Redde rationem….l’opinione di Rita Faletti

postato il 29 maggio 2019

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Troppo facile insultare Bruxelles e dire abbasso l’Europa se non chiude un occhio sul nostro debito pubblico ingrossato da manovre assistenzialistiche in deficit a moltiplicatorequasi nullo. Sarebbe come manifestare in piazza contro il capitale ed essere mantenuti di barba e capelli da un babbo ricco e indulgente. Gli eccessi gialloverdi mi ricordano i rivoluzionari e fannulloni figli di papà di altri tempi. Intanto, l’Europa è salva, un po’ ammaccata ma tuttora viva e attraente. L’avanzata dei populisti-sovranisti si è fermata a un quinto dell’elettorato europeo e, neanche in Francia, dove l’odio devastatore dei farabutti in giallo ha imperversato per mesi, il partito di Marine Le Pen è riuscito a sfondare. Un misero 0,6 per cento la distanza da En Marche di Macron, che ha già incontrato AngelaMerkel per parlare dei nuovi assetti dell’europarlamento e delle principali rappresentanze delle istituzioni dell’Unione.L’Italia rischia di essere ininfluente grazie agli undici mesi di insensato isolamento imposto dal governo, colpevole, tra le altre cose, di aver messo in piedi alleanze inutili e dannose. Salvini, con i sovranisti, i meno comprensivi con il nostro debito, e Di Maio, che doveva essere “l’ago della bilancia” in Europa, con un raffazzonato gruppo di movimentini di cui uno soltanto ha raggiunto un risicato 1 per cento. Chi si prefigge di cambiare l’Europa non può farlo con la pistola sul tavolo, ma con la costruzione di solide alleanze. L’Italia sta per perdere la presidenza del Parlamento europeo, la presidenza della Bce, l’Alto rappresentante per la politica estera e Salvini, se vuole che il suo 35 per cento valga a Bruxelles, deve cercare almeno di far eleggere un commissario italiano. Può farlo, se propone una persona di alto profilo condivisa dal Partito democratico, l’alleato necessario per questa nuova partita che si giocherà a fine luglio. Sarebbe una “collaborazione per la bandiera” che il Pd ha già offerto. Ora che il movimento 5 stelle è all’angolo e Di Maio vacilla sulla poltrona di leader, i primi due partiti dovrebbero trovare l’occasione di scambiarsi qualche parola per il bene del paese. In economia, cardine imprescindibile dell’azione di un governo che punti allo sviluppo e al benessere dei cittadini, potrebbero intendersi. E’ inconcepibile sia per la Lega che per il Pd bloccare le grandi opere, le infrastrutture e, in generale, qualunque iniziativa che comporti investimenti corposi di denaro pubblico per timore di infiltrazioni mafiose. L’idea che il movimento 5 stelle ha dell’economia, invece, può andare bene al massimo in un paese dell’America Latina, non nell’ottava potenza industriale. Un governo di persone esperte e competenti vigila, non si arrende all’illegalità e alla delinquenza organizzata, non nasconde la propria inadeguatezza e paura dietro a dei no. Se non è in grado di affrontare le sfide molteplici del progresso, ha due solealternative: andare a casa o all’opposizione. Cambiare leadership, che è quello che all’interno del movimento alcuni propongono, non cambierebbe la situazione. Squadra che perde cambia allenatore. E’ la regola nel mondo del calcio. Vale in politica? In questo caso bisognerebbe cambiare l’intera squadra.

I veri nemici del popolo palestinese……………l’opinione di Rita Faletti

postato il 19 maggio 2019  ore 21,50

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L’antefatto lo conosciamo, il fatto è il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, ora capitale politica oltre che simbolo .religioso del popolo ebraico. Esultano gli israeliani, insorgono i palestinesi che rivivono in questi giorni la frustrazione e la rabbia della “nakba”, la catastrofe della sconfitta degli eserciti arabi nella guerra contro Israele del 1948, anno della fondazione dello Stato ebraico e della fuga dei palestinesi nei Paesi vicini. Allora gli arabi giurarono che avrebbero distrutto Israele, Israele si espresse a favore della costituzione di uno Stato palestinese. Oggi, a settant’anni da quegli eventi, il tempo sembra essersi fermato, mentre il conflitto israelo-palestinese continua e il progetto di uno Stato palestinese sembra evaporato. Le responsabilità sono un po’ di tutti, meno di tutti dei due popoli direttamente coinvolti, non di tutti i loro capi che si sono avvicendati alla loro guida, meno di tutti di Israele, che, più di tutti, aspira alla pace. E’ una convinzione, questa, che nasce dai fatti e dalle innegabili conseguenze del rapporto causa-effetto che spiega il divenire della storia. In questi difficili giorni di maggio, lungo il confine con la Striscia di Gaza, il furore muove masse di palestinesi verso la cosiddetta linea rossa, che le autorità israeliane vietano di oltrepassare. Armate di fionde e pietre, dal fumo denso di pneumatici dati alle fiamme, emergono figure di giovani e di donne impegnati a colpire le postazioni militari schierate sul lato opposto Lo scenario è lo stesso di sempre e la risposta, come sempre, non si fa attendere. L’esercito israeliano è abituato alla violenza del nemico e risponde con metodi violenti: sessantadue morti e numerosi feriti. Puntualmente arriva la condanna da Paesi amici e nemici, che fingono di ignorare due cose fondamentali: il diritto dello Stato di Israele di esistere, sempre negato dagli arabi, e a difendersi. La solitudine nella quale si trova lo Stato ebraico lo ha reso consapevole del fatto che la difesa della propria popolazione e del proprio territorio è unicamente affidata alla determinazione della sua politica e alla forza indubbia delle sue armi. La guerra dei sei giorni del 1967 combattuta contro sei Stati arabi, si sarebbe dovuta concludere con l’annientamento delle forze israeliane, “spazzeremo la baracca sionista”, si concluse invece con l’umiliazione del nemico arabo e delle sue strategie militari. Bombe suicide, raffiche di missili, sofisticati tunnel di attacco, non sono fortunatamente riusciti a piegare il piccolo Stato dove il valore della vita e il sentimento di felicità si sono dimostrati più forti dell’odio e dell’invidia che li perseguita. E se l’invidia ha “diritto” di asilo tra i sentimenti umani, nei confronti di Israele è giustificata da buoni motivi: dalla sua fondazione ad oggi, Israele è diventata una delle nazioni più ricche, più libere, più tecnologicamente avanzate e istruite del mondo. E questo nonostante il pericolo ininterrotto di attacchi cui è esposta in un mondo dominato dall’ambiguità e dal cinismo e nonostante le sofferenze estreme che ha patito nei secoli e che qualche imbecille ha la spudoratezza di negare. Se una ragione esiste, e certamente esiste, che spieghi il coraggio e la serenità degli israeliani, essa va ricercata nella convinzione incrollabile di una fede: la missione affidatale da Dio di realizzare i suoi piani. Un aspetto che li avvicina agli arabi, rigidi osservanti della dottrina islamica, ma, secondo le statistiche, dagli esiti opposti: gli arabi sembrano essere depressi e tristi. Qual è la spiegazione allora? La promessa dell’islam ai suoi fedeli non è l’amore, bensì il successo. Per un islamico andare alla preghiera è come andare alla vittoria. La sconfitta, quindi, è qualcosa di insopportabile che reclama la vendetta. Le sconfitte subite, non solo militari, ma anche economiche e culturali (gli arabi sono tra i popoli meno liberi, meno istruiti e i più poveri del mondo, eccezion fatta per i Paesi produttori di petrolio) rendono il successo degli ebrei intollerabile, come intollerabile è il loro amore per la vita contrapposto all’amore per la morte. Per un arabo uccidere un ebreo significa uccidere quella felicità, ecco che il sacrificio di sé del kamikaze acquista un valore nel mondo islamico. “Proprio come voi amate la vita, noi amiamo la morte” è scritto in un manuale di scuola palestinese per studenti delle medie. Tornando al diritto di Israele a difendersi, la distruzione di postazioni militari iraniane in Siria e delle basi missilistiche di Hamas nella Striscia non sono stati atti di pirateria aerea, le sessanta vittime palestinesi non sono state il brutale compiacimento dell’efficienza militare, ma le reazioni a un mai accantonato piano di aggressione che ha la finalità di distruggere Israele e che porta la firma di Teheran dal tempo della rivoluzione khomeinista. L’asse Washington-Riyad-Tel Aviv in funzione anti-iraniana potrà aprire prospettive nuove, con Putin nella funzione di “pompiere” che gli è stata assegnata in Medioriente e con la fiducia di Netanhyau. E l’Europa? Il vecchio continente è ostaggio di ipocriti imperativi morali e della retorica pacifista che stigmatizzano Israele e stendono un velo su responsabilità antiche che risalgono agli anni della caduta dell’Impero ottomano e del successivo smembramento secondo i precisi interessi di alcune nazioni. Non si sono nemmeno accorti, alcuni Stati europei, che il pregiudizio antisionista è stato superato persino da qualche Stato arabo La Giordania è uno di questi. Il suo re, Abdullah II, ha affrontato il tema della convivenza impossibile tra Israele e i Paesi arabi, attribuendone la causa all’antisemitismo islamico rintracciabile nel Corano e collegato all’ossessione complottista contemporanea che attribuisce ogni male agli ebrei. Il complotto ebraico è evocato anche nello Statuto di Hamas, movimento notoriamente estremista, fanatico e terrorista, purtroppo scelto dai palestinesi come loro guida politica.

Papa e Presidente a braccetto…………….l’opinione di Rita Faletti

postato il 20 Maggio 2019 – 09:08

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Nella fase di turbolenza che precede le europee, aumentano le pressioni e i tentativi esterni di influenzare, indirizzare o interferire nelle scelte su temi particolarmente sensibili come immigrazione e accoglienza. Il binomio Dio-Cesare, azzardato se riferito a Bergoglio e a Mattarella, espressioni uno della fragilità della Chiesa, l’altro della debolezza dello Stato, non solo in quanto entità terrene e quindi fallibili, sembra trovarsi in perfetta sintonia. Se non fosse che la posizione del ministro dell’Interno è divergente. Oggi, il Consiglio dei ministri voterà il decreto sicurezza bis e l’Onu, quel campione di imparzialità, che non fiata sulla crisi umanitaria in Venezuela, sul conflitto in Yemen, sulle carneficine di cristiani, sulla guerra in Libia, che condanna Israele per crimini contro l’umanità, ci ha messo il becco : il decreto viola i diritti umani. Tralasciando la scarsa autorevolezza del giudizio e di chi lo ha emesso, è inevitabile, pur facendo parte di un mondo interconnesso, domandarsi fino a che punto accettare come legittima l’intromissione di un organismo sovrannazionale, inefficace e fazioso, negli affari interni di un paese su una questione così delicata e tanto malamente e ipocritamente affrontata in Europa. Il tema non è limitato all’accoglienza, ma riguarda, soprattutto, la convivenza di culture diverse e spesso incompatibili, l’accettazione delle leggi del paese ospitante, la volontà di integrazione dell’ospitato. Il Papa argentino ha fatto dell’accoglienza e della condanna agli egoismi dell’occidente, a suo dire ricco e cinico, il perno della propria missione, dimenticando che la questione riguarda lo Stato, non la Chiesa, e che l’aspetto connesso alla religione, questo sì di sua competenza, non è affatto irrilevante. La Chiesa, fin dalle origini, ha dovuto combattere strenuamente contro varie e pericolose minacce e tentativi di distruggerla. E’ riuscita a proteggere la sua missione di evangelizzazione e santificazione, senza snaturare la sua dottrina, la sua missione e la sua identità. Giovanni Paolo II riportò una vittoria morale contro il comunismo e riuscì a garantire la piena libertà della Chiesa. Papa Ratzinger avvicinò la Chiesa occidentale alla Chiesa ortodossa russa accomunate dall’impegno per la difesa dei veri valori cristiani tradizionali e aprì alla Russia di Putin ravvisando la vicinanza culturale tra quel paese e l’Europa. Il papa tedesco, l’intellettuale raffinato, il teologo di razza fu anche il primo a comprendere che il suo pontificato era avversato da chi voleva la “modernizzazione” della Chiesa e il suo adeguamento a una società che ha il suo centro nell’  io e nelle sue voglie da soddisfare. Il cardinale Martini definì la Chiesa “un’istituzione indietro di duecento anni”, da riformare e omologare alla modernità, rendere accomodante di fronte alle esigenze della mondanità, aperta sulla morale sessuale, più flessibile in tema di liturgia e dottrina. La riforma della Chiesa e l’indebolimento dei suoi connotati fondamentali sono funzionali alla volontà di omologazione di tutti i popoli all’ideologia dei liberal americani e al loro progetto laicista e politicamente corretto di cui Barack Obama è stato l’ispiratore con Hillary Clinton.Già nel 1996 un gruppo di cardinali aveva iniziato ad incontrarsi per preparare un nuovo pontificato per il cambiamento della Chiesa e il nome di Jorge Mario Bergoglio era ricorrente. Con la sua elezione al conclave del 2013, quel progetto politico è stato realizzato. La Chiesa è ora al servizio dell’agenda Obama/Onu: immigrazionismo ideologico, ambientalismo catastrofista, abbraccio con l’islam, appannamento della dottrina, abbandono di principi non negoziabili, apertura ai nuovi costumi sessuali. In una fase di scristianizzazione, la Chiesa aveva proprio bisogno di una guida così!

Libia: la testa sotto la sabbia…….l’opinione di Rita Faletti

postato il 5 Maggio 2019 – 17:17

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In Libia regnano insicurezza e caos. Lo scontro tra le milizie di al-Serraj, dal 2015 primo ministro del Governo di accordo nazionale con sede a Tripoli, e il generale Haftar, uomo forte della Cirenaica, è in una fase di stallo. Il conflitto potrebbe protrarsi ancora per molto, ritardando all’infinito un esito difficile da prevedere in una realtà complessa e frammentata come quella libica, dove, per giunta, si intrecciano interessi internazionali diversi. Divisione è la parola chiave che aiuta a capire la situazione drammatica in cui il paese africano si dibatte senza apparente speranza dai tempi del suo passato coloniale. Il suo vasto territorio, a 250 miglia nautiche dall’Italia, è nato dall’aggregazione di tre realtà regionali molto diverse, Fezzan, Tripolitania e Cirenaica, che hanno conservato ognuna la propria identità con le proprie insanabili spaccature interne tra clan rivali. Il lungo regime di Gheddafi, durato 42 anni, non ha spento la natura bellicosa di una società tribale, refrattaria a qualunque tentativo di coesione e unità. Dal canto suo, il rais, che considerava la Libia sua proprietà, non fece nulla per sviluppare nei libici la coscienza di un’ identità nazionale. Anzi, manipolò a suo vantaggio quella cultura tribale profondamente radicata, coagulando attorno a sé il potere di famiglie e clan a lui fedeli, attraverso l’assegnazione di ruoli di vertice ai loro più importanti esponenti, e distribuendo denaro, terre e posti di lavoro a chi gli mostrava amicizia, mentre escluse le tribù ritenute pericolose e ostili alla sua leadership. La strategia del “divide et impera” funzionò fino a quando la crisi economica non peggiorò le condizioni di vita delle tribù marginalizzate della Cirenaica. Erano proprio quelle che detestavano il dittatore il quale ricambiava con ardore quel sentimento esternato nell’espressione “la vecchia strega” con cui si riferiva alla capitale della regione, Bengasi. E fu Bengasi a dare il via alla rivolta del 2011, l’anno delle cosiddette primavere arabe, che l’occidente illusoriamente interpretò come scintille di democrazia. In quei giorni, il secondogenito di Gheddafi, Seif al-Islam, fece previsioni precise sul futuro politico, sociale ed economico del suo paese, indovinando quasi tutto. Ci sarebbero stati grossi problemi di sicurezza, caos e disordine si sarebbero estesi e avrebbero causato la morte di molti cittadini libici. Gli stati occidentali sarebbero intervenuti e si sarebbe interrotta l’estrazione del petrolio. Ci sarebbero state divisioni e varie organizzazioni islamiche fanatizzate avrebbero preso il controllo di una parte dei territori. I pozzi petroliferi sarebbero stati incendiati e quelli rimasti sarebbero serviti solo per le necessità del paese. Non fu ascoltato. La Libia è oggi uno “scatolone di sabbia” in balia di milizie che si contendono il potere, mentre, nell’ombra, varie organizzazioni jihadiste aspettano il momento opportuno per prendere in mano la situazione. Gli sfollati sono migliaia e i morti, anche tra i civili, aumentano di giorno in giorno. All’interno del paese i campi profughi ospitano persone che il conflitto mette in serio pericolo di vita. L’esodo verso i paesi confinanti, non sempre possibile a causa degli scontri, continua, e l’Italia dovrà fare la sua parte. Con il profilarsi all’orizzonte dei primi natanti carichi di gente in fuga dalla guerra, il ministro dell’Interno non potrà continuare a sostenere la regola dei “porti chiusi”. Chi arriverà non sarà un migrante ma un profugo e avrà il diritto di essere accolto. E Conte cosa farà? La scorsa estate, dopo l’incontro con Trump, il primo ministro disse: “Con Donald abbiamo concordato una cabina di regia permanente Stati Uniti-Italia nel Mediterraneo, con particolare riguardo alla Libia”. E, alcuni mesi fa: “Lavoriamo per stabilizzare la Libia con tutti i soggetti in campo”. Da tre anni sostenitrice di al-Sarraj, l’Italia ha passato a Conte l’incarico di continuare su questa strada, che il presidente americano ha condiviso affidando al premier la funzione di mediatore. Una missione non priva di rischi, che Conte, con l’ottimismo sfoggiato in altre circostanze, ha commentato così: “Il 2019 per la Libia sarà l’anno della svolta”. Come pensa il primo ministro di convincere le parti in conflitto a fermarsi? Dietro quale promessa? Perché è evidente che qualcosa dovrà promettere in cambio di una pacificazione del paese, che non avverrà in tempi brevi, né per miracolo. Intanto, lo sponsor americano ha girato le spalle a Ciusepi, accordandosi con Haftar, che si è accreditato come nemico del terrorismo. Se da un lato sarebbe giusto contrastare un leader che usi la forza per prendere il potere, dall’altro sarebbe legittimo sostenerlo nella lotta al terrorismo. Da quando è iniziata la guerra, infatti, gruppi jihadisti hanno già attaccato tre volte le milizie di Haftar, facendo temere che si siano infiltrati nelle forze che difendono al-Sarraj, non certo per simpatia nei suoi confronti, o per antipatia nei confronti di Haftar, ma con il palese intento di sostituirsi ad entrambi. Se ciò fosse dimostrato nei fatti, cosa farebbe l’Italia che, per la posizione nel Mediterraneo e la vicinanza con la Libia, correrebbe il rischio di trovarsi in casa qualche fanatico dell’Isis? Un predicozzo sulla pace e per il bene dei cittadini libici potrebbe essere appropriato alla messa della domenica, ma avrebbe lo stesso effetto di mettere la testa sotto la sabbia del deserto libico.

 

Caso Siri: ancora cibo e spettacoli per il popolo….l’opinione di Rita Faletti

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Sprovveduti ma anche bugiardi e poco raccomandabili, come amici sarebbe meglio perderli che trovarli, gli sgovernanti gialloverdi sono ora alle prese con la questione Siri. “Troverò il modo di scollarlo dalla sedia dopo averlo guardato negli occhi”. Strano modo di scoprire la colpevolezza di un indagato, ma in sintonia con la dichiarazione sconcertante “né giustizialismo né garantismo”. E’ il premier Conte che parla, lontano dai confini italiani,a colloquio con Xi Jinping e Putin, alla ricerca disperata di un escamotage che lo aiuti a risolvere, “in qualche modo” (espressione abusata ma perfetta in questo caso) la crisi libica. I due vice invece,in rotta di collisione,lasciano che Conte sbrighi la faccenda, imbarazzante per Salvini, apparentemente favorevole a Di Maio, impegnati uno a festeggiare la liberazione del 25 aprile, l’altro la liberazione della Sicilia dalla mafia.Intanto Conte ha rimandato l’incontro con Siri,al quale Toninelli ha già revocato le deleghe,auspicando che si autosospenda. Di Maio prova a fare la voce grossa: “Siri deve dimettersi”, chissà che non riesca a fare presa sui suoi elettori delusi che scivolano in numero crescente verso “l’uomo forte” del governo. Salvini, che ha scelto la modalità zen e i fiorellini di primavera per rispondere agli attacchi, risponde che i processi si fanno nei tribunali. Appunto. Ma poi come fai a scatenare gli hatespeech e il vomito di insulti ignominiosi sui social? La gogna di cui è vittima l’indagato di turno, figuriamoci se è un politico della parte avversa, è l’unico segno di vitalità del paese, indifferente a tutto e sodomizzato dalla propaganda infernale. La furia belluina è come il respiro, ti ricorda che sei vivo. E’ lo stesso rapporto che esiste tra le fake news e la democrazia. Come ha detto Vito Crimi, sottosegretario delegato all’Editoria, le fake news sono la spia che la democrazia in questo paese è viva.Teoria che salta se le notizie, benché vere e dimostrabili, riguardano i pentastellati. In questo caso sono solo fake news. Due pesi due misure. A onor del vero, il circo mediatico giudiziario non nasce con questo governo, che lo eredita e felicemente lo accoglie nella sua foga giustizialista. La spettacolarizzazione del processo consente a chiunque di partecipare allo squadrismo digitale con l’inevitabile pronunciamento finale di colpevolezza. Un fenomenale balzo all’indietro ai tempi della caccia alle streghe, quando il semplice sospetto bastava a far arrostire il malcapitato. Davigo ne ha fatto un dogma: non esistono innocenti ma solo colpevoli ancora da scoprire. La presunzione di innocenza e il giusto processo previsti dalla Costituzione vanno a farsi benedire e l’indagato non ha scampo. Viene processato e condannato sui media prima ancora di mettere un piede in tribunale. Secondo un meccanismo perverso e consolidato, le procure passano le informazioni ai giornali, dopo accurata selezione degli stessi, i quali si affrettano a divulgare la notizia riportando stralci di intercettazioni telefoniche, quelli più succulenti, dando in pasto al lettore lo sventurato, salvo poi scoprire che era innocente. Il principio “in dubio pro reo” deve valere sempre, soprattutto in tempi in cui l’indifferenza e l’odio sociale alimentano la miseria morale e il suo compagno, il moralismo. Un avviso di garanzia o un’indagine non sono sufficienti perché ci si dimetta. Poi è una questione personale. Ma il momento è delicato, soprattutto per i pentastellati che non possono lasciarsi sfuggire l’occasione di sollevare l’indignazione popolare contro il socio di governo,il probabile nemico di domani, sul tema dell’onestà. Sottacciono, però, un fatto non trascurabile, che non permette loro di dissociarsi dalla Lega: la nomina di Siri a sottosegretario alle Infrastrutture è stata decisa unanimemente, e se l’onestà non è a corrente alternata, il MoVimento avrebbe dovuto porre il veto alla nomina di un signore che aveva patteggiato per bancarotta fraudolenta. Il giustizialismo si rivela così un boomerang che colpisce duro chi vuole colpire essendosi dato la patente di onestàe d essendo, suo malgrado, incompetente. La “spazzacorrotti”, salutata come una conquista della giustizia, che equipara la corruzione alla mafia ed è ora al vaglio della Corte costituzionale, dimostra, una volta di più, l’alto tasso di inadeguatezza di questo governo.