Il patto dei due Matteo…l’opinione di Rita Faletti

postato il 20 febbraio 2020 alle ore 13,24

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Sorvolando l’Himalaya pakistano, che vanta 5 dei 14 ottomila più affascinanti al mondo, Renzi manda un alto avvertimento al governo. Senza di lui la sopravvivenza del bisConte non è scontata. A Montecitorio la maggioranza non è a rischio, ma a Palazzo Madama i numeri non sono sufficienti se Italia viva si sfila. Così Conte perlustra ogni angolo alla ricerca di “Scilipoti” disposti a sostituirsi al partito di Renzi. Si era ventilato, ma è stato poi smentito dai diretti interessati, che il forzista Paolo Romani fosse pronto a creare un gruppo di “responsabili” a sostegno del governo. A livello del mare o poco più, i grillini alle prese con il consenso prossimo a una cifra, tentano la mossa della protesta di piazza contro i vitalizi e riscoprono l’ebrezza dei rimpianti tempi del “vaffa”. Nel fondo del cuore sono rimasti antiparlamentaristi e antieuropeisti nonostante l’appoggio strumentale a von der Leyen. Anche l’immobilismo del governo è attraversato da qualche fibrillazione. Da Roma, Zingaretti chiede a Renzi di decidere se stare dentro o fuori intanto che i suoi consultano in modo compulsivo i sondaggi anche in previsione delle prossime regionali che per il Pd non saranno una tranquilla scampagnata di primavera. Il miracolo Emilia-Romagna, dove essenziale è stata la buona amministrazione di Bonaccini, non è detto si ripeta, malgrado l’appoggio che le sardine già assicurano. L’inflazionato slogan “……non si lega” potrebbe aver annoiato e sortire l’effetto contrario. Il brainwashing anti-Salvini dei pesciolini portati in trionfo da soloni che li vorrebbero nel Pd, induce gli spiriti insofferenti alla omologazione a respingere ciò che percepiscono come imposto, contro la vocazione dei più a seguire la mandria. Alle regionali di Liguria, Marche e Campania, Renzi ha anticipato che Italia viva si dissocerà dal Partito democratico; in Veneto e in Puglia sarà con Calenda e Bonino. Solo il candidato della Toscana, Eugenio Giani, sarà sostenuto da Pd e Italia viva. Comunque finisca, nel paese i numeri dicono che il centro destra è maggioranza. Eppure, nulla si muove. Aver fatto fuori Salvini, momentaneamente e senza neppure ringraziarlo, non basta. Il Pd deve eliminare i resti del populismo capace solo di fare danni e, se è in grado, tirare fuori il paese dalla crisi. Dall’esterno, il governo assomiglia a un ammasso disomogeneo di materiale inerte sul punto di smottare. L’economia è disastrosa, siamo ultimi dopo la Grecia, con la produzione industriale ferma e la disoccupazione che ha ripreso a salire. Dal nulla, si leva di tanto in tanto la voce del ministro dell’Economia Gualtieri, che ci comunica con contenuto ottimismo che si intravedono i “primi segnali incoraggianti di crescita”. Ma la crescita è come l’Araba Fenice che ci sia ciascun lo dice ove sia nessun lo sa. E Renzi, che sulla prescrizione dice: “Noi non ci vendiamo”, e ha nel cassetto la sfiducia individuale a Bonafede pronto a tirarla fuori alla prima occasione, dimostra di essere uno dei pochi ad avere idee chiare sulla crescita: sbloccare i 270 cantieri; far partire la Gronda, già finanziata; mettere i commissari dove ci sono i soldi e avviare le opere pubbliche per dare una sferzata all’economia prima che arrivi la recessione e saltino posti di lavoro; abolire il reddito di cittadinanza, a quel punto inutile come misura per il lavoro, abbassando ulteriormente il cuneo fiscale (oggi una bazzecola: tre miseri miliardi) per aiutare le imprese. Fermare il populismo significa anche impedire la revoca delle concessioni a Autostrade, che sarebbe un autogol: si manderebbero a casa tanti lavoratori e si pagherebbe una forte penale. Intervistato da Vespa a Porta a porta Renzi avanza una proposta: l’elezione diretta del sindaco d’Italia che sta in carica cinque anni. E per sgomberare il campo da insinuazioni e attacchi: “Ho il lusso di poterlo proporre perché sono al 4 per cento e siccome così non si va avanti, alla fine accetteranno tutti”. Tirando le somme: il Pd, per spirito di autoconservazione, è diventato il partito dello status quo, ingessato in un governo in cui Leu, sinistra radicale e grillini sono dalla stessa parte, legati da un’ideologia che è il vero freno della crescita. Non si cresce cominciando a distribuire ma cominciando a produrre e per combattere la povertà non si combatte la ricchezza. Tutto fuorché criptico o imprevedibile, Renzi è stato trasparente. La sua visione di paese non è compatibile con quella del governo Conte. E con quella delle opposizioni? A questo proposito, si vocifera del patto dei due Matteo sulla nascita di un governo istituzionale guidato da Renzi (Salvini: “Dopo esserci alleati con Di Maio nulla ci fa più paura”) a condizione di fissare la data delle elezioni, possibili dopo il referendum sul taglio dei parlamentari. Ipotesi niente male.

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