Saranno tre anni bellissimi”?….l’opinione di Rita Faletti

postato il 6 settembre alle ore 19,42

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Gli astri nel cielo della politica si contano sulle dita di una mano.In tempi di isteria populista, anche il Regno Unito, che è il Regno Unito, la democrazia più antica e solida, è nelle peste per la Brexit, che un funambolico Boris Johnson, sfidando oppositori e colleghi di partito, vuole a tutti i costi, anche senza accordo. Un’uscita “hard” entro il 31 ottobre, che i britannici pagherebbero con il tracollo della sterlina. In Germania, entrata in recessione, nei länder di Sassonia e Brandeburgo, il partito di estrema destra, AfD, ha incassato il 27,5 per cento dei voti e ora che l’era Merkel sta per finire e non si sa quale sarà il nome che uscirà dalle prossime elezioni, l’incertezza prevale. Macron è quello che se la passa meglio di tutti.Anche lui ha qualche problema, ma a parte le cicatrici delle ferite riportate dopo una lunga parentesi di devastazioni gialle, il fondatore di République en marche è l’unico, nella Ue, a sapere con chiarezza qual è il progetto da perseguire per rendere l’Europa più forte, più ambiziosa, al centro degli interessi internazionali.Dopo aver sistemato la tedesca von der Leyen a capo della Commissione europea e la francese Lagarde ai vertici della Bce, al G7 di Biarritz,il presidente dell’Esagono ha messo tutti attorno a un tavolo dettando l’agenda, con quella convinzione e quell’energia che Trump ha ammirato in chi gli si è opposto più volte. Sotto sotto, l’americano ama la perseveranza dei combattenti, anche un po’ impudenti. Macron ha posto sul tavolo la questione dell’Iran e ha spinto perché la Russia sieda di nuovo tra i Sette, introducendoci nell’era dell’unione europea macroniana. L’Europa delle diplomazie fiacche e sonnacchiose aveva bisogno di qualcuno che la scuotesse dal torpore.In ogni branco, il capo naturale guida e gli altri animali seguono. Ciò non significa essere in subordine, ma comprendere, collaborare e credere in un progetto di Europa forte e coesa, vantaggio per tutti. Macron fa gli interessi del proprio paese e delle proprie imprese, cosa di cui noi non siamo capaci.Dovremmo imitarlo eleggendo “guide” all’altezza, selezionate e capaci, con un curriculum sostanzioso, possibilmente non gonfiato, (una laurea triennale in Scienze della Comunicazione è inutile e espone a qualche illazione), e un’esperienza di lavoro alle spalle. Il background, il contrario dell’uno vale uno. Il ministro degli Esteri Di Maio, il presuntuoso e vacuo giovanotto di Pomigliano, che non spiccica una parola di inglese, totalmente incompetente nelle questioni internazionali e la cui ignoranza è leggendaria (la Russia in Europa, Pinochet venezuelano) non è cosa degna di un paese che desideri essere rispettato, è cinico nei confronti di Di Maio, imbarazzante per lo stesso quando scoprirà la propria inadeguatezza. Dunque, Macron. Energia e determinazione sono tratti del carattere, accompagnati, nel suo caso, da cultura, esperienza in economia, industria e digitale. Le connessioni sono corollario e conseguenza dell’incarico e del ruolo ricoperto con prestigio e concorrono a dare maggiore forza e autorevolezza a un progetto e renderlo attuabile. Nulla a che vedere con il “complottismo” di cui i populisti accusano le cosiddette élite. Macron fa parte dell’élite ed è un leader. Noi ne siamo privi e quando ne abbiamo uno, stentiamo a riconoscerlo o lo respingiamo, anche per una malintesa idea di democrazia. Usciti da un anno “bellissimo”, rimbalzati da un governo del cambiamento fallimentare a un governo “di svolta” che doveva essere della discontinuità, come Zingaretti aveva promesso,e pazienza se invece è della continuità, abbiamo evitato il passaggio dalla democrazia alla democratura. Ci siamo dimenticati, però,di ringraziare un leader che è stato bocciato, e che ha dimostrato di averne la stoffa in due occasioni importanti. Dopo il voto del 4 marzo, quando, da Fazio, disse che la cosa immonda non si doveva fare, e salvò il Pd dall’umiliazione e dall’irrilevanza, la seconda volta, quando, dopo l’uscita di scena di Salvini, con tempismo perfetto e lungimiranza da fuoriclasse, disse che la cosa si doveva fare, ché la situazione era cambiata e non si poteva, in alcun modo, dare spazio a un attentatore della democrazia. Se Trump avesse seguito gli eventi più da vicino, il tweet di encomio lo avrebbe indirizzato a Renzi, ora senatore semplice e fuori dal governo giallorosso per sua decisione, o calcolo. Al Matteo fiorentino, che amici e nemici odiano per invidia, ulteriore motivo per cui lo apprezzo, questo Governo credo piaccia poco. Starà a guardare, e mediterà se fare il suo partito, andando ad occupare uno spazio per ora vuoto nel panorama politico. Lo stesso spazio che occuperebbe Calenda, già ministro dello Sviluppo economico nel Governo Renzi, stimato e rimpianto dagli imprenditori che l’hanno giudicato l’unico ad aver fatto molto per le aziende italiane e senza secondi fini. Con Renzi e Calenda si era aperta una stagione di riformismo che stava facendo bene al paese. Ora il punto è: questo bisConte segnerà la totale istituzionalizzazione e resa dei grillini o la fine del riformismo? Nel secondo caso,si completerà la fase di declino arrivato a buon punto grazie al governo Conte1. God save Renzi and Calenda.

Gatte da pelare per Conte……………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 31 agosto 2019 alle ore 15,32

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La tanto deprecata mossa di Salvini, abbassare la saracinesca in faccia al MoVimento dei NO con la certezza di andare alle urne e vincere, si è rivelata infausta per lui e provvidenziale per tutti gli altri. Richiamati in campo e di nuovo influenti anche i partitini a una cifra, inferiore a 2 o di poco superiore. Ma l’harakiri di Salvini è servito soprattutto a salvare il paese. Interrotta l’esperienza di un governo mostruoso, è stata neutralizzata la minaccia incombente di abbandonare l’euro e l’Europa dopo essere finiti ultimi in classifica e spiantati. Il governo gialloverde non esiste più e la sensazione è di essersi scrollati di dosso una parte di disgrazie. Di tornare al voto neanche parlarne, troppo rischioso. Salvini vincerebbe. Zingaretti e Di Maio temono di perdere. La paura costringe il partito di maggioranza relativa e il Partito democratico a incontrarsi. Si profila la possibilità di formare un nuovo esecutivo, che sia su basi condivise e all’insegna della discontinuità, a cominciare dal nome del premier. Queste le condizioni dettate da Zingaretti, il quale pretende anche la cancellazione della piattaforma Rousseau: la democrazia parlamentare è un principio non negoziabile. Dovrà cedere sul premier e sulla piattaforma che i grillini interrogano nei momenti cruciali. Volete o no un governo con il Pd? La domanda, che non si sa in quali termini verrà formulata, giungerà però fuori tempo massimo: le premesse per la nascita di un governo giallorosso già ci sono e Mattarella ha già affidato l’incarico a Conte. Intanto, il giro di consultazioni per la nomina dei ministri è iniziato, e il premier incaricato si trova subito di fronte il primo ostacolo da superare: in casa Cinque stelle si pensa alle poltrone e Di Maio non accetta di essere scaricato. Messo in ombra da Conte, vorrebbe conservare la funzione di vicepremier o, in alternativa, avere la Difesa. A lui non interessano le poltrone, gli è stato consigliato di dire, quello che conta è il programma. E rifila a Conte una lista di venti punti in aggiunta ai dieci precedenti. Una bella gatta da pelare. Riuscirà Conte a frenare le ambizioni del “capo politico” o cederà all’insistenza di chi ormai non ha nulla da perdere, neanche la faccia? Il presidente del Consiglio deve dimostrare di essere all’altezza delle aspettative di molti: di Mattarella, di Zingaretti e del Pd, e dei Cinque stelle che si attendono da lui un trattamento di favore. Dopo l’endorsement dell’Europa e di Trump, che vale quanto il tempo che il presidente americano ha impiegato a scrivere il tweet di apprezzamento all’amico Giuseppi, ma che vale comunque tanto, l’avvocato che viene dalla provincia e si è conquistato la stima di chi conta, non può permettersi flessioni, né sbilanciamenti nei rapporti di forza all’interno dell’alleanza. Le perplessità certo non mancano, né le critiche. C’è chi lo accusa di trasformismo, chi di paraculismo, chi si domanda come sarà il Conte ter, dopo il Conte-bis e il Conte. C’è chi, più prudentemente, vuole leggere il programma prima di esprimere un giudizio, perché, dietro ogni programma, c’è sempre l’uomo. Il discorso di Conte al Quirinale non consente di fare previsioni. E’ generico e manca di incisività. Quello che merita attenzione è, invece, ciò che Giuseppe Conte è riuscito a realizzare in silenzio, per il nostro paese, intanto che due dicitori di slogan facevano di tutto per affossarlo economicamente e isolarlo dal resto dell’Europa. Conte ha preso parte a tutte le riunioni internazionali, ritagliandosi uno spazio prezioso che l’ha fatto conoscere e distinguere per l’educazione dei modi e del linguaggio, l’impegno dimostrato nel voler ascoltare e la disponibilità a collaborare. Grazie a lui avremo il Tap e la Tav, abbiamo scongiurato la procedura di infrazione per eccesso di deficit, abbiamo riconquistato la fiducia a Bruxelles avendo sostenuto la candidatura di von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. Persino Oettinger, commissario tedesco per il Bilancio, sembra aver abbandonato lo scetticismo espresso dopo il voto del 4 di marzo sul nostro paese. “Ricompenseremo il governo per quello che ha fatto”, ha detto.
ritafaletti.wordpress.com

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