Minaccia globale al Cristianesimo………l’opinione di Rita Faletti

postato il 26 aprile 2019 alle 12,57

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A Baghouz, piccola città della Siria, qualche tenda abbandonata testimonia quello che rimane dello Stato islamico come entità geografica. L’ultimo presidio dei miliziani è caduto sotto i bombardamenti dei Paesi della Coalizione, e dei jihadisti sopravvissuti non sono rimaste tracce. Cessati gli scontri, alcuni si sono dati alla fuga nel deserto o nel vicino Iraq, altri, meno fortunati, sono stati catturati dalle forze multietniche guidate dai curdi: uomini e donne che hanno combattuto sul terreno e in molti hanno sacrificato la vita per la libertà di quella regione e per la nostra e verso i quali abbiamo un debito di riconoscenza. Ma Baghouz rivela anche il carattere irriducibile del fanatismo jihadista: uno sparuto gruppo di donne coperte dai burka neri, si rifiutano, con ostinazione, di abbandonare, con i loro piccoli figli, il luogo del loro recente passato di mogli di terroristi, ora vedove, e fedeli a un’ideologia che continua a fare adepti e vittime. Filiali dell’Isis sono presenti in Africa, in Asia centrale e in Medio oriente e cellule attive pronte a colpi resi trovano non solo in Siria e Iraq, ma ovunque l’abilissima propaganda on-line, le predicazioni degli imam, l’odio feroce contro l’occidente, la sua cultura e la sua democrazia spingano a massacrare i diversamente religiosi. Espugnate le roccaforti del jihadismo, il mondo civile dispone di armi spuntate contro il fanatismo dei seguaci di Al Baghdadi, il califfo di cui non si sa più nulla, neanche se sia ancora vivo. Molti dei suoi miliziani sono detenuti nelle carceri curde, tra essi, ottocentocinquanta foreign fighters provenienti dall’Europa, in maggioranza di seconda e terza generazione. Si calcola fossero cinquemila quelli partiti per la Siria quando in quel Paese scoppiò la guerra civile, un migliaio dalla Germania, centotrentacinque dall’Italia. Si sa anche che ne sono morti circa duecento. E gli altri? Intanto i curdi ci informano che non possono provvedere oltre al loro mantenimento in carcere, né processarli. Trump ha avvertito l’Europa di prendersi le sue responsabilità e farsi carico dei suoi combattenti, cosa che Francia e Gran Bretagna hanno in parte provveduto a fare, fornendo ai curdi liste di pericolosi soggetti radicalizzati con l’incarico di eliminarli. La questione dei rimpatri, però, pone i governi di fronte al problema dei processi e in tribunale servono le prove, difficili da produrre nel caso di ex combattenti, benché l’appartenenza ad una organizzazione terroristica implichi una condanna per complicità. Così, i Paesi europei cercano di rimandare il più a lungo possibile il momento di riprendersi individui che in carcere potrebbero diventare elementi di contagio e, tornati in libertà, riallacciare legami con altri pericolosi islamisti radicalizzati. Il giorno di Pasqua, lo Sri Lanka è stato sconvolto da attentati terroristici simultanei in tre città diverse, una di esse Negombo, “la piccola Roma” cingalese dove vive il 65 per cento dei cristiani del Paese e dov’è concentrato il maggior numero di chiese. Questa volta, la tragedia è toccata alla chiesa di San Sebastiano dove i fedeli stavano assistendo alla messa. Centodieci morti. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis che nel comunicato fa riferimento ai “cristiani in guerra”. L’espressione è sorprendente se si considera che sono proprio i cristiani le vittime privilegiate del terrorismo islamista. I cristiani del Pakistan, i cristiani delle Filippine, i cristiani copti d’Egitto, tutti i cristiani che vivono nei Paesi musulmani e che stanno scomparendo. Cristiani rapiti, violentati, torturati, cristiani costretti a un patto di sottomissione con il califfato per avere in cambio la vita. Punto centrale del jihadismo è, infatti, la rinuncia alla propria fede e la sottomissione all’islam. Nomen omen. Come ha reagito l’occidente? I media hanno comunicato la notizia con “sobrietà”. La condanna è diventata pura convenienza, un semplice formalità, la presa d’atto di un altro episodio di sangue come tanti altri. L’unica preoccupazione, la solita, è verificare l’eventuale presenza di connazionali coinvolti. Ma almeno gli assassini ci hanno degnato di una spiegazione. Ora sappiamo che la colpa è dei “cristiani in guerra”. La realtà è che l’eliminazione dei diversamente religiosi e dei loro luoghi di culto è sistematica e non ha bisogno di spiegazioni. Sappiamo anche che la povertà e l’emarginazione sociale non c’entrano con il terrorismo: i terroristi suicidi erano ricchi e colti. Sappiamo anche che la sottomissione è un fatto avvenuto: l’occidente ha rinunciato a difendere le proprie radici culturali e religiose, tace di fronte alla distruzione del cristianesimo orientale e ha fatto poco o nulla quando si è trattato di accogliere i superstiti. Ha continuato però ad accogliere i suoi nemici dichiarati e a condannare di islamofobia i critici dell’islam. Ha taciuto anche quando il giorno di Natale del 2018, di fronte alle coste italiane, in Libia, è stata trovata una fossa comune con i corpi di trentaquattro cristiani copti giustiziati dall’Isis nel 2015 in un video dello Stato islamico. “Se l’occidente non reagisce, subirà una sorte peggiore della nostra” Parole di Amel Nona, già arcivescovo di Mosul. Gli fa eco il filosofo canadese Mathieu Bock-Coté: “La civiltà europea non dovrebbe sentirsi messa in discussione nella sua identità dalla questione dei cristiani orientali?”. Aspettiamo la voce dell’Europa dopo il 26 maggio.

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