Conte: il superpremier che ha profetizzato un anno bellissimo…………l’opinione di Rita Faletti

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Pronostico azzeccato per Conte, un po’ meno per il Paese. Novizio della politica, primo ministro di due governi bicolore, uno verde l’altro rosso, con una quota maggioritaria di giallo in entrambi, l’avvocato del popolo ha dato prova di astuzia e flessibilità da vero interprete del trasformismo. Persino Zingaretti, inizialmente tiepido nei suoi confronti, è diventato un suo ammiratore. Ma quanto è paziente, ma quanto è dialogante, ma quanto è aperto al compromesso! Il segretario Dem è così entusiasta di Conte che lo vorrebbe nel suo partito, non si sa se per convinzione o per opportunismo politico, e Conte glielo lascia credere, non si sa se per convinzione o per opportunismo politico. Non serve invece la macchina della verità dei film di spionaggio americani per scoprire quello che premier e segretario non nascondono: il vanto di essersi liberati di Salvini mettendo in sicurezza il Paese. Siamo ancora in Europa e usiamo l’euro per fare la spesa, comperare un biglietto per il cinema, pagare il caffè al bar. Lo scorso anno di questi tempi non era dato per scontato. Dunque, un punto a favore di un esecutivo debole e con esili prospettive di durata, che paga la velocità con cui è nato, la distanza culturale tra i due azionisti, le frammentazioni interne, le diffidenze reciproche; un esecutivo per opporsi più che per proporre, che intende durare fino al termine della legislatura per eleggere il presidente della Repubblica. Il merito del Conte2 sta anche nella rimozione di alcuni ministri che, se fossero ricordati, non sarebbe per capacità né per eleganza estetica oltre che etica, ma per lo zelo speciale dimostrato nel fare danni. Di Maio agli Esteri, dicastero poco attrattivo per il capo del movimento più interessato a farsi valere in casa che fuori, combinerà meno guai che allo Sviluppo economico. In Libia, dove è andato a dire non si sa cosa e in quale lingua, ci penseranno Erdogan e Putin a levargli le castagne dal fuoco. Bonisoli non è più ai Beni culturali dove ha tentato di sfasciare la riforma di Franceschini riportando a Roma la gestione e l’amministrazione dei grandi musei nazionali seguendo la logica statalista dei Cinque stelle. La Grillo ha dovuto cedere la Sanità, Toninelli, alle cui ingenue e spassose sparate ci si era quasi affezionati, ha lasciato Infrastrutture e Trasporti, la Trenta ha dovuto rinunciare a malincuore alla Difesa (strenua, della casa dalla metratura indispensabile alla nuova vita di relazione romana), portandosi via il fedele Pippo, lo schnauzer nano che la signora intanto che era occupata a difendere il patrio suolo ordinava: “escimi il cane” e un’auto militare partiva per prelevare Pippo e portarlo al ministero. Dettagli da farsa, ma significativi che inchiodano i grillini, a parole ferocemente ostili alla casta, nei fatti sensibili ai suoi privilegi. Privilegi di cui godere e privilegi da elargire. La Trenta infatti, nei quattordici mesi di permanenza alla Difesa, è riuscita a superare i suoi predecessori in generosità. A cominciare dai fedelissimi, tutti al ministero, tutti allo stesso civico in Via Flaminia, in una zona esclusiva dove gli affitti arrivano a 3mila euro mensili, mentre migliaia di ufficiali e sottufficiali attendono per anni un alloggio di servizio. Ma il buon cuore del ministro non conosce limiti: 130 encomi solenni, che hanno un peso nella carriera e nella retribuzione, conferiti per motivazioni vaghe e compilate con il metodo del copia e incolla, tanto da insospettire il sindacato dei militari che ha presentato un esposto alla P.d.R. di Roma “affinché sia accertata la regolarità delle procedure di assegnazione”. Cose imbarazzanti quasi quanto il video tragicomico in cui la Trenta ballava scatenata e faceva il trenino con i militari a Lourdes. Ma non basta. Da ministro della Difesa, ha declassato le Forze armate, chiamate a difendere il Paese dentro e fuori i confini, a una sorta di protezione civile. Quarantatré missioni operative distribuite in Africa, in Asia, in Medio oriente, intelligence, sistemi missilistici, F35, spese militari, programmi europei e atlantici, cose troppo serie per un ministro pacifista che ha fatto qualche tronfia passerella propagandistica e ha privilegiato gli scontri con Salvini sull’immigrazione. Le quote rosa non hanno portato bene ai Cinque stelle che hanno dovuto rinunciare anche alla ministra per il Sud, Barbara Lezzi, ex impiegata di quinto livello, cioè commessa, come è stato rilevato dall’ironico direttore di un giornale, che anche da parlamentare semplice estrinseca un’energia non comune nel nuocere alla sua regione, la Puglia. Diventata famosa per l’affermazione strampalata sull’aumento del Pil durante la stagione estiva grazie ai condizionatori che vanno a palla, ha brigato per sospendere lo Scudo penale ad ArcelorMittal al grido di “le cozze sono meglio dell’acciaio” sorvolando sul fatto che il gruppo siderurgico franco-indiano ha messo miliardi propri in un’azienda in perdita e che per giunta inquina da anni, in una zona del Paese dove non ci si accapiglia per investire. Tutto ancora da definire comunque, per ex Ilva come per Alitalia e concessioni ad Autostrade. Le proposte caldeggiate dai pentastellati sono l’ingresso dello Stato, cioè i soldi dei contribuenti, e l’intramontabile decrescita, unica soluzione alla difesa dell’ambiente. E il Pd? Boh!

Socialismo sovietico? E’ quello che vorrebbe la sinistra radicale. I britannici hanno risposto: no, thanks…..l’opinione di Rita Faletti Di Rita Faletti –

postato il 20 Dicembre 2019 – 10:16

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foto G. Ruzza

 

La crisi divenuta cronica delle sinistre europee si è materializzata anche nel Regno Unito. Il voto di giovedì scorso si è trasformato in una bruciante sconfitta per il Labour più di sinistra della sinistra britannica: Jeremy Corbyn è stato messo al tappeto dallo sfidante Boris Johnson. I Tory hanno stravinto aggiudicandosi 368 seggi, 42 sopra la soglia per la maggioranza assoluta. Che BoJo vincesse era scritto, che sbaragliasse l’avversario nessuno era disposto a scommetterci. Il povero Roberto Speranza insieme ad altri reduci della sinistra italiana era già con il trolley in mano pronto a volare a Londra per complimentarsi con il tovarish Corbyn con cui battersi per costruire una nuova Europa. Dovrà aspettare. Dunque, dal manifesto rosso “For the many not the few” al ridimensionatissimo “for the few”, 60 sono i seggi lasciati sul terreno dal Partito laburista, il risultato peggiore mai visto. Corbyn, il settuagenario nostalgico del socialismo sovietico, l’uomo che aveva promesso alla working class un cambiamento vero, si è addossato tutta la responsabilità della sconfitta ma non si è dimesso. Il suo corposo pacchetto antiliberista, la nazionalizzazione delle poste, delle ferrovie, della rete idrica, dell’energia, della banda larga, la rottamazione delle privatizzazioni, il fisco aggressivo contro i ricchi, una patrimoniale alle stelle per le aziende, l’abolizione delle tasse universitarie, non è riuscito a convincere molti di coloro ai quali l’ostinato nemico del capitalismo aveva chiesto scusa per il tradimento della Terza via di Tony Blair. A un programma populista troppo a sinistra e riproposizione del vecchio con una punta di isteria, il Paese allergico agli eccessi e all’emozionabilità ha risposto: “No, thanks”. I corbyniani hanno incolpato della sconfitta la Brexit, senza ammettere l’ambiguità dimostrata da Corbyn sulla controversa questione che ha monopolizzato il Paese per tre anni, e hanno sottaciuto le posizioni scandalosamente antisemite del loro leader che le comunità ebraiche non gli hanno perdonato. “I miei amici Hamas e Hezbollah” ha più volte detto il settantenne umiliato alle urne anche per questo. Ora il suo partito dovrà cercarsi un successore, ma chiunque sarà, l’attenzione della Gran Bretagna è per ora tutta rivolta al nuovo inquilino di Downing Street e all’uso che farà della fiducia composita che gli elettori gli hanno concesso. Attuerà l’uscita in breve tempo e nel modo più conveniente possibile? Da globalista convinto e uomo di cultura aperto e fuori dai soliti schemi, da politico carismatico e privo di scrupoli morali eccessivi, non ostacolerà certo la libera circolazione delle persone che a Londra circolano da parecchio e continueranno a circolare come le merci. La Brexit che Johnson non condivide ma che la maggioranza del popolo ha chiesto, non avrà nulla in comune con i sovranismi europei, la Gran Bretagna è sempre stata sufficientemente sovrana, e nello spirito ha poco in comune con la stessa Europa della quale anzi diffida, sentendosi invece naturalmente affine agli Stati Uniti. Cosa implicherà il divorzio dall’Unione europea? C’è chi ha già scommesso che con Boris Johnson la City diventerà una nuova Singapore. Il segnale dato dagli elettori è stato chiaro: aumentare le spese per sostenere la crescita e aiutare le fasce deboli. Conservatore per formazione culturale, sensibile ai cambiamenti e attento alle promesse fatte, BoJo punterà su investimenti ingenti in infrastrutture, sistema sanitario, istruzione e amministrazione pubblica, impegnando fondi pubblici e privati e dimostrando che crescita e welfare sono compatibili. La solidità delle istituzioni e il modello di democrazia non saranno sfiorati da eventuali bizzarrie di un eccentrico, brillante e imprevedibile Primo ministro. E mentre il resto del mondo corre, noi ci trastulliamo con una manovra finanziaria da ridere. blogritafaletti

 

Il Fondo salva stati: cos’è e perché firmarlo è importante per l’Italia……l’opinione di Rita Faletti

postato l’11 dicembre 2019 alle ore 23,44

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Si è conclusa la votazione sul Mes, acronimo di Meccanismo europeo di stabilità, più noto come Fondo salva stati, con 164 voti favorevoli e 122 contrari. Quello che è stato una spina nel fianco del governo e l’ennesima occasione di spaccatura tra Pd e 5s che oggi hanno perso quattro parlamentari decisi a passare con la Lega, sarà ratificato da tutti i Parlamenti europei nel 2020. Il confronto in Aula è stato infuocato come si poteva prevedere dopo che Di Maio si era messo di traverso e aveva minacciato di non firmare al buio, inseguendo Salvini sul suo stesso terreno. Il capo della Lega aveva sollevato un polverone insinuando il sospetto che il trattato contenga insidie a danno dei depositi bancari degli italiani. Aveva persino accusato di tradimento il presidente del Consiglio, il quale, in un recente intervento alla Camera, per la seconda volta lo aveva sbugiardato senza risparmiare Di Maio. “Quando parlavamo di Mes-aveva sottolineato Conte-c’era Salvini e pure Di Maio”. Sottinteso: visto che eravate al governo quando il negoziato europeo è stato concluso, o non avete prestato attenzione o non avete capito nulla o questa bagarre è strumentale. E’ quello che hanno pensato in molti conoscendo bene i due faccia di tolla che in questo caso si sono ritrovati dalla stessa parte con lo scopo Salvini di far apparire il premier inaffidabile e Di Maio di combattere la propria battaglia personale per il potere. Poco credibili entrambi e avvezzi alle figuracce, fanno a gara ad appuntarsi al petto la medaglietta di salvatori del paese. Salvini fa il lavoro dell’opposizione e Di Maio alza la temperatura dello scontro all’interno del governo per ricavarne vantaggi personali. In un paese serio il primo guiderebbe stabilmente un trattore, il secondo farebbe il venditore ambulante. Però, la solita cagnara propagandistica e manipolatoria e la conseguente confusione si sarebbero evitate qualora il Mes fosse stato spiegato a suo tempo. La maggior parte dei media si è giustificata con la scusa dei troppi tecnicismi che fanno del trattato un documento per addetti ai lavori. Alibi che si regge peraltro sullo scarso o inesistente interesse di moltissimi italiani per cose che non attengano ad argomenti “leggeri” o a gossip dal contenuto pruriginoso, locale e nazionale. Dunque, da una parte l’opposizione con Meloni e Salvini ostili al trattato e FI che si accoda, dall’altra il Pd che difende il Mes contro la cialtronata grillina del “Noi non firmiamo”. Finché, il ministro dell’Economia Gualtieri, di ritorno da Bruxelles, dà il contentino ai contestatori: fermo restando che il trattato non si cambia, al prossimo Consiglio europeo si rivedranno alcuni dettagli all’interno di un pacchetto più ampio. Dietro le quinte, lontano dalle orecchie dei cittadini che non devono sapere come vanno davvero le cose, non sono mancati grillini avveduti che hanno ricordato ai colleghi più esagitati che, se vogliono esorcizzare il ritorno a casa con le pive nel sacco, gli tocca farla finita con le bizze. Pare che le parole di Gualtieri abbiano tranquillizzato i più renitenti ed è andata a finire che il Mes è stato approvato. Ma cos’è il Mes? Già oggi, è un’istituzione intergovernativa che interviene in aiuto dei paesi in crisi finanziaria, una sorta di rete di protezione che aiuta un paese mettendogli a disposizione un prestito a condizione che il suo debito sovrano sia sostenibile. A decidere l’erogazione del prestito sono i tre principali paesi creditori: la Germania con 189,9 miliardi, la Francia con 142,6 e l’Italia con 125,3. Si capisce che l’istituzione tutela gli interessi dei paesi che maggiormente concorrono alla costituzione del fondo e indebolisce la posizione contrattuale dei paesi ad alto debito. In base agli accordi vigenti oggi, la Germania ha potere di veto essendo il primo creditore. Se per ipotesi il governo tedesco decidesse che il rischio di aiutare l’Italia fosse troppo alto, creando quindi una situazione di contagio nell’area euro, avrebbe tutti gli strumenti per imporre come condizione una ristrutturazione del debito. In base al nuovo trattato, il Mes fornirà nuove tutele. Avrà un ruolo (che ora non ha) nel valutare la sostenibilità del debito pubblico dei paesi che chiedessero assistenza e nel definire le clausole di condizionalità per erogare gli aiuti finanziari, ma escluderà l’automatismo della ristrutturazione del debito. Conti in ordine e crescita economica sono le condizioni per accedere a una linea di credito precauzionale. Ma l’innovazione principale riguarderà le banche: un fondo di 70 miliardi da utilizzare se l’aiuto dei creditori privati (bail-in) e il Fondo di risoluzione nazionale non fossero sufficienti. Ciononostante, per l’Italia non è importante soltanto aver aderito al Mes, cosa che consolida la nostra permanenza nell’euro, ma la necessità di ridurre drasticamente il debito, che, diventando incontrollabile, potrebbe rendere l’uscita dall’euro un’ipotesi. E’ forse il vedere l’Italia nella parte di debitore che spinge Salvini e Di Maio a considerare il Mes così pericoloso. ritafaletti.net

Un uomo forte al potere…..l’opinione di Rita Faletti.

postato l’ 8 dicembre 2019

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Il rapporto Censis rivela che il 48 per cento degli italiani vorrebbe un “uomo forte al potere” che non dovesse preoccuparsi di Parlamento e di elezioni. Detto così, un autocrate. Il pensiero va ai “pieni poteri” chiesti da Salvini, che se oggi si andasse a votare avrebbe il consenso di un terzo degli Italiani. Non sappiamo però se il capo della Lega con quell’espressione diventata famosa e spesso citata dai dem intendesse riferirsi a un sistema dittatoriale dove i diritti fondamentali e le libertà civili non sono garantiti o, più probabilmente, a una situazione del tipo “uomo solo al comando”, formula abusata quando Renzi era presidente del Consiglio e allusiva alla gestione personalistica del potere di cui era accusato. Allora come oggi, l’attacco era partito dalle fila del Pd che non aveva digerito che un potere consolidato fosse spazzato via da un “rompiscatole”. Quando un partito utilizza qualunque arma, propria o impropria, per infangare e colpire l’avversario, dichiara implicitamente la propria inferiorità. E’ sempre successo. Oggi, il Pd si trova in una posizione peggiore, invischiato in un’alleanza che non gli consente alcun movimento, in particolare sul terreno dell’economia, il tallone d’Achille del paese. E’ di questa debolezza che Salvini si avvantaggia ed è questa debolezza che sottende il desiderio dell’uomo forte. Un desiderio legittimo e comprensibile che smentisce l’insinuazione di alcuni che nel Dna degli italiani sia latente il germe che ha scatenato la tragedia del fascismo. Le pose ridicole e risibili di Mussolini, il grugno volutamente feroce, le mani sui fianchi e le dichiarazioni roboanti appartengono a un passato che non può tornare. Certo, qualcuno ne è affascinato ma credo per l’idea di forza che possono comunicare a chi si senta fragile. E poi come penserebbe Salvini di prendere il potere? Con un carro armato? E’ fantascienza. Ricordiamo come finì la tentata presa del campanile di San Marco da parte dei 24 Serenissimi di Padania libera. C’è da considerare invece che un paese che in 30 anni ha cambiato 25 governi e 4 leggi elettorali dalla nascita della Repubblica, che ha fatto scelte economiche mancate generatrici di un debito pubblico enorme che nei prossimi anni diventerà insostenibile, che è incapace di scegliere per sé leader solidi, è arrivato a un punto di esasperazione tale da augurarsi quello che in un impulso di rabbia chiama “uomo forte” aspirando ad essere guidato da qualcuno che sappia dove vuole portare il paese e lo faccia con decisione. Basterebbe isolare i 5s, messi già per le pezze, e disarmare Salvini, la cui aggressività nel tono e nel linguaggio, la cui sfida al sentimento di umanità di certe frasi, lo sbraco indecente, indispongono, ma hanno l’aria di far parte di una recita. E’ fuori di dubbio che la comunicazione salviniana sia un attentato alla buona educazione e al senso della misura e dell’opportunità, e che proprio per questo sia così efficace. Le buone maniere, diventate per molti sinonimo di distanza dai problemi che affliggono le persone comuni, sono avvertite quasi come un tradimento. D’altro canto, non è un delitto nutrire perplessità su come affrontare l’immigrazione senza che diventi un’invasione, o sui vari trattati europei o sulla moneta comune. Essenziale è evitare le ambiguità ed essere coerenti. Salvini dovrebbe farci sapere quali sono le sue reali intenzioni su temi fondamentali come Europa ed euro. Chi è al governo oggi, mi riferisco soprattutto al Pd, dovrebbe dire la verità al paese, per esempio che se l’Italia cresce meno degli altri paesi europei i motivi sono: la scarsa produttività, la scarsa formazione del capitale umano, gli scarsi investimenti. Un rapporto dell’Istat segnala, tra i principali fattori di crisi, la mancata spinta alla cosiddetta produttività “multifattoriale”: quella legata alla managerialità, alla digitalizzazione, alla meritocrazia, alla formazione e all’ambiente economico. Altro aspetto che incide sulla mancata crescita è l’istruzione: la percentuale di laureati in Italia è la più bassa: solo il 17 per cento della popolazione. Meno istruzione, minori competenze. Conclusione: il paese non cresce perché mette le persone sbagliate nei posti sbagliati e non ha cultura manageriale. I vizi a monte li conosciamo tutti. Di queste cose parli il Partito democratico o chi si candida a governare il paese. Il resto è fuffa.

Salvare il paese dalla rovina significa liberarlo dalla zavorra del grillismo…l’opinione di Rita Faletti

postato il 2 dicembre 2019 alle ore 18,05

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copyright G. Ruzza

 

Ogni partito ha una storia, un’ identità, una base elettorale, degli obiettivi. E’ pur vero però che un diverso contesto economico sociale e culturale può funzionare da variabile rispetto agli indirizzi di partito. Così, accade che il Pd di Bolzano non è identico a quello di Reggio Calabria. Questo implica la formazione di coalizioni lontane da affinità ideologiche sia a livello locale che nazionale. Quando c’erano i gialloverdi, a molti era venuto da chiedersi cosa le due forze avessero in comune, se non il collante del potere. Poi è successo che l’impostazione negazionista dei grillini di fronte a qualunque iniziativa di sviluppo e crescita, abbia spinto la Lega, tradizionalmente vicina all’impresa, a chiudere quell’esperienza di governo. La domanda che ci si è posti quando è nato l’esecutivo giallorosso è stata la stessa: “Cos’ hanno in comune i dem con i grillini?” Non un progetto riformista, non la stessa idea di giustizia e di democrazia, non il sostegno all’impresa, non gli investimenti in scuola, formazione, infrastrutture, non la cultura del lavoro, non la politica estera. Con queste premesse è oggettivamente impensabile che un’alleanza costruita sull’ antitesi piuttosto che sulla condivisione possa produrre qualcosa di positivo in un paese imballato e ingolfato nella burocrazia che stenta a crescere. Allora, i Cinque stelle al governo sono l’ostacolo. Nell’anno e mezzo del Conte1, i guai da loro prodotti, di cui non pare siano consapevoli, sono quelli ai quali oggi cercano di porre rimedio. Centosessanta tavoli di crisi sono il risultato della superficialità e dell’impreparazione dell’ex ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, passato, con stupefacente levità, a dirigere il ministero degli Esteri. La sostituzione del lavoro con il reddito di cittadinanza e dello sviluppo con la stagnazione sono suoi meriti. La scelta di Renzi di rimanere fuori dal governo è coerente con quanto ha sempre dichiarato e con la visione riformista che il Pd di Zingaretti a trazione romanocentrica ha tutta l’aria di aver accantonato. Bonaccini, il governatore uscente dell’Emilia Romagna che si ricandida alla guida della regione da sempre rossa, si presenterà senza il simbolo del partito. E’ convinto che non gli porterebbe bene ricordare agli elettori che il suo Pd ha approvato la plastic tax che colpirà le numerose aziende di packaging nella regione dove il pil cresce di più e sa che lo ius soli o ius culturae non appassiona affatto. E’ il sentiment più diffuso al Nord e in gran parte del Centro, dove recenti sondaggi hanno rilevato che i 5S non li voterebbe più nessuno per i passi maldestri compiuti in economia. Si guarda con diffidenza all’alleanza con i grillini, che ormai frequentano solo le regioni del Sud, dove il movimento ancora tiene. Si fa strada la consapevolezza che il grillismo sia nemico di una seria politica del lavoro e che l’assistenzialismo e l’interventismo di stato, di cui è sostenitore, siano l’anticamera del declino. Ne sono convinti i renziani, ne è convinto Calenda, ne è convinto Salvini con tutto il Centro destra. I due Mattei si stanno studiando e potrebbero accordarsi su alcuni temi specifici superando le reciproche idiosincrasie. Dall’altra parte, il pasticciato scacchiere giallorosso, dove i Cinque stelle sono più affini ai parlamentari della sinistra radicale, quelli che, per farla breve, gli imprenditori sono mascalzoni, le risorse che non si producono vanno redistribuite attraverso l’inasprimento della tassazione, il welfare va incrementato e la produttività non è un obiettivo. Poi però balbettano sul come scongiurare il rischio che una parte del paese si avvii al declino. Quanto durerà il Conte2? I dissidi interni al governo sono quotidiani e la traballante alleanza è puntellata persino dal comico milionario, che in attesa di più povertà per tutti, lui escluso ovviamente, ha diffidato il movimento dal mettere in dubbio Di Maio capo politico: difendere il governo per difendere se stessi. (Non volete mica il reddito di cittadinanza?). Quindi, la mancanza di un centro di gravità nel Pd e il pericoloso contagio di un movimento che ha dimenticato quello che era e non sa cosa vuole diventare, sono il presagio di un fallimento che non è scontato coincida con la fine del governo. Quello che sarebbe utile tutti capissero è che la manipolazione mediatica crea una gigantesca sproporzione tra acquisizione del consenso (il 33 per cento dei Cinque stelle nel 2018) e capacità di governare. Roma è l’espressione più vistosa. Diventata vergogna nazionale, è il simbolo dell’incompetenza e dell’incapacità. La discesa agli inferi è iniziata dopo Rutelli. Una discesa rovinosa che avrebbe imposto un’amministrazione guidata da persone di spessore. Si è optato per l’ignoto, illudendosi che fosse la soluzione migliore e ci è trovati di fronte l’inconsistenza della Raggi e del suo entourage. Dove invece cultura di governo, politica della responsabilità e capacità si fondono, i risultati sono visibili. Mi riferisco al modello Milano, emblema del successo sul piano dei servizi, dell’innovazione, dello sviluppo sostenibile, della cultura, delle start-up che fioriscono ogni giorno, dell’appeal. Si deve all’impegno di cinque sindaci di vaglia, di partiti diversi. Nell’ordine: Formentini, Albertini, Moratti, Pisapia e Sala, con il quale il Pd ha fatto della città la propria roccaforte. Ma Milano, dove soltanto il cinque per cento di cittadini è milanese doc, è una grande officina, aperta alle idee, al cambiamento, alle trasformazioni. La sfavillante Milano osa, investe, produce, attrae, seguendo il motto meneghino: fai sempre meglio, sempre di più. Il contrario del motto grillino: fermati e decresci.