Salvare il paese dalla rovina significa liberarlo dalla zavorra del grillismo…l’opinione di Rita Faletti

postato il 2 dicembre 2019 alle ore 18,05

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Ogni partito ha una storia, un’ identità, una base elettorale, degli obiettivi. E’ pur vero però che un diverso contesto economico sociale e culturale può funzionare da variabile rispetto agli indirizzi di partito. Così, accade che il Pd di Bolzano non è identico a quello di Reggio Calabria. Questo implica la formazione di coalizioni lontane da affinità ideologiche sia a livello locale che nazionale. Quando c’erano i gialloverdi, a molti era venuto da chiedersi cosa le due forze avessero in comune, se non il collante del potere. Poi è successo che l’impostazione negazionista dei grillini di fronte a qualunque iniziativa di sviluppo e crescita, abbia spinto la Lega, tradizionalmente vicina all’impresa, a chiudere quell’esperienza di governo. La domanda che ci si è posti quando è nato l’esecutivo giallorosso è stata la stessa: “Cos’ hanno in comune i dem con i grillini?” Non un progetto riformista, non la stessa idea di giustizia e di democrazia, non il sostegno all’impresa, non gli investimenti in scuola, formazione, infrastrutture, non la cultura del lavoro, non la politica estera. Con queste premesse è oggettivamente impensabile che un’alleanza costruita sull’ antitesi piuttosto che sulla condivisione possa produrre qualcosa di positivo in un paese imballato e ingolfato nella burocrazia che stenta a crescere. Allora, i Cinque stelle al governo sono l’ostacolo. Nell’anno e mezzo del Conte1, i guai da loro prodotti, di cui non pare siano consapevoli, sono quelli ai quali oggi cercano di porre rimedio. Centosessanta tavoli di crisi sono il risultato della superficialità e dell’impreparazione dell’ex ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, passato, con stupefacente levità, a dirigere il ministero degli Esteri. La sostituzione del lavoro con il reddito di cittadinanza e dello sviluppo con la stagnazione sono suoi meriti. La scelta di Renzi di rimanere fuori dal governo è coerente con quanto ha sempre dichiarato e con la visione riformista che il Pd di Zingaretti a trazione romanocentrica ha tutta l’aria di aver accantonato. Bonaccini, il governatore uscente dell’Emilia Romagna che si ricandida alla guida della regione da sempre rossa, si presenterà senza il simbolo del partito. E’ convinto che non gli porterebbe bene ricordare agli elettori che il suo Pd ha approvato la plastic tax che colpirà le numerose aziende di packaging nella regione dove il pil cresce di più e sa che lo ius soli o ius culturae non appassiona affatto. E’ il sentiment più diffuso al Nord e in gran parte del Centro, dove recenti sondaggi hanno rilevato che i 5S non li voterebbe più nessuno per i passi maldestri compiuti in economia. Si guarda con diffidenza all’alleanza con i grillini, che ormai frequentano solo le regioni del Sud, dove il movimento ancora tiene. Si fa strada la consapevolezza che il grillismo sia nemico di una seria politica del lavoro e che l’assistenzialismo e l’interventismo di stato, di cui è sostenitore, siano l’anticamera del declino. Ne sono convinti i renziani, ne è convinto Calenda, ne è convinto Salvini con tutto il Centro destra. I due Mattei si stanno studiando e potrebbero accordarsi su alcuni temi specifici superando le reciproche idiosincrasie. Dall’altra parte, il pasticciato scacchiere giallorosso, dove i Cinque stelle sono più affini ai parlamentari della sinistra radicale, quelli che, per farla breve, gli imprenditori sono mascalzoni, le risorse che non si producono vanno redistribuite attraverso l’inasprimento della tassazione, il welfare va incrementato e la produttività non è un obiettivo. Poi però balbettano sul come scongiurare il rischio che una parte del paese si avvii al declino. Quanto durerà il Conte2? I dissidi interni al governo sono quotidiani e la traballante alleanza è puntellata persino dal comico milionario, che in attesa di più povertà per tutti, lui escluso ovviamente, ha diffidato il movimento dal mettere in dubbio Di Maio capo politico: difendere il governo per difendere se stessi. (Non volete mica il reddito di cittadinanza?). Quindi, la mancanza di un centro di gravità nel Pd e il pericoloso contagio di un movimento che ha dimenticato quello che era e non sa cosa vuole diventare, sono il presagio di un fallimento che non è scontato coincida con la fine del governo. Quello che sarebbe utile tutti capissero è che la manipolazione mediatica crea una gigantesca sproporzione tra acquisizione del consenso (il 33 per cento dei Cinque stelle nel 2018) e capacità di governare. Roma è l’espressione più vistosa. Diventata vergogna nazionale, è il simbolo dell’incompetenza e dell’incapacità. La discesa agli inferi è iniziata dopo Rutelli. Una discesa rovinosa che avrebbe imposto un’amministrazione guidata da persone di spessore. Si è optato per l’ignoto, illudendosi che fosse la soluzione migliore e ci è trovati di fronte l’inconsistenza della Raggi e del suo entourage. Dove invece cultura di governo, politica della responsabilità e capacità si fondono, i risultati sono visibili. Mi riferisco al modello Milano, emblema del successo sul piano dei servizi, dell’innovazione, dello sviluppo sostenibile, della cultura, delle start-up che fioriscono ogni giorno, dell’appeal. Si deve all’impegno di cinque sindaci di vaglia, di partiti diversi. Nell’ordine: Formentini, Albertini, Moratti, Pisapia e Sala, con il quale il Pd ha fatto della città la propria roccaforte. Ma Milano, dove soltanto il cinque per cento di cittadini è milanese doc, è una grande officina, aperta alle idee, al cambiamento, alle trasformazioni. La sfavillante Milano osa, investe, produce, attrae, seguendo il motto meneghino: fai sempre meglio, sempre di più. Il contrario del motto grillino: fermati e decresci.

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