Il governo non sente ragioni e tira dritto….l’opinione di Rita Faletti

postato il 27 ottobre 2018 alle ore 20,02

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La bocciatura del Documento programmatico di bilancio da parte della Commissione europea, ha due spiegazioni. La prima riguarda il disavanzo al 2,4 per cento, la seconda, quella che ha generato maggiori perplessità, l’ottimistica previsione di crescita economica dell’Italia per il 2019. Di Maio e Salvini sostengono che il debito al 2,4 per cento non metterà a rischio la stabilità economica del paese perché la spesa strutturale per pensioni e reddito di cittadinanza, e per la riforma Fornero a quota 100 (complessivamente 1,2 per cento del pil) sarà bilanciata dalla spesa in investimenti (0,2 per cento del pil). Secondo i due vice, l’espansione ci sarà e la crescita dell’Italia si attesterà all’ 1,5 per cento. Proprio il dato contestato da Bruxelles in una fase di perdita di slancio dell’economia globale. Lo spread sopra i 300 punti, sotto i quali non accenna a scendere da giorni, è un segnale di preoccupazione dei mercati che non investono in paesi economicamente instabili. L’agenzia di rating Moody’s ha declassato il debito italiano da Baa1 a Baa2. Ci si aspettava lo stesso trattamento da parte di Standard &Poor’s. Con sorpresa, l’agenzia di rating americana è stata clemente. Nessun declassamento, ma l’outlook sul medio e lungo termine è negativa. Di Maio e Salvini non vogliono cedere alle raccomandazioni dell’Europa e degli “euroburocrati” di Bruxelles che, secondo loro, non ci amerebbero. Basta con la solita teoria del complotto e con l’atteggiamento di sfida dal sapore adolescenziale del “si tira avanti”. Così non si va da nessuna parte. Prudenza e ragionevolezza non sono certo le prerogative di questo governo nato da promesse che i numeri e le cifre evidenziano come irrealizzabili. Salvini e Di Maio vanno dicendo che la manovra è stata rigettata da burocrati eletti da nessuno. Non è vero. Chi prende le decisioni è il Consiglio europeo, cioè i politici candidati dai governi e approvati dal Parlamento europeo. Ne è la prova il fatto che il premier austriaco Kurz, che il capo leghista considera un suo alleato in Europa, sulla manovra italiana sia stato durissimo: la violazione delle regole europee di bilancio non deve essere tollerata. Se lo fosse, creerebbe un pericoloso precedente. Inoltre, in caso di difficoltà di un paese, perché i cittadini degli altri paesi dovrebbero sborsare soldi per i debiti altrui? Messaggio trasparente: ognuno paghi i propri debiti. Ricordo che l’Austria, nella bozza di bilancio, prevede l’azzeramento del deficit, obiettivo che tutti i paesi dell’Eurozona si sono dati e stanno perseguendo. Anche i paesi del gruppo di Visegrad, con l’Ungheria di Orban in testa, altro alleato di Salvini, non si sognano nemmeno di chiedere soldi ai loro cittadini che tanti sacrifici hanno fatto per entrare nell’Unione, da cui non intendono affatto uscire. Condivisione della linea di non sostegno all’Italia, anche da parte dei paesi nordici. Quindi, Italia isolata. Il presidente dell’Eurotower, Mario Draghi, si dichiara ottimista sul fatto che il governo riveda la manovra. Ha anche sottolineato un concetto noto: il ruolo della Bce non è fare fronte ai problemi di solvibilità degli stati membri, né il suo presidente può intervenire non avendo i poteri per farlo. Ha così risposto a Di Maio che lo aveva accusato di remare contro l’Italia. Il ministro del Lavoro passa impunemente dal J’accuse a momenti di euforia come quando ha detto: “Ci sono i soldi per realizzare tutto quello che abbiamo promesso, ce ne saranno così tanti che addirittura ripagheremo i debiti che ci hanno lasciato i governi del Pd”. Affermazione che con la pretesa di un trattamento di favore non sta assieme, oltre a tradire il provincialismo italico. Siamo ormai abituati a dichiarazioni di ogni tipo e contraddittorie, ma questa poi! Se fosse veramente come Di Maio vuol far credere, perché lui e il gemello Salvini hanno mandato il premier Conte in pellegrinaggio negli Stati Uniti, in Cina alla corte di Xi Jinping, in Russia a quella di Putin? L’ostentata sicumera dei gialloverdi sta evaporando? L’accoglienza di Trump, che si rivolge a Conte chiamandolo affettuosamente “Ciusepi”, sarà sinonimo di aiuti concreti? Il presidente della Repubblica popolare cinese penserà al popolo italiano in difficoltà? Ho qualche perplessità. La Cina è molto attenta nel curare i propri interessi commerciali e sogniamoci che faccia qualcosa gratis. Lo zar Putin si è detto disposto a comperare un po’ del nostro debito attraverso un fondo russo. Ma siamo certi che il paese, con un pil inferiore a quello dell’Italia e un numero immenso di veri poveri, possa garantirci un sostegno, soprattutto dopo che Putin ha fatto approvare una riforma che manderà in pensione gli uomini a 65 anni quando la speranza di vita è di 67? Assai improbabile. Lo zar ha solo voluto mostrare cortesia nei confronti del primo ministro di un paese che vorrebbe l’eliminazione delle sanzioni alla Russia. Allora, niente dollari, niente yuan, niente rubli. Dovremo fare tutto da soli. L’isolamento si prefigura completo, nonostante qualche apertura motivata dalla speranza che i disfattisti dell’economia italiana si ravvedano. Vediamo cosa succederà lunedì.

 

 

 

Alla ricerca dell’immortalità: verso i 120, 150, 200 anni?…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 ottobre 2018 alle ore 16,01

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Se si esclude l’immortalità dell’anima, tema centrale di tutte le grandi religioni, non solo quelle monoteiste, e tuttavia impossibile da provare, c’è una forma di immortalità che riguarda eccezionali esponenti dell’arte, della scienza, della cultura che, pur avendo lasciato il mondo dei vivi, continuano a farci sentire la loro presenza attraverso capolavori magnifici, scoperte sorprendenti, invenzioni geniali. E’ grazie ad essi che la nostra vita si è riempita di significati e di bellezza, è ad essi che si guarda e da cui si cerca di trarre insegnamenti e ispirazione. In questo senso, l’immortalità è stata raggiunta. C’è poi un’altra forma di immortalità, quella che interessa la cellula, la più piccola unità vivente della materia di cui sono costituite tutte le specie viventi. Finora irrealizzata e forse irrealizzabile, ma quella più ambita da chi non si rassegna alla decadenza e alla morte fisica. Per questa immortalità, c’è chi è pronto a ricorrere a qualunque strumento e a pagare qualunque prezzo. Anche a costo di fermare il respiro, interrompere il flusso sanguigno, congelare l’incessante corso del pensiero con un processo di ibernazione che arresta la vita. Fino a quando? Fino al giorno in cui la scienza non rimetta in moto il respiro, il flusso sanguigno, l’incessante corso del pensiero. Un atto di fede nel potere della scienza, non diverso da un atto di fede nell’onnipotenza di Dio. La scienza come religione e come sfida alla religione nell’esaltazione delle potenzialità umane. Il Satana di Milton sfida Dio ponendosi sul suo stesso piano, ma viene sconfitto e cacciato nel regno dell’oscurità. Dirà che è meglio comandare all’inferno che servire in paradiso. I limiti dell’uomo sono anche i limiti della scienza, primo e più importante limite l’umiltà, che autorizza a chiedersi: siamo sicuri che l’ibernazione sia un processo reversibile? La scienza può uccidere se non la si governa. E sempre a proposito dell’immortalità, la scienza e le tecnologie, come l’intelligenza artificiale, mirano al “transumanesimo”, che indurrebbe lo sviluppo di capacità che vanno oltre ciò che è fisicamente e mentalmente possibile ora. Coloro che lavorano in questo campo, ipotizzano un’aspettativa di vita fino a 120, 150, addirittura 200 anni. Lo storico Yuval Noah Harari, nel suo “Home Deus”, ha scritto che nel nostro secolo, il genere umano può seriamente scommettere sull’immortalità. Dello stesso parere il futurologo britannico Ian Pearson, il quale, rivolgendosi al giornalista de “The Sun” che lo stava intervistando, ha detto: “Se chi leggerà questo articolo ha meno di 40 anni, probabilmente non morirà”. Bisognerebbe però aggiungere quello che è facilmente intuibile: le probabilità aumentano quanto migliori sono le condizioni di vita, quanto più efficiente è il sistema sanitario, quanto più si cura la prevenzione. In breve: se sei ricco e vivi in un paese progredito e moderno. Diversi italiani sarebbero tagliati fuori. Allora, affiorano alcune implicazioni socio-economiche: il prezzo altissimo da affrontare se si vuole conquistare l’eternità, e la redistribuzione della ricchezza. Se già siamo preoccupati per la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi, figurarsi per quanto tempo dovremmo accettarlo, se davvero l’immortalità fosse a portata di tasca. Ma qual è l’altra faccia della medaglia? I super ricchi rimarrebbero soli al mondo. Sai che noia! Sarebbero costretti a inventarsi qualcosa per far passare un tempo infinito e, a quel punto, invidierebbero i poveri.

 

La ricchezza degli italiani sarà la soluzione……l’opinione di Rita Faletti

postato il 21 ottobre 2018 alle 11,35

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Non è più soltanto una questione di impreparazione e incompetenza, di incoscienza e beffarda arroganza o di dannosa incontinenza verbale, c’è dell’altro e, se possibile, di ben più grave. Di Maio e Salvini, che la ragione e un briciolo di amor patrio indurrebbero a inquadrare come sgovernanti frenopatici, sono arrivati a un punto di non ritorno. Il commissario per gli Affari economici Moscovici è stato chiaro: tre sono le richieste che Bruxelles rivolge al governo gialloverde e che esigono risposte entro mezzogiorno di lunedì prossimo, in quella che dovrebbe essere la revisione del piano di spesa presentato dall’Italia e respinto dai top economic officials dell’Unione. Richiesta numero 1: piano per la riduzione del debito; richiesta numero 2: riduzione del deficit; richiesta numero 3: piano per lo sviluppo. Moscovici ha aggiunto, in tono asciutto, che alle elezioni europee del prossimo maggio gli europeisti saranno la maggioranza, che lunedì sarà ancora lui a valutare la riproposizione del piano di spesa contenuto nella manovra, che sarà sempre lui a rivestire l’incarico di commissario per gli Affari economici fino al novembre del 2019. Come dire: non fatevi illusioni su una ipotetica vittoria dei sovranisti e non aspettatevi indulgenza di fronte all’ostinata inosservanza delle regole dell’eurozona. La fase del dialogo è conclusa. Il passo successivo potrebbe essere una procedura di infrazione per eccesso di deficit che equivarrebbe a una multa fino allo 0,5 per cento del prodotto interno lordo. Il pragmatismo di Moscovici è stato il commento a una manovra avventata e, indirettamente, la risposta alle sfide volgari e alle castronerie sparate dai due vice in pieno delirio di onnipotenza, Salvini credendo che i muscoli possano più del cervello, Di Maio per una sostanziale insufficienza intellettiva che gli impedisce di valutare se stesso per quello che è: un mediocre senza meriti e cultura che si è montato la testa. I due, dopo il botta e risposta sul deplorevole regalo agli evasori, definito Decreto fiscale, che attesta l’incompatibilità tra due programmi contrapposti e l’inconciliabilità tra due corpi elettorali diversi, hanno ritrovato l’accordo su un punto: mantenere il deficit al 2,4 per cento. A nulla è valso il tentativo del ministro Savona di indurli a un ripensamento, a nulla è servito lo spread a 320 punti, a nulla è servito il declassamento da parte di Moody’s del nostro debito a un gradino sopra il livello spazzatura. A Moody’s Di Maio risponde “con un grande sorriso”. Forse nessuno gli ha ancora spiegato che non è la stessa spazzatura così comune dalle sue parti e che un debito del genere impedirebbe alla Bce di acquistare i nostri titoli di stato e il paese rischierebbe il default. A quel punto, solo un soccorso interno potrebbe salvarci: gli italiani dovrebbero comperare il debito. E’ un’idea che in area Lega e grazie al sostegno del sottosegretario all’Economia Borghi è diventata popolare. La ricchezza privata degli italiani è il tema che ultimamente pare stuzzicare l’immaginazione dei grilloleghisti. Salvini ha prospettato l’ipotesi di uno sconto fiscale a favore degli italiani che accettassero di acquistare un po’di titoli di stato. Oibò! Il vice ha anche detto, chiaro e tondo, che, se le cose dovessero mettersi male, il governo potrebbe chiedere un aiuto ai cittadini. L’oro alla patria? Salvini fa affidamento alle catenine della Prima Comunione, ai braccialettini con il nome, al ciondolo per ogni compleanno? Sarebbe come cercare di fare cassa con i vitalizi per pagare il reddito di cittadinanza. La storia si ripete. Non sapendo come fare fronte al debito, gli attuali artefici di una rovinosa caduta pensano di ricorrere ai soldi dei cittadini di cui dicono di volere il bene. Com’è facile sgamarli eppure com’è difficile per la gente rendersi conto della gigantesca trappola in cui è caduta. Per chi ha lo sguardo lungo, la sfida all’Europa si regge proprio su questo inganno, allora può continuare e non ammette ripensamenti. Se funzionerà Salvini e Di Maio verranno acclamati eroi, se invece fallirà, il paese fallirà con loro. Sono come quel comandante schizzato del Boeing 777 della Malaysia Airlines che decise di suicidarsi assieme al suo carico di 239 ignari passeggeri. Loro sono come quel pilota, noi come quegli sventurati passeggeri. Sperando che qualcuno li fermi in tempo e per i prossimi vent’anni.

Felicori lascia la Reggia. Un direttore gradito ai gialloverdi al suo posto?……….l’opinione di Rita Faletti

postato il 12 ottobre 2018 alle ore 12,53

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Mauro Felicori, nominato direttore della Reggia di Caserta nell’agosto del 2015, per raggiunti limiti di età lascerà l’incarico un anno prima della scadenza. Il prossimo ottobre. Felicori è rammaricato. Avrebbe desiderato continuare un percorso, iniziato nel segno dell’innovazione, che ha trasformato la vita del complesso vanvitelliano in una sequenza di successi. Nuovo smalto al monumento e all’intero contesto, numerosissimi i visitatori da ogni parte del mondo,venuti a conoscere una delle meraviglie della storia artistica e culturale italiana. Quale migliore attrazione per un paese che del turismo dovrebbe fare la sua principale ricchezza? Stimato da chi l’ha visto lavorare, non illudiamociche Felicori abbia ricevuto solo encomi. Malgrado i risultati mai raggiunti prima di lui, c’è stato chi non gli ha lesinato critiche. Nessuno è perfetto, si sa,inoltre, siamo un paese in cui il merito non è considerato un valore e la mediocrità passa inosservata. Qui le dita di una mano sono sufficienti a contare le eccellenze. Dunque, invece di lodare l’impegnodi un dirigente dello Stato, che in questi tre anni ha dedicato le sue giornate e più di una notte all’impresa di risvegliare da un sonnocomatoso un’opera monumentaleperriconsegnarla alla dignità passata, una certa malcostumanza, apparentata ai cultori dell’incuria e del menefreghismo, si è impegnata a remare contro, inventandosi qualche storiella puerile e senza fondamento. In prima fila i sindacati.Al direttore da poco insediato, rimproverarono di lavorare fino a tardi.Abituati a difendere i diritti di lavoratori assenteisti, lo scambiarono probabilmente per un pericoloso alieno. Sempre loro, denunciarono con inattesa solerzia i danni agli appartamenti storici, arrecati dal sovraffollamento per insufficienza dei controlli. Altra scusa pretestuosa nel tentativo di fare deserto attorno al direttore scomodo che faceva il direttore non a tempo perso. Va comunque detto che la vigilanza, affidata a pochi custodi, si era effettivamente ridotta. Motivo: il licenziamento in tromba di alcuni di loro che avevano preferito timbrare e allontanarsi subito dopo per dedicarsi ad attività distanti dalla Reggia. Una variante dello stare a casacon il reddito assicurato. Male gli andò. Grazie alla legge Madia (governo Renzi) i furbi della Reggia hanno ricevuto il benservito dal Ministero dei Beni Culturali. Sindacati scontenti, intellettuali critici.Tra questi ultimi, spiccalo storico d’arte e professore universitario Tomaso Montanari. Con una punta di snobismo antipopolare, lui uomo di sinistra,ha sottolineato il principio secondo cui il sacro e il profano non vanno confusi. A cosa si riferisce il professore? Alla scelta di Felicori di aver prestato alcuni spazi della Reggia allo svolgimento di eventi come presentazione di prodotti di alta qualità, convention, fashion show e matrimoni, facendo della Reggia una sorta di brand. L’arte non va confusa con iniziative commerciali. Montanari rincara la dose: “Un museo è come una moschea”. Paragone curioso, se si pensa che l’arte è l’espressione libera di un genio e la moschea è il luogo di culto di una religione che vieta tante forme artistiche proprio perché espressioni di libertà.Al contrario di quello che Montanari pensa, aprire le porte di un complesso monumentale famoso e ammirato nel mondo non discredita l’arte, anzi la rende fruibile a un numero maggiore di persone che forse non avrebbero l’occasione di partecipare della bellezza e del fascino di un’opera così grandiosa. Tra apprezzamenti e critiche, il problema maggiore oggi è: chi subentrerà a Felicori? Avrà la stessa energia e la stessa voglia di innovare? Condividerà lo spirito che ha animato Felicori? “Avrei preferito correre che camminare. Ma camminare è meglio che stare fermi” le parole del direttore. Ecco, stare fermi. La regola aurea del governo gialloverde. Sicuramente il nuovo direttore della Reggia sarà qualcuno gradito a Di Maio e Salvini. Addio Reggia, allora. E addio a competenza e lavoro sodo, che sono le qualità che secondo Felicori e secondo chi vuole bene a questo paese, si devono pretendere da chi lavora nel pubblico.

Lungo la china, verso la catastrofe ………l’opinione di Rita Faletti

postato l’8 ottobre 2018 alle 21,52

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Gli ottimisti, prima ancora del 4 marzo, si erano convinti che il grillismo non fosse un movimento eversivo. Eppure, i segnali c’erano tutti. Due esempi: Davide Casaleggio che prevedeva la sostituzione della democrazia parlamentare con la democrazia diretta, Grillo che ventilava l’elezione dei parlamentari della Repubblica mediante l’estrazione a sorte come i numeri del lotto. Anche la difesa strenua della Costituzione più bella del mondo era una messinscena. Di quella Costituzione, i grillini hanno dimostrato di farsene un baffo. L’opposizione (quale?) e i media, accusati dai pentastellati di diffondere notizie false sul Movimento, non sembravano prenderli sul serio. Poi, dopo il via libera del comico, è seguito un generale compiacimento dei media nell’invitarli e intervistarli, non c’è stato talk show a cui non abbia preso parte Di Maio o Di Battista, che dal Centro America pontifica di tanto in tanto. Degli sproloqui del neo padre alle prese con pannolini e biberon faremmo volentieri a meno. Considerazioni a parte, il pubblico dei talk applaudiva e applaude i nuovi eroi della politica come applaudirebbe Gesù Cristo Salvatore. Vabbè, il pubblico, come suggeriscono gli applausi, non rivela una gran competenza in tema di economia e finanza, forse non si cura nemmeno di sapere cosa siano lo spread e il rapporto deficit/pil e ha poca propensione per i numeri. Quel pubblico, poco critico e molto influenzabile, è al settimo cielo quando Di Maio e Salvini, in occasione delle loro comparsate ripetono il solito mantra: reddito di cittadinanza, flat tax, Fornero, ovvero la “manovra per il popolo” che dovrebbe riportare la felicità e il sorriso sulle labbra degli italiani abbandonati dall’Europa cattiva, maltrattati dalla teutonica Merkel e depredati dai francesi con la puzza al naso. Una manovra scaldacuori e truffa-creduloni che nasconde alcune verità sull’Europa. Perché Salvini non racconta ai suoi elettori che grazie a Jean Claude Juncker, al quale ha dato dell’ubriacone, l’Europa ha staccato qualche assegno all’Italia per 50 miliardi destinati agli investimenti, 800 mln per i migranti, e non so quanto ancora per pagare gli straordinari ai suoi poliziotti? Moscovici, bersaglio di Di Maio, altro gentleman di governo, ci ha concesso 30 miliardi di flessibilità per recessione, riforme, investimenti,  crisi migranti,  terremoti e sicurezza. E poi, perché nascondere la verità sulla Francia di Macron? Il paese d’Oltralpe sforerà del 2,8 per cento nel 2019, ma il suo rapporto debito/pil è pari al 98,7 per cento, il differenziale tra titoli di stato francesi e bund tedeschi è di 30 punti e i francesi, beati loro, hanno prospettive di crescita confermate dalla fedeltà degli investitori che scommettono su Parigi. Il diplomato Di Maio ha voluto inseguire Macron sulla strada del debito, dimenticandosi che il premier francese di finanza ne sa qualcosa. Scuole prestigiose, incarichi politici importanti, una carriera alla banca Rothschild fanno la differenza: altro che uno vale uno! E veniamo al nostro paese, ora in bilico, che il governo del “man in the middle” sta spingendo lungo una china pericolosa: oggi, la Commissione europea ha bocciato il Def. Spread a 310 punti, borse in discesa e la distanza con la Grecia che si accorcia paurosamente. Questa volta però, non verrà la troika, non ci sarà un piano per il salvataggio, nessuno finanzierà il nostro debito, finiremo direttamente fuori dall’eurozona. Esattamente la sorpresa che i gialloverdi avevano preparato per noi prima del 4 marzo. Giampaolo Pansa, qualche tempo fa, ha detto a Otto e Mezzo, ospite della Gruber: “Rischio deriva militare”. A mali estremi, estremi rimedi.

I mercati se ne faranno una ragione…….l’opinione di Rita Faletti

postato il 29 settembre 2018 alle 20,20

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“Se non fai non fallisci” insegna Homer Simpson al figlio Bart, gran sfaticato. È la norma abbracciata dai figli adottivi di Grillo, che vuole il reddito di cittadinanza anche per chi decide di starsene a casa. La stessa norma che i 5stelle applicano a se stessi: no grandi infrastrutture, no vaccini, no Olimpiadi, e ponte sì, ponte no per i genovesi sempre più arrabbiati. Una volta silenziati i tecnici, come è capitato al ministro Tria, scomodo difensore dell’equilibrio di bilancio e garante, fino a ieri, della nostra credibilità presso i mercati, una volta aboliti gli esperti e ogni possibile legame ereditato dai governi precedenti, i due premier delle due componenti di governo, al riparo da critiche e confronti, stanno spingendo il paese verso una pericolosa china, in una rincorsa reciproca per il consenso personale più che per “migliorare la vita dei cittadini.” Ne abbiamo avuto un’anticipazione con il decreto dignità, che ha già inflitto un duro colpo a diversi lavoratori cui non è stato rinnovato il contratto a tempo determinato. Eppure, questa poco incoraggiante premessa, non è servita a rendere Di Maio più cauto e a ridimensionare l’opinione che il giovanotto senza background ha di sé e delle proprie capacità intellettive. Sul balcone di Palazzo Chigi, fedele come sempre al cliché del movimento, compostezza e rispetto del linguaggio istituzionale, ha festeggiato la sua “manovra per il popolo”, come ha definito la legge di stabilità. “Con il reddito di cittadinanza elimineremo la povertà” ha detto. Salvini, in un’altra piazza, ha osservato che non è realistico pensarlo né sperarlo. Però lo ha firmato, in ottemperanza al contratto che assegna compiti distinti ai due azionisti di governo. Qual è la verità? Con i 42 miliardi di spesa, questo il costo della manovra, da sommare al debito che a tutt’oggi ha superato i 2300 miliardi di euro, e con i relativi enormi interessi, (70/80 miliardi l’anno) il nostro deficit, vale a dire il rapporto, in termini di entrate e uscite, tra la ricchezza prodotta e le spese correnti, è al 2,4 per cento. Il massimo consentito, raccomandato da Tria, era l’1,6. Se si considera che un terzo del nostro debito è finanziato da investitori internazionali, grazie ai quali lo stato paga gli stipendi dei dipendenti pubblici e fornisce i servizi ai cittadini, si capisce immediatamente quanto rischiosa sia questa manovra che non aiuterà la parte più vulnerabile del paese (10 miliardi di euro a 6,5 milioni di persone significa, per un puro calcolo matematico, poco più di 100 euro a testa) ma creerà i presupposti per una recessione, non essendo controbilanciata da manovre per la crescita e lo sviluppo. A fine ottobre, la Commissione europea si esprimerà sulla manovra, che, con tutta probabilità, non approverà. “Fa niente, ha detto Salvini, noi andremo avanti”. Ma non sarà l’Europa la minaccia principale, bensì i mercati, che non sono entità fantomatiche, ma persone che muovono i capitali in base al grado di affidabilità dimostrato nel mantenere la stabilità dei conti , ridurre il debito, promuovere investimenti e sviluppo. Salvini e Di Maio fanno i gradassi, ma sanno bene che non hanno alcun potere sui mercati: non possono eliminarli, né cambiarne le regole. Dovranno quindi rassegnarsi a subirle. Non accadrà il contrario, come Salvini ha scioccamente detto: “I mercati dovranno rassegnarsi”. All’azione dei mercati, e per fortuna che esistono, si unisce quella delle agenzie di rating, che potrebbero declassare il nostro debito al livello di spazzatura: non-investment grade. La Bce interromperebbe l’acquisto dei titoli di stato italiani e il paese fallirebbe. Intanto, da quando i gialloverdi si sono insediati, lo spread è salito di oltre 100 punti (ieri era a quota 265), in Borsa sono stati bruciati 25 miliardi di euro dopo il Def, il debito è oltre il 130 per cento del pil, la credibilità dell’Italia è ai minimi storici. Chi crede di non avere niente da perdere, forse ha qualcosa da guadagnare. Certamente chi continuerà a godere delle politiche assistenzialiste: i lavoratori in nero che, formalmente disoccupati, avranno il reddito di cittadinanza e i loro datori di lavoro, che continueranno a non pagare i contributi ed essere inesistenti per il fisco. Non vedo proprio cosa ci sia da festeggiare.