Olocausto: a difesa dei vivi…………….l’opinione di Rita Faletti

commenti: 0

visualizzazioni: 590

KONICA MINOLTA DIGITAL CAMERA
foto Giannino Ruzza

La settimana della Memoria è un encomiabile tentativo di mantenere vivo il ricordo della tragedia più turpe che ha scosso l’Europa del Novecento. Per i giovani studenti, i libri di storia, per tutti, i film, i documentari, le testimonianze dei sopravvissuti alla Shoa, sono un materiale prezioso di fronte al quale la coscienza non può non avere sussulti di sdegno e di vergogna per le oscenità di cui si è dimostrato capace il genere umano. Tuttavia, l’orrore dell’Olocausto non può essere compreso in tutta la sua enormità senza l’esperienza di una visita, o meglio, un pellegrinaggio nei luoghi della sofferenza, fisica e morale, e della malvagità: i campi di sterminio. Disseminati soprattutto in centro Europa, sono la prova indiscussa di una verità raccapricciante: la volontà criminale di un regime di sterminare con lucidità sistematica un popolo. La “soluzione finale”, due parole impossibili da cancellare dalla mente mentre osservi i volti sulle pareti, centinaia di migliaia di volti di donne, uomini, giovani e adolescenti, alcuni sorridenti altri seri, mentre, con il groppo in gola, montagne di indumenti, di calzature di adulti e minute scarpine di bambini, occhiali, cataste di valigie con le iniziali dei proprietari, bastoni e protesi strappate agli invalidi, sfilano davanti ai tuoi occhi. Auschwitz-Birkenau, Buchenwald, Dachau, Treblinka…fabbriche di morte. Fanatismo? Follia? Odio ideologico e politico? Ognuno e tutti. E indifferenza. Indifferenza di chi sapeva e fingeva di non sapere, indifferenza di chi temeva per sé, indifferenza di chi sapeva e approvava. Arrivi alla convinzione che qualunque bassezza possa trovare spazio tra le azioni umane. Chi è stato discriminato, braccato, spogliato di ciò che aveva, caricato su carri bestiame, torturato e ammazzato pur nella consapevolezza della propria innocenza, va ricordato e compianto. Ma i morti sono morti ed è fin troppo facile piangerli. Non costa niente e ci si illude di mettersi in pace con la coscienza universale che predica la compassione e la solidarietà. Ma ben più importanti sono i vivi, non soltanto coloro che sono scampati allo scempio, ma i loro figli, se ne hanno avuti, e i figli dei loro figli e i figli dei loro nipoti, le generazioni di ebrei che continuano ad essere vittime di pregiudizi scandalosi, di infami luoghi comuni, di varie teorie complottiste con cui si riempiono la bocca ignoranti politicanti che non conoscono la Storia o la distorcono a loro uso e consumo, demagoghi di nessuno spessore culturale e nessuna sensibilità, intruppati cacasotto che sui social fanno a gara nello sfogare la loro rabbia per dimenticare la loro mediocrità, miseri tentativi di esserci e di parlare a vanvera dietro l’imboccata di chi avvelena l’aria sperando di accaparrarsi un sicuro posto al sole. L’antisemitismo da squadrismo digitale è figlio dell’ignoranza e tragica conseguenza di una democrazia governata a misura di creduloni. Non dimenticare le sofferenze di un popolo che nei secoli ha conosciuto più nemici e oppositori che amici e sostenitori è sacrosanto. Ma chiediamoci perché tanto accanimento. La vecchia retorica dei territori occupati e dei poveri palestinesi, terroristi, molti, fin dalla nascita, vittime delle incursioni militari israeliane, che l’Onu definisce crimini, ha stufato. La verità sta da un’altra parte. Dei palestinesi non importa niente a nessuno, tanto meno ai paesi arabi. Chi non ha dichiarato guerra a nessuno ed è oggetto di attacchi, ha mille ragioni per difendersi. Si commemora la Shoa e intanto qualcuno vorrebbe poter festeggiare la distruzione dello stato ebraico. Israele è considerato da alcuni un problema e un ostacolo alla pace in Medioriente, quando è vero il contrario. Il terrorismo nasce come terrorismo e non vuole saperne di morire, tenuto in vita e foraggiato da alleati che aspirano a realizzare il loro piano diabolico: l’eliminazione del loro nemico secolare. Occorre vigilare, come ha detto Mattarella, e sapere che l’odio antisemita non si è spento. Riaffiora quando le situazioni sono favorevoli e si diffonde come un cancro, se le cellule killer non sono pronte a intervenire. Non basta una settimana a esorcizzare il pericolo, se nelle rimanenti 51 subentrano dimenticanza e indifferenza.

L’italietta dei gialloverdi…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 gennaio 2019

commenti: 0

visualizzazioni: 657

Banfi.jpg

In passato, la comunicazione tra persone avveniva attraverso le lettere. C’era lo spazio per raccontare, spiegare, argomentare, esprimere sentimenti, e il tempo per farlo si trovava sempre. L’attesa della risposta era carica di aspettativa e anche questo era un particolare di cui non è rimasto neanche il ricordo. Nessuno ha nostalgia della carta da lettere colorata, decorata con ghirigori, fiorellini e orpelli vari. Sms, selfie, tweet e video hanno soppiantato lo scambio epistolare senza che nessuno mostri di rimpiangerlo. D’altronde, che senso avrebbe oggi avere a disposizione l’occorrente per una lettera, con la seccatura di dover disporre anche di un francobollo e di una cassetta nelle immediate vicinanze? Un ipad, iphone, tablet, meglio se di ultima generazione, e il gioco è fatto. Averne uno è più importante che usarlo. Usarlo è un fatto secondario, è la conseguenza del possederlo. Con la lettera era l’opposto: se scrivevi avevi qualcosa da dire. Oggi all’inflazione comunicativa corrispondono l’assenza di pensiero, l’insignificanza e il bisogno ossessivo di esserci. Devi far sapere dove sei, cosa stai facendo, cosa stai mangiando. E’ idiota. Nessuno che abbia il coraggio di commentare con un : cosa me ne frega. Si risponde con: “Wow!”. Questa interconnessione globale ininterrotta, influenza inesorabilmente il linguaggio che è sempre più povero, impreciso, semplificato. Al declino del linguaggio corrisponde il declino del pensiero, più riduci all’osso il sistema linguistico, più limiti le potenzialità e l’organizzazione del pensiero e viceversa. In questo contesto lo slogan trionfa. “Abbiamo abolito la povertà!” strombazza Di Maio dal balcone e le grulle e i grulli si bevono la fandonia colossale senza fare una piega. Il popolo esulta, Di Maio e i suoi esultano e pensano: “Fatto!” La manovra del popolo è un duplice successo: oltre ad avere abolito la povertà, le parole assumono la forza delle azioni, il consenso è assicurato anche questa volta. E di slogan in slogan, i cialtroni di governo costruiscono le loro politiche. Non è necessario che i risultati arrivino, bastano le parole. Siamo all’assurdo. Ma a tutto c’è una spiegazione. La delusione del popolo e il discredito della politica, l’ignoranza crassa di tanti, l’analfabetismo funzionale dilagante, il fallimento della scuola, la mancanza di riferimenti, la disabitudine a pensare con la propria testa, il senso di sicurezza che dà il gregge, il bisogno di identificazione: parlo come te, sono come te. E’ appagante questa condivisione che azzera le distanze tra le persone e i loro rappresentanti politici. L’omologazione identitaria è alla base della popolarità dei gialloverdi che si sono presentati con una trovata geniale: uno vale uno. Lo studio, la competenza, l’esperienza, la gavetta non servono. Quello che la gente vuole sentirsi dire. L’illusione che l’orizzontalità abbia sostituito la verticalità del potere. Molti, stando ai numeri la maggioranza, non capiscono di essere furbescamente manipolati, di essere il mezzo per il raggiungimento e la conservazione del potere, che è l’unico vero interesse felpastellato. Poi, quando arrivano cattive notizie, la fosca previsione del Fondo Monetario Internazionale che stima la crescita allo 0,6 per cento nell’anno in corso invece che all’1per cento, si scatena la rabbia e partono le invettive contro il nemico. Allora niente boom economico? Espansione o recessione? Questo è il dilemma. Di Maio rassicura le fasce deboli: vi salvaguarderemo. Non dice come, però, basta la promessa. Nelle dittature, per tenere buono il popolo che tanto bene non stava nonostante la propaganda e gli slogan, era stato escogitato lo stratagemma del nemico esterno. Questo governo, che vuole sostituire alla democrazia rappresentativa la democrazia diretta, cioè una democrazia illiberale, usa la stessa arma. In questo periodo il nemico ideale è la Francia. I gilet gialli abbandonati da Macron, Strasburgo, sede del Consiglio europeo, una “marchetta” alla Francia (secondo il burino reduce dal Sudamerica), il franco Cfa, indicato dai sovranisti come “euro africano”, che impedisce all’economia di 14 stati africani di crescere, tutte false rappresentazioni di realtà ben diverse. Ma la nuvola passa e il sorriso ritorna con Banfi, che Di Maio ha promosso rappresentante della Commissione italiana per l’Unesco. La versione grillina di Razzi, sedicente ambasciatore di pace in Corea del Nord. Evviva  l’italietta dei gialloverdi

Mai fare lo stesso errore due volte………l’opinione di Rita Faletti

postato il 17 gennaio 2019

commenti: 0

visualizzazioni: 552

campidoglio.jpg

L’intervista a un aspirante lavoratore ha la funzione di raccogliere informazioni e dati per comprendere se questi siano compatibili con il profilo lavorativo richiesto. Matching è il termine con cui gli anglosassoni sinteticamente definiscono l’incontro tra domanda e offerta, ciò che i riformandi centri per l’impiego, finalizzati a togliere dalla strada e dal divano inoccupati cittadini alla ricerca di un’occupazione,saranno chiamati a fare. Il progetto, di per sé apprezzabile nelle intenzioni, fumoso nella propaganda e comunicato alla solita maniera approssimativa e confusa dei grillini, ma complesso nella pratica,non si sa ancora da chi e come verrà gestito, dettagli non di poco conto. Se dovesse prendere avvio all’inizio della primavera, contemporaneamente al reddito di cittadinanza, sarebbe un fallimento certo. Una cosa raffazzonata e pastrocchiata, in linea con la natura del governo gialloverde e dell’operato dei suoi più rappresentativi ministri. Grillo, Lezzi, Toninelli, per nominare i più noti senza voler far torto ad altri, di pari vaglia, messi di fronte a test selettivi seri, sarebbero stati invitati ad accomodarsi (fuori) e presentarsi più preparati o a non ripresentarsi.Questione di congruità. A mestiere specifico, specifiche abilità e competenze. Nel mondo dell’impresa privata, uno dei pochi in cui abilità e competenze contano,si fa ciò per cui si è stati assunti e per cui si viene pagati. Non è pensabile bluffare. Nel mondo della politica e della pubblica amministrazione, altre sono le regole.Lapalissiano è l’esempio di Roma, non una cittadina di cinquantamila abitanti, ma la capitale della settima potenza industriale, l’antica Res publica, poi il cuore di un impero grandioso, rispettato e temuto, di cui furono e sono espressione concreta e testimonianza i monumenti che tuttora portano l’acronimo SPQR (Senatus Populus Que Romanus: il Senato e il Popolo Romano). Se non fosse per quei monumenti, non rimarrebbe traccia di quel passato glorioso. Decenni di malgoverno hanno cancellato rispettabilità, prestigio e decoro che tre anni di buona amministrazione non potrebbero far risorgere ma a cui tre anni di pessima amministrazione hanno dato il colpo di grazia. La capitale è profondamente malata, forse irrimediabilmente.E torno al punto di partenza con una domanda: se alla Raggi fosse stato somministrato un test attitudinale e si fosse esaminata la precedente esperienza professionale,si è sicuri che il sindaco della città più disastrata d’Italia, se non del mondo, sarebbe lei? Virginia Raggi potrebbe a malapena amministrare un condominio di modeste dimensioni. Ma il problema non l’ha creato lei, non essendosi autoeletta, bensì la piattaforma di una società privata, i rispettivi proprietario e guru, artefici della sua nomina come di quella di Di Maio, il profeta del prossimo boom economico che sta dissolvendo l’economia.Il ragazzotto vestito da prima comunione, che legge con orgoglio una lista di cose e ci mette la spunta, “fatto”, non si avvede che l’illusionismo del suo scombiccherato governo ha fatto una cosa sola, velocemente e per suo esclusivo merito, lo smantellamento del sistema economico. Errare è umano, perseverare diabolico. Diabolico aver dato loro una seconda possibilità, dopo i risultati di Raggi a Roma.Una discarica a cielo aperto,tanfo e sporcizia, schiere di ratti giganti che si sono impossessati di interi quartieri, buche diventate voragini assassine, sterpaglie ovunque, autobus in fiamme,deprimente stato di abbandono, manifestazioni di protesta che si contendono le piazze, lo sciopero perenne di Atac,sono laf accia dell’incompetenza e dell’incapacità di un’amministrazione guidata da una poverina, detto senza ironia, che avrebbe tratto soddisfazione e gratificazioni maggiori nel fare altro. Un’indennità di 114.792 euro l’anno, più dello stipendio del Presidente del Consiglio, non compensa un fallimento così completo e totale. E poi si faccia finta di non capire, si cambi discorso, si preferiscano slogan e propaganda alla realtà.

Grillo rivede la sua posizione sulla scienza………l’opinione di Rita Faletti

postato il 13 gennaio alle ore 11,15

visualizzazioni: 910

commenti: 3

 

peppe-grilllo.jpg

 

Il padre dello squadrismo digitale, l’ispiratore della democrazia diretta, il capo indiscusso del MoVimento 5stelle, Beppe Grillo, ha riconosciuto il primato della scienza sulle pratiche oscurantiste di impostori e improvvisati guaritori di strada. Il propalatore della medicina “alternativa”, degli intrugli stregoneschi a base di escrementi liquidi e solidi e spremute di limone che dovrebbero curare i malati terminali, ha rinnegato le passate stramberie e con un’ inattesa mossa controrivoluzionaria, ha distrutto il pregiudizio antiscientifico dei tanti sostenitori del No Vax. Nel 1988, nello spettacolo “Apocalisse morbida”, Grillo aveva detto: le malattie sono scomparse, dove si facevano i vaccini e dove non si facevano. I vaccini abbassano le difese immunitarie. Di vaccino si può morire. E aveva srotolato una sfilza di patologie: leucemia, immunodepressione, mutazioni genetiche trasmissibili, malattie tumorali, autismo. Sotto accusa le case farmaceutiche, colpevoli di arricchirsi sulla pelle delle persone, e il ministero della Salute. Oggi, quello che più di un passo indietro è un’abiura, è confermato, nientedimeno, dalla firma di un “Patto trasversale per la scienza”, dove si sostiene la ricerca scientifica contro il pensiero antiscientifico. Lo scienziato Guido Silvestri, amico di Grillo, ha convinto il comico a sottoscrivere l’appello. Ma la cosa sorprendente è che accanto alla firma di Grillo si legge quella di Matteo Renzi, amico dello scienziato Roberto Burioni. Il professore di microbiologia e virologia all’università San Raffaele di Milano, si era già espresso duramente contro i sostenitori della pseudoscienza e della pseudomedicina, e aveva sottolineato un concetto che i pentastellati rifiutano in nome dell’uno vale uno: “Non tutti hanno il diritto di parola su tutto, nel campo scientifico conta il parere solo di chi ha studiato, non del cittadino comune”. Quindi, la scienza non può essere democratica, come afferma Burioni nel suo libro “La congiura dei somari”, ma non chiude le porte a chi ad essa si accosta con lo studio e il rigore scientifico. Firmando l’appello, Grillo ha riconosciuto ufficialmente il valore e il primato della scienza nella cura delle malattie e, indirettamente, l’importanza della competenza contro dilettantismo e velleitarismo. Un plauso a Grillo che sconfessando se stesso ha sconfessato il metodo delle bufale utilizzato per delegittimare la scienza e non solo, e tolto un altro mattone alla costruzione sconnessa del suo movimento.

Fulminante vaffa dei gilet gialli al governo gialloverde……l’opinione di Rita Faletti

postato il 10 gennaio 2019 alle ore 20,25

commenti: 2

visualizzazioni: 986

 

Il movimento nato a Parigi per manifestare contro l’aumento dei prezzi del carburante, un alibi per inaugurare un periodo di ignominiosa escalation di violenza che ha profondamente ferito la capitale francese, invece di suscitare l’indignazione del governo italiano insieme alla ferma condanna e alla solidarietà che si deve a un paese vicino non solo geograficamente, ha creato imbarazzo alle nostre istituzioni democratiche e a coloro che non hanno permesso all’ondata di rabbia gialloverde di farsi risucchiare. II vice premier Di Maio, che invita gli eversivi francesi a “non mollare”, è una brutta immagine che contrasta con il principio della non ingerenza nelle questioni interne di altri paesi, come Jacqueline Mouraud, rappresentante della fazione moderata dei gilet gialli non ha mancato di fare osservare, è stupidamente inopportuna per l’approvazione di una battaglia antisistema da parte di un uomo del sistema, è gravissima per la legittimazione della violenza come strumento di lotta. Sostenere chi sfascia vetrine, incendia automobili, carica polizia e agenti anti-sommossa con lancio di sassi, tenta lo sfondamento delle porte del ministero dei Rapporti con il Parlamento (su questo punto bisognerebbe chiedere il parere a Francesco Fraccaro) appicca il fuoco a un locale della Banque de France (i due vice aspirano ad impossessarsi della Carige attraverso un’operazione di nazionalizzazione) è più in sintonia con la natura di un hooligan curva nord che con quella di un ministro che occupa uno scranno importante del Parlamento. La familiarità del vice con un certo ambiente ha vinto sulla compostezza imposta dal ruolo. Così Di Maio si è gettato nella mischia dei gilet gialli alla cieca, senza chiedersi prima quale fazione supportare. Come l’Idra di Lerna, mostro a più teste, il mostro sovranista contiene un po’di tutto, pulsioni, nemici da abbattere, recriminazioni, vittimismo, obiettivi da raggiungere. “Fate pulizia a casa vostra” è stato il messaggio dal significato inequivocabile da sovranista a sovranista: ognuno è sovrano a casa propria. A chi offrirà dunque, lo scornato vice, l’uso della mitica piattaforma Rousseau? Ieri sera, a Otto e mezzo, il sottosegretario agli Affari esteri Di Stefano, ha tentato, secondo lo schema grillino seguito nei momenti di difficoltà, di raddrizzare il tiro, spiegando che il suo capo politico intendeva solo dare suggerimenti ai gilet gialli sul processo di formazione da movimento a partito. E’ una delle tante menzogne raccontate dai pentastellati per difendersi e negare la loro natura eversiva che non è sfuggita alla parte moderata dei gilet gialli. La verità è che Di Maio sta cercando alleanze nel variegato popolo sovranista di estrema destra e di estrema sinistra per l’appuntamento alle europee. Essere contro tutto, l’Europa, l’immigrazione, le élite, il capitalismo, il liberismo, la Nato, non è tuttavia condizione sufficiente per intonare l’internazionale sovranista, come evidenzia il rifiuto di Jacqueline Mouraud. Contemporaneamente, anche Salvini dopo aver attaccato Macron “il presidente che governa contro il suo popolo”, ma condannando ogni ricorso alla violenza, è volato a Varsavia per incontrare il leader della destra ultra-conservatrice Kaczinsky per concordare con lui una linea comune alle elezioni europee. La tattica del governo è agire su fronti separati per marciare uniti. In questa corsa, chi ha il fiato corto è Di Maio, che dietro il sorriso a dentiera, nasconde la propria apprensione per i malumori degli elettori delusi dai numerosi dietrofront, le contestazioni di alcuni suoi parlamentari, il consenso che cala. La sua è una corsa in salita e un accordo con i gilet monocromatici transalpini avrebbe lo scopo di riaccendere gli entusiasmi e la fiducia del suo popolo. Machiavelli diceva: “Governare è far credere”. Ma, nonostante gli sforzi, la stella di Di Maio e del movimento brilla meno di un tempo. L’incessante e incalzante propaganda in funzione di arma di distrazione di massa evidenzia le prime crepe. Se ne era avuto sentore il giorno di Capodanno sulle piste da sci dove Di Battista e Di Maio, imbacuccati e per una volta privi della solita verve e del solito seguito di fan, con un’aria spaesata, quasi intimorita in un paesaggio dominato dalla forza e dalla spietata immobilità delle montagne, avevano augurato Buon Anno al Paese. Un confronto impari, il loro, con la natura circostante, un po’ come quello del movimento di fronte alla prova di governo. A questo proposito, spiccano eloquenti le parole del presidente Mattarella: “Soltanto il lavoro tenace, coerente, lungimirante produce risultati concreti” Non le chiacchiere.

 

Non saranno sempre i Saturnali…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 4 gennaio 2019 alle 22,14

commenti : 25

visualizzazioni: 1916

Risultati immagini per foto saturnali

Diceva l’anonimo: “Dopo aver ascoltato diluvi di parole che non sono mai diventate fatti, il silenzio diventa musica”. L’augurio da rivolgere al governo gialloverde è di stare in silenzio, possibilmente migliorarlo e riempirlo di pensieri e riflessioni purtroppo assenti in questi sei mesi di vociare scomposto, insensato, ribaldo, autolesionista e lesionista degli interessi del paese. A promesse roboanti, 600 mila immigrati saranno rimpatriati, in quindici giorni bloccheremo il Tap, sostituiremo alla Tav una rete di piste ciclabili per la felicità di grandi e piccini, faremo un ponte sul Polcevera dove si potrà giocare, mangiare, divertirsi ( il geniale Toninelli non ci ha ancora spiegato la vera funzione dei ponti o forse è rimasto il solo ad ignorarla) e, sempre in tema di divertimento, l’Ilva diventerà un grande parco giochi. La manovra per il popolo abolirà la povertà, il decreto dignità assicurerà il lavoro a tempo indeterminato e la possibilità di progettare matrimoni, nascite, acquisti immobiliari, il reddito di cittadinanza permetterà ai fortunati senza meriti di diventare divanisti per diciotto mesi in attesa dell’impiego di loro gradimento, pianificando, nel frattempo, l’acquisto di un nuovo divano da sostituire a quello vecchio e consunto per i successivi diciotto, dopo la pausa di un mese. E non saranno i veri poveri a ricevere il reddito, ma i furbi di mestiere. La pace fiscale sarà un grande regalo agli evasori, le case abusive resteranno orgogliosamente in piedi, il lavoro nero sarà benedetto. Il modello di paese dei gialloverdi sembra più vicino a Bengodi che a un paese normale, dove è il lavoro l’obiettivo primario, dove è il lavoro a garantire dignità, libertà e benessere ai cittadini, e crescita e sviluppo all’intero paese. Con questi qua, i valori sono capovolti, come capovolta è la descrizione della realtà che pretendono di farci credere, intossicando i rapporti tra italiani, seminando rancore e astio, scatenando invidia sociale e risentimento, indicando nell’avversario politico il nemico, sottraendo al merito il potere del discrimine e distribuendo benefici a chi li acclama solo per gretto opportunismo, il contrario di quanto avviene in una democrazia sana e matura. Ci sarà chi avrà motivi per rallegrarsi di questo governo e delle varie forme di illegalità di cui esso si è fatto promotore e chi maledirà il 4 di marzo e le sue nefaste conseguenze. Primi a maledire questo governo saranno i giovani che guarderanno all’Europa come all’unica possibilità di futuro. In tanti se ne sono già andati. Dopo i giovani, i più delusi sono i garanti del lavoro, le imprese bastonate da Di Maio. Privo delle competenze e della preparazione che non sono certo richieste allo steward di uno stadio, ma sono un must per un ministro dell’Economia, il vice premier ha una visione dell’impresa che rispecchia quella di suo padre, con annessi e connessi. Chi ancora non avrà motivo di rallegrarsi, sarà chi crede nelle istituzioni, delegittimate da chi si è presentato in qualità di garante del popolo, ma non del sistema democratico. La manovra di Bilancio è passata in totale sprezzo della discussione parlamentare. Un affronto alle regole democratiche per l’esautoramento del Parlamento dai suoi poteri, un affronto agli elettori, in particolare di Lega e 5Stelle, che più degli altri erano interessati al dibattito. Avranno molto da rammaricarsi coloro che essendosi fidati di Salvini, non soltanto si sentiranno ingannati dalla promessa mancata della flat tax, ma anche beffati dall’aumentata tassazione, inevitabile conseguenza dell’aumentata spesa corrente e della limitata crescita. Il governo del cambiamento ha dovuto ammettere che il pil all’1,5 per cento era solo nel libro dei sogni, quest’anno si fermerà sotto l’1 per cento. Smentito dalla realtà e sbugiardato, il duetto dei vice, dopo gli attacchi a testa bassa all’euro, all’Europa, alla finanza, a Moscovici e Juncker, dopo il chissenefrega e lo spread me lo mangio a colazione, è andato a Canossa, o, meglio, ha inviato a Canossa/Bruxelles il premier Conte, con l’incarico di intercedere , con il cappello in mano, come i governi precedenti sono stati accusati di aver fatto. Spacconi, costretti a fare retromarcia e ingoiare il rospo della sconfitta. Dal 2,4 al 2 per cento di deficit, come richiesto dalla Commissione europea. Che non mancheranno di colpevolizzare quando la “pacchia” finirà anche per i loro amati elettori. Ma questa volta, nessuno crederà loro, perché, come ha dichiarato Giggino da Pomigliano, il contenuto della manovra è nato tutto a Roma. Panini alla Nutella e beveroni macrobiotici non serviranno a placare la rabbia dei fan.