Resuscitati, come Lazzaro…………l’opinione di Rita Faletti

postato il 08 marzo 2019

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Il Partito democratico sembra vivo, o, per lo meno, non del tutto morto. Un milione e seicentomila votanti di cui il 70 per cento ha scelto Zingaretti segretario. Esito già scritto, a giudicare dal largo sostegno espresso da chi “conta” nel Pd, nell’informazione etra gli intellettuali di area dem. Ma ai gazebo erano diversi coloro che hanno partecipato alle primarie per pura opposizione ai gialloverdi. In un periodo di penuria di pesi massimi in politica, i grandi personaggi dotati di una visione che hanno segnato la storia, i Churchill, i De Gaulle, i Kohl, le Thatcher, i Gorbacev, i Roosvelt e i Reagan di oltre oceano, i De Gasperi nostrani, bisogna accontentarsi di buoni amministratori condominiali, che si limitino a sanare i conti di un paese affidato a sfascisti dai robusti appetiti spartitori e dalle ambizioni esagerate ma senza cervello. Il faccione sorridente di Zingaretti e l’atteggiamento tutto romanesco del “volemose bene” tra il bonario e l’accomodante, devono aver convinto la maggioranza dei votanti a preferirlo alla apparente determinazione del galantuomo Martina e del renziano Giachetti, dei tre il più resiliente, quello che ha detto mai con i 5stelle,e ha parlato di futuro. Due cose in perfetta coerenza: immaginare un futuro con i 5stelle è come immaginare un oceano senza acqua. A Giachetti, e sarebbe stato un motivo non secondario per votarlo, si deve riconoscere il coraggio di non aver rinnegato la propria vicinanza al Rottamatore. Tutti si tengono a distanza di sicurezza da Renzi, temendo di essere ostracizzati-questo si chiama coraggio, bellezza-e nel tentativo estremo di rimanere aggrappati a un lumicino di potere. Tant’è che sono resuscitati i vecchi sinistri-sinistri, nella politica come nei media come nella cultura. I vip che si erano eclissati aspettando tempi migliori sono emersi dai loro nascondigli, Benigni, Zagrebelsky, Letta, Concita De Gregorio, Bersani, Franceschini, Vendola, Pecoraro Scanio, Mussi, tutti riconoscenti a Zingaretti che li ha riportati alla luce. E’ il tempo dei redivivi. Chi invece non ha avuto remore nel dichiarare il proprio apprezzamento per l’ex segretario e premier, è stato Carlo Calenda. Il predecessore di Di Maio (avvilente avvicendamento)ha detto: “Renzi è stato un grande politico ma un cattivo premier” riconoscendogli una visione che si può riassumere in tre punti: libertà di mercato, modernità, vocazione maggioritaria. Punti che dovrebbero costituire l’ossatura di un programma riformatore se ci fosse la volontà di cambiare il destino di questo malandato paese, nemico del mercato e della libera iniziativa, soffocato da uno stato piovra, ingabbiato in una burocrazia che cresce su se stessa, frenato da un assistenzialismo che uccide il lavoro e il merito, malato di consociativismo, conservatorismo politico e omologazione del pensiero. Dubito che Zingaretti possa invertire la rotta, appesantito dalla zavorra che per salvare se stessa ha sempre negato al paese la via della modernità e del progresso nonostante l’aggettivo “progressista”. Un passo significativo, comunque, il neosegretario l’ha fatto. E’ andato a Torino per manifestare il proprio sostegno alla Tav e, indirettamente, alle grandi infrastrutture, imprescindibili per lo sviluppo e la creazione di posti di lavoro. “Prima le persone”, “campo largo” e “comunità” sono le parole chiave del suo programma in cui non c’è un solo passaggio dedicato alla riforma liberale, che fu l’obiettivo centrale di Berlusconi e poi di Renzi, purtroppo naufragato. L’economia, il pivot del politico illuminato, lascia il posto ai luoghi comuni, alla retorica solidarista e all’estetica del linguaggio. Così non si affronta la traversata del deserto, né si sconfigge il rivale sul suo terreno di gioco, ci si accontenta della sopravvivenza.

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