Governo in stato confusionale…l’opinione di Rita Faletti

postato il 14 luglio 2020 ore

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Alcuni ponti e viadotti crollati negli ultimi anni

Settimana impegnativa per Conte e per l’esecutivo.  Dopo quasi due anni dal crollo del ponte Morandi,  il Cdm  slittato alle 22 di questa sera, dovrà finalmente prendere una decisione sulle concessioni  ad Autostrade per l’Italia (Aspi), la società che  Atlantia, holding della famiglia Benetton, controlla per l’88 per cento. Sembra trascorsa un’era geologica da quando l’ex ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, promise con l’avventatezza di chi non conosce il diritto e da una prospettiva viziata dall’ideologia, che avrebbe revocato la concessione ad Autostrade. Da allora nessun accertamento delle responsabilità e nessuna revoca.  In cambio abbiamo imparato che è canonico dei grillini promettere e non mantenere, parlare e non fare. Dunque,  il governo Conte revocherà davvero la concessione ad Autostrade?  Il presidente del Consiglio ha tirato fuori l’anima grillina quando ha dichiarato che non è accettabile farsi prendere in giro da chi è responsabile di una tragedia, con   riferimento  alla proposta ritenuta irricevibile fatta dalla società. Nei piani di Conte c’è un fine preciso: assicurarsi lo scalpo dei Benetton costringendoli all’uscita totale dal capitale di Autostrade. E’ quello che vogliono i pasdaran pentastellati- Crimi in mascherina: “Non arretreremo”- e la sinistra del Pd. E Zingaretti? Il segretario  auspica un assetto societario che veda lo stato al centro di una nuova compagine azionaria. Come dire ingresso di Cdp e altri gruppi  in Aspi. All’orizzonte uno Zinga pronto a cedere.  Di diverso avviso Italia Viva. Renzi  si dimostra cauto e per niente interessato a placare o strumentalizzare la rabbia che i grillini assecondano. Le sue preoccupazioni toccano aspetti reali: manutenzione, investimenti sulle reti autostradali, difesa dei posti di lavoro.  All’incirca quanto offerto da  Autostrade nella trattativa con il governo: indennizzi a Genova, maggiori controlli sulla rete, manutenzione straordinaria, accelerazione sugli investimenti, abbassamento del  5 per cento delle tariffe e un aumento di capitale di 3,4 miliardi, cifra chiesta dal governo. Ma a Conte non basta. Gianni Mion,  presidente di Edizione, holding dei Benetton a cui fa capo il 30% circa di Atlantia, ha detto di comprendere la posizione del premier, ma ha aggiunto: “E’ nostro dovere difendere le due aziende, Aspi e Atlantia, e i loro dipendenti, finanziatori e azionisti”. Esattamente ciò che Conte trascura, oltre alla questione della penale da pagare alla concessionaria, ridotta da 23 a 7 miliardi, forse, e al carattere espropriativo che assumerebbe il passaggio della gestione ad Anas in assenza di indennizzo. La revoca della concessione ad Autostrade provocherebbe  l’effetto default (19 miliardi) con serie conseguenze  sui mercati obbligazionari e bancari europei  essendo, la maggior parte del debito, costituito da titoli detenuti da investitori internazionali. Ricadrebbe sugli azionisti di Atlantia, tra cui il fondo sovrano di Singapore, e di Aspi, uno dei quali è il fondo cinese Silk Road. Il futuro della compagnia autostradale coinvolgerebbe inoltre i suoi soci stranieri:  industriali tedeschi e Allianz. Anche di questo Merkel e Conte hanno parlato durante l’incontro di ieri oltre che del Recovery fund.  E non vanno dimenticati  i  17mila piccoli risparmiatori che hanno in mano obbligazioni retail Aspi per 750 milioni. Perché prendersela anche con loro?  E se, per capirne di più,  volessimo risalire indietro nel tempo, scopriremmo che i rapporti tra concessionario e concedente (Autostrade e ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) sono stati all’insegna della mancanza di trasparenza al limite della legalità e in spregio ai principi di concorrenza e libero mercato come evidenziato alla fine del 2019 dalla Corte dei Conti. Logica deduzione:  le responsabilità non stanno solo da una parte. Palesi le inadempienze  del gestore rispetto agli investimenti: a scadenza della concessione (2038) sarebbero dovuti essere di 22,8 miliardi mentre a tutt’oggi  ammontano alla metà. Le ragioni? Quelle riportate dalla società e condivise  dal Mit stesso: le incertezze normative e gli abnormi tempi di approvazione dei progetti. Del che nessuno dubita sapendo bene come funzionano o non funzionano le cose in Italia, dove la catena del potere è opaca, le responsabilità mal definite  e la burocrazia lenta e tortuosa. Ma purtroppo, la politica italiana opta ogni volta per soluzioni semplici e fallimentari a problemi complessi  che richiederebbero intelligenza e visione. Un esempio? Affidare ad Anas, che ha già in gestione il monitoraggio di 5mila viadotti e 29mila chilometri di strade, il controllo di altri 3mila chilometri, considerando i mediocri risultati conseguiti:   28% di viadotti monitorati e  0% della rete stradale. Eppure, dal 2016 al 2020 il Mit aveva garantito fino a 29,9 miliardi per manutenzione, monitoraggio e messa in sicurezza, e nel biennio 2019-2020 altri 2,7 miliardi. E’ una conferma dell’inefficienza atavica dello Stato, che non sa fare lo Stato, figurarsi se è in grado di sostituirsi all’impresa.  Governo in stato confusionale…l’opinione di Rita Faletti

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