Le colpe dei padri ricadono sui figli………l’opinione di Rita Faletti

postato il 29 novembre 2018 alle 16,08

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Padri che sbagliano, figli che pagano. L’errore è spesse volte la conseguenza dell’inesperienza, quindi a sbagliare ci si aspetterebbe piuttosto che fossero i figli e i genitori a dover pagare. Ma nel caso di figli maggiorenni con incarichi politici di rilievo, è nella normalità che l’attenzione si concentri soprattutto su di essi e che siano essi a saldare i conti degli sbagli paterni. E’ quello che è successo a Maria Elena Boschi e a Matteo Renzi, coinvolti nelle disavventure incòlte ai padri e usate strumentalmente per abbatterli politicamente. Adesso è toccato a Luigi Di Maio. Un operaio edile di Pomigliano d’Arco ha rivelato alle Iene di aver lavorato in nero nell’azienda di famiglia del ministro per un paio di anni. Nonostante le ripetute richieste di essere messo in regola, l’uomo ottenne un contratto di sei mesi per intervento della Cgil, solo dopo un periodo di convalescenza in seguito ad un piccolo incidente occorsogli sul posto di lavoro. L’uomo ha anche detto che Di Maio padre gli diede 500 euro e gli chiese di non dire dove l’infortunio si era verificato. Ha aggiunto che non era l’unico a percepire lo stipendio in nero. Essere un ministro della Repubblica in una fase politica iniziata al grido di onestà-tà-tà e inaugurata da coloro che si sono presentati ai cittadini come quelli diversi, i puri, gli onesti, gli incorruttibili, è cosa assai imbarazzante per Luigi Di Maio che affermava: “E’ finita l’epoca del datore di lavoro contro il dipendente”. Ma delle irregolarità commesse dal padre, ha dichiarato il ministro del Lavoro, non ne sapeva niente, tanto più che, ai tempi del fatto, tra il 2009 e il 2010, poco più che ventenne, non era ancora proprietario del 50 per cento dell’azienda di famiglia. Si può immaginare che il lavoro in nero non sia uno degli interessi principali di un giovane di quell’età, come si può pensare che, ammesso anche che Di Maio fosse al corrente dell’irregolarità, non ci avesse dato molto peso in un contesto in cui il lavoro nero è particolarmente diffuso. Così fan tutti, può aver pensato. Però, nel momento in cui si cessa di essere un cittadino comune al quale qualche ruberia è concessa, tanto nessuno lo sa, stando alla morale ipocrita di Di Battista che ha fatto sentire i suoi ragli, e si diventa un uomo pubblico, che proclama di voler combattere l’illegalità, non ci si può permettere di scrivere un Decreto che farà crescere il lavoro in nero, dopo aver abolito i contratti a tempo determinato, e un disegno di legge che va nella stessa direzione, favorendo comportamenti di illiceità da parte dei datori di lavoro. La promessa dei nebulosi 780 euro, fa sì che gli imprenditori si trasformino in prenditori, licenziando i dipendenti o rendendo più leggere le loro buste paga, costringendo lo stato ad intervenire con le integrazioni. Questa non è onestà. E’ truffa nei confronti dei cittadini italiani. Come non è onestà, impegnarsi a versare una parte del proprio stipendio di parlamentare a favore delle piccole imprese e dei giovani, attraverso un bonifico e annullarlo in tempo utile, come alcuni grillini hanno fatto. Queste sono miserie da poveracci che dimostrano che, quando non si ha la schiena dritta, la propaganda e le parole soccombono ai fatti e i fatti sono lì a suggerire che nulla è cambiato e che la rivoluzione ha preso la forma di una restaurazione che annulla qualsiasi differenza tra la politica di ieri e quella di oggi. Aggiungo che chi ruba un euro non è più onesto di chi ne ruba mille. L’onestà non si pesa. C’è o non c’è.

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