Il caso del professore sospeso per una settimana….. l’opinione di Rita Faletti

 

Pubblicato l’11 settembre 2017 alle 11,23

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L’emittente del patron Urbano Cairo ha messo alla gogna per mano del sinistrorso disturbatore David Parenzo un professore dell’Istituto Superiore Falcone-Righi di Corsico (Mi) , sospeso dall’incarico per una settimana. Caspita! Cosa può aver fatto? Come minimo avrà insidiato qualche studentessa, si dirà. Forse, se la sarebbe cavata con molto meno. Invece il docente ha avuto il torto di intavolare una conversazione con una studentessa musulmana sul Ramadan. Accortosi che la fanciulla mezza-luna ne ignorava completamente il significato, ha fatto quello che troppi insegnanti non fanno più per ignoranza o pigrizia. Ha cercato di approfondire l’argomento con l’intento di stimolare il senso critico della studentessa e, indirettamente, di tutta la classe. Purtroppo l’ignoranza, che è una gran brutta bestia, si difende come può, il più delle volte miseramente. E così è stato. La bella anima, offesa solo dalla propria ignoranza, ha pensato bene di vendicarsi del professore che secondo lei l’aveva messa in ridicolo di fronte ai compagni, riferendo a modo suo l’accaduto alla madre: il professore aveva criticato l’islam. Risultato? La preside dell’istituto, altra mente illuminata in questa vicenda italiana che racconta di coraggio e dignità, per non incorrere nell’accusa di islamofobia o razzismo, si è ben guardata dal difendere il suo insegnante. Ha preferito sacrificarlo sull’altare dell’islam. Non il professore, al quale vanno il mio rispetto e la mia riconoscenza, bensì la preside, che biasimo, meriterebbe lei la sospensione e la decurtazione dello stipendio, pena inflitta invece all’insegnante che si è limitato a fare il suo dovere. La donna, senza ombra di dubbio un mediocre personaggio, costretta dalla propria paura a barcamenarsi tra le pretese delle famiglie e le esigenze del territorio, avrebbe dovuto ricordarsi che nel caso il professore avesse davvero criticato l’islam, non avrebbe commesso nessun reato, dal momento che il delitto di opinione non è contemplato dalla nostra Costituzione. Oltre che ignorante e priva di carattere, la dirigente si è dimostrata anche inadatta a condurre una scuola, luogo in cui stimolare il senso critico di un giovane e la capacità di discriminare, valutare e scegliere con la propria testa ne costituiscono l’essenza. Ma purtroppo, in totale sintonia con il Paese che la nutre delle sue paure, l’istituzione che dovrebbe essere nobile, si è molto allontanata dagli obiettivi che ne farebbero le fondamenta di una società sana e libera. Non solo, la dirigente ha dimenticato, pardon, non ha capito, che la mancanza di coraggio è figlia della mancanza di dignità e madre della schiavitù. Si può criticare la religione cattolica, e mi pare che i cattolici siano vittime in tutto il mondo non solo di critiche, perché allora non si può fare altrettanto con tutte le altre professioni di fede, compreso l’islam? Lo scrittore francese Houellebecq, che certamente in questa pavida Europa non si è ancora inchinato all’islam come una parte del suo paese ha già fatto, ha dichiarato che quella musulmana è la religione più stupida del mondo e che il Corano è scritto male. Se il Corano sia scritto bene o male lo ignoro. So invece che la scrittura, e quindi la parola, segue il pensiero e ad esso si uniforma, se il pensiero è debole o zoppicante, lo è anche la lingua attraverso cui esso si esprime. Comunque, se il Corano è la guida morale e politica dei musulmani, è nel loro pieno diritto e, aggiungerei, soprattutto dovere, seguirlo. In quanto al nostro mondo di “infedeli” che hanno combattuto e versato sangue per la conquista delle libertà fondamentali, non accetto che venga vilipeso, insultato e ferito né da chi vuole imporci il suo, oscurantista, fermo a 1400 anni fa, né tanto meno da chi a quel mondo appartiene e alle libertà di quel mondo non si sogna di rinunciare. Abbiamo rimosso dalle aule il crocifisso, “un cadaverino ignudo che spaventa i bambini musulmani”, come è stato vergognosamente definito il simbolo della cristianità da qualche eminente esponente dell’islam che diversi imbecilli del nostro paese riveriscono e coccolano. Stiamo ben attenti a non offendere in alcun modo la suscettibilità dei musulmani rischiando persino il ridicolo. Basta! Rispondiamo sfidandoli sul loro stesso terreno e iniziamo con l’appendere alle pareti delle aule scolastiche le immagini dei giornalisti sgozzati, dei cristiani massacrati nelle chiese e dilaniati dalle bombe, delle donne musulmane picchiate a sangue e minacciate di morte perché osano frequentare occidentali. Chissà che la condivisione di immagini non sia un primo passo verso la condivisione di valori.

  1. Rita Faletti…la nostra Oriana Fallaci, ma quella incazzata e fissata con l’Islam dell’ultima parte della sua vita…

  2. Un Provveditore agli Studi serio dovrebbe prendere in mano la situazione e convocare sia la preside sia l’insegnante per un confronto sulla vicenda. Lascerei perdere la ragazza perché abbiamo capito che non sa un’acca dell’islam.

  3. Le religioni sono l’oppio dei popoli……… e perchè no anche il calcio e la politica.
    Tonino Spinello

  4. Condivido la prima parte dell’articolo, che difende il diritto-dovere di una discussione critica sull’islam. Critico la conclusione che, alla stregua di molti populisti in cerca di facili consensi, accosta l’islam alle atrocita’ dei terroristi. Così non ci siamo!!!

  5. A DISTANZA DI TEMPO SI E’ RICONOSCIUTO CHE LE BRIGATE ROSSE NON ERANO COMPAGNI CHE SBAGLIAVANO, MA ERANO TERRORISTI DI SINISTRA. CHI SONO I TERRORISTI DI OGGI? SONO ISLAMICI….. FANATICI, MA SEMPRE ISLAMICI SONO. NON E’ GIUSTO CONDANNARLI TUTTI, MA STARE ALL’OCCHIO CERTAMENTE SI.

  6. Consiglio per la signora Faletti: il fascismo si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando. Bubu

  7. @ Bubu
    “Il fascismo si cura leggendo e il razzismo si cura viaggiando” di Miguel de Unamuno. Complimenti per l’originalità.

  8. Non conosco abbastanza il giornalista Parenzo, né il contesto in cui avrebbe messo alla gogna il docente Marinelli. Certo, la notizia è curiosa e la situazione ha l’aspetto di un tubo-colabrodo dal quale escono in modo incontrollabile tanti getti d’acqua; perché penso non si tratti semplicemente di un episodio imbarazzante, da chiudere con una scrollatina di spalle. E’ lo specchio del clima in cui si vivono i rapporti tra persone di diversa cultura, tra perfettamente e imperfettamente integrati. Dispiace, poi, che la Scuola costituisca lo sfondo di una storia tutt’altro che edificante. Una studentessa si rifiuta di accogliere un docente – per ragioni religiose o forse di principio – diversamente dai compagni di classe, che all’unisono si alzano in segno di saluto. E’ bello scoprire che ancor oggi esiste un’educazione condivisa dei gesti, così come è brutto constatare che chi in Italia ha trovato la libertà che manca nel Paese da dove è fuggita faccia un uso distorto di questo bene. Non è chiaro il codice di comunicazione usato dal docente di diritto – che avrebbe dovuto tenere una relazione sullo stato islamico – nei riguardi della studentessa, che giustifica il suo diverso comportamento con la stanchezza dovuta alle “fatiche” del Ramadan. E’ ammirevole, invece e a mio avviso, che da una situazione poco conveniente il professore colga l’occasione per stimolare una discussione volta ad approfondire alcuni aspetti di una religione, per meglio conoscerla e per farne un’occasione di crescita comune. Forse gli è scappata qualche considerazione fin troppo personale ma una studentessa che, permalosamente, sfugge a una domanda o a una considerazione del docente allontanandosi arbitrariamente dall’aula si sottrae alle regole. Non è mancata la conoscenza della lingua, cioè della comunicazione parlata, che in una quinta classe superiore anche una ragazza egiziana grossomodo conosce, ma l’intesa culturale. “….è solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui…” (Scuola di Barbiana – Lettera a una professoressa). Alla madre della studentessa, di certo, è mancato il necessario equilibrio, scrivendo alla preside Amantea dell’Istituto e adducendo offese all’Islam nonché umiliazioni per la propria figlia, e misura nell’aver presentato un esposto ai Carabinieri. Infatti, ritengo che non comprenda il vero valore di quella libertà che le è stata negata al suo Paese e di cui oggi abusa, disponendone in Italia. Sono mancate saggezza e competenza alla preside dell’Istituto nell’avviare una procedura di vera e propria persecuzione contro il docente ma nessun provvedimento nei riguardi della suscettibile ragazza. E’ mancata la conoscenza del valore della Scuola, una carenza gravissima per una dirigente e per l’intero sistema scolastico. “La scuola è l’unica differenza che c’è tra l’uomo e gli animali. Il maestro dà al ragazzo tutto quello che crede, ama, spera. Il ragazzo crescendo ci aggiunge qualche cosa e così l’umanità va avanti. Gli animali non vanno a scuola. Nel Libero Sviluppo della loro Personalità le rondini fanno il nido eguale da millenni” (Scuola di Barbiana – Lettera a una professoressa). Qualcosa non quadra: il disinteresse e il silenzio sotto i quali è passata questa notizia; l’addebito di inosservanza dell’art. 3 della Costituzione Italiana e delle regole deontologiche della professione al docente, nessun appunto alla studentessa o a chi per lei. Ma in quale Paese, civile, democratico, evoluto, alcuni sono sottoposti alla Legge mentre altri ne stanno al di sopra o al di fuori? E in quale altro le regole comportamentali valgono solo per alcune comunità e non per altre?

  9. @ Leprenellaluna
    il suo scritto è un saggio di cultura ed equilibrio che tutti i dirigenti scolastici di questo Paese dovrebbero adottare come guida di comportamento.

  10. Sig.ra Faletti, ella ha saputo trovare nel commento di leprenellaluna ciò che a mio avviso manca nei suoi articoli, la parola equilibrio…

  11. Gentile Faletti,
    Le sono grato per l’attenzione riservata al mio commento, che muove da considerazioni fin troppo semplici, ispirate anche dal libro da cui ho tratto le due citazioni. E’ evidente che, in un quadro generale, le soluzioni colpevolmente inappropriate e le politiche errate, più divisive che costruttive, lasciano il mondo orfano, abbandonato alle sue povertà morali e materiali. A nulla sono valsi, e valgono, costosi, fumosi e accademici convegni di addetti ai lavori ed esperti; da decenni inattuate rimangono le carte dei diritti e le convenzioni, approvate e ratificate da politici che amano parlare e imbonire senza andare troppo in fondo, quando il gioco si fa più difficile e pericoloso. Credo che chi sceglie di fare il docente, oltre ai testi che lo formeranno e al tirocinio che lo inizierà alla professione-missione, dovrebbe completare il piano di studi con un testo fondamentale, ignorato e boicottato da un sistema che in esso legge le proprie vergogne e i propri fallimenti: Lettera a una professoressa – Scuola di Barbiana – Libreria Editrice Fiorentina. Perché è importante che la Scuola diventi finalmente quello che non è mai stata: palestra di vita. Così come credo che chi si accinge a formare una nuova famiglia, anche le giovani coppie straniere che scelgono di vivere in Italia, chi esordisce nel mondo del lavoro (una bella fortuna!), chi intraprende l’attività politica o è chiamato a ricoprire ruoli impegnativi nella società civile e in campo militare, chi diviene “ufficialmente” adulto al compimento del diciottesimo anno d’età, dovrebbe leggere un saggio breve ed essenziale: Responsabilità e speranza – Eugenio Borgna – Einaudi. Infine, credo sarebbe bene ripetersi frequentemente le semplici e profonde parole pronunciate dalla persona più influente che la storia annoveri, che non necessita di presentazioni e che considero per l’occasione in una delle due sue sostanze: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti”(Matteo 7,12). La chiamano la regola d’oro ma è un tesoro che attrae pochi. O è strano questo tesoro o è strano il mondo. Nulla di religioso, per carità, ma una soluzione semplice ed efficace. Solo che la troppa semplicità, benché efficace, manda all’aria ogni sapere, competenza, specializzazione, con il rischio concreto di creare disoccupati d’elite. E’ un pericolo da scongiurare, intensificando la ricerca di soluzioni più complesse e difficilmente comprensibili. Del resto, è questo il modo convenzionale di intendere la cultura: l’imperscrutabile dono di geni a un’umanità che attende soluzioni ai problemi dell’esistenza. Non auspicabile, perché troppo banale, poco carica d’aspettative e più terra-terra la ricerca individuale e collettiva di una serena e dignitosa convivenza globale.

Aspettando Godot, ovvero aspettando il vero politico….di Rita Faletti

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C’è qualcuno, fresco di diploma di scuola superiore o appassionato di teatro, che non ricordi “Waiting for Godot” (“Aspettando Godot”) di Samuel Beckett? Beh, quella tragicommedia non può non aver lasciato traccia, almeno per una particolarità: nei due atti di cui è composta, non succede proprio niente; neanche la scena cambia. I due personaggi principali, Vladimir ed Estragon, si conoscono da lungo tempo, forse sono amici, ma non hanno niente in comune, sono, anzi, antitetici. Vladimir è del tipo riflessivo e, come tale, è spesso in contemplazione del cielo mentre la sua mente si perde tra questioni filosofiche e religiose. Tutto il contrario di Estragon, perennemente concentrato sul cibo con cui riempirsi lo stomaco e su qualche rimedio agli acciacchi fisici che lo fanno soffrire. Però una cosa ce l’hanno in comune: entrambi aspettano e aspettano e aspettano……….Godot, l’enigmatico, indefinibile, sconosciuto personaggio che risolverà i loro problemi, ma il cui arrivo viene puntualmente procrastinato. Malgrado la delusione, nessuno dei due si rassegna ad andarsene, ognuno per la propria strada. Invece rimane e continua a sperare nell’incontro con questo signor Godot. Intrigante commedia dai risvolti tragici e dalle mille interpretazioni. Intrigante soprattutto per via di quel tizio, Godot, con quel nome strano che ne rievoca un altro, God, Dio. Si tratta di Dio? Chiese un critico del tempo al noto drammaturgo irlandese, che diede due risposte diverse: no, se avessi inteso Dio, lo avrei chiamato Dio; l’altra: forse. Ora, a parte la molteplicità di interpretazioni che la pièce offrì al pubblico e ai critici contemporanei, cambiata la società e cambiata la realtà storica, c’è un tema, trasversale sia ai tempi che alle società, un tema universale e connaturato alla natura umana: il tema dell’attesa, dell’aspettativa. Nell’attesa c’è tutto, energia, vitalità, trepidazione, speranza. Se trasferiamo la vicenda sul piano politico, l’aspetto drammatico non cambia. Ognuno di noi attende il “salvatore”, colui il quale ci risolverà finalmente i problemi. In questa ottica, chi è il Vladimir della commedia e cosa rappresenta? Vladimir rappresenta la categoria dei pensatori, i cosiddetti intellettuali, che ti spiegano la realtà dal loro punto di vista, filosofeggiano sui mali della nostra società e costruiscono teorie. Estragon, invece, è l’uomo comune, con i suoi problemi quotidiani, le sue ansie, le sue paure, la sua fame di cibo e di giustizia, le sue malattie. Pur lontanissimi l’uno dall’altro, così lontani da sembrare gli abitanti di due pianeti, sono ambedue in attesa di qualcuno che offra conferme alle loro elucubrazioni, risposte alle loro domande, soluzioni ai loro problemi. Ecco che Godot non può che essere il politico odierno. Quello che, non facendosi mai vedere o facendosi vedere troppo e inutilmente, è inesistente, incapace di offrire soluzioni, prendere decisioni, assumersi responsabilità, mantenere fede alle promesse, in due parole, creare valori affermandoli e vivendoli. L’arrivo del Godot Politico, capace, efficiente, responsabile è atteso, sperato, voluto. E’ un’attesa lunga di anni, con intervalli di speranze e delusioni, purtroppo finora vana e inutile. Vana e inutile come si è rivelata la politica, vana e inutile come, secondo Beckett, è la vita dell’uomo.

 

  1. A beh,… allora abbiamo voglia di aspettare politici veri e soprattutto seri… Speriamo nei 5 stelle.

Catalogna tra autodeterminazione e autoritarismo: aspettando l’Europa………….l’opinione di Rita Faletti

 

postato il 04 ottobre 2017 alle 10,04
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Da questa mattina, in Catalogna tutti si sono fermati. E’ sciopero generale indetto dal governo di Barcellona domenica scorsa,dopo la proclamazione della vittoria del “si ” al referendum per l’indipendenza della regione spagnola. Lungo le strade della capitale catalana, manifestazioni pacifiche testimoniano l’euforia dei cittadini ad un passo dalla dichiarazione formale di indipendenza. “Volete che la Catalogna sia uno Stato indipendente in forma di repubblica?” Il 92 per cento dei votanti ha risposto come era prevedibile, senza lasciare margini di dubbio ad uso e consumo del Governo centrale che ha tentato in tutti i modi, anche con la forza, di impedire le consultazioni. La Guardia Civile ha sequestrato urne, schede elettorali, materiali di propaganda e computer; ha fatto irruzione nella sede del Parlamento catalano, ha malmenato, ferito , arrestato. Dall’altra parte, i Mossos, la polizia catalana, si è schierata con gli indipendentisti. La domanda che ci si pone ora, è “se nel braccio di ferro con Madrid, Barcellona riuscirà a piegare l’avversario”. La questione non é semplice per diverse ragioni. La prima riguarda il Governo Rajoy che, già abbastanza debole, non può permettersi cedimenti di fronte al Paese; la seconda riguarda i rapporti della Spagna con l’Unione Europea che, in evidente imbarazzo, ha lasciato passare del tempo prima di pronunciarsi. L’ha fatto, cercando, nel suo solito stile, di non scontentare troppo nessuno dei due contendenti: la repressione della polizia è stato un errore ( macché errore, di violenza si è trattato ) ma il referendum è illegale perché in contrasto con la Costituzione spagnola. Un colpo al cerchio e uno alla botte.Fuori dall’Europa, gli USA hanno fatto sapere che l’indipendenza della Catalogna è un affare interno di Stato, quindi non si immischiano. Il presidente della UE Antonio Tajani, si è spinto oltre le affermazioni di Juncker: bisogna considerare con molta cautela le autonomie e i movimenti separatisti per le conseguenze non sempre prevedibili. L’effetto domino, appunto. Enon poteva mancare la domanda, rivolta a qualche politico di casa nostra, sulla richiesta di autonomia da parte della Lombardia e del Veneto. Gli interrogati si sono affrettati a dire che la situazione della Catalogna non è paragonabile a quella delle due regioni italiane.Ma più interessanti delle esternazioni di politici e rappresentanti delle istituzioni, che lasciano il tempo che trovano e riflettono gli interessi del momento, sono le cause che spingono una comunità a desiderare l’indipendenza. Nel caso del popolo catalano, che gode comunque di una certa autonomia da Madrid, la spinta all’autodeterminazione muove da diversi fattori: la condivisione di una propria storia, una propria cultura, una propria lingua, una propria bandiera, un proprio inno, una propria polizia. Oltre a questo, che non è poco, i catalani vogliono uno Stato diverso da quello spagnolo che sono stufi di continuare a sovvenzionare con i tanti contributi versati nella cassa centrale madrilena. La Catalogna è, infatti, tra le regioni più industrializzate e ricche del Paese, con il 19 per cento del Pil, la Seat,la Nissan e altre settemila multinazionali. E’ incontestabile che voglia rinegoziare la sua posizione fiscale e tenersi i suoi soldi, come appare oggettivamente incontestabile la sua pretesa di indipendenza, che il Governo spagnolo e la Corte Costituzionale non sono disposti a concederle, anche per non creare precedenti.In una posizione simile, si trova anche la Gran Bretagna post Brexit nei confronti della Scozia, del Galles e dell’Irlanda del Nord e, come indica la carta dell’European Free Alliance,in Europa esistono ben 40 movimenti tra separatisti, autonomisti e nazionalisti che sono la rappresentazione di realtà disomogenee e in fermento che i confini nazionali o regionali o un corpo di leggi non bastano a contenere e frenare nelle loro pulsioni libertarie. Quasi mai le ragioni economiche, contrariamente a quanto si crede e benché non prive di peso, valgono da sole ad accendere la spinta centrifuga. Di importanza uguale se non maggiore, sono le affinità culturali e di mentalità, le radici storiche e la religione e tutte vanno tenute nella medesima considerazione e rispettate. Un continente che si vanta di essere democratico a chiacchiere, deve dimostrarlo nei fatti.

 

Reggia di Caserta: aumentano gli introiti e i sindacati protestano…l’opinione di Rita Faletti

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A chi lavora con passione e ottiene risultati significativi per la collettività e per l’intero Paese , si fa ostruzionismo. E’incredibile, eppure succede anche questo in Italia. Mi riferisco allo straordinario impegno di una persona, Mauro Felicori, e alla rinascita a nuova vita della residenza reale più grande al mondo, la Reggia di Caserta. Vittima della negligenza e dell’indifferenza di troppi parassiti di Stato privi di dignità, l’imponente complesso barocco progettato dal Vanvitelli per Carlo III Borbone, oggi , grazie al nuovo direttore, appare in tutto il suo fascino a visitatori italiani e stranieri ( da 428 mila a 683 mila in tre anni ) ammirati dalla maestosità delle costruzioni, affascinati dal meraviglioso Parco, dalla Peschiera con le sue statue, le sue fontane e le sue cascatelle, avvolti nel verde del Giardino inglese. Una sorta di miraggio in un contesto da periferia degradata, dove, come una meteora, è piombato un personaggio scomodo, come scomodi sono quelli che hanno voglia di lavorare in mezzo a schiere di fannulloni, incuranti del fatto che lo stipendio non è un diritto, attaccati con il mastice al loro tran tran quotidiano fatto di ozio e ignoranza. Con l’energia e lo spirito di iniziativa che distingue gli abitanti della sua regione, l’Emilia Romagna, il direttore Felicori ha riorganizzato l’organico, assegnato nuovi compiti, potenziato le comunicazioni, sparigliando persone e mansioni e rendendo un gran servizio al Paese. Molto bene. E invece no. L’esperienza ci ha insegnato che basta un accenno di cambiamento, perché invidia e ostilità avviino imponenti manovre di annientamento. E nel baillame di proteste, sono spuntati fuori anche i sindacati, ” Il direttore lavora troppo, le luci del suo ufficio rimangono accese fino a tardi” Ma va! Non ditemi che erano preoccupati per la salute di Felicori! Sappiamo bene che non era così, ma intanto gli zelanti difensori del lavoro “sfruttato”, hanno presentato le loro rimostranze ai Beni Culturali. Felicori non si è lasciato impressionare, anzi, ha continuato con la sua rivoluzione culturale, mettendo bene in chiaro diritti e doveri di ognuno e sottolineando che il successo o l’insuccesso sono responsabilità di tutti. E non è finita qui. E’ anche riuscito nell’intento di far sloggiare gli abusivi che avevano trasformato il grande atrio in una specie di suk magrebino ed ha ottenuto una sentenza di sfratto definitivo nei confronti degli occupanti senza diritto di sei appartamenti, posti tra la Reggia e le costruzioni nel Parco Reale. Ha scomodato Carabinieri, Polizia di Stato, Guardia di Finanza, Polizia Municipale e Vigili del fuoco per ristabilire l’ordine sovvertito dai soliti furbi. Recentemente la Reggia è tornata alle luci della ribalta in seguito alla notizia che i sindacati ci stanno riprovando. Questa volta, la scusa è che la delicatezza del complesso e del suo “prezioso contenuto” possano essere danneggiati dai numerosi turisti che, ogni giorno, affollano le sale del Palazzo. E dov’ erano questi signori quando la dimora dei Borboni giaceva vittima della sporcizia e dell’incuria? Cosa facevano i loro lamentosi protetti invece di spazzare, spolverare, tirare di ramazza, sfalciare l’erba del Parco?  “Si autoriformino o lo facciamo noi” ha dichiarato Di Maio riferendosi in generale ai sindacati. Io aggiungerei: o vi decidete a lavorare o vi licenzio.