Caso Siri: ancora cibo e spettacoli per il popolo….l’opinione di Rita Faletti

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Sprovveduti ma anche bugiardi e poco raccomandabili, come amici sarebbe meglio perderli che trovarli, gli sgovernanti gialloverdi sono ora alle prese con la questione Siri. “Troverò il modo di scollarlo dalla sedia dopo averlo guardato negli occhi”. Strano modo di scoprire la colpevolezza di un indagato, ma in sintonia con la dichiarazione sconcertante “né giustizialismo né garantismo”. E’ il premier Conte che parla, lontano dai confini italiani,a colloquio con Xi Jinping e Putin, alla ricerca disperata di un escamotage che lo aiuti a risolvere, “in qualche modo” (espressione abusata ma perfetta in questo caso) la crisi libica. I due vice invece,in rotta di collisione,lasciano che Conte sbrighi la faccenda, imbarazzante per Salvini, apparentemente favorevole a Di Maio, impegnati uno a festeggiare la liberazione del 25 aprile, l’altro la liberazione della Sicilia dalla mafia.Intanto Conte ha rimandato l’incontro con Siri,al quale Toninelli ha già revocato le deleghe,auspicando che si autosospenda. Di Maio prova a fare la voce grossa: “Siri deve dimettersi”, chissà che non riesca a fare presa sui suoi elettori delusi che scivolano in numero crescente verso “l’uomo forte” del governo. Salvini, che ha scelto la modalità zen e i fiorellini di primavera per rispondere agli attacchi, risponde che i processi si fanno nei tribunali. Appunto. Ma poi come fai a scatenare gli hatespeech e il vomito di insulti ignominiosi sui social? La gogna di cui è vittima l’indagato di turno, figuriamoci se è un politico della parte avversa, è l’unico segno di vitalità del paese, indifferente a tutto e sodomizzato dalla propaganda infernale. La furia belluina è come il respiro, ti ricorda che sei vivo. E’ lo stesso rapporto che esiste tra le fake news e la democrazia. Come ha detto Vito Crimi, sottosegretario delegato all’Editoria, le fake news sono la spia che la democrazia in questo paese è viva.Teoria che salta se le notizie, benché vere e dimostrabili, riguardano i pentastellati. In questo caso sono solo fake news. Due pesi due misure. A onor del vero, il circo mediatico giudiziario non nasce con questo governo, che lo eredita e felicemente lo accoglie nella sua foga giustizialista. La spettacolarizzazione del processo consente a chiunque di partecipare allo squadrismo digitale con l’inevitabile pronunciamento finale di colpevolezza. Un fenomenale balzo all’indietro ai tempi della caccia alle streghe, quando il semplice sospetto bastava a far arrostire il malcapitato. Davigo ne ha fatto un dogma: non esistono innocenti ma solo colpevoli ancora da scoprire. La presunzione di innocenza e il giusto processo previsti dalla Costituzione vanno a farsi benedire e l’indagato non ha scampo. Viene processato e condannato sui media prima ancora di mettere un piede in tribunale. Secondo un meccanismo perverso e consolidato, le procure passano le informazioni ai giornali, dopo accurata selezione degli stessi, i quali si affrettano a divulgare la notizia riportando stralci di intercettazioni telefoniche, quelli più succulenti, dando in pasto al lettore lo sventurato, salvo poi scoprire che era innocente. Il principio “in dubio pro reo” deve valere sempre, soprattutto in tempi in cui l’indifferenza e l’odio sociale alimentano la miseria morale e il suo compagno, il moralismo. Un avviso di garanzia o un’indagine non sono sufficienti perché ci si dimetta. Poi è una questione personale. Ma il momento è delicato, soprattutto per i pentastellati che non possono lasciarsi sfuggire l’occasione di sollevare l’indignazione popolare contro il socio di governo,il probabile nemico di domani, sul tema dell’onestà. Sottacciono, però, un fatto non trascurabile, che non permette loro di dissociarsi dalla Lega: la nomina di Siri a sottosegretario alle Infrastrutture è stata decisa unanimemente, e se l’onestà non è a corrente alternata, il MoVimento avrebbe dovuto porre il veto alla nomina di un signore che aveva patteggiato per bancarotta fraudolenta. Il giustizialismo si rivela così un boomerang che colpisce duro chi vuole colpire essendosi dato la patente di onestàe d essendo, suo malgrado, incompetente. La “spazzacorrotti”, salutata come una conquista della giustizia, che equipara la corruzione alla mafia ed è ora al vaglio della Corte costituzionale, dimostra, una volta di più, l’alto tasso di inadeguatezza di questo governo.

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