Ancora Boschi a processo in tv…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 19 gennaio 2020 alle ore

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Ancora lei. Maria Elena Boschi a 8 e 1/2 processata dalle 3 “G”, Gruber, Giannini, Giletti, per l’ultima malefatta di Italia viva. “Avete votato con l’opposizione a favore della mozione per l’abolizione della riforma della prescrizione” è l’accusa mossa da Lilli Gruber, concentrata nella ricerca di una introvabile imperfezione nella luminosa bellezza  della Boschi. In politica la bellezza non aiuta chi la possiede, per giunta con tanta naturale sicurezza. E’ un deterrente, quasi un invito all’attacco a testa bassa. Più misericordiosi Giannini e Giletti. E’ ovvio, non c’è competizione, ma la memoria di un precedente importante sì, quando la Boschi non si difese come avrebbe dovuto e potuto dal morso velenoso di Travaglio che la accusava di aver lavorato per salvare Banca Etruria. In quella circostanza, sempre a 8 e 1/2, Maria Elena Boschi disse: “Il dottor Travaglio si accanisce contro di me perché sono una donna”. Quando avrebbe dovuto e potuto dire: “Mi sono interessata a una banca del territorio (perché di solo interessamento si trattò) come è legittimo che un politico faccia”. Spostando lo scontro sul terreno della categoria di genere, Boschi commise un errore. Questa volta, il tentativo di messa all’angolo da parte dei tre giornalisti, non è andato a segno. Boschi è rimasta imperturbabile e ha ribadito un concetto espresso da Renzi: lo stop alla prescrizione è un obbrobrio, la morte del diritto. Di più: il Pd va a rimorchio dei 5s, di cui non intendiamo diventare la sesta stella. Non abbiamo fatto nascere questo governo per diventare grillini. Con il sopracciglio alzato, l’altoatesina conduttrice insiste: “Votare con l’opposizione è un atto grave che incrina la stabilità del governo”. Accompagnata da un sorriso, la risposta arriva netta. Si può riassumere così: dalla revoca delle concessioni ad Autostrade, alle questioni Alitalia e Ilva, alla politica estera, alla plastic tax, le nostre posizioni sono distanti da quelle del Pd. La subalternità del partito di Zingaretti ai grillini riguarda anche Quota 100 e Reddito di cittadinanza che noi aboliremmo. Incalza Gruber: “Voterete con l’opposizione anche in Senato?” Boschi: “Noi siamo sempre stati critici nei confronti della riforma della prescrizione. Non è una novità. Reputiamo che il processo debba essere giusto e di ragionevole durata e garantire l’indagato contro la cultura della gogna. Siamo garantisti.” Va detto che la sospensione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio,  trasforma un imputato in un presunto colpevole a vita e ogni processo in una persecuzione, eliminando un limite entro il quale deve intervenire la definitiva risposta di giustizia. La prescrizione è infatti legata indissolubilmente ai principi di presunzione di innocenza e di inviolabilità del diritto di difesa, contemplati dalla Costituzione. E’ per questo che Renzi ha detto: “Questa riforma non passerà, i grillini lo sanno benissimo”. Se però il tema è collegato alla sopravvivenza del governo, bisogna chiedersi se sia preferibile salvare il governo o lo stato di diritto. Per i nemici del giustizialismo la scelta è facile. E per il Pd? 

The New Pope. Iniziata su Sky la seconda serie….l’opinione di Rita Faletti

postato il 12 gennaio 2020

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E’ iniziata su Sky la seconda parte della serie televisiva nata dal talento prodigioso di Paolo Sorrentino, The New Pope. Già il titolo prelude a una nuova figura di pontefice, altra da quella che ha dominato la prima parte, e a un modo diverso di intendere la difficile missione di guidare la Chiesa e rapportarsi alla cristianità e al mondo. Se la centralità della figura papale rimane il punto fondamentale della serie, nella prima parte, The Young Pope, è il giovane Papa americano Lenny Belardo ad occupare la scena con la sua personalità, la sua ferma adesione ai dogmi, la sua intransigenza quando afferma che “non è Dio a doversi avvicinare a noi ma noi a Dio”, rendendo vani i tentativi del Segretario di Stato Angelo Voiello di stemperare gli aspetti apparentemente reazionari del proprio pontificato. Ed è sempre il giovane Papa, in coma da mesi, a colpire l’immaginazione all’inizio del primo episodio della seconda parte. Ed è sempre il Segretario di Stato, che si muove con decisione dietro le quinte per imbrigliare il nuovo corso degli eventi, a ordinare  l’apertura del Conclave per l’elezione del futuro Papa (rimarchevole l’accompagnamento musicale del Secondo Coro delle Lavandaie di Napoli) con la speranza di essere eletto.  Dopo l’ennesima fumata nera  l’annuncio: habemus Papam. Non sarà Voiello però a salire sul soglio pontificio, ma Tommaso Viglietti.  Chi è costui? Si chiedono increduli i cardinali. Niente è scontato, sembra suggerire Sorrentino. Il potente Segretario di Stato deve ritrarsi davanti alla volontà imperscrutabile dello Spirito Santo, nel quale sono in pochi a credere dentro e fuori le mura del Vaticano. Sorrentino, lasciati i toni intimistici adatti alla caratterizzazione di un Papa incline alla meditazione e alla preghiera, frequenti gli appelli a Dio, e impermeabile aIle lusinghe della propaganda e ai modelli vincenti della comunicazione, si sposta su una realtà più variegata, complessa e contraddittoria, dove muove i primi passi il  nuovo Papa. Dopo un esordio esitante che gli fa dire tra lacrime di commozione e confusione: “E adesso cosa devo fare?” (Il riferimento è a Papa Luciani) Francesco II, questo è il nome che sceglie per sé, impone le nuove regole: riportare la Chiesa alla povertà delle origini. “Vi libererete di tutte le ricchezze e le distribuirete ai poveri”. “Ci libereremo anche dei rifugiati?” Domanda ironico Voiello. “No, di quelli no”. Non sfugge il richiamo a Bergoglio. “Apriremo le porte a tutti i migranti”. All’obiezione del Segretario di Stato, Francesco II risponde: “Non vorrete mica che il vostro Papa si adombri”. Parole emblematiche che non ammettono repliche e non disdegnano schiaffi e strattoni alla bisogna. Voiello commenta tranciante: “Un Papa che non si rende conto di essere un Papa”. Eppure la stampa lo celebra e le sinistre lo amano. “Quelle non ne hanno azzeccata una”. Dal dogma alla morbidezza del compromesso e del cedimento. Ma Voiello non può rinunciare alla missione di salvare l’istituzione della Chiesa dalla distruzione e mentre i fedeli rimpiangono il giovane Papa americano e sentono forte la sua presenza e il suo messaggio di fede, Voiello si reca in Gran Bretagna  per convincere  l’aristocratico arcivescovo John Brannox a salire al soglio pontificio dopo la morte sospetta di Francesco II. La moderazione della “Via Media” di cui Brannox è promotore servirà alla rinascita della Chiesa e della sua missione nel mondo. Realtà e irrealtà, visione e immaginazione, fatti recenti di attualità si rincorrono e si mescolano nel capolavoro di Sorrentino, il cui principale interesse è la difficoltà dell’essere umano nell’affrontare valori assoluti che vanno ben oltre le ragioni di stato, le riflessioni filosofiche e le avversità,  per concentrarsi sulla fede e sui dogmi. John Brannox dirà a Voiello: “La Chiesa non si preoccuperà dei barboni, si preoccuperà della Chiesa”. E forse, Lenny Belardo si sveglierà dal coma e risveglierà il fascino misterioso del soprannaturale, irresistibile attrazione per l’essere umano.  ritafaletti.wordpress.com         

 

Khamenei a Trump: “ora prepara le bare”….l’opinione di Rita Faletti

postato il 5 gennaio 2020 ore 13,04

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La notizia trasmessa ieri con preoccupazione da tutte le emittenti del Pianeta, la più sensazionale in ordine cronologico dopo l’uccisione di Osama bin Laden in Pakistan nel 2011 e di al-Baghdadi in ottobre, riguarda un’altra uccisione. Fuori dell’aeroporto internazionale di Baghdad, un missile lanciato da un drone americano MQ-9 Reaper, colpisce un veicolo sul quale sta viaggiando nientemeno che il generale Qassem Suleimani, l’uomo più influente dell’Iran, una sorta di alter ego dell’ayatollah Khamenei. Subito dopo, Trump posta l’immagine della bandiera a stelle e strisce. Nessun commento. La bandiera americana è, da sola, messaggio forte e simbolo: di vittoria e di ristabilimento dell’ordine. Quello che in politica estera è sfuggito di mano a partire dall’Amministrazione Obama, viene riacciuffato e ricollocato al suo posto nella scacchiera geopolitica, in un’ottica di riequilibrio tra forze esterne e tra forze esterne e interne. Il controllo e il mantenimento di quell’equilibrio è affidato agli Stati Uniti. Che piaccia o meno riconoscerlo, se oggi l’Europa è un continente libero lo deve alla Gran Bretagna e al suo alleato naturale, senza i quali una raccapricciante svastica nera sostituirebbe le rispettive bandiere nazionali del vecchio continente. Fu Winston Churchill a chiedere a Roosevelt, allora presidente degli Stati Uniti, di intervenire in Europa per aiutare gli alleati minacciati da un pazzo criminale a sconfiggere le forze armate del Terzo Reich che stavano avanzando velocemente e occupando uno dopo l’altro gli stati europei. Anche durante gli anni della guerra fredda e della divisione Est-Ovest, prima del fatale crollo del muro di Berlino, l’America era stata il guardiano delle nostre democrazie contro il totalitarismo. Oggi il nemico è un altro, più pericoloso perché più subdolo, determinato a raggiungere i propri obiettivi senza esporsi direttamente, ma servendosi di milizie locali per eliminare l’ingombro che di quegli obiettivi ostacola o pregiudica il raggiungimento. Oggi il nemico è l’ego nazionalista della Repubblica islamica dell’Iran, che prepara da tempo la propria leadership sulla scena regionale e mediorientale, con ogni mezzo, rimanendo nell’ombra. Iraq e Siria sono di fatto nella sua orbita di potere, Hezbollah nel sud del Libano e Hamas a Gaza dipendono direttamente da Teheran che utilizza i due gruppi terroristici per colpire Israele. La teocrazia iraniana guidata dal suo capo spirituale, Khamenei, non è tenera neanche con gli iraniani che controlla attraverso un apparato repressivo feroce. Figurarsi se il nemico è l’occidente con la sua cultura. In questo contesto, l’eliminazione di Suleimani da parte degli Stati Uniti è vissuta come una grave perdita e insieme un terribile affronto al regime. Un atto di “terrorismo” che va lavato con il sangue. Chi era Qassem Suleimani che il popolo piange e giura di voler vendicare? Uno stratega militare, il più alto grado delle Guardie della Rivoluzione, un combattente spietato e crudele che usava uccidere personalmente i nemici. Carisma e potere, non rappresentazione del potere, ma il potere stesso, grazie al quale era riuscito a creare una rete di collegamento tra gli sciiti in Medio Oriente, dove sono minoranza, e restituire loro l’orgoglio e la fiducia di poter sfidare i sunniti. Iran sciita contro Arabia Saudita sunnita. Per gli iraniani un eroe, ora un martire, per molti altri un macellaio che ha ucciso centinaia di soldati americani in attentati brutali, ha autorizzato un attacco missilistico senza precedenti dall’Iraq contro le raffinerie dell’Arabia Saudita, ha ordinato un attacco con alcuni droni contro il territorio di Israele, ha organizzato 18 attacchi con razzi e mortai contro le basi militari in Iraq. Reazioni? Nessuna. In uno di questi attacchi è rimasto ucciso un contractor americano. Baghdad non ha protestato. Quale l’obiettivo? Sradicare le forze della Coalizione dall’Iraq e avere il dominio completo del paese. Per farlo, Suleimani si è spinto oltre: ha fatto nominare, in maniera discreta, un ufficiale iracheno a lui fedele, come comandante della sicurezza della Zona verde, area supersorvegliata della capitale che contiene anche l’ambasciata americana. Ma c’è anche chi ha gioito dell’uccisione del generale. Una folla di giovani dimostranti a piazza Tahrir, in Iraq, ha iniziato a ballare e manifestare contro il governo corrotto e compromesso con l’Iran, che spudoratamente dichiara di combattere lo Stato islamico. Un’ignobile bugia. In Iraq sono gli americani che continuano a contrastare i miliziani dell’Isis, insieme ai curdi. Minacce di rappresaglia, un progetto nucleare da portare a termine, paesi cui chiedere il sostegno. L’Italia deve subito dire da che parte intende stare. Il prode Di Maio chiede che l’Europa parli con una sola voce. L’Europa dal cuore di coniglio e dal coraggio di pecora, tace. Dovesse rimetterci commercialmente. Violazioni del trattato sul nucleare, violazioni dei diritti umani, minacce a Israele. Niente. Meglio il silenzio, non si sa mai. Unica voce quella di Donald Tusk: bisogna mantenere l’unità transatlantica. Dunque, bene ha fatto il presidente americano a ristabilire l’equilibrio in Medio Oriente e mettere in chiaro che l’America non è disposta a sopportare oltre. Il guardiano del mondo non può accettare che nell’ area più calda del Globo si rompano gli equilibri a causa di velleitarismi egemonici che sconquasserebbero una regione innescando una serie di pesanti conseguenze. Quella gallina stagionata della Nancy Pelosi può strillare quanto vuole protestando che Trump in persona ha ordinato l’attacco senza chiedere l’autorizzazione del Congresso. Sarebbe stato una inutile perdita di tempo. Gli americani, che siano democratici o repubblicani, di fronte alla difesa del loro paese e alla sicurezza nazionale si uniscono, sapendo bene da che parte stare. Mica l’Europa. L’architetto del terrorismo andava eliminato senza chiedere il permesso a nessuno. ritafaletti.wordpress.com