Covid-19: a ognuno il suo mestiere…l’opinione di Rita Faletti

Postato il 25 febbraio 2020 alle ore 17,16

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T.D.

A sei giorni dalla comparsa improvvisa del coronavirus a Codogno, uno dei dieci comuni del basso lodigiano ed epicentro del focolaio infettivo in Lombardia, le persone contagiate in quell’area, nel momento in cui scrivo, sono 212. Il secondo epicentro è in Veneto, a Vo’ Euganeo, in provincia di Padova, dove è avvenuto il primo decesso e dove i pazienti sotto osservazione sono 38. La velocità di diffusione del virus ha costretto  all’adozione di misure draconiane, tra cui il divieto di entrata e uscita dalle “zone rosse”. Sospese le lezioni nelle scuole di ogni ordine e grado e nelle università, rimandati gli eventi sportivi, chiuso dalla mezzanotte di domenica il carnevale di Venezia, cancellati i viaggi di istruzione in Italia e all’e stero, chiusi musei, teatri, cinema, centri commerciali e aziende, invitati i cittadini a lasciare le abitazioni solo per gli acquisti di prima necessità e limitare le occasioni di socialità. Una quarantena indispensabile all’ innalzamento della soglia di tutela della salute che ha stretto tutto il nord di una cintura sanitaria benché pochi siano i casi segnalati nelle altre regioni: 23 in Emilia-Romagna, 1 in Piemonte e  Alto Adige. 1 caso in Toscana e 2 in Sicilia. Rispetto al numero di infettati e deceduti (8 persone di età avanzata e affette da patologie pregresse, anche serie) l’Italia è il primo Paese più colpito in Europa e il terzo nel mondo. Come mai? I 5000 test diagnostici effettuati, dei quali 1500 in Lombardia, paragonati ai 400 della Francia, potrebbero significare che il numero di infettati è direttamente proporzionale a quello dei controlli: più controlli più contagiati. Una risposta si potrà avere, forse, seguendo l’evoluzione dell’epidemia negli altri Paesi europei in cui, differentemente da come si è proceduto da noi, si eseguono test solo su chi dichiara di aver avuto contatti con persone provenienti dalla Cina. La gravità della situazione impone di affidarsi alle competenze di virologi, epidemiologi e infettivologi, ossia alla scienza che oggi si prende una rivincita sulle umiliazioni e gli attacchi subiti da politici mezze tacche e loro follower. Quindi, agli esperti il compito di arginare il pericolo della diffusione del virus e ricostruire la catena di trasmissione che faciliterebbe il contenimento del contagio, ai cittadini il dovere di comportarsi responsabilmente, e a noi le domande: cosa sappiamo del Covid-19? Quali affinità ha con la Sars? Entrambi i virus si sono sviluppati in Cina e si trasmettono per via aerea. La Sars (sindrome respiratoria acuta grave) esplosa verso la fine del 2002 nella provincia del Guangdong si è esaurita nel luglio dell’anno successivo, dopo aver provocato 774 vittime, con un indice di mortalità del 9,5 per cento. Allora la Cina coprì a lungo il virus. Oggi è recidiva. Il 31 dicembre del 2019, un giovane medico di Wuhan, la città da cui si è diffusa l’epidemia di coronavirus, diede l’allarme e per questo fu convocato dalla polizia e accusato di aver turbato l’ordine pubblico. Contrasse il virus dopo essersi prodigato nella cura delle persone infettate e morì i primi di febbraio di quest’anno. In gennaio Xi Jinping era già al corrente dell’epidemia, ma scelse il silenzio: i regimi non tollerano la libertà di stampa. Recentemente, il presidente cinese ha ammesso di non aver tempestivamente informato la comunità internazionale. Nel paese asiatico le infezioni sono 80.000 e le vittime 2703, un numero superiore a quello della Sars, nonostante l’indice di letalità del coronavirus sia di gran lunga inferiore: 2,3 per cento. Sars e Covid-19 appartengono allo stesso genere e alla stessa specie, ma la differenza rilevante è che la Sars è infettiva solo nella fase acuta, il che la rende facile da controllare. Il coronavirus, invece, presenta una sintomatologia che la avvicina all’influenza: febbre leggera e una banale congiuntivite che non allarmano. Da qui la sottovalutazione e la difficoltà della diagnosi che lo rendono più pervasivo. Chi accusa quei sintomi non si preoccupa e continua a vivere senza cambiare le proprie abitudini, contagiando inconsapevolmente un numero indefinito di persone. Ma com’ è arrivato in Italia? Il paziente zero, di rientro da Shangai e indicato come possibile veicolo del virus, sarebbe guarito senza manifestare sintomi. La prova del tampone a guarigione avvenuta infatti, non è indicativa del contagio, che si rileva solo grazie agli anticorpi presenti nel siero. E c’è una domanda ulteriore che riguarda la natura del virus. Il professor Galli, primario del reparto di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano risponde così: “E’ un virus ruspante che viene dalla natura, vicino al virus dei pipistrelli. Lo abbiamo studiato nelle sue 52 sequenze che ne confermano l’origine”. Stroncata la diceria circa la nascita in laboratorio. Quindi, la stretta vicinanza tra animale e uomo è la causa del salto di specie. Tutto è nato nel mercato di animali vivi a Wuhan, è valso per la Sars e vale per il Covid-19. Fino a quando i cinesi continueranno a macellare pipistrelli e serpenti a cielo aperto, siamo tutti a rischio. Rimane una domanda: una volta raggiunta la guarigione, ci si può ritenere immuni all’ infezione per sempre? Nessuno è ancora in grado di rispondere. Per concludere, nulla contro il popolo cinese che per il comportamento disciplinato e rigoroso tenuto in un momento drammatico, merita rispetto e ammirazione. Da chi ci aspetteremmo invece una posizione ferma è l’Organizzazione mondiale per la sanità, che dovrebbe fare pressione sul governo cinese affinché convincesse il Paese ad abbandonare abitudini selvagge se vuole essere considerato una nazione civile a pieno titolo. C’è poi la questione dei rapporti tra presidenza del Consiglio e regioni. Ieri Conte si è lasciato andare una frase inopportuna che rivela arroganza e ignoranza: “Contrarremo i poteri delle regioni”. Qualche volta il potere centrale farebbe bene ad astenersi dal ficcare il naso dove non ha né la conoscenza diretta né la competenza per parlare.

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