Effetto gialloverde: l’Italia va da una parte, l’occidente dall’altra………l’opinione di Rita Faletti

Postato il 20 marzo 2019

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Quando si vuole sostenere a tutti i costi una tesi contro quella opposta, si ricorre agli scientifici numeri, quisquilie quando riguardano lo spread che si mangia a colazione, irrilevanti numerini quando riguardano il deficit della manovra di bilancio, inesistenti quando riguardano il debito pubblico mai nominato (2358 miliardi) e l’evasione fiscale astronomica fin qui ignorata. Questo governo dice e si contraddice, fa e disfa, passa dalla Taval Memorandum con la Cina, con la velocità e l’apparente noncuranza con cui Salvini si cambia di felpa. Il risultato è la confusione su tutto, il rimando e lo stallo. Un gran polverone finalizzato a creare un’impressione di vitalismo, ma che svela la sostanziale incompetenza dei 5s che annaspano di fronte alla responsabilità delle scelte e il calcolismo di Salvini. Il capitolo Tav conferma l’approccio sbagliato che questo governo ha nei confronti della realtà. La Torino-Lione è parte integrante del “Corridoio mediterraneo”, una delle nove reti Ten-T (Trans european network transport), la futura metropolitana d’Europa che comprende le principali vie di comunicazione della Ue. Bloccare il tratto che collega l’Italia alla Francia,la cui importanza è perfino imbarazzante dover spiegare, significa fare harakiri. Chiudersi all’interno dei propri confini nazionali in un’economia di mercato globale è semplicemente insensato. Invece di invocare il solito contratto,Salvini e Di Maio, se ne hanno il coraggio,perché non ci spiegano le ragioni di una scelta così surreale che ci allontana dall’Europa e dal mondo? Un alibi in attesa dell’esito delle elezioni europee di maggio? Dove vuole portare l’Italia il governo Conte? Il No a tutto a prescindere è un no alla crescita e al lavoro, una resa al regresso economico e sociale, un attentato al paese impantanato in una crisi che il Rdc e quota 100 acuiranno senza abolire la povertà e senza moltiplicare i posti di lavoro. Il ministro delle biciclette, il pensoso Toninelli, insiste con la fuffa dei costi-benefici, un capovolgimento della semantica lessicale, (si definiscono costi quelli che sono benefici: tre milioni di tonnellate le emissioni di CO2 in meno all’anno, taglio dei consumi di carburante e dei pedaggi autostradali, massima sicurezza per tutte le tipologie di treno, minori tempi di percorrenza, carichi molto superiori a quelli su gomma) e l’ennesimo controsenso. Questa settimana è previsto l’arrivo del primo ministro cinese Xi Jinping per la firma del Memorandum of Understanding (MoU) con cui il nostro paese entrerà nel mega progetto della Nuova Via della Seta. Di Maio, con l’entusiasmo del dilettante, ha annunciato che, grazie all’accordo con Pechino, i prodotti italiani invaderanno la Cina, per nulla turbato per il paradosso di aver appena fermato un segmento dell’importante nastro di collegamento commerciale con l’Europa. Quando si dice avere una visione! La Svizzera una visione ce l’ha: coni 57 chilometri della Galleria del Gottardo, intercettale reti ferroviarie ad alta velocità del resto d’Europa; mentre la Germania si è presa la Via della Seta a Duisburg. Noi invochiamo le merci via mare, per Trieste e Genova, ma se poi mancano i corridoi e i collegamenti, dove vanno le merci? Le merci vanno dove ci sono volumi e aggregazioni. Ma il motto del governo è “piccolo è bello”. Il ministro della recessione economica, per avversione nei confronti dei partner naturali, guarda a Pechino, il gigante asiatico che non fa affari alla pari e non fa sconti a nessuno. Politicamente aggressiva ed economicamente assai competitiva, la Cina sta colonizzando l’Africa (altro che il Cfa):porti, ponti, tunnel sottomarini, nuove città, isole artificiali e ferrovie. La China Communication Construction Company (Cccc) è impegnata globalmente in attività di progettazione e costruzione con fatturati da capogiro. Il core business cinese è ora concentrato sui porti. Trieste e Genova sono nel mirino degli occhi a mandorla in quanto porte d’accesso al Nord Europa. Ma l’interesse cinese non è limitato alle relazioni commerciali con l’Italia, che avendo un’economia basata sull’export, ha tutti i vantaggi ad incrementare le esportazioni nel paese asiatico. Lo sguardo cinese si allunga sui nostri asset strategici (know how, progettazione e costruzione, logistica). Cedere all’espansionismo predatorio del Dragone comporterebbe la perdita di controllo delle nostre infrastrutture strategiche e la cessione di sovranità politica, condizione indispensabile perché la Cina riesca nell’obiettivo di costituire un blocco di alleanze opposto alla Nato. Il Dipartimento di stato americano lancia l’allarme, in particolare sul nodo della presenza cinese nell’infrastruttura del 5G. Di Maio risponde che il 5G non è nel testo d’intesa. Però le telecomunicazioni sono tra le aree di interesse reciproco. L’Italia, isolata dall’Europa e anello debole della catena funzionerebbe da cavallo di Troia. Il porto del Pireo è già cinese, in Ungheria una parte dell’alta velocità è stata finanziata dalla Cina. Primi passi di un’operazione di colonizzazione che, una volta cominciata, sarebbe complicato fermare. L’aspetto commerciale diventa secondario rispetto alla prospettiva di un nuovo assetto geopolitico. Il memorandum è un’arma a doppio taglio e il governo avrebbe fatto bene a coinvolgere i paesi membri della Ue. Fare accordi con “Ping”, come Di Maio chiama il primo ministro della PRC, ignorando l’importanza che in quel paese si attribuisce al cerimoniale, richiede capacità di valutazione e intelligenza di cui non mi pare Di Maio abbia dato prova finora. A meno che i gialloverdi non intendano abbandonare gli alleati tradizionali. E’ un sospetto legittimo che nasce dal fatto che L’Italia si è opposta allo screening negli investimenti stranieri in Europa. Se poi si inserisce il particolare del sostegno a Maduro, ecco che il quadro della politica estera del governo Conte acquista un profilo chiaro.

Nuova Zelanda: strage di musulmani……………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 17 marzo 2019

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A Christchurch, in Nuova Zelanda, un attentatore australiano che si è definito “eroe suprematista bianco”, è entrato in una moschea e ha fatto fuoco con un fucile automatico, è salito in macchina, è entrato in un’altra moschea e ha replicato la carneficina. 49 morti. Catturato dalla polizia, Brenton Tarrant, così si chiama l’autore della strage, ha fatto il noto gesto condiviso su Facebook dai suprematisti. Come dopo ogni strage, che sia di matrice religiosa o politica, è iniziata la discussione, finita in gazzarra politica, sui possibili ispiratori e mandanti morali. Lo spunto è stato offerto da uno dei nomi impressi sui caricatori delle armi usate dallo stragista: Luca Traini. E’ il militante leghista che a Macerata sparò contro cittadini stranieri di colore. Il collegamento con Salvini è stato immediato. Il ministro dell’Interno “gode” da tempo di fama fascista e xenofoba per certe esternazioni sugli immigrati, le ruspe e l’episodio della Diciotti. Dunque, additarlo come ispiratore della violenza xenofoba è un’operazione scontata quanto grossière. Fa parte della retorica che affossa qualsiasi discussione e disperde in rivoli di marginale importanza tematiche che andrebbero affrontate con serietà e lucidità. Invece, a mano a mano che la conversazione deraglia, le divisioni si accentuano e sfociano in un parapiglia da talk show all’italiana. Salvini non mi piace, ma questo non mi vieta di riconoscere che viene spesso tirato in ballo per mero opportunismo politico. Nel caso dell’attentato di Christchurch contro i musulmani, il ministro non c’entra affatto. Attribuirgli qualche responsabilità, non fa che sviare l’attenzione dall’attentatore e dal clima di odio che pervade il mondo, scatena conflitti politici e sociali e risveglia fantasmi del passato. Il terrorista australiano ha assorbito quel clima e ha trovato nell’ideologia del suprematismo la soluzione al problema dell’immigrazione, ma da estremista e da criminale. Di lui scopriamo che ha scritto un manifesto di 75 pagine, postato su internet e archiviato su molti siti prima che venisse cancellato, consentendo, a molti, di scaricarlo e diffonderlo. Il ventottenne australiano si definisce europeo, per sangue, storia, cultura, idee filosofiche e politiche. Premessa con cui intende giustificare le sue preoccupazioni per le sorti dell’Europa, stando alle sue parole, vittima dell’immigrazione di massa. Ci sarà una sostituzione completa, razziale e culturale, del popolo europeo, perché, spiega, i figli li fanno gli immigrati. Onde evitare che ciò accada, il suggerimento è di rimuovere dal suolo europeo gli invasori. Tra i sovranisti, quello dell’invasione è un concetto molto popolare assieme a quello delle alleanze tra i paesi per combatterla. L’idea di una internazionale sovranista è, infatti, alla base di “The Movement” di Steve Bannon, l’esperimento europeo del sovranista americano che non pare stia riscuotendo molto successo. Come ogni terrorista che si rispetti, Tarrant ha filmato e trasmesso la strage in diretta su Facebook. Non è la prima volta che questo avviene. I gruppi terroristici jiihadisti utilizzavano video, scritte minacciose e musica per rendere virali sgozzamenti e decapitazioni, e ottenere un effetto di amplificazione che, oltre a celebrare i loro efferati crimini, creava l’effetto della prossimità e della diffusione di un potere inarrestabile. Che il terrorismo si muova e agisca con modalità affini per distruggere l’oggetto dell’odio ed estendere l’area del proselitismo non stupisce. Ma il punto non è solo colpire il terrorismo alle radici dopo averne analizzato e riconosciuto le cause, ma contrastare i sentimenti di rancore e odio che lo originano e lo alimentano. Islamici contro cristiani e ebrei, bianchi contro neri, nazionalisti e populisti contro globalisti, antieuropeisti contro europeisti, popolo contro élite, incarnano la cultura dell’odio mainstream che si scatena di fronte alla diversità, anche di opinione, vista come minaccia. Però, pensare che il sovranismo possa prevalere e dominare il mondo, mi pare irrealistico e una punta capzioso.

Resuscitati, come Lazzaro…………l’opinione di Rita Faletti

postato il 08 marzo 2019

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Il Partito democratico sembra vivo, o, per lo meno, non del tutto morto. Un milione e seicentomila votanti di cui il 70 per cento ha scelto Zingaretti segretario. Esito già scritto, a giudicare dal largo sostegno espresso da chi “conta” nel Pd, nell’informazione etra gli intellettuali di area dem. Ma ai gazebo erano diversi coloro che hanno partecipato alle primarie per pura opposizione ai gialloverdi. In un periodo di penuria di pesi massimi in politica, i grandi personaggi dotati di una visione che hanno segnato la storia, i Churchill, i De Gaulle, i Kohl, le Thatcher, i Gorbacev, i Roosvelt e i Reagan di oltre oceano, i De Gasperi nostrani, bisogna accontentarsi di buoni amministratori condominiali, che si limitino a sanare i conti di un paese affidato a sfascisti dai robusti appetiti spartitori e dalle ambizioni esagerate ma senza cervello. Il faccione sorridente di Zingaretti e l’atteggiamento tutto romanesco del “volemose bene” tra il bonario e l’accomodante, devono aver convinto la maggioranza dei votanti a preferirlo alla apparente determinazione del galantuomo Martina e del renziano Giachetti, dei tre il più resiliente, quello che ha detto mai con i 5stelle,e ha parlato di futuro. Due cose in perfetta coerenza: immaginare un futuro con i 5stelle è come immaginare un oceano senza acqua. A Giachetti, e sarebbe stato un motivo non secondario per votarlo, si deve riconoscere il coraggio di non aver rinnegato la propria vicinanza al Rottamatore. Tutti si tengono a distanza di sicurezza da Renzi, temendo di essere ostracizzati-questo si chiama coraggio, bellezza-e nel tentativo estremo di rimanere aggrappati a un lumicino di potere. Tant’è che sono resuscitati i vecchi sinistri-sinistri, nella politica come nei media come nella cultura. I vip che si erano eclissati aspettando tempi migliori sono emersi dai loro nascondigli, Benigni, Zagrebelsky, Letta, Concita De Gregorio, Bersani, Franceschini, Vendola, Pecoraro Scanio, Mussi, tutti riconoscenti a Zingaretti che li ha riportati alla luce. E’ il tempo dei redivivi. Chi invece non ha avuto remore nel dichiarare il proprio apprezzamento per l’ex segretario e premier, è stato Carlo Calenda. Il predecessore di Di Maio (avvilente avvicendamento)ha detto: “Renzi è stato un grande politico ma un cattivo premier” riconoscendogli una visione che si può riassumere in tre punti: libertà di mercato, modernità, vocazione maggioritaria. Punti che dovrebbero costituire l’ossatura di un programma riformatore se ci fosse la volontà di cambiare il destino di questo malandato paese, nemico del mercato e della libera iniziativa, soffocato da uno stato piovra, ingabbiato in una burocrazia che cresce su se stessa, frenato da un assistenzialismo che uccide il lavoro e il merito, malato di consociativismo, conservatorismo politico e omologazione del pensiero. Dubito che Zingaretti possa invertire la rotta, appesantito dalla zavorra che per salvare se stessa ha sempre negato al paese la via della modernità e del progresso nonostante l’aggettivo “progressista”. Un passo significativo, comunque, il neosegretario l’ha fatto. E’ andato a Torino per manifestare il proprio sostegno alla Tav e, indirettamente, alle grandi infrastrutture, imprescindibili per lo sviluppo e la creazione di posti di lavoro. “Prima le persone”, “campo largo” e “comunità” sono le parole chiave del suo programma in cui non c’è un solo passaggio dedicato alla riforma liberale, che fu l’obiettivo centrale di Berlusconi e poi di Renzi, purtroppo naufragato. L’economia, il pivot del politico illuminato, lascia il posto ai luoghi comuni, alla retorica solidarista e all’estetica del linguaggio. Così non si affronta la traversata del deserto, né si sconfigge il rivale sul suo terreno di gioco, ci si accontenta della sopravvivenza.

Primarie del Partito Democratico……….l’opinione di Rita Faletti

postato il 01 marzo 2019

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Due appuntamenti elettorali importanti si avvicinano e i risultati potrebbero cambiare gli scenari della politica italiana. Uno è alle porte. Domenica si vota per le Primarie del Pd. Zingaretti, Martina e Giachetti in tandem con Ascani, si contendono, si fa per dire, la poltrona di segretario del Partito democratico. Da tempo, il primo è dato per vincente, con un distacco di 20 punti dal già segretario reggente Maurizio Martina. La previsione, un po’ ottimistica, è che l’affluenza ai gazebo sfiori il milione di persone, il che avvantaggerebbe Zingaretti distanziandolo dagli altri candidati. Ma i gazebo sparsi sul territorio in modo stranamente disomogeneo, potrebbero costituire un ostacolo alla piena vittoria del governatore del Lazio. In Campania, infatti, in particolare nel salernitano e nel beneventano dove De Luca ha il maggior controllo del partito, i gazebo sono numerosi ma in posti insoliti; in Sicilia, oltre che pochi, si trovano in luoghi lontani dai centri anche diversi chilometri. Ciò è casuale o ha una sua ragione? Si vuole ridurre l’affluenza per limitare la vittoria del governatore del Lazio? Può darsi. Cosa certa è che Martina e Giachetti non sarebbero favoriti, ma la minore distanza da Zingaretti renderebbe la vittoria di quest’ultimo una mezza vittoria e di conseguenza meno efficace il suo ruolo di segretario di partito. Per capire come stanno le cose, bisognerebbe essere in grado di identificare, tra le righe, le differenze tra i programmi. Apparentemente mancano, ma, se differenze ci sono, sono nascoste nelle pieghe della volontà dei tre candidati ed emergeranno dopo il voto. Il Pd è sufficientemente balcanizzato da far prevedere che non mancheranno rivalità e zuffe interne, nonostante le promesse di rinnovamento, inclusione e apertura siano condivise. Parole senza significato se non seguite da precisazioni. Il rinnovamento è parte del cliché. Chi vuole proporre qualcosa di già sperimentato e vecchio in un mondo in corsa che brucia l’oggi per il dopo domani? Inclusione e apertura sono sinonimi. Includere chi e aprire a chi? Fuori o dentro il partito? E’ più verosimile fuori, visto che il Pd ha perso un bel po’ di elettori che spera di riconquistare. Se così fosse, ha calcolato il Pd il prezzo dell’inclusione e dell’apertura? Quando chiedi, come minimo devi dare, non in termini di ideali e ideologie in era post-ideologica, ma in termini concreti. Cos’ha il Pd da offrire che Lega e M5s non si apprestino a dare? Il mini reddito, quota 100 in via sperimentale per tre anni, la mini flat tax, concessioni balorde a un popolo che non è mai stanco di reclamare diritti, dovrebbero essere sostituiti da reddito e flat tax per tutti. Una follia non solo in una fase in cui la flessione dell’economia, oggi un dato di fatto, minaccia di trasformarsi in recessione nel caso in cui, nel secondo semestre dell’anno, non si registri un cenno di ripresa. Se per inclusione e apertura si intende un accordo con i 5 Stelle, ma Zingaretti l’ha escluso categoricamente, il nuovo o rinnovato Pd che uscisse dalle primarie potrebbe mai puntare sul consenso di un movimento allo sblocco dei cantieri, al completamento della Tav, alle grandi opere e agli investimenti in infrastrutture, obiettivi che Zingaretti si è impegnato a perseguire? E quale sarebbe la risposta della piattaforma Rousseau, se invitata ad esprimersi? Probabilmente tiepida, stando agli ultimi sondaggi che rilevano che elettori di Lega e M5s sono contenti di stare assieme. Ultima considerazione, quell’accordo sarebbe tra perdenti e nessuno punta su cavallo che perde. E allora? Allora il Pd, potrebbe dover aspettare il ritorno dell’unico cavallo di razza, Matteo Renzi, che nessuno nomina per opportunismo, fingendo di ignorare che il mondo renziano non si è dissolto e, intanto, pensare ad alleanze diverse. Al momento, per battere il governo dello sfascio, l’unica opportunità sarebbe proprio lo sfascio che nessuno si augura.