Raggi assolta, Appendino contestata: esultanza e guai dei pentastellati, che Salvini questa volta non difende……l’opinione di Rita Faletti

postato il 13 novembre 2018 alle 8,57

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Raggi ritorna immacolata. Il duo Giggino-Dibba si scalda e vomita i soliti insulti sgangherati sulla stampa, “una puttana che si prostituisce non per bisogno ma per viltà” sentenzia, dal Guatemala, il portavoce barricadiero del movimento. Virginia “massacrata” dai giornali per due anni, rincarano i grillini, finalmente può “girare a testa alta” tra i romani che ama. Se fai un giro per le strade della capitale diresti il contrario. Ma il sindaco, che qualcuno era pronto a sacrificare, e che era credibile quando proclamava la propria innocenza, ha la stessa autonomia decisionale che ha un carcerato in una cella di isolamento. L’espressione, il sorriso, le parole che scivolano via senza lasciare traccia, spiegano perché sia stata scelta per la poltrona più importante dell’amministrazione capitolina. Correvano voci, qualche tempo fa, che Salvini intendesse sostituirla con uno dei suoi. La Raggi, interrogata sulla questione, conferma e aggiunge: “La Lega voleva intestarsi il merito di tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi due anni”: Qui la Raggi sbrocca. Non più solo fake news, il complottismo dei frighi, e tutto il repertorio di accuse rivolte a chi non sta dalla parte dei pentastellati, ma un vistoso ribaltamento della realtà. Accuse e vendetta: il fondo per l’editoria dovrà essere abolito, un modo semplice per tentare di tappare la bocca all’informazione, quella ostile, intendiamoci. Si chiama attacco alla democrazia. Ma Salvini si dissocia e dichiara di apprezzare il lavoro dei giornalisti. Non serve allontanarsi da Roma per dare sostanza al sospetto che i grillini siano pronti a tutto pur di eliminare le opposizioni. Ieri si è votato per il referendum su Atac, la ditta di trasporti pubblici di cui è azionista il Comune di Roma, e pare che a molte persone sia stato impedito l’accesso ai seggi. Una manovra per scongiurare la vittoria dei sì a favore della collaborazione pubblico-privato nella gestione dell’azienda. Referendum proposto dai Radicali con esito annullato, non essendo stato raggiunto il quorum del 33 per cento. Che i romani si tengano i loro autobus che prendono fuoco, i servizi autoridotti, i ritardi biblici, i 1200 dipendenti assenteisti che ogni giorno stanno a casa. Ma l’aggravante è che il debito colossale di Atac, 1,35 miliardi, è suddiviso tra tutti gli italiani, anche quelli che non vivono a Roma e non hanno colpa alcuna di questo disastro irreparabile di malagestio.E passiamo da Roma capitale d’Italia, a quella che è stata soprannominata la capitale del sud d’Italia, per affinità in fatto di stallo economico, Torino. La città dell’understatement e del riserbo, ieri è scesa in piazza per manifestare a favore della Tav, del lavoro e dell’impresa, contro l’immobilismo della giunta pentastellata e del suo sindaco, Chiara Appendino. La protesta, educata e ordinata, va detto, ha sorpreso un po’ perché è stata il segnale che la pazienza dei torinesi è arrivata al capolinea. La Appendino è calata nel gradimento della borghesia imprenditoriale e delle categorie produttive della città, quelle che avevano accolto con entusiasmo la sua elezione a sindaco. Cosa è successo da allora? Appendino è tra incudine e martello, tra il ribellismo dei centri sociali che dicono no a tutto e il riformismo della sinistra moderata, favorevole agli investimenti. “Torino non è ferma, ha detto un intervistato, sta andando indietro”. E’ questo il vero problema dei 5stelle: hanno sabotato le Olimpiadi invernali, hanno tagliato i fondi per le periferie, non hanno messo un euro nella cultura, si ostinano a contrastare la Tav. Aleggiava ieri un’atmosfera di trattenuta irritazione tra i manifestanti, critici nei confronti del ministero delle Infrastrutture e del suo titolare, il quale, dietro la solfa del rapporto costi-benefici, nasconde l’avversione acida del suo movimento alle grandi opere, il “magna-magna” ricorrente sulla bocca di Toninelli che vorrebbe mandarci tutti in bicicletta. Ieri, lo scontento si è materializzato. Non solo per la mancanza di una leadership con una visione chiara di futuro, ma, sopra tutto, per la cospirazione grillina contro il lavoro, a favore di una decrescita d’accatto sul modello peroniano. Ma Salvini e i leghisti, ieri presenti alla manifestazione, mentre Appendino non c’era, hanno detto sì alla Tav, sì alle grandi opere, sì al lavoro.

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