La roba offerta gratis.. puzza..…l’opinione di Rita Faletti

 

visualizzazioni: 558

commenti:

 cropped-rita-faletti.jpg

In politica tutto diventa possibile, anche il surreale. All’origine del fattaccio, un pezzo di carta del valore di un assegno scoperto, con una lista sconclusionata di promesse al popolo sovrano. Il contratto famigerato, firmato da un ribaldo che si è scoperto voleva impossessarsi del paese e da un bibitaro diventato balconaro famoso, per aver urlato “Abbiamo abolito la povertà”, in mezzo a una banda di invasati del par suo, senza arte né parte, raccattati chissà come, che continuano a chiamarlo “capo politico”. Una locuzione che ha il valore di un lazzo, una volta appurato che il ragazzotto non ha la stoffa né del capo né del politico, avendo fatto perdere al suo movimento la metà dei voti raccolti un anno fa. In un qualsiasi altro paese e partito, un leader del genere sarebbe stato preso a pedate. Invece se lo tengono stretto. Uno statista, ha detto Grillo. Ma Grillo fa il comico e si diletta a prendere per i fondelli i suoi accoliti. Si farà, pensano i temerari sostenitori del giovine. Uno così ammodo e sorridente che ogni mamma lo vorrebbe come genero. Insomma, Giggino va salvato e perché no, elevato al rango di premier da chi gli ha staccato la spina e vorrebbe riavvolgere il nastro. Che coppia! Poi c’è il premier vero, quello che si è accorto di esserlo, l’ultimo giorno di vita del governo. Ha fatto un bel discorso, applaudito anche dai banchi dell’opposizione. Un discorso che in realtà è stato, più che un commiato, un programma di governo, pieno di obiettivi da realizzare. Un discorso in cui, per la prima volta, Conte non si è presentato nel ruolo di notaio di un pezzo di carta, né di avvocato del popolo o del populismo, ma di accusatore del sovranismo e di difensore della democrazia parlamentare. Una tardiva presa di coscienza, funzionale al discorso di autopromozione, un invito, neanche tanto nascosto, a essere preso in considerazione per eventuali incarichi futuri. Una riserva della Repubblica. I Cinque stelle, infatti, tra i dieci punti che rivendicano in un probabile governo giallorosso, mettono al primo posto la premiership di Conte. Il quale, non c’è dubbio, fa la sua bella figura tra imbarazzanti ministri e parlamentari né di destra né di sinistra, ma tutt’e due – come al tavolo della roulette quei giocatori che puntano contemporaneamente sul nero e sul rosso – per essere sicuri di cuccare gli elettori transfughi dell’una e dell’altra parte. Ora che i verdi si sono autosospesi, i gialli, corteggiatissimi da tutti, come ha detto il viaggiatore terzomondista un giorno scrittore un giorno apprendista falegname, sono intenzionati a restare attaccati alle poltrone e alzano pure l’asticella delle pretese, convinti che, dovesse andare buca con i rossi, ci sarebbero i verdi a paracadutarli in posti sicuri. Una prospettiva onorevole, non c’è che dire, che non scandalizza affatto questa società post ideologica, drogata da social, app, selfie e telefonini. La dignità è una delle ultime preoccupazioni, di gran lunga inferiore al rischio di mettersi in fila tra gli aspiranti percettori del reddito di cittadinanza. Per ora il rischio non sembra esserci. Addirittura Renzi è stato il primo a offrire una sponda a chi gliene ha dette di tutti, al punto da convincere il riluttante Zingaretti a seguirlo sulla strada di un accordo. Però, il fiorentino rimarrà orgogliosamente fuori, insieme a Boschi e Lotti. Ormai è deciso: questo governo giallorosso s’ha da fare, ma deve essere di ampio respiro e deve durare l’intera legislatura. Un progetto tanto ambizioso quanto irrealizzabile, almeno sul fronte dell’economia. La lobby dei cialtroni a cinque stelle dovrebbe rinunciare alle sue bandiere ideologiche: decrescita (in)felice, assistenzialismo clientelare (a Casal di Principe, su 2mila abitanti, il 60 per cento percepisce il reddito) inutilità della competenza. Oggi, per la prima volta, Zingaretti ha messo in chiaro gli obiettivi non negoziabili che devono far parte del programma di governo: crescita, ricerca, politiche aziendali, infrastrutture. Se il segretario avrà il sostegno del suo partito e sarà tetragono su quei punti fondamentali, il paese potrà uscire dalla stagnazione in cui è stato relegato da un governo fallimentare. Italia peggiore d’Europa con crescita pari a zero.

Dai gialloverdi, ai giallorossi…l’opinione di Rita Faletti

postato il 19 agosto 2019 ore 18,40

visualizzazioni: 1183

commenti: 12

Arlecchino-400.jpg

Domani il premier Conte comunicherà in Parlamento. La formazione professionale renderà puntuta e puntigliosa l’autodifesa, deciso l’affondo contro Salvini. E il passo successivo? Andrà alle Camere mercoledì per farsi sfiduciare? Dubito. L’orgoglio non glielo consentirà. Andrà direttamente al Colle a rassegnare le dimissioni, togliendo ad altri questa priorità. La sconfitta non è umiliante se si conserva il rispetto di sé. Congedarsi con dignità è anche lasciare di sé un buon ricordo che mette in ombra gli errori commessi. Il contrario di quello che sta facendo Salvini: intrappolatosi da solo come un ragno che cada prigioniero della sua stessa tela, tenta una penosa giravolta, chiede il sostegno delle masse, parla di schiena dritta. Il ministro dell’Interno ha ormai perso la trebisonda. Coerenza, senso della misura e dignità sono scomparse dall’orizzonte dell’unto dal popolo. Dubito ne sia consapevole. E’ consapevole, invece, del fatto che solo un miracolo porterebbe il paese alle urne. Così spara all’impazzata contro Renzi, il suo sostituto nel nascituro governo giallo-rosso. Di scopo per evitare l’aumento dell’Iva, e con qualche aggiustamento che eviti altri colpi all’economia? Di legislatura che duri fino al 2023 e ricalchi il programma europeista di von der Leyen, come ha suggerito il padre nobile del Pd, Prodi, che ha indicato addirittura il nome “governo Ursula”?. Un affronto all’amor patrio. C’è chi è cauto come Zingaretti che propenderebbe per il voto. Dello stesso parere Gentiloni e molti deputati e senatori del Partito democratico. C’è chi minaccia di lasciare il governo se l’alleanza Pd-Cinque stelle andasse in porto, come Calenda. I pontieri sono già al lavoro. C’è chi è favorevole, come Leu, il partito più alla sinistra del Pd e più vicino ideologicamente ai Cinque stelle, e che ciclicamente mette fuori la testa, e c’è Grillo. Ieri il comico ha chiamato a rapporto, in villa, lo stato maggiore del movimento. Presente, oltre a Casaleggio, anche Di Battista. Ho l’impressione che la storia si ripeta. Lo spauracchio del fascismo, agitato da tempo, ha funzionato, compattando partiti e partitini, contro la Lega identificata con il Capitano. Nel 2016 lo spauracchio dell’uomo solo al comando ebbe lo stesso risultato. Tutti contro Renzi. Analoga situazione ai tempi di Berlusconi: la sinistra non era mai stata così unita. Oggi, Pd e M5s, lasciatisi alle spalle dure critiche reciproche e condanne, “neanche un caffè con i 5 stelle”, Pd partito dei criminali di Bibbiano, sostenitore della camorra, amico delle lobby del cemento, traditore dei risparmiatori e difensore delle banche, potrebbero accordarsi. I democratici spostano indietro le lancette dei mesi al marzo del 2018 e si predispongono a quello che a quel tempo venne definita un’ipotesi catastrofica, mentre oggi è un’opportunità per salvare il paese da Salvini. “Non so se il Pd arriverebbe al 25 per cento”, ha detto Renzi. Che si profila il dominus dell’operazione. Non è tipo da aver dimenticato le offese né aver cambiato opinione su un gruppo di cretini, ma che il voto sia un rischio da scongiurare, è certo. Unica scappatoia è l’alleanza con il partito di maggioranza. Il momento è favorevole. Renzi è intelligente, possiede carisma, ha la passione per l’agone politico e, machiavellicamente, persegue i propri fini servendosi dei mezzi offertigli dal caso, su di un piatto d’argento. Non si può dire di no. Salvini ha fatto la stessa cosa dopo il marzo dell’anno scorso, decidendo di scrivere un contratto con un movimento antitetico alla sua Lega. Ma ha toppato le mosse successive. Di Maio che cosa farà? Corteggiato dal nemico, richiamato dall’ ex amico, non vuole l’eclissi, né sua né del movimento, ed è terrorizzato da Renzi. “Nessuno dei Cinque stelle siederà mai al tavolo con Renzi”, dice, per allontanare dalla mente il sospetto di insidie nascoste in un accordo con l’altro Matteo. Preferirebbe Zingaretti. Ma il movimento è morto, che ceda o meno all’abbraccio con Renzi o con il segretario. Eppure un’alternativa a questo governo un po’ arlecchino ci sarebbe potuta essere. Un’alternativa mai presa in considerazione, travolti, come travolti siamo stati tutti, dal turbinio pseudo-politico e mediatico di 14 mesi di governo giallo-verde. E’ un’alternativa interessante, perfino esaltante, scaturita da una semplice considerazione che riguarda unicamente la questione economica, il perno di tutto. E non sfugge a chi vede molte più affinità tra Lega e Pd che tra M5s e Pd. La spiegazione sta nella decrescita, mito irrinunciabile dei 5s. Dunque, il neoliberista Renzi è più in sintonia con Zaia, Fontana e Giorgetti o con Di Maio & C.?

La battaglia degli scranni……………….l’opinione di Rita

visualizzazioni: 1082

commenti: 10

 

Chi non è andato in vacanza non si rammarichi perché questa estate la politica ha molto da offrire in fatto di svago e divertimento. Intanto, per la prima volta nella storia dalla nascita della Repubblica, i parlamentari sono stati invitati ad alzare il culo dalle comode posizioni agostane, per correre tutti a Palazzo Madama.Chiamata alle armi: Salvini ha staccato la spina e vuole andare al voto subito. La crisi che si è aperta è già in sé uno spasso. Il governo scricchiola da mesi e per mesi il grido “al lupo al lupo” ha tenuto col fiato sospeso. Adesso implode. Falso allarme. Quando finalmente ognuno si era messo l’animo in pace, Salvini è andato da Conte per invitarlo a dimettersi, ed è venuto giù il cielo. Ma come, adesso che ti abbiamo votato la Sicurezza bis e la Tav ci molli? Di Maio, sconcertato, ha dato di traditore al socio e ha preso il via la sequenza di contorcimenti, capovolgimenti e torsioni dei partiti alle prese con posizionamenti e alleanze, vecchie, nuove e inedite. Per il bene del paese, intendiamoci, e all’insegna della coerenza e della fedeltà a principi e idee. Renzi,che aveva giurato di lasciare il Pd se avesse costruito un’alleanza con il partito della piattaforma, ora si accinge a farla, quell’alleanza,e non per un governo di scopo, ma istituzionale, confermando il sospetto che la cosa fosse già nell’aria. Zingaretti, che sembrava disponibile a confrontarsi con il grillismo, ora nicchia.Ma siccome ci sono due Pd, uno suo e uno di Renzi, è probabile che il secondo prevalga sul primo. Che nessuno si laceri le vesti se Salvini dovesse avere la meglio. Dobbiamo essere uniti e il tabellone stasera mi darà ragione. Più o meno le parole di Renzi. Numeri, sempre e solo numeri. Ma i numeri dicono anche chiaramente che se si andasse a votare oggi, il Centro destra unito farebbe il pieno: l’Italia quasi completamente azzurra. E’ per questo che Salvini, vittima del suo carattere, quando s’è accorto di avere tutti contro, vecchia storia che si ripete, da Berlusconi a Renzi, ripara ad Arcore, in cerca dell’appoggio dell’antico alleato, il quale,da tempo immemorabile, gli andava ripetendo: “Torna a casa”. Nessun uomo è un’isola, neanche un supermercato lo è. Chissà cosa gli verrà chiesto in cambio a Palazzo Grazioli. Certo che, come ha detto Sallusti, “Berlusconi lo freghi una volta sola”.Cosa succede nel frattempo in casa cinque stelle? Che “a criatura” è stata presa per mano dal clown, che spunta ogni volta che c’è un pericolo in vista. “Dobbiamo cacciare i barbari” Ma i barbari non erano quelli che dovevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno? Anche per Grillo i mesi passano e lo smalto ha perso la sua brillantezza. Però la coppia Renzi-Grillo è una sorpresa. Ieri, a giochi ormai fatti e trovata ognuno la propria collocazione dopo uno scambio di battute su chi è più abbronzato in Senato, Salvini tenta la riscossa e calal’asso: accetto la sfida di Di Maio. Voteremo a favore della riduzione di 345 parlamentari e il giorno dopo si andrà a votare. Scombussolamento generale. Ma c’è sempre Mattarella che, con la sua calma, piuttosto che sciogliere le Camere e portare il paese alle urne, camminerebbe sui carboni ardenti. E’ proprio sull’appoggio del presidente che fanno affidamento i grillini e Renzi. A proposito, non fu Renzi stesso a volere Mattarella al Colle? L’imparzialità del Quirinale è così scontata? Quindi,avanti con la parlamentarizzazione della crisi. Il voto è la via maestra delle democrazie mature e non è la fine del mondo nemmeno nelle democrature dove i risultati spesso non corrispondono alla volontà popolare. La Spagna, in tre anni è andata al voto quattro volte e il paese non ne ha risentito affatto. Ma l’Italia con i bizantinismi, le ripicche, i complotti, gli accordi sotto banco, le ritorsioni e le vendette assomiglia di più alla Libia che a qualunque altro paese occidentale. Però, Salvini non ha ancora ritirato i suoi sette ministri. E’ segno che non si fida delle istituzioni?

Salvini: due vittorie in tre giorni….l’opinione di Rita Faletti

Rita Faletti 7 Agosto 2019 – 16:12

commenti: 47

visualizzazioni: 3201

 

“Meno Carola e più Oriana Fallaci”. Così Salvini commenta la vittoria incassata al Senato sul dl sicurezza bis tra i “vergogna!” urlati da alcuni banchi dell’opposizione. 160 i voti favorevoli, tre i parlamentari grillini a votare no e cinque gli assenti. Tutta qui l’opposizione dell’opposizione interna al governo?. Zingaretti ha definito “schiavi” i pentastellati. Cosa sperava? Che Fico, immaginato, non ricordo da chi, grande leader della sinistra internazionale, guidasse un nutrito plotone di antagonisti? Temo che il segretario abbia qualche problema con la realtà. E’ andata liscia come l’olio, invece, la votazione di oggi sulla mozione di sfiducia alla Tav dei Cinque stelle. Salvini non era in Aula, impegnato a continuare il suo tour sulle spiagge del sud del paese, dopo aver cantato l’inno nazionale in “bragh curt” al Papeete di Milano Marittima. I pentastellati, al contrario, c’erano tutti, per sostenere compatti il blocco dell’opera che il perspicace Toninelli, secondo Grillo la quintessenzialità del MoVimento, continua a definire inutile. Qualcuno ci vuole a difendere una delle bandiere identitarie dei 5s agli occhi dei tanti elettori delusi dai numerosi dietrofront, qualcuno che ricordi la purezza delle origini. Ma la superfluità del ministro, nonostante l’accanito attaccamento ai principi, è palese e confermata dalle parole del capo del partito. “Solo il Parlamento può fermare il Tav” aveva detto Di Maio. Il Parlamento ridotto a zerbino dai barbari, il Parlamento come scaricabarile tirato in ballo per evitare la realtà di una acclarata impotenza e l’evidenza inconfessabile della supremazia della poltrona, ha votato a maggioranza contro la mozione dei grillini, che hanno ribadito il no all’Alta velocità contro il loro stesso primo ministro, Conte, il quale aveva dichiarato che “non fare la Tav costerebbe di più che farla”. “Che se la vedano tra loro. Basta!” aveva sbottato Carlo Calenda. Ma supponendo pure che una parte dei dem avesse deciso di ascoltarlo, la divisione interna al partito sul voto sarebbe stata ininfluente; anche FI e FdI hanno votato no alla mozione. La Tav è passata, riducendo a battuta propagandistica la dichiarazione incauta di Di Battista che in meno di quindici giorni l’opera sarebbe stata bloccata per sempre, e avvalorando la tesi secondo cui il trio Mattarella, Tria e Conte agirebbero di concerto per evitare che ai danni già fatti se ne aggiungano altri, irreparabili. In questo torrido agosto, una leggera brezza si è levata sull’ipercinetico immobilismo dei Cinque stelle, a scompaginare con leggerezza i fogli del contratto di governo che un vento più forte disperderà definitivamente.

 

Finti filantropi……..l’opinione di Rita Faletti

postato il 01 agosto 2019

visualizzazioni: 456

commenti: 0

Assemblea dell’ONU

Provo un’ istintiva diffidenza nei confronti di tutti i predicatori di pace, quasi sempre a senso unico, i benefattori dell’umanità che soffre, i soccorritori di disgraziati, gli alleviatori di patimenti altrui. Nascondono spesso un secondo fine, facile da identificare: l’arricchimento personale facendo leva sulla buonafede e la compassione. Mi fido più del “cattivo” che è costretto ad alzare la voce e minacciare per farsi ascoltare ma in fondo si scopre essere buono. E vengo al punto. Ci sono, nel mondo, note organizzazioni e associazioni nate con l’intento di promuovere il rispetto dei diritti umani, che operano in paesi dove abusi e violenze, soprattutto nei confronti dei deboli, minori e donne, sono ordinaria prassi. E’ provato che la crudeltà si manifesta e raggiunge impensabili punte estreme laddove la possibilità di difesa è assente. Questo è vomitevole. Ebbene, le encomiabili “confraternite” per la salvezza e la cura dei poveri del mondo, organizzazioni non governative e charity, vantano anch’esse qualche mela marcia al loro interno. L’uomo non è perfetto e il male può annidarsi ovunque. Ma non è questo il tema. Ciò che emerge, senza tuttavia sorprendere, è il pervicace comune sforzo di tenere nascosto il marcio, stando a recenti dati, in crescita, da parte dei vertici. Il caso Oxfam è eloquente: la numero due della ong, ha rassegnato le dimissioni dopo aver invano denunciato lo scandalo di festini organizzati in Ciad e a Haiti con ragazze in miseria. Pare che il motto più in voga tra i funzionari e i volontari fosse “sex for food”. Il chief executive, Mark Goldring, era a conoscenza degli abusi ma li ha ignorati. I crimini sessuali su minori e gli stupri, non mancano neanche tra i Caschi blu dell’Onu. Il primato spetta alle unità di stanza nella Repubblica Centrafricana, provenienti da Bangladesh, Congo, Niger e Senegal. I casi di violenza dovrebbero essere sanzionati ma pare che ci siano disfunzioni nell’apparato disciplinare interno dell’ Onu, che “fa fatica” a punire i suoi dipendenti che si macchiano di crimini sessuali. Le cosiddette missioni di pace forniscono occasioni di stupro e di orge collettive. Si parla di “sessualità sfrenata” e “paletti morali che saltano”. Nel 2012, sul sito del Globe, si leggeva: “Peacekeepers gone wild: how much more abuse will the Un ignore in Congo?” (Forze di pace a briglia sciolta: per quanto ancora l’Onu ignorerà gli abusi?). E il bello è che i solerti filantropi del Consiglio di sicurezza, difensori strenui dei diritti umani, sono i primi a sfregiarli nel silenzio e nell’indifferenza generali, eccezion fatta per brevi dichiarazioni sdegnate, sporadiche assunzioni di responsabilità non scontatamente seguite da doverose dimissioni. Il che fa pensare che i comportamenti devianti siano più diffusi e condivisi di quanto si voglia far credere. Non c’è da stupirsi. Del resto l’Onu si distingue per il suo atteggiamento di relativismo morale che ha legittimato e continua a legittimare le incursioni e gli attentati che da settant’anni noti gruppi terroristici compiono contro civili in territorio israeliano e condannano Israele per violazione dei diritti umani quando reagisce. Se non fosse ridicolo sarebbe tragico. A questo c’è però una spiegazione. I membri dell’Onu sono 193, dei quali 120 appartengono al cosiddetto “Movimento dei Non Allineati”, i paesi che durante la Guerra Fredda si sono dissociati sia dal blocco sovietico che dal blocco occidentale, allineandosi, di fatto, contro l’Occidente. Essi costituiscono il più grande blocco di voti alle Nazioni unite e sono anche i più agguerriti nemici dello Stato di Israele. Sono, inaspettatamente, gli stessi che hanno approvato i campi di rieducazione di un milione di musulmani cinesi. L’islam intero schierato dalla parte di Pechino?. Certo, per motivi squisitamente economici. Quello che invece offende la coscienza di chi ancora ne possiede una, non è tanto la doppia morale dell’Onu, un carrozzone schizofrenico che costa un occhio e serve a poco, quanto l’ostilità a Israele di alcuni stati europei: Francia, Olanda, Danimarca, Irlanda, Lussemburgo e Malta. I motivi possono essere due: la resa all’islam per codardia o la stupidità. Forse entrambi. E i sordomuti senza attributi non si contano.

Salvini: due vittorie in tre giorni….l’opinione di Rita Faletti

commenti: 47
visualizzazioni : 3202
salvini.jpg
“Meno Carola e più Oriana Fallaci”. Così Salvini commenta la vittoria incassata al Senato sul dl sicurezza bis tra i “vergogna!” urlati da alcuni banchi dell’opposizione. 160 i voti favorevoli, tre i parlamentari grillini a votare no e cinque gli assenti. Tutta qui l’opposizione dell’opposizione interna al governo?. Zingaretti ha definito “schiavi” i pentastellati. Cosa sperava? Che Fico, immaginato, non ricordo da chi, grande leader della sinistra internazionale, guidasse un nutrito plotone di antagonisti? Temo che il segretario abbia qualche problema con la realtà. E’ andata liscia come l’olio, invece, la votazione di oggi sulla mozione di sfiducia alla Tav dei Cinque stelle. Salvini non era in Aula, impegnato a continuare il suo tour sulle spiagge del sud del paese, dopo aver cantato l’inno nazionale in “bragh curt” al Papeete di Milano Marittima. I pentastellati, al contrario, c’erano tutti, per sostenere compatti il blocco dell’opera che il perspicace Toninelli, definito da Grillo la quintessenzialità del MoVimento, continua a definire inutile. Qualcuno ci vuole a difendere una delle bandiere identitarie dei 5s agli occhi dei tanti elettori delusi dai numerosi dietrofront, qualcuno che ricordi la purezza delle origini. Ma la superfluità del ministro, nonostante l’accanito attaccamento ai principi, è palese e confermata dalle parole del capo del partito. “Solo il Parlamento può fermare il Tav” aveva detto Di Maio. Il Parlamento ridotto a zerbino dai barbari, il Parlamento come scaricabarile tirato in ballo per evitare la realtà di una acclarata impotenza e l’evidenza inconfessabile della supremazia della poltrona, ha votato a maggioranza contro la mozione dei grillini, che hanno ribadito il no all’Alta velocità contro il loro stesso primo ministro, Conte, il quale aveva dichiarato che “non fare la Tav costerebbe di più che farla”. “Che se la vedano tra loro. Basta!” aveva sbottato Carlo Calenda. Ma supponendo pure che una parte dei dem avesse deciso di ascoltarlo, la divisione interna al partito sul voto sarebbe stata ininfluente; anche FI e FdI hanno votato no alla mozione. La Tav è passata, riducendo a battuta propagandistica la dichiarazione incauta di Di Battista che in meno di quindici giorni l’opera sarebbe stata bloccata per sempre, e avvalorando la tesi secondo cui il trio Mattarella, Tria e Conte agirebbero di concerto per evitare che ai danni già fatti se ne aggiungano altri, irreparabili. In questo torrido agosto, una leggera brezza si è levata sull’ipercinetico immobilismo dei Cinque stelle, a scompaginare con leggerezza i fogli del contratto di governo che un vento più forte disperderà definitivamente.