grillo si legge quella di Matteo Renzi, amico dello scienziato Roberto Burioni. Il professore di microbiologia e virologia all’università San Raffaele di Milano, si era già espresso duramente contro i sostenitori della pseudoscienza e della pseudomedicina, e aveva sottolineato un concetto che i pentastellati rifiutano in nome dell’uno vale uno: “Non tutti hanno il diritto di parola su tutto, nel campo scientifico conta il parere solo di chi ha studiato, non del cittadino comune”. Quindi, la scienza non può essere democratica, come afferma Burioni nel suo libro “La congiura dei somari”, ma non chiude le porte a chi ad essa si accosta con lo studio e il rigore scientifico. Firmando l’appello, Grillo ha riconosciuto ufficialmente il valore e il primato della scienza nella cura delle malattie e, indirettamente, l’importanza della competenza contro dilettantismo e velleitarismo. Un plauso a Grillo che sconfessando se stesso ha sconfessato il metodo delle bufale utilizzato per delegittimare la scienza e non solo, e tolto un altro mattone alla costruzione sconnessa del suo movimento.

Fulminante vaffa dei gilet gialli al governo gialloverde……l’opinione di Rita Faletti

postato il 10 gennaio 2019 alle ore 20,25

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Il movimento nato a Parigi per manifestare contro l’aumento dei prezzi del carburante, un alibi per inaugurare un periodo di ignominiosa escalation di violenza che ha profondamente ferito la capitale francese, invece di suscitare l’indignazione del governo italiano insieme alla ferma condanna e alla solidarietà che si deve a un paese vicino non solo geograficamente, ha creato imbarazzo alle nostre istituzioni democratiche e a coloro che non hanno permesso all’ondata di rabbia gialloverde di farsi risucchiare. II vice premier Di Maio, che invita gli eversivi francesi a “non mollare”, è una brutta immagine che contrasta con il principio della non ingerenza nelle questioni interne di altri paesi, come Jacqueline Mouraud, rappresentante della fazione moderata dei gilet gialli non ha mancato di fare osservare, è stupidamente inopportuna per l’approvazione di una battaglia antisistema da parte di un uomo del sistema, è gravissima per la legittimazione della violenza come strumento di lotta. Sostenere chi sfascia vetrine, incendia automobili, carica polizia e agenti anti-sommossa con lancio di sassi, tenta lo sfondamento delle porte del ministero dei Rapporti con il Parlamento (su questo punto bisognerebbe chiedere il parere a Francesco Fraccaro) appicca il fuoco a un locale della Banque de France (i due vice aspirano ad impossessarsi della Carige attraverso un’operazione di nazionalizzazione) è più in sintonia con la natura di un hooligan curva nord che con quella di un ministro che occupa uno scranno importante del Parlamento. La familiarità del vice con un certo ambiente ha vinto sulla compostezza imposta dal ruolo. Così Di Maio si è gettato nella mischia dei gilet gialli alla cieca, senza chiedersi prima quale fazione supportare. Come l’Idra di Lerna, mostro a più teste, il mostro sovranista contiene un po’di tutto, pulsioni, nemici da abbattere, recriminazioni, vittimismo, obiettivi da raggiungere. “Fate pulizia a casa vostra” è stato il messaggio dal significato inequivocabile da sovranista a sovranista: ognuno è sovrano a casa propria. A chi offrirà dunque, lo scornato vice, l’uso della mitica piattaforma Rousseau? Ieri sera, a Otto e mezzo, il sottosegretario agli Affari esteri Di Stefano, ha tentato, secondo lo schema grillino seguito nei momenti di difficoltà, di raddrizzare il tiro, spiegando che il suo capo politico intendeva solo dare suggerimenti ai gilet gialli sul processo di formazione da movimento a partito. E’ una delle tante menzogne raccontate dai pentastellati per difendersi e negare la loro natura eversiva che non è sfuggita alla parte moderata dei gilet gialli. La verità è che Di Maio sta cercando alleanze nel variegato popolo sovranista di estrema destra e di estrema sinistra per l’appuntamento alle europee. Essere contro tutto, l’Europa, l’immigrazione, le élite, il capitalismo, il liberismo, la Nato, non è tuttavia condizione sufficiente per intonare l’internazionale sovranista, come evidenzia il rifiuto di Jacqueline Mouraud. Contemporaneamente, anche Salvini dopo aver attaccato Macron “il presidente che governa contro il suo popolo”, ma condannando ogni ricorso alla violenza, è volato a Varsavia per incontrare il leader della destra ultra-conservatrice Kaczinsky per concordare con lui una linea comune alle elezioni europee. La tattica del governo è agire su fronti separati per marciare uniti. In questa corsa, chi ha il fiato corto è Di Maio, che dietro il sorriso a dentiera, nasconde la propria apprensione per i malumori degli elettori delusi dai numerosi dietrofront, le contestazioni di alcuni suoi parlamentari, il consenso che cala. La sua è una corsa in salita e un accordo con i gilet monocromatici transalpini avrebbe lo scopo di riaccendere gli entusiasmi e la fiducia del suo popolo. Machiavelli diceva: “Governare è far credere”. Ma, nonostante gli sforzi, la stella di Di Maio e del movimento brilla meno di un tempo. L’incessante e incalzante propaganda in funzione di arma di distrazione di massa evidenzia le prime crepe. Se ne era avuto sentore il giorno di Capodanno sulle piste da sci dove Di Battista e Di Maio, imbacuccati e per una volta privi della solita verve e del solito seguito di fan, con un’aria spaesata, quasi intimorita in un paesaggio dominato dalla forza e dalla spietata immobilità delle montagne, avevano augurato Buon Anno al Paese. Un confronto impari, il loro, con la natura circostante, un po’ come quello del movimento di fronte alla prova di governo. A questo proposito, spiccano eloquenti le parole del presidente Mattarella: “Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti” Non le chiacchiere.

 

Non saranno sempre i Saturnali…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 4 gennaio 2019 alle 22,14

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Diceva l’anonimo: “Dopo aver ascoltato diluvi di parole che non sono mai diventate fatti, il silenzio diventa musica”. L’augurio da rivolgere al governo gialloverde è di stare in silenzio, possibilmente migliorarlo e riempirlo di pensieri e riflessioni purtroppo assenti in questi sei mesi di vociare scomposto, insensato, ribaldo, autolesionista e lesionista degli interessi del paese. A promesse roboanti, 600 mila immigrati saranno rimpatriati, in quindici giorni bloccheremo il Tap, sostituiremo alla Tav una rete di piste ciclabili per la felicità di grandi e piccini, faremo un ponte sul Polcevera dove si potrà giocare, mangiare, divertirsi ( il geniale Toninelli non ci ha ancora spiegato la vera funzione dei ponti o forse è rimasto il solo ad ignorarla) e, sempre in tema di divertimento, l’Ilva diventerà un grande parco giochi. La manovra per il popolo abolirà la povertà, il decreto dignità assicurerà il lavoro a tempo indeterminato e la possibilità di progettare matrimoni, nascite, acquisti immobiliari, il reddito di cittadinanza permetterà ai fortunati senza meriti di diventare divanisti per diciotto mesi in attesa dell’impiego di loro gradimento, pianificando, nel frattempo, l’acquisto di un nuovo divano da sostituire a quello vecchio e consunto per i successivi diciotto, dopo la pausa di un mese. E non saranno i veri poveri a ricevere il reddito, ma i furbi di mestiere. La pace fiscale sarà un grande regalo agli evasori, le case abusive resteranno orgogliosamente in piedi, il lavoro nero sarà benedetto. Il modello di paese dei gialloverdi sembra più vicino a Bengodi che a un paese normale, dove è il lavoro l’obiettivo primario, dove è il lavoro a garantire dignità, libertà e benessere ai cittadini, e crescita e sviluppo all’intero paese. Con questi qua, i valori sono capovolti, come capovolta è la descrizione della realtà che pretendono di farci credere, intossicando i rapporti tra italiani, seminando rancore e astio, scatenando invidia sociale e risentimento, indicando nell’avversario politico il nemico, sottraendo al merito il potere del discrimine e distribuendo benefici a chi li acclama solo per gretto opportunismo, il contrario di quanto avviene in una democrazia sana e matura. Ci sarà chi avrà motivi per rallegrarsi di questo governo e delle varie forme di illegalità di cui esso si è fatto promotore e chi maledirà il 4 di marzo e le sue nefaste conseguenze. Primi a maledire questo governo saranno i giovani che guarderanno all’Europa come all’unica possibilità di futuro. In tanti se ne sono già andati. Dopo i giovani, i più delusi sono i garanti del lavoro, le imprese bastonate da Di Maio. Privo delle competenze e della preparazione che non sono certo richieste allo steward di uno stadio, ma sono un must per un ministro dell’Economia, il vice premier ha una visione dell’impresa che rispecchia quella di suo padre, con annessi e connessi. Chi ancora non avrà motivo di rallegrarsi, sarà chi crede nelle istituzioni, delegittimate da chi si è presentato in qualità di garante del popolo, ma non del sistema democratico. La manovra di Bilancio è passata in totale sprezzo della discussione parlamentare. Un affronto alle regole democratiche per l’esautoramento del Parlamento dai suoi poteri, un affronto agli elettori, in particolare di Lega e 5Stelle, che più degli altri erano interessati al dibattito. Avranno molto da rammaricarsi coloro che essendosi fidati di Salvini, non soltanto si sentiranno ingannati dalla promessa mancata della flat tax, ma anche beffati dall’aumentata tassazione, inevitabile conseguenza dell’aumentata spesa corrente e della limitata crescita. Il governo del cambiamento ha dovuto ammettere che il pil all’1,5 per cento era solo nel libro dei sogni, quest’anno si fermerà sotto l’1 per cento. Smentito dalla realtà e sbugiardato, il duetto dei vice, dopo gli attacchi a testa bassa all’euro, all’Europa, alla finanza, a Moscovici e Juncker, dopo il chissenefrega e lo spread me lo mangio a colazione, è andato a Canossa, o, meglio, ha inviato a Canossa/Bruxelles il premier Conte, con l’incarico di intercedere , con il cappello in mano, come i governi precedenti sono stati accusati di aver fatto. Spacconi, costretti a fare retromarcia e ingoiare il rospo della sconfitta. Dal 2,4 al 2 per cento di deficit, come richiesto dalla Commissione europea. Che non mancheranno di colpevolizzare quando la “pacchia” finirà anche per i loro amati elettori. Ma questa volta, nessuno crederà loro, perché, come ha dichiarato Giggino da Pomigliano, il contenuto della manovra è nato tutto a Roma. Panini alla Nutella e beveroni macrobiotici non serviranno a placare la rabbia dei fan.

Salvini: posizioni più moderate con l’Europa, forte critica ai giornali silenziosi sui diritti di Israele…….l’opinione di Rita Faletti

postato il 14 dicembre 2018 alle ore 12,02

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Nel governo gialloverde c’è più di qualcosa che separa il giallo dal verde, e non è soltanto una pura distinzione cromatico-geografica. Lo sfascio dell’economia e l’attentato alla democrazia sono la conseguenza di una suddivisione dei compiti più che di una vera condivisione sulle politiche di sviluppo e di crescita e di una visione univoca del paese. I due vicepremier sono forzati a stare assieme da un contratto che li lega, fino al momento in cui uno dei due non decida di staccare la spina sapendo già dove rivolgere lo sguardo. Intanto, una cosa buona, quanto sorprendente, è accaduta ieri. Salvini, in visita a Gerusalemme, ha rilasciato una dichiarazione che ha fatto rizzare i capelli in testa a quelli del nostro ministero della Difesa: Hezbollah è un gruppo terroristico islamico che finanzia la costruzione di tunnel con lo scopo di penetrare in territorio israeliano, non certo con l’intento di andarci a fare la spesa. Diretto come sempre, il ministro dell’Interno non si è preoccupato di usare il linguaggio formale delle istituzioni. Quanno ce vo, ce vo. Tutti sanno che il libanese Hezbollah è un gruppo politico terrorista, ma dirlo è vietato, potrebbe minare gli splendidi rapporti che l’occidente intrattiene con il mondo islamico, fondati, come ben si sa, sulla reciprocità. Infatti, nei paesi musulmani le chiese vengono date alle fiamme assieme ai fedeli che vi pregano, o, in alternativa, i cristiani accusati di apostasia vengono discriminati, incarcerati, perseguitati e uccisi, mentre, in occidente, si costruiscono moschee in cui qualche bravo musulmano può pregare Allah perché stermini tutti gli infedeli del globo. E sempre in occidente, di cui fa parte l’Europa, gli islamici su di giri si accaniscono variamente e indifferentemente, contro cristiani e ebrei, chiamando i secondi cani schifosi, nel silenzio di tanta carta stampata, governi e politici che, per timore di essere accusati di islamofobia, si limitano a qualche condanna di circostanza o a qualche sfilata. Nei paesi europei, nove ebrei su dieci si dicono insicuri e pensano di andarsene. E come si può dar loro torto? In Francia, Marine Le Pen promette che, se verrà eletta, nessuna kippah si vedrà più in giro per il paese. In Gran Bretagna,Corbyn è contestato dalle comunità ebraiche per i toni troppo morbidi che usa contro l’antisemitismo. In Spagna, Podemos ha definito Israele un paese criminale e illegale. In Polonia, il substrato culturale è antisemita. In Olanda,GertWilders, che difende Israele, ha uno scarso seguito. I movimenti estremisti di destra e di sinistra sono diventati brodo di coltura antisemita, xenofobia e razzismo.In Italia il Movimento 5stelle è apertamente e vilmente antisemita. Di Battista, tra le supercazzole che spara a ripetizione in qualunque parte del mondo si trovi, ha dichiarato, da statista consumato: “Sono le azioni del governo israeliano la benzina gettata sul fuoco degli antisemiti nel mondo”. Nel lontano 2014, era quello che voleva sedersi al tavolo con i terroristi dell’Isis. Altro non serve aggiungere per comprendere il quoziente intellettivo del grande scrittore stipendiato dal Fatto. Ma non finisce qui la vergogna italiana. Oltre allo sfregio delle Pietre d’inciampo a Roma, il Parlamento, diventato una sorta di parcheggio per tanti incapienti mentali, qualche tempo fa ha invitato per un’audizione alla Camera, un diplomatico, Alireza Bigdeli, negazionista dell’Olocausto e convinto che Israele sia una falsificazione della storia. Bisogna dire che il pensiero del Bigdeli non è affatto originale, trova precedenti in personaggi ben più famosi di lui. Uno è stato Khomeini, l’ayatollah della rivoluzione del 1979 in Iran, il quale, nel suo trattato sul governo islamico, scriveva: “Sin dai primi momenti, gli ebrei hanno seminato divisione e zizzania dentro le comunità dei credenti musulmani”. I terroristi di Hamas, che controllano Gaza, abbracciano l’antica teoria del complottismo ebraico cui viene attribuita la causa della sconfitta del panarabismo e di ogni fallimento del mondo islamico. Persino la Prima Guerra mondiale sarebbe stata causata dagli ebrei. Nulla di cui sorprendersi: l’antisemitismo è rintracciabile nel Corano, dunque molto prima della fondazione di Israele per volontà delle Nazioni Unite. Recentemente, anche l’attuale presidente dell’Iran, Rohani, si è scagliato contro Israele, chiamandolo “tumore canceroso” e auspicandone la distruzione. Motivo più che sufficiente per aderire alle sanzioni contro il suo paese chieste da Trump. Ma l’Europa, su questo punto è sorda. Salvini ha avuto il coraggio di dire quello che non è il solo a pensare, sottolineando, inoltre, che Israele è un baluardo di democrazia in medio oriente e che la sua esistenza va difesa con fermezza, distanziando, così, e in modo netto, la posizione della Lega da quella dei 5stelle. Continuerà a sostenere tutto questo?Le sue retromarce invitano alla cautela.

Le responsabilità della tragedia di Corinaldo…………l’opinione di Rita Faletti

postato l’11 dicembre 2018 alle ore 8,44

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Non si è trattato di un attentato terroristico, che non è possibile prevedere né evitare, ma di una tragedia che ha le sue cause nell’inciviltà e nell’irresponsabilità umane. All’una di mattina, in un locale delle Marche, un numero ancora imprecisato di giovanissimi attendono l’esibizione di uno di quegli “artisti” che l’imbarbarimento ha incoronato nuovi idoli. Sfera Ebbasta è il nome deI trogloditman autore di brani trash che mandano in trance schiere di ragazzini e forse anche qualche analfabeta musicale sopra i diciotto che non si è preso la briga di leggere i testi, un’autentica porcata.Sono passati i tempi gloriosi dei Beatles e dei Rolling Stones, questo è il tempo della degenerazione del gusto e del brutto estetico elevato ad arte. Morire così giovani per uno Sfera Ebbasta davvero non si può. Neanche per colpa di un sedicenne idiota e del suo spray urticante che ha scatenato il panico costringendo i giovani a precipitarsi disordinatamente verso l’uscita di emergenza, pare l’unica aperta, e precipitando poi gli uni sugli altri per la mancanza di parapetti.Non si può morire neanche a causa di un sistema di sicurezza non adeguato o che non ha funzionato per negligenza. Non si può morire travolti e calpestati perché il personale addetto alla sicurezza era insufficiente o impreparato.Non si può morire perché invece di 469, i giovani presenti nel locale erano 600 stando alle matrici dei biglietti staccati. In realtà in sala erano almeno il doppio. Le indagini faranno luce sui fatti che si arricchiscono intanto di nuovi particolari. Si è parlato anche della rottura di un impianto che diffonde fumo bianco, e il cui odore acre avrebbe creato allarme e spinto alla fuga concitata. Si è anche detto che il minorenne che ha azionato lo spray, è noto a molti dei ragazzini che si trovavano nel locale, per far parte di una banda di minorenni che usano lo spray per coprirsi la fuga dopo aver commesso furti ai danni di altri adolescenti. Nel pomeriggio, il sedicenne sarebbe stato interrogato anche per il possesso e la detenzione di diverse dosi di cocaina. Un piccolo criminale, dunque. In attesa di risposte che chiariscano la dinamica dell’accaduto, come immancabilmente avviene dopo una tragedia, la prima reazione è la ricerca delle responsabilità. Preferibilmente quelle degli altri. I genitori degli adolescenti accusano gli addetti alla sorveglianza di non essersi presi cura dei loro figli.  Scambiano evidentemente una ex-balera, convertita in discoteca, per la parrocchia di una chiesa e il buttafuori della “Lanterna blu” per il prete. Fingono di ignorare che le discoteche sono luoghi in cui si bevono alcolici, si assumono droghe e pastrocchi vari, dove diversi giovani sono in cerca dello sballo. Ma in questo paese di ipocriti, chi si ubriaca, sniffa e si sballa non è mai il proprio figlio, che è una vera perla di virtù. Se poi si scopre il contrario, si cade dalle nuvole e si addossa ogni responsabilità a immaginarie cattive compagnie e negli ultimi tempi persino agli insegnanti, la cui unica colpa è di essere eccessivamente tolleranti.Questi genitori modello, che forse si meritano i figli che hanno, si chiedono se sia opportuno che adolescenti di tredici, quattordici, quindici anni frequentino le discoteche e facciano le ore piccole tra balli e sballi? Sanno chi sono gli idoli dei loro figli e quali modelli di comportamento questi propongano? Hanno mai sentito parlare del principio di autorità? Sono in grado di pronunciare quella bellissima frase che i nostri bisnonni e i nostri nonni rivolgevano ai rispettivi figli: “Finché vivi qui dentro, sono io che detto le regole”? In quella frase ’c’è tutto il senso di responsabilità di chi è consapevole dell’importanza di stabilire ruoli e regole, indispensabili alla crescita morale e civile di un giovane. Si vuole delegare a uno shitrapper il compito di educare i propri figli? Magari con il testo di uno dei suoi brani, “Hey tipa, vieni in camera con me!” Questi alcuni passaggi salienti:“Luccico, quando esco per strada-Luccico, non esco se non ho un completo lucido- la tua tipa mi guarda, ah dubito- che voglia solo fare amicizia, mi vuole subito (wow!)-….quanto sei porca- dopo una vodka…sono una merda ragiono col cazzo, oggi ti prendo, domani ti lascio…- Hey tipa, vieni in camera con me! E portati un’amica,portati un’amica…hey troia vieni in camera con la tua amica porca….

Una guerra tra europei dovrebbe essere considerata alla stregua di una guerra civile……l’opinione di Rita Faletti

postato il 9 dicembre 2018 alle 15,41

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Cento anni fa, l’11 novembre, finiva la Grande guerra, il conflitto più sanguinoso della storia, che costò la vita a 16 milioni di persone, tra militari e civili, senza contare i 20 milioni tra feriti e mutilati. Era iniziata l’estate di quattro anni prima e sarebbe dovuta essere una guerra lampo. Guglielmo II, imperatore di Germania, disse che i soldati sarebbero stati di nuovo a casa prima che le foglie cadessero dagli alberi. Purtroppo, quando un conflitto scoppia, non c’è nessuna certezza di quando e di come potrà finire. La Prima guerra mondiale smentì la previsione di Guglielmo II e si concluse in un modo che nessuna delle potenze coinvolte poteva prefigurare: cancellò la Vecchia Europa, considerata, fino allora, il centro del mondo, e sostituì a sovrani in uniforme, tribuni e professionisti della politica che in abiti borghesi si rivolgevano alle folle. Francesco Giuseppe, imperatore di Austria e Ungheria, Nicola II, zar di Russia, Guglielmo II imperatore di Germania, Giorgio V, re di Gran Bretagna e Mehemed V sultano di Turchia erano convinti del loro sacro diritto di governare e rendere felici i loro popoli. Eterna illusione dei governanti. La realtà sbattè i brandelli di quella certezza in faccia agli increduli protagonisti delle dinastie più potenti, che furono costretti ad abdicare, a rinunciare alle loro ricchezze, a fuggire. Uno di essi, lo zar Nicola II, il più sfortunato, fu ucciso con tutta la famiglia. Si chiuse un’epoca, un’altra se ne aprì, e dischiuse le porte a una società diversa, che la guerra stessa aveva contribuito a foggiare. Eppure, nonostante la crudeltà inaudita, quella guerra non fu sufficiente a fare apprezzare la pace: una ventina di anni più tardi, l’Europa fu sconvolta da un nuovo, più feroce e inumano conflitto che la lasciò annichilita, devastata, impoverita. Serviva un progetto coraggioso e forte, unitario e condiviso da leader lungimiranti, che creasse le condizioni per una pace duratura e che tenesse a bada “gli spiriti del male” come Helmut Kohl definì i seminatori di odio e di violenza sempre pronti a risorgere. Quel progetto si chiamava Unione europea, oggi contestata e presa d’assalto da chi, per svariati motivi, non ultimi le ambizioni personali e la sete di potere, dimentica i vantaggi di cui tutti noi europei abbiamo beneficiato nei settant’anni di pace seguiti al secondo conflitto mondiale. Quali sono le conquiste che tanti nel mondo ci invidiano e di cui, troppo spesso, per abitudine, stanchezza o ignoranza, sottovalutiamo il valore, con la convinzione errata che siano irreversibili? Mettiamoli in fila e riflettiamo su quali potrebbero essere le conseguenze, se, malauguratamente e per nostra irresponsabilità, dovessimo perdere tutto. In primo luogo la pace, condizione indispensabile per la crescita economica e il progresso, mai raggiunti prima, la difesa delle libertà, libertà di pensiero, di espressione, di credo religioso, la libertà di muoversi all’interno dell’Unione senza passaporto, la libertà dei giovani di studiare e formarsi all’estero con il sostegno finanziario della Ue, la libertà di scegliere il paese in cui migliorare e sfruttare le proprie competenze. Grazie all’Unione europea abbiamo assistito alla caduta dei regimi fascisti e del regime comunista, alla caduta del muro di Berlino, alla riunificazione delle due Germanie. E ancora, l’Unione promuove gli scambi per la ricerca, facilita la condivisione di informazioni sul terrorismo, coopera sul fronte della politica estera. Il progetto grandioso dei padri fondatori è in fieri: molto si deve fare sulla gestione dei flussi migratori, sulla minaccia terroristica, sulla protezione dei confini esterni, sulla costruzione di un fondo di solidarietà per le economie in crisi, sui rapporti con Russia, Cina, i Gafa (Google, Apple, Facebook, Amazon), sull’unità bancaria e fiscale. Tutti obiettivi sul tavolo dell’Europa, alla cui realizzazione ognuno di noi è chiamato a collaborare, con gli strumenti che ha a disposizione, e la fiducia che non possiamo permettere ci abbandoni. Napoleone disse: “Una guerra tra europei dovrebbe essere considerata alla stregua di una guerra civile” e lo scrittore britannico G.K.Chesterton, che non avrebbe certo approvato la Brexit, : “L’Europa non può essere dominata, può solo essere condivisa”. Non dimentichiamolo.

L’America insegna………..l’opinione di Rita Faletti.

postato il 7 dicembre 2018 alle 19,18

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Quanto sono cambiate le relazioni tra Stati Uniti ed Europa con Trump alla Casa Bianca? Nonostante il lunatico e ondivago presidente non perda occasione per accusare l’Unione europea di egoismo, lanciare strali e manifestare l’intento di trattare con i vari stati singolarmente, è indiscutibile che il continente europeo e la superpotenza mondiale, che alla presidenza ci sia un democratico o un repubblicano, sono legati da interessi che vanno al di là dei capricci trumpiani e del sostegno palese ai movimenti sovranisti. L’Europa ha avuto bisogno dell’America in passato e continuerà ad averne in futuro, come ne ha nel presente. Il motivo sta in quella che è la base della politica americana: la promozione e la difesa di valori ritenuti universali, libertà, giustizia e progresso, valori che caratterizzano le democrazie occidentali e ai quali si fa appello nei momenti di crisi. Oltre a questo, l’America ci dà lezioni di pragmatismo, il che deriva dall’avere chiara la distinzione tra bene e male, che noi europei, affetti dal morbo del relativismo, abbiamo smarrito. Vuol dire stabilire da che parte stare. La questione israelo-palestinese, per fare un esempio, evidenzia la nostra incapacità di prendere una posizione netta, che sarebbe stata di grande aiuto nella soluzione del problema. Trump, al contrario, non ha avuto tentennamenti quando ha trasferito l’ambasciata americana a Gerusalemme, riconoscendo allo stato indipendente di Israele, il diritto di scegliersi la propria capitale, in conformità con il proprio passato storico. Quella decisione ha aperto il sentiero ad un modo diverso di affrontare le ragioni di un conflitto del quale la maggioranza degli europei ha attribuito la responsabilità a una sola delle parti in causa, per debolezza e opportunismo politico. Tendenza diffusa da tempo è calarsi le brache di fronte all’islam, definire il terrorismo palestinese “resistenza”, credere che il cedimento sia la tecnica migliore per venire a patti con una cultura antitetica alla nostra, indifferente ai diritti umani, spesso animata da istinti violenti. La conferma di quanto ciò corrisponda al vero, è stata la assai poco coraggiosa posizione della Gran Bretagna che ha rifiutato il diritto di asilo ad Asia Bibi, la donna pakistana reclusa in un carcere del suo paese per dieci anni, con l’accusa di blasfemia. La colpa di Asia Bibi è di essere cristiana e non aver voluto rinnegare la propria fede. Finalmente il tribunale ne ha riconosciuto l’innocenza, ma, da quel momento, la donna è in grave pericolo di vita se rimane in Pakistan. Cortei e manifestazioni di fanatici ne reclamano la condanna a morte. Asia Bibi per ora vive nascosta e spera che un paese occidentale la accolga. Molti, tra cui l’Italia, le hanno offerto asilo, eccetto la Gran Bretagna di Theresa May, che ospita immigrati di fede islamica, ma ha chiuso le porte a una donna cristiana, temendo ritorsioni da parte dei numerosi musulmani residenti nel paese. Sotto accusa l’etica discutibile del governo britannico, mentre intellettuali e politici esprimono imbarazzo e indignazione. L’Europa garante dei diritti fondamentali dell’uomo, è vittima delle sue paure e ostaggio delle minoranze. Nell’altra parte del mondo, le cose vanno diversamente. La determinazione di cui ha dato prova Trump, non è rimasta un fatto isolato. Qualche giorno fa, l’ambasciatrice americana all’Onu, Nikki Haley, ha presentato un’iniziativa che riguarda la questione israelo-palestinese, in decisa controtendenza rispetto a quanto avvenuto fino ad ora. La Haley, dopo che l’Onu ha firmato quest’anno dieci risoluzioni contro Israele, ha proposto una risoluzione che, per la prima volta, ha trovato il consenso di tutti i 28 stati dell’Unione europea, premessa essenziale per convincere la maggioranza dei 193 paesi che fanno parte delle Nazioni Unite. Cosa dice il testo? In primo luogo condanna Hamas per il lancio ripetuto di missili su Israele e per l’incitamento alla violenza. Chiede poi a Hamas e alle altre forze militari, incluso il jiihad islamico palestinese, la cessazione di tutte le azioni violente, incluso il lancio di congegni incendiari; condanna Hamas a Gaza di costruire infrastrutture militari, inclusi i tunnel per infiltrarsi in territorio israeliano, cancella, infine, il diritto alle “resistenze”. Gli Stati Uniti, non la pavida Europa, con questa risoluzione, ha distinto, con chiarezza, tra bene e male, compiendo un passo importante nella direzione della giustizia e del riconoscimento di Israele non come carnefice, ma come vittima degli attacchi terroristici palestinesi contro civili inermi. Ancora una volta l’America insegna.

La fiction del reddito di cittadinanza….l’opinione di Rita Faletti.

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postato il 4 dicembre 2018 alle 12,51

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Nella manovra di Bilancio, il deficit potrebbe passare dal 2,4 al 2 per cento. E’ quanto emerge dagli ultimi incontri tra i due vice, il premier Conte e il ministro dell’Economia. Cosa cambierebbe? La spesa destinata alla quota 100 e al reddito di cittadinanza sarebbe ridimensionata. Non si può continuare il muro contro muro con la Commissione europea, né rischiare la procedura di infrazione. Allora a cosa è servita la babilonia inscenata in questi mesi? A deteriorare i rapporti con l’Europa e creare le condizioni, riuscendovi, in parte, per un generale impoverimento del paese, in particolare delle fasce più vulnerabili, in favore delle quali il movimento delle stelle aveva escogitato una misura rivoluzionaria come il reddito di cittadinanza. Ebbene, andando un po’ indietro nel tempo, una ventina di anni circa, si scopre che tanto rivoluzionaria quella misura non è. In Sicilia, quasi tremila persone si aggirano ancora oggi tra gli uffici in cerca di un posto di lavoro, che era stato promesso da Leoluca Orlando, sindaco di Palermo, per risolvere i problemi socio-economici di un popolo di emarginati, disoccupati, picciotti, ex-carcerati. Il precursore del populismo, riuscì a convincere tutti della necessità di superare l’emergenzialità attraverso un piano di lavori socialmente utili. Così, assunse in massa, senza concorso e con il trucchetto delle cooperative di servizio. Finiti i soldi stanziati e terminati i lavori, si era daccapo. A quel punto, nacque l’idea dei Pip, acronimo per “Piani di inserimento professionale”, che, proprio come il reddito di Di Maio, dovevano favorire l’incontro tra il disoccupato e il mondo del lavoro, entro un tempo definito. Gli imprenditori, che da sempre sono quelli che più di ogni altro il lavoro lo creano, decisero di ignorare l’“invito”. Il Comune, propose allora alla Comunità europea la trasformazione di un impiego in uno stage, e raddoppiò la platea dei beneficiari, da 1240 a 2480, anche questa volta senza concorso. Quando i finanziamenti si esaurirono, i Pip andarono in piazza a rivendicare un diritto acquisito. Nel frattempo, era arrivato Totò Cuffaro il quale si diede prontamente da fare e creò la Società per l’Occupazione. Risultato: furono assunte 3460 persone per una spesa di 36 milioni l’anno. Non era altro che la perpetuazione di quello che Leoluca Orlando aveva iniziato, mettendo a carico dello stato, dell’Europa e della regione masse di gente che chiedevano dignità e lavoro e, invece, per stare sedute sul divano percepivano lo stipendio mensile e la tredicesima, avevano le ferie e l’assistenza pagate. Singolare concezione della dignità, sostenuta dal concetto che “la colpa è del lavoro che non c’è”. Siamo nel 2010: passaggio di consegne da Cuffaro a Lombardo, il talebano dell’autonomia e del sovranismo in Sicilia e sostanziale continuità con il passato. Le clientele sono il pallino di Lombardo che, per non deludere gli ex-Pip, che chiedono di essere assunti stabilmente nella Pubblica amministrazione, crea la Social Trinacria, una società partecipata e contrattualizza 3050 precari con sussidio di 850 euro per 14 mensilità. Del resto, come potrebbero i poverini partecipare al concorso pubblico indispensabile per il riconoscimento ufficiale di una qualifica? Se ne va Lombardo indagato per questioni di mafia e subentra Crocetta il quale mette la parola fine all’esercito degli ex-Pip, che da compatiti precari alla ricerca disperata di un lavoro, diventano fannulloni e imbroglioni, causa di sprechi e privilegi. Di un certo numero di essi, vengono scoperti reati contro il patrimonio, alcuni di stampo mafioso. Crocetta sospende i finanziamenti e li licenzia. I licenziati fanno ricorso e vengono ricollocati dai giudici del lavoro con la seguente motivazione: se li avete assunti come ex-carcerati, come potete pensare che fossero incensurati? Anno 2018: Di Maio e Salvini, che non si sognava neanche di pagare qualcuno perché stesse seduto sul divano, sono i nuovi promotori della politica assistenziale che tanti danni ha fatto e continua a fare, che si fonda sullo scambio di favori, che affossa la cultura del lavoro, che induce il fannullone a ritenere che dovere dello stato sia mantenerlo a vita, che commette un’ingiustizia clamorosa nei confronti di chi un lavoro lo trova perché se l’è cercato, che genera un disprezzo crescente nella parte sana del Paese. Il reddito di cittadinanza sta a questo governo, come il rifiuto di pagare il nostro mostruoso debito sta all’Europa.

 

Le colpe dei padri ricadono sui figli………l’opinione di Rita Faletti

postato il 29 novembre 2018 alle 16,08

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Padri che sbagliano, figli che pagano. L’errore è spesse volte la conseguenza dell’inesperienza, quindi a sbagliare ci si aspetterebbe piuttosto che fossero i figli e i genitori a dover pagare. Ma nel caso di figli maggiorenni con incarichi politici di rilievo, è nella normalità che l’attenzione si concentri soprattutto su di essi e che siano essi a saldare i conti degli sbagli paterni. E’ quello che è successo a Maria Elena Boschi e a Matteo Renzi, coinvolti nelle disavventure incòlte ai padri e usate strumentalmente per abbatterli politicamente. Adesso è toccato a Luigi Di Maio. Un operaio edile di Pomigliano d’Arco ha rivelato alle Iene di aver lavorato in nero nell’azienda di famiglia del ministro per un paio di anni. Nonostante le ripetute richieste di essere messo in regola, l’uomo ottenne un contratto di sei mesi per intervento della Cgil, solo dopo un periodo di convalescenza in seguito ad un piccolo incidente occorsogli sul posto di lavoro. L’uomo ha anche detto che Di Maio padre gli diede 500 euro e gli chiese di non dire dove l’infortunio si era verificato. Ha aggiunto che non era l’unico a percepire lo stipendio in nero. Essere un ministro della Repubblica in una fase politica iniziata al grido di onestà-tà-tà e inaugurata da coloro che si sono presentati ai cittadini come quelli diversi, i puri, gli onesti, gli incorruttibili, è cosa assai imbarazzante per Luigi Di Maio che affermava: “E’ finita l’epoca del datore di lavoro contro il dipendente”. Ma delle irregolarità commesse dal padre, ha dichiarato il ministro del Lavoro, non ne sapeva niente, tanto più che, ai tempi del fatto, tra il 2009 e il 2010, poco più che ventenne, non era ancora proprietario del 50 per cento dell’azienda di famiglia. Si può immaginare che il lavoro in nero non sia uno degli interessi principali di un giovane di quell’età, come si può pensare che, ammesso anche che Di Maio fosse al corrente dell’irregolarità, non ci avesse dato molto peso in un contesto in cui il lavoro nero è particolarmente diffuso. Così fan tutti, può aver pensato. Però, nel momento in cui si cessa di essere un cittadino comune al quale qualche ruberia è concessa, tanto nessuno lo sa, stando alla morale ipocrita di Di Battista che ha fatto sentire i suoi ragli, e si diventa un uomo pubblico, che proclama di voler combattere l’illegalità, non ci si può permettere di scrivere un Decreto che farà crescere il lavoro in nero, dopo aver abolito i contratti a tempo determinato, e un disegno di legge che va nella stessa direzione, favorendo comportamenti di illiceità da parte dei datori di lavoro. La promessa dei nebulosi 780 euro, fa sì che gli imprenditori si trasformino in prenditori, licenziando i dipendenti o rendendo più leggere le loro buste paga, costringendo lo stato ad intervenire con le integrazioni. Questa non è onestà. E’ truffa nei confronti dei cittadini italiani. Come non è onestà, impegnarsi a versare una parte del proprio stipendio di parlamentare a favore delle piccole imprese e dei giovani, attraverso un bonifico e annullarlo in tempo utile, come alcuni grillini hanno fatto. Queste sono miserie da poveracci che dimostrano che, quando non si ha la schiena dritta, la propaganda e le parole soccombono ai fatti e i fatti sono lì a suggerire che nulla è cambiato e che la rivoluzione ha preso la forma di una restaurazione che annulla qualsiasi differenza tra la politica di ieri e quella di oggi. Aggiungo che chi ruba un euro non è più onesto di chi ne ruba mille. L’onestà non si pesa. C’è o non c’è.

Cambiare tutto per non cambiare niente……l’opinione di Rita Faletti

postato il  26 novembre 2018 alle 15,08

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La situazione politica in Italia è grave ma non è seria. Da un certo punto di vista è così. È grave lo spread che oscilla intorno ai 300 punti base, è grave la perdita di 34 mila posti di lavoro ad agosto, ancor prima che il Decreto dignità entrasse in vigore, segnale delle incertezze degli imprenditori, è grave il calo delle vendite al dettaglio, in settembre meno 0,8 per cento, è grave il passaggio dal 27 al 24 per cento dei titoli di stato italiani in mano agli investitori stranieri, è grave la stretta sul credito di 36 miliardi, significa che le imprese avranno meno risorse per investimenti e crescita, è grave il flop dell’ultima asta dei titoli di stato, non succedeva dal 2012. Come interpretare quest’ultimo dato se non come il sentimento diffuso che il governo non è ritenuto affidabile neanche dai risparmiatori italiani? Eppure, Lega e 5stelle non hanno perso consensi. Sono farlocchi i sondaggi? E’ una possibilità nell’era della flessibile obbligatorietà dei vaccini. Sono schizofrenici gli italiani? Un’ipotesi da non sottovalutare. Però, la forza dei fatti vince su sondaggi e propaganda quando si tratta del portafogli. I soldi si tengono nel conto corrente, in attesa di vedere quello che succederà, oppure si trasferiscono in paesi mentalmente stabili ed economicamente sicuri. Salvini e Di Maio appaiono imperturbabili: fingono di ignorare il problema. Se lo affrontassero con senso di responsabilità, smonterebbero la manovra di Bilancio e ne scriverebbero una diversa. Ma non possono farlo. Sono prigionieri di se stessi e l’uno dell’altro, oltre che di quell’elettorato al quale hanno promesso un mucchio di cose tra cui il reddito di cittadinanza e la pensione a quota 100. Chi pretende il reddito, convinto che gli spetti, anche se il paese va a rotoli non sente ragioni. Della serie: del paese me ne frego, intanto riempio il carrello della spesa e continuo a lavorare in nero. E se il reddito non me lo dai, addio. E addio a una bella fetta di elettorato. Non è possibile rimangiarsi le promesse e correre questo rischio. Così i due vice traccheggiano, e inscenano baruffe che servono a spostare l’attenzione su altri temi. Il Capitano, così è chiamato Salvini, e il suo compare Giggino, i due capi di cartapesta, fanno la voce grossa, ma non sanno come saltarne fuori. “L’Europa porti rispetto agli italiani”, tuona Salvini. “La manovra non si cambia” dice Di Maio. “Potremmo pensare a una rimodulazione” apre Conte. Che significa? Massimo Giannini ce lo spiega: “Conte è pugliese. E’ un po’ levantino nel suo eloquio”. Definizione di levantino: scaltro, furbo, truffaldino, e ancora: istrionico, affarista esperto, serpentino. Conte sta tentando di buggerare la Commissione europea? Sospetto ingeneroso nei confronti del presidente del Consiglio, alle prese con i dissidi interni al governo e alla ricerca di un compromesso, e tuttavia fedele al ruolo assegnatogli di custode della manovra per il popolo. L’ineffabile premier deve giocare la sua parte in commedia, che è quella di non scontentare nessuno per accontentare tutti, in perfetta continuità con il doppiogiochismo nostrano. Più educato di quello spaccone di Salvini, più dignitoso di quel vittimista di Di Maio, più elegante di entrambi nel linguaggio e nei modi, è colui sul quale grava la mission impossible di blandire la Commissione europea affinché chiuda un occhio sulla manovra sciagurata e, nel contempo, rassicurare i cittadini che la manovra si farà. Sì. Ma come e quando non si sa. I due eroi di cartapesta cominciano a prendere in esame la possibilità di qualche “rimodulazione”. Chi doveva fare la rivoluzione, preferisce una più modesta operazione di restyling, qualche ritocchino meno costoso ma esteticamente soddisfacente. Cambiare tutto per non cambiare niente. Ma sempre con la schiena dritta a 370 gradi come dice Barbara Lezzi, ministro per il sud. E poi, mi si dica, se la situazione è seria.

Il coraggio di sperare…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 nov. 2018 alle 22,29

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Quando al governo di un paese ci sono due partiti che mai avrebbero pensato e voluto mettersi assieme, per diversità di programmi, elettorati, obiettivi, è inevitabile che, prima o poi, nonostante la formula del contratto da rispettare e l’assegnazione dei compiti, questo a me, quello a te, le frizioni diventino contrasti e i contrasti diventino spaccature. Fino ad ora, tra Salvini e Di Maio ogni attrito si è risolto in una ricomposizione. Ora, non è importante sapere cosa pensino davvero l’uno dell’altro o del contratto, questo è un aspetto che non interessa neanche loro, quello che invece interessa noi, è che cosa potrebbe accadere nell’eventualità che i due divorziassero. E’ solo una questione di tempo? E’ già un sollievo dello spirito pensare che, chi ci sta mandando con le gambe all’aria, sia messo nelle condizioni di non più nuocere. Ma non si può dire fintantoché un’opposizione concreta, compatta almeno nella finalità di mandarli a casa escludendo l’ipotesi di fare con loro alleanze, e anche ruvida, non sia pronta a prendere in mano le redini del paese. Per fare questo, bisogna mettere da parte i se e i ma, i distinguo, i dettagli insignificanti, gli interessi correntizi. E qui mi riferisco al Partito democratico, al 18 per cento di elettori fedeli, e a chi si è candidato alla guida della segreteria. Martina, Damiano, Richetti, Zingaretti, Boccia, Minniti, Corallo. Troppi. Le preferenze si disperderebbero rendendo difficile il raggiungimento del 51 per cento. E, a parte le simpatie personali, quello che manca è il volto nuovo, se si esclude il giovane Corallo. Ci vorrebbe qualcuno che avesse personalità, carattere, carisma, e fosse percepito soprattutto come affidabile, e outspoken, uno che parlasse chiaro e fuori dai denti. Un vero rivoluzionario per questo paese, che avesse l’intelligenza e il coraggio di dire la verità sullo stato delle cose, spiegasse a reti unificate il progetto di paese che ha in mente, non facesse sconti a categorie, gruppi, élite e masse, non lisciasse gli arruffati e i sobillapopolo per il verso del pelo, mettesse tutti davanti alle loro responsabilità, passate presenti e future, e sottolineasse che il binomio diritti-doveri e merito sono le fondamenta della democrazia e della coesione sociale e che ad essi si atterrà. Bisogna avere il coraggio della speranza anche in momenti bui.

Travaglio si mette in cattedra e dà lezioni sulla Tav…..l’opinione di Rita Faletti

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postato il 21/11/2018 alle 09,28

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Indovina chi sarà stasera tra gli ospiti della Gruber. Ma Marco Travaglio, ovviamente. Quale sedicente voce “indipendente” non può mancare da Floris? Ma quella di Marco Travaglio, ovviamente. Viene da chiedersi se i conduttori dei talk siano a corto di ospiti e di idee, visto che il dottor manette e il suo ricco armamentario accusatorio, prevedibile e scontato, occupano spazi non secondari nei programmi in onda in prima serata. La menata segue il canovaccio consolidato: tu cosa pensi Marco? E Marco attacca con il solito tono di chi dispensa libbre di verità incontestabili. Solita smorfia di sufficienza, solito sorrisino beffardo, in una esibizione dove contestazioni e interruzioni non sono previste. Quando una giornalista osò farlo, disse, velenoso: “Toglietemi questo rumore di fondo”. Per Travaglio le opinioni altrui sono rumore. Nessuno che avanzi riserve sulle sue affermazioni, lo incalzi con qualche domanda o controbatta a muso duro. Eppure, qualche dubbio ti viene su coerenza, logica e buona fede di alcuni passaggi, specialmente se riguardano i grillini, che il direttore del Fatto tratta con i guanti, ricevendo, in cambio, il primo posto nella lista dei giornalisti buoni. Roba da scuola per l’infanzia. Nessuna meraviglia. Ai grillini, Travaglio ha sempre voluto bene. Si è dato un gran da fare a preparare loro il terreno nell’opera di sputtanamento di Renzi figlio e Renzi padre, al quale ha dovuto 70mila euro per l’accusa di diffamazione, e nella messa in piedi della campagna di denigrazione contro la Boschi, a mio avviso, migliore di tutti i pentastellati messi assieme. Ha poi allestito una robusta macchina di propaganda al servizio dei nuovi potenti, senza disdegnare il ricorso alle fake news. E, a scanso sbugiardamento, zero contraddittorio. Così, alcune sere fa, parlando della Tav, ha ripetuto le cose che abbiamo sentito più volte da Toninelli & company. “La linea Torino-Lione trasporta solo merci”. Falso. Paolo Foietta, architetto e commissario straordinario del governo, bersaglio delle critiche di Travaglio che dalle pagine del Fatto lo accusa di sparare numeri a casaccio e di agire per un tornaconto personale, ha smentito il giornalista: “La linea Torino-Lione, nella tratta di valico, è sempre stata una linea mista merci e passeggeri, così come tutti i valichi di attraversamento delle Alpi, svizzeri e austriaci. La linea gestirà 162 treni merci e 22treni passeggeri”. Foietta ha anche precisato di aver più volte chiesto un confronto televisivo con il giornalista che si è sempre rifiutato di incontrarlo. Del tornaconto di chi, parla Travaglio? Il dubbio che la battaglia contro la Tav sia solo ideologica, è confermato dalla decisione del ministro Toninelli di affidare a un gruppo di tecnici l’analisi costi-benefici. Dopo sette analisi che hanno dato esiti positivi, non si capisce a cosa serva una ulteriore analisi, se non a dilatare i tempi e dare soddisfazione agli elettori. E visto che, dalla parte dei gialloverdi, si fa un gran berciare di ipotetici tornaconti, è bene che si sappia che i tecnici scelti da Toninelli sono vicini al governo, alcuni sono No Tav dichiarati, due dei quali abituali collaboratori del No Tav del Fatto di Travaglio. E, per concludere, una nota sulla magnanimità del giornalista diventato famoso grazie alla gogna mediatica dispensatrice di verdetti di colpevolezza prima dei processi nelle aule di tribunale. Una sciocchezza, ma significativa: a Patrizia Ghiazza, una delle sette donne manager organizzatrici della manifestazione pro-Tav a Torino, ha detto, con malcelata acrimonia: “Non si dice la Tav, ma il Tav, essendo un treno”. Silenzio imbarazzato e imbarazzante in sala.

Quello che serve per scongiurare la dittatura dell’incompetenza è la rivoluzione delle élite……. l’opinione di Rita Faletti.

 

postato il 15 novembre 2018 alle 9,02

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Nord contro sud, destra contro sinistra, campagna contro città, poveri contro ricchi, lavoratori contro imprenditori. Su questi dualismi, il governo gialloverde ha costruito le basi del proprio potere, di impronta autoritaria e divisivo nel paese già abbastanza diviso, che riflette il divario incolmabile tra leghisti e pentastellati, tra il sostegno al lavoro, che è l’unico modo per combattere la povertà, attraverso la flat tax per le imprese del nord produttivo, e il sostegno alla disoccupazione attraverso il reddito di cittadinanza per il sud assistito. Due formule antitetiche e inconciliabili che spiegano perché, sia la flat tax che il reddito di cittadinanza, siano stati estrapolati dal contratto di governo , con la promessa di farli comparire in un decreto il prossimo anno. Ma i soldi, dice il governo, ci sono per entrambe le riforme. Perché aspettare allora? La risposta è nell’abitudine a sparare fandonie per coprire la realtà e continuare a illudere gli elettori, sperando che le cose vadano meglio del previsto. Non succederà e, arrampicarsi sugli specchi, finirà in un disastroso scivolone per il paese che si porterà dietro i due bugiardi. Nel 2019, l’Italia crescerà meno degli altri paesi europei, quindi, le stime di crescita del governo sono fasulle. Il deficit fissato al 2,4 per cento, tenuto conto del rialzo dello spread e della sfiducia dei mercati che frapporranno una ulteriore distanza tra noi e gli investitori stranieri, sarà invece compreso tra il 2,6 e il 2,9 per cento. In tal caso, il ministro dell’Economia Tria mette le mani avanti, assicurando che il deficit verrà corretto al ribasso. Allora, tanto rumore per nulla. A cosa sarà servito allarmare i mercati e l’Europa, allertare i cittadini e spingerli a disinvestire in Italia per trasferire i loro risparmi in paesi più sicuri e affidabili, se le parole e le parolacce avranno assestato un bel colpo all’economia dopo aver penalizzato l’impresa, frenato lo sviluppo, fatto lievitare la disoccupazione? Gli incompetenti farebbero bene a tornare a casa e dedicarsi ad attività più adatte a loro, senz’altro non a guidare un paese. Ne abbiamo abbastanza di demagoghi chiacchieroni e inconcludenti sempre alla ricerca di voti e consensi. Ne abbiamo abbastanza di chi grida “onestà” e nel decreto Genova infila un articolo vergognoso che condona l’abusivismo a Ischia e strizza l’occhio a chi di abusivismo è vissuto e continuerà a vivere. Molti italiani, sempre di più, vogliono che siano i competenti di ogni settore, gli esperti di amministrazione e di gestione dello stato, i professionisti capaci, i sindacalisti consapevoli e liberi da pregiudizi, i cittadini impegnati quotidianamente a far crescere il paese grazie al loro lavoro contro il boicottaggio dei fannulloni corrotti, le minacce delle cosche mafiose, l’illegalità diffusa nella pubblica amministrazione, gli sgambetti architettati dagli sfigati invidiosi, a prendere in mano la situazione e coordinarsi all’interno di un contenitore comune, magari assieme a un Minniti e a un Calenda. I tempi potrebbero essere maturi per un atto di coraggio che salvi il paese dallo sfascio. blogRitaFaletti

 

Raggi assolta, Appendino contestata: esultanza e guai dei pentastellati, che Salvini questa volta non difende……l’opinione di Rita Faletti

postato il 13 novembre 2018 alle 8,57

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Raggi ritorna immacolata. Il duo Giggino-Dibba si scalda e vomita i soliti insulti sgangherati sulla stampa, “una puttana che si prostituisce non per bisogno ma per viltà” sentenzia, dal Guatemala, il portavoce barricadiero del movimento. Virginia “massacrata” dai giornali per due anni, rincarano i grillini, finalmente può “girare a testa alta” tra i romani che ama. Se fai un giro per le strade della capitale diresti il contrario. Ma il sindaco, che qualcuno era pronto a sacrificare, e che era credibile quando proclamava la propria innocenza, ha la stessa autonomia decisionale che ha un carcerato in una cella di isolamento. L’espressione, il sorriso, le parole che scivolano via senza lasciare traccia, spiegano perché sia stata scelta per la poltrona più importante dell’amministrazione capitolina. Correvano voci, qualche tempo fa, che Salvini intendesse sostituirla con uno dei suoi. La Raggi, interrogata sulla questione, conferma e aggiunge: “La Lega voleva intestarsi il merito di tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi due anni”: Qui la Raggi sbrocca. Non più solo fake news, il complottismo dei frighi, e tutto il repertorio di accuse rivolte a chi non sta dalla parte dei pentastellati, ma un vistoso ribaltamento della realtà. Accuse e vendetta: il fondo per l’editoria dovrà essere abolito, un modo semplice per tentare di tappare la bocca all’informazione, quella ostile, intendiamoci. Si chiama attacco alla democrazia. Ma Salvini si dissocia e dichiara di apprezzare il lavoro dei giornalisti. Non serve allontanarsi da Roma per dare sostanza al sospetto che i grillini siano pronti a tutto pur di eliminare le opposizioni. Ieri si è votato per il referendum su Atac, la ditta di trasporti pubblici di cui è azionista il Comune di Roma, e pare che a molte persone sia stato impedito l’accesso ai seggi. Una manovra per scongiurare la vittoria dei sì a favore della collaborazione pubblico-privato nella gestione dell’azienda. Referendum proposto dai Radicali con esito annullato, non essendo stato raggiunto il quorum del 33 per cento. Che i romani si tengano i loro autobus che prendono fuoco, i servizi autoridotti, i ritardi biblici, i 1200 dipendenti assenteisti che ogni giorno stanno a casa. Ma l’aggravante è che il debito colossale di Atac, 1,35 miliardi, è suddiviso tra tutti gli italiani, anche quelli che non vivono a Roma e non hanno colpa alcuna di questo disastro irreparabile di malagestio.E passiamo da Roma capitale d’Italia, a quella che è stata soprannominata la capitale del sud d’Italia, per affinità in fatto di stallo economico, Torino. La città dell’understatement e del riserbo, ieri è scesa in piazza per manifestare a favore della Tav, del lavoro e dell’impresa, contro l’immobilismo della giunta pentastellata e del suo sindaco, Chiara Appendino. La protesta, educata e ordinata, va detto, ha sorpreso un po’ perché è stata il segnale che la pazienza dei torinesi è arrivata al capolinea. La Appendino è calata nel gradimento della borghesia imprenditoriale e delle categorie produttive della città, quelle che avevano accolto con entusiasmo la sua elezione a sindaco. Cosa è successo da allora? Appendino è tra incudine e martello, tra il ribellismo dei centri sociali che dicono no a tutto e il riformismo della sinistra moderata, favorevole agli investimenti. “Torino non è ferma, ha detto un intervistato, sta andando indietro”. E’ questo il vero problema dei 5stelle: hanno sabotato le Olimpiadi invernali, hanno tagliato i fondi per le periferie, non hanno messo un euro nella cultura, si ostinano a contrastare la Tav. Aleggiava ieri un’atmosfera di trattenuta irritazione tra i manifestanti, critici nei confronti del ministero delle Infrastrutture e del suo titolare, il quale, dietro la solfa del rapporto costi-benefici, nasconde l’avversione acida del suo movimento alle grandi opere, il “magna-magna” ricorrente sulla bocca di Toninelli che vorrebbe mandarci tutti in bicicletta. Ieri, lo scontento si è materializzato. Non solo per la mancanza di una leadership con una visione chiara di futuro, ma, sopra tutto, per la cospirazione grillina contro il lavoro, a favore di una decrescita d’accatto sul modello peroniano. Ma Salvini e i leghisti, ieri presenti alla manifestazione, mentre Appendino non c’era, hanno detto sì alla Tav, sì alle grandi opere, sì al lavoro.