Tra bocca e boccone molte cose possono succedere…….l’opinione di Rita Faletti

postato il 28 aprile 2018 alle 02,14

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Smettere i panni del rivoluzionario e vestire quelli istituzionali, non basta per diventare uomo delle istituzioni e garante del sistema costituito, meno ancora convincere che la trasformazione avvenuta in tempi da record sia il risultato di una autentica maturazione. Qualsiasi cambiamento significativo passa attraverso un processo, con un punto di partenza e un punto di arrivo che, quanto più sono distanti concettualmente, tanto più richiedono uno spazio temporale comprensibilmente lungo. E’ altresì vero, che ogni rivoluzionario diventa conservatore una volta raggiunto il potere, e, con il potere in mano, dimentica facilmente le istanze rivoluzionarie che il popolo che lo ha eletto gli ha consegnato perché le realizzi. Se Di Maio riuscirà in quello che palesemente è il suo target principale, diventare premier, dovrà fare ciò che la sua base si aspetta, ovvero mantenere le promesse sbandierate in campagna elettorale. Ma Di Maio ha finora dimostrato di privilegiare la propria premiership, mettendo in secondo piano il programma originario del MoVimento, del quale non si sente più parlare e che, dopo il voto, non è lo stesso di prima. Nell’ottica della politica dei due forni, la Lega di Salvini , ben inteso deberlusconizzata, o il Pd, che ora va bene anche non derenzizzato, fanno lo stesso. Tale qualunquismo, e non vedo come si possa definire altrimenti il comportamento di Di Maio, rivela indifferenza per i programmi, non solo degli altri, ma anche suoi, e un eccesso di egocentrismo e ignoranza istituzionale, dal momento che, essendo uno dei tre competitor, anche se il più votato, in un sistema di fatto proporzionale, non può aspirare alla premiership che spetta al capo dello Stato conferire. Sottovaluta anche, il Di Maio, che il governo del Paese non è suo diritto esclusivo, ma coinvolge anche gli altri due schieramenti: il Pd e la coalizione di centro destra con Berlusconi dentro. Forse il suo 33 per cento lo autorizza a credere di poter imporre l’esclusione di questo o di quello, con la pretesa che i suoi desiderata vengano ascoltati. Evidentemente ritiene di poter propinare a Pd e centro destra le stesse regole che la piattaforma Rousseau impone al MoVimento, spacciando per democrazia diretta una forma di dittatura. Trascura, inoltre, il fatto che il partito democratico a guida renziana, ha governato tre anni e ha fatto riforme, alcune buone altre da migliorare, e non apprezza l’identità Lega –Pd, non avendo nulla in comune con quel partito. La conferma viene dalla frase pronunciata spesso da Salvini: “Mai con il Pd”. E anche Salvini, che ha mantenuto la barra dritta con il vantaggio di risultare agli occhi degli italiani più affidabile di Di Maio, commette un errore di valutazione nel sottovalutare il fatto che il suo alleato di coalizione, Berlusconi, con i dem si alleerebbe oggi stesso se ci fossero i numeri. D’altro canto, continua ad insistere che non lascerà il centro destra per una questione di fedeltà, quando, invece, è evidente che si tratta di una questione di numeri. Sa anche che in un governo con i 5stelle avrebbe la stessa funzione di uno zerbino. Nel frattempo, il secondo giro di consultazioni non ha fatto registrare alcun progresso, nonostante l’ottimismo di Fico. Martina è smentito ogni volta che parla di porte aperte, gradite a una minoranza di personaggi ostili a Renzi, gli stessi che bocciarono il referendum e che, se potessero, eliminerebbero di Renzi anche la foto se sapessero di poter contare su poltrone sicure. E se anche il forno Pd si chiudesse definitivamente? Salvini potrebbe abbandonare il centro destra, ma dubito che lo farà. E se entrambi i forni avessero concordato di giocare un tranello ai grillini per votare un governo del presidente? Rimane il fatto che tra bocca e boccone, molte cose possono succedere.

Scuola vittima di violenza……….l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 aprile 2018

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Nei Paesi asiatici la scuola è tenuta in grande considerazione e la sua funzione educatrice e formatrice è ritenuta imprescindibile da qualunque obiettivo, qualunque sia la classe sociale o il reddito delle famiglie. Sono anzi quelle meno abbienti, le più disposte a sacrifici pur di assicurare alla prole un’educazione che garantisca un futuro lavorativo e professionale. In altre parole, la scuola come superamento della povertà. Il nostro Paese è in controtendenza: l’abbandono scolastico è in aumento. Se poi leggiamoquello che sta succedendo sempre più di frequente in vari Istituti, come il sintomo di una malattia che non da ieri affligge l’istituzione più importante di un Paese, possiamo osservare chela scuola è in piena crisi e nessuno se ne cura. Lo Stato è poco propenso a spendere perché non ha ritorni immediati e gli scioperi studenteschi non fanno neanche il solletico ai politici, tanto i loro figli frequentano istituti privatio vanno a studiare all’estero. Il problema non li tocca. Così della scuola non si parla,ci pensino gli insegnanti a farla andare avanti. Fino a quando un soffitto non crolla sulla testa di uno studente, ferendolo o mandandolo al Creatore. I bagni impraticabili, la carta igienica che manca, i vetri rotti da mesi, il riscaldamento che non funziona, il materiale di cancelleria che manca sono bazzecole. E che dire delle lezioni pomeridiane per insufficienza di aule, del servizio di trasporti inefficiente, degli insegnanti che arrivano dopo mesi dall’inizio dell’anno scolastico e se provengono da altre regioni mandano certificati medici su certificati medici con la complicità di sanitari scorretti? Il nostro Paese non ama i giovani e loro ci ricambiano con lo stesso affetto. D’altro canto siamo un Paese di anziani, egoisti e irresponsabili, attaccati alla nostra presunta tranquillità in nome e a difesa della quale abbiamo disatteso il compito di insegnareil giusto equilibrio tra diritti e doveri. Abbiamo nascosto la testa nella sabbia di fronte allo smarrimento del principio di autorità, che significa saper distinguere tra i ruoli; abbiamo chiuso un occhio sul valore dello studio, della selezione e della formazione, a scuola e altrove. Abbiamo creato una società convinta che tutto le sia dovuto senza dare niente in cambio. “Io ho vinto, voglio tutto e lo voglio subito” le parole di una elettrice del M5s. Tutto è cominciato nel ’68, con la rivoluzione studentesca, che Giuliano Ferrara ha definito giustamente “orgia dei diritti”. Non c’è da stupirsi se uno studente oggi pretende di avere sei quando merita tre, minaccia il professore: ”Chi comanda qui?” e gli ordina di inginocchiarsi. Ci vuole polso, è stato il commento. Indubbiamente, ci vuole polso, ma per avere polso, bisogna, in primo luogo, avere le idee chiare riguardo le relazioni docente-studente, diritti-doveri e bisogna metterle in chiaro,questeidee,fin dall’inizio, e spiegarle, quando serve. E serve nei casi in cui la famiglia è assente perché non esiste o è latitante. La nostra è una società che ha paura di riconoscere la realtà e si ritrae quando deve assumersi responsabilità dimenticando che il senso di responsabilità è alla base della libertà, non quella personale, ma quella di tutti, e della democrazia. I deprecabili episodi di violenza, verbale e fisica, di minorenni sulla via della criminalità ai danni di insegnanti inermi, gli Insulti, le minacce, gli spintoni, le capocciate con il casco, le sediate e le ferite da coltello hanno per protagonisti adolescenti e famiglie che collaborano attivamente in queste spedizioni punitive contro l’insegnante che ha osato riprendere i rampolli incivili e arroganti o dare un’insufficienza. Più che una scuola sembra un corso di pratiche camorriste. La bocciatura può essere la giusta sanzione, ma la strada da percorrere è altra e coinvolge un intero Paese e una sacrosanta lotta all’ignoranza, alla prevaricazione, alle urla belluine della piazza assetata di odio e viziata da decenni di assoluzionismo e autoassoluzionismo.

Guerra sì, guerra no……l’opinione di Rita Faletti

postato il  14 aprile 2018 alle 8,32

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C’è attesa, nel Paese, di un governo che provi a risolvere i problemi dell’economia, del lavoro, dell’immigrazione e della sicurezza. Dopo il tweet con cui Trump ha avvisato il proprio omologo russo che i missili americani “new, nice and smart” sono pronti ad attaccare obiettivi siriani, oggi, forse, alcuni si augurano che, superati i tempi supplementari, chi avrà la responsabilità di guidare il Paese, abbia una visione chiara di quello che si agita fuori dei nostri confini e sappia muoversi con accortezza. Lo dico, perché nessuno dei player in campo ha dedicato una parola alla politica estera. Avendo cucito programmi sartoriali intorno alle aspettative della gente, poco o niente interessata a questo tema, lo ha bypassato tranquillamente. All’italiana maniera di preoccuparsi di un problema solo quando esso si presenta, con la conseguenza di correre ai ripari in modo goffo e inefficace. La classica toppa peggio del buco. Sul fronte interno, un sano realismo, evidentemente assente nei nostri geni, ci avrebbe fatto capire che i fuochi d’artificio hanno breve durata e lasciano dietro di sé solo un piacevole ricordo. A un mese dalle votazioni, infatti, le promesse sono andate sbiadendosi, cedendo il passo alla messa in atto di strategie finalizzate all’acquisizione della poltrona di Palazzo Chigi. Sul fronte esterno, la nostra politica non è mai stata incisiva, nemmeno quando, con il governo Berlusconi, si sarebbe dovuto negare qualunque tipo di appoggio a Francia e Gran Bretagna, con Obama ispiratore, nella guerra in Libia contro Gheddafi. Riguardo la politica interna, l’interesse dell’Europa per noi è modesto, come modesto è il giudizio,in parte meritato, nei nostri confronti. I colleghi più autorevoli dell’Unione, Francia e Germania, sanno che la nostra libertà è vigilata e una deviazione dal tracciato segnato comporterebbe il pagamento di un pegno. Non possiamo farci nulla, ma, almeno, evitiamo di giocare sempre in difesa e osserviamo cosa accade nel mondo che conta. In Francia, Macron riaccende il sentimento di grandeur mai sopito, di un grande impero coloniale sparso un po’ ovunque. Il premier francese ha una gran voglia di affermazione internazionale e la partecipazione ad un attacco militare in Siria sarebbe un’occasione imperdibile. Lo dimostrano le dichiarazioni rese sull’affidabilità di sue fonti riguardo la presenza di gas chimici nelle armi usate dall’esercito siriano a Douma, ultimo baluardo della resistenza anti-Assad. L’uccisione di millecinquecento civili tra cui molti bambini, considerata inaccettabile da Macron, giustificherebbe l’intervento militare. Theresa May non può essere da meno. A fianco dello storico alleato americano, un po’ per allentare l’assedio che da tempo Corbyn e Brown le cingono attorno, un po’ per riprendere quota nei consensi degli elettori britannici contrari al divorzio dall’Europa, un po’ per avvalorare la tesi della minaccia russa. Del resto, neanche la signora di Downing Street può permettersi di far dimenticare il glorioso passato imperiale della Gran Bretagna. Merkel ,invece, è più cauta: metterà a disposizione le sue basi ma non interverrà in alcun modo, nonostante la posizione ferma sulle sanzioni a Putin. Intanto, Gentiloni ha espresso quella che è la linea tradizionale italiana: nessuna partecipazione ad un eventuale conflitto, solo supporto logistico. Posizione che non ci stupisce essendo quella assunta da tutti i governi, del basta non rischiare o rischiare il meno possibile. Questa volta, comunque, la prudenza è d’obbligo. La questione mediorientale, perché di questo si tratta, è un intrico di interessi, alleanze e contro alleanze difficile da sdipanare. Coinvolge Siria, Iran, Turchia, Paesi Arabi, Russia e Stati Uniti, con Putin al centro in funzione di mediatore. E non dimentichiamo Israele, che gioca la sua partita contro Teheran, il nemico che si nasconde dietro Hezbollah e Hamas e considera la Siria una sorta di colonia personale. E se Putin è il punto di riferimento per tutti, è proprio con Putin che Netanyau, nel corso del 2017, ha avuto sette incontri, sui quali, prima o poi, Mosca dovrà dare spiegazioni a Teheran. Come si capisce, è tutto molto complicato e la policy di Trump, della minaccia e della ritrattazione, a un primo sguardo non aiuta. Il comunicatore elettronico maniacale inonda mezzo mondo con i suoi tweet bellicosi, per poi ripensarci e fare marcia indietro. Una tattica che, fino ad ora, ha prodotto buoni risultati con il nordcoreano Kim Jong-un. Oggi il suo obiettivo è quell’”animale” di Assad, e non gli si può certo dar torto. Credo, però, che la sua intenzione non sia quella di scatenare una guerra contro Putin, che l’intuito mi suggerisce essergli simpatico, e nel quale preferirebbe vedere un alleato nella quasi vocazione di entrambi di agire da guardiani del mondo. Purtroppo, la grana del Russiagate non gli consente di manifestare il suo pensiero in un momento così difficile della sua presidenza. Ma se resisterà agli attacchi e all’impulso di twittare in continuazione, può darsi che qualcosa di buono venga fuori.

Via al secondo giro di giostra……..l’opionione di Rita Faletti

postato il 7 aprile 2018 alle 18,25

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La settimana prossima, Mattarella aprirà un secondo giro di consultazioni che i veti incrociati di Di Maio e di Salvini hanno condotto ad un nulla di fatto. Riusciranno i vincitori a raggiungere i numeri necessari per governare? Di Maio non vuole saperne di Berlusconi, Berlusconi non vuole saperne di Di Maio, Salvini non vuole saperne di mollare la coalizione per diventare socio di minoranza di Di Maio. Quest’ultimo, è da giorni che va ripetendo il refrain del contratto su punti programmatici da condividere o con il Partito Democratico o con la Lega. Quanti vorrebberoil PD al tavolo delle trattative, sono convintiche Di Maio preferirebbe accordarsi con i Dem. La conferma vienedalle sue stesse parole: “Sotterriamo l’ascia di guerra”. Come spiegare il mutato atteggiamento verso il partito accusato di essere mafioso, corrotto e altre belle cose? Dopo l’iniziale apertura di Salvini, Di Maio deve aver intuito che il leghista non ha alcuna intenzione di gettare al macero un sostanzioso bottino di voti per avere poco in cambio. Allapremiership in un governo 5S-Lega, Salvini non è interessato; il suo vero obiettivoè sfilare il Centro Destra a Berlusconi. “Tombini di ghisa” è un pragmatico e sa che la pazienza e il largo consenso accreditatogli al Nord dove il suo partito amministra assai bene due regioni e diversi comuni da anni, lo compenseranno al momento opportuno. Quindi, su questo versante, niente da fare. Dove poter aprire una breccia? Il Partito Democratico, sconfitto e confuso, con un reggente debole, Maurizio Martina, non certamente scelto a caso dal segretario dimissionario, è lacerato tra il desiderio di partecipare e la determinazione a rimanere fuori dai giochi, rigorosamente e pervicacemente all’opposizione. All’opposizione di cosa in assenza di un governo? Vero. Ma il PD renziano, che per ora è più forte anche numericamente, non vuole “confondersi” con un MoVimento con cui condivide parzialmente solo la questione del reddito (di inclusione o di cittadinanza forse si può arrivare ad una mediazione) Antitetiche le posizioni sulla Fornero (l’Inps ha un buco di sette miliardi che raddoppierebbero se la legge in questione venisse abolita) e sul lavoro; sull’immigrazione non si capisce cosa i 5Stelle vogliano fare. C’è inoltre un aspetto, non marginale agli occhi dei Dem e di osservatori attenti: il potere è l’unico obiettivo dei 5Stelle, che sia la Lega o il PD a fornirgli una sponda non fa differenza. Ricchetti a questo proposito è categorico: “Non stiamo con chi considera noi e la Lega intercambiabili.” Intanto,i sostenitori delle due correnti di pensiero interne al partito, organizzano incontri e Martina fa la spola tra chi non si arrende a vedere il PD in ginocchio e chi sarebbe propenso al dialogo. Che sarebbe comunque possibile, fermo restando un principio fondamentale: scoprire il patrimonio culturale, letterario, umano, il concetto di democrazia, l’idea di giustizia e la visione del mondo dei 5Stelle, ancora ignoti ai più.Perché nel calderone dei grillini c’è tutto e il contrario di tutto e nel loro DNA il metamorfismo vissuto e praticato con assoluta indifferenza.