Khamenei a Trump: “ora prepara le bare”….l’opinione di Rita Faletti

postato il 5 gennaio 2020 ore 13,04

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La notizia trasmessa ieri con preoccupazione da tutte le emittenti del Pianeta, la più sensazionale in ordine cronologico dopo l’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan nel 2011 e di al-Baghdadi in ottobre, riguarda un’altra uccisione. Fuori dell’aeroporto internazionale di Baghdad, un missile lanciato da un drone americano MQ-9 Reaper, colpisce un veicolo sul quale sta viaggiando nientemeno che il generale Qassem Suleimani, l’uomo più influente dell’Iran, una sorta di alter ego dell’ayatollah Khamenei. Subito dopo, Trump posta l’immagine della bandiera a stelle e strisce. Nessun commento. La bandiera americana è, da sola, messaggio forte e simbolo: di vittoria e di ristabilimento dell’ordine. Quello che in politica estera è sfuggito di mano a partire dall’Amministrazione Obama, viene riacciuffato e ricollocato al suo posto nella scacchiera geopolitica, in un’ottica di riequilibrio tra forze esterne e tra forze esterne e interne. Il controllo e il mantenimento di quell’equilibrio è affidato agli Stati Uniti. Che piaccia o meno riconoscerlo, se oggi l’Europa è un continente libero lo deve alla Gran Bretagna e al suo alleato naturale, senza i quali una raccapricciante svastica nera sostituirebbe le rispettive bandiere nazionali del vecchio continente. Fu Winston Churchill a chiedere a Roosevelt, allora presidente degli Stati Uniti, di intervenire in Europa per aiutare gli alleati minacciati da un pazzo criminale a sconfiggere le forze armate del Terzo Reich che stavano avanzando velocemente e occupando uno dopo l’altro gli stati europei. Anche durante gli anni della guerra fredda e della divisione Est-Ovest, prima del fatale crollo del muro di Berlino, l’America era stata il guardiano delle nostre democrazie contro il totalitarismo. Oggi il nemico è un altro, più pericoloso perché più subdolo, determinato a raggiungere i propri obiettivi senza esporsi direttamente, ma servendosi di milizie locali per eliminare l’ingombro che di quegli obiettivi ostacola o pregiudica il raggiungimento. Oggi il nemico è l’ego nazionalista della Repubblica islamica dell’Iran, che prepara da tempo la propria leadership sulla scena regionale e mediorientale, con ogni mezzo, rimanendo nell’ombra. Iraq e Siria sono di fatto nella sua orbita di potere, Hezbollah nel sud del Libano e Hamas a Gaza dipendono direttamente da Teheran che utilizza i due gruppi terroristici per colpire Israele. La teocrazia iraniana guidata dal suo capo spirituale, Khamenei, non è tenera neanche con gli iraniani che controlla attraverso un apparato repressivo feroce. Figurarsi se il nemico è l’occidente con la sua cultura. In questo contesto, l’eliminazione di Suleimani da parte degli Stati Uniti è vissuta come una grave perdita e insieme un terribile affronto al regime. Un atto di “terrorismo” che va lavato con il sangue. Chi era Qassem Suleimani che il popolo piange e giura di voler vendicare? Uno stratega militare, il più alto grado delle Guardie della Rivoluzione, un combattente spietato e crudele che usava uccidere personalmente i nemici. Carisma e potere, non rappresentazione del potere, ma il potere stesso, grazie al quale era riuscito a creare una rete di collegamento tra gli sciiti in Medio Oriente, dove sono minoranza, e restituire loro l’orgoglio e la fiducia di poter sfidare i sunniti. Iran sciita contro Arabia Saudita sunnita. Per gli iraniani un eroe, ora un martire, per molti altri un macellaio che ha ucciso centinaia di soldati americani in attentati brutali, ha autorizzato un attacco missilistico senza precedenti dall’Iraq contro le raffinerie dell’Arabia Saudita, ha ordinato un attacco con alcuni droni contro il territorio di Israele, ha organizzato 18 attacchi con razzi e mortai contro le basi militari in Iraq. Reazioni? Nessuna. In uno di questi attacchi è rimasto ucciso un contractor americano. Baghdad non ha protestato. Quale l’obiettivo? Sradicare le forze della Coalizione dall’Iraq e avere il dominio completo del paese. Per farlo, Suleimani si è spinto oltre: ha fatto nominare, in maniera discreta, un ufficiale iracheno a lui fedele, come comandante della sicurezza della Zona verde, area supersorvegliata della capitale che contiene anche l’ambasciata americana. Ma c’è anche chi ha gioito dell’uccisione del generale. Una folla di giovani dimostranti a piazza Tahrir, in Iraq, ha iniziato a ballare e manifestare contro il governo corrotto e compromesso con l’Iran, che spudoratamente dichiara di combattere lo Stato islamico. Un’ignobile bugia. In Iraq sono gli americani che continuano a contrastare i miliziani dell’Isis, insieme ai curdi. Minacce di rappresaglia, un progetto nucleare da portare a termine, paesi cui chiedere il sostegno. L’Italia deve subito dire da che parte intende stare. Il prode Di Maio chiede che l’Europa parli con una sola voce. L’Europa dal cuore di coniglio e dal coraggio di pecora, tace. Dovesse rimetterci commercialmente. Violazioni del trattato sul nucleare, violazioni dei diritti umani, minacce a Israele. Niente. Meglio il silenzio, non si sa mai. Unica voce quella di Donald Tusk: bisogna mantenere l’unità transatlantica. Dunque, bene ha fatto il presidente americano a ristabilire l’equilibrio in Medio Oriente e mettere in chiaro che l’America non è disposta a sopportare oltre. Il guardiano del mondo non può accettare che nell’ area più calda del Globo si rompano gli equilibri a causa di velleitarismi egemonici che sconquasserebbero una regione innescando una serie di pesanti conseguenze. Quella gallina stagionata della Nancy Pelosi può strillare quanto vuole protestando che Trump in persona ha ordinato l’attacco senza chiedere l’autorizzazione del Congresso. Sarebbe stato una inutile perdita di tempo. Gli americani, che siano democratici o repubblicani, di fronte alla difesa del loro paese e alla sicurezza nazionale si uniscono, sapendo bene da che parte stare. Mica l’Europa. L’architetto del terrorismo andava eliminato senza chiedere il permesso a nessuno. ritafaletti.wordpress.com

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