Tentativo disperato di rimonta. Il governo schizofrenico prova a divorziare dalla decrescita e propone il “decreto crescita”………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 30 marzo 2019 alle ore 13,16

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Cos’è cambiato in nove mesi di governo Lega-M5S? Ubriacati dalla vittoria inaspettata, Di Maio e i suoi ministri hanno cercato di rispettare le generose promesse fatte ai loro elettori, che avevano infinocchiato raccontando la storia di un paese in rovina per colpa di Renzi. Nonostante questa premessa, il capo del MoVimento, che non aveva i numeri per governare, aprì a tutte le forze politiche, privilegiando, curiosamente, proprio il partito considerato responsabile di tutti i mali, il Pd, ma, beninteso, derenzizzato. Per fortuna, e grazie a Renzi, non ci fu nessun accordo M5S-Pd, con profondo rammarico di tutti gli avversari e nemici dell’ex presidente del Consiglio, del maggiore sponsor dei pentastellati, il Fatto quotidiano e il suo supponente direttore, di alcuni rappresentanti del mondo imprenditoriale e sindacale, di molti intellettuali di sinistra. Salvini, invece, intuendo i vantaggi di un accordo con i populisti di Grillo, rispose all’invito. Con il 4 di marzo, aveva rimosso l’unico ostacolo al suo disegno predatorio su Forza Italia, l’ingombrante alleato tradizionale nel governo delle regioni del Nord, Silvio Berlusconi, e alleato alle regionali tenute al Sud fino ad oggi e vinte. La marcia salviniana alla conquista di Forza Italia può continuare. Ma l’esito non è scontato. Il consenso al 34 per cento è significativo ma labile e, tra non molto, Salvini potrebbe dispiacersi delle conseguenze prodotte dalle misure economiche del governo. Quota 100 e Rdc richiedono risorse ma non ne generano: da qui al 2020 avremo un buco di 40/45 miliardi che richiederanno provvedimenti nucleari così potenti che difficilmente i due contraenti vorranno intestarsi. Governare facendo finta di stare all’opposizione può entusiasmare chi fino a ieri si dichiarava contro l’establishment, come chi, sui social, si illude di essere partecipe e destinatario di scelte fatte per il suo bene. Alla lunga, finisce però che il corredo comunicativo di like e tweet viene a noia e si cercano altrove soluzioni efficaci a problemi ben più pressanti dell’immigrazione e della sicurezza. Slogan e propaganda sono la maschera rumorosa dell’inconcludenza, come l’onestà lo è dell’incapacità. Salvini e Di Maio guidano le danze staccandosi e riprendendosi e inventando diversivi con la speranza che la musica continui all’infinito. Quando l’eco dell’ultima nota si sarà spenta, non ci saranno più giravolte, volteggi e passi incrociati, ma una craniata mostruosa contro la realtà che hanno creduto di cancellare negandone l’esistenza: la realtà di una crisi economica sfuggita di mano. E quando i soldi mancano, cominciano i guai, quelli veri. Due le alternative: o decidere di campare su un maggiore indebitamento, abitudine consolidata nel paese, o introdurre una patrimoniale e aumentare la pressione fiscale. Il 27 di maggio scopriremo che direzione prenderanno i due vice premier, se insieme o separatamente. Intanto siamo entrati in recessione. La domanda interna e il lavoro sono al palo, gli investimenti privati in calo, il debito sovrano in salita. Il Decreto dignità di cui Di Maio va fiero, ha creato sì 600mila posti a tempo indeterminato nel settore privato, ma il 15 per cento in meno dell’anno precedente e non sufficienti a compensare quelli a termine che sono stati persi. Prova ne è la crescita delle domande di disoccupazione (+13,4 per cento) di coloro che non hanno ottenuto il rinnovo per le condizioni imposte alle imprese. Dunque, meglio la precarietà o la disoccupazione? Di Maio fa male ad inorgoglirsi per un solo dato, è l’insieme che conta. Ma tant’è. Dagli Stati Uniti il ministro proclama che l’export è la chiave di volta per lo sviluppo dell’economia italiana, qualche tempo fa asseriva che il volano dell’economia era la domanda interna. Si chiarisca le idee, se ne ha. A rendere più incerto il domani sono arrivati i dati di Confindustria che ha previsto, entro la fine del 2019, il pil pari allo zero, e il report dell’agenzia di rating Standard & Poor’s che taglia le stime di crescita dallo 0,7 allo 0,1 per cento. In un quadro di crisi globale, siamo il paese dell’Eurozona che soffre di più, peggio di noi sta solo la Grecia. Gli altri, benché poco, crescono, Portogallo e Spagna in testa. Questo per dire che il governo gialloverde non potrà permettersi di recitare ancora il ruolo della vittima perseguitata dall’Europa, né di attribuire alle politiche dei governi precedenti ogni responsabilità. Nel 2017, il Pil aveva registrato l’1,6 per cento e al governo c’era il Pd. Questi di adesso sono coscienti del disastro fatto? L’evanescente Tria ha lanciato l’allarme: “Servono misure choc per la crescita.” Dopo aver sposato la decrescita, dopo l’abolizione del super ammortamento per l’acquisto di macchine utensili, dopo l’accantonamento delle misure per l’Industria 4.0, dopo lo stop alle grandi infrastrutture, dopo l’introduzione di pali e paletti imposti alle imprese, ora si tenta di fare marcia indietro con misure copia e incolla prese dai governi precedenti. Bisogna sbloccare i cantieri, riducendo i passaggi burocratici e normativi! Bisogna aiutare le imprese e avviare le grandi infrastrutture! E si dà il via libera allo Sblocca cantieri, ma “salvo intese”. Ma le intese tra Lega e 5S sono saltate: Salvini ha già preso le distanze non volendo essere coinvolto in una iniziativa che si prospetta un involucro senza contenuto. La soluzione è cambiare governo.

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