I veri nemici del popolo palestinese……………l’opinione di Rita Faletti Di Redazione –

19 Maggio 2018 – 02:41

visualizzazioni : 870

commenti: 2

 

 

L’antefatto lo conosciamo, il fatto è il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, ora capitale politica oltre che simbolo .religioso del popolo ebraico. Esultano gli israeliani, insorgono i palestinesi che rivivono in questi giorni la frustrazione e la rabbia della “nakba”, la catastrofe della sconfitta degli eserciti arabi nella guerra contro Israele del 1948, anno della fondazione dello Stato ebraico e della fuga dei palestinesi nei Paesi vicini. Allora gli arabi giurarono che avrebbero distrutto Israele, Israele si espresse a favore della costituzione di uno Stato palestinese. Oggi, a settant’anni da quegli eventi, il tempo sembra essersi fermato, mentre il conflitto israelo-palestinese continua e il progetto di uno Stato palestinese sembra evaporato. Le responsabilità sono un po’ di tutti, meno di tutti dei due popoli direttamente coinvolti, non di tutti i loro capi che si sono avvicendati alla loro guida, meno di tutti di Israele, che, più di tutti, aspira alla pace. E’ una convinzione, questa, che nasce dai fatti e dalle innegabili conseguenze del rapporto causa-effetto che spiega il divenire della storia. In questi difficili giorni di maggio, lungo il confine con la Striscia di Gaza, il furore muove masse di palestinesi verso la cosiddetta linea rossa, che le autorità israeliane vietano di oltrepassare. Armate di fionde e pietre, dal fumo denso di pneumatici dati alle fiamme, emergono figure di giovani e di donne impegnati a colpire le postazioni militari schierate sul lato opposto Lo scenario è lo stesso di sempre e la risposta, come sempre, non si fa attendere. L’esercito israeliano è abituato alla violenza del nemico e risponde con metodi violenti: sessantadue morti e numerosi feriti. Puntualmente arriva la condanna da Paesi amici e nemici, che fingono di ignorare due cose fondamentali: il diritto dello Stato di Israele di esistere, sempre negato dagli arabi, e a difendersi. La solitudine nella quale si trova lo Stato ebraico lo ha reso consapevole del fatto che la difesa della propria popolazione e del proprio territorio è unicamente affidata alla determinazione della sua politica e alla forza indubbia delle sue armi. La guerra dei sei giorni del 1967 combattuta contro sei Stati arabi, si sarebbe dovuta concludere con l’annientamento delle forze israeliane, “spazzeremo la baracca sionista”, si concluse invece con l’umiliazione del nemico arabo e delle sue strategie militari. Bombe suicide, raffiche di missili, sofisticati tunnel di attacco, non sono fortunatamente riusciti a piegare il piccolo Stato dove il valore della vita e il sentimento di felicità si sono dimostrati più forti dell’odio e dell’invidia che li perseguita. E se l’invidia ha “diritto” di asilo tra i sentimenti umani, nei confronti di Israele è giustificata da buoni motivi: dalla sua fondazione ad oggi, Israele è diventata una delle nazioni più ricche, più libere, più tecnologicamente avanzate e istruite del mondo. E questo nonostante il pericolo ininterrotto di attacchi cui è esposta in un mondo dominato dall’ambiguità e dal cinismo e nonostante le sofferenze estreme che ha patito nei secoli e che qualche imbecille ha la spudoratezza di negare. Se una ragione esiste, e certamente esiste, che spieghi il coraggio e la serenità degli israeliani, essa va ricercata nella convinzione incrollabile di una fede: la missione affidatale da Dio di realizzare i suoi piani. Un aspetto che li avvicina agli arabi, rigidi osservanti della dottrina islamica, ma, secondo le statistiche, dagli esiti opposti: gli arabi sembrano essere depressi e tristi. Qual è la spiegazione allora? La promessa dell’islam ai suoi fedeli non è l’amore, bensì il successo. Per un islamico andare alla preghiera è come andare alla vittoria. La sconfitta, quindi, è qualcosa di insopportabile che reclama la vendetta. Le sconfitte subite, non solo militari, ma anche economiche e culturali (gli arabi sono tra i popoli meno liberi, meno istruiti e i più poveri del mondo, eccezion fatta per i Paesi produttori di petrolio) rendono il successo degli ebrei intollerabile, come intollerabile è il loro amore per la vita contrapposto all’amore per la morte. Per un arabo uccidere un ebreo significa uccidere quella felicità, ecco che il sacrificio di sé del kamikaze acquista un valore nel mondo islamico. “Proprio come voi amate la vita, noi amiamo la morte” è scritto in un manuale di scuola palestinese per studenti delle medie. Tornando al diritto di Israele a difendersi, la distruzione di postazioni militari iraniane in Siria e delle basi missilistiche di Hamas nella Striscia non sono stati atti di pirateria aerea, le sessanta vittime palestinesi non sono state il brutale compiacimento dell’efficienza militare, ma le reazioni a un mai accantonato piano di aggressione che ha la finalità di distruggere Israele e che porta la firma di Teheran dal tempo della rivoluzione khomeinista. L’asse Washington-Riyad-Tel Aviv in funzione anti-iraniana potrà aprire prospettive nuove, con Putin nella funzione di “pompiere” che gli è stata assegnata in Medioriente e con la fiducia di Netanhyau. E l’Europa? Il vecchio continente è ostaggio di ipocriti imperativi morali e della retorica pacifista che stigmatizzano Israele e stendono un velo su responsabilità antiche che risalgono agli anni della caduta dell’Impero ottomano e del successivo smembramento secondo i precisi interessi di alcune nazioni. Non si sono nemmeno accorti, alcuni Stati europei, che il pregiudizio antisionista è stato superato persino da qualche Stato arabo La Giordania è uno di questi. Il suo re, Abdullah II, ha affrontato il tema della convivenza impossibile tra Israele e i Paesi arabi, attribuendone la causa all’antisemitismo islamico rintracciabile nel Corano e collegato all’ossessione complottista contemporanea che attribuisce ogni male agli ebrei. Il complotto ebraico è evocato anche nello Statuto di Hamas, movimento notoriamente estremista, fanatico e terrorista, purtroppo scelto dai palestinesi come loro guida politica

Minaccia globale al Cristianesimo………l’opinione di Rita Faletti

postato il 26 aprile 2019 alle 12,57

commenti:

visualizzazioni: 591

images.jpg

A Baghouz, piccola città della Siria, qualche tenda abbandonata testimonia quello che rimane dello Stato islamico come entità geografica. L’ultimo presidio dei miliziani è caduto sotto i bombardamenti dei Paesi della Coalizione, e dei jihadisti sopravvissuti non sono rimaste tracce. Cessati gli scontri, alcuni si sono dati alla fuga nel deserto o nel vicino Iraq, altri, meno fortunati, sono stati catturati dalle forze multietniche guidate dai curdi: uomini e donne che hanno combattuto sul terreno e in molti hanno sacrificato la vita per la libertà di quella regione e per la nostra e verso i quali abbiamo un debito di riconoscenza. Ma Baghouz rivela anche il carattere irriducibile del fanatismo jihadista: uno sparuto gruppo di donne coperte dai burka neri, si rifiutano, con ostinazione, di abbandonare, con i loro piccoli figli, il luogo del loro recente passato di mogli di terroristi, ora vedove, e fedeli a un’ideologia che continua a fare adepti e vittime. Filiali dell’Isis sono presenti in Africa, in Asia centrale e in Medio oriente e cellule attive pronte a colpi resi trovano non solo in Siria e Iraq, ma ovunque l’abilissima propaganda on-line, le predicazioni degli imam, l’odio feroce contro l’occidente, la sua cultura e la sua democrazia spingano a massacrare i diversamente religiosi. Espugnate le roccaforti del jihadismo, il mondo civile dispone di armi spuntate contro il fanatismo dei seguaci di Al Baghdadi, il califfo di cui non si sa più nulla, neanche se sia ancora vivo. Molti dei suoi miliziani sono detenuti nelle carceri curde, tra essi, ottocentocinquanta foreign fighters provenienti dall’Europa, in maggioranza di seconda e terza generazione. Si calcola fossero cinquemila quelli partiti per la Siria quando in quel Paese scoppiò la guerra civile, un migliaio dalla Germania, centotrentacinque dall’Italia. Si sa anche che ne sono morti circa duecento. E gli altri? Intanto i curdi ci informano che non possono provvedere oltre al loro mantenimento in carcere, né processarli. Trump ha avvertito l’Europa di prendersi le sue responsabilità e farsi carico dei suoi combattenti, cosa che Francia e Gran Bretagna hanno in parte provveduto a fare, fornendo ai curdi liste di pericolosi soggetti radicalizzati con l’incarico di eliminarli. La questione dei rimpatri, però, pone i governi di fronte al problema dei processi e in tribunale servono le prove, difficili da produrre nel caso di ex combattenti, benché l’appartenenza ad una organizzazione terroristica implichi una condanna per complicità. Così, i Paesi europei cercano di rimandare il più a lungo possibile il momento di riprendersi individui che in carcere potrebbero diventare elementi di contagio e, tornati in libertà, riallacciare legami con altri pericolosi islamisti radicalizzati. Il giorno di Pasqua, lo Sri Lanka è stato sconvolto da attentati terroristici simultanei in tre città diverse, una di esse Negombo, “la piccola Roma” cingalese dove vive il 65 per cento dei cristiani del Paese e dov’è concentrato il maggior numero di chiese. Questa volta, la tragedia è toccata alla chiesa di San Sebastiano dove i fedeli stavano assistendo alla messa. Centodieci morti. L’attentato è stato rivendicato dall’Isis che nel comunicato fa riferimento ai “cristiani in guerra”. L’espressione è sorprendente se si considera che sono proprio i cristiani le vittime privilegiate del terrorismo islamista. I cristiani del Pakistan, i cristiani delle Filippine, i cristiani copti d’Egitto, tutti i cristiani che vivono nei Paesi musulmani e che stanno scomparendo. Cristiani rapiti, violentati, torturati, cristiani costretti a un patto di sottomissione con il califfato per avere in cambio la vita. Punto centrale del jihadismo è, infatti, la rinuncia alla propria fede e la sottomissione all’islam. Nomen omen. Come ha reagito l’occidente? I media hanno comunicato la notizia con “sobrietà”. La condanna è diventata pura convenienza, un semplice formalità, la presa d’atto di un altro episodio di sangue come tanti altri. L’unica preoccupazione, la solita, è verificare l’eventuale presenza di connazionali coinvolti. Ma almeno gli assassini ci hanno degnato di una spiegazione. Ora sappiamo che la colpa è dei “cristiani in guerra”. La realtà è che l’eliminazione dei diversamente religiosi e dei loro luoghi di culto è sistematica e non ha bisogno di spiegazioni. Sappiamo anche che la povertà e l’emarginazione sociale non c’entrano con il terrorismo: i terroristi suicidi erano ricchi e colti. Sappiamo anche che la sottomissione è un fatto avvenuto: l’occidente ha rinunciato a difendere le proprie radici culturali e religiose, tace di fronte alla distruzione del cristianesimo orientale e ha fatto poco o nulla quando si è trattato di accogliere i superstiti. Ha continuato però ad accogliere i suoi nemici dichiarati e a condannare di islamofobia i critici dell’islam. Ha taciuto anche quando il giorno di Natale del 2018, di fronte alle coste italiane, in Libia, è stata trovata una fossa comune con i corpi di trentaquattro cristiani copti giustiziati dall’Isis nel 2015 in un video dello Stato islamico. “Se l’occidente non reagisce, subirà una sorte peggiore della nostra” Parole di Amel Nona, già arcivescovo di Mosul. Gli fa eco il filosofo canadese Mathieu Bock-Coté: “La civiltà europea non dovrebbe sentirsi messa in discussione nella sua identità dalla questione dei cristiani orientali?”. Aspettiamo la voce dell’Europa dopo il 26 maggio.

Greta: una pecorella alla mercé dei lupi?……………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 18 aprile 2019 alle 23,12

commenti: 1

visualizzazioni: 651

Greta.jpg

L’icona dell’ambientalismo mondiale, la sedicenne svedese Greta Thunberg, venerata da folle di giovani che il venerdì disertano le scuole per inondare piazze e strade e manifestare la loro preoccupazione per la morte incombente del globo, è stata a Roma, dove si è recata in udienza da Papa Bergoglio, il Papa verde. Dalle stelle della civiltà, la Svezia, alle stalle dell’inciviltà, Roma. Dagli eccessi venati di fanatismo di un Paese che prova imbarazzo a imbarcarsi su un aereo perché provoca emissioni “devastanti”, alla totale mancanza di senso del pudore di cittadini indifferenti e di un’amministrazione che, a dispetto delle promesse di cambiamento, ha reso Roma più simile a un suk arabo che a una capitale europea. Sporcizia e rifiuti, cassonetti straripanti pattume maleodorante, fermate della metropolitana chiuse in attesa dei pezzi di ricambio delle scale mobili accartocciate, scheletri di autobus flambé parcheggiati lungo le strade, monconi di alberi schiantati al suolo che aspettano da tempo di essere rimossi, oltre alle ormai famigerate buche che risucchiano pedoni e motociclisti. Roma è questo, un danno economico e di immagine che l’immobilismo della giunta Raggi giustifica alludendo a complotti, sabotaggi, indefiniti poteri forti che ostacolerebbero il percorso grillino verso l’Eden. In questo scenario da incubo, immaginiamo il percorso di un’ indomita adolescente sospinta dall’amore per l’ambiente e circondata, ogni volta che si muove, da una marea umana di adolescenti come lei, che bevono dalle sue labbra le profezie apocalittiche sulla fine prossima del pianeta. Immaginiamo anche lo sguardo innocente e un po’ strano dell’idolo delle folle, che casualmente si posa su mozziconi di sigarette, cartacce, avanzi putrescenti di cibo, escrementi animali. Cresciuta in un contesto culturale dove il rispetto non è limitato alla natura ma è esteso alle opere dell’uomo, la povera Greta deve aver pensato di essere precipitata in un girone dell’Inferno dantesco. Da qui a chiedersi che senso abbia parlare di innalzamento del livello del mare, di sfruttamento massiccio delle risorse fossili, di effetto serra, di riscaldamento globale, il passo è breve. Gli sfregi visibili e tangibili a strade, piazze e agli elementi dell’arredo urbano, che sono la carta di presentazione di una città, non sono forse l’altra faccia dello sprezzo per l’ambiente? Non sono la spia della maleducazione e dell’inciviltà? Colpe gravi per i cittadini di ogni età del nord Europa, meno gravi, evidentemente, per i giovani romani in corteo, che vogliono un mondo meno inquinato e guardano a un ipotetico futuro spezzato prima di guardare a terra. Per loro, la missione di Greta trascende la pulizia delle strade, è figlia e ispiratrice di grandi ideali che attengono, nientemeno, alla salvezza dell’umanità. Il tono accorato della giovane attivista, che al Parlamento europeo ha lanciato un allarme ai governi, pregandoli di fare in fretta, ché il tempo stringe, ha sorpreso e colpito, forse ha risvegliato le coscienze. Il mondo è con lei, il Papa l’ha incoraggiata ad andare avanti per salvare la casa comune dell’umanità. Così giovane, eppure con un tale carico di responsabilità, continuerà la sua battaglia per l’ambiente ferito. Quanti la ascolteranno? Quanti useranno la sua profezia edificante per i propri fini? La questione dell’ambiente, dice Greta, che ammette di non essere in grado di affrontare con le sole armi di cui dispone un adolescente, è compito dei politici affrontare. Intuisce, la sedicenne, o forse no, che il delicato argomento implica potere, denaro, interessi? E’ consapevole che le teorie degli scienziati sono spesso usate a fini ideologici? E si è sicuri che l’allarme sia motivato? Se nel mondo della scienza c’è condivisione sugli effetti dell’attività umana sul global change, il deterioramento dell’ambiente, le cause dei cambiamenti climatici, il global warming, non sono completamente conosciute e su questo punto le posizioni sono divergenti e controverse. Le certezze fideistiche possono diventare uno strumento nelle mani di opportunistici speculatori per soggiogare i terrapiattisti con la paura. Vedi i sostenitori del No-Vax. Preoccuparsi di non inquinare acqua e terra, di non disseminare di rifiuti e di plastica l’ambiente, di tenere puliti gli spazi pubblici dovrebbe far parte del comportamento di tutti. Purtroppo, i fatti dicono il contrario. Che dire di alcuni dipendenti Ama sorpresi da un filmato a gettare oli esausti nel tombino di una fontanella ai Parioli? Gli incivili pagheranno le conseguenze o l’episodio finirà in cavalleria come spesso capita in Italia? Che provvedimenti prenderà Wonder Woman? O sarà Batman a contrastare il degrado di Roma? Risultato previsto:0-0.

Baldanza-ignoranza… il cane sdentato, abbaia….l’opinione di Rita Faletti

postato il 12 aprile 2019 alle 17,52

commenti: 22

visualizzazioni : 1284

 

IMG_2475bis.jpg

 

Baldanza zuccona e inurbani urrah sono andati a sbattere contro un muro di calcestruzzo. Il governo gialloverde ha messo k.o l’economia e compromesso il presente. Basta con la storia del futuro dei nostri figli, che sono sempre meno e che, se abbiamo educato a dovere, se ne vanno facendo marameo ai tanti buffoni che indicano nell’Europa la causa di tutti i mali. Orbene, codesto governicchio, campione di inaffidabilità, pare infatti che le balle raccontate con sfrontatezza agli italiani siano 271 in soli dieci mesi, 27 al mese, circa una balla al giorno, vorrebbe fare retromarcia e, come sappiamo, si è messo di buzzo buono per farsi perdonare prima delle europee (chi dovesse cascarci è somaro due volte) e ha prodotto il Ddl crescita e lo slocca cantieri. Cosa ne verrà fuori non si sa. Corre voce che le mafie stiano già festeggiando la liberalizzazione del subappalto. Del resto, può, un ministro dello Sviluppo economico senza arte né parte, quello che si faceva beffe dei “numerini” e degli avvertimenti provenienti da ogni dove intanto che minava le basi dell’economia, fare una capriola che non sia solo propagandistica e inventarsi qualche rimedio efficace spostando indietro di nove mesi le lancette dell’orologio? No. Ma se va male sul fronte economico, non va meglio sul fronte politico delle alleanze per le elezioni europee. Il solito ministro dello Sviluppo economico, ci ha provato con tutti, persino con Macron, al quale, nel 2017, scrisse una lettera aperta spiegando i punti che il MoVimento aveva in comune con il programma del Presidente francese. Giggino che scrive a Macron! Poi, non ricevendo risposta, ha abbassato il tiro e si è rivolto ai nemici di Macron, i “gilets jaunes”, mostrando un’invidiabile coerenza. Abbracci e baci e selfie a volontà, rinnegati quando il poverino si è accorto che i suoi nuovi amici erano un po’ troppo eversivi. Notizie recenti lo danno ora in un gruppetto di “sfigati”, per usare un termine a lui caro, che dovrebbe rivoltare l’Europa come un calzino. Chi sono i messianici movimentisti che dovrebbero liberare i popoli dalle catene di Bruxelles? Il partito populista croato di Zivi Zid, favorevole all’occupazione dei locali vuoti (questo la dice lunga sul concetto di legalità dei pentastellati), Kukiz’15, la destra polacca nazionalista, euroscettica e antisistema; Akkel, il partito greco dell’Allevamento e dell’Agricoltura, (ecco, qui ci siamo), il finlandese Liike Nyt, favorevole alla democrazia diretta, liberista in economia. E cosa c’entrano costoro con la Merkel? Sì perché Di Maio, nel suo stato di sbandamento, si è spinto a dire che in Italia ci vorrebbero politici come la Merkel. Al posto di Conte, o gli italiani come i tedeschi? Si vede che Di Maio è ignaro delle variabili geografiche. Il giovanotto vestito da vicepremier si vede nei panni dello statista e pensa di entrare nel Ppe. Accanto a Berlusconi? I barbari si stanno dunque romanizzando. No. E’ solo il terrore di trovarsi emarginati e soli, avvolti in quella cupa foschia di inattendibilità a cui la stupidità di un governo ha affidato l’Italia. E poiché anche in Italia Giggino non è messo bene con i consensi che si spostano dal MoVimento alla Lega, lui tenta una rimonta e lo fa accusando l’altro vicepremier di liaisons dangereuses con gruppi filonazisti e negazionisti. Ma se dalle parti di Pomigliano la memoria è corta, altrove c’è chi ricorda un po’ di cose a proposito di antisemitismo e negazionismo pentastellati. Per esempio il tweet delirante del senatore Elio Lannutti sul complotto dei Saggi di Sion per la conquista del mondo, l’uscita impudente di Grillo: ”L’Iran si deve difendere”, che capovolge la realtà (è una caratteristica dei grillini) e trasforma le postazioni dei guardiani della Rivoluzione iraniana ai confini siriani con Israele in resort per turisti allegri, l’amico dei deboli Di Battista che accusa Israele di genocidio dei palestinesi (chi è attaccato ha il diritto sacrosanto di difendersi) ma finge che i bambini martiri non esistano e ignora che lo stato con la stella è cancellato dalle carte geografiche in dotazione alle scuole della mezzaluna. Aspettiamo la rivelazione che i missili di Gaza sono innocui e che Hezbollah sono gruppi sportivi alternativi. E si può continuare ricordando l’intellettuale Diana Carminati e il suo “boicottare Israele”. Meglio Salvini? No. Il leghista che abbaia stupidaggini su porti chiusi e rimpatrii, tanto gradite ai beoti, dovrà rimangiarsi tutto quando il conflitto in Libia gli sbatterà in faccia la sua “incompiuta” sull’immigrazione. Meglio avrebbe fatto ad occuparsi di integrazione e delineare, con l’Europa, un piano per l’accoglienza. Siamo stufi di sentirci raccontare la storia dell’asino che salirà sul tetto.

La truffa grillina della piattaforma Rousseau…………….l’opinione di Rita Faletti

postato il 6 aprile 2019 ore 14,06

visualizzazioni: 943

commenti: 2

 

 

L’eguaglianza è un’ illusione. La Rivoluzione francese decapitò il re e cancellò la monarchia assoluta, al grido di “Liberté egalité fraternité”. A oltre due secoli di distanza, si può dire che in occidente la libertà è un dato di fatto, la fraternità solo se conviene, l’eguaglianza non è mai abbastanza. C’è sempre qualcosa che non si ha e che qualcun altro invece ha, qualche diritto di cui ci si sente privi e che invece è appannaggio di altri, e così via. Rabbia proteste e rivendicazioni a seguire. Orwell, insegna che l’eguaglianza, da cui nasce la promessa fallace di eguali diritti, è alla base dei totalitarismi. E’ la bufala che i maiali del suo famoso romanzo allegorico propinano agli altri animali, al fine di accaparrarsi prima, e mantenere poi, il controllo della fattoria; è la propaganda di cui si servono per tenere le altre specie sotto il tallone. “Tutti gli animali sono eguali” è il motto ripetuto all’infinito, però non sufficiente a convincere qualche dubbioso, che non può che scomparire misteriosamente assieme ai propri dubbi. A poco a poco succede quello che è prevedibile fin dall’inizio: i maiali, una volta assunto il pieno potere sugli altri animali, instaurano un regime dispotico in tutto simile a quello che ha causato la rivoluzione e la cacciata del vecchio fattore. La storia si chiude mostrando Napoleon, il capo dei maiali, e non a caso il più furbo, seduto al tavolo con Jones, il fattore, a discutere di numeri e cifre. A dimostrazione del fatto che “tutti gli animali sono eguali, tuttavia alcuni sono più eguali degli altri”. La stessa verità, suggerisce Orwell, vale per gli esseri umani. Si può nascere e crescere nello stesso posto, ricevere la stessa educazione ma si è comunque diversi, per via di quelle doti connaturate mai distribuite in egual misura ad ognuno. In un campo di margherite, non ce n’è una eguale all’altra. Neanche i maiali di Orwell sono eguali agli altri animali e neppure lo sono tra loro. Allora? Allora, l’eguaglianza non esiste. Persino la legge, che dovrebbe essere la quintessenza dell’imparzialità, alla prova dei fatti nega l’eguaglianza, perché la dura legge della realtà è più ostinata di tutte le nostre teorie di eguaglianza e giustizia. Consola il riconoscere che un mondo dove tutti fossimo eguali sarebbe statico ed estremamente monotono e che la diseguaglianza è la molla del progresso. Dunque, fortunato è quel popolo che sceglie governanti capaci di dire la verità. Ancora più fortunato se è così avveduto da non lasciarsi gabbare dai cialtroni del dirittismo. La sorte che è capitata agli elettori dei 5stelle, ai quali la coppia formata da un comico e da un sedicente imprenditore e visionario, ha giocato una burla grandiosa. E’ accaduto che il Garante per la privacy, al termine di indagini durate qualche anno sulla “galassia M5s”, ha sanzionato la piattaforma Rousseau con una multa di 50mila euro per i seguenti motivi: aver utilizzato una tecnologia obsoleta impossibile da aggiornare (il produttore ha cessato la distribuzione il 31 dicembre 2013), non aver garantito la sicurezza dei dati personali dei votanti né la segretezza delle espressioni di voto, non aver assicurato l’autenticità e l’integrità del voto (i risultati sono manipolabili in qualsiasi momento del procedimento elettorale elettronico), aver condiviso le credenziali di autenticazione con più incaricati in grado di intervenire indisturbati nelle piattaforme senza lasciare traccia. Questa sarebbe l’ingegnosa piattaforma Rousseau che, stando al suo proprietario, Davide Casaleggio, tutto il mondo ci invidia. Questa sarebbe la macchina della democrazia diretta, che registra le proposte che vengono dal basso perché vengano beffardamente controllate rielaborate e dirette dall’alto ad opera di un più che ordinario erede di una modesta e più che ordinaria società. Un mago Otelma più che uno Steve Jobs.

Tentativo disperato di rimonta. Il governo schizofrenico prova a divorziare dalla decrescita e propone il “decreto crescita”………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 30 marzo 2019 alle ore 13,16

visualizzazioni: 1130

commenti: 9

amalia island, fernandina beach, florida 1 e 2 giorno 131BIS.jpg

Cos’è cambiato in nove mesi di governo Lega-M5S? Ubriacati dalla vittoria inaspettata, Di Maio e i suoi ministri hanno cercato di rispettare le generose promesse fatte ai loro elettori, che avevano infinocchiato raccontando la storia di un paese in rovina per colpa di Renzi. Nonostante questa premessa, il capo del MoVimento, che non aveva i numeri per governare, aprì a tutte le forze politiche, privilegiando, curiosamente, proprio il partito considerato responsabile di tutti i mali, il Pd, ma, beninteso, derenzizzato. Per fortuna, e grazie a Renzi, non ci fu nessun accordo M5S-Pd, con profondo rammarico di tutti gli avversari e nemici dell’ex presidente del Consiglio, del maggiore sponsor dei pentastellati, il Fatto quotidiano e il suo supponente direttore, di alcuni rappresentanti del mondo imprenditoriale e sindacale, di molti intellettuali di sinistra. Salvini, invece, intuendo i vantaggi di un accordo con i populisti di Grillo, rispose all’invito. Con il 4 di marzo, aveva rimosso l’unico ostacolo al suo disegno predatorio su Forza Italia, l’ingombrante alleato tradizionale nel governo delle regioni del Nord, Silvio Berlusconi, e alleato alle regionali tenute al Sud fino ad oggi e vinte. La marcia salviniana alla conquista di Forza Italia può continuare. Ma l’esito non è scontato. Il consenso al 34 per cento è significativo ma labile e, tra non molto, Salvini potrebbe dispiacersi delle conseguenze prodotte dalle misure economiche del governo. Quota 100 e Rdc richiedono risorse ma non ne generano: da qui al 2020 avremo un buco di 40/45 miliardi che richiederanno provvedimenti nucleari così potenti che difficilmente i due contraenti vorranno intestarsi. Governare facendo finta di stare all’opposizione può entusiasmare chi fino a ieri si dichiarava contro l’establishment, come chi, sui social, si illude di essere partecipe e destinatario di scelte fatte per il suo bene. Alla lunga, finisce però che il corredo comunicativo di like e tweet viene a noia e si cercano altrove soluzioni efficaci a problemi ben più pressanti dell’immigrazione e della sicurezza. Slogan e propaganda sono la maschera rumorosa dell’inconcludenza, come l’onestà lo è dell’incapacità. Salvini e Di Maio guidano le danze staccandosi e riprendendosi e inventando diversivi con la speranza che la musica continui all’infinito. Quando l’eco dell’ultima nota si sarà spenta, non ci saranno più giravolte, volteggi e passi incrociati, ma una craniata mostruosa contro la realtà che hanno creduto di cancellare negandone l’esistenza: la realtà di una crisi economica sfuggita di mano. E quando i soldi mancano, cominciano i guai, quelli veri. Due le alternative: o decidere di campare su un maggiore indebitamento, abitudine consolidata nel paese, o introdurre una patrimoniale e aumentare la pressione fiscale. Il 27 di maggio scopriremo che direzione prenderanno i due vice premier, se insieme o separatamente. Intanto siamo entrati in recessione. La domanda interna e il lavoro sono al palo, gli investimenti privati in calo, il debito sovrano in salita. Il Decreto dignità di cui Di Maio va fiero, ha creato sì 600mila posti a tempo indeterminato nel settore privato, ma il 15 per cento in meno dell’anno precedente e non sufficienti a compensare quelli a termine che sono stati persi. Prova ne è la crescita delle domande di disoccupazione (+13,4 per cento) di coloro che non hanno ottenuto il rinnovo per le condizioni imposte alle imprese. Dunque, meglio la precarietà o la disoccupazione? Di Maio fa male ad inorgoglirsi per un solo dato, è l’insieme che conta. Ma tant’è. Dagli Stati Uniti il ministro proclama che l’export è la chiave di volta per lo sviluppo dell’economia italiana, qualche tempo fa asseriva che il volano dell’economia era la domanda interna. Si chiarisca le idee, se ne ha. A rendere più incerto il domani sono arrivati i dati di Confindustria che ha previsto, entro la fine del 2019, il pil pari allo zero, e il report dell’agenzia di rating Standard & Poor’s che taglia le stime di crescita dallo 0,7 allo 0,1 per cento. In un quadro di crisi globale, siamo il paese dell’Eurozona che soffre di più, peggio di noi sta solo la Grecia. Gli altri, benché poco, crescono, Portogallo e Spagna in testa. Questo per dire che il governo gialloverde non potrà permettersi di recitare ancora il ruolo della vittima perseguitata dall’Europa, né di attribuire alle politiche dei governi precedenti ogni responsabilità. Nel 2017, il Pil aveva registrato l’1,6 per cento e al governo c’era il Pd. Questi di adesso sono coscienti del disastro fatto? L’evanescente Tria ha lanciato l’allarme: “Servono misure choc per la crescita.” Dopo aver sposato la decrescita, dopo l’abolizione del super ammortamento per l’acquisto di macchine utensili, dopo l’accantonamento delle misure per l’Industria 4.0, dopo lo stop alle grandi infrastrutture, dopo l’introduzione di pali e paletti imposti alle imprese, ora si tenta di fare marcia indietro con misure copia e incolla prese dai governi precedenti. Bisogna sbloccare i cantieri, riducendo i passaggi burocratici e normativi! Bisogna aiutare le imprese e avviare le grandi infrastrutture! E si dà il via libera allo Sblocca cantieri, ma “salvo intese”. Ma le intese tra Lega e 5S sono saltate: Salvini ha già preso le distanze non volendo essere coinvolto in una iniziativa che si prospetta un involucro senza contenuto. La soluzione è cambiare governo.