Bullismo di Rocco Casalino…l’opinione di Rita Faletti

postato il 25 settembre 2018 alle ore 16,57

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Chi è Rocco Casalino? E’ un signore, si fa per dire, responsabile della comunicazione di Palazzo Chigi, ovvero il portavoce del premier Conte, di cui, si vocifera, segue ogni passo e di cui controlla ogni virgola, pare per disposizione di Giggino, il quale teme che il primo ministro faccia dichiarazioni fuori copione nelle sue apparizioni in pubblico e nelle interviste con i media. Così, Casalino fa gli onori di casa, accoglie esponenti della stampa, ministri e ospiti stranieri. E’ onnipresente e si è convinto di essere anche onnipotente. Dopo le intimidazioni da bravaccio di Di Maio al ministro dell’Economia Tria: tiri fuori i soldi per il reddito di cittadinanza, Casalino, intanto che il ministro del Lavoro era in Cina a promuovere l’industria italiana, chissà con quali risultati, ha dichiarato guerra all’ultimo sangue (“finirà ai coltelli”) ai tecnici di via XX Settembre: “Se non ci sarà il reddito di cittadinanza, allora per tutto il 2019 ci dedicheremo soltanto a far fuori tutti questi pezzi di m… del Mef. Non ce ne fregherà niente, neppure dell’instabilità finanziaria”. Tracotanza a cinque stelle e linguaggio da bettola, inimmaginabili in un paese civile, ma da noi divenuti abituali e perfino apprezzati per merito del movimento del Vaffa che ha sdoganato il gergo sguaiato così efficace nella comunicazione con il suo popolo e lo ha introdotto nei luoghi in cui non dovrebbe entrare. In un diffuso clima di imbarbarimento che rischia di corrompere ogni angolo del paese, il gergo troglodita fa il paio con la natura stessa di chi lo usa, è parte della carne e del sangue dei grillini, il “core”identitario da cui sgorgano le fandonie inventate per travisare la realtà, le promesse roboanti della campagna elettorale, la truffa chiamata democrazia diretta, l’attacco ai tecnici, il principio secondo cui “la mia ignoranza vale quanto la tua competenza”. La scoperta avversione per chi sa e sa fare, cioè conoscenza e competenza, e l’atteggiamento apologetico riservato a chi non sa e non sa fare, non si spiegano quando, nei curricula di alcuni pentastellati, emergono un corso, una qualifica, un’esperienza inesistenti. Il curriculum di Rocco Casalino non fa eccezioni: conseguimento di un master’s degree in economia presso la Shenandoh university, nello stato della Virginia, smentito dall’università. Questi “puri” mentono sperando di non essere scoperti o sono costituzionalmente bugiardi? Se fosse vera la seconda ipotesi, le conseguenze potrebbero essere esiziali per il paese, osservato da fuori con crescente sospetto. Ma le imprese di Casalino, passato alla notorietà dopo la partecipazione al “Grande Fratello”, esperimento psicologico-mediatico con interessi di studio su persone fragili e instabili, non finiscono qui. Il responsabile per la comunicazione al Senato e coordinatore della comunicazione nazionale, regionale e comunale per il movimento 5stelle, oltre al manifestato intento di cacciare i tecnici del Mef se non dovessero “trovare i dieci miliardi per il reddito di cittadinanza”, forse aspira ad eliminare le voci critiche del movimento. La stampa libera è una delle sue fisse, tanto che aveva proposto l’abolizione del finanziamento pubblico ai giornali. L’idea non l’ha del tutto accantonata. Lo scorso luglio, infatti, a Salvartore Merlo, giornalista del Foglio, ha detto: “Ora che il Foglio chiude (gli sarebbe piaciuto ma non è successo) che cosa andrai a fare?” Pronta la risposta ironica del quotidiano: “Adesso che il Foglio chiudi, che vuoi che facessimo? Ce ne staressimo qua. Che dovremmo fare ce lo dovrebbi chiedere a Giggino”. Casalino intanto ci prova a mandare segnali minacciosi alla stampa non allineata dando credito a chi vede nel movimento una vena totalitaria. Niente opposizione, niente ostacoli alla dittatura dell’incompetenza.

La sconfitta di Orban a Strasburgo non cancella le perplessità su questa Europa………l’opinione di Rita Faletti

 

postato il 15 settembre alle ore 22,30

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A Strasburgo è andata come doveva andare: 448 voti a favore delle sanzioni, 197 contro, 48 le astensioni. Lega e Forza Italia si sono ritrovati dalla stessa parte esprimendo un voto contrario, i 5stelle, invece, hanno votato a favore, allineandosi con gli europeisti. Così, il primo ministro ungherese, il sovranista Viktor Orban, è stato sconfitto dalle democrazie europee in una fase difficile nella storia dell’Unione e dei suoi principi fondanti. Il voto non cancella comunque le non poche preoccupazioni del fronte europeista sulla tenuta dell’Unione e le perplessità di coloro che, pur essendo contrari all’abbandono della grande casa europea, non vedono con indulgenza le politiche di Bruxelles su questioni nodali come l’immigrazione, il clash tra civiltà, il terrorismo islamista, la crisi economica. Un conto è violare lo stato di diritto e i criteri liberali del sistema e impadronirsi quasi completamente dei media, come ha fatto Orban, trasformando una democrazia liberale in una democrazia illiberale, se l’ossimoro è ammesso, cosa inaccettabile per l’Europa, malgrado Orban sia alla guida di un partito, Fidesz, che ha la maggioranza nel paese magiaro. Altra cosa è attaccare la sua posizione sull’immigrazione, che il premier non sbaglia a collegare al tema delle radici cristiane, che sono, al tempo stesso, premessa e conseguenza del suo secco rifiuto all’accoglienza. Immigrazione zero, ha ripetuto, non lasciando aperture al dubbio, significa impedire che l’Ungheria, come i paesi scandinavi, come l’Olanda e la Danimarca, come la Francia e la Germania diventi uno stato meno sicuro per i suoi abitanti. Significa impedire che immigrati di fede islamica, che sono la maggioranza, creino problemi di ordine pubblico, prendano possesso di parti di città accessibili solo alle forze dell’ordine in assetto di guerra, come avviene in alcuni quartieri a nord di Stoccolma, all’ingresso dei quali spiccano cartelli che, nell’Europa di Schengen, recitano ironicamente:“sharia controlled zone”, non diversi da quelli che si trovano in alcuni quartieri fuori Parigi, ma, onde evitare un impatto negativo, sono chiamati “zus”, zones urbaines sensibles. Orban vuole che nella sua Ungheria, un cittadino europeo di fede ebraica, possa continuare ad andare in sinagoga, frequentare una scuola ebraica, indossare la kippah senza timore di essere aggredito verbalmente o fisicamente o addirittura ammazzato, come avviene nella Francia nel Belgio e nella Germania dei falsi diritti. Orban vuole anche che l’intelligenza, la cultura, l’arte non scappino o non siano cacciati per essere sostituiti da ottusità, ignoranza e odio. Orban, non vuole che le chiese lascino il posto alle moschee finanziate dall’Arabia Saudita e dal Qatar, non vuole un’Ungheria islamizzata, dimentica delle sue origini, non vuole saperne della retorica dell’accoglienza senza un minimo di realismo, dei vari modelli di integrazione falliti e di stupidi esperimenti sul multiculturalismo. Orban è anche consapevole che aver preso la strada dell’accoglienza indiscriminata, è stata la follia che ha aperto la strada ai populisti come lui

Di Maio ci ripensa……….l’opinione di Rita Faletti

postato il 9 settembre 2018 alle ore 19,44

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E’ successo qualcosa, sotto la pelle dei nudi fatti, che farebbe pensare che qualche cosa sia cambiata o stia cambiando nel mondo dei 5stelle, o, per lo meno, in alcuni di loro. Un paio di giorni orsono, il ministro dello Sviluppo economico si è comportato da ministro dello Sviluppo economico, quello che ci si aspetta da uno che ricopre questa carica. Luigi Di Maio ha deciso, inaspettatamente, di seguire il percorso intrapreso dal suo predecessore e siglare l’accordo con ArcelorMittal sull’Ilva. Cosa non trascurabile se pensiamo che lui e il suo movimento hanno passato due anni e qualche mese in assetto di guerra contro il governo Gentiloni e l’ex ministro dello Sviluppo economico, Carlo Calenda, accusato di aver commesso irregolarità nella procedura del bando di assegnazione al gruppo industriale guidato dagli indiani. Il solito atteggiamento sospettoso dei pentastellati nei confronti della categoria degli esperti, dei competenti, dei tecnici, delle élite e via dicendo, la lista è lunga e perfino noiosa. Esclusi soltanto i “cittadini” virtuosi che li hanno votati. Comunque, per non tirarla per le lunghe, è successo quello che alcuni prevedevano, altri auspicavano, altri ancora non facevano né questo né quello non sapendo un cavolo dell’Ilva e dei suoi problemi. Ebbene, dopo averne tentato di ogni e coinvolto tutti, Autorità anticorruzione, Avvocatura dello Stato, ministro dell’Ambiente, fallito l’intento di annullare l’assegnazione a Mittal e ripetere il certame tra gli investitori, Di Maio ha coperto l’ultimo miglio che lo separava dal traguardo. “Abbiamo raggiunto il migliore accordo possibile nella peggiore delle situazioni”, ha detto gongolando. Eh sì, la situazione era pessima, soprattutto per gli oltre 13mila lavoratori (assunti 10700, per i restanti 2500 un incentivo all’esodo di 250 milioni complessivi) che rischiavano di restare a casa e per la seconda più importante acciaieria d’Europa che rischiava la chiusura. Peccato che i barricaderi con le stelle abbiano ritardato di tre mesi l’ingresso dei compratori e con esso l’avvio del processo di risanamento ambientale, per non contare gli 80 milioni di euro che ci è costato lo scherzetto. Il prezzo pagato all’incompetenza e all’avventurismo. Dunque, sospiro di sollievo. Resta un quesito. Che Di Maio si sia degrillizzato e se ne sia fottuto altamente di quelli che volevano la chiusura dell’Ilva e un bel parco tecnologico al suo posto? Costoro, infatti, erano tutti là a protestare che erano stati traditi. Ma chissenefrega, avrà pensato il ministro, io mica sono uno di loro e quella cosa che “uno è uguale a uno” è una boiata pazzesca inventata solo per farmi votare. A questo proposito, viene in mente il Marchese del Grillo, ma guarda che combinazione lo stesso nome del comico, e il suo indimenticabile “Io sono io e voi non siete un c…….” rivolto alla plebe. Non voglio attribuire a Di Maio questi pensieracci, ma potrei non essere lontana dalla verità. L’alternativa è che il ministro abbia compreso che è venuto il momento di fare una scelta di campo, se continuare a fare l’opposizione essendo al governo, o lasciarla alla base del movimento, gli irriducibili e irrazionali che originariamente si erano illusi di aver trovato il megafono della loro rabbia. Non è poi così difficile scegliere da che parte stare quando si diventa establishment.

Tra irrazionalità e rassegnazione………l’opinione di Rita Faletti

 

postato il 5 settembre 2018 alle ore 13,44

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In mancanza di fatti, vanno bene anche le parole, le sfilate, le strette di mano, gli show e i talk show. Gli italiani sono un popolo che strepita ma poi si accontenta di poco. Si è alimentato, per mesi, di promesse incredibili, soldi a chi non lavora e mai ha lavorato, tassa piatta per tutti, pensione a 64 anni, immigrati a casa loro. Si è bevuto menzogne clamorose da chi gridava “onestà, onestà, onestà” e taroccava i bonifici, da chi assicurava massima trasparenza via streaming e ora accetta interviste solo se programmate e senza contraddittorio, convoca rappresentanti sindacali e istituzionali a porte chiuse, emette verdetti di colpevolezza senza processi, elegge i suoi rappresentanti politici con un clic, prende ordini da una società e da un comico. Tutto questo può bastare per chiedere, legittimamente, che cosa ci aspettiamo? E’ possibile richiamare i “cittadini” alla realtà e pretendere che la ragione, che si è insediata nei visceri, faccia ritorno nella testa? Si può pretendere che l’opposizione, o le opposizioni, di qualunque colore esse siano, facciano sentire la loro voce, non per comunicarci le date dei congressi o i nomi di qualcheduno, le cui idee, per quello che si può capire, valgono quanto le mie? Si può sentire un “Ora basta!”, deciso, forte, consapevole? O dovremmo rassegnarci a una caduta fragorosa o a un lento declino senza ritorno?

Immigrazione pericoloso detonatore………l’opinione di Rita Faletti

 

postato il 27 agosto 2018 alle ore 15,03

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La vicenda della Diciotti, per giorni al centro della sarabanda di accuse al ministro dell’Interno, colpevole di aver tenuto in ostaggio dei disgraziati su una nave italiana in un porto italiano, si è conclusa. Non senza strascichi e ulteriori polemiche all’interno del mondo politico e sviluppi nel rapporto tra ministro e magistratura. Sì perché è successo quello che era prevedibile e che la sinistra radicale auspicava accadesse. Salvini è indagato dal procuratore di Agrigento per abuso di ufficio, arresto illegale e sequestro di persona. Si riapre il conflitto di berlusconiana memoria tra politica e magistratura, che gli azzurri hanno colto al balzo per invitare Salvini a fare ritorno nella sua casa naturale. Non sarebbe il primo richiamo da quando è nato il patto tra sodali gialloverdi. Il ministro dell’Interno ha ringraziato ma lasciato cadere l’invito e si è affrettato a rispondere chissenefrega al magistrato. “Si occupi piuttosto degli scafisti che forniscono la droga venduta fuori delle scuole”. Ammesso che questo fosse pertinente con i motivi dell’indagine, non avrebbe la stessa risonanza e gli stessi effetti positivi sulla popolarità del magistrato, il quale, al contrario, nel duro confronto con il ministro, ne verrebbe fuori più acciaccato dell’indagato stesso, con quell’effetto boomerang che una parte non esigua dell’opinione pubblica si augura. Salvini, da vera pop star al centro di un vasto e trasversale consenso, potrebbe godere di un’autentica cintura di protezione che azzererebbe qualunque condanna con l’esito di farlo apparire un eroe. Senza considerare che, a onore del vero, quando il ministro ha ricevuto l’avviso di garanzia, alcuni migranti erano già scesi dalla nave (ventisette minori non accompagnati e dodici con problemi di salute) altri erano stati collocati (venti in Albania, venticinque in Irlanda e i rimanenti in varie diocesi della Chiesa cattolica). E’ anche significativo che l’Europa dell’accoglienza sia rimasta sorda e muta, confermando il sospetto che la redistribuzione su base volontaria, presentata come un successo dal Governo Conte, sia in realtà una sconfitta sul piano diplomatico oltre che fattuale. La prossima nave scioglierà ogni dubbio. Quali le conseguenze? Se Francia, Germania e Spagna dovessero ripetere il diniego alla redistribuzione, per noi comincerebbero i problemi seri. Domani Salvini incontrerà Orban: cercherà di convincerlo a collaborare? Con quale promessa in cambio? La proposta di Renzi, di mettere da parte le ostilità tra governo e opposizione, e concordare una linea che costringa i paesi del gruppo Visegrad a prendersi una quota di migranti, è di buon senso e servirebbe a rompere il gelo che si è venuto a creare tra Italia ed Europa non solo sul tema immigrazione. Ma di buon senso è carente il governo, a meno che sua precisa intenzione non sia attuare quel famigerato piano B di uscita dall’eurozona e riposizionamento dell’Italia a fianco dei paesi dell’est e all’ombra dell’autocrate di Mosca. Ma questo è un altro capitolo nel paese dell’incertezza.