Una bellissima notizia: nasce “Italia Viva”……..l’opinione di Rita Faletti

postato il 22 settembre 2019 alle  ore

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Dopo una mezza giornata di malumori, aspettative sfumate e qualche lacrima, i sottosegretari vengono nominati e il governo giallorosso è al completo. “Ora mettiamoci a lavorare per il paese”. Passa un giorno e Renzi annuncia la scissione e la nascita di “Italia Viva”, il movimento che l’ex presidente del Consiglio lancerà alla Leopolda il prossimo ottobre. Due volte in neanche un mese, il Pd si trova spiazzato dalla rapidità fulminea con cui l’ex premier prima lo pone di fronte a due alternative: elezioni e pieni poteri a Salvini o alleanza con i Cinque stelle, quelli che neanche un caffè, poi, a un giorno dalla consacrazione del neonato governo, annuncia: me ne vado. Incredulità, disappunto e una pioggia di critiche. Partito come uno yogurt con scadenza ravvicinata. Ironizza Prodi. Conte è preoccupato. “Non tollererò tensioni da un altro Matteo”, sbotta Di Maio. (Di Maio?) C’è chi vede nella scissione il rischio della destabilizzazione del Pd, del governo, dell’alleanza, del paese. Come se la stabilità del governo dipendesse da 40 parlamentari in meno (25 deputati e 15 senatori) e non da un’alleanza, ritenuta fino a poco prima improbabile da molti, costruita in fretta e furia su un programma di 29 punti, tra cui spiccano, per compiacere von der Leyen, espressioni come Green New Deal e economia circolare, e, su tutto, tanti bei proponimenti: redistribuzione, ampliamento delle politiche di welfare, maggiori risorse. “Una politica economica espansiva, senza compromettere l’equilibrio di finanza pubblica”. Come faranno? Mancando le risorse e con la recessione in arrivo, i pentapiddini pensano di ottenere dall’Europa, ora così amorevole nei confronti dell’Italia rientrata nell’alveo europeo, flessibilità e modifiche sui vincoli di bilancio. Gentiloni dovrà usare tutto il suo fascino per convincere Christine Lagarde ad avere un occhio di riguardo per i paesi scarsamente competitivi e deboli economicamente, quelli del cosiddetto “Club Med”, tra cui l’Italia. Come al solito, il governo metterà qualche pezza qua e là, rifiutandosi di affrontare il problema a monte, quello delle riforme strutturali. Nel programma, la crescita ha una collocazione marginale che fa intuire quanto il tema sia sottovalutato o declinato in modo miope. Quindi, le varie illazioni sull’uscita di Renzi sono un nonsense alla luce della visione riformista dell’ex presidente del Consiglio, contrapposta alle politiche assistenzialiste come Reddito di cittadinanza e Quota 100, che mettono qualche soldo nelle tasche di alcuni ma impoveriscono il paese. A parte la professione esplicita di europeismo, il passaggio dal governo gialloverde al governo giallorosso, sul terreno della crescita e dello sviluppo, non è percepibile. Renzi destabilizzatore dell’alleanza di governo? Storie. L’unico collante che può tenere assieme Pd e Cinque stelle è l’interesse alle politiche sociali. Sui temi economici, nel governo non mancheranno le incornate che si concluderanno con la resa di uno dei due alleati allo scopo di evitare la crisi e tirare a campare. Cannoneggiamenti di Renzi dall’esterno? Probabile. Per aiutare il governo ad abbreviare l’agonia, oppure favorirne lo spostamento ancora più a sinistra, ponendo così una distanza più marcata tra il suo partito e l’esecutivo di Conte. Del resto, non è un mistero che la solita politica dei proclami e dell’inconcludenza sia una delle cause dell’astensione di molti elettori in attesa di un nuovo contenitore in cui possano trovare posto idee riformatrici. Se il Pd abdica al ruolo di rappresentante del mondo produttivo, e nell’alleanza con i grillini non è escluso che ciò avvenga, fallisce la sua missione. Renzi l’ha capito per primo e a quel mondo intende dare risposte. Rimanendo nel Pd, la sua voce non sarebbe ascoltata. La sorpresa, come il dispiacere di alcuni, che nasconde un soddisfatto sfregamento di mani, è tutta fiction. E poi c’è chi entra e c’è chi esce. Ieri Lorenzin, ex ministro della Sanità nei governi Renzi e Gentiloni, domani chissà, i rottamati Bersani e D’Alema? Restaurazione in corso, preparata da chi non aspettava altro che allearsi con i pentastellati. Ex democristiani, ex comunisti, cattocomunisti che ancora non hanno fatto i conti con il loro passato, ma non hanno mai smesso di dare addosso a Renzi. Il senatore fiorentino ha assicurato la propria sopravvivenza politica con la scissione? Se fosse invece il governo giallorosso a doversi preoccupare della propria, di sopravvivenza? Il rischio esiste ed è nella frase di Davide Serra: “E’ da folli fare un governo con i parassiti”. Che Renzi l’abbia pensato è certo, che la decisione di andarsene sia stata giusta è indubbio, che nuovi assetti politici stiano nascendo altrettanto. “Italia Viva” è una bellissima notizia.

La morale à la page di Bergoglio…..l’opinione di Rita Faletti

Postato il 17 settembre alle ore 13,25

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Lo spirito del tempo, con la richiesta di concessioni alla modernità, ha oltrepassato le porte della chiesa e investito il centro della cristianità, i suoi rappresentanti e la sua stessa guida, il Papa. L’istituzione petrina è nel bel mezzo di una fase di confusione e profonda debolezza, che la grande popolarità di Bergoglio non lascerebbe intendere. Eppure, il pontefice arrivato dall’altra parte del mondo e fortemente determinato a condurre un’operazione riformatrice della Curia romana, a cui ha recentemente impresso un’accelerazione, sfida l’opposizione della componente tradizionalista e getta le basi per uno scisma da molti ritenuto inevitabile. Il capo spirituale della cristianità, al quale spettano il governo e la cura del popolo di Cristo, invece di rafforzare l’unità della Chiesa e combattere la scristianizzazione che dilaga in Europa, invece di difendere con determinazione chi, a causa della fede in Cristo, è vittima di persecuzioni e massacri a livello globale, è diventato il front man di un agguerrito movimento di cardinali progressisti che periodicamente si riunivano in Svizzera, a San Gallo, per discutere sul futuro della Chiesa. Sono gli stessi che osteggiarono l’elezione di Ratzinger e approvarono quella di Bergoglio. Già nel 2007, il conflitto interno tra tradizionalisti e riformatori preoccupava Benedetto XVI, il Papa emerito, che, nell’enciclica Spe Salvi, indicava gli effetti tragici della scristianizzazione per l’umanità, in una serie di elementi, tra cui l’apostasia della Chiesa e l’odio contro di essa da parte del mondo. Quando il Figlio dell’uomo ritornerà, troverà ancora la fede sulla terra? Alla domanda, Ratzinger rispose che l’unico ancoraggio a Cristo e alla sua Chiesa, è la vera fede. Come i suoi predecessori, Paolo VI e Giovanni Paolo II, era consapevole della minaccia incombente. Una minaccia interna concretizzatasi nel disegno di un gruppo di cardinali “liberal” e ultraprogressisti di sovvertire dottrina e morale cedendo al pressing della modernità. Tra i rivoluzionari, l’ottantaduenne Danneels, arcivescovo emerito di Mechelen-Brussel, prediletto da Bergoglio che lo ha nominato personalmente in sostituzione dell’arcivescovo conservatore in carica. Che il fine giustifichi i mezzi è dimostrato dal fatto che Francesco se n’è impipato del discredito caduto su Danneels per aver tentato di coprire le malefatte sessuali dell’allora vescovo di Bruges. Non è stata la prima volta che Bergoglio si è mosso promuovendo e allontanando secondo il progetto di svolta che vuole imprimere alla Chiesa. La sua visione è di un cristianesimo aperto, à la page, emancipato dalla tradizione di cui sono stati custodi i suoi predecessori, una visione che Francesco persegue nonostante il muro difensivo di un’opposizione ferma, baluardo della fede. Eucarestia ai divorziati che hanno affrontato nuove nozze, famiglie omosessuali, fine del celibato sacerdotale. Questi i punti di maggior attrito che gli episcopati liberal difendono con le unghie e con i denti e che hanno iniziato a sfruttare in ogni occasione per sovvertire dottrina e morale. Un nuovo pensiero mainstream elogiato dai media di regime, riflesso della policy che guarda all’inquilino di Santa Marta come al centro del rinnovamento. E’ lo Zeitgeist a dominare. Il defunto cardinale Martini, del gruppo di San Gallo, definito da Danneels stesso una “mafia”, disse che la Chiesa era un’istituzione “indietro di duecento anni”, come se la religione con i suoi dogmi fosse un abito soggetto alla volubilità e ai capricci della moda, con l’implicita conseguenza che ciò che oggi è di moda è destinato a passare. Allora, cosa resterà domani, del messaggio di Cristo, in una società in totale declino morale e etico, dove la famiglia è sostituita dal single con figlio, dalla coppia gay che rivendicando il diritto di essere equiparata alla famiglia tradizionale rivendica il diritto al figlio? Quando il concepimento e la morte saranno affidati a pratiche di laboratorio il primo e all’eutanasia la seconda, con grave compromissione della concezione stessa della vita cristiana? La vita in provetta e la morte senza sofferenza. A questo proposito, Ratzinger disse: “Occorre fronteggiare il rischio di scelte politiche e legislative che contraddicono fondamentali valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell’essere umano, in particolare riguardo alla tutela della vita umana, in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale”. Diverso suona il bergogliano:“Chi sono io per giudicare?” Ipocrisia immane di chi ha ricevuto il mandato da Dio e la missione di guidare il suo gregge, non tra la grazia e il peccato, (sic Bergoglio), ma verso la grazia, indicando con chiarezza cosa è bene e cosa è male, secondo la morale cristiana. Altra cosa è la morale “à la page”, flessibile, regolata dalle circostanze, ancella rilassata dello Spirito del tempo, più che dello Spirito Santo. Il Papa acclamato dalle folle vuole cambiare direzione di marcia e rompere la continuità con il magistero di Giovanni Paolo II e la sua enciclica Veritatis Splendor. Sceglie chi gli è più vicino, affida la gestione parrocchiale e ecclesiale a laici, rivoluziona il collegio dei vescovi, si preoccupa dell’immigrazione, con l’intento di fare del mondo un grande ospedale da campo, in nome della “fratellanza umana”, propone l’ambientalismo come nuova religione con Greta sacerdotessa, se ne infischia di dare risposte ai cardinali che nei “Dubia” chiedono chiarificazioni su alcuni punti della sua enciclica “Amoris Laetitia”, condanna la ricchezza e esalta la povertà come luoghi rispettivi del male e del bene, quasi si potessero separare con la lama affilata di un coltello. Trascura l’esigenza di trascendenza, ancora forte, per fare il sindacalista. Resisterà ai conservatori che intendono rovesciarlo dalla poltrona di Santa Marta e rimandarlo là da dove è venuto?

Governo: un po’ Bruxelles un po’ Venezuela…..l’opinione di Rita Faletti

postato l’11 Settembre 2019 – 22:07

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Prima che la maggioranza dei senatori (169) promuovesse la nascita del governo giallorosso, il pomeriggio di ieri è stato dominato da un acceso scambio di botta e risposta tra Salvini e Conte. Il senatore della Lega, parzialmente ripresosi dallo stramusone che si è autosomministrato, ha definito il premier uomo per tutte le stagioni e il suo governo il Conte-Monti.Onestamente, non si può fingere che tutta l’operazione non sia nata sotto il segno del trasformismo, al quale un po’ tutti hanno collaborato, dentro e fuori del paese. “Ricompenseremo il governo”(Oettinger un mese fa). Un riconoscimento andrebbe anche a Salvini che si è augurato un gigantesco e inconsapevole “vaffa” assai ben riuscito. Ma al nemico che ha permesso il governo del “sollievo”, come Severgnini ha definito il Conte bis,si nega anche il piacere dell’ultima sigaretta che si concede a un condannato. C’è stato persino un giornalista Rai, tale Fabio Sanfilippo, che, eguagliando il livello di intelligenza e sensibilità di un proctodeato, ha invitato Salvini al suicidio. Un abisso tra l’energumeno e chi ha scritto che il capo della Lega dovrà ripensare a se stesso “normalizzato soprattutto per quelli che amano la democrazia liberale e l’umanitarismo sorvegliato e non narcisista”(Giuliano Ferrara). Al Senato, la discussione è proseguita con gli interventi di Gianluca Perilli, vice presidente Vicario dei Cinque stelle, che ha decantato i venti punti irrinunciabili per il movimento, tra cui revoca delle trivelle, ambiente, welfare e democrazia diretta. Democrazia diretta? Matteo Richetti, Pd, uno dei cinque senatori astenuti, intervistato subito dopo la votazione, ha commentato con durezza l’apoteosi sulla democrazia diretta e sul governo nato sotto l’insegna della paura e del cinismo e su basi di conveniente ambiguità. Come si fa ad accettare un premier firmatario di provvedimenti vergognosi, che ha aggravato la propria posizione passando dai verdi ai rossi e dicendo che con i verdi aveva governato bene? “Non mi fido dell’abilità dell’avvocato del popolo che quando cambia il popolo rimane avvocato. Non approvo l’alleanza con un movimento che ha fatto parte di un governo disastroso, che ha approvato una riforma della giustizia che contiene elementi clamorosamente sbagliati di impronta giustizialista, che ha assegnato al teorico della democrazia diretta, Riccardo Fraccaro, il ruolo di sottosegretario alla presidenza del Consiglio e a Di Maio, amico dei gilet gialli nemici di Macron, la Farnesina”. Alla domanda se si senta vicino a Calenda, Richetti ha risposto affermativamente., aggiungendo che, insieme, cominceranno a costruire uno spazio fondato su ideali comuni. Anche Gianluigi Paragone si è rifiutato di sostenere questo governo “dell’assurdo”, astenendosi. Tra i contrari (133) la senatrice Annamaria Bernini, FI, che ha citato alcune strofe da un noto brano di Giorgio Gaber, “Il Conformista”, alludendo al premier Conte. “Io sono un uomo nuovo…da un po’ di tempo ambientalista…come un po’ tutti socialista…..al tempo stesso liberista….sono progressista, antirazzista……uno che sta sempre dalla parte giusta…” E ha concluso: “Questo governo è un abuso politico di cui l’ottanta per cento degli italiani ha paura: ci saranno più tasse, più debito, patrimoniale sui beni e sugli asset. Il nostro è un NO semplice, ma fermo. Mai con i Cinque stelle”. Più tardi, a “Otto e mezzo”, Cacciari: questa alleanza andava preparata e discussa. Governo trasformista nato in stato di necessità per paura delle elezioni. L’inizio non è positivo. Questo è il governo Conte-Renzi. L’ex segretario del Pd è passato dall’#senzadime a con me. Marco Travaglio: fusione a freddo che potrà funzionare se faranno qualcosa di buono. Severgnini: “Cosa vogliono fare non l’ho capito. Il programma è vasto e vago, mancava l’esplorazione spaziale. Governo di una sinistra pasticciona e di una sinistra più ordinata e strutturata. Conte avrebbe dovuto fare un po’ di autocritica. I primi atti del governo ci faranno capire se c’è una remota possibilità di svolta. Rimangono due punti da chiarire: l’immigrazione e le autonomie delle regioni del nord che non vanno trascurate essendo la locomotiva del paese. In quelle regioni le amministrazioni leghiste lavorano bene, io che sono lombardo e Cacciari veneto possiamo confermarlo. E non si deve dimenticare che tanta gente è ancora sovranista e populista. Del resto, anche Merkel e Macron sono sovranisti, ma fanno il bene dei loro paesi. Quello che il precedente governo non ha fatto”. La serata continua da Floris. Arriva Zingaretti, tutto soddisfatto. “Mai più contratti, abbiamo costruito un programma comune per gli italiani e le italiane. Schiena dritta e governo serio”. La solita forzatura stucchevole dell’uso del femminile accanto al maschile (le italiane apprezzerebbero di più la perequazione salariale), il solito richiamo al tentativo di unirsi anche solo per un motivo. L’impressione sgradevole di un dejà vu che si è ripetuta con Di Maio. Nessun accenno al debito pubblico, nessun riferimento ai punti più controversi: Ilva, Tav, Alitalia, 160 tavoli di crisi, un programma nato su omissioni di comodo, che non è un programma, ma una quasi ammissione di impotenza con, al centro, la redistribuzione, cavallo di battaglia della sinistra sinistra. C’è il sospetto che ben poco si farà per la crescita. Unico aspetto positivo, la professione esplicita di europeismo, apprezzata da Bruxelles, ma non funzionerà certo a favore di un’apertura di credito.

Saranno tre anni bellissimi”?….l’opinione di Rita Faletti

postato il 6 settembre alle ore 19,42

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Gli astri nel cielo della politica si contano sulle dita di una mano.In tempi di isteria populista, anche il Regno Unito, che è il Regno Unito, la democrazia più antica e solida, è nelle peste per la Brexit, che un funambolico Boris Johnson, sfidando oppositori e colleghi di partito, vuole a tutti i costi, anche senza accordo. Un’uscita “hard” entro il 31 ottobre, che i britannici pagherebbero con il tracollo della sterlina. In Germania, entrata in recessione, nei länder di Sassonia e Brandeburgo, il partito di estrema destra, AfD, ha incassato il 27,5 per cento dei voti e ora che l’era Merkel sta per finire e non si sa quale sarà il nome che uscirà dalle prossime elezioni, l’incertezza prevale. Macron è quello che se la passa meglio di tutti.Anche lui ha qualche problema, ma a parte le cicatrici delle ferite riportate dopo una lunga parentesi di devastazioni gialle, il fondatore di République en marche è l’unico, nella Ue, a sapere con chiarezza qual è il progetto da perseguire per rendere l’Europa più forte, più ambiziosa, al centro degli interessi internazionali.Dopo aver sistemato la tedesca von der Leyen a capo della Commissione europea e la francese Lagarde ai vertici della Bce, al G7 di Biarritz,il presidente dell’Esagono ha messo tutti attorno a un tavolo dettando l’agenda, con quella convinzione e quell’energia che Trump ha ammirato in chi gli si è opposto più volte. Sotto sotto, l’americano ama la perseveranza dei combattenti, anche un po’ impudenti. Macron ha posto sul tavolo la questione dell’Iran e ha spinto perché la Russia sieda di nuovo tra i Sette, introducendoci nell’era dell’unione europea macroniana. L’Europa delle diplomazie fiacche e sonnacchiose aveva bisogno di qualcuno che la scuotesse dal torpore.In ogni branco, il capo naturale guida e gli altri animali seguono. Ciò non significa essere in subordine, ma comprendere, collaborare e credere in un progetto di Europa forte e coesa, vantaggio per tutti. Macron fa gli interessi del proprio paese e delle proprie imprese, cosa di cui noi non siamo capaci.Dovremmo imitarlo eleggendo “guide” all’altezza, selezionate e capaci, con un curriculum sostanzioso, possibilmente non gonfiato, (una laurea triennale in Scienze della Comunicazione è inutile e espone a qualche illazione), e un’esperienza di lavoro alle spalle. Il background, il contrario dell’uno vale uno. Il ministro degli Esteri Di Maio, il presuntuoso e vacuo giovanotto di Pomigliano, che non spiccica una parola di inglese, totalmente incompetente nelle questioni internazionali e la cui ignoranza è leggendaria (la Russia in Europa, Pinochet venezuelano) non è cosa degna di un paese che desideri essere rispettato, è cinico nei confronti di Di Maio, imbarazzante per lo stesso quando scoprirà la propria inadeguatezza. Dunque, Macron. Energia e determinazione sono tratti del carattere, accompagnati, nel suo caso, da cultura, esperienza in economia, industria e digitale. Le connessioni sono corollario e conseguenza dell’incarico e del ruolo ricoperto con prestigio e concorrono a dare maggiore forza e autorevolezza a un progetto e renderlo attuabile. Nulla a che vedere con il “complottismo” di cui i populisti accusano le cosiddette élite. Macron fa parte dell’élite ed è un leader. Noi ne siamo privi e quando ne abbiamo uno, stentiamo a riconoscerlo o lo respingiamo, anche per una malintesa idea di democrazia. Usciti da un anno “bellissimo”, rimbalzati da un governo del cambiamento fallimentare a un governo “di svolta” che doveva essere della discontinuità, come Zingaretti aveva promesso,e pazienza se invece è della continuità, abbiamo evitato il passaggio dalla democrazia alla democratura. Ci siamo dimenticati, però,di ringraziare un leader che è stato bocciato, e che ha dimostrato di averne la stoffa in due occasioni importanti. Dopo il voto del 4 marzo, quando, da Fazio, disse che la cosa immonda non si doveva fare, e salvò il Pd dall’umiliazione e dall’irrilevanza, la seconda volta, quando, dopo l’uscita di scena di Salvini, con tempismo perfetto e lungimiranza da fuoriclasse, disse che la cosa si doveva fare, ché la situazione era cambiata e non si poteva, in alcun modo, dare spazio a un attentatore della democrazia. Se Trump avesse seguito gli eventi più da vicino, il tweet di encomio lo avrebbe indirizzato a Renzi, ora senatore semplice e fuori dal governo giallorosso per sua decisione, o calcolo. Al Matteo fiorentino, che amici e nemici odiano per invidia, ulteriore motivo per cui lo apprezzo, questo Governo credo piaccia poco. Starà a guardare, e mediterà se fare il suo partito, andando ad occupare uno spazio per ora vuoto nel panorama politico. Lo stesso spazio che occuperebbe Calenda, già ministro dello Sviluppo economico nel Governo Renzi, stimato e rimpianto dagli imprenditori che l’hanno giudicato l’unico ad aver fatto molto per le aziende italiane e senza secondi fini. Con Renzi e Calenda si era aperta una stagione di riformismo che stava facendo bene al paese. Ora il punto è: questo bisConte segnerà la totale istituzionalizzazione e resa dei grillini o la fine del riformismo? Nel secondo caso,si completerà la fase di declino arrivato a buon punto grazie al governo Conte1. God save Renzi and Calenda.

Gatte da pelare per Conte……………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 31 agosto 2019 alle ore 15,32

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La tanto deprecata mossa di Salvini, abbassare la saracinesca in faccia al MoVimento dei NO con la certezza di andare alle urne e vincere, si è rivelata infausta per lui e provvidenziale per tutti gli altri. Richiamati in campo e di nuovo influenti anche i partitini a una cifra, inferiore a 2 o di poco superiore. Ma l’harakiri di Salvini è servito soprattutto a salvare il paese. Interrotta l’esperienza di un governo mostruoso, è stata neutralizzata la minaccia incombente di abbandonare l’euro e l’Europa dopo essere finiti ultimi in classifica e spiantati. Il governo gialloverde non esiste più e la sensazione è di essersi scrollati di dosso una parte di disgrazie. Di tornare al voto neanche parlarne, troppo rischioso. Salvini vincerebbe. Zingaretti e Di Maio temono di perdere. La paura costringe il partito di maggioranza relativa e il Partito democratico a incontrarsi. Si profila la possibilità di formare un nuovo esecutivo, che sia su basi condivise e all’insegna della discontinuità, a cominciare dal nome del premier. Queste le condizioni dettate da Zingaretti, il quale pretende anche la cancellazione della piattaforma Rousseau: la democrazia parlamentare è un principio non negoziabile. Dovrà cedere sul premier e sulla piattaforma che i grillini interrogano nei momenti cruciali. Volete o no un governo con il Pd? La domanda, che non si sa in quali termini verrà formulata, giungerà però fuori tempo massimo: le premesse per la nascita di un governo giallorosso già ci sono e Mattarella ha già affidato l’incarico a Conte. Intanto, il giro di consultazioni per la nomina dei ministri è iniziato, e il premier incaricato si trova subito di fronte il primo ostacolo da superare: in casa Cinque stelle si pensa alle poltrone e Di Maio non accetta di essere scaricato. Messo in ombra da Conte, vorrebbe conservare la funzione di vicepremier o, in alternativa, avere la Difesa. A lui non interessano le poltrone, gli è stato consigliato di dire, quello che conta è il programma. E rifila a Conte una lista di venti punti in aggiunta ai dieci precedenti. Una bella gatta da pelare. Riuscirà Conte a frenare le ambizioni del “capo politico” o cederà all’insistenza di chi ormai non ha nulla da perdere, neanche la faccia? Il presidente del Consiglio deve dimostrare di essere all’altezza delle aspettative di molti: di Mattarella, di Zingaretti e del Pd, e dei Cinque stelle che si attendono da lui un trattamento di favore. Dopo l’endorsement dell’Europa e di Trump, che vale quanto il tempo che il presidente americano ha impiegato a scrivere il tweet di apprezzamento all’amico Giuseppi, ma che vale comunque tanto, l’avvocato che viene dalla provincia e si è conquistato la stima di chi conta, non può permettersi flessioni, né sbilanciamenti nei rapporti di forza all’interno dell’alleanza. Le perplessità certo non mancano, né le critiche. C’è chi lo accusa di trasformismo, chi di paraculismo, chi si domanda come sarà il Conte ter, dopo il Conte-bis e il Conte. C’è chi, più prudentemente, vuole leggere il programma prima di esprimere un giudizio, perché, dietro ogni programma, c’è sempre l’uomo. Il discorso di Conte al Quirinale non consente di fare previsioni. E’ generico e manca di incisività. Quello che merita attenzione è, invece, ciò che Giuseppe Conte è riuscito a realizzare in silenzio, per il nostro paese, intanto che due dicitori di slogan facevano di tutto per affossarlo economicamente e isolarlo dal resto dell’Europa. Conte ha preso parte a tutte le riunioni internazionali, ritagliandosi uno spazio prezioso che l’ha fatto conoscere e distinguere per l’educazione dei modi e del linguaggio, l’impegno dimostrato nel voler ascoltare e la disponibilità a collaborare. Grazie a lui avremo il Tap e la Tav, abbiamo scongiurato la procedura di infrazione per eccesso di deficit, abbiamo riconquistato la fiducia a Bruxelles avendo sostenuto la candidatura di von der Leyen alla presidenza della Commissione europea. Persino Oettinger, commissario tedesco per il Bilancio, sembra aver abbandonato lo scetticismo espresso dopo il voto del 4 di marzo sul nostro paese. “Ricompenseremo il governo per quello che ha fatto”, ha detto.
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