Le colpe dei padri ricadono sui figli………l’opinione di Rita Faletti

postato il 29 novembre 2018 alle 16,08

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Padri che sbagliano, figli che pagano. L’errore è spesse volte la conseguenza dell’inesperienza, quindi a sbagliare ci si aspetterebbe piuttosto che fossero i figli e i genitori a dover pagare. Ma nel caso di figli maggiorenni con incarichi politici di rilievo, è nella normalità che l’attenzione si concentri soprattutto su di essi e che siano essi a saldare i conti degli sbagli paterni. E’ quello che è successo a Maria Elena Boschi e a Matteo Renzi, coinvolti nelle disavventure incòlte ai padri e usate strumentalmente per abbatterli politicamente. Adesso è toccato a Luigi Di Maio. Un operaio edile di Pomigliano d’Arco ha rivelato alle Iene di aver lavorato in nero nell’azienda di famiglia del ministro per un paio di anni. Nonostante le ripetute richieste di essere messo in regola, l’uomo ottenne un contratto di sei mesi per intervento della Cgil, solo dopo un periodo di convalescenza in seguito ad un piccolo incidente occorsogli sul posto di lavoro. L’uomo ha anche detto che Di Maio padre gli diede 500 euro e gli chiese di non dire dove l’infortunio si era verificato. Ha aggiunto che non era l’unico a percepire lo stipendio in nero. Essere un ministro della Repubblica in una fase politica iniziata al grido di onestà-tà-tà e inaugurata da coloro che si sono presentati ai cittadini come quelli diversi, i puri, gli onesti, gli incorruttibili, è cosa assai imbarazzante per Luigi Di Maio che affermava: “E’ finita l’epoca del datore di lavoro contro il dipendente”. Ma delle irregolarità commesse dal padre, ha dichiarato il ministro del Lavoro, non ne sapeva niente, tanto più che, ai tempi del fatto, tra il 2009 e il 2010, poco più che ventenne, non era ancora proprietario del 50 per cento dell’azienda di famiglia. Si può immaginare che il lavoro in nero non sia uno degli interessi principali di un giovane di quell’età, come si può pensare che, ammesso anche che Di Maio fosse al corrente dell’irregolarità, non ci avesse dato molto peso in un contesto in cui il lavoro nero è particolarmente diffuso. Così fan tutti, può aver pensato. Però, nel momento in cui si cessa di essere un cittadino comune al quale qualche ruberia è concessa, tanto nessuno lo sa, stando alla morale ipocrita di Di Battista che ha fatto sentire i suoi ragli, e si diventa un uomo pubblico, che proclama di voler combattere l’illegalità, non ci si può permettere di scrivere un Decreto che farà crescere il lavoro in nero, dopo aver abolito i contratti a tempo determinato, e un disegno di legge che va nella stessa direzione, favorendo comportamenti di illiceità da parte dei datori di lavoro. La promessa dei nebulosi 780 euro, fa sì che gli imprenditori si trasformino in prenditori, licenziando i dipendenti o rendendo più leggere le loro buste paga, costringendo lo stato ad intervenire con le integrazioni. Questa non è onestà. E’ truffa nei confronti dei cittadini italiani. Come non è onestà, impegnarsi a versare una parte del proprio stipendio di parlamentare a favore delle piccole imprese e dei giovani, attraverso un bonifico e annullarlo in tempo utile, come alcuni grillini hanno fatto. Queste sono miserie da poveracci che dimostrano che, quando non si ha la schiena dritta, la propaganda e le parole soccombono ai fatti e i fatti sono lì a suggerire che nulla è cambiato e che la rivoluzione ha preso la forma di una restaurazione che annulla qualsiasi differenza tra la politica di ieri e quella di oggi. Aggiungo che chi ruba un euro non è più onesto di chi ne ruba mille. L’onestà non si pesa. C’è o non c’è.

Cambiare tutto per non cambiare niente……l’opinione di Rita Faletti

postato il  26 novembre 2018 alle 15,08

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La situazione politica in Italia è grave ma non è seria. Da un certo punto di vista è così. È grave lo spread che oscilla intorno ai 300 punti base, è grave la perdita di 34 mila posti di lavoro ad agosto, ancor prima che il Decreto dignità entrasse in vigore, segnale delle incertezze degli imprenditori, è grave il calo delle vendite al dettaglio, in settembre meno 0,8 per cento, è grave il passaggio dal 27 al 24 per cento dei titoli di stato italiani in mano agli investitori stranieri, è grave la stretta sul credito di 36 miliardi, significa che le imprese avranno meno risorse per investimenti e crescita, è grave il flop dell’ultima asta dei titoli di stato, non succedeva dal 2012. Come interpretare quest’ultimo dato se non come il sentimento diffuso che il governo non è ritenuto affidabile neanche dai risparmiatori italiani? Eppure, Lega e 5stelle non hanno perso consensi. Sono farlocchi i sondaggi? E’ una possibilità nell’era della flessibile obbligatorietà dei vaccini. Sono schizofrenici gli italiani? Un’ipotesi da non sottovalutare. Però, la forza dei fatti vince su sondaggi e propaganda quando si tratta del portafogli. I soldi si tengono nel conto corrente, in attesa di vedere quello che succederà, oppure si trasferiscono in paesi mentalmente stabili ed economicamente sicuri. Salvini e Di Maio appaiono imperturbabili: fingono di ignorare il problema. Se lo affrontassero con senso di responsabilità, smonterebbero la manovra di Bilancio e ne scriverebbero una diversa. Ma non possono farlo. Sono prigionieri di se stessi e l’uno dell’altro, oltre che di quell’elettorato al quale hanno promesso un mucchio di cose tra cui il reddito di cittadinanza e la pensione a quota 100. Chi pretende il reddito, convinto che gli spetti, anche se il paese va a rotoli non sente ragioni. Della serie: del paese me ne frego, intanto riempio il carrello della spesa e continuo a lavorare in nero. E se il reddito non me lo dai, addio. E addio a una bella fetta di elettorato. Non è possibile rimangiarsi le promesse e correre questo rischio. Così i due vice traccheggiano, e inscenano baruffe che servono a spostare l’attenzione su altri temi. Il Capitano, così è chiamato Salvini, e il suo compare Giggino, i due capi di cartapesta, fanno la voce grossa, ma non sanno come saltarne fuori. “L’Europa porti rispetto agli italiani”, tuona Salvini. “La manovra non si cambia” dice Di Maio. “Potremmo pensare a una rimodulazione” apre Conte. Che significa? Massimo Giannini ce lo spiega: “Conte è pugliese. E’ un po’ levantino nel suo eloquio”. Definizione di levantino: scaltro, furbo, truffaldino, e ancora: istrionico, affarista esperto, serpentino. Conte sta tentando di buggerare la Commissione europea? Sospetto ingeneroso nei confronti del presidente del Consiglio, alle prese con i dissidi interni al governo e alla ricerca di un compromesso, e tuttavia fedele al ruolo assegnatogli di custode della manovra per il popolo. L’ineffabile premier deve giocare la sua parte in commedia, che è quella di non scontentare nessuno per accontentare tutti, in perfetta continuità con il doppiogiochismo nostrano. Più educato di quello spaccone di Salvini, più dignitoso di quel vittimista di Di Maio, più elegante di entrambi nel linguaggio e nei modi, è colui sul quale grava la mission impossible di blandire la Commissione europea affinché chiuda un occhio sulla manovra sciagurata e, nel contempo, rassicurare i cittadini che la manovra si farà. Sì. Ma come e quando non si sa. I due eroi di cartapesta cominciano a prendere in esame la possibilità di qualche “rimodulazione”. Chi doveva fare la rivoluzione, preferisce una più modesta operazione di restyling, qualche ritocchino meno costoso ma esteticamente soddisfacente. Cambiare tutto per non cambiare niente. Ma sempre con la schiena dritta a 370 gradi come dice Barbara Lezzi, ministro per il sud. E poi, mi si dica, se la situazione è seria.

Il coraggio di sperare…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 nov. 2018 alle 22,29

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Quando al governo di un paese ci sono due partiti che mai avrebbero pensato e voluto mettersi assieme, per diversità di programmi, elettorati, obiettivi, è inevitabile che, prima o poi, nonostante la formula del contratto da rispettare e l’assegnazione dei compiti, questo a me, quello a te, le frizioni diventino contrasti e i contrasti diventino spaccature. Fino ad ora, tra Salvini e Di Maio ogni attrito si è risolto in una ricomposizione. Ora, non è importante sapere cosa pensino davvero l’uno dell’altro o del contratto, questo è un aspetto che non interessa neanche loro, quello che invece interessa noi, è che cosa potrebbe accadere nell’eventualità che i due divorziassero. E’ solo una questione di tempo? E’ già un sollievo dello spirito pensare che, chi ci sta mandando con le gambe all’aria, sia messo nelle condizioni di non più nuocere. Ma non si può dire fintantoché un’opposizione concreta, compatta almeno nella finalità di mandarli a casa escludendo l’ipotesi di fare con loro alleanze, e anche ruvida, non sia pronta a prendere in mano le redini del paese. Per fare questo, bisogna mettere da parte i se e i ma, i distinguo, i dettagli insignificanti, gli interessi correntizi. E qui mi riferisco al Partito democratico, al 18 per cento di elettori fedeli, e a chi si è candidato alla guida della segreteria. Martina, Damiano, Richetti, Zingaretti, Boccia, Minniti, Corallo. Troppi. Le preferenze si disperderebbero rendendo difficile il raggiungimento del 51 per cento. E, a parte le simpatie personali, quello che manca è il volto nuovo, se si esclude il giovane Corallo. Ci vorrebbe qualcuno che avesse personalità, carattere, carisma, e fosse percepito soprattutto come affidabile, e outspoken, uno che parlasse chiaro e fuori dai denti. Un vero rivoluzionario per questo paese, che avesse l’intelligenza e il coraggio di dire la verità sullo stato delle cose, spiegasse a reti unificate il progetto di paese che ha in mente, non facesse sconti a categorie, gruppi, élite e masse, non lisciasse gli arruffati e i sobillapopolo per il verso del pelo, mettesse tutti davanti alle loro responsabilità, passate presenti e future, e sottolineasse che il binomio diritti-doveri e merito sono le fondamenta della democrazia e della coesione sociale e che ad essi si atterrà. Bisogna avere il coraggio della speranza anche in momenti bui.

Travaglio si mette in cattedra e dà lezioni sulla Tav…..l’opinione di Rita Faletti

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postato il 21/11/2018 alle 09,28

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Indovina chi sarà stasera tra gli ospiti della Gruber. Ma Marco Travaglio, ovviamente. Quale sedicente voce “indipendente” non può mancare da Floris? Ma quella di Marco Travaglio, ovviamente. Viene da chiedersi se i conduttori dei talk siano a corto di ospiti e di idee, visto che il dottor manette e il suo ricco armamentario accusatorio, prevedibile e scontato, occupano spazi non secondari nei programmi in onda in prima serata. La menata segue il canovaccio consolidato: tu cosa pensi Marco? E Marco attacca con il solito tono di chi dispensa libbre di verità incontestabili. Solita smorfia di sufficienza, solito sorrisino beffardo, in una esibizione dove contestazioni e interruzioni non sono previste. Quando una giornalista osò farlo, disse, velenoso: “Toglietemi questo rumore di fondo”. Per Travaglio le opinioni altrui sono rumore. Nessuno che avanzi riserve sulle sue affermazioni, lo incalzi con qualche domanda o controbatta a muso duro. Eppure, qualche dubbio ti viene su coerenza, logica e buona fede di alcuni passaggi, specialmente se riguardano i grillini, che il direttore del Fatto tratta con i guanti, ricevendo, in cambio, il primo posto nella lista dei giornalisti buoni. Roba da scuola per l’infanzia. Nessuna meraviglia. Ai grillini, Travaglio ha sempre voluto bene. Si è dato un gran da fare a preparare loro il terreno nell’opera di sputtanamento di Renzi figlio e Renzi padre, al quale ha dovuto 70mila euro per l’accusa di diffamazione, e nella messa in piedi della campagna di denigrazione contro la Boschi, a mio avviso, migliore di tutti i pentastellati messi assieme. Ha poi allestito una robusta macchina di propaganda al servizio dei nuovi potenti, senza disdegnare il ricorso alle fake news. E, a scanso sbugiardamento, zero contraddittorio. Così, alcune sere fa, parlando della Tav, ha ripetuto le cose che abbiamo sentito più volte da Toninelli & company. “La linea Torino-Lione trasporta solo merci”. Falso. Paolo Foietta, architetto e commissario straordinario del governo, bersaglio delle critiche di Travaglio che dalle pagine del Fatto lo accusa di sparare numeri a casaccio e di agire per un tornaconto personale, ha smentito il giornalista: “La linea Torino-Lione, nella tratta di valico, è sempre stata una linea mista merci e passeggeri, così come tutti i valichi di attraversamento delle Alpi, svizzeri e austriaci. La linea gestirà 162 treni merci e 22treni passeggeri”. Foietta ha anche precisato di aver più volte chiesto un confronto televisivo con il giornalista che si è sempre rifiutato di incontrarlo. Del tornaconto di chi, parla Travaglio? Il dubbio che la battaglia contro la Tav sia solo ideologica, è confermato dalla decisione del ministro Toninelli di affidare a un gruppo di tecnici l’analisi costi-benefici. Dopo sette analisi che hanno dato esiti positivi, non si capisce a cosa serva una ulteriore analisi, se non a dilatare i tempi e dare soddisfazione agli elettori. E visto che, dalla parte dei gialloverdi, si fa un gran berciare di ipotetici tornaconti, è bene che si sappia che i tecnici scelti da Toninelli sono vicini al governo, alcuni sono No Tav dichiarati, due dei quali abituali collaboratori del No Tav del Fatto di Travaglio. E, per concludere, una nota sulla magnanimità del giornalista diventato famoso grazie alla gogna mediatica dispensatrice di verdetti di colpevolezza prima dei processi nelle aule di tribunale. Una sciocchezza, ma significativa: a Patrizia Ghiazza, una delle sette donne manager organizzatrici della manifestazione pro-Tav a Torino, ha detto, con malcelata acrimonia: “Non si dice la Tav, ma il Tav, essendo un treno”. Silenzio imbarazzato e imbarazzante in sala.

Quello che serve per scongiurare la dittatura dell’incompetenza è la rivoluzione delle élite……. l’opinione di Rita Faletti.

 

postato il 15 novembre 2018 alle 9,02

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Nord contro sud, destra contro sinistra, campagna contro città, poveri contro ricchi, lavoratori contro imprenditori. Su questi dualismi, il governo gialloverde ha costruito le basi del proprio potere, di impronta autoritaria e divisivo nel paese già abbastanza diviso, che riflette il divario incolmabile tra leghisti e pentastellati, tra il sostegno al lavoro, che è l’unico modo per combattere la povertà, attraverso la flat tax per le imprese del nord produttivo, e il sostegno alla disoccupazione attraverso il reddito di cittadinanza per il sud assistito. Due formule antitetiche e inconciliabili che spiegano perché, sia la flat tax che il reddito di cittadinanza, siano stati estrapolati dal contratto di governo , con la promessa di farli comparire in un decreto il prossimo anno. Ma i soldi, dice il governo, ci sono per entrambe le riforme. Perché aspettare allora? La risposta è nell’abitudine a sparare fandonie per coprire la realtà e continuare a illudere gli elettori, sperando che le cose vadano meglio del previsto. Non succederà e, arrampicarsi sugli specchi, finirà in un disastroso scivolone per il paese che si porterà dietro i due bugiardi. Nel 2019, l’Italia crescerà meno degli altri paesi europei, quindi, le stime di crescita del governo sono fasulle. Il deficit fissato al 2,4 per cento, tenuto conto del rialzo dello spread e della sfiducia dei mercati che frapporranno una ulteriore distanza tra noi e gli investitori stranieri, sarà invece compreso tra il 2,6 e il 2,9 per cento. In tal caso, il ministro dell’Economia Tria mette le mani avanti, assicurando che il deficit verrà corretto al ribasso. Allora, tanto rumore per nulla. A cosa sarà servito allarmare i mercati e l’Europa, allertare i cittadini e spingerli a disinvestire in Italia per trasferire i loro risparmi in paesi più sicuri e affidabili, se le parole e le parolacce avranno assestato un bel colpo all’economia dopo aver penalizzato l’impresa, frenato lo sviluppo, fatto lievitare la disoccupazione? Gli incompetenti farebbero bene a tornare a casa e dedicarsi ad attività più adatte a loro, senz’altro non a guidare un paese. Ne abbiamo abbastanza di demagoghi chiacchieroni e inconcludenti sempre alla ricerca di voti e consensi. Ne abbiamo abbastanza di chi grida “onestà” e nel decreto Genova infila un articolo vergognoso che condona l’abusivismo a Ischia e strizza l’occhio a chi di abusivismo è vissuto e continuerà a vivere. Molti italiani, sempre di più, vogliono che siano i competenti di ogni settore, gli esperti di amministrazione e di gestione dello stato, i professionisti capaci, i sindacalisti consapevoli e liberi da pregiudizi, i cittadini impegnati quotidianamente a far crescere il paese grazie al loro lavoro contro il boicottaggio dei fannulloni corrotti, le minacce delle cosche mafiose, l’illegalità diffusa nella pubblica amministrazione, gli sgambetti architettati dagli sfigati invidiosi, a prendere in mano la situazione e coordinarsi all’interno di un contenitore comune, magari assieme a un Minniti e a un Calenda. I tempi potrebbero essere maturi per un atto di coraggio che salvi il paese dallo sfascio. blogRitaFaletti

 

Raggi assolta, Appendino contestata: esultanza e guai dei pentastellati, che Salvini questa volta non difende……l’opinione di Rita Faletti

postato il 13 novembre 2018 alle 8,57

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Raggi ritorna immacolata. Il duo Giggino-Dibba si scalda e vomita i soliti insulti sgangherati sulla stampa, “una puttana che si prostituisce non per bisogno ma per viltà” sentenzia, dal Guatemala, il portavoce barricadiero del movimento. Virginia “massacrata” dai giornali per due anni, rincarano i grillini, finalmente può “girare a testa alta” tra i romani che ama. Se fai un giro per le strade della capitale diresti il contrario. Ma il sindaco, che qualcuno era pronto a sacrificare, e che era credibile quando proclamava la propria innocenza, ha la stessa autonomia decisionale che ha un carcerato in una cella di isolamento. L’espressione, il sorriso, le parole che scivolano via senza lasciare traccia, spiegano perché sia stata scelta per la poltrona più importante dell’amministrazione capitolina. Correvano voci, qualche tempo fa, che Salvini intendesse sostituirla con uno dei suoi. La Raggi, interrogata sulla questione, conferma e aggiunge: “La Lega voleva intestarsi il merito di tutto il lavoro che abbiamo fatto in questi due anni”: Qui la Raggi sbrocca. Non più solo fake news, il complottismo dei frighi, e tutto il repertorio di accuse rivolte a chi non sta dalla parte dei pentastellati, ma un vistoso ribaltamento della realtà. Accuse e vendetta: il fondo per l’editoria dovrà essere abolito, un modo semplice per tentare di tappare la bocca all’informazione, quella ostile, intendiamoci. Si chiama attacco alla democrazia. Ma Salvini si dissocia e dichiara di apprezzare il lavoro dei giornalisti. Non serve allontanarsi da Roma per dare sostanza al sospetto che i grillini siano pronti a tutto pur di eliminare le opposizioni. Ieri si è votato per il referendum su Atac, la ditta di trasporti pubblici di cui è azionista il Comune di Roma, e pare che a molte persone sia stato impedito l’accesso ai seggi. Una manovra per scongiurare la vittoria dei sì a favore della collaborazione pubblico-privato nella gestione dell’azienda. Referendum proposto dai Radicali con esito annullato, non essendo stato raggiunto il quorum del 33 per cento. Che i romani si tengano i loro autobus che prendono fuoco, i servizi autoridotti, i ritardi biblici, i 1200 dipendenti assenteisti che ogni giorno stanno a casa. Ma l’aggravante è che il debito colossale di Atac, 1,35 miliardi, è suddiviso tra tutti gli italiani, anche quelli che non vivono a Roma e non hanno colpa alcuna di questo disastro irreparabile di malagestio.E passiamo da Roma capitale d’Italia, a quella che è stata soprannominata la capitale del sud d’Italia, per affinità in fatto di stallo economico, Torino. La città dell’understatement e del riserbo, ieri è scesa in piazza per manifestare a favore della Tav, del lavoro e dell’impresa, contro l’immobilismo della giunta pentastellata e del suo sindaco, Chiara Appendino. La protesta, educata e ordinata, va detto, ha sorpreso un po’ perché è stata il segnale che la pazienza dei torinesi è arrivata al capolinea. La Appendino è calata nel gradimento della borghesia imprenditoriale e delle categorie produttive della città, quelle che avevano accolto con entusiasmo la sua elezione a sindaco. Cosa è successo da allora? Appendino è tra incudine e martello, tra il ribellismo dei centri sociali che dicono no a tutto e il riformismo della sinistra moderata, favorevole agli investimenti. “Torino non è ferma, ha detto un intervistato, sta andando indietro”. E’ questo il vero problema dei 5stelle: hanno sabotato le Olimpiadi invernali, hanno tagliato i fondi per le periferie, non hanno messo un euro nella cultura, si ostinano a contrastare la Tav. Aleggiava ieri un’atmosfera di trattenuta irritazione tra i manifestanti, critici nei confronti del ministero delle Infrastrutture e del suo titolare, il quale, dietro la solfa del rapporto costi-benefici, nasconde l’avversione acida del suo movimento alle grandi opere, il “magna-magna” ricorrente sulla bocca di Toninelli che vorrebbe mandarci tutti in bicicletta. Ieri, lo scontento si è materializzato. Non solo per la mancanza di una leadership con una visione chiara di futuro, ma, sopra tutto, per la cospirazione grillina contro il lavoro, a favore di una decrescita d’accatto sul modello peroniano. Ma Salvini e i leghisti, ieri presenti alla manifestazione, mentre Appendino non c’era, hanno detto sì alla Tav, sì alle grandi opere, sì al lavoro.

Tra narrazione e realtà, il governo dell’isolamento e della caduta…………l’opinione di Rita Faletti.

Postato l’8 novembre 2018 alle ore 17,42

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La popolarità non è un indicatore del successo di un governo. Di Maio e Salvini sono due esempi emblematici di popolarità e di consenso elettoral-popolare, ma il governo del quale essi sono i due azionisti principali, è espressione di un fallimento politico ed economico evidente a tutti. Le radici del fallimento sono nel contratto stesso di governo, in cui si è tentato di tenere assieme, di fatto senza riuscirvi, due mentalità diverse e due progetti di paese, se così si possono definire le riforme generaliste e imprecise contenute nel documento. Le due forze, a conferma di ciò, non si definiscono alleate, bensì contraenti, negando così una visione unitaria e coerente. L’unico aspetto che la Lega e il Movimento 5S hanno in comune, è emerso nei pochi mesi di governo ed è la volontà di far saltare i conti per uscire dall’euro e adottare una moneta diversa, forse tornare alla liretta e ripristinare l’antica abitudine alla svalutazione per essere concorrenziali sul mercato. Il piano B di Savona, i continui attacchi alla Commissione europea, alla Bce e le recenti insinuazioni di bassa lega su Mario Draghi di Giggino, avallano questo sospetto. E se ritorniamo ai tempi antecedenti al 4 di marzo, in campagna elettorale quei propositi li troviamo tutti, ripetuti e sbandierati. Ecco perché gli inviti della Commissione europea a riscrivere la manovra di Bilancio sono finora caduti nel vuoto. I due guastatori della finanza pubblica, hanno fatto della sfida all’Europa il loro modus operandi, confidando di arrivare alle elezioni del prossimo maggio che, a loro giudizio, dovrebbero risultare in una sconfitta degli europeisti. Il piano B di Savona sarebbe pronto. Ma ci sono dubbi che ciò accada: i movimenti populisti e sovranisti europei non intendono rinunciare ai vantaggi che derivano dallo stare nell’Unione e di cui hanno avuto più che un assaggio. Il forte dubbio è, invece, che all’appuntamento del 2019 si arrivi completamente isolati e impoveriti. Una spia di allarme è il pil uguale a zero nel terzo trimestre di quest’anno. E’ anche possibile, peraltro, ed è una speranza, che, in caso di vittoria degli europeisti, se fino ad allora non si sarà più parlato di reddito di cittadinanza e riforma della legge Fornero, i due si rallegreranno per averla scampata bella e poter dire ai loro elettori che la colpa delle mancate riforme è dell’Europa. Una strategia ormai vecchia che ha stufato. “Porteremo le nostre riforme nel mondo” ha dichiarato il premier Conte di fronte a una platea di persone incerte se credere alle loro orecchie o scoppiare a ridere. Ma questo è il governo sventura che ci tocca sopportare, in bilico tra la realtà e una narrazione che si arricchisce di giorno in giorno di nuove fandonie indispensabili alla tenuta delle precedenti.

 

Il sogno americano è morto. Parallelismi pericolosi……..l’opinione di Rita Faletti

Postato il 6 novembre 2018 alle ore 13,08

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Nel 2016, in campagna elettorale, Trump pronunciò quella frase intendendo che, se avesse vinto le elezioni, gli Stati uniti avrebbero chiuso le porte alle “invasioni”. Niente più immigrati dai paesi islamici, niente più messicani. Al confine con il Messico, Trump avrebbe alzato un muro di cemento a loro spese. “Make America great again” era lo slogan che entusiasmò una parte del paese. Ma l’America è già grande. Si obiettava. Grande per la democrazia, la libertà, l’eterogeneità della sua popolazione e la prosperità economica, sì, anche quella. L’America ha rappresentato la meta agognata degli oppressi dai totalitarismi e dalle dittature, di chi fuggiva dallo sterminio del nazifascismo, di tutti coloro che hanno visto in quel paese l’approdo sicuro e l’inizio di una nuova esistenza. Trump ha davanti a sé un appuntamento: le elezioni di mezzo mandato. Domani sapremo se avrà superato la prova o sarà stato sconfitto. L’esito è ancora incerto, così come la vittoria di Hillary Clinton era data per certa due anni fa. In un batter di ciglia, inaspettatamente, la situazione si capovolse. Lo stato dell’Ohio fu il primo in cui iniziò la rimonta. Nei due anni trascorsi, Trump ha portato l’economia americana all’apice della performance e ha abbattuto la disoccupazione. Ma l’economia non è tutto. Le sacche di infelicità, nel paese che nell’articolo primo della Costituzione ha come finalità prioritaria la felicità, il disagio, la sofferenza, la depressione e l’isolamento sociale, gettano un’ombra lunga sulla società. Il luccichio del benessere economico nasconde realtà più complesse. Bisognerebbe leggere Faulkner per scoprire qualcosa di un popolo cui la storia ha assegnato un ruolo fondamentale nella rappresentazione di tutto il bene e di tutto il male del mondo. L’America è un paese complesso, dove la propensione al rischio e l’ottimismo sono anche i motori della crescita e del successo, ma dove la sconfitta è più bruciante. E non è solo la sconfitta materiale, è la sconfitta dell’essere umano, una malattia ben più grave e profonda perché è psicologica. L’America profonda che scelse Trump due anni fa è anche questo. I suicidi tra i giovani, tra i 10 e i 17 anni nel periodo 2006-2016 sono aumentati del 70 per cento, sono 60mila le morti per droga ogni anno.Una ecatombe superiore persino alle vittime della guerra in Vietnam. La gravità della situazione è sottolineata dalla strage di ebrei alla sinagoga di Pittsburgh, per mano di un sovranista bianco che ha accusato Trump di globalismo, proprio quello che il presidente combatte. Quando si identifica nel popolo ebraico la causa di un male, potremmo essere alle soglie di qualcosa di tremendo. “Tutti gli ebrei devono morire” ha gridato il criminale. Serpeggia sui social e in Internet l’odioso antisemitismo, figlio della rabbia e della violenza che deve trovare per forza un colpevole delle proprie sconfitte e della propria emarginazione. Una parte di giovani ha rinunciato a combattere, questa è la vera sconfitta. Una sconfitta che precarizza il futuro e uccide la speranza nel futuro. E se in America, il paese in cui gli ebrei si sono sempre sentiti protetti, un sovranista bianco decide di entrare in una sinagoga e ammazza undici persone, vuol dire che qualcosa sta impazzendo nel paese della democrazia e della libertà. Forse la caduta dei valori trasmessi dalla famiglia, rafforzati dalla scuola, perseguiti dalla comunità? Forse un senso di perdita di identità? Che si voglia attribuire la causa di una crisi a questo fattore o a quello, ogni crisi viene da lontano, ovunque, e responsabili ne siamo tutti, la nostra superficialità, la nostra noncuranza, il pretendere soluzioni immediate a problemi antichi che non è sempre facile identificare e a cui è difficile dare una risposta. Se oggi l’America vive una crisi profonda, la responsabilità non è solo di Trump, soprattutto non è sua se il sovranista bianco ha fatto una strage in una sinagoga, Trump difende e ha sempre difeso Israele, e di questo va ringraziato. Il presidente, mettendo se stesso al di là e al di sopra della politica americana tradizionale, che ha rigettato, ha consentito al lato oscuro che è in ognuno di noi di venire alla luce. Ha permesso al disagio e alla segregazione psicologica di esplodere sottovalutando le conseguenze. Di questo è colpevole. Chi governa non può permettersi di soffiare sul fuoco e risvegliare il mostro. In quella frase, make America great again, ci sono i semi della discordia sociale e civile. Se ne ricordino Salvini e Di Maio.

Le tragiche conseguenze del maltempo impongono massicci e costosi interventi per la sicurezza del territorio che il contratto di governo non contiene..di Rita Faletti

Postato il 4 novembre 2018 alle ore 16,11

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Fragilissima sotto il profilo idro-geologico da nord a sud, l’Italia è un territorio che rivendica le cure che si devono a un immunodepresso al quale un alito di vento potrebbe causare la polmonite. Quest’anno, le forze della natura si stanno abbattendo sul paese con una tale violenza che sarebbe stato impossibile non provocassero una catastrofe da apocalisse. Esondazioni di fiumi, edifici sommersi, strade allagate al sud; alberi caduti a Roma; danneggiamenti a strutture di copertura, case scoperchiate e allagamenti in Toscana; in Liguria il lungomare devastato a Rapallo, Portofino isolata; in Lombardia il lago di Como verso l’esondazione; il nord est in ginocchio: acquedotti che non esistono più, viabilità da ricostruire, 6mila persone senza elettricità, la basilica di san Marco inondata. Nel bellunese, la zona più flagellata dal maltempo, interi boschi di abeti rossi, dal cui legno prezioso si ricavano gli Stradivari, sradicati e sbattuti a terra come i birilli del bowling, gli uni sugli altri, torrenti di acqua rovesciatisi su strade, ponti, case, auto, di cui non rimangono che tracce sparse qua e là in mezzo a paludi di fango. Uno scenario da incubo di fronte al quale rimani senza parole. E morti, 10 in Sicilia, nel palermitano, 11 nel nord-est. Si sarebbe potuto evitare, o almeno limitare tutto questo se non fossimo un paese dalla memoria corta, che oggi piange una sciagura e domani se ne è già dimenticato, un paese dove stupidità e incuria fanno da sponda al rimpallo delle responsabilità. Con eccezioni e tentativi di riscatto encomiabili in un deserto di inanizione, e, con la Protezione civile, fiore all’occhiello nelle emergenze. In Veneto, i danni quantificati ammontano a un miliardo e sarebbero stati maggiori se non si fosse provveduto a mettere in sicurezza gli argini dei corsi d’acqua e non fossero stati realizzati alcuni bacini di laminazione. Altri ne verranno realizzati. Anche i bacini montani sono stati salvaguardati e sono pronti a ricevere altra acqua. Le opere fin qui portate a termine, saranno uno “stress test” per capire se siano sufficienti o servano ulteriori interventi. Il governo gialloverde, se volesse davvero impegnarsi, non a ridare la felicità agli italiani, che è una meta troppo ambiziosa, ma la sicurezza a cui hanno diritto, potrebbe prendere il citatissimo contratto e darlo alle fiamme, presentando a Bruxelles una manovra di bilancio dal titolo: investimenti in infrastrutture per 40 miliardi in tre anni. Via il reddito e la pensione di cittadinanza, via la riforma delle pensioni, via la flat tax. Sarebbe una manovra semplice e di grande buonsenso, che ridarebbe una sferzata di energia all’economia esangue del paese. Pil, occupazione, borsa, fiducia dei mercati e investimenti stranieri salirebbero, spread e debito pubblico scenderebbero. E addio alle montagne russe.