Il sogno americano è morto. Parallelismi pericolosi……..l’opinione di Rita Faletti

Postato il 6 novembre 2018 alle ore 13,08

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Nel 2016, in campagna elettorale, Trump pronunciò quella frase intendendo che, se avesse vinto le elezioni, gli Stati uniti avrebbero chiuso le porte alle “invasioni”. Niente più immigrati dai paesi islamici, niente più messicani. Al confine con il Messico, Trump avrebbe alzato un muro di cemento a loro spese. “Make America great again” era lo slogan che entusiasmò una parte del paese. Ma l’America è già grande. Si obiettava. Grande per la democrazia, la libertà, l’eterogeneità della sua popolazione e la prosperità economica, sì, anche quella. L’America ha rappresentato la meta agognata degli oppressi dai totalitarismi e dalle dittature, di chi fuggiva dallo sterminio del nazifascismo, di tutti coloro che hanno visto in quel paese l’approdo sicuro e l’inizio di una nuova esistenza. Trump ha davanti a sé un appuntamento: le elezioni di mezzo mandato. Domani sapremo se avrà superato la prova o sarà stato sconfitto. L’esito è ancora incerto, così come la vittoria di Hillary Clinton era data per certa due anni fa. In un batter di ciglia, inaspettatamente, la situazione si capovolse. Lo stato dell’Ohio fu il primo in cui iniziò la rimonta. Nei due anni trascorsi, Trump ha portato l’economia americana all’apice della performance e ha abbattuto la disoccupazione. Ma l’economia non è tutto. Le sacche di infelicità, nel paese che nell’articolo primo della Costituzione ha come finalità prioritaria la felicità, il disagio, la sofferenza, la depressione e l’isolamento sociale, gettano un’ombra lunga sulla società. Il luccichio del benessere economico nasconde realtà più complesse. Bisognerebbe leggere Faulkner per scoprire qualcosa di un popolo cui la storia ha assegnato un ruolo fondamentale nella rappresentazione di tutto il bene e di tutto il male del mondo. L’America è un paese complesso, dove la propensione al rischio e l’ottimismo sono anche i motori della crescita e del successo, ma dove la sconfitta è più bruciante. E non è solo la sconfitta materiale, è la sconfitta dell’essere umano, una malattia ben più grave e profonda perché è psicologica. L’America profonda che scelse Trump due anni fa è anche questo. I suicidi tra i giovani, tra i 10 e i 17 anni nel periodo 2006-2016 sono aumentati del 70 per cento, sono 60mila le morti per droga ogni anno.Una ecatombe superiore persino alle vittime della guerra in Vietnam. La gravità della situazione è sottolineata dalla strage di ebrei alla sinagoga di Pittsburgh, per mano di un sovranista bianco che ha accusato Trump di globalismo, proprio quello che il presidente combatte. Quando si identifica nel popolo ebraico la causa di un male, potremmo essere alle soglie di qualcosa di tremendo. “Tutti gli ebrei devono morire” ha gridato il criminale. Serpeggia sui social e in Internet l’odioso antisemitismo, figlio della rabbia e della violenza che deve trovare per forza un colpevole delle proprie sconfitte e della propria emarginazione. Una parte di giovani ha rinunciato a combattere, questa è la vera sconfitta. Una sconfitta che precarizza il futuro e uccide la speranza nel futuro. E se in America, il paese in cui gli ebrei si sono sempre sentiti protetti, un sovranista bianco decide di entrare in una sinagoga e ammazza undici persone, vuol dire che qualcosa sta impazzendo nel paese della democrazia e della libertà. Forse la caduta dei valori trasmessi dalla famiglia, rafforzati dalla scuola, perseguiti dalla comunità? Forse un senso di perdita di identità? Che si voglia attribuire la causa di una crisi a questo fattore o a quello, ogni crisi viene da lontano, ovunque, e responsabili ne siamo tutti, la nostra superficialità, la nostra noncuranza, il pretendere soluzioni immediate a problemi antichi che non è sempre facile identificare e a cui è difficile dare una risposta. Se oggi l’America vive una crisi profonda, la responsabilità non è solo di Trump, soprattutto non è sua se il sovranista bianco ha fatto una strage in una sinagoga, Trump difende e ha sempre difeso Israele, e di questo va ringraziato. Il presidente, mettendo se stesso al di là e al di sopra della politica americana tradizionale, che ha rigettato, ha consentito al lato oscuro che è in ognuno di noi di venire alla luce. Ha permesso al disagio e alla segregazione psicologica di esplodere sottovalutando le conseguenze. Di questo è colpevole. Chi governa non può permettersi di soffiare sul fuoco e risvegliare il mostro. In quella frase, make America great again, ci sono i semi della discordia sociale e civile. Se ne ricordino Salvini e Di Maio.

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