Sergio Marchionne: muore un manager geniale……..l’opinione di Rita Faletti

postato il 25 luglio 2018 alle 21,49

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Il sorrisino di scherno che Merkel e Sarkozy si scambiarono alle spalle di Berlusconi, offrì agli habitué dello sputtanamento degli oppositori politici, il pretesto di fare da sponda ai due pur di colpire il nemico. Nessuna traccia di amor patrio, nessuna difesa dell’orgoglio nazionale se la vittima sta dall’altra parte politica. Questo succede nel paese che è incapace di vedere il valore nell’avversario, sempre dipinto a tinte fosche e nelle sembianze del nemico del popolo. Oggi, Sergio Marchionne se n’è andato con la discrezione e il riserbo che aveva riservato alla sua cultura non comune in un’era prodiga di finti colti come di esaltatori dell’ignoranza collettiva. Se n’è andato nel giorno in cui avrebbe dovuto annunciare l’azzeramento del debito industriale, traguardo importante e miraggio per altri ad che dopo aver causato il fallimento delle aziende se ne vanno con le tasche piene di soldi e stock options. Se n’è andato accompagnato dalle parole di circostanza che sempre si pronunciano quando qualcuno ci lascia, anche se non amato, ed erano in molti a non amarlo. Se n’è andato lasciando in eredità uno dei player internazionali dell’automotive, la Fca, la quasi piena occupazione di tutti gli stabilimenti, gli ammortizzatori sociali vicini al 7 per cento e, sopra tutto, un modello di organizzazione del lavoro, di scelte strategiche internazionali e organiche e un esempio di gestione delle diversità multidimensionali in un’economia globale. Marchionne è stato un gigante e un gigante solo, in parte incompreso, in parte avversato da chi preferisce le fabbriche chiuse all’assunzione di responsabilità. E’ riuscito a liberarsi dai vincoli imposti dalla società consociativa e dalle fumose politiche retoriche che hanno immobilizzato questo paese e fatto la fortuna di tanti curiali della Fiat, interessata più al consenso della Fiom che ad un piano industriale. Marchionne ha preso decisioni e agito in autonomia e solitudine: niente aiuti di Stato, niente sostegno politico, niente frequentazione dei salotti buoni dove si fanno le nomine importanti. Il maglioncino di cachemire più famoso al mondo è stato il simbolo della sua distanza dal mondo paludato dei conservatori in doppio petto, poco propensi a osare e con scarse competenze finanziarie. Marchionne è stato l’interprete di una vera rivoluzione che ha attuato anche grazie ad accordi sindacali fondati sul principio di reciprocità, cioè attraverso l’individuazione di obiettivi comuni da realizzare. E’ stato accusato di non aver mantenuto tutte le promesse, di aver preferito il fisco svizzero a quello italiano, di aver ridotto le paghe dei lavoratori. Insensate e disoneste accuse di chi ha costruito nel tempo il proprio successo mediatico, e avrebbe magari preferito il vecchio tavolo della concertazione che si chiude con la cassa integrazione dei lavoratori grazie ai soldi del popolo sovrano. Sbagliato poi averlo visto come un avversario politico. Marchionne è stato un manager, scelto e pagato da un’azienda privata per fare gli interessi di quell’azienda privata. Marco Bentivogli, segretario della Fim Cisl dice: “Quelli di Marchionne sono stati choc riformisti di cui l’Italia ha bisogno ma che puntualmente il nostro paese respinge pur di non cambiare.” E Renzi, che lo stimava e ne apprezzava l’apertura mentale: “Il lavoro lo creano coloro che rischiano, non coloro che stanno seduti sul divano.”

 

Il potere dei numeri e la spocchia dell’incompetenza……l’opinione di Rita Faletti

postato il 19 luglio 2018 alle 8,02

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E’ corretto gettare discredito sulle due istituzioni nevralgiche per la tenuta dei conti pubblici? La domanda è rivolta a tutto il corpo elettorale del paese, che in piena libertà sostiene questo o quel partito. Ebbene, chi quel voto lo da dato al governo gialloverde, deve essere cosciente del fatto che, con il suo voto, non si è limitato a chiedere il cambiamento, ma il sovvertimento, cosa ben diversa. E arriviamo al punto. Il ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, cui si deve la paternità del decreto dignità, intende, con esso, ridurre la precarietà eliminando quella che lui considera esserne la causa, la flessibilità. Sic et simpliciter, la possibilità, da parte delle imprese, di assumere in rapporto alle necessità del mercato, ricorrendo a varie forme di contratto. Una è quella del tempo determinato, vero ingombro da rimuovere, stando a Di Maio, perché, così com’è nel jobs act, aumenterebbe la precarizzazione del lavoro. Senza scendere nel dettaglio, Di Maio ha catapultato una pietra contro l’impalcatura della riforma voluta dal governo Renzi e introduce norme che, secondo esperti economisti, avranno l’effetto di deprimere l’economia. Nel faccia a faccia con il presidente di Confindustria Boccia, il ministro del Lavoro ha espresso con parole e toni sprezzanti le proprie critiche ai governi precedenti in tema di occupazione e si è spinto oltre fino a mettere in dubbio l’attendibilità dei numeri forniti dalla Ragioneria dello stato e dal presidente dell’Inps, il bocconiano esperto in scienze economiche Tito Boeri, sulle conseguenze del decreto dignità. Da dove saltano fuori quei numeri? “Una manina sospetta” li avrebbe messi in circolazione per dimostrare tutto il contrario di quanto Di Maio sostiene con tanto spocchiosa certezza. Questi i numeri incriminati: meno 83.300 posti di lavoro per i contratti a termine; meno 527,7 miliardi di euro di entrate contributive e fiscali; più 322,3 miliardi di euro di maggiori oneri per il Naspi (Nuova prestazione di assicurazione sociale per l’impiego). Se posso capire il disappunto del ministro, trovo biasimevole l’attacco frontale a Boeri, perché a lui esso è diretto, quando Di Maio parla di “manina sospetta”. Non solo l’offesa a Boeri e alla competenza del presidente dell’Inps, ma anche al decoro delle istituzioni, rivela mancanza di prudenza e volontà di boicottaggio politico. Salta fuori, una volta di più, l’affezione del grillismo per le tesi complottiste, una strategia architettata apposta per colpire gli oppositori. Fuffa e truffa come la pretesa cura dei tumori con l’urina di capra, le scie chimiche, l’autismo causato dai vaccini…Ma siamo proprio sicuri che costoro non ci porteranno alla rovina?

ll lavoro non si crea per decreto………….l’opinione di Rita Faletti

postato l’ 8 luglio 2018 alle 11,56

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Cosa accadrà in casa giallo-verde, se la forza trainante sia la Lega o il M5S, se tra Di Maio e Salvini ci sia reale condivisione sul contratto di Governo o distanza sostanziale e siderale, finiremo per scoprirlo in autunno con la ripresa dei lavori parlamentari. Quello che pare certo, è che alle vacanze lunghe non rinunceranno nemmeno i sedicenti stacanovisti della nuova politica, quelli che condannavano l’interminabile pausa estiva dei colleghi degli altri partiti. Quando entri in un sistema consolidato, è difficile scardinare le vecchie abitudini, figuriamoci poi se sono piacevoli. Le persone cambiano, le abitudini rimangono. I 5Stelle, da quando sono entrati in massa nel Governo, non sono più gli stessi che gridavano onestà, onestà, onestà. Creature rousseauiane, si sono mescolate ai loro simili ritenuti dissimili così in fretta che quasi non ci si crede. A cominciare dall’afasia degli esordi, loro, campioni dello sgolo contro tutto e tutti, hanno lasciato a Salvini la scena fino a quando hanno pensato di dargli il cambio. Ed è arrivato il Decreto di Dignità, accolto con favore dai sindacati e con sfavore dagli imprenditori nella solita logica che se va bene agli uni, agli altri fa schifo. E’ il gioco delle parti secondo i vecchi schemi: il mondo degli operai sindacalizzati contro il mondo dell’impresa. Un cliché che rispecchia l’incapacità di questo Paese di adattarsi al nuovo, cercando di fermarlo piuttosto che adeguarvisi e, come avviene negli Stati moderni, prefigurare i cambiamenti in arrivo e attrezzarsi. E’ una questione di lungimiranza politica, l’onda si cavalca non la si evita, o ti sommergerà. Eppure, sarà per motivi ideologici, sarà per mancanza di visione, i 5Stelle rispolverano soluzioni del passato per affrontare il futuro. Nonostante la timidezza del Decreto, che poco inciderà sulle tutele a favore dei lavoratori, la riformina di Di Maio è stata interpretata dalle principali associazioni d’impresa come un segnale pericoloso che non incentiverà il lavoro. Gli imprenditori assumono se sanno di poter contare sulla flessibilità che è il Mercato ad imporre, secondo il rapporto tra domanda e offerta, su cui le piccole e medie imprese italiane, il 90 per cento, scommettono. La preoccupazione maggiore è generata dall’introduzione delle causali per il rinnovo del contratto a tempo determinato, quello che ha favorito l’inserimento di nuovi occupati anche in tempo di crisi. Mettiamo il naso fuori e vedremo che in Germania la disoccupazione è molto bassa anche con l’esclusione dei mini jobs. La riforma liberista di Schroeder del 2013 ha rimesso in piedi l’economia tedesca e ridato ossigeno ai conti pubblici, abbassando la spesa e rilanciando la crescita attraverso la flessibilità del lavoro. Sgradita a molti, ha permesso però alla Merkel di allentare i cordoni della borsa senza che il Paese perdesse il ruolo di locomotiva d’Europa. Oggi in Germania i salari vanno da un massimo per gli operai ad alta specializzazione, equiparabile alle entrate dei professionisti, ad un minimo del lavoro interinale. Morale: o si accetta la sfida del Mercato globale con le sue conseguenze e cioè la nascita di lavori moderni che portano con sé precarietà e mobilità, o ci si chiude ad ogni opportunità di rinnovamento, e ci si prepara a scomparire. Al solito, i più svantaggiati sarebbero i più deboli ai quali verrebbe preclusa qualsiasi via di fuga. Il denaro corre laddove esistono occasioni di investimento e di arricchimento e dove il controllo dello Stato non è così stringente. Precarietà non vuole dire perdita di lavoro se si interviene con la formazione continua e con la ricostruzione delle abilità che facilitano il passaggio da un lavoro ad un altro, avanzamenti di carriera e migliori opportunità economiche. Di Maio parla di centri di formazione da rifondare, per i quali sarebbero pronti due miliardi. Negli altri Paesi funzionano benissimo, in Italia quei pochi esistenti da malissimo a niente, mancando la professionalità di chi vi opera, che dovrebbe incrociare la domanda con l’offerta. C’è poi un pregiudizio diffuso da sradicare: l’importanza prevalente data ai lavori intellettuali che fa preferire i licei alle scuole professionali, ritenute un po’ ovunque istituti di serie B, tranne in alcune regioni del nord dove alcune di ottimo livello rappresentano un sicuro bacino cui molte aziende locali attingono. Conseguenze di quello stupido pregiudizio, l’amara ma ovvia constatazione che un diploma liceale non vale nulla senza un corso di laurea, e l’impossibilità per le imprese di reperire giovani formati che potrebbero aspirare a posizioni buone e ben retribuite. E in tema di pregiudizi, inviterei Di Maio a liberarsi di quello altrettanto stupido e diffuso, secondo cui gli imprenditori sono tutti disonesti, che temo sia al fondo della sua mente e abbia ispirato il Decreto di Dignità. Perché, se per alcuni è vero, è anche vero che non tutti i sindacalisti curano gli interessi dei lavoratori. Ancora: se i sindacati non cambiano, li faremo cambiare noi. Parole di Di Maio che in campagna elettorale faceva il leone, cerchi di non diventare pecora.
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Magliette rosse per lo show (down) della sinistra…….l’opinione di Rita Faletti

postato il  14 luglio 2018 alle 9,17

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Quei disumani degli italiani vanno sensibilizzati alla tragedia dei morti in mare. Le politiche anti-immigrazione del governo vanno bloccate. Quel grossier del ministro dell’Interno va isolato. Don Ciotti ha promosso una nuova battaglia e il suo simbolo è una maglietta rossa. E quale colore si addice di più a nobili fini? E perché non cogliere al balzo un’occasione di visibilità in un momento in cui le idee stanno a zero e l’ispirazione langue? Big o ex big della politica, del sindacato, del giornalismo, della cultura si accodano e si compattano per sconfiggere il male. Ricompare Letta, il francesizzato ex presidente del Consiglio che di tanto in tanto pontifica da Parigi. Si fa rivedere la Boldrini, per fortuna lontana dai riflettori da quando non riveste più il ruolo di presidente della Camera ai tempi in cui ci regalava le sue intelligenti teorie. In maglietta rossa perfino la dimessa Rosy Bindi, ex-presidente della commissione antimafia, scartoffie su scartoffie ammuffite su scaffali polverosi, tanti soldi e pochi risultati. Rossa, ma senza falce e martello, la maglia della Camusso, l’irriducibile nemica delle imprese. Non può mancare il pupillo delle sinistre, lo scrittore Saviano, autore di libri che alla camorra hanno fatto il solletico e che ora invita a mettere i nostri corpi sulle navi dei migranti. E’ del gruppo il giornalista nonché viticultore Gad Lerner, entusiasta sostenitore delle primavere arabe che sappiamo che fine hanno fatto. Dove sono le magliette rosse del Pd? In primo piano quella del nuovo segretario, lo scialbo Maurizio Martina, insieme a Orfini e Zingaretti, la brutta copia del fratello attore, colui che vorrebbe rifondare il partito facendo strame della civiltà occidentale e della globalizzazione; così lo affosserà definitivamente. Lontano dalla pazza folla di buffoni in rosso c’è Renzi, che anche in questa occasione ha dimostrato di essere dieci spanne più su dei suoi “compagni” di partito, indossando camicia bianca e giacca scura all’assemblea nazionale del Pd. Ha ragione a non volersi confondere. Potevano mancare Legambiente, Arci, Anpi? Macché. Tutti schierati dalla stessa parte, quale? Quella in nome dei principi di umanità. L’associazione dei partigiani lo vada a raccontare ai famigliari di quelli che sono stati ammazzati dopo il ’45 senza essere mai stati fascisti. Tutto scontato, purtroppo, come scontata la messinscena di alcuni insegnanti che durante gli esami di maturità non si sono lasciati scappare la possibilità di strumentalizzare la scuola pubblica a fini politici. Vecchia abitudine di certi docenti che invece di fornire gli strumenti necessari per la formazione di un pensiero critico autonomo, non hanno fatto altro che offrirei loro servigi a una parte politica sacrificando il principio di oggettività e plagiando intere generazioni di giovani menti influenzabili. Sono gli stessi docenti ai quali dobbiamo uno dei tristi primati del nostro paese: l’analfabetismo funzionale, che ci vede ai primi posti in Europa