Religioni oppio dei popoli…………….l’opinione di Rita Faletti

postato il 29 giugno 2018 alle 9,59

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Dal basso del mio anticlericalismo di adulta disincantata, nell’adolescenza accompagnatrice assidua alle funzioni serali di una nonna materna dall’invincibile dolcezza, guardo alle varie religioni con lo stesso scetticismo con cui ascolto un politico parlare di programmi. In fondo, le differenze tra religiosi e politici si limitano ai panni che indossano. Più scenografici e fascinosi quelli dei primi, in particolare se lo sfondo è un magnifico coro scolpito e il soffitto un susseguirsi di immagini dipinte sull’alta volta di una cupola o la iconostasi di una chiesa ortodossa che lascia intravedere l’officiante mentre eleganti figure nere incappucciate, le coreute, intonano inni da paradiso celeste. Odo ancora quella musica aleggiare tra i muri della chiesa ortodossa di Santa Sofia, a Gerusalemme, fuori le mura della Città Vecchia, e provo lo stesso rapimento. I monasteri buddisti del Ladakh, avvolti nell’azzurro di un cielo di porcellana, con le statue dei Budda e i Budda dipinti, rubata un’intera tavolozza di colori, sono la benedizione degli occhi e un invito irrinunciabile alla serenità nel silenzio della meditazione. Questi sono i regali delle religioni. Cos’altro offrono? Parole di amore, esortazioni alla solidarietà, alla concordia, alla fratellanza. A parte il buddismo, nessun’altro credo religioso ha dimostrato di poter mettere in pratica quegli insegnamenti , se non parzialmente. Così, credo in Dio ma non frequento le chiese, a meno che non siano vuote. Mi incuriosiscono le processioni nella loro valenza coreografica, dacché del valore liturgico originario non  conservano alcuna traccia. Da quando poi la statua della Madonna ha preso l’abitudine di rendere omaggio alla dimora del boss mafioso locale con quella vergogna che è l’inchino, provo una profonda nausea che mi richiama alla memoria un altro inchino: quello della Costa Concordia di Schettino e dei suoi morti innocenti . Inchini religiosi e inchini profani. Stronzate solenni da Paese retrogrado e superstizioso. Viva l’agnosticismo! E non può mancare l’ultimo tassello del puzzle religioni nel mondo. L’islam. La più arretrata  la più insensata e la più ambigua. Definita di pace, ma seminatrice di odio tra i suoi stessi devoti. Sciiti contro sunniti, wahabiti integralisti  ispiratori di grandi operazioni di sgozzamento globale. Se non fossero dei violenti pericolosi, sarebbero ridicoli. E con l’umorismo andrebbero trattati. Il solo fatto di predicare la morte dell’infedele è un’assurdità e un controsenso. Odiare l’occidente e la sua cultura, va contro il principio di coerenza che imporrebbe ad ogni musulmano di rimanere a casa sua e vedersela con il problema della povertà e delle guerre con i propri mezzi. E qui ecco il discorso bugiardo del multiculturalismo. Abbiamo fatto dell’accoglienza un’indigestione, in primo luogo verbale, abbiamo straparlato di integrazione senza riuscire a farla, a tratti abbiamo persino invocato il multiculturalismo, processo complesso e assente ultimamente dai dibattiti che contano. Cibo raffinato per le elite europee, tema prediletto dalla letteratura postcoloniale, al massimo alternativa culinaria per l’uomo della strada. Couscous,  kebab., hummus. Preferisco il sushi e il razionalismo ai predicozzi.

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Europa spaccata sull’immigrazione al pre vertice di Bruxelles ………..l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 giugno 2018 ore 22,30

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La sopravvivenza dell’Unione Europea è legata a un filo. Se resisterà al terremoto scatenato dall’immigrazione, lo scopriremo presto. Oggi a Bruxelles si è tenuto il pre-vertice a 16, un assaggio sulle decisioni che verranno prese la prossima settimana al Consiglio europeo. Iniziative e proposte in vista di una revisione delle norme sull’accoglienza stabilite dai Trattati di Dublino III, in vigore dal 2013. Il punto centrale della contestazione è la responsabilità dell’asilo al Paese di primo sbarco, con la conseguenza di impedire un meccanismo di emergenza che conduca al ricollocamento obbligatorio di parte dei rifugiati. Si capisce che i Paesi maggiormente penalizzati, perché i più esposti alla pressione dei flussi, sono quelli che affacciano sul Mediterraneo, primo fra tutti l’Italia, i cui porti, insieme alla Valletta, sono i più vicini alle coste libiche. Dal 2013 a oggi, l’Italia ha accolto un numero superiore di migranti rispetto agli altri Paesi europei. Barconi messi in mare da criminali e navi Ong battenti bandiere straniere hanno trasportato il loro carico umano fino alle nostre coste, dimenticando l’esistenza di porti altrettanto vicini e sicuri. Le polemiche sulle navi delle organizzazioni non governative che solcano il Mediterraneo in lungo e in largo, nascono da domande legittime: chi le sovvenziona, perché, che interessi ci sono sotto, perché tanti minori non accompagnati. Domande che esigono risposte, soprattutto all’Italia, che mai, prima del caso Aquarius, ha negato l’approdo ad alcuna di esse. In queste ore la Lifeline e la Maersk sono alla fonda, in attesa di conoscere il porto di approdo. Mi auguro che non ci siano ripensamenti sulla linea presa da Salvini, che, aldilà delle parole, ha deciso di tenere testa all’ipocrisia flagrante dell’Europa, con l’obiettivo di ottenere alcuni risultati importanti che mettano fine alle disparità in fatto di responsabilità: istituzione di centri di accoglienza in più Paesi, regolamento dei flussi primari e secondari, difesa dei confini italiani che sono anche parte dei confini esterni dell’Unione. Tornando al vertice, il fatto che dei 27 paesi solo 16 abbiano partecipato, è una premessa che non fa ben sperare. Il solido asse franco-tedesco sul piano economico, lo è assai meno sul versante dell’immigrazione. Merkel, che nel 2015 scelse di accogliere un milione di siriani perché più preparati e acculturati, non riuscirà ad avere gioco facile con il suo ministro dell’Interno, il bavarese Horst Seehofer. Allora, l’alleato di minoranza, Martin Schultz, si limitò a storcere il naso. Oggi, la situazione è diversa: la Cancelliera, da una posizione più debole, non avrà la forza di imporre nessun diktat all’irriducibile ministro, determinato a tenere le porte ermeticamente chiuse a nuovi immigrati. L’arrogante Macron, venendogli a mancare il supporto tedesco, è stato costretto a rivolgersi al socialista Sanchez, con cui va d’amore e d’accordo almeno nelle critiche sdegnate a Salvini. I Paesi del blocco Visegrad hanno disertato l’incontro, faranno un vertice tra loro. La Bulgaria ha avanzato proposte che non convincono gli altri Paesi. Altro non è pervenuto se non una certezza: gli accordi, se ci saranno, saranno bilaterali. Per certo, l’accoppiata franco-spagnola marcerà unita. Quali potrebbero essere le ripercussioni internazionali, se il vertice fallisse? Trump avrebbe di che rallegrarsi all’idea di trattare con i singoli Paesi europei, scavalcando la Germania. Tra i due non corre buon sangue da tempo. Tutto sembra cambiato dopo che Obama ha lasciato la Casa Bianca: non più guerre sotto traccia del premio Nobel per la pace, le due Coree rappacificate, Isis sconfitta, con il punto interrogativo d’obbligo, la Russia, in accordo con gli Stati Uniti, paladina di pace in Medioriente. Difficile fare pronostici sul destino dell’Europa, che, così com’è, non ha altra scelta che prepararsi a una rinascita, questa volta al servizio dei cittadini europei, non delle oligarchie.

ACQUE TEMPESTOSE…l’opinione di Rita Faletti

postato il 13/06/2018 ore 20,07

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Dovesse sfaldarsi l’Unione Europea, l’immigrazione potrebbe essere una causa. Sull’Italia e il suo Ministro dell’interno è piovuto un diluvio di insulti per la decisione a sorpresa di Salvini di bloccare l’ingresso della nave Aquarius ai porti italiani. Seicento32 migranti tra cui minori non accompagnati e donne in stato di gravidanza in mezzo al Mediterraneo con provviste sufficienti per due giorni. La Spagna ha offerto i suoi porti incassando il plauso di Macron, il quale ha definito Salvini “vomitevole” e il nostro paese cinico e irresponsabile. Si è subito parlato di asse franco-spagnolo e delle possibili conseguenze di quella che è stata definita da alcuni propaganda, da altri mossa tattica vincente, da altri ancora mancanza di strategia. Tutto dipende da come si evolverà la situazione e dal piano che ha in mente Salvini, se ne ha uno, il quale non può pensare di governare con i “like”, né sottovalutare le reazioni dei partner europei, per quanto ipocrite esse siano. Macron ha stretto sull’immigrazione, discriminando tra migranti economici e richiedenti asilo, ha introdotto il reato di entrata illegale, ha ridotto i tempi di presentazione delle domande di asilo e dei ricorsi, ha chiuso i suoi porti e, nel 2017, a Ventimiglia, ha ricacciato 45mila migranti a muso duro. Può bastare? No, perché il dietro front dell’ enfant prodige sull’ accoglienza è avvenuto nel silenzio dell’Europa e delle sinistre che hanno a cuore la questione, per lo meno come bandiera da sventolare contro le destre. La Spagna ha un nuovo premier, il socialista Sanchez, che non per motivi umanitari, sospetto, bensì per puro calcolo di opportunismo politico, ha approfittato del caso Aquarius per segnare uno smarcamento dal governo di centro destra di Rajoy. Ogni paese ha il proprio tornaconto e coltiva i propri interessi, il che rende difficile ascrivere l’accoglienza alla sola bontà di cuore. L’Italia era stata elogiata e ringraziata da Juncker per la generosità dimostrata, in realtà si sfregava le mani al pensiero che era toccato a qualcun altro l’onere di accogliere. Con il respingimento dell’Aquarius, si teme che il nostro paese abbia abbandonato la strada dell’arrendevolezza per imboccare quella dei muscoli. L’Austria di Sebastian Kurz dichiara guerra all’accoglienza, la Spagna riceve a suon di pallottole i migranti provenienti dal Marocco e chiude i suoi porti, Malta non firma una clausola dei trattati di Dublino per non essere invasa, persino la Germania della solidale Merkel inizia a limitare gli ingressi, i paesi di Visegrad accolgono zero migranti. L’Italia dal volto umano ha osato fermare una nave. Per cinismo e irresponsabilità o per inviare un segnale forte all’Europa e chiedere collaborazione e condivisione? Ieri la Francia ha preteso le scuse per quello che l’Unione europea ha definito “errore”, sottintendendo che la cosa non ha da ripetersi. Il premier Conte, in un eccesso di cortesia, ha ringraziato la Spagna, ma non ha risparmiato alla Francia una secca risposta alle critiche di Macron: non accettiamo lezioni ipocrite. Oggi l’ambasciatore francese è atteso alla Farnesina. Salvini ha annunciato un incontro con il premier bavarese sul tema della difesa delle frontiere esterne. All’asse franco-spagnolo si oppone quello italo-tedesco. Un capolavoro di coesione all’interno di un’unione che in comune ha una moneta, ma è stata finora incapace di costruire una linea collettiva per affrontare con pragmatismo un fenomeno epocale, che non è possibile eludere con interventi isolati e di efficacia di breve durata. Non intendo con questo insinuare che l’uscita dall’eurozona sarebbe auspicabile, anzi, si rivelerebbe per noi un’autentica sciagura, ma sono convinta che la durezza sia dannosa se priva di un progetto sostenuto da una chiara e complessiva visione della realtà. Se i flussi migratori si sono ridotti del 70 per cento, il merito va riconosciuto a una serie di provvedimenti che l’ex ministro Minniti ha messo in campo e vanno nella direzione del contenimento, del contrasto alla immigrazione illegale, di una maggiore sicurezza dei confini grazie alla creazione di centri per l’identificazione in Africa, di una distribuzione più equa dei richiedenti asilo. Nella legge c’è anche il codice per le Ong e non manca la protezione dei minori non accompagnati. Perché rinunciare al buono per affidarsi all’improvvisazione?

“Il debito pubblico è affar vostro”………l’opinione di Rita Faletti

pubblicato il 9 giugno 2018 alle 12,07
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I giallo-verdi sono tra noi, cittadini tra i cittadini, che ora “possono guardare al futuro con speranza” (Francesco D’Uva, neo capogruppo pentastellato alla Camera), gonfi d’orgoglio “oggi è il giorno dell’orgoglio dei 5stelle” (sempre Francesco D’Uva) e certi di assicurare al Paese, ridotto a un ammasso di rovine dai governi precedenti ,(leit motiv dei grillini) il tanto agognato cambiamento. “Nel Contratto”assemblato e siglato dai due vice-premier, Di Maio e Salvini, “c’è l’anima dei 5stelle”, conclude emozionato dalle sue stesse parole il neo capo gruppo alla Camera, prima di elencare una lista di impegni politici: difesa dell’ambiente, lavoro, battaglia contro le diseguaglianze sociali, reddito di cittadinanza, superamento della legge Fornero con flessibilità in uscita, rilancio della politica industriale (sull’Ilva, Di Maio vuole ascoltare le parti e risponde con sufficienza a Calenda che lo critica, ricordandogli che ora il Ministro per l’Economia e lo Sviluppo è lui) lotta all’evasione fiscale, potenziamento della 41 bis, 416 più restrittiva, lotta allo sfruttamento dell’immigrazione. E superando la metafora del Parlamento aperto come una scatola di tonno, lo rivaluta e lo definisce il cuore pulsante del Paese ora che gli occupanti sono i cittadini onesti. Con Molteni, il “Contratto per il Governo del cambiamento” vede completati i punti messi in fila dal Premier Giuseppe Conte nel discorso pronunciato al Senato e durato ben 75 minuti. Con piglio militaresco, Molteni rivendica i punti programmatici cari alla Lega: flat tax per aziende e famiglie, meno stato, legittima difesa, no sanzioni alla Russia, progetto di autonomia esteso a tutte le regioni italiane, nessun passo indietro su sviluppo infrastrutturale (in totale sintonia con i sostenitori della NoTav e con il Ministro pentastellato delle infrastrutture Toninelli), nessuno sconto di pena per stupratori e assassini, famiglia tradizionale (il Ministro della giustizia Bonafede non discrimina la famiglia arcobaleno). Si può non essere d’accordo   su alcuni punti, ma un programma così nutrito di attenzioni verso i cittadini difficilmente potrebbe scontentare. D’altro canto, salta all’occhio lo sbilanciamento implicito tra diritti e doveri, dei quali non si fa il minimo accenno. Nel suo famoso discorso d’insediamento alla Casa Bianca, John F. Kennedy chiese agli americani cosa potessero fare per il loro Paese, invitandoli alla condivisione della responsabilità. Qual è il messaggio del “Contratto” lega-stellare, se non l’astensione da qualunque impegno nei confronti del Paese e dei propri concittadini? Il Governo ce lo suggerisce per primo, scappando dalle proprie responsabilità: in un elenco impreciso e vago di impegni che “l’uomo qualunque” avrebbe potuto redigere semplificando fino alla banalizzazione ciò che è complesso,deliberatamente ha evitato di segnalare i mezzi di copertura della spesa richiesta per trasformare gli impegni in azioni di governo; ha trascurato con insolente disinvoltura il capitolo riguardante le misure di rientro dal debito, ha trattato con sprezzo gli investitori italiani e stranieri che hanno scommesso sull’Italia, quando al Governo c’erano Renzi e Gentiloni, ha dimenticato gli impegni assunti con l’Europa e, al colmo dell’impudenza, si prepara a minacciare l’uscita dall’euro se non ci verranno concesse la cancellazione di 250 miliardi di bond e la ridiscussione dei vincoli di Bruxelles. Il Presidente Mattarella non si stanca di ripetere l’invito a controllare i conti pubblici e salvaguardare i risparmi degli italiani. Riflettiamo su un punto: le regole le dettano i creditori, i debitori le subiscono. “Il debito pubblico è affar vostro” ci ha ricordato l’Europa. Se lo ricordino bene i Salvini e i Di Maio, e imparino a praticare l’umiltà che è la virtù dei grandi, dopo aver studiato e riflettuto, e non fingano di scandalizzarsi se Oettinger, il commissario europeo per il bilancio, ci augura di usare il cervello alle prossime votazioni.

Il merito umiliato…l’opinione di Rita Faletti

pubblicato il 25 maggio 2018 alle 19,03

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Qualche tempo fa un concorso pubblico è stato superato brillantemente da uno solo dei partecipanti. Risultato: invece di premiare quell’unico vincitore, il concorso è stato annullato. E’ una delle infinite anomalie del nostro Paese che guarda con sospetto i meritevoli e ama i mediocri. La stessa cosa si sta verificando in questi giorni. Uno sconosciuto professore di diritto privato, Giuseppe Conte, taroccatore del proprio curriculum che esibisce titoli di studio mai conseguiti alle università di New York, Pittsburgh e Cambridge, occuperà lo scranno della presidenza del consiglio con il consenso di Celestino V. La poltrona del Ministero dell’Economia che la Lega avrebbe destinato a Paolo Savona, rischia invece di traballare per le perplessità dello stesso Celestino V. Chi è Paolo Savona? Già ministro con Carlo Azeglio Ciampi, professore, economista stimato a livello internazionale. Eppure nonostante l’autorevolezza e la solidità delle competenze, l’ottuagenario signore potrebbe minare i rapporti tra Italia ed Europa, non avendo mai nascosto critiche anche aspre alla Germania.Come si può pensare che un personaggio di questo calibro possa mettere a repentaglio i destini dell’Italia e non l’incompetenza di un Movimento proteiforme distintosi per dottorati di ricerca fasulli, studi universitari inesistenti e presunte competenze? Tutto con la massima faccia tosta, confidando nella dabbenaggine di gonzi creduloni che neanche davanti agli autobus in fiamme di Roma, alle buche e via dicendo, preferiscono tenersi il sindaco giudicato il peggiore del mondo, perchè più simile a loro. Un malcelato complesso di inferiorità di fronte a competenze vere, a studi seri, a riconoscimenti importanti, costringe i 5S ad inventare bugie imbarazzanti per nascondere quella normalità tanto decantata dal loro capo comico che dichiarava di fidarsi della gestione economica di una madre di tre figli più che di un ministro delle finanze. Ed ecco Di Maio, ex steward dello stadio San Paolo, diventare capo del Movimento e forse, Ministro dello Sviluppo Economico. Avete presente Calenda? Bene, tra i due un abisso. Alla fine, un governo nascerà e questi millantatori saranno costretti a ridimensionare un “contratto” raffazzonato e incoerente se vogliono evitare al Paese di finire gambe all’aria tra gli sghignazzamenti del mondo intero.

I veri nemici del popolo palestinese….l’opinione di Rita Faletti

pubblicato il 18 maggio 2018 alle 02,41
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L’antefatto lo conosciamo, il fatto è il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, ora capitale politica oltre che simbolo .religioso del popolo ebraico. Esultano gli israeliani, insorgono i palestinesi che rivivono in questi giorni la frustrazione e la rabbia della “nakba”, la catastrofe della sconfitta degli eserciti arabi nella guerra contro Israele del 1948, anno della fondazione dello Stato ebraico e della fuga dei palestinesi nei Paesi vicini. Allora gli arabi giurarono che avrebbero distrutto Israele, Israele si espresse a favore della costituzione di uno Stato palestinese. Oggi, a settant’anni da quegli eventi, il tempo sembra essersi fermato, mentre il conflitto israelo-palestinese continua e il progetto di uno Stato palestinese sembra evaporato. Le responsabilità sono un po’ di tutti, meno di tutti dei due popoli direttamente coinvolti, non di tutti i loro capi che si sono avvicendati alla loro guida, meno di tutti di Israele, che, più di tutti, aspira alla pace. E’ una convinzione, questa, che nasce dai fatti e dalle innegabili conseguenze del rapporto causa-effetto che spiega il divenire della storia. In questi difficili giorni di maggio, lungo il confine con la Striscia di Gaza, il furore muove masse di palestinesi verso la cosiddetta linea rossa, che le autorità israeliane vietano di oltrepassare. Armate di fionde e pietre, dal fumo denso di pneumatici dati alle fiamme, emergono figure di giovani e di donne impegnati a colpire le postazioni militari schierate sul lato opposto Lo scenario è lo stesso di sempre e la risposta, come sempre, non si fa attendere. L’esercito israeliano è abituato alla violenza del nemico e risponde con metodi violenti: sessantadue morti e numerosi feriti. Puntualmente arriva la condanna da Paesi amici e nemici, che fingono di ignorare due cose fondamentali: il diritto dello Stato di Israele di esistere, sempre negato dagli arabi, e a difendersi. La solitudine nella quale si trova lo Stato ebraico lo ha reso consapevole del fatto che la difesa della propria popolazione e del proprio territorio è unicamente affidata alla determinazione della sua politica e alla forza indubbia delle sue armi. La guerra dei sei giorni del 1967 combattuta contro sei Stati arabi, si sarebbe dovuta concludere con l’annientamento delle forze israeliane, “spazzeremo la baracca sionista”, si concluse invece con l’umiliazione del nemico arabo e delle sue strategie militari. Bombe suicide, raffiche di missili, sofisticati tunnel di attacco, non sono fortunatamente riusciti a piegare il piccolo Stato dove il valore della vita e il sentimento di felicità si sono dimostrati più forti dell’odio e dell’invidia che li perseguita. E se l’invidia ha “diritto” di asilo tra i sentimenti umani, nei confronti di Israele è giustificata da buoni motivi: dalla sua fondazione ad oggi, Israele è diventata una delle nazioni più ricche, più libere, più tecnologicamente avanzate e istruite del mondo. E questo nonostante il pericolo ininterrotto di attacchi cui è esposta in un mondo dominato dall’ambiguità e dal cinismo e nonostante le sofferenze estreme che ha patito nei secoli e che qualche imbecille ha la spudoratezza di negare. Se una ragione esiste, e certamente esiste, che spieghi il coraggio e la serenità degli israeliani, essa va ricercata nella convinzione incrollabile di una fede: la missione affidatale da Dio di realizzare i suoi piani. Un aspetto che li avvicina agli arabi, rigidi osservanti della dottrina islamica, ma, secondo le statistiche, dagli esiti opposti: gli arabi sembrano essere depressi e tristi. Qual è la spiegazione allora? La promessa dell’islam ai suoi fedeli non è l’amore, bensì il successo. Per un islamico andare alla preghiera è come andare alla vittoria. La sconfitta, quindi, è qualcosa di insopportabile che reclama la vendetta. Le sconfitte subite, non solo militari, ma anche economiche e culturali (gli arabi sono tra i popoli meno liberi, meno istruiti e i più poveri del mondo, eccezion fatta per i Paesi produttori di petrolio) rendono il successo degli ebrei intollerabile, come intollerabile è il loro amore per la vita contrapposto all’amore per la morte. Per un arabo uccidere un ebreo significa uccidere quella felicità, ecco che il sacrificio di sé del kamikaze acquista un valore nel mondo islamico. “Proprio come voi amate la vita, noi amiamo la morte” è scritto in un manuale di scuola palestinese per studenti delle medie. Tornando al diritto di Israele a difendersi, la distruzione di postazioni militari iraniane in Siria e delle basi missilistiche di Hamas nella Striscia non sono stati atti di pirateria aerea, le sessanta vittime palestinesi non sono state il brutale compiacimento dell’efficienza militare, ma le reazioni a un mai accantonato piano di aggressione che ha la finalità di distruggere Israele e che porta la firma di Teheran dal tempo della rivoluzione khomeinista. L’asse Washington-Riyad-Tel Aviv in funzione anti-iraniana potrà aprire prospettive nuove, con Putin nella funzione di “pompiere” che gli è stata assegnata in Medioriente e con la fiducia di Netanhyau. E l’Europa? Il vecchio continente è ostaggio di ipocriti imperativi morali e della retorica pacifista che stigmatizzano Israele e stendono un velo su responsabilità antiche che risalgono agli anni della caduta dell’Impero ottomano e del successivo smembramento secondo i precisi interessi di alcune nazioni. Non si sono nemmeno accorti, alcuni Stati europei, che il pregiudizio antisionista è stato superato persino da qualche Stato arabo La Giordania è uno di questi. Il suo re, Abdullah II, ha affrontato il tema della convivenza impossibile tra Israele e i Paesi arabi, attribuendone la causa all’antisemitismo islamico rintracciabile nel Corano e collegato all’ossessione complottista contemporanea che attribuisce ogni male agli ebrei. Il complotto ebraico è evocato anche nello Statuto di Hamas, movimento notoriamente estremista, fanatico e terrorista, purtroppo scelto dai palestinesi come loro guida politica