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Tempi bui per il maramaldo del Cremlino…l’opinione di Rita Faletti

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Da Kharkiv, di nuovo in mani ucraine, per un centinaio di chilometri quadrati nel nord est del Paese, se alzi gli occhi al cielo vedi sventolare il giallo-blu delle bandiere, salutate dall’entusiasmo degli abitanti, quelli rimasti e quelli che sono tornati. La controffensiva di Kyiv continua, grazie alle sofisticate armi americane che i militari hanno imparato ad usare dagli addestratori occidentali.  La lunga fase di stallo è alle spalle, insieme a incertezza e apprensione, superati da nuova energia e dalla ferma volontà di ricacciare il nemico oltre i confini del Paese. Le linee russe sono state spaccate e l’esercito di Mosca è in fuga. In un’altalena di stati d’animo, l’esultanza per la riconquista di territori si spegne nella scoperta di camere di tortura di staliniana memoria e altre fosse comuni: dopo quelle di Bucha e Mariupol, nella foresta intorno a Izyum sono stati ritrovati 440 cadaveri, in maggioranza di civili con evidenti segni di sevizie e anche nell’area di Kharkiv i corpi rinvenuti in una fossa comune  rivelano che i russi si sono divertiti a torturare. La lista dei crimini commissionati dal boia del Cremlino si allunga, mentre si allarga il territorio liberato. Nella precipitosa ritirata, i russi hanno abbandonato magazzini interi di armi e munizioni, impoverendo il già ridotto arsenale cui le forze russe hanno dato fondo dall’inizio dell’invasione, confidando nella forza bruta  più che nella strategia. “Schiaccerò l’Ucraina tra due dita come un moscerino”, aveva dichiarato con disprezzo Putin, che da Samarcanda, dove si è svolto il summit della Sco, Organizzazione per la cooperazione di Shangai, fa sapere che nulla è cambiato nell’operazione speciale e tutto procede secondo i piani. Mente sapendo di mentire. Le cose non stanno proprio così, altrimenti non insisterebbe sul solito punto: “Togliete le sanzioni”. Che stanno funzionando a dovere e nella giusta direzione. Le truppe russe sono a corto di armi e il Paese non riesce a far fronte alla produzione interna tant’è che l’esercito, per riparare le apparecchiature militari, ha dovuto recuperare i microchip da lavastoviglie e lavatrici avendo esaurito i semiconduttori. E’ esilarante che lo zar sia costretto a rivolgersi a stati paria come la Corea del nord, sotto sanzioni da anni, e per questo con forniture belliche assai poco all’avanguardia. Ma non è solo questo a preoccupare lo zar. Il conflitto ha provocato molte vittime nell’esercito e la difficoltà di arruolare giovani disposti ad andare al fronte ha spinto Putin a chiedere a  Ramzan Kadyrov , sempre molto attivo nella funzione di atterrire il nemico, di procurargli 300 mila forze fresche tra i ceceni.  Ma i guai di Putin non sono finiti. La Fao ha rilevato che i prezzi alimentari mondiali sono scesi per la diminuzione delle quotazioni internazionali del grano e dei cereali, dopo il picco raggiunto dall’inizio dell’invasione. Il mercato, che non ha sentimenti e non fa distinzioni tra buoni e cattivi, segue l’andamento della guerra e il blitz russo mancato ha fatto ripiegare i prezzi. L’ apertura dei porti sul Mar Nero e le aspettative positive sui nuovi raccolti in Canada e Nord America hanno ridimensionato il prezzo del grano, sceso del 5,1%. Chi voleva sterminare un popolo, distruggendo campi, raccolti e magazzini di grano e cereali e fermato le navi ha perso la sua battaglia. Lo attendono tempi duri: von der Leyen ha ribadito che le sanzioni saranno più stringenti e gli aiuti economici e militari all’Ucraina continueranno finché sarà necessario. Biden preferisce la linea della cautela: “Una guerra ha molti aspetti di imprevedibilità” , ha detto , annunciando un nuovo pacchetto di aiuti militari per contrastare “la vendetta di Putin”. La Cina, perplessa, non si pronuncia e Narendra Modi, il premier indiano, dichiara che questo non è il tempo per la guerra. Putin fa la vittima e dice che è l’Ucraina a non voler la pace, sorvolando sul fatto che vuole essere lui a dettare le condizioni. Finora, il capo del Cremlino ha al proprio attivo solo sconfitte. Spiace per i nostri connazionali suoi amici, sempre pronti a giustificare il maramaldo, per motivi che la cattiva coscienza non consente di confessare.

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Svezia frena sull’immigrazione…l’opinione di Rita Faletti

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Tra i Paesi più avanzati civilmente, con uno stato sociale efficiente, rispetto per l’ambiente e tradizionalmente aperto all’accoglienza degli stranieri secondo il principio che chiunque calpesti il suolo svedese è ben accetto, dal 2019 ha rimesso in discussione il modello multiculturale cui si era ispirato. La ragione principale è legata all’immigrazione che fino a qualche anno fa non aveva avuto alcun impatto sulla società e sul senso di sicurezza della popolazione. Al contrario, chi imputava al fenomeno migratorio la causa del drammatico aumento della violenza era considerato razzista. A invertire la rotta e fissare la limitazione dell’immigrazione, è il Partito socialdemocratico guidato dalla premier Magdalena Andersson,  in carica dal 2021, la stessa che ha annunciato lo scorso maggio la decisione del Parlamento unicamerale svedese di chiedere l’adesione alla Nato dopo l’invasione dell’Ucraina. “Non vogliamo una Somalitown nel nostro Paese”, ha dichiarato, riconoscendo che l’integrazione è fallita. In Svezia ci sono intere aree, non dal 2019, i cui abitanti non di origine nordica, hanno instaurato un sistema culturale e religioso proprio, che non riconosce le regole dello Stato svedese, dando origine a uno stato parallelo. L’auspicata integrazione, nonostante l’accesso all’istruzione, al welfare e ai servizi che lo stato svedese offre a tutti, non si è realizzata. Tutto è precipitato nel giro di due anni, in particolare nel sud del Paese dove la violenza in costante aumento di bande armate è fonte di crescente preoccupazione. Afflitta da problemi simili, la vicina Danimarca, collegata alla Svezia attraverso il Ponte Oresund,  ha deciso di risolverli limitando al 30 per cento la presenza di immigrati entro il 2030. La Svezia intende spingersi oltre, al tetto del 50 per cento. Da paese tra i più tranquilli e sicuri, infatti, si è trasformata in una  sorta di poligono  di tiro con un tasso di sparatorie tra i più alti in Europa, il 47 per cento nel 2021 e il 44 per cento dall’inizio del 2022. La situazione attuale è conseguenza del fatto che nessuno, alle prime avvisaglie, aveva voluto riconoscere le implicazioni dell’accoglienza di persone culturalmente distanti, per timore dello stigma di xenofobia e razzismo. Domenica scorsa gli svedesi sono andati alle urne e il partito di estrema destra dei Democratici svedesi di Jimmie Akesson ha toccato il 20,7 per cento, per la prima volta secondo partito alle spalle dei socialdemocratici di Andersson al 30,5 per cento. Il tema della sicurezza, centrale negli interessi degli svedesi, ha fatto sì che i partiti in lizza siano giunti a una mediazione tra le posizioni tradizionalmente più tolleranti dei socialdemocratici e quelle più intransigenti dei democratici svedesi che pur avendo abbandonato l’estremismo originario rimangono sostanzialmente un partito anti immigrazione, anti islam e anti europeo. Il Covid e la guerra in Ucraina hanno distolto l’attenzione dell’Ue dalla questione tutt’altro che secondaria dell’immigrazione, a cui i conflitti sparsi ovunque hanno conferito carattere di normalità. L’Europa, per le condizioni di benessere dei suoi cittadini, e la prossimità ai paesi di partenza dei flussi migratori, è la meta preferita. Fingere che il problema non esista o pensare di risolverlo mettendoci sopra qualche pezza, ritarda la soluzione, peggiora le cose e aumenta la percezione di insicurezza e la convinzione che l’Ue non sia in grado di affrontare con consapevolezza, spirito unitario e pragmatismo un problema grosso come una casa.

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Il coraggio che manca…l’opinione di Rita Faletti

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La questione del gas, del prezzo che fluttua, del rischio di un taglio totale delle forniture, come promette Putin se verrà approvato il tetto sul prezzo del gas russo, tiene i Paesi dell’Ue sospesi tra il vorrei e il non posso. Ieri i ministri dell’Energia dei 27 non hanno deluso le aspettative di chi ravvisa nel comportamento dell’Unione la spiccata propensione alle mezze misure, al ritardo o alla retromarcia. Von der Leyen preme perché si arrivi a un accordo sul tetto al prezzo del gas, ma l’unanimità è lontana. Sedici Paesi, tra cui l’Italia, hanno espresso parere favorevole sulla misura emergenziale che Draghi per primo aveva proposto, tre solo sul gas russo, tre in base a verifiche sostenibili con una apertura ragionevole, cinque hanno espresso contrarietà: Francia, Germania, Olanda, Repubblica Ceca, Ungheria. Con la coda tra le gambe, da cani che aspettano di essere bastonati, i paesi del velleitarismo e dei piccoli passi timorosi, hanno incassato l’ennesima figuraccia che hanno tentato di nascondere dietro ulteriori restrizioni sul rilascio dei visti di ingresso nella Ue di cittadini russi. Cosa che lascia Putin nella totale indifferenza. In conclusione, a metà settembre un altro incontro dovrà stabilire il price cap su tutto il gas naturale liquefatto proveniente non solo dalla Russia, ma anche da Qatar, Stati Uniti e Norvegia, per non fare sentire il carnefice troppo isolato. In Italia, i partiti con i loro poco commendevoli leader che per interessi del tutto contrari al bene del Paese hanno azzoppato il governo Draghi, chiedono ora che lo stesso governo, in carica per gli affari correnti, si occupi della questione energetica per aiutare famiglie e imprese in difficoltà. Una preoccupazione che non li aveva sfiorati quando avevano brigato, in solitudine o in compagnia, per liberarsi dell’unico italiano che ha governato con senso di responsabilità ed efficienza il nostro paese e guidato con autorevolezza e determinazione l’Europa dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Ieri mi avete cacciato, oggi mi chiedete di darvi una mano, è quello che probabilmente Draghi pensa sorridendo dell’insipienza e dell’arroganza di cialtroni per colpa dei quali nel febbraio del 2021 era stato chiamato a mettere in carreggiata un paese quasi fallito. A chi non ha memoria, ricordo infatti che la dipendenza italiana dal gas russo ha le sue radici nell’ideologismo e nell’ambientalismo autolesionista dei grillini con la complicità della Lega e l’inerzia del Pd. Bisogna risalire al 2014 per fare un confronto tra la produzione nazionale di gas, fino allora pari a 7,3 miliardi di metri cubi, e la produzione attuale di 3,3 miliardi, 4 miliardi in meno, e chiedersi se non fosse stato possibile usufruire dei 92 miliardi di metri cubi di gas che si trovavano e si trovano sui fondali italiani. Non solo si è stupidamente rinunciato ad estrarre quello che ci appartiene, si è addirittura limitata la produzione senza considerare che il fabbisogno del nostro Paese è di circa 75 miliardi di metri cubi di gas annui. Ponendo che si fosse mantenuto il livello di estrazione del 2014, oggi non dovremmo bruciare carbone e olio combustibile e avremmo più gas per fare fronte alla crisi. Una verità che i responsabili si guardano bene dal confessare agli italiani ignari, preferendo buttare la croce sull’Europa, in questo caso incolpevole. Il 18 febbraio scorso, 6 giorni prima dell’invasione dell’Ucraina, in conferenza stampa Draghi comunicò la decisione di aumentare la produzione di gas italiano, riattivando le piattaforme esistenti. L’estrazione non è partita a causa dell’ostruzionismo di molti partiti, tra cui M5s e Pd. Nel 2016, Matteo Renzi aveva tentato di abrogare, via referendum, il decreto che ampliava da 5 a 12 miglia dalla costa il divieto di ricerca e perforazioni in mare. Esplose la protesta dei No Triv e il referendum fu bocciato. L’agenda populista è sempre piena di appuntamenti: oggi la battaglia è contro i rigassificatori, i termovalorizzatori, il nucleare di ultima generazione, a cui Cingolani è favorevole. Cingolani, non uno qualunque. Ma in Italia va così: professionisti del qualunquismo e incompetenti con arie da esperti sbagliano clamorosamente, fanno finta di niente, lasciano passare il tempo sufficiente perché il popolo dalla memoria corta abbia dimenticato del tutto e tornano all’attacco, sempre uguali, stessi slogan, stesso catastrofismo. Questo è il Paese dove il ridicolo si trasforma in tragico e dove gli orrori del passato non sembrano insegnare un granché. Mi riferisco anche all’abitudine ad attingere ai soldi pubblici, che si chiamino spese in deficit o scostamento di bilancio poco importa, essenziale è trovare una soluzione immediata sottovalutando le conseguenze che saranno altri a pagare: le generazioni future e il governo che verrà. Per questo Giorgia Meloni ha invitato a non fare promesse impossibili da mantenere.

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La lunga mano del Cremlino…l’opinione di Rita Faletti

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La violenza russa contro il popolo ucraino prosegue. Nelle città conquistate, l’eliminazione fisica brutale di chi ha lottato contro gli invasori e continua a farlo nei modi possibili e secondo le circostanze, è servita a stroncare la resistenza e terrorizzare, ma non a sottomettere nello spirito chi è sopravvissuto. Mosca non può farsi amare dai testimoni della sua ferocia, ma può, con la prepotenza, iniziare a cancellare la loro identità culturale. Lo sta facendo a Mariupol, la città martire per l’alto sacrificio di civili, mai sapremo quanti, dove la scuola è iniziata all’insegna di un modello di repressione in perfetto stile sovietico. L’inno russo obbligatorio precede l’inizio delle lezioni per inculcare l’amor patrio, i libri di testo sono scritti in lingua russa, dalla Russia provengono diversi insegnanti dal momento che i “colleghi” ucraini si sono rifiutati di prendere servizio pur conoscendo i rischi che potrebbero correre. Gli occupanti intendono far dimenticare agli abitanti rimasti la loro identità come popolo e le atrocità compiute dai russi durante l’ “operazione militare”. Il cemento di nuovi edifici, tirati su in tempi record per dare un’immagine di efficienza, in contrasto con il cinismo e l’indifferenza del regime nei confronti dell’essere umano, serve a coprire definitivamente i poveri cadaveri gettati nelle fosse comuni e umiliati per la seconda volta. Chi non aveva il diritto di esistere, ancora meno ha il diritto di essere ricordato e compianto. E’ la lezione che il carnefice di Mosca impartisce al Paese invaso e ai suoi sostenitori occidentali perché temano la vendetta del Cremlino. Che usa nei confronti degli ex amici gli stessi metodi che usa contro i nemici. Un paio di giorni fa,  Ravil Maganov, presidente del consiglio di amministrazione della Lukoil dal 2020, è volato da una finestra dell’ospedale di Mosca dove era degente. Vaghe le notizie sul suo precedente stato di salute, sicuro il suicidio. Si sa però che aveva criticato l’invasione dell’Ucraina e chiesto il cessate il fuoco. Alexander Subbotin, altro manager di Lukoil, è stato trovato morto, pare per aver bevuto del veleno di rospo durante una seduta sciamanica. Infarto, si è sentenziato. Dall’inizio dell’invasione, una sorprendente sequela di “disgrazie” si è abbattuta su alcuni oligarchi molto vicini a Putin. Sergei Protosenya, top manager di Novatek, è stato trovato impiccato nel giardino della villa che affittava in Spagna, Alexander Tyulyakov, top manager di Gazprom, ha fatto la stessa fine, ma in un garage. Leonid Shulman, dirigente di Gazprom  e Vladislav Avayev, ex vice-presidente di Gazprombank, sono stati trovati morti nelle rispettive abitazioni con una pistola accanto. Suicidi, elementare Watson.  Andrei Krukowski, direttore del resort sciistico di Gazprom, è precipitato da una scogliera a Sochi, un incidente. Yuri Voronov,  magnate legato a Gazprom, è stato  trovato morto sul bordo della piscina a San Pietroburgo. Strane coincidenze le morti ravvicinate di personaggi appartenenti al mondo degli affari e del settore energetico, strana la velocità con cui i decessi sono stati derubricati a suicidi e incidenti senza che indagini accurate abbiano escluso l’omicidio. Dunque, come non collegare quelle morti al Cremlino? In “Diario russo” la giornalista Anna Politkovskaia, assassinata nel 2006 a Mosca per aver indicato in Putin la causa della progressiva sovietizzazione del Paese, spiega come il Cremlino abbia sempre mirato ad impadronirsi delle aziende petrolifere, “in teoria a nome del popolo e di una fantomatica economia di stato” nella pratica per gestire l’enorme flusso di profitti delle materie prime attraverso l’oligarchia di stato, di cui Putin è stato l’ideatore assieme a un ristretto gruppo di persone, soprattutto ex cekisti (KGB), diventati oligarchi, con i quali aveva solidi rapporti. Gli oligarchi, con Putin, si identificano con lo stato e gestiscono il potere in forma chiusa. “L’oligarca è un funzionario governativo e più sta in alto più è ricco. Chi tiene le redini del mercato dell’energia ha anche il monopolio del potere”, scrive Politkovskaja. Non è strano, pertanto, che prima dell’invasione Putin abbia convocato gli oligarchi e che essi abbiano sostenuto l’ “operazione speciale”. L’andamento della guerra, le ingenti perdite russe, lo stallo e le sanzioni occidentali che non è vero che non stiano danneggiando l’economia russa, potrebbero aver convinto alcuni oligarchi della necessità di porre fine all’invasione. Per questo Maganov è “stato suicidato”? Mosca ha dimostrato che la riduzione della produzione di gas e petrolio non è la sua preoccupazione principale. Quello che invece preme al potere, è continuare a disporre delle risorse economiche per garantire la sopravvivenza del regime. Domanda: quanti sono gli oligarchi a condividere questa linea? Fino a che punto? Perché il dissenso esiste ed è un tema che ci riguarda da vicino: cosa sarà disposto a fare Putin pur di mantenersi in sella? L’Ue dovrebbe chiederselo se non vuole trovarsi faccia a faccia con l’orso.

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Vincenzo - cip

Vincenzo – cip

 2 ore fa

La Russia sarà stritolata lentamente, molto lentamente, ci accorgeremo giorno dopo giorno dal diminuire dei commenti dei putiniani “de casa nostra”, quelli “ra terra piatta” e “ra panza china”, i vari putiniani si affievoliranno giorno dopo giorno, saranno costretti al sacrificio ma non potranno far nulla… anche perchè l’unica alternativa è quella di ritornare alla “madre Russia” a fare dolci e babà e raccontare favole, ma nun se ne vogliono annare.
Ma non ci vogliono far sognare, dobbiamo tenerceli qua, questo è il prezzo della democrazia.
Buona giornata a tutti e pazienza per i sacrifici che si stanno facendo e si faranno,
n.b. Ricordiamoci dei sacrifici fatti dai nostri nonni per la difesa della democrazia, per la difesa dai tedeschi nazisti… anche allora come oggi esistevano i fascisti anti italia.

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Combustibile delle mie brame…l’opinione di Rita Faletti

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La corsa al rialzo continua: il prezzo del gas ha raggiunto 320 euro al megawattora e la preoccupazione che si tratti solo di una tappa in una pericolosa escalation richiede sangue freddo e tempestività nel trovare soluzioni che tranquillizzino le famiglie e mettano in sicurezza le imprese. Lo scorso luglio i ministri dell’Energia dell’Ue hanno concordato il taglio della domanda al 15%, escludendo le industrie e prevedendo deroghe per Paesi in condizioni particolari. La Commissione europea si è anche impegnata a slegare il costo dell’energia elettrica dal costo del gas. Fronteggiare la crisi energetica si deve e si può, benché nessun governo nazionale sia in grado di controllare i fattori globali che concorrono a spingere in alto i prezzi,  ingiustificati a certi livelli. Uno dei fattori è rappresentato dalle liberalizzazioni nel mercato energetico di Amsterdam, con diverse aree di scambio in cui aziende e investitori contrattano mensilmente per le forniture di gas (i cosiddetti future). L’acquisto del combustibile  diventa così una questione di pura finanza, che rende difficile stabilire un price cap, come Draghi propone da tempo. Il gas è dunque al centro di una questione intricata per essere il combustibile fossile dal quale tutti i paesi europei dipendono, non nella stessa misura, ed essendo la Russia il primo fornitore dal quale è complicato sganciarsi durante una guerra in corso, finanziata, alimentata e nutrita proprio con i soldi di chi quella guerra ha condannato. Senza i combustibili fossili, che costituiscono la principale fonte di ricchezza di Mosca, l’invasione dell’Ucraina non sarebbe stata possibile. Quando la Russia invase la Crimea nel 2014, Stati Uniti e Unione europea pubblicarono un comunicato congiunto per promuovere l’importazione in Europa del gas naturale liquefatto prodotto negli Usa. Il gas statunitense doveva salvarci dalla dipendenza dal gas russo. Non si fece nulla. Quando gli Stati Uniti di Truman, dopo la conclusione della WW2, decisero, con il Piano Marshall, di aiutare economicamente un continente ridotto a pezzi da una guerra disastrosa causata dalle ambizioni di un criminale pazzoide che voleva dominare l’Europa, pretesero che in nessun governo europeo sedessero i comunisti. Ogni elargizione o concessione è una faccia della medaglia, l’altra sono le condizioni. Durante la Guerra Fredda, un grande presidente americano, il repubblicano Reagan, ebbe il merito di aprire il dialogo con l’Unione Sovietica di Gorbacev , ma questo non gli impedì di vedere con lucidità le differenze di sostanza tra democrazia e totalitarismo e di esprimere la propria contrarietà riguardo la costruzione di un gasdotto che dall’Unione Sovietica arrivasse in Europa. Oggi, il Nord Stream attraversa il Baltico e porta il gas russo direttamente in Europa passando per la Germania. E’ la dimostrazione che gli affari non sempre vanno a braccetto con ciò che essendo saggio è anche giusto, ammesso che il saggio e il giusto, come categorie del pensiero, non siano percepite in maniera differente  nel tempo del relativismo multiculturale e religioso e dei complottismi uguali e contrari. Così, la saggezza di Reagan non servì a scalfire gli obiettivi delle grandi aziende del settore petrolifero del calibro di BP, Exxon, Shell, Equinor, Eni, che  facevano affari con i combustibili fossili sovietici e hanno continuato a farli anche dopo l’invasione della Crimea nel 2014. E siamo arrivati a oggi. Gli europei  hanno preferito alla saggezza e all’autonomia energetica affidarsi a un fornitore che calpesta i diritti umani e il diritto internazionale, un autocrate per il quale il popolo ucraino non è che un intoppo alle sue mire imperialistiche e che, alla maniera di Stalin che si sbarazzava dell’uomo per eliminare il problema, sta facendo di tutto per sbarazzarsi degli ucraini perché non ne vogliono sapere di diventare uno stato fantoccio. E cosa fa l’Europa? Ricorre all’arma sanzionatoria  nel tentativo di fermare l’eccidio in corso, non volendo mettere gli scarponi sul terreno, esattamente come è accaduto in Siria e Iraq dove sono stati i curdi a combattere contro i miliziani dello Stato islamico, senza ricevere neanche un grazie. Si manda avanti la “carne da cannone” quando le nostre libertà sono minacciate e le nostre fragili democrazie traballano sulle loro basi e non si comprende che una eventuale resa da parte degli ucraini sarebbe anche la nostra resa al tiranno.  Ma l’Ucraina vincerà, vincerà perché lo merita, vincerà perché è un paese di gente tosta e determinata, vincerà come vincono i buoni nei film americani dove il bene trionfa. Non è sempre così, purtroppo, ma mi sono affezionata a quell’idea, mi piace credere che gli ucraini vinceranno e vincerà il loro coraggioso e degnissimo presidente. Se sono in molti a crederlo, potrà accadere. Stiamo al loro fianco e evitiamo, per carità, di girare la testa dall’altra parte come abbiamo fatto quando gli ebrei venivano deportati e uccisi.

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L’incubo del “Vietnam sovietico”…l’opinione di Rita Faletti

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Volodymyr Zelensky, nei frequenti appelli all’Occidente, aveva previsto che il coinvolgimento emotivo e la solidarietà  nei confronti del popolo ucraino brutalmente aggredito, con il tempo e il prolungarsi della guerra si sarebbero affievoliti. Lo diceva quando non passava giorno senza che immagini, racconti, testimonianze dall’inferno in terra riempissero le prime pagine dei giornali e spazi dedicati nei talk show. Ai primi cento giorni dell’aggressione militare russa e della coraggiosa resistenza ucraina, La7 ha dedicato lo stesso numero di pomeriggi, dalle 17 alle 20 a partire dal 24 febbraio, 300 ore di analisi e approfondimento con Enrico Mentana e Dario Fabbri, fino al 3 giugno. Dopo quella data, i russi non hanno cessato di colpire né gli ucraini di difendersi in una guerra di logoramento senza vincitori e vinti, che forse anche per questo è scivolata via dalle prime pagine. Emarginata dal disinteresse e dall’abitudine, spinta in un angolo da notizie dal contenuto certo più prosaico ma vicino all’ordinaria quotidianità. Dopo quella data, le informazioni dal fronte si sono fatte telegrafiche, essenziali.  Morti, obiettivi centrati o mancati dai missili, città sotto attacco, prese e riconquistate, fosse comuni e ancora fosse comuni, prigionieri giustiziati da una parte,  sotto processo per crimini di guerra dall’altra, informatori filorussi e collaborazionisti cacciati, deportazioni. Nudi fatti di una tragedia che conta su una partecipazione modesta e limitata ai pochi minuti impiegati dal giornalista di turno a raccontarli e ai lettori a leggerli. Altra cosa è la ridda di mistificazioni, intellettualismi ipocriti e grossolane panzane da propaganda complottista che sopravvivono all’indifferenza. Il sugo sulla pasta. Ma i nudi fatti sbucano fuori con evidenza ferrigna anche in mezzo a chi non li vuole vedere nella loro schietta nudità e li nega. Come potrebbe un cocainomane avere la meglio sulla volontà, farneticante, di potere, di uno che si paragona a Pietro il Grande e ammira Stalin? “La pace solo alle nostre condizioni” dice lo zar, che accusa gli Stati Uniti di voler prolungare la guerra e fare degli ucraini carne da cannone. Europa e Stati Uniti, soliti bersagli dell’irrisione e delle minacce del Cremlino, con gli elettori italiani destinatari di consigli non richiesti sul voto del 25 settembre.  Il consigliere è Medevdev, ex presidente della Federazione russa  e ora burattino di Putin, che vuole farsi bello agli occhi dei falchi di Mosca, artigliando a più riprese i Paesi europei  per costruirsi  la reputazione giusta che i “duri” esigeranno dal successore dello zar. Toni aspri, quelli del gregario Medvedev, persino più pungenti di quelli usati dal suo principale. Quando l’esercito russo è in difficoltà, secondo l’intelligence britannica in due mesi l’avanzata in Donbas è stata di approssimativi 10 chilometri (pochino per un esercito grande, niente per un grande esercito) la palla passa alle invettive e alla propaganda. Dal Quartiere Generale di Kyiv, è Zelensky a rispondere a distanza a Putin: “La guerra è iniziata con la Crimea e deve finire con la liberazione della Crimea”. Che potrebbe già considerarsi iniziata il 9 agosto scorso, quando l’aeroporto militare russo di Saki, situato a 200 chilometri dalla prima postazione ucraina, è stato sconquassato da 12 forti esplosioni che hanno devastato un deposito di benzina al suo interno e distrutto 400 aerei russi. L’azione non è stata rivendicata ma è evidente che porta la firma di Kyiv e dei nuovi razzi americani, gli Atacms, gittata 200 chilometri, più potenti degli Himars. La strategia messa in atto dall’Ucraina, possibile  grazie alle armi americane, consiste nel contenere l’avanzata del nemico e colpire nodi strategici ben oltre i luoghi in cui si combatte. La Crimea, dopo l’annessione illegale del 2014, è un deposito di armi e basi militari russe, un obiettivo perfetto da distruggere che accelererebbe la conclusione del conflitto. Alcuni analisti sostengono che 60 Himars agli ucraini segnerebbero la sconfitta di Putin. Che osserva con preoccupazione l’esodo dei russi dalla Crimea dopo le esplosioni a pochi passi dalle spiagge. Se ne sono andati coloro che trascorrevano le vacanze sulle coste della penisola, e se ne sono andati i numerosi residenti, funzionari e ufficiali russi con le loro famiglie, che non volevano essere coinvolti in quella che hanno compreso essere una guerra. Girato il muso dell’auto verso il ponte sullo stretto di Kerch, e via in direzione Russia.  Brutto affare per Putin che dopo il 2014 ha trasferito in Crimea un milione di cittadini russi, secondo l’abusato metodo di controllo dei territori annessi. Messaggio inquietante per chi coltiva sogni imperialistici. Con quell’esercito? L’armata russa è più simile all’Invencible Armada che alla gloriosa Armata Rossa di cui gli ucraini costituivano la componente migliore e più preparata. E’ prematuro cantare vittoria, ma ci sono segnali che hanno suggerito ad analisti ed esperti l’ipotesi che l’Ucraina sarà per la Russia il “Vietnam sovietico”.

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Rigassificatore? Non nel mio cortile…l’opinione di Rita Faletti

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Volevano sbarazzarsene per riprendersi il loro potere. Parlamento esautorato da uno che non era neanche stato eletto dal popolo, vergogna! Un pensiero che ha accomunato gli oppositori del governo Draghi, da pescare con sicurezza tra gli oppositori del vaccino, della scienza, della farmaceutica (i diabolici Big Pharma), delle regole, dell’establishment, nemico numero uno del popolo e portatore di disgrazie. In una parola: i variamente complottisti.  E nessuno creda o si illuda di essere del tutto immune da questo micidiale virus che ha intossicato le società. Come chi contrae il Covid in forma asintomatica, così molti di noi respirando i miasmi di materiali non compostabili, ne sono influenzati. Il complotto nasce da una fake verità – l’uomo non è mai stato sulla Luna – che  a forza di essere ripetuta diventa verità. Per chi non ha voglia di approfondire, non ne ha i mezzi o lo fa attingendo a piene mani alla “letteratura” complottista perché sostanzialmente ne approva le teorie diffuse da furboni  travestiti da salvatori dell’umanità, non c’è verità che quella. Verità che conferisce il “diritto incontestabile” di protesta senza però fornire motivazioni anche vagamente razionali che ne dimostrino la validità in termini di sperimentazione sistematica, metodologica o secondo modelli cognitivi dimostrati e dimostrabili. Genericità, superficialità e pregiudizio  dominano le manifestazioni contro qualunque iniziativa vista come un attentato all’ambiente, alla salute ecc. Il perimetro delle proteste si allarga o si restringe a seconda che al governo ci siano gli “invisi” o i “graditi”. E nessuno aspira ad essere inviso se poi non becca un voto. E’ così che ieri a Taranto, l’altro giorno in Piemonte, oggi a Piombino, tutti assieme appassionatamente, dalla sinistra-sinistra alla destra-destra, da Fratoianni alla Meloni, sono comparsi i soliti sabotatori degli interessi del Paese e di se stessi, a meno che non abbiano deciso di espatriare. Tutti assieme appassionatamente e stupidamente contro il rigassificatore di Piombino, per la precisione una nave rigassificatrice che contribuirà a ridurre la dipendenza energetica dalla Russia. Il sindaco Francesco Ferrari di FdI è molto contrario, perché, dice, rappresenta un pericolo per la sicurezza nonché un danno ambientale e turistico, economico e sociale. Ha garantito che “vigilerà sulla regolarità del percorso” e si doterà di studi tecnici, giuridici e ambientali (che sarà lui a scegliere?) per proteggere la città. A conferma dei malumori del territorio, le dichiarazioni di un pescatore che teme che il pescato possa essere inquinato dal gas che potrebbe essere liberato con l’acqua calda in uscita. Cosa non provata. Oratori ed esperti improvvisati contro il governo e cartelli, uno, in particolare, che testimonia la serietà della protesta: “Rigassifica tu sorella”. Ma quale preoccupazione, quale tutela dell’ambiente e della salute, va tutto bene, purché “not in my backyard”. Soliti nimby, solito ideologismo, solita demagogia, solito populismo.

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Sulla via del Terzo Polo…l’opinione di Rita Faletti

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La campagna elettorale in corso merita l’interesse che i media le dedicano non fosse altro per l’approdo imminente sulla scena politica di un nuovo soggetto di cui si va parlando da mesi. Sta per nascere il Terzo Polo. Il Terzo Polo sta per nascere? E’ l’auspicio di tanti italiani insoddisfatti che da tempo disertano le urne per mancanza di offerte politiche palatabili. Lo scetticismo è diffuso: né destra né sinistra, qualunque sia l’esito del voto, saranno in grado di governare il paese. Inevitabile salto temporale al 13 febbraio 2021, indimenticabile giorno del passaggio della campanella da Conte a Draghi per la nascita di “un esecutivo senza formula politica”, offerto come ultima chance a un paese in rotta di collisione con la realtà e un piede nel baratro. Delusione e rabbia oggi: un governo “coi fiocchi” che ha raggiunto in poco tempo risultati mai visti prima, è stato boicottato da sgarrupati alla ricerca di un posto al sole. Sinistri radicalizzati e populisti allo sbando hanno congedato un premier che a differenza di loro non dovrà certo mendicare un posto di lavoro, e mandato a casa i suoi ministri che già all’estero si contendono. Breve riflessione e istantanea del 4 marzo 2018 con immediato effetto disturbante: scalmanati che brindano e si abbracciano, e commento lapidario di Oettinger dopo la formazione del governo gialloverde: “Gli italiani impareranno a votare”. Ingenuità tedesca vs recidività italiana. Il sabotaggio scellerato di un governo internazionalmente riconosciuto di alto profilo, ha confermato intanto la mediocrità della classe politica italiana e l’impossibilità di essere “educata” e dal momento che la classe politica non è estranea alla società civile ma ne è la copia conforme, starà agli elettori dimostrare di avere finalmente compreso la differenza che passa tra inaffidabilità e credibilità. Non è incidentale infatti che credibilità sia la parola chiave nell’ “agenda Draghi”, espressione scelta dai sostenitori del premier per definire il perimetro entro il quale il governo si è mosso e gli obiettivi cui è stata data priorità. Oppositori e detrattori negano l’esistenza di quell’agenda di cui Draghi stesso ha spiegato il significato: “Agenda Draghi: credibilità e dare risposte pronte. Credibilità internazionale alta. Come l’Italia l’ha avuta oggi”. Credibilità come valore irrinunciabile, insostituibile porta di accesso ai consessi  internazionali dove l’affidabilità di un paese ha un peso rilevante. L’operazione Terzo Polo è in sintonia con l’agenda Draghi e andrà in porto se Renzi e Calenda, i due esponenti principali, saranno capaci di smussare le rispettive asperità caratteriali. Impresa non facile per due personalità molto forti che non si sono risparmiate critiche pur nella stima reciproca. Calenda e Renzi, capacità manageriali e pragmatismo il primo, lungimiranza e spirito riformista il secondo, insofferenti entrambi  nei confronti  di grillismo e populismo di sinistra anti impresa e anti crescita. Un polo liberale e democratico distante dal Campo boh! di Letta ora che il segretario ha accolto il duo Bonelli-Fratoianni, facendo scappare Calenda,  “Non mi sento di stare con questi”. E’ durato una manciata di ore un accordo fin dall’inizio poco comprensibile ma che  avrebbe evitato lo sbilanciamento a sinistra del Pd, con Calenda  e Letta nei ruoli di azionisti principali dell’alleanza. I dem, con Calenda, avrebbero ritrovato quella spinta riformista persa nell’alleanza con i grillini. Per i suoi piccoli interessi , Letta, che non ha la stoffa dello stratega, si vedrà costretto a trovare una mediazione con le correnti del no ai rigassificatori e ai termovalorizzatori.  A questo proposito il governatore dell’Emilia-Romagna, Bonaccini, è stato chiaro: “A Ravenna abbiamo approvato un rigassificatore e in regione abbiamo sei termovalorizzatori . Due ne abbiamo chiusi grazie al raggiungimento del 75% della raccolta differenziata, che il prossimo anno salirà all’80%. A Roma cosa farà il Pd? I romani hanno più volte bussato alla nostra porta perché non vogliono tenersi la loro spazzatura,  si facciano i loro termovalorizzatori”. Opinione condivisa da Calenda e Renzi  che concordano su tutti i punti caratterizzanti l’agenda Draghi, compreso quello sugli aiuti all’Ucraina. Auguri al Terzo Polo! A Letta ricordiamo, invece, che la vittoria è di tutti, la sconfitta di uno solo e per vincere bisogna avere coraggio. Epigrafica la frase di Calenda: “Domani Letta potrebbe allearsi con Conte”.

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Nel suk della politica…l’opinione di Rita Faletti

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Come stanno le cose nel panorama politico pre-elettorale? Guardare avanti dopo il 25 settembre, supposto che sia possibile fare pronostici, e non lo è affatto, è da panico. Consoliamoci guardando un poco indietro, rivedendo quello che il governo Draghi e i suoi ministri sono riusciti a fare in un paese arenato, spiaggiato come un cetaceo dalle magnifiche potenzialità natatorie ma affetto da un invincibile inesorabile masochismo. Il Covid nella sua ultima variante non si è ancora arrestato, ma la situazione è sotto controllo. C’è voluto un generale dell’esercito a domarlo. Riguardo il Piano nazionale di ripresa e resilienza, i 45 obiettivi previsti per il primo semestre dell’anno in corso sono stati raggiunti e alcune riforme indispensabili per ottenere i finanziamenti europei  sono state approvate. Il DDL Concorrenza ha superato l’esame delle due Camere dopo lo stralcio dell’articolo 10 sui taxi, presidio ormai inscalfibile nonostante i tentativi di diversi governi di resistere alle pressioni di una “specie” protetta come l’orso marsicano o la tartaruga Caretta caretta.  Le concessioni balneari verranno riassegnate tramite gara pubblica entro la fine del 2023, e vedremo cosa capiterà dal momento che l’approvazione formale deve essere seguita dalla fase attuativa in capo al prossimo governo in carica. Ma è noto che in Italia, a sinistra come a destra,  il fortino eretto contro le liberalizzazioni è pressoché inespugnabile. Ieri, Mario Draghi ha annunciato in conferenza stampa l’approvazione di un altro provvedimento di sostegno alle famiglie: 15 miliardi più altri due di misure aggiuntive. Un provvedimento straordinario per fronteggiare rincari e inflazione, condiviso con maggioranza opposizione e parti sociali, che non ha richiesto lo scostamento di bilancio grazie all’impegno del ministro Franco e all’andamento dell’economia , assai migliore del previsto. A oggi, la crescita annuale si attesta  al 3,4%, un risultato eccezionale se confrontato con i dati del passato e superiore anche alla crescita di Germania, Francia e Stati Uniti. Positivi anche i dati sull’occupazione. Senza Draghi staremmo meglio o peggio? Valutando  senza il paraocchi del pregiudizio e degli ideologismi l’azione dei nostri politici direi peggio. Sappiamo però, e non dipende dal governo che per 18 mesi ha tenuto la barra dritta, che le incertezze politiche e geopolitiche ci sono, che l’economia rallenterà, che la crisi energetica impatterà sulla vita di tutti, non solamente nel nostro paese. Dunque, il  voto del 25 settembre sarà una pietra miliare. In base al programma che la maggioranza degli elettori deciderà di premiare, avremo un micidiale effetto boomerang  o un salvifico turning point con direzione riformista. Chi guiderà la XIX legislatura? I sondaggi danno la destra vincente ma c’è chi non crede ai sondaggi, come Matteo Renzi, che fuori dal tourbillon di incontri e scontri, recriminazioni e accuse, trattative e accordi, ha preso la decisione di correre in solitudine, per non sporcare l’identità di Italia Viva gettandosi nella zuffa furibonda per le poltrone. Il politico più orgoglioso e lungimirante potrebbe aver fatto la scelta giusta. Qualche dubbio sulla vittoria del Centro-destra ce l’ha Giorgia Meloni, che con un occhio osserva in un misto di preoccupazione e compatimento il suo alleato perennemente sudato e trafelato nella corsa da nord a sud, intento a vendere una merce vecchia e tarlata, fors’anche scaduta: la flat tax, il ponte sullo Stretto e gli immigrati invasori, e con l’altro i consensi  della Lega in picchiata. Nel Centro-sinistra è tutto in ebollizione. Dopo lungo pensare, Calenda ha stretto un accordo elettorale con Letta sulla base della condivisione dell’agenda Draghi, dalla politica economica  all’energia al sostegno all’Ucraina. Letta-Calenda-Della Vedova assieme contro Meloni. Ma per battere le destre ci vogliono i numeri e il nuovo accordo esclude il vecchio, quello del Pd con Sinistra Italiana di Fratoianni, che ha votato ben 55 volte contro il governo Draghi, e con i Verdi di Bonelli, la coalizione rosso-verde del “cocomero”. Il paziente Letta è in ambasce, mentre Calenda ha precisato che “non gli frega gnente” se Letta, frontrunner dei progressisti,  intende fare accordi con altri, lui sarà comunque il frontrunner dei liberali. Il “cocomero” non sa che pesci pigliare: il Nazareno o il principe del trasformismo, l’avvocato invelenito e la sua sparuta truppa che continua a perdere pezzi e consensi? Ognuno ha i suoi problemi e male che vada, potrà usufruire del bonus psicologo.

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Trame oscure  e responsabilità…l’opinione di Rita Faletti

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Letta dichiara che il progetto di un campo largo con i 5s è tramontato. Ci volevano le dimissioni di Draghi per capire quanto balengo fosse quel progetto? Eppure, nella sinistra ci sono ancora i possibilisti che rimpiangono gli “amici” con cui hanno condiviso tanti bei programmi nel periodo giallorosso. Qualcosa mi dice che potrebbero spuntarla. Oggi è uscita la notizia, che Franco Gabrielli definisce priva di fondamento, che nella caduta del governo Draghi ci sia stato lo zampino della Russia e si fanno allusioni a Salvini e alle sue simpatie per Putin, condivise da Berlusconi. Un proiettile contro il Centro- destra che avrebbe lo scopo di dissuadere gli elettori di quel campo dal votare per l’alleanza che ha messo fine al governo apprezzato dai più. Al tempo stesso, potrebbe fare apparire la Lega nel ruolo di artefice principale di quella fine, sollevando Conte da una parte di responsabilità. Letta ha preso la palla al balzo per annunciare che sua intenzione è chiedere spiegazioni riguardo alla cosa. Che si stia preparando per una posizione più morbida nei confronti del già punto di riferimento progressista? In fondo, il Centro- destra crede di avere la vittoria in tasca, ma non è assicurato, e toglierle qualche certezza non sarebbe male. Poi c’è la questione delle alleanze. Calenda sì, ma senza il M5s, gli ex-forzisti Brunetta e Gelmini sì, Leu, e qualche altro partitino. Renzi non è desiderato, non si fidano, potrebbe fare brutti scherzi. Dipende sempre dai punti di vista. Il Matteo fiorentino andrà da solo. In attesa che si passi al proporzionale o che il Centro- sinistra faccia flop? Tutto è possibile, perfino che si chiami Draghi dopo averlo cacciato , essendosi  resi conto che far saltare il governo è stato un gesto da Tso. Tornando al punto precedente: le responsabilità. Senza andare tanto per il sottile, esercizio per perditempo e amanti di arzigogoli e dietrologi, metterei sullo stesso piano Conte, Salvini e Berlusconi, ma lasciando a Conte l’onore del primo posto, con un’aggravante che forse a non tutti è nota:  alla visita di qualche anno fa a Mosca, ospite d’onore di Russia Unita, il M5s disse al congresso del partito di Putin che in Ucraina c’era stato un colpo di stato dell’Ue e degli Usa, frutto della politica aggressiva della Nato che vuole arrivare ai confini con la Russia. Sono le stesse motivazioni usate da Putin per invadere l’Ucraina e… un importante suggerimento a Bergoglio per il famoso abbaiare della Nato. Vuoi vedere che Francesco è un grillino?

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25 settembre 2022…l’opinione di Rita Faletti

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Il futuro del paese, che con sprezzo del pericolo e del ridicolo, alcuni partiti hanno deciso di sottrarre alle cure di un premier che tutto il mono ci invidiava, è appeso a quello che accadrà dopo quella data e al senso di responsabilità e alla lungimiranza di coloro che vinceranno le elezioni. Prima ancora, al buonsenso degli elettori e alla capacità di discriminare con senso critico e l’esperienza maturata negli ultimi quattro anni, tra venditori di tappeti, politici di provata competenza e parolai. Sarà l’agenda Draghi, ossatura dell’azione politica condotta dall’ex premier nei 18 mesi di governo, la faglia tra i traditori che hanno liquidato il governo e coloro che l’hanno sostenuto. Si andrà alle urne senza che i partiti avranno avuto il tempo per preparare programmi (il cosa il come il quanto) che prescindano da quella agenda, da cui discostarsi o a cui aderire.   E’ dai rispettivi programmi che emergeranno le linee politiche e da cui si capiranno le ragioni del voto di sfiducia di una parte del Parlamento che non ha avuto l’onestà intellettuale e il coraggio di motivare le ragioni di quella scelta davanti al paese. “Sono i scittadini ad avergi ghiesto di non votare la fiduscia”. Il populismo divampa nelle parole di Conte. Se questo è il senso di responsabilità di un capo politico nonché  ex premier, stiamo freschi!  Epperò, ora ci aspettiamo che siano i cittadini stessi a dettare il programma del Movimento direttamente a Conte. Giuseppi si è cacciato in un cul de sac e chissà se piroette, salti in avanti e salti indietro, affermazioni e smentite lo salveranno. Intanto, Letta, e con lui Franceschini e Guerini, dicono “Mai più” con chi ha fatto cadere il governo. Sgomenti, i Cinque stelle temono di non prendere nemmeno un collegio uninominale in Sicilia dove la macchina delle primarie è già in moto e Conte si lamenta delle “dichiarazioni arroganti del Pd”. Pd che non ha ritirato i suoi. Tra speranza e rassegnazione, Conte si augura un ripensamento “Quando nel Pd sbolliranno” ma, nel frattempo, ha un altro problema impellente da risolvere, il terzo mandato, sul quale Grillo è irremovibile. Il suicidio grillino è l’ultimo atto di una tragicommedia che lascerà strascichi, ma potrebbe anche risolversi in una resurrezione prossima, proprio ad opera di chi dice “mai più”. I democratici, con l’alibi che tutte le opinioni vanno ascoltate e prese in considerazione, sono percepiti come un partito ondivago, sul quale è difficile fare affidamento. Orlando e la pacca sulla spalla a Licheri (M5s) dopo l’intervento in Senato, Luigi Zanda, che lascia aperto uno spiraglio,  l’area tailandese di Bettini, grande amico di Conte, sono particolari che pesano.  Intransigente, come è sempre stata, Base riformista del ministro della Difesa Guerini, che fin dall’inizio si è opposto all’abbraccio con i grillini, intransigente, oggi, Letta, la cui fermezza è condivisa.  Ma domani? La quinta colonna all’interno del partito legittima la domanda. Diversa la situazione nel campo opposto. Le contestazioni a Salvini da parte di governatori  sindaci amministratori e cittadini si sono miracolosamente dileguate. Il partito è, per molti leghisti, una sorta di religione e le stupidaggini del capo non scompongono più di tanto chi sa amministrare e mantiene con i cittadini uno stretto rapporto basato sulle cose da fare.  Votare con il Rosatellum costringe a compattarsi. Il fantasma delle destre si è materializzato. Meloni, Salvini e Berlusconi sono appassionatamente assieme, ma pieni di problemi fin sopra i capelli, che esploderanno il giorno dopo le elezioni vittoriose. La rivalità tra la leader di FdI e il segretario della Lega continuerà benché il secondo sembri rassegnato a rinunciare alla leadership, come si capisce dal manifesto elettorale che ritrae il faccione di Salvini in primo piano, con alle spalle un barcone carico di migranti e sotto la scritta: torna la sicurezza torna il coraggio. Sembra venuto fuori da un cassetto di volantini propagandistici del 2018. Il segretario leghista rivuole il ministero degli Interni e  promette lo scostamento di bilancio e la pace fiscale. Meloni vuole la leadership e Berlusconi? Botulino e trapianto del bulbo pilifero sono la spia che la pacificazione con il tempo che scorre inclemente e le ferite delle molte battaglie non è ancora avvenuta. Cosa promette il capo di FI per ritornare al Senato da cui era stato espulso? Un milione di alberi (Draghi ne aveva preventivati 6 di milioni) e mille euro di pensione minima. Non ha considerato che l’Italia andrebbe immediatamente in default. Mariastella Gelmini, a “In Onda”, ha parlato dell’appiattimento di Forza Italia sulle posizioni della Lega, dei suoi tentativi di convincere Berlusconi a correggere la sbandata populista e sovranista, di non abbandonare gli ideali liberali, europeisti e atlantisti su cui il partito è nato, ha ricordato la vivace discussione avuta con Berlusconi sulle armi da inviare in Ucraina. Già allora, il vecchio leader stava facendo i calcoli. Intanto, Gelmini  ha lasciato FI, seguita da Brunetta, Cangini e Carfagna, mentre altri dieci parlamentari azzurri sono sul punto di dire addio al partito. Tra i due schieramenti, si va delineando un centro composito. Tanti nomi :  Calenda, leader di Azione, irriducibilmente e fieramente anti grillino, sta dando vita a una lista unica per un fronte repubblicano che aggreghi le forze democratiche e europeiste, con il preciso intento di offrire finalmente una casa ai moderati che non si riconoscono nei vecchi partiti. La formula si ispira all’agenda Draghi. Aderiscono  molti sindaci, tra cui Sala a Milano e  Gori a Bergamo. Le parole d’ordine sono: riforme, riforme, riforme e no bonus. Luigi Di Maio, con Insieme per il futuro, è parte di questo centro in costruzione in cui non può mancare Renzi. Il leader di Italia Viva ha sintetizzato: “Il Pd dovrà decidere se essere davvero un partito desideroso di interpretare l’agenda Draghi o se vorrà essere un partito desideroso di seguire la linea di Biancaneve e i sette nani”.

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Draghicidio compiuto…l’opinione di Rita Faletti

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Hanno gettato alle ortiche l’unico governo che il mondo non aveva deriso o commentato con un sorrisino di compatimento “Sono italiani”. Sarà un dettaglio di poco conto, da derubricare come luogo comune, ma ieri, seguendo il divenire degli eventi, con il passare dei minuti sempre più sconcertanti e ai limiti della comprensione, fino alla conclusione divenuta prevedibile e ciononostante incredibile, mi è venuto in mente che nei film stranieri, i nomi dei gaglioffi sono spesso italiani, e non per una questione di globalizzazione. E come poteva finire un governo guidato da una persona  dai tratti del carattere e dallo stile così poco italiani, un uomo abituato a prendere decisioni importanti in ruoli importanti che esigono consapevolezza e competenza, senso di responsabilità  e disciplina? A metà tra il tragico e il farsesco, l’avvilente e miserabile capolavoro di incoscienza e opportunismo, la “piccola bieca vendetta” ( Massimo Giannini) i cui artefici non hanno avuto il coraggio di intestarsi, pronunciando parole di verità. Salvini è scappato, affidando a Candiani il compito di rispondere a Draghi, Conte ha fatto lo stesso. E’ stata Mariolina Castellone, portavoce M5s al Senato, a spiegare, dal punto di vista dei nudi e puri del Movimento, le ragioni del no alla fiducia. Un misto di incensamento dell’impegno profuso in questo governo, di lealtà a Draghi (!), di preoccupazione lacerante per le condizioni del paese, al cui declino, è bene non dimenticarlo mai, hanno contribuito con i colleghi leghisti a partire dall’annus horribilis, e di vittimismo a go-go, nota immancabile tra gli irresponsabili. “Togliamo il disturbo” e hanno votato contro se stessi.  Il capo del Movimento dov’era? Stava preparando le dichiarazioni che avrebbe affidato, con l’occhio stralunato di chi non si capacita dell’accaduto, ai cronisti un paio di ore più tardi, scansando ogni responsabilità personale. Nessuno dei coraggiosi assiepati intorno all’ex premier gli ha chiesto come fosse andata a finire la storia di De Masi sulla richiesta di Draghi “di far fuori Conte”. Fuori gli screenshot , se ci sono. Buio e silenzio. Il complottismo non è documentabile con i fatti, cosa vi aspettavate? Chi invece, prima di questo epilogo di cui il paese pagherà le conseguenze – da oggi lo sguardo del mondo sull’Italia è cambiato, se n’è andato chi ne aveva  garantito l’affidabilità dal febbraio 2021 – non può essere smentito dai fatti, secondo il principio aristotelico: ad un’azione corrisponde una conseguenza, è Draghi.  Un governo senza il M5s non sarebbe stato più un governo, un voto di sfiducia è un fatto. Ieri, Draghi  ha chiesto la fiducia su un “nuovo patto” di governo, precisando che questa è una repubblica parlamentare, quella in cui lui si identifica, quindi sono i parlamentari a decidere, niente richiesta di “pieni poteri”. Ha poi esposto il suo pensiero su  salario minimo (è in progetto), reddito di cittadinanza (se non funziona è cattivo) e superbonus (i meccanismi di cessione sono senza discrimine e senza discernimento). Non ha concesso niente a nessuno, è stato duro su “i distinguo e le divisioni” che hanno reso evidente il progressivo sfarinamento della maggioranza. Difficile, per i due partiti ostili, Lega e M5s, digerire la verità. Impossibile, per Draghi, galleggiare. Una splendida lezione di dignità e serietà.

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“Prendere o lasciare”…l’opinione di Rita Faletti

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Calendario di luglio 2022: un cerchietto rosso evidenzia il 20, mercoledì 20 luglio, data dell’intervento di Mario Draghi alle Camere dopo le annunciate dimissioni di giovedì scorso. Inutile chiedersi cosa dirà il premier che ieri era in Algeria per garantire al nostro paese le forniture di gas per l’inverno. In base agli accordi firmati con quel paese, che sarà il nostro primo fornitore di gas, potremo contare su un ulteriore  aumento di 4 miliardi di metri cubi già dalla prossima settimana e con il potenziamento delle infrastrutture fare arrivare la materia prima anche ai paesi del Nord Europa. L’impegno del governo italiano e di Draghi, in prima fila su temi importanti tra cui l’approvvigionamento energetico e il fermo sostegno all’Ucraina, spiega il crescente pressing  nazionale e internazionale perché il premier rimanga a Palazzo Chigi. I partiti della maggioranza sono in fermento: Salvini e Berlusconi si oppongono a un governo con i Cinque stelle, troppo incompetenti e inaffidabili (non Giorgetti  per il quale la presenza di Draghi a palazzo Chigi è fondamentale), mentre Letta non ha perso la speranza che il Movimento voti la fiducia. Un malaugurato ritorno di fiamma che ricorda quanto disse nel  gennaio 2021: “Il Pd ha una sola parola ed esprime un solo nome come possibile guida di un nuovo governo di cambiamento. Quello di Giuseppe Conte”.   Nel paese, sono trasversali  gli inviti a Draghi a continuare: Confindustria, Ance, Federacciai, aziende grandi e piccole, economisti, professionisti, associazioni di categoria, sindacalisti, una grossa fetta di cittadini e mille sindaci che hanno firmato una petizione perché Draghi continui. E’ quanto ribadiscono anche von der Leyen, Macron e Scholz. In casa grillina è subbuglio: l’assemblea nazionale convocata da Conte tre giorni fa è diventata permanente. Ognuno dà la sua versione sulla situazione di impasse ed è alla ricerca di una soluzione alla propria crisi personale. Un numero imprecisato di parlamentari  governisti è pronto a staccarsi dal movimento e votare la fiducia a Draghi, l’ala dura giustifica la sua posizione ritenendo il premier responsabile della fine della legislatura per via di quei nove punti sui quali Conte ha chiesto risposte “concrete”. Da che pulpito!  L’uomo ribattezzato dai suoi “frattanto” e “salvo intese” per l’abilità dilatoria, che ha istanze urgenti (i nove punti) ma che non pretende risposte urgenti (entro fine luglio), sfida un premier che “con gli ultimatum non lavora” e non intende vivacchiare; l’uomo che cambia opinione in continuazione perché non ne ha nessuna, pretende di misurarsi con chi ha una visione e un progetto; chi ama le sfilate da rockstar in mezzo alla gente lancia il guanto della sfida alla sobrietà, alla sintesi, alla riflessione in solitudine; chi voleva “ridare dignità alla politica” la copre di vergogna con il cinismo di un   piano avventato per un ritorno quanto mai incerto dei consensi del passato, mettendo a repentaglio il futuro di un paese. Culture diverse, antitetiche e inconciliabili. Di Maio, secondo i contiani il “traditore”, è il più tranchant dei critici dell’ex premier. Il ministro ha accusato Conte di attentato alla stabilità e sicurezza economica del paese e di aver ricevuto l’endorsement dall’ambasciatore russo a Roma sulla bozza di risoluzione che indicava la linea italiana sull’Ucraina. Matteo Renzi, nei confronti del quale gli italiani hanno un debito di riconoscenza per averli liberati prima da chi aspirava ai “pieni poteri”, poi dall’autoproclamatosi avvocato del popolo, tratteggia con l’immancabile verve lo scenario politico presente e abbozza  qualche previsione sul futuro. Per cominciare, definisce Draghi uno statista che ha idee e Conte uno stagista che pensa ai sondaggi non alle idee. Finirà che Raggi e Di Battista gli faranno le scarpe. Sul campo largo del Pd con i Cinque stelle è netto: è un campo allagato. L’alleanza con i grillini è una disgrazia perché i grillini sono un danno permanente alla società italiana e, con sua grande gioia, finiranno polverizzati, un po’ di qua un po’ di là. Se fossero stati al governo, oggi al Nazareno ci sarebbe Rocco Casalino a dettare le regole. In quanto a Draghi, dovrebbe rimanere, e nel suo discorso alle Camere, porre le proprie condizioni e dire cosa vuole fare. Prendere o lasciare.

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Tempi supplementari per Draghi…l’opinione di Rita Faletti

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Con una guerra in corso, il Covid che si è risvegliato, gli obiettivi del Pnrr che incalzano, una crisi alle porte, l’inflazione che sale, c’è chi ancora dimostra di avere seri problemi di rapporto con la realtà, continuando ad occuparsi del suo spicchio di potere, porzione ridotta di un miracolo elettorale sostanzioso, gestito con evidente imperizia, in modo ridicolo e confuso, e destinato a dileguarsi. La storia dei Cinque stelle, visti i personaggi, esaminato il programma, ascoltato il linguaggio, sembra la beffa di un comico irriverente e un po’sadico che ha deciso di servirsi di un manipolo di deputati e senatori senza competenze per dimostrare che l’incarnazione della demagogia più grossolana e analfabeta, può avere ragione di una politica e di una classe dirigente consolidate. L’esperimento è riuscito e il comico irriverente e un po’sadico è intervenuto di volta in volta per raddrizzare il tiro, consigliare, incoraggiare, far sentire straordinario chi di straordinario aveva solo l’inadeguatezza al ruolo. Poi, della sua creatura inconcludente il comico si è stufato, ha allungato il guinzaglio e si è dileguato per un po’, vuoi perché preso da altre beghe vuoi per la curiosità di vedere come sarebbe andata a finire, lasciando a Conte  la gestione della esagitata combriccola e all’Italia una lista di guai. La cultura anticapitalista e anti crescita che ha bruciato le più significative rendite del paese, la serie dei “no”, tutti saltati eccetto l’ultimo sul termovalorizzatore di Roma, le mani nei soldi pubblici per finanziare il Reddito di cittadinanza e sostituire alla cultura del lavoro, già poco diffusa, la cultura della rinuncia, e, per finire, il famigerato Bonus del 110 per cento, una delle più grandi truffe della storia della Repubblica, l’irrinunciabile misura dell’irrinunciabile punto di riferimento progressista del Pd. Conte, il leader sbussolato, altra figura di miracolato, getta l’ultima manciata di sabbia nel motore del governo con la speranza di metterlo fuori uso dopo aver ottenuto qualche riconoscimento. Presenta a Draghi un penultimatum: nove richieste che se non saranno soddisfatte, porteranno i grillini di Palazzo Madama fuori dell’Aula quando si voterà la fiducia al dl Aiuti, provvedimento già approvato a Montecitorio, contenete misure di sostegno a famiglie e imprese colpite dalla crisi energetica internazionale e dall’aumento dell’inflazione. Conte è disorientato e incerto e convoca il consiglio nazionale del Movimento. Troppe sono le cose da tenere assieme: i problemi esistenziali dei grillini rimasti dopo la scissione, preoccupati di perdere 120 mila euro in caso di elezioni anticipate, il suo stesso destino, mi notano di più se esco o se resto? Vince la linea barricadera: al momento del voto di fiducia, i Cinque stelle escono dall’aula. E’ fatta. Il decreto passa lo stesso con 172 sì e 39 no. La burletta di Conte e dei suoi si rivelerà l’offensiva del nulla contro un premier serio che fa quello che dice. Draghi sale al Quirinale per dimettersi, poi annuncia la propria decisione in Cdm: “Le condizioni per restare non ci sono più”. Panico tra i grillini abituati a uno stile disinvolto e ignari del valore della parola data e del principio di coerenza. Li consola la Taverna: “Non succederà gnente” e la Castellone, che si era lamentata: “Draghi ci ha schiaffeggiato”, rassicura i colleghi ansiosi: “Non partecipare al voto di fiducia non significa non avere fiducia in questo governo”. Si vorrebbe riavvolgere il nastro e azzerare i fatti del giorno. Più tardi arriva il comunicato del Quirinale: dimissioni respinte e rinvio di Draghi alle Camere mercoledì prossimo. Si rammentano le parole del premier: “Dopo questo governo Draghi non ci sarà un altro Draghi”. La domanda che corre tra i parlamentari è la stessa: riuscirà il presidente della Repubblica a convincere Draghi a ripensarci? E’ la domanda dall’effetto ansiogeno sui pentastellati, colpiti dalla tempestività e durezza con cui il premier ha annunciato le dimissioni che potrebbero preludere alla fine della legislatura. Forse pochi avevano percepito la stanchezza del premier, costretto a mediare di continuo e a imprimere un passo di lumaca al processo di riforme. “Ce l’abbiamo messa tutta” avrebbe confessato il premier a Mattarella. Per concludere: un Draghi irremovibile, che sarebbe un danno per il paese, ma limitato, perché grazie a lui e al suo governo, il prossimo eviterà di commettere gli stessi errori del 2018 o un Draghi che si sottopone a un voto di fiducia?  Personalmente, mi piacerebbe il primo, ma se fosse il secondo a prevalere, spero che sia assai meno comprensivo e tollerante nei confronti di capricci e sabotaggi di personaggi da vaudeville.

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Pazienza e resistenza  per sconfiggere Putin…l’opinione di Rita Faletti

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Il massacro di un popolo è uno degli obiettivi dell’invasione abietta che Putin continua a definire operazione militare, l’altro è l’attacco alla democrazia di cui l’Occidente è simbolo e che rappresenta la vera minaccia che spaventa gli autarchi perché segnerebbe la loro fine. Ma questa guerra è anche l’occasione perfetta per considerare i vantaggi che l’Occidente avrebbe dal rompere definitivamente ogni relazione commerciale con la Russia, con profondo rammarico dei populisti che a Putin avrebbero aperto con gioia porte e finestre. Sì perché a questo guardavano con gli occhi lucidi di emozione i gialloverdi che oggi vorrebbero fermare l’invio di armi all’Ucraina per impedirle di difendersi e riallacciare la liaison con lo zar. Innegabile  vantaggio sarebbe il raggiungimento dell’autonomia energetica che ci ha resi dipendenti da Mosca e vittime del ricatto di Putin, tormentato da una sola preoccupazione: salvare e perpetuare il suo regime cleptocratico, dove la temperatura sta salendo non per effetto del riscaldamento globale ma dei primi sintomi di una malattia che va sotto il nome di recessione economica. La foresta di fandonie che crescono  su se stesse scopre l’altra faccia della propaganda del Cremlino, costretto a negare, di fronte al paese, la guerra e la crisi ad essa conseguente. E’ colpa dell’Occidente, ripetono dai vertici, contraddicendosi.  Dmitri Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo, tuona contro le aziende occidentali che hanno lasciato la Russia, “I nemici cercano di limitare il nostro sviluppo e rovinare le nostre vite”. Accusa o ammissione che qualcosa non sta andando come dovrebbe?  Putin stesso, che al Forum economico di San Pietroburgo ha parlato delle magnifiche sorti e progressive dell’economia russa nel nuovo modello multipolare, aveva riconosciuto che le imprese russe avrebbero dovuto affrontare problemi nelle catene di approvvigionamento e nei trasporti e aveva previsto delle “perdite”. Il dito è puntato contro le sanzioni che farebbero più male ai paesi “ostili” che sostengono l’Ucraina  che alla Russia che le subisce. E’ vero? Se così fosse, il ministro Lavrov non ne chiederebbe a più riprese la sospensione, che anche il suo omologo cinese Wang ha sollecitato nel bilaterale con il segretario di Stato americano Blinken a margine del G20. Tra le autocrazie, anche quando si detestano, come nel caso di Russia e Cina, esiste una forte solidarietà. Fatto sta che le sanzioni sono una maledizione sulla testa di Putin e per l’economia russa come la governatrice della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina, aveva previsto parlando ai membri della Duma lo scorso aprile. “Il periodo in cui l’economia può vivere di riserve è finito, nel secondo e terzo trimestre del 2022 entreremo in un periodo di trasformazione strutturale”. Nabiullina aveva spiegato che, esaurite le scorte, le aziende si sarebbero dovute adattare a nuovi modelli di business, con sanzioni da aggirare, difficoltà logistiche e la ricerca di nuovi partner stranieri. L’istituto di statistica federale Rosstat , nel suo ultimo rapporto, mostra che la produzione è crollata in più settori. L’automotive registra -96,7%, segue la produzione di elettrodomestici, -58%, e dei televisori, -49,7%. L’interruzione dei rapporti commerciali con l’Occidente può fare regredire la Russia ai tempi dell’Unione sovietica. Sulle importazioni dall’Europa, infatti, il paese aveva fondato il suo modello di sviluppo. Le merci hanno cominciato a scarseggiare sugli scaffali, alcune produzioni si avviano alla fine e la disoccupazione aumenterà con conseguenze inevitabili nella qualità della vita della popolazione che non crederà più ai racconti. Le sanzioni dell’Occidente stanno funzionando e l’embargo totale del gas, quello del petrolio inizierà alla fine di quest’anno,  potrebbe dare il colpo finale a un’economia asfittica che impiegherà diversi anni a riprendersi. Se l’Occidente saprà resistere con pazienza  e determinazione alle pulsioni suicide interne e alle minacce di Putin, vincerà la sua guerra contro il bullismo di Putin e dei suoi amici, dimostrando la superiorità della democrazia. Incrociamo le dita.

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Moralità dell’Ucraina o sporca avidità di potere di Putin?…l’opinione di Rita Faletti

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La propaganda può essere un’arma a doppio taglio, è ingannato chi vuole ingannare. E’ accaduto a Putin con la sua “operazione militare speciale” che l’intelligence russa sul campo aveva previsto rapida e efficace. Via Zelensky, occupazione di Kiyv nell’entusiasmo generale e un bel governo fantoccio controllato dal Cremlino. Secondo autoinganno dello zar: credere che il tempo, per gli ucraini, si fosse fermato al 2014, anno dell’occupazione della Crimea. Marchiano errore di sottovalutazione dei sentimenti di un popolo calpestato dalla prepotenza  rozzamente spavalda  e dalla violenza dell’arbitrio. La storia del popolo ucraino è una storia di sofferenze e morti, inflitte con crudeltà spietata dal più sanguinario dei criminali, quello che Putin ha preso a modello, Iosif Stalin. Piegare la dignità di un paese con l’intento di russificarlo, affamandolo (Holomodor), è lo stesso che pianificare la cancellazione della sua identità nazionale con una aggressione feroce, che guerra non è. Ciò che sta avvenendo in Ucraina, a pochi chilometri dal mondo libero, non è una guerra convenzionale tra due eserciti, è un’operazione di pulizia condotta con metodo, un genocidio mascherato da guerra di liberazione dal nazismo che è presente solo nelle menzogne che corrono attraverso i social network russi per la manipolazione delle menti. Zelensky aveva ragione quando, per la prima volta, parlò di genocidio , provocando la reazione di Israele. Non c’è differenza se non nelle modalità con cui si attua lo sterminio di un popolo, spacciato per una crociata per la salvezza dell’umanità. L’Europa  non fermò Hitler per debolezza morale, cedevolezza e per il vile “quieto vivere”. L’Europa non ha fermato Putin nel 2008 e nel 2014 per interessi commerciali, debolezza morale e per il “vile quieto vivere”. Quando guardiamo ad est, noi europei e italiani, vediamo solo la Russia, con un misto di timore e rispetto. Dell’Ucraina conoscevamo le badanti e la “proverbiale” corruzione, dimenticando la nostra, di corruzione, e dall’alto della nostra pretesa superiorità, consideravamo con sufficienza quel  paese povero e arretrato, come se non fossero povere e arretrate alcune aree del nostro paese. Questa guerra oscena scatenata da Putin e la resistenza coraggiosa opposta dagli ucraini ha rimesso un po’ di ordine nel confuso mondo dei princìpi e dei valori dove la libertà fino a ieri era scontata, la patria una parola impronunciabile, fuori moda e lontana dallo spirito del tempo dominato dall’uomo nuovo e neutro, il coraggio, la dignità e la forza d’animo virtù eroiche di un tempo passato e la difesa comune un obiettivo astratto. L’Ucraina e Zelensky ci hanno insegnato che la libertà non è un regalo ma una conquista,  che l’Europa democratica è da difendere contro le autarchie, contro la propaganda russa che vuole dividerla indebolirla e sottometterla, che unità e coesione sono armi potenti  contro un nemico che non mette limiti alla propria sete di potere e alla propria esibizione di amoralità, che la propaganda distorce la realtà e instilla paure infondate che possono piegare la volontà di resistere. I governi occidentali sono compatti nella linea da seguire, hanno promesso aiuti e armi “che non vi faremo mai mancare” ha ribadito von der Leyen, ma fino a quando? Le opinioni pubbliche si stancheranno? Saranno in grado di sopportare i costi della guerra, che ci saranno, ma non così pesanti come percezioni distorte e paure eccessive alimentate dalla propaganda russa lasciano intendere?  Quali sono i veri sentimenti delle persone?  Non ho visto giovani sfilare nelle strade e nelle piazze per manifestare il loro sostegno all’Ucraina, né i sindacati che difendono i diritti dei più deboli condannare la carneficina di un popolo aggredito. Dov’è la società civile? Che fine hanno fatto i preti “rossi” che predicano instancabilmente l’accoglienza degli immigrati e la pace?  C’è forse una pace degna e una indegna? Chi dovrebbe decidere quando por fine alla guerra? Noi per salvare i nostri interessi e rimanere nella nostra comfort zone o chi sta morendo? Dov’è la compassione per i morti, i deportati in Russia, si parla di 300mila bambini, per le vittime di questo genocidio? Vincerà la stessa indifferenza che ha permesso a Hitler di perseguitare il popolo ebraico e mandarlo a bruciare nei forni?  Vinceranno la pigrizia morale e il cinismo, saranno i predicozzi  appiccicosi di preti mainstream a influenzare la scelta tra la difesa di una causa giusta e la comprensione “cristiana” di un criminale minacciato dai latrati della Nato? La guerra in Ucraina è, a mio parere, un’occasione formidabile per ridare dignità alle nostre vite di umani che hanno perso la fede.

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Per fortuna che Draghi c’è…l’opinione di Rita Faletti

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Mario Draghi

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La realtà prima o poi ti presenta il conto. Meglio prima, per evitare che una situazione critica scivoli irrimediabilmente verso uno stato di emergenza da cui uscire fa pensare ai tentativi disperati di salvarsi dal risucchio delle sabbie mobili. I partiti italiani soffrono da tempo di una profonda crisi di identità che li ha trasformati in entità indefinibili, sfumate, aeriformi, la cui unica consistenza , un eufemismo, risiede nelle sigle e nei simboli, che aiutano gli elettori a orientarsi  nel momento in cui sono chiamati a mettere una croce su una scheda. Una scelta ad excludendum piuttosto che determinata da convinzione. In particolare se riguarda il cosiddetto zoccolo duro:  un ex comunista fino a poco tempo fa votava, a volte a malincuore, per il Partito democratico, identificando in esso l’ultimo passaggio nel percorso dal Pci al Pds ai Ds. Dopo l’Ulivo di Prodi (1995-2008), che Letta definirebbe “campo largo”, non c’è più stata una coalizione che comprendesse  l’allora Pds , i Popolari, i Verdi e altre formazioni minori. Il segretario del Pd dovrà decidere se il suo sarà un campo largo sul modello prodiano o un campo di calcetto con Leu e il gruppo risicato di Conte, sulla cui affidabilità non è affatto pronto a scommettere. Il tentativo di mettere in difficoltà Draghi e la stabilità del Governo opponendosi al provvedimento riguardante l’invio di armi all’Ucraina, votato in marzo anche dai 5S, facendo finta di averlo dimenticato o di non averlo sottoscritto, è stato una farsetta da bambini che con la bocca sporca di cioccolata negano di averla mangiata. Una figura miserevole che fa pendant con lo scoop del Fatto “Draghi chiede di fare fuori Conte”,  squalificante per il quotidiano, per il suo direttore che fatica a nascondere  un’odio viscerale nei confronti del premier , per lo psicologo De Masi, fervente ammiratore di Conte, che sbuca nei momenti clou per dargli manforte “Grillo mi ha raccontato che Mario Draghi ha chiesto di rimuovere Conte” , e infine per Grillo, che smentisce “Storielle”. Una storiella, appunto, nata, forse, da una frase o da una battuta del premier sulle capacità di Giuseppi, che mi pare non contrasti con il giudizio tranchant espresso tempo fa dal comico sull’ex premier. Un pettegolezzo che ha alzato un vento temporalesco mosso da obiettivi che non si ha il coraggio di confessare. Un gruppetto di individui frustrati che non si arrendono e in ricerca perenne di rivalsa. Fatto sta che il cauto Letta ha di fronte un dilemma da sciogliere e nel frattempo attende l’esito delle regionali in Sicilia dove il Pd è in coalizione con i pentastellati.  Seguiranno le regionali in Lazio e in Lombardia, dove coinvolgere i grillini sarebbe un rischio: in quella regione il solo nominarli ha un effetto respingente e anche il Pd lombardo ha connotazioni che lo differenziano dal Pd di altre regioni. Poi c’è il centro destra che si consuma in bizze controproducenti, ma rivelatrici di una sostanziale distanza che non dipende solo dalla rivalità tra Meloni e Salvini per la leadership. Salvini è al capolinea e va sostituito e il centro destra rifondato. La curiosità è tutta rivolta al centro di cui si fa un gran parlare ma che nessuno riesce a vedere. L’affollamento c’è, quello che manca è la condivisione di una linea comune e chiara. Azione, Italia Viva, +Europa, Partito socialista, Europa Verde, totiani e brugniani che nel frattempo si sono divisi, forzisti delusi e oggi “Insieme per il futuro” di Di Maio. In Italia, il vero assente è un partito liberale, mai davvero esistito perché l’idea liberale, frutto di una cultura, è lontana dalla mentalità di un popolo refrattario al senso di responsabilità, che è inscindibile dalla libertà.  Se non sei responsabile non sei neanche libero. C’è invece una spiccata e diffusa  vocazione alla lamentela e al vittimismo, soci impenitenti del dirittismo senza doveri  e alimentatori di storielle da sopravvissuti , alle prese con esercizi di equilibrismo di chi si trovasse costretto ad attraversare l’Indo su un ponte decrepito. In questa situazione, chi potrà prendere le redini del governo fra un anno? La domanda è aperta, la risposta unica.

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Emergenza idrica…l’opinione di Rita Faletti

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Il cambiamento climatico è una minaccia per il futuro dell’umanità. Quante volte sentiamo ripeterlo e quante volte pensiamo, egoisticamente, che sì lo è ma intanto non ci riguarda perché viviamo nel presente e del futuro si occuperà chi verrà dopo di noi. I nostri figli? viene da chiedere, considerando con quanta frequenza le progenie vengano citate per motivi che attengono ai nostri interessi più che ai loro. Serve una “progettualità di lungo respiro”, lungo fino all’appuntamento elettorale successivo.  La tattica della toppa o del rimando non si attaglia ai tempi attuali. La siccità di questi giorni, in alcune regioni non piove da quattro mesi, potrebbe ripresentarsi con maggiore frequenza e a farne le spese sarebbe soprattutto l’agricoltura con ricadute sull’agroalimentare, eccellenza italiana. Il riscaldamento globale sta facendo sentire i suoi effetti e l’emergenza idrica insegna che non bisogna lasciarsi cogliere impreparati, nonostante il nostro paese sia ricco di acqua (montagne, fiumi , laghi, un sistema di canali di migliaia di chilometri)  il terreno sia permeabile e negli ultimi dieci anni la gestione del servizio idrico si sia modernizzata. Mentre però le variazioni climatiche si sottraggono al controllo umano, le misure da prendere per contrastare le conseguenze della penuria idrica possono essere migliorate e perfezionate. La statistica aiuta a farlo come la conoscenza di alcuni dati che fanno capire che il razionamento domestico e la chiusura dei rubinetti nelle ore notturne non sono la soluzione. Infatti, solo il 3 per cento dell’acqua sotto forma di piogge e scioglimento delle nevi,  è destinato alla potabilizzazione, che, per un terzo, in alcuni casi fino al 70 per cento, si disperde a causa della rete di distribuzione fatiscente per mancanza di manutenzione, in particolare nei piccoli comuni con scarse risorse economiche. Sono perdite che riguardano il danno economico mentre il cuore della scarsità idrica sono le politiche agricole e del territorio, le riforme strutturali e gli investimenti, di cui parla Giulio Boccaletti, esperto di sicurezza ambientale, in “Acqua. Una biografia”.  L’autore suggerisce soluzioni efficaci che tengono conto di alcuni dati fondamentali: le precipitazioni annue – piogge e scioglimento delle nevi – rispetto alla quantità  e ai periodi di massima intensità, e le colture in relazione al ciclo fisiologico e alle necessità idriche. Il primo dato, le precipitazioni, registra 300 miliardi di metri cubi all’anno, dei quali la metà torna in atmosfera per evaporazione diretta e traspirazione attraverso le piante, mentre l’altra metà finisce nei corsi d’acqua e nelle falde per poi raggiungere il mare. Le foreste e le coltivazioni nei campi sono le prime ad intercettarle, ma siccome la capacità produttiva si concentra nei mesi estivi, proprio quando le precipitazioni sono minime e l’evaporazione massima, si ricorre, oltre all’acqua degli invasi, a quella dei fiumi, che tendono così a seccarsi. In aprile e tra novembre e dicembre, invece, si segnalano i picchi delle precipitazioni a fronte di una capacità produttiva limitata. Si tratta quindi di compensare lo sfasamento tra necessità idrica e precipitazioni adottando soluzioni a beneficio dell’agricoltura. Servono infrastrutture, tecnologia e impianti, cioè più investimenti, e serve capitale sociale, ossia organizzazione, condivisione e regole, e istituzioni legittimate a prendere decisioni sulle scelte da fare, cosa tenere e cosa sacrificare. Un sistema di gestioni troppo locale e non sufficientemente  industriale non è in grado di rispondere a situazioni di emergenza idrica, così come un modello agrario rigido, incapace di adattarsi ai cambiamenti climatici, si rivela poco produttivo.  In conclusione, l’acqua che abbiamo va usata in maniera più efficiente,  razionalizzando la domanda piuttosto che espandendo l’offerta. L’“oro blu” è un bene talmente prezioso che nel 1995 il vice presidente della Banca Mondiale previde che le guerre del XXI secolo sarebbero state combattute per la sua conquista.

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Zelensky al suo primo Consiglio europeo…l’opinione di Rita Faletti

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Ieri a Bruxelles la Commissione europea ha votato sì alla candidatura Ue di Ucraina e Moldava, vincendo le resistenze di alcuni paesi. Un grande giorno per Volodymyr Zelensky,  il presidente senza macchia e senza paura che ci aveva sperato e creduto, che in questi  120 giorni di guerra, tanti ne sono trascorsi dall’inizio dell’invasione russa, ha spronato i suoi, li ha incoraggiati, sostenuti nei momenti più difficili, si è rivolto all’Occidente per chiedere armi armi e ancora armi, per pregare i partner di non dimenticare la causa ucraina, di non distogliere lo sguardo da un popolo che sta lottando per difendere la propria esistenza e autonomia. In un’atmosfera di  commozione generale, il presidente ucraino  ha ringraziato i 27 membri dell’Ue, uno ad uno, per aver accolto l’Ucraina nella famiglia europea di cui si sente parte, pur sapendo che il percorso sarà lungo, forse decenni, e non potrà iniziare se non a guerra finita. E’ il primo passo dall’alto valore simbolico verso la piena appartenenza, è la decisione di carattere geopolitico volta a schermare l’Ucraina dal revanscismo russo, è la garanzia del sostegno europeo, in termini  economici e di armi, contro la disinvoltura oscena dello zar nell’usare la forza delle armi per prendersi  ciò che vuole, è la conferma che questa volta l’Occidente non è rimasto a guardare.  Era il 28 febbraio, quattro giorno dopo l’inizio dell’invasione russa, e Volodymyr Zelensky, al pianterreno del palazzo presidenziale a Kiyv, firmava la richiesta di adesione all’Ue mentre l’esercito russo era nella periferia della capitale alle prese con la strenua resistenza ucraina, ancora frastornato per non essere stato accolto con i fiori. Anche lo zar era piuttosto contrariato per il fatto che Zelensky non si fosse dato alla macchia come Viktor Yanukovich nel 2015. Ma gli uomini non sono tutti uguali e quell’attore comico che aveva suscitato le sue battute sarcastiche stava dimostrando di avere del fegato. Lo zar aveva fatto male i conti, dimostrando la grossolanità di chi confida solo nella forza bruta. In quello stesso giorno, il 28 febbraio, Mario Draghi  dichiarava di volere l‘Ucraina nell’Ue. La guerra continua, il furore dei russi anche, e sorprende che allo stato dell’arte la conquista del Donbas non si sia conclusa nonostante gli invasori dispongano di armi pesanti che sembrano non finire mai: il rapporto è di 10 a uno, con le munizioni ucraine in esaurimento.  Il morale però è alto, le capitali europee sono con Kiyv, dagli Stati Uniti sono arrivati i potenti lanciarazzi Hirmars, che potrebbero ribaltare l’esito della guerra, gli ucraini combattono per la loro patria, i russi non sanno per cosa, negli  8 anni di conflitto a bassa intensità che percorre il Donbas, le forze ucraine hanno imparato a combattere, a muoversi con agilità sul terreno, a contrattaccare e ora hanno un motivo in più per lottare. Il merito della vittoria di ieri è in gran parte del nostro presidente del Consiglio che si è battuto con convinzione e ha trascinato dietro di sé un’Europa dal metabolismo lento e dalle decisioni tardive. “L’Italia è al nostro fianco. Grazie mille, signor primo ministro! Grazie per la sua forza, per la sua perseveranza. Grazie per aver dimostrato che i princìpi delle persone perbene sono davvero il fondamento dell’Europa”, ha detto Zelensky rivolto a Draghi.

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Altra bandierina caduta, nubifragio in vista…l’opinione di Rita Faletti

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ll partito delle toghe ha fatto flop nell’indifferenza dei suoi più accaldati sostenitori, quelli che “sono tutti delinquenti, mandiamoli a casa”. La sedia è prioritaria, la giustizia può attendere. Un video di Grillo che aizza la folla, visto oggi, suggella la fine di un’epoca e di un Movimento a brandelli, quello sì in attesa di giudizio. La doccia fredda sulla casta dei privilegiati, che si reputano antropologicamente superiori, è arrivata con l’approvazione definitiva del testo Cartabia. Il partito dell’onestà si è arreso, indifferente all’insurrezione di una categoria di statali che da un trentennio fanno il bello e il cattivo tempo, i magistrati, impermeabili ad ogni invito a riformarsi inteso come un affronto alla loro indipendenza, o, per meglio dire, imperio. In risposta alla riforma, avevano proclamato uno sciopero, disapprovato però da molti colleghi, che si è risolto in un flop. Bene. A quel flop ne è seguito un altro, di segno opposto, quello del referendum sulla giustizia, promosso per raddrizzare lo storto. L’Anm pregustava già il dolce sapore della rivincita, che non c’è stata. Neanche i pentastellati  hanno mosso un dito, rassegnati a mettere in soffitta tutto l’armamentario giustizialista, fiore all’occhiello di un Movimento che dalle piazze è passato al governo e dalla lotta bislacca alla normalizzazione, senza un chiarimento. Qualche malumore ma nessuna bagarre. Compostamente hanno votato la Cartabia pure i follower di Conte che da un anno dichiara che mai una riforma del genere. La farsa è prioritaria, la coerenza può attendere. Delusi i populisti di ogni colore e sesso, i quotidiani diventati famosi grazie agli schiavettoni  e i politici moralizzatori, gli stessi e gli eredi di quelli che avevano accolto con applausi scroscianti il Pool milanese. Inutile recriminare, contano i fatti e la riforma è uno di quelli. Cosa cambierà con la Cartabia? La separazione tra pm e giudici sarà quasi totale perché sarà consentito un solo passaggio di funzioni; chi sarà eletto in politica non potrà ricoprire funzioni giurisdizionali; sarà valutata la professionalità dei magistrati anche dagli avvocati, nei Consigli giudiziari locali; verrà istituito un fascicolo delle performance, da aggiornare annualmente, che terrà conto dei risultati giudiziari ottenuti, in termini di produttività e qualità. Il deputato Enrico Costa, di Azione, festeggia: “Si potrà distinguere chi è più bravo da chi lo è meno”. Concetto caro a Carlo Calenda, segretario del partito, che fa del merito la condizione necessaria per ricoprire qualunque tipo di incarico. Crolla il principio dell’uno vale uno mentre si stanno addensando nuvole nere sulle teste dei grillini e del loro capo sulla bozza riguardante l’invio di armi all’Ucraina. Nubifragio in arrivo, sul Governo non cadrà una goccia.

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Draghi, Macron e Scholz a Kiyv…l’opinione di Rita Faletti

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Erano gli unici capi di Stato a non essersi recati a Kiyv per incontrare il presidente Zelensky. Ieri Draghi Macron e Scholz sono arrivati in treno nella capitale ucraina. Il premier italiano, il presidente francese e il cancelliere tedesco, i leader dei tre Paesi europei più importanti, hanno intrapreso assieme un viaggio che è la dimostrazione di quanto l’Europa sia riuscita a compattarsi attorno a un progetto di difesa e sostegno di un popolo aggredito a causa delle allucinazioni neoimperialiste di un individuo proiettato nel passato. L’iniziativa è partita da Draghi, che il 24 febbraio ha dichiarato quello che in questi mesi ha continuato a ripetere nelle varie occasioni: l’Ucraina deve difendersi e noi dobbiamo aiutarla a farlo, in tutti i modi, anche con l’invio di armi. La Russia non deve vincere. Che equivale a dire che deve perdere. Determinazione e diplomazia, spinta quest’ultima alle conseguenze estreme  nella frase di Macron “Non dobbiamo umiliare Putin”, che si è guadagnato le critiche di Zelensky:  il presidente francese venga a verificare di persona la brutalità dell’esercito invasore.  In fondo, cosa ha sempre e solo chiesto Zelensky? Armi, di inviare le armi che servono a fermare l’aggressore che sta riducendo in macerie un Paese, uccidendo i suoi cittadini, calpestando la libertà all’autodeterminazione. Senza armi, l’Ucraina non esisterebbe più come Ucraina, che nella testa di Putin non è mai esistita. Prima di andare a Kiyv, Draghi ha dovuto probabilmente espugnare il muro d’incertezze di Scholz, un leader debole e confuso, troppo preoccupato per le imprese tedesche e troppo poco della tragedia di un popolo sotto assedio. L’altra faccia, quella negativa, della mentalità germanica, rigorosa fino all’intransigenza, che affiora quando l’inflazione sale e il Pil rischia di scendere. Macron e Scholz guardano alla politica interna, che è anche politica estera, e su questo fronte, Draghi sta dando una lezione di lucidità e pragmatismo. Il nostro premier “atermico”, come è stato definito non solo perché non indossa mai il cappotto, neanche con temperature polari, l’ex banchiere esperto di economia e finanza, nel rapporto tra economia e libertà, tra scelte di politica interna e politica estera, assegna alla libertà un ruolo fondamentale, che nel caso della guerra in Ucraina significa solidarietà nei fatti e capacità di visione.  Il Financial Times, riferendosi a Draghi ha scritto: “L’approccio del premier con la Russia è uno dei più profondi cambiamenti di politica estera mai registrati in Europa da anni”. E’ stato Draghi, infatti, che per primo ha espresso la necessità di emanciparsi dalla dipendenza energetica di Mosca e in fatto di aiuti concreti a Kiyv, ha spinto perché la maggioranza votasse compatta per l’invio di armi all’Ucraina fino al 31 dicembre. “Siamo qui per portare sostegno incondizionato al popolo ucraino. Un popolo che si è fatto esercito per respingere l’aggressione della Russia e vivere in libertà. L’Europa deve avere lo stesso coraggio che ha avuto Zelensky”, ha detto Draghi ieri, evidenziando che l’Europa è concorde nell’ammissione dell’Ucraina allo status di paese alleato. I tre leader, con il presidente romeno Johannis, prima di incontrare Zelensky nel palazzo presidenziale, sono stati accompagnati a Irpin, una delle città martoriate dagli attacchi russi. Palazzi bombardati, case carbonizzate, ponti abbattuti, l’orrore e la devastazione che riportano indietro alla barbarie del passato. Il premier italiano ha osservato in silenzio, visibilmente commosso, lo scheletro di un’automobile dove i russi hanno assassinato una madre e i suoi due bambini, poi, guardandosi attorno “Ricostruiremo tutto”, ha detto.  Macron e Scholz, forse prendendo atto della realtà, hanno promesso l’invio di armi “efficaci”, cioè pesanti , come Kiyv ha chiesto. Speriamo che alle parole seguano i fatti, dal momento che, finora, Boris Johnson, da solo, ha inviato al Paese il doppio delle armi fornite dall’Europa, tra cui missili a lunga gittata. E ci sono gli Stati Uniti che hanno stanziato un altro miliardo e fornito altre armi, arrivate a destinazione un paio di giorni fa. “Il viaggio non servirà a niente”,  ha commentato il falco Medvedev, riferendosi ai tre leader  come “mangia rane, mangia wurstel e mangia spaghetti”. Grazie mille, shit eater.

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Vincenti e perdenti…l’opinione di Rita Faletti

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Il giorno dopo il voto si tirano le somme. Primo dato: bassa affluenza alle urne per le amministrative che registrano la conferma del centro destra a Genova con la rielezione di Bucci, del quale non serve tessere le lodi, la città conosce la competenza e la serietà dell’ex manager; a Palermo Leoluca Orlando lascia la sua poltrona a Lagalla sostenuto dal centro destra, negli altri comuni, 971 sono andati al voto, la situazione vede il ballottaggio tra centro destra e centro sinistra. Alla consueta domanda, chi ha vinto e chi ha perso, la risposta non lascia dubbi: il Pd è il partito più votato e il M5S è definitivamente diventato un partito fantasma, mettendo a rischio il futuro del famigerato campo largo. Conte si concede alla stampa e tenta di ammortizzare il colpo: è la sofferenza degli italiani per la nostra presenza nel governo Draghi. Il solito lamento che dovrebbe servire a cancellare il fatto che i grillini sono al governo dal 2018, da quado lui era premier. Mai una volta che si dica come stanno le cose: nessuno vuole più saperne di noi. Ma le amministrative non sono le politiche: il Movimento rifiorirà, vedrete! Più o meno quello che ha detto Mr.Travaglio, che ci ha tenuto a spiegare che il Movimento non esisterebbe se i partiti non avessero fallito. Sempre colpa degli altri. La scomparsa dei grillini nel Paese (il grillismo è finito,  sintesi renziana) contrapposta alla massa di parlamentari, pone un problema che Giorgia Meloni ha presentato agli alleati: non è forse il momento di dare una spallata al governo e andare al voto? Gli “alleati” non ci pensano neanche, tanto meno Salvini lo svalvolato, che dal Papeete non ne fa più una giusta. A partire dal referendum sui cinque quesiti sui temi della giustizia, il poveretto ha dato prova di aver esaurito le cartucce. Gli rimane il fiato per correre di qua e di là e riesumare disperatamente i vecchi temi di un repertorio abusato. Le bollette, le tasse, i consumi degli italiani, che si intercalano, a seconda dei momenti, con la pace, il viaggio a Mosca, la cancellazione del viaggio a Mosca perché, “se devo essere divisivo preferisco stare a casa con i miei figli”, e ridaje co ‘sti figli. Ultimamente ha ripreso a strillare contro l’Europa e Lagarde per l’aumento dei tassi invece di preoccuparsi di spiegare agli italiani i cinque quesiti sulla giustizia che lui stesso aveva promosso con i Radicali. Quando ha avuto sentore che la cosa poco interessasse, invece di insistere, mettere manifesti in giro, promuovere iniziative per rendere note le ragioni del referendum, si è defilato. Da leader a follower, si aggrappa a quello che annusa in giro e se ne appropria. Non ha nemmeno depositato le firme raccolte, perdendo così il diritto alle tribune referendarie e ha mandato avanti Calderoli. Poi, di fronte al flop, ha parlato di complotti. Da garantista che voleva essere, è riuscito a resuscitare il giustizialismo e l’Anm, facendo la gioia di Giuseppe Santalucia, presidente dell’Associazione nazionale magistrati: “Il voto popolare è una sonora bocciatura di un disegno di riforma della magistratura che non è gradito, si tratta di prenderne atto”. Colta al volo l’occasione di usare strumentalmente una sconfitta. Persa l’occasione di riformare una magistratura in rovine, che si è imposta all’attenzione del Paese per le sue disastrose inchieste, le risse tra correnti, il feroce tentativo di far prevalere il proprio potere su quello della politica e perfino dell’economia. Rialzano la testa i magistrati, convinti della loro superiorità morale, del loro governo degli “incorruttibili”. La partecipazione più bassa che mai si sia registrata, 20,9%, a un voto dalle conseguenze politiche gravissime che rischiamo di pagare molto caro. Una disfatta di cui Salvini è il principale colpevole.  I suoi lo guardano e si guardano, tacciono, lo sopportano, non intervengono, Giorgetti sbuffa o alza le spalle, tutti aspettano la stessa cosa: che la macchietta si tolga di mezzo. E Meloni gongola.

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“Odio gli occidentali bastardi e degenerati”…l’opinione di Rita Faletti

Rita Faletti – Giugno 8, 2022 – 10:21

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O vi convertite all’islam o vi giustizieremo. La formula ricorrente usata dai miliziani dell’Isis per convincere gli “infedeli” di tutte le religioni, esclusa la loro, a seguire i dettami della sharia. Lo sgozzamento era assicurato a chi non voleva sottomettersi. La Russia teme la Nato e i suoi metodi, “L’Occidente ci impedisce di esercitare la nostra politica estera”, è l’ultima boutade di Lavrov,  intendendo per politica estera l’invasione premeditata e ingiustificata dell’Ucraina, che, secondo il capo del Cremlino, non esiste come entità statuale autonoma perché, sempre secondo il capo del Cremlino, non esiste una lingua ucraina e non esiste una cultura ucraina. L’Ucraina è un’entità astratta e come tale, il suo vicino, con la benedizione del patriarca di Mosca Kirill, ha il diritto di esercitare la propria politica estera come gli pare, cioè come abbiamo visto tutti, compresi quei paraculi dei pacifisti. Dunque, l’aggressione con stragi e furti, dall’elettrodomestico al grano alla nave di un armatore italiano, sono ammessi come normali pratiche che regolano le relazioni con gli altri paesi, in particolare quelli che non esistono. Se non fosse per i morti ucraini, verso i quali è naturale provare sentimenti di vera compassione e fare il possibile perché chi continua a combattere difenda la libertà propria e dell’Ucraina, senza escludere l’invio di altre armi, sarebbe da ridere in faccia a Putin e ai suoi scagnozzi che alzano il livello delle minacce e degli insulti rivolti all’Occidente. Razov, l’ambasciatore russo in Italia convocato dalla Farnesina per aver accusato i politici italiani di bassa moralità, ha insistito sulla propaganda antirussa nel nostro paese. Intrappolato nella bolla di menzogne propalate dalla sua Russia, è lontano persino dalla percezione del ridicolo che le sue parole suscitano. Chi è abituato a mentire identifica la menzogna con la verità. Ieri, il comandante in seconda del Cremlino, Medvedev, ha sbottato: “Odio gli occidentali bastardi e degenerati e farò di tutto per farli scomparire”. Finalmente, la Russia si è rivelata per quello che è: uno stato terrorista. Vediamo se quel pollo di Salvini avrà ancora il coraggio di dire castronerie imbarazzanti e indossare impunemente la maschera del pacifista. La passione per Putin, che non ha mai smentito, e la passione per la pace, non possono coesistere, a meno che la seconda non sia una protesi  finalizzata alla solita meschina raccolta di voti.

Freno a mano tirato di Francia e Germania…l’opinione di Rita Faletti

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Dei cento giorni della guerra illegale e ingiusta iniziata da Putin il 24 febbraio, la mente ci restituisce una sequenza di immagini di morte e distruzione, i racconti di chi è sopravvissuto e ha visto uccidere il padre, un fratello, la figlia, un amico, un vicino di casa, di chi ha trascorso mesi negli scantinati, perdendo il senso del tempo, sperando nella fine di un incubo. Quel 24 febbraio l’Occidente democratico, scioccato dalla prepotenza immotivata e dalla mancanza di scrupoli ha reagito con una sola voce: siamo tutti ucraini. Bisogna fermare l’aggressore, e l’aggressore è Putin. Ma in che modo? Fornendo a Zelensky tutte le armi che chiede e smettendo di finanziare la Russia con l’acquisto del suo gas e del suo petrolio. “Faremo il possibile perché Putin sia sconfitto” disse Biden, che definì il capo del Cremlino un dittatore omicida, un criminale puro, suscitando reazioni di sdegno in chi non si era sdegnato con altrettanta energia di fronte alla violenza dell’invasore. Interessi e prestigio personali, relazioni mercantiliste con Mosca, ripercussioni economiche, paura di ritorsioni. Macron e Scholz preferiscono i toni misurati di chi in tempo di guerra è sospeso tra la difesa della libertà e la difesa del business e in tempo di pace sventola la bandiera della libertà e dei diritti. Macron e Scholz non sono andati a Kyiv, le grandi potenze del Vecchio continente traccheggiano. Se Putin non morirà di cancro o in un attentato, questa guerra di attrito non impedirà la ripresa dei buoni rapporti interrotti. Finora, la Germania ha cercato di salvare capra e cavoli. Ha annunciato un miliardo di euro per aiuti militari all’Ucraina e in fatto di armi, per evitare di comparire, ha chiesto alla Slovenia di inviare i propri carri armati di fabbricazione sovietica in cambio di panzer da Berlino. Recentemente ha promesso semoventi Gepard, ma senza munizioni. Gli è stato risposto, in modo elegante, che può tenerseli. Il cancelliere è debole in una Germania debole, che teme le conseguenze di uno stop alle importazioni di gas russo, mentre gli  esperti hanno spiegato che la crisi sarebbe gestibile. In realtà Scholz subisce le pressioni dei tedeschi filorussi. Eppure, la Germania è la forza centrale della Nato in Europa, ma dimostra, secondo Hans-Ulrich Joerges, giornalista famoso e pluripremiato, di non aver capito la storia. “La Germania ha un ruolo fatale in Europa: quale sarà il bilancio fra cinque anni dopo i massacri in Ucraina? Una disfatta morale solo per salvare la sua industria: e questo con la storia che ha!” Non si tratta soltanto di armi e sanzioni, Germania e Francia sono responsabili anche del mancato ingresso dell’Ucraina nella Nato. Al vertice del 2008, fu la Merkel, con il presidente francese Sarkozy, a impedirlo. Oggi quel Paese non starebbe combattendo disperatamente per salvare il proprio territorio e la propria indipendenza. Svezia e Finlandia non cercherebbero di correre ai ripari e le popolazioni dell’est Europa, Ungheria esclusa,  non sarebbero così fermamente coese nel condannare il pericoloso vicino. Polonia e Svezia, insieme a Gran Bretagna, continuano a inviare armi, nei Paesi baltici il sentimento di ostilità nei confronti di Putin è palpabile tra la gente e nelle istituzioni. A Vilnius, il Museo delle vittime dei genocidi testimonia le atrocità dei totalitarismi e delle dittature. Nell’edificio che fu la sede del NKDV sovietico tra il 1940 e il 1941, della Gestapo dal 1941 al 1944 e di nuovo del KGB fino al 1991, le celle delle torture fanno rabbrividire. Per capire la Russia bisogna aver provato a stare sotto il suo tallone. Solo così è impossibile farsi illusioni. Chi dice che la Finlandia nella Nato è per la Russia una provocazione sufficiente per non dormire la notte, ha qualche problema mentale. “La Russia non deve vincere” ha detto Draghi. Avrebbe già perso se avesse vinto il coraggio contro la paura: stop immediato al petrolio, al gas e al carbone, esclusione dal sistema swift di tutte le banche, embargo commerciale totale. “Mai voltare le spalle davanti a un pericolo! Se lo fai, raddoppi il pericolo. Ma se lo affronti subito e senza esitazioni, riduci il pericolo a metà”, diceva Churchill.

Scuola in piazza domani…l’opinione di Rita Faletti

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Domani ci sarà la mobilitazione della scuola. Ne sentivamo la mancanza dopo due anni di sospensione di ogni attività, compresa quella didattica, che ha arrancato tra aperture e chiusure e insegnamento da remoto.  A soffrirne maggiormente gli studenti, le prime vittime di un sistema educativo che fa acqua, su cui si è intervenuto con soluzioni che sapevano di posticcio in attesa della grande riforma. Quali sono i motivi dello sciopero? Sostanzialmente la presa di mira del decreto Pnrr 2 su reclutamento e formazione dei docenti. Per la precisione, ad essere contestati dai sindacati di categoria sono gli articoli 44-47. Cosa dicono? Per essere assunti in ruolo, dopo la laurea servono: 1) un percorso universitario e accademico abilitante di formazione iniziale con 60 crediti formativi universitari o accademici; 2) il superamento di un concorso pubblico nazionale, indetto su base regionale o interregionale; 3) un periodo di prova in servizio, di durata annuale, con test finale e valutazione positivi. Se si è precari, in servizio presso le istituzioni scolastiche statali da almeno 3 anni scolastici, non necessariamente continuativi, saranno sufficienti 30 crediti. Il decreto comprende anche, e giustamente, la formazione continua. Giustamente dal momento che in Italia, nel pubblico impiego, quello che interessa è entrare e assicurarsi una stabilità economica a vita. Il ministro Bianchi è sotto attacco perché non ha svolto il necessario confronto preventivo con i sindacati e nel decreto non si fa accenno alla carriera professionale degli insegnanti. Chi ha ragione?  Il fatto è che il degrado del sistema educativo italiano ha un responsabile: lo schema istituzionale-amministrativo centralistico. La formazione e il reclutamento sono una faccenda del Ministero, cioè dell’amministrazione centrale dello Stato. Quindi, l’Università offre il sapere, l’Amministrazione organizza i corsi abilitanti e i concorsi, i vincitori vanno ad occupare i posti scoperti, la carriera corrisponde agli scatti di anzianità. Poiché in tutto ciò rientrano orari, organizzazione del lavoro, stipendi ecc., i sindacati ritengono di dover regolare con contratti specifici queste materie. Il punto è che le scuole non dovrebbero essere un’articolazione dello Stato centrale, perché sono, a tutti gli effetti,  un’istituzione della società civile, radicata nelle varie comunità civili e religiose, nelle organizzazioni della produzione e del lavoro. Si tratta di un assetto giuridico-istituzionale che si chiama “autonomia”. Lo Stato deve portare a scuola tutti i giovani e verificare, attraverso un sistema rigoroso di valutazione (che si disdegna con le scuse le più diverse) la capacità della scuola di rispondere alla domanda di istruzione e educazione. E’ quello che Luigi Berlinguer e Letizia Moratti tentarono di fare, trovando l’opposizione della maggioranza degli insegnanti, dei loro sindacati e dei loro partiti, ostili, tutti, alle responsabilità che un’autonomia presa sul serio comporta.  Il merito sarebbe stato premiato. Al suo posto trionfano l’incompetenza, l’indifferenza, il menefreghismo e la fannullaggine. E lo sciopero è l’arma migliore contro la serietà e l’impegno. Provare a vedere come funzionano le cose in Paesi in cui l’istruzione è ritenuta fondamentale per la crescita delle generazioni future. In Germania, per fare un esempio, la prassi è la seguente: per prima cosa si sceglie cosa insegnare (si possono scegliere due discipline), ci si iscrive a un corso di laurea triennale e successivamente a un corso di laurea specialistica (Master) attinente alle discipline scelte. Contemporaneamente, è necessario seguire corsi  (Lehramt) che preparano ad insegnare le due discipline e forniscono una formazione pedagogica. Conseguiti  Bachelor (Laurea) e Master insieme ai Lehramt, è possibile presentare la propria candidatura ( non si è sicuri di essere scelti perché i posti sono limitati) per essere ammessi a quello che una volta si chiamava Refendariat: si tratta di due anni di insegnamento assistito ed esaminato periodicamente da un’apposita commissione di docenti, integrato da corsi ed esami di argomento pedagogico. Alla fine si deve sostenere un esame di Stato dal cui superamento dipende l’abilitazione all’insegnamento. E noi in Italia vorremmo che gli stipendi degli insegnanti fossero uniformati  a quelli dei  colleghi europei! Purtroppo la scuola è diventata un serbatoio di voti, alla stregua di un partito politico. E’ il populismo bellezza!

La Nato non ha abbaiato alle porte della Russia…l’opinione di Rita Faletti

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Chi pensa di costringere Putin al dialogo è ingenuo o in malafede. L’unico caso in cui il dittatore russo potrebbe accettare un confronto, che non assomigliasse però a un cedimento, sarebbe una sconfitta sul campo di battaglia. Nel Donbas lo scontro è furibondo e le truppe russe ce la stanno mettendo tutta per prendere quella regione palmo dopo palmo. Ma gli ucraini resistono. Tre mesi di guerra, l’efferatezza delle violenze subite dai civili, le morti, le fosse comuni, gli stupri, le deportazioni, le distruzioni a tappeto, non possono che aver aumentato la rabbia contro l’aggressore, carburante indispensabile per non mollare. Per coloro che credono nei valori della libertà e della democrazia, l’Ucraina ha già vinto. Ha vinto in Polonia, nei Paesi baltici, in Romania e Moldavia, nella Repubblica ceca, in Svezia e in Finlandia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. I governi dell’Europa occidentale, malgrado gli sforzi di von der Leyen, sono più cauti, preoccupati a salvare le proprie economie (Germania) e ricucire le relazioni con Putin dopo la guerra (Francia). L’atteggiamento di appeasement nei confronti di Mosca non è una novità dell’asse franco-tedesco.  Eppure, da posizioni opposte, Francia e Germania non dovrebbero aver dimenticato il loro non commendevole contributo al trionfo di Hitler in Europa prima della catastrofica caduta determinata dagli anglo-americani. La Germania si fidò di un dittatore che avrebbe portato il Paese alla rovina e la Francia, con la Repubblica di Vichy, collaborò con il Terzo Reich. Si riteneva che concedendo qualcosa, il dittatore si sarebbe fermato. Pensano la stessa cosa coloro che oggi vorrebbero regalare a Putin ciò che appartiene agli ucraini. Come dire: gli ucraini, che combattono anche per la nostra libertà e ci mettono i loro morti, dovrebbero cedere una parte dei loro territori perché noi potessimo continuare a vivere in pace e fare affari con il carnefice russo. Tra le tante fesserie che circolano, ne ho sentita una colossale che supera in stupidità tutte le altre e fa parte della solita melassa:  dobbiamo sforzarci di capire Putin. Cosa ci sarebbe da capire, di grazia? Per chi ancora nutrisse qualche curiosità sulla natura dei dittatori, sappia che sono tutti uguali, non sono abituati allo scambio di punti di vista che non siano con i loro simili, non prendono ordini e non avvertono dei loro piani che perseguono fino alla fine con ostinazione. Nel 1938, dopo qualche ultimatum, Hitler realizzò l’Anschluss, poi, senza chiedere permesso, occupò i Sudeti  e l’anno successivo invase la Cecoslovacchia. A capire con chi si aveva a che fare fu Churchill, che dichiarò guerra a Hitler sostenuto da F.D.Roosevelt. Nella Storia certe combinazioni si ripetono, perché è l’indole dell’uomo a fare la Storia. Oggi come allora, Gran Bretagna e Stati Uniti sono dalla stessa parte senza tentennamenti. Cinquantacinque anni dopo la fine della WW2, l’Europa ci ricasca: siamo nel 2000 e Putin rade al suolo Grozny, nel 2008 si prende l’Ossezia, nel 2014 annette la Crimea e mette una zampa sul Donbas. “Quei rammolliti degli europei non diranno niente” fu l’osservazione del presidente russo. Non sbagliò. L’Europa tacque, la Nato non aveva abbaiato alle porte della Russia. Putin agì di propria iniziativa, secondo un piano che aveva in mente da tempo. Forse Bergoglio dovrebbe rivedere le proprie convinzioni che nascono con tutta probabilità dalle sue origini argentine, quindi viziate dal pregiudizio antiamericano. Dovrebbe anche sapere che la Nato è un’organizzazione internazionale costituita nel 1949 con finalità difensive e che nessun Paese fu spinto con la forza ad aderirvi. La missione di un pontefice non consiste solo nel predicare la pace come valore teorico quando c’è una guerra in corso scatenata da uno solo dei due contendenti, consiste soprattutto nel guidare il giudizio e aiutare a distinguere il bene dal male e il giusto dall’ingiusto. L’equidistanza del Vaticano mi pare una strategia messa in campo per sottolineare la distanza dagli Stati Uniti piuttosto che per evitare di colpire la Russia, che sfido chiunque a rappresentare come parte lesa. “I russi,  disse Putin, sanno esattamente dove stanno andando e non dubitano della loro scelta”. Nella confusione generale di un mondo che sta perdendo la bussola, il Papa dovrebbe essere un baluardo per la tenuta morale e mentale dell’umanità.

Per un pugno di voti…l’opinione di  Rita Faletti

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Berlusconi fa il suo esordio pre-amministrative a Napoli e dichiara: “Sono un napoletano nato a Milano”. Per garantire al partito una manciata di voti, poteva promettere qualcosa di più corposo che affermare la propria identità napoletana. Come l’avranno presa i napoletani e i milanesi autentici? Nel capoluogo campano Berlusconi si è preoccupato più dei primi che dei secondi, conoscendo, da napoletano quale si è dichiarato, gli umori ballerini e l’incostanza elettorale del sud che si affida di volta in volta a chi più promette. Ma  nessuno prima di lui aveva azzardato tanto. Camaleontismo elettorale o espressione di un’indole particolarmente versatile? Ne avevamo sentite altre uscire dalla sua bocca con la massima noncuranza: “Ruby è la nipote di Mubarak”. Una sparata talmente eclatante da non sapere se ridere o indignarsi. Una levata di scudi dalle opposizioni scandalizzate, nessuno dei suoi che abbia fatto cic, nemmeno Maroni. Berlusconi abbiamo imparato a conoscerlo e alla sua età, che i ripetuti ritocchi esaltano piuttosto che nascondere, nessuno ci fa più caso. E’ sbagliato perché mentre da giovani cacciatori di consensi, si  tende a voler mostrare la parte migliore di sé, o meglio quella parte che si ritiene più apprezzata dagli elettori, da vecchi subentra una sana indifferenza al giudizio altrui e si diventa più sinceri. Nel caso di Berlusconi, che non vuole saperne che gli anni operino sul fisico e sulla lingua, che tra i politici non è quasi mai portavoce fedele del pensiero, questo non vale. Infatti, fiutando l’aria che tira da un po’, il populista primo in assoluto della politica italiana, ne ha detta una che oltre a trovare in giro molti consenzienti,  è la misura infallibile del suo senso  morale. Schierandosi con l’alleato Salvini (basta armi all’Ucraina, occupiamoci della pace) vittima, il poveretto, di un annebbiamento mentale irreversibile e di mimetismo spinto,  Berlusconi ha dato il peggio di sé quando ha detto che inviare armi all’Ucraina significa essere cobelligeranti, e, se si decide di farlo, meglio sarebbe non pubblicizzarlo. Si fa ma non si dice. Sulla stessa lunghezza d’onda dell’amico Putin, che fa la guerra ma la chiama operazione militare speciale.  E, per aggiungere vergogna a vergogna, afferma testualmente: “L’Ucraina dovrebbe accettare le condizioni di Putin”. Parole inqualificabili che messe a confronto con le dichiarazioni di Mario Draghi dal giorno dell’aggressione russa, condannata con rapidità e fermezza, ad oggi, evidenziano la statura morale dell’attuale presidente del Consiglio e la netta distanza tra ciò che è giusto (aiutare in ogni modo, anche con le armi, non solo con incoraggiamenti e atti di deterrenza il governo democraticamente eletto di un popolo che lotta per la propria libertà e ha il diritto di decidere il proprio futuro) e ciò che è conveniente. Niente più “business as usual”, disse Draghi in occasione del primo pacchetto di sanzioni alla Russia. Berlusconi, al contrario, si comporta da commerciante di matrioske.

Conte, uomo di carattere…l’opinione di Rita Faletti

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Presidente della commissione Esteri del Senato una donna. Non è Paola Taverna, ma Stefania Craxi. I grillini, dopo aver ricambiato con una Zampata il tweet di auguri di “buona LiberaZione” di Vito Petrocelli, il filorusso fino al midollo del M5S, avevano proposto il nome del pentastellato Ettore Licheri. Convinti, secondo calcoli fatti, che i numeri c’erano, hanno invece incassato un’altra batosta. Una dopo l’altra, Giuseppe Conte grida alla congiura contro il Movimento. “Vogliono eliminarci dal Governo!” A Letta piacerebbe un mondo, ma deve pensare alle alleanze per le amministrative. Chiude un occhio e abbozza un sorriso mefistofelico. Lo sconquasso interno al Movimento è ordinaria realtà. Renzi aveva previsto l’implosione già un paio di anni fa. Il suo 2,5 per cento tiene contro il fu 33 per cento del battaglione 5S ora più che dimezzato. Conte è fuori di sé. Dov’è la pochette? E il saluto affabile ai cronisti? Il capo riunisce il consiglio nazionale del Movimento: vorrebbe staccare la spina al Governo. Poi ci ripensa. Non è insolito da parte sua, e corre all’ambasciata della Finlandia dove lo attende Sanna Marin, la premier del paese scandinavo. La rabbia di Conte è sfumata, la Finlandia può entrare nella Nato, l’ha quasi detto persino Cavusoglu, il ministro degli Esteri di Erdogan, e il Governo è il suo salvagente, perché andarsene? Per fare la voce grossa c’è sempre il termovalorizzatore a Roma. Gli passerà e passerà anche quello. Che fermezza di carattere!

“Non dobbiamo umiliare la Russia”…l’opinione di Rita Faletti

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Il mondo parallelo dei troll, dei complottismi e delle post verità riscuote in Italia un successo che non ha eguali in Occidente. Non è una novità, anzi, dagli instancabili dipendenti della stimata fabbrica delle balle e dai loro soci e fiancheggiatori, questo mondo è considerato l’espressione più pura della libertà d’informazione. Si distingue per particolare purezza  La7 di Urbano Cairo, un concentrato di russofilia e antiamericanismo che mai s’era visto prima. Ospiti dei talk show, si avvicendano personaggi  di fede putiniana e negazionisti che attribuiscono le stragi di Bucha ai nazionalisti ucraini, storici e giornalisti faziosi che parlano di Maidan come di un colpo di stato istigato sostenuto e finanziato dagli Stati Uniti, pseudopacifisti che perdono il controllo nervoso se qualcuno osa obiettare, come ha fatto Mieli, “Quando ti arrivano dei cannoni che ti sparano, non puoi metterci dei fiori!” Mette pace Travaglio che spiega: “Il pacifismo è un’ideologia o un movimento che ritiene che con le armi non si raggiunge la pace”. E’ vero, basta smettere di  inviarne agli ucraini ed ecco che Putin potrà ucciderli tutti con la scusa di denazificare il Paese, prenderselo e assicurare a tutti la pace perpetua. Ogni cosa tornerà come prima, avremo gas e petrolio a volontà, gli oligarchi (quelli rimasti in vita) torneranno a spendere e spandere nel Bel Paese gonfiando i portafogli e facendo lievitare il conto in banca di alcuni nostri concittadini, e una marea umana porterà in trionfo Petrocelli, Conte e Salvini. In questo Paese scombinato, ogni giorno che Dio manda in terra è dedicato al travisamento o alla libera interpretazione di fatti e parole in pieno spirito dadaista. Ultimamente sta girando una frase, o per meglio dire la sintesi di uno stralcio di frase estrapolata da un  discorso di oltre un’ora, pronunciato dal presidente Macron al Parlamento di Strasburgo il 9 maggio scorso. “Non dobbiamo umiliare la Russia”. Esultanza di putiniani e antiatlantisti. Peccato che nell’ansia di festeggiare, sia sfuggito l’intero periodo: “Quando la pace tornerà sul suolo europeo dovremo costruire nuovi equilibri di sicurezza e non dovremo cedere né alla tentazione dell’umiliazione né allo spirito di vendetta”. La premessa è “quando la pace tornerà”. Sappiamo, perché lo ha dichiarato, che il presidente francese, come il premier  Draghi, è stato chiaro nel ribadire che sta solo all’Ucraina definire i termini dei negoziati di pace.  A quel punto, l’Europa stabilirà come “costruire nuovi equilibri di sicurezza”, salvaguardare cioè i Paesi indipendenti e sovrani da futuri attacchi esterni, ma senza cadere nella tentazione di umiliare l’aggressore russo con spirito di vendetta. Quel verbo, umiliare, è stato scelto intenzionalmente da Macron, per ricordare a chi lo ascoltava e a noi, a questo punto è la Storia a parlare, gli effetti disastrosi del Trattato di Versailles dopo la fine della Prima guerra mondiale. Della Germania sconfitta, responsabile del conflitto, la Francia volle vendicarsi umiliandola. Impose condizioni durissime, tra cui lo smantellamento dell’esercito, la smilitarizzazione delle regioni industriali, fulcro dell’economia tedesca, e l’occupazione militare se la Germania non avesse saldato il pesantissimo debito di guerra. Quella umiliazione, inferta a un popolo fiaccato nel morale e impoverito, innescò un meccanismo di rivalsa e un forte desiderio di vendetta che Hitler seppe alimentare e sfruttare a proprio vantaggio, al prezzo della libertà dell’Europa e della pace mondiale. Iniziò così la rapida ascesa di un dittatore sanguinario, la cui parabola discendente coincise con la presa di coscienza delle democrazie occidentali e la loro entrata in guerra. Per la seconda volta, la Germania di Hitler fu sconfitta, ma gli Stati Uniti evitarono di commettere l’errore della Francia e optarono per includere la Germania  tra i Paesi che avrebbero beneficiato del piano Marshall. Quindi, sconfiggere la Russia è indispensabile per la libertà del popolo ucraino, pericoloso umiliarla.

Che dirà Putin alla parata di domani?…l’opinione di Rita Faletti

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1989: il Muro di Berlino cade davanti agli occhi stupefatti del mondo. 1991: la bandiera rossa con la falce e il martello viene ammainata dal palazzo del Cremlino e l’Urss viene ufficialmente sciolta. I due blocchi costituitisi dopo la Seconda guerra mondiale cessano di esistere, le repubbliche sovietiche diventano, almeno formalmente, stati indipendenti, e un inesplorato senso di libertà inizia a circolare. Eppure, lo smarrimento è grande nelle popolazioni che facevano parte dell’Unione sovietica, ben 170 etnie diverse, che si sentono orfane di patria. Nostalgia del passato? Sembra impossibile dopo gli orrori della Russia staliniana. Ma l’essere umano vai a capirlo. Se leggi i romanzi dello scrittore finlandese Paasilinna, che dell’Unione sovietica aveva qualche conoscenza, scopri l’inefficienza  di un regime immobile che si regge su una burocrazia gigantesca e corrotta, descritta con divertito sarcasmo: “Non di solo pane vive l’uomo, anche di scartoffie”. O l’ossessione del dissenso e della minaccia democratica: “Tutti i treni internazionali venivano perquisiti. Sembrava che due criminali politici fossero evasi dall’ospedale psichiatrico di Slavogrod e stessero tentando di fuggire all’Ovest. Non capisco perché non permettano a quei matti di attraversare la frontiera. Che vadano all’Ovest, se quello è il loro mondo ideale”. E la perquisizione si risolve in uno spuntino a base di foie gras e vino rosso offerto dal viaggiatore all’ufficiale di controllo. Un salto temporale e nella società russa la realtà di oggi non è così diversa da come Paasilinna la descriveva con tagliente ironia nei suoi libri. L’arrivo di Putin al Cremlino nel 2000 apre le porte alla speranza, in Russia come in Occidente. Ma una frase, per troppo tempo sottovalutata, “Una tragedia la dissoluzione dell’Urss e il crollo della Russia storica”, che Putin pronuncia, uccide ogni speranza e segna l’inizio di un percorso a tappe: la brutale azione militare in Cecenia, la guerra contro la Georgia, l’annessione della Crimea, l’intervento nel Donbas,  l’invasione dell’Ucraina. In mezzo, quattro mandati e il cambio della Costituzione per garantirsi il diritto di governare fino al 2036. E il filo ininterrotto con il passato: arresti, scomparse, uccisioni di giornalisti scomodi, storie londinesi di spie e avvelenamenti con il Novichok, corruzione di stato e di nomenklatura, spregiudicatezza della propaganda, arretratezza economica e sottosviluppo. Domani, 9 maggio, nella Piazza Rossa si svolgerà la parata per celebrare la vittoria di Stalin su Hitler nella “Grande Guerra Patriottica”, come i russi chiamano la Seconda guerra mondiale. In quell’occasione il capo del Cremlino potrebbe annunciare una vittoria o una guerra totale. La conquista del Donbas? Improbabile. Le truppe russe stentano ad avanzare. La presa di Mariupol? La città portuale assediata da oltre due mesi, pressoché rasa al suolo da bombe e missili, ancora resiste nella zona dell’acciaieria Azovstal. Dopo oltre 70 giorni di “operazione speciale”, quindicimila soldati uccisi, dodici generali eliminati, mezzi blindati bruciati e accartocciati, l’ammiraglia della flotta di stanza nel Mar Nero affondata, Putin non avrà nessuna vittoria da annunciare che sia credibile agli occhi del mondo. Non potrà neanche esibire la meravigliosa macchina da guerra russa. Alla parata sfilerà la brutta copia e in formato ridotto dell’Armata Rossa, un esercito impreparato e disorganizzato, una soldataglia che nei racconti alle famiglie, intercettati grazie all’uso di sistemi obsoleti di comunicazione, si è vantato di saccheggi e razzie nelle case ucraine, un esercito di accattoni che ha rubato di tutto, dalla ferramenta agli accessori e ai capi di abbigliamento di povere ucraine ammazzate, da portare alle loro compagne in Russia. “Che marca è? Che taglia?” Un esercito di stupratori, esortati nientemeno che dalle loro donne: “Violentale tutte quelle pu…ne delle ucraine, ma proteggiti prima!”  Un esercito di miserabili criminali premiati “per il coraggio e la forza dimostrati durante le azioni belliche per la difesa della patria e degli interessi dello stato”. Gli eroi che nella città di Bucha hanno fatto una strage di civili indifesi. Questo è ciò che è rimasto dell’onore di quell’armata che entrò a Berlino per liberare la città dai nazisti. Quindi? Il Cremlino ha detto che non ci sarà alcun annuncio di guerra totale, ma di certo, al grande show, tra bandiere della Federazione russa e bandiere sovietiche, non mancheranno i pezzi forti della potenza militare russa: l’aereo dell’Apocalisse e il missile balistico termonucleare RS-24 Yars. Putin eviterà le minacce all’Occidente e alla Nato, preferirà mettere sul piatto i simboli della forza.

“Hitler era ebreo”…l’opinione di Rita Faletti

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L’intervista rilasciata dal ministro degli Esteri russo Lavrov a un giornalista di Rete 4 e trasmessa da Mediaset, ha scatenato una baraonda infernale. Enrico Letta, a nome del Pd, ha inviato un tweet con la parola “abisso”. Dalla mattina alla sera, i talk show si sono mobilitati per dare la notizia e scandagliare la mente di Lavrov per scoprire le motivazioni della frase incriminata pronunciata dal russo, “Lo pensa davvero?”, interrogando invitati di tutte le risme che pontificavano e asserivano. Minestroni insipienti e corrotti che con la guerra in Ucraina hanno contribuito ad inquinare l’informazione che “deve essere plurale”, per carità, in un paese democratico. Un ritratto rivelatore, come non bastasse l’immondizia dei social, di certa stampa, così lontana dalla compostezza e dal rigore anglosassoni. Cos’ha detto Lavrov? Il navigato portavoce di Putin, riferendosi all’operazione militare in Ucraina volta a difendere i cittadini di lingua russa dalle persecuzioni naziste degli ucraini in Donbas, ha affermato che Hitler, come Zelensky, era ebreo. Un’insinuazione pesante che il premier israeliano Naftali Bennett ha condannato con durezza “Gli ebrei non si sono uccisi da soli nella Shoah”, cogliendo il senso della frase ignobile e facendo piazza pulita delle varie scemenze uscite dagli sproloqui dei sedicenti esperti di casa nostra. “E’ un falso storico!” ha esclamato la Gruber con la solita aria saputella. Che non significa nulla se non si precisa che secondo l’halakhah, l’ebreo di nascita deve essere nato da madre ebrea, e la madre di Hitler era una cattolica praticante, motivo per cui il figliolo non poteva essere ebreo, a meno che non avesse deciso di convertirsi, cosa impossibile per uno che nel tempo aveva coltivato un odio crescente nei confronti degli ebrei. Quindi, senza scomodare la storia, sarebbe opportuno e addirittura banale osservare che, casi di suicidio a parte, uno non si uccide da solo né la guerra se la fa da solo. Ed è proprio questo che Lavrov intendeva mettendo sullo stesso piano Zelensky e Hitler. Se un ucraino di origini ebraiche ordina o chiude un occhio sulle persecuzioni di fratelli ucraini di lingua russa, perché mai Hitler non poteva essere ebreo? Anzi, è sicuro che lo fosse. L’astuto ministro nonché portavoce del vero nazista che sta al Cremlino, sa bene che Hitler non era ebreo, ma gioca sul fatto che nel nostro Paese le fake news e il complottismo hanno un ruolo non trascurabile nell’influenzare l’opinione pubblica, restia, nel suo complesso, a farsi influenzare dai libri di storia e dagli insegnamenti ricevuti, nei casi più fortunati, da docenti preparati e onesti. Lavrov sarebbe un ottimo ministro della Propaganda in un romanzo di Orwell, dove essenziale alla sopravvivenza della dittatura è identificare un nemico con il doppio scopo di spostare l’attenzione delle masse dalle disgrazie quotidiane a una minaccia che proviene dall’esterno e rafforzare così  il legame tra protezione, di cui il popolo sente un bisogno ancestrale, e l’obbedienza al tiranno.  E Lavrov, come del resto Putin, conosce l’Europa e le debolezze della sua democrazia molto più di quanto noi europei ci siamo presi la briga di conoscere la loro dittatura. Anzi, ci siamo lasciati sedurre da regimi nei quali non vivremmo un solo giorno, ma che ipocritamente difendiamo per paura. La democrazia e il pacifismo sciocco sono permeabili agli attacchi subdoli dei suoi nemici che invece la temono più del diavolo e per questo ci minacciano. Lavrov, mi verrebbe da dire ingenuamente se non fosse che l’ingenuità è spesso compagna della stupidità, e Lavrov stupido non è affatto,  ha minacciato l’Italia, che dimenticando i rapporti di amicizia con il suo Paese, ora ha la sfrontatezza temeraria di firmare un altro pacchetto di sanzioni contro la Russia. Quando si passa alle minacce, vuol dire che la vittoria non è vicina.

Farsi pestare con un braccio legato dietro la schiena?…l’opinione di Rita Faletti

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Chi va dicendo che il dialogo con Putin va tenuto in piedi ad ogni costo, non conosce la distinzione tra dialogo e monologo: il primo è uno scambio verbale tra due persone nel doppio ruolo di ascoltatore e locutore, il secondo è un monologo. L’esatta rappresentazione di quanto avvenuto lo scorso 26 aprile a Mosca tra il carnefice seriale e il segretario generale delle Nazioni Unite, seduti alle due estremità del tavolone di marmo verde, solido testimone della distanza non solo fisica tra il  questuante (cosa si può fare per il cessate il fuoco?) e il grande manipolatore. Chi avesse osservato la scena avrebbe notato come, ad un certo punto, i due parlassero in contemporanea. Guterres  continuando a chiedere un accordo, Putin ribadendo  che “la speciale operazione militare” lanciata contro Kyiv è stata necessaria “per evitare il genocidio” della popolazione filorussa in Ucraina. Un  fruttuoso scambio di vedute conclusosi con un nulla di fatto, facilmente prevedibile, che con inappuntabile fedeltà alla propria missione di bugiardo,  il  ministro degli Esteri russo Lavrov ha così commentato: “I Paesi della Nato stanno facendo di tutto per impedire il negoziato”. Negoziato è la parola d’ordine che va per la maggiore a copertura del cinico “meno aiuti possibile all’Ucraina”, dagli estremisti che militano nell’Anpi di Pagliarulo e il 25 aprile hanno bruciato le bandiere americane e insultato la brigata ebraica, ignorando, dalle profondità della loro ignoranza, che gli ebrei sono stati le vittime principali del nazismo, ai leghisti putiniani e pseudopacifisti dell’ultima ora, a Conte che tenta l’arrembaggio del Governo con il trucchetto della distinzione tra armi difensive e armi offensive. Persino la piagnucolante Fornero invoca i negoziati, ma “con durezza”. Di parere opposto Gran Bretagna e Stati Uniti, consapevoli che quando si ha a che fare con un dittatore, la risposta al linguaggio della forza è la forza. I bombardamenti indiscriminati, il massacro di Bucha, le bombe anti bunker sulle acciaierie Azofstal sigillate dalle forze russe  perché il Cremlino ha deciso che là dentro “devono morire come moscerini”, le fosse comuni con migliaia di cadaveri che richiamano alla memoria Katyn, le deportazioni in Russia perfino di bambini, gli stupri e le violenze sono il volto di una ferocia volta ad annientare un popolo di cui Putin non riconosce la dignità perché non ne riconosce l’identità. Nella testa del fanatico zar, l’Ucraina è il sud-ovest della Russia, non esiste se non sulla carta geografica. E’ la convinzione da cui origina il progetto di deucrainizzare il Paese con l’obiettivo finale di eliminare  un intero popolo fino all’ultimo ucraino esistente. L’ha capito Zelensky che non crede nella diplomazia, ma nelle sanzioni economiche e nelle armi pesanti. In Europa Scholz ha fatto cadere l’ultima riserva, Berlino invierà 1000 armi anticarro, 500 missili terra-aria Stinger, circa 2700 missili antiaerei Strela e numerosi carichi di munizioni. Ma la vera protagonista nel nuovo pacchetto di aiuti militari all’Ucraina sarà l’artiglieria pesante. E’ quello che hanno convenuto i rappresentanti degli oltre 40 Paesi, anche extra europei, che si sono dati appuntamento alla base Nato di Ramstein, in Germania. “Smuoveremo mari e monti” aveva detto il capo del Pentagono Austin accompagnato dal segretario di Stato Blinken, in occasione dell’incontro  lampo svoltosi a Kyiv con Zelensky e lo stato maggiore ucraino. “Indebolire Putin è il nostro obiettivo, affinché l’aggressione ai danni di un Paese libero non si ripeta” ha detto il segretario della Difesa americano, aggiungendo che gli Stati Uniti continueranno a proteggere l’Ucraina anche dopo la fine del conflitto.  “La pace si difende anche con le armi” ha detto Mattarella.

Macron: candidato migliore alla guida europea…l’opinione di Rita Faletti

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Esulta la Francia, tira un sospiro di sollievo l’Europa. Emmanuel  Macron si conferma vincitore al secondo turno delle presidenziali  battendo Marine Le Pen. La ragione ha prevalso  sulla moltitudine di sentimenti  opposti e di riflessi mentali di segno contrario che agitano e agiteranno la Francia, tra i paesi europei  quello che più di tutti offre un ritratto composito e in movimento del nostro continente. Aver deciso di affidare per ulteriori cinque anni la guida della nazione al presidente uscente, evento raro che colloca Macron, a soli 44 anni, accanto a De Gaulle, Mitterand e Chirac,  è stato un segnale di prudenza e lungimiranza. Il voto, come spesso accade, non necessariamente va letto come approvazione tout court delle politiche messe in campo durante il mandato precedente, ma come fuga dal rischio di consegnarsi  a un partito e a una leader sostanzialmente ostili all’Europa e alla Nato. Questo è Rassemblement  national , questa è Marine Le Pen. Il risultato delle presidenziali di domenica, se confrontato con quello del 2017 in cui Macron vinse con un altissimo scarto, è perfino  più importante dal momento che allora Macron rappresentava il nuovo, il suo programma e la sua energia coinvolgente e carismatica avevano entusiasmato la Francia giovane e meno giovane, in una fase in cui le forze socialiste stavano vivendo il loro momento più basso. Non che oggi stiano meglio, ma è certo che cinque anni fa i francesi avevano raggiunto il punto di saturazione con Hollande. Oggi la situazione è cambiata, e malgrado la sconfitta dei sovranismi alle europee e di Trump negli Stati Uniti,  se si escludono le forze politiche centriste di impronta liberal democratica, e la République en marche di Macron lo è, le formazioni e i movimenti  anti Europa e anti Nato non sono scomparsi, si sono anzi radicalizzati a destra e a sinistra con tratti comuni, trovando sostenitori e simpatizzanti in alcune aree e fasce della società, in particolare quelle in cui più acuto è il disagio provocato dalle diseguaglianze.  Le Pen e Mélenchon a questa parte della società francese si sono rivolti. Chi ha scelto Macron, nonostante sia un personaggio divisivo, non amato cioè né dalla destra né dalla sinistra perché percepito distante nel linguaggio e nello stile, ha bocciato sia l’alternativa del nazionalismo lepeniano e filorusso, anche se  verniciato per l’occasione con colori soft, ma considerato irreversibile per la sua stessa natura, sia la truffa del populismo dietro cui si nascondono progetti eversivi. L’agenda riformista di Macron si è imposta e con essa le riconosciute bravura e competenza del giovane presidente e l’ottimismo della sua visione di un’Europa integrata, democratica e liberale, contro le forze oscure della disgregazione alleate di Putin e contro il predominio di giganti delle dimensioni di Cina, India e Stati Uniti, con cui è necessario confrontarsi  ma non in posizione di subalternità.

Letta, avanti così…l’opinione di Rita Faletti

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L’aggressione armata in Ucraina continua con il suo alto tasso di criminalità e ferocia da una parte e l’equivalente tasso di coraggio e determinazione dall’altra. E’ facile e direi istintivo schierarsi con la parte aggredita, purché la coscienza non sia diventata del tutto afona o il relativismo culturale non si sia sostituito al sistema di valori che distingue il bene dal male. Considerazione, questa, che  varrebbe se ci si limitasse a tenere conto dei fatti puri e semplici: le forze armate russe hanno invaso un paese libero e indipendente. In realtà, l’operazione sanguinaria di  deucrainizzazione, che con abilità manipolatoria Putin definisce “denazificazione”, trova sostenitori tra coloro che sono molto più interessati al loro destino politico, camuffato da pacifismo, che al destino degli ucraini. “Armi letali all’Ucraina? No in mio nome” ha protestato Salvini, che si faceva ritrarre spavaldamente in mezzo ai fucili e oggi tenta disperatamente di far dimenticare la passione per Putin e la felpa con il ritratto dello zar che gli è costata l’umiliazione tremenda subita a Przemysl, la cittadina polacca al confine con l’Ucraina, dove il sindaco gli ha detto sul muso: “Non ho rispetto per lei”. Una macchia indelebile sulla reputazione di un leader allo sbando. Pacifismo di maniera anche quello ostentato da un pezzo della sinistra del Partito democratico,  segnatamente degli Orlando dei Provenzano dei Furfaro e dei Boldrini, che “né con l’Ucraina né con la Russia”, e dei compagni duri e puri che dopo una lunga tradizione di ateismo invocano Papa Francesco a ogni piè sospinto. Nella lista dei “né…né” e dei “sì…ma” non mancano gli ambientalisti fasulli e i 5S. Il Grillo-partito guidato da Conte, è di oggi la sua ultima battuta “né con Macron, né con Le Pen”, quindi né con europeisti e atlantisti, né con sovranisti”, il capo senza idee, nel senso di senza idee nel capo, si oppone all’invio di armi a Kyiv, mentre von der Leyen invita i paesi della Ue a fare il contrario e al più presto. Biden dichiara che ogni giorno gli Stati Uniti faranno arrivare armi pesanti al paese amico, il ministro degli Esteri tedesco, la verde Annalena Baerbock, va nella stessa direzione, Boris Johnson fa egregiamente la sua parte e tutto l’Occidente firma compatto il nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia, il sesto. Anche in Italia non manca chi appoggia con convinzione l’Ucraina ed esprime rispetto e ammirazione per il suo leader. Con notevole ritardo, Berlusconi ha parlato di aggressione militare inaccettabile e Giorgia Meloni è andata oltre, affermando che l’invio di armi è giusto, che l’aggressione all’Ucraina è un attacco all’Europa e ai suoi valori democratici e riconoscendo a Zelensky la statura e la lucidità del leader che difende con coraggio e dignità la sovranità della sua nazione. Sulla stessa linea si è mosso Enrico Letta, che da erede e custode dell’alleanza con i grillini, è uscito da quella cerchia di sventura e ha sciolto dai vincoli e tabù populisti il suo partito. Il segretario non ha dubbi sulla guerra ucraina: è una guerra  in Europa e non c’è spazio per elucubrazioni intellettualistiche e ipocrite mistificazioni verbali a favore di Mosca. Letta ha ribadito che l’invio di armi è giusto e Mosca va condannata, tracciando così un solco tra il Pd e il partito di Conte, e preparandosi a un’eventuale frizione, che in politica è presa di coscienza e azione. La conferma dell’emancipazione piddina è stato il sostegno di Letta alla decisione di Gualtieri di dotare la Capitale di un termovalorizzatore. Una mossa efficace contro il partito dei No in difesa di molti futuri sì e l’inizio di un percorso di detossificazione dall’immobilismo cialtrone che aveva offuscato l’identità del Partito democratico.

Dall’isola dei Serpenti: “Vaffanculo nave russa!”…l’opinione di Rita Faletti

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La guerra in Ucraina sta coinvolgendo  tutti i paesi del mondo costringendoli a venire allo scoperto e schierarsi a favore dell’aggredito o dell’aggressore. E qui ci si imbatte nel primo ostacolo: l’uso e l’attribuzione dei due termini. La questione è cruciale perché se è straevidente che gli autarchi fanno ciò che vogliono e mascherano con locuzioni ambigue e apparentemente furbe le loro malefatte – la guerra di aggressione è un’operazione militare speciale – impipandosene di leggi e diritto internazionale, è altrettanto straevidente che c’è sempre qualcuno che gli crede, anzi, gli fornisce, consapevolmente o meno, un alibi prontamente utilizzato a scopo giustificatorio di quelle malefatte. Vale dunque il principio: mai fidarsi degli autarchi e del loro lessico. Vale ancora di più in un Paese che ha subito il fascino perverso di Russia e Cina e che ha poco in simpatia gli Stati Uniti. Quindi, coloro che persistono nel nutrire incertezze sulle differenze tra regimi dispotici e sistemi democratici, la storia ne offre a bizzeffe, non si lascino incantare dal linguaggio che è la cartina tornasole delle bufale. Chi s’è bevuto la storia che i tank di Mosca abbiano attraversato i confini di un Paese sovrano e indipendente per difendere i cittadini russofili dalle persecuzioni del neonazismo ucraino, si ricreda. Quella è un’autentica bufala, anche per molti russi avveduti. La guerra lampo non c’è stata, gli aggrediti non hanno accolto festosamente le armate di Putin, gli obiettivi sono stati ridimensionati e il Cremlino è stato costretto a mentire ancora: non era sua intenzione  occupare il Paese. Ha però ammesso le ingenti perdite umane non potendo occultare i cadaveri, e ieri ha assistito allo spettacolo più esaltante per gli ucraini e per chi ne riconosce il coraggio estremo e li sostiene, e più umiliante per il regime del “Comandante” e i suoi fan. Quale che sia stata la causa, ed è ormai appurato che non si sia trattato di un incendio accidentale a bordo, l’incrociatore missilistico Moskva è affondato nel Mar Nero, davanti a Odessa, proprio mentre nel Donbas iniziava la fase decisiva dell’invasione. Fonti certe comunicano che l’ammiraglia della flotta russa è stata colpita da due missili ucraini. Una sconfitta militare dal forte valore simbolico e non priva di conseguenze. La reazione del Cremlino è stata rabbiosa e come al solito carica di minacce all’Occidente. Intanto Antony Blinken ha reso noto alla stampa che nelle prossime ore partirà il primo volo che trasporta armi verso l’Ucraina. Gli Stati Uniti, che con quattro mesi di anticipo avevano avvertito quali fossero le intenzioni di Mosca e diffidato Putin dall’invadere il paese confinante, “la risposta sarebbe stata senza precedenti”, mantengono fede ai loro impegni e si qualificano come i più leali e coerenti sostenitori del popolo invaso. Non solo armi e milioni di dollari, ma anche intelligence militare che ora per ora minuto per minuto informa gli ucraini di quanto avviene sul campo. E Biden stesso non indietreggia di fronte all’invito rivoltogli da Macron di abbassare i toni, che significa evitare di chiamare le cose con il loro nome, e conferma il proprio giudizio su Putin che aveva definito macellaio. In un paese democratico, la lingua chiede di essere usata con onestà, per identificare cose e azioni, non per confondere e nascondere. Ma l’onestà richiede coraggio, quello che manca al pacifismo peloso, che ammette, a bassa voce, che Putin è l’aggressore, ma strilla un secco no alle armi all’Ucraina. E’ il caso dell’Anpi, costretto a quell’ammissione per difendersi dall’accusa di equidistanza. E facendo uno sforzo di immedesimazione, comprendiamo che l’associazione dei partigiani italiani, convinta di aver liberato l’Italia dal nazifascismo con i suoi “quattro schioppi”, in realtà intendeva  sottometterla  all’Unione sovietica, vorrebbe lasciare, per dirla brutalmente, che gli ucraini crepassero, le donne fossero stuprate, i bambini fossero usati come scudi umani finché a Putin piaccia. Tant’è che sentenzia, dall’alto della propria superiorità morale che può cacciarsi sotto i piedi, che non esiste alcuna affinità tra la resistenza italiana e la resistenza ucraina. Già, la resistenza italiana, fatta da individui che sparavano e scappavano consegnando vigliaccamente civili innocenti  alle rappresaglie tedesche.  Già, l’eroica resistenza italiana, che senza le forze di terra anglo americane sarebbe stata del tutto irrilevante.

Volete la democrazia o il gas?…l’opinione di Rita Faletti

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“Il mondo è molto più ampio del semplice Occidente”. Così Putin liquida l’accusa di crimini contro l’umanità mossagli dall’Occidente per le atrocità commesse dalle sue bande armate su civili indifesi. Dopo le bombe su Mariupol, Leopoli, Kharkiv e i massacri a Bucha, ieri a Kramatorsk un missile russo ha ucciso 50 persone, di cui 10 bambini, che aspettavano di salire su un treno che li avrebbe portati  lontano dalla guerra. Torture gratuite, atti di violenza che rasentano il sadismo, stupri perpetrati persino su minori, si susseguono secondo uno schema che ha reso questa guerra di aggressione infame oltre il concepibile. Non c’è commento che valga la crudezza delle immagini e dei video girati giorno dopo giorno dalla stampa estera. La denuncia di una crudeltà inutile, come inutile è sempre la crudeltà, che Mosca continua a negare utilizzando tutti i mezzi della disinformazione  per trasformare la verità inconfutabile nel racconto che i russi vogliono ascoltare: i morti sono una messinscena curata dalla regia ucraina con lo scopo di rappresentare i soldati russi come degli assassini. La potente macchina della disinformatjia, che ha il proprio centro nella Tv di Stato, la spara grossa sfidando il grottesco quando parla di autobombardamento di Mariupol e sfodera l’arma del vittimismo quando indica nei nazionalisti ucraini i responsabili degli orrori documentati.  Il mondo molto più ampio che Putin cita a giustificazione delle atrocità di cui è il mandante e contrappone al semplice Occidente, è quello che sta dalla sua parte, pur sollecitando la fine della guerra. E’ il mondo delle dittature e delle teocrazie, dove scontata è l’indifferenza per i diritti umani e dove i metodi usati per silenziare gli oppositori politici sono identici. La strage di studenti e operai in Piazza Tienanmen a Pechino, l’avvelenamento di Navalny, le incarcerazioni, le sparizioni e le condanne a morte nella Turchia di Erdogan dopo il fallito golpe militare del 2016, il sarin usato da Assad contro i ribelli antigovernativi  siriani durante la cruenta repressione del 2011, le violenze della polizia contro i manifestanti che nella Repubblica islamica dell’Iran protestano pacificamente per chiedere misure contro la povertà e la crisi idrica testimoniano la violenza di regimi barbari e sono le prove di che schifosa pasta siano fatte le dittature.  Non è dalla conta dei cadaveri lasciati a terra nel corso di una repressione o di una guerra d’invasione che si valuta la crudeltà di un regime, ma dal metodo usato con pedanteria sistematica per mettere a tacere il dissenso e eliminare il nemico interno e, se occorre, quello esterno, costruendogli  attorno una rete di fandonie che lo descrivono come una minaccia alla sicurezza del paese. Un’operazione che funziona laddove più diffusa è l’ignoranza e più elevata l’età. La questione, non troverebbe spazio in un dibattito se fosse limitata all’informazione di ciò che avviene in una vasta parte di mondo in cui la vita umana non ha alcun valore. Il guaio è che anche nell’Occidente libero e plurale, molti imbecilli dicono che sì, questa guerra va fermata, ma sono gli amerikani, è la Nato, è l’Occidente ad averla causata, sono gli ucraini che dovrebbero arrendersi, così come sostengono che il conflitto israelo-palestinese cesserebbe se gli israeliani si lasciassero ammazzare. E costoro hanno il coraggio, che nel loro caso è l’altra faccia della vigliaccheria e dell’opportunismo, di sostenere che tutte le guerre sono uguali, ignorando che esiste il diritto bellico che disciplina la condotta delle parti in conflitto e limita i mezzi e i metodi. Il che conferma che Putin è un macellaio. Ma nel semplice Occidente, in particolare in Italia, questo non si dice. Nei salotti dei talk show, invece, i tuttologi con il pallino della pace farneticano di manifestazioni oceaniche da organizzare a Kyiv e perfino a Mosca, pontificano sull’inutilità di rinunciare al gas russo in cambio della pace e che l’invio di armi all’Ucraina è un errore, intanto che in quel paese si cerca di sopravvivere nell’oscurità del sottosuolo e si continua a morire per fermare l’aggressore, mentre i nostri eroi consumano tre pasti al giorno e dormono tranquilli nei loro letti. La diplomazia ci salverà! Nessuno ammette che di fermarsi Putin non ci pensa affatto prima di aver raggiunto gli obiettivi che giustifichino questa guerra. Nessuno osa dire che l’unico modo per costringerlo al tavolo dei negoziati è sconfiggerlo. Come? “Tre sono le cose che ci servono” ha detto Kuleva “Armi, armi, armi”. In alternativa, l’embargo totale e immediato su gas e petrolio, come hanno appena deciso i paesi baltici.  “Volete la democrazia o il gas?” ha chiesto Draghi, rivolgendosi al nutrito universo di utili idioti che se fossero al governo avrebbero fatto dell’Italia lo zerbino su cui il loro amico Putin si pulirebbe le scarpe sporche del sangue ucraino. Questa è la nuova sinistra, da cui Letta ha preso le distanze, in cammino verso le elezioni, con una puntatina in canonica dove sovranismo, populismo e cattolicesimo anti-europeo trovano il loro perfetto punto d’incontro. Dunque: suicidarsi o uccidere l’economia russa.

Quando la dignità è un trascurabile intralcio…l’opinione di Rita Faletti

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A Volturara Appula si respira un’aria di soddisfatta rivincita. Il cittadino più illustre del piccolo comune in provincia di Foggia ha sfidato nientemeno che il banchiere di fama internazionale, Mario Draghi, quello che gli ha rubato la poltrona di primo ministro. E pensare che Giuseppe Conte è un uomo così intelligente, così preparato, proprio degno di guidare il paese. Peccato che da un certo momento in poi, la fortuna, che è capricciosa ma non tanto, abbia girato le spalle al dandy pugliese che si era fatto una reputazione da duro quando aveva schiaffeggiato il Salvini del Papeete in Parlamento, entrando nelle grazie dei grulli del Pd. Conte gli ha detto il fatto suo! Ripensando a quella scena a tre anni di distanza e col senno del poi di cui sono piene le fosse, l’impresa eroica assume lo stesso significato che avrebbe sparare sulla Croce Rossa. Salvini si era già consegnato al declino e gli applausi riservati al premier dei gialloverdi erano il segnale che per lui i bagni di folla e i selfie stavano per trasformarsi in pernacchie.  Il destino dei grillini ha seguito lo stesso corso con la differenza sostanziale che la Lega non è quello sprovveduto di Salvini, mentre i grillini, salvo alcune eccezioni, sono proprio tutti uguali, un magma inerte che risponde unicamente al richiamo dei propri interessi e che il Pd, partito diviso tra furbi e ingenui e in perenne oscillazione tra la nostalgia del tempo perduto e il velleitarismo di cambiamento, ha raccattato con la speranza di liberarlo dalla rozza corteccia del populismo. Energia e tempo sprecati. La vera natura riaffiora. La guerra che sta massacrando gli ucraini e radendo al suolo intere città, lungi dal suscitare sentimenti di compassione e solidarietà, ha eccitato lo spirito di rivalsa di un movimento nato sulla menzogna e l’inganno, bastonato dai sondaggi in discesa libera e recentemente in risalita, + 0,5%. Galvanizzato da quella rimonta, che rispecchia gli egoismi di chi è solidale a parole, Conte vive il suo momento di gloria e attacca il governo, ma il vero bersaglio è Draghi, sulle spese per la Difesa. “Ho vergogna delle spese militari” dice, ripetendo le parole di Papa Francesco, che giustificano chi si è schierato con l’aggressore fingendo di difendere la pace senza se e senza ma, in realtà per timore che i soldi destinati alla spesa sociale prendano un’altra direzione. Se questo è il tuo specifico esistenziale, l’ignominia è l’etichetta che ti meriti. Conte scivola verso certo marxismo grillino delle origini, è apprezzato da Avvenire, la succursale del Vaticano, che predica la politica dell’altra guancia per porre fine a una guerra schifosa, quando è arcinoto che quella politica non è mai servita a concludere una sola guerra, in particolare se il nemico del tuo nemico, cioè tu, è colui che ostacola il suo disegno di grandezza. “Abbiamo portato il governo sulle nostre posizioni, gli italiani stanno dalla nostra parte” va ripetendo il dandy davanti a una girandola di microfoni. La sinistra del Pd esulta, Letta è infastidito ma vacilla invece di prendere le distanze da chi è pronto al tradimento se gli conviene. Con Conte o decidersi finalmente a intraprendere la traversata del deserto? Alzare la testa o lasciare che il fango dell’ignavia e del disdoro ti sommerga? “Abbiamo piegato il governo e il Pd” è la propaganda contiana di marca grillozza che imbaldanzisce i fan dell’ex premier, numerosi tra i percettori del famigerato reddito. Caro Conte, raccontala giusta che caà nisciuno è fesso. “Nel 2018 si registravano circa 21 miliardi, mentre nel 2021 se ne registravano 24,6, per un aumento del 17%…” ha ricordato Draghi all’avvocato del pueblo, e “Mi stai chiedendo di rinnegare gli impegni Nato, quegli stessi che hai rispettato anche tu da presidente del Consiglio?”  Conte fa il pesce in barile e oggi sposta l’attenzione sulle spese sanitarie che, dice, andrebbero aumentate. Come la mettiamo allora con il rifiuto grillino della linea di credito del Mes nel 2018?  Il fatto è che cercare un filo logico in quella parte dell’esecutivo avrebbe lo stesso risultato che cercare un ago nel pagliaio, per di più a un passo dalle amministrative, quando tutto è lecito: dalle spese per la Difesa che diventano spese per il riarmo, alla dignità di adempiere a un obbligo cui si era aderito che assume il valore di un trascurabile intralcio.

Italiani popolo di…voltagabbana?…l’opinione di Rita Faletti

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“Italiani, popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori.” Abbastanza di che essere orgogliosi se non fosse che la frase, divenuta famosa in versione ridotta e citata spesso con ironia, fu pronunciata da Mussolini nel 1935, in pieno fascismo. Come noto, l’adulazione era uno degli strumenti della propaganda e si accompagnava all’intimidazione e alla violenza quando non si era sufficientemente compiacenti con il regime. Ce ne ha offerto un saggio “l’amico” Putin. Dopo aver elogiato l’Italia e le sue ricchezze, esortandola ad emanciparsi dal potere e dal giogo dell’Europa, in un chiaro gioco di sponda con i sovranisti e populisti de noantri, è passato all’attacco, minacciando “conseguenze irreversibili” per aver firmato le sanzioni contro Mosca. Con i nervi a fior di pelle e la tracotanza del padrone nei confronti del servo, il Cremlino ci ha rinfacciato la presunta generosità dimostrataci, quando, nel marzo del 2020, in pieno lockdown e con i contagi alle stelle, aveva inviato (a spese dei contribuenti italiani) nove aerei a Pratica di Mare, carichi di presidi sanitari, alcuni medici, 10, paramedici, 20, diversi altri identificati come autisti, interpreti e esperti sanificatori, scopertisi, in seguito,  agenti dei servizi segreti moscoviti. Allora, l’attivismo filorusso del governo gialloverde e del premier Giuseppe Conte era al suo massimo e se non fosse stato per l’intervento prudente di alcuni, gli sgherri di Putin avrebbero scorrazzato su e giù per l’Italia con la scusa di sanificare tutto, ma proprio tutto, compresi gli uffici amministrativi e i luoghi sensibili. Una genuflessione disonorevole alla protervia dello zar, che andrebbe spiegata al Parlamento. Quali furono gli accordi presi all’epoca? Cosa promisero Conte, Di Maio e Salvini se oggi Putin si scaglia con tanta violenza contro l’Italia? Gli indiziati di favoreggiamento del nemico non lo faranno, as usual, preferendo esibirsi in acrobatiche capriole. Si è detto che l’Italia è l’anello debole della catena, perché pronta a spalancare le porte alla Russia (senza lasciare fuori la Cina, per carità) e svendersi in cambio di chissà quali favori. L’aggressione dell’Ucraina da parte di Putin ripropone quell’imbarazzante schema, diffuso tra i pancifinti del parlamento e i bolsi di una parte del paese preoccupati di avere il riscaldamento in inverno e l’aria condizionata in estate. Una zona grigia dove ambiguità viltà e funambolismo si confondono e dove il presidente Zelensky è visto come un pericoloso guerrafondaio che mette a rischio la tranquilla esistenza di bravi cittadini in questa parte di mondo. E siamo al 22 di marzo del 2022, due giorni fa. Ore 11 italiane: il presidente ucraino Zelensky si rivolge in video conferenza ai deputati e ai senatori a Montecitorio, come aveva fatto nei giorni precedenti, quando aveva parlato al Congresso degli Stati Uniti, alla Camera dei Comuni britannica, al Bundestag tedesco, alla Camera dei Comuni di Ottawa, alla Knesset israeliana, accolto da lunghi e commossi applausi. Zelensky descrive le sofferenze del suo popolo, parla di stupri, del tiro al bersaglio russo di profughi in fuga, di ospedali e orfanotrofi bombardati, di villaggi e città desertificate, ringrazia gli italiani che inviano farmaci e viveri, che accolgono donne e bambini nelle loro case, ma non chiede armi. Per la prima volta è un capo di stato europeo ad offrirgliele. Draghi esprime ammirazione per l’eroismo della resistenza ucraina, costretta da un’aggressione disumana a lottare per la propria libertà e per la libertà dell’Europa e dell’Occidente. Il nostro presidente del Consiglio dichiara che l’Ucraina ha il diritto di difendersi e che riceverà dall’Italia le armi per farlo. Draghi è altrettanto netto quando afferma che l’Ucraina ha il diritto di essere unita, libera e democratica e che l’Italia vuole l’Ucraina nell’Unione europea. Parole decise che restituiscono all’Italia la dignità perduta e cancellano l’onta arrecata da chi continua a ripetere che vendere armi a una delle parti in conflitto non favorisce il dialogo o da chi voleva sentire l’altra campana. Come se Putin fosse disposto ad anteporre il dialogo ai missili, alle bombe, ora al fosforo, e alla distruzione indiscriminata di un paese e dei suoi abitanti. Codardo è colui che non difende la propria patria.Salva

Fornire all’Ucraina tutte le armi possibili…l’opinione di Rita Faletti

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Con il passare dei giorni, aumenta la convinzione che la guerra scatenata da Putin in Ucraina sia destinata a continuare fino a quando le forze armate russe non abbiano raggiunto gli obiettivi voluti dal Cremlino, tali da consentire allo zar di sedersi al tavolo delle trattative in una posizione di vantaggio. E’ fallito il piano A, che Putin riteneva avrebbe richiesto solo pochi giorni dall’ingresso delle truppe russe nel paese, con l’occupazione di Kyiv, la deposizione di Zelensky, l’elezione di un presidente vicino a Mosca e la costituzione di un governo fantoccio, e chissà, forse persino l’accoglienza entusiastica da parte degli ucraini dei sedicenti liberatori dalla nazificazione. Sì perché denazificare l’Ucraina è l’imperativo categorico sbandierato  da Putin per legittimare una guerra mai dichiarata e negata come tale, e per questo sporca e vigliacca. Dunque, saltato il piano A, quella che è definita un’ “operazione militare speciale” si carica di una rabbia che cresce e con il crescere della resistenza si accanisce contro case, scuole, ospedali, fabbriche, ieri l’aeroporto di Leopoli, qualche giorno fa il teatro di Mariupol in cui più di mille persone, in maggioranza donne e bambini, avevano sperato di trovare  riparo dalle bombe. Strutture che rappresentavano l’ossatura della vita civile ed economica del paese, devastate, con l’obiettivo di seminare terrore e costringere alla resa. “Non siamo tenuti a giustificare le nostre azioni” ha detto Lavrov con tracotanza, sottintendendo che la brutale violenza delle forze russe non è che la reazione al mancato impegno dell’Occidente a non favorire l’adesione all’Ue di paesi una volta nell’orbita sovietica. Ma l’Ucraina, paese indipendente e sovrano, ha il diritto di decidere del proprio futuro e difendere con le armi un valore irrinunciabile, la libertà. “Meglio morire in piedi che in ginocchio” ha detto un giovane tornato in Ucraina dall’Italia per vedere la madre; “O mi ammazzano loro o li ammazzo io” sono le parole pronunciate da un civile che da otto anni si prepara ad affrontare questa guerra. La poderosa macchina da guerra russa! Combattuta sul terreno da forze militari che manifestano una sconcertante inadeguatezza, di uomini, per lo più giovanissimi soldati di leva mandati allo sbaraglio e mai informati sugli obiettivi reali dell’ “operazione”, costretti, per scarsità di viveri (risalgono al 2015), a saccheggiare le abitazioni in cerca di cibo e commettere atti di violenza sugli abitanti dei villaggi, spinti, per mancanza di carburante,  ad abbandonare le autoblindo. Ma quello che non possono fare i militari di terra, lo fanno dal cielo i bombardieri (ieri un missile ipersonico ha colpito un deposito di armi sotterraneo), e in modo spettacolare la propaganda nello stadio di Mosca. Qui Putin, circondato da duecentomila fan, forse pagati, sventolanti bandiere e inneggianti ai magnifici risultati conseguiti dal valoroso esercito russo, ha festeggiato l’ottavo anniversario dell’annessione della Crimea e ricordato il destino comune a tutti i cittadini russi. In una sorta di afflato mistico, Putin ha citato la Bibbia: “Non c’è amore più grande che dare la vita per i propri amici”. La mistificazione della realtà non è la realtà. Milioni di russi sono contrari al conflitto,  200mila se ne sono andati in Turchia, Georgia, Armenia e Asia centrale, gli ebrei hanno lasciato il paese temendo nuovi pogrom. Il morale delle truppe è basso e la perdita di vite umane alto:  numerosi soldati, cinque generali e diversi ufficiali. Sottomettere un popolo con le armi è più facile che annichilire la sua dignità e il suo coraggio. Il popolo ucraino ha già vinto comunque finirà questa turpe guerra e la leadership morale di Zelensky nell’Occidente è indiscussa. L’ebreo Zelensky, da ex attore comico è diventato un eroe tragico. Chi più di lui può essere il simbolo del martirio dell’Ucraina, dove nessuno ha dimenticato i gulag e le prigioni sovietiche, lo spietato processo di russificazione e la carestia creata ad arte da Stalin nel 1923-33 ( Holomodor) per piegare la resistenza dei contadini ucraini e sradicarne la cultura al prezzo di 3,5 milioni di morti, o il tentativo del macellaio più sanguinario della storia di cancellare la città di Kharkiv. Questo è il totalitarismo. Solo gli intellettuali seduti in poltrona con un cocktail in mano, i politici opportunisti, i pacifisti gnegné, gli storici che raccontano storie nell’intento di giustificare la violenza di Putin, ricorrono al benaltrismo: e gli Stati Uniti? Chi invece non giustifica il russo è Boris Johnson: “Se hai deciso di violare tutte le regole del mondo civilizzato, sei tu che devi trovarti una via d’uscita”. E Londra, che guida il Joint Expeditionary Force, invia migliaia di missili anticarro.

Putin: “Non sono costretto alla pace”…l’opinione di Rita Faletti

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La storia si ripete, con modalità diverse, ma secondo direttrici riconoscibili e riconducibili a caratteristiche immutate nel tempo. Cosa vuole Putin? Il Putin di oggi è lo stesso che conoscevamo ieri? Noi europei siamo maestri nel tentativo di spiegare i comportamenti umani con la psicologia o con arzigogoli pseudo filosofici  che possono portare lontano dalla dura realtà, con il risultato che poi ci stupiamo di fronte a quello che, secondo conclusioni errate, accade inaspettatamente. Senza contare che valutiamo gli altri da noi, secondo criteri che si attagliano al nostro particolare modo di vedere e sentire, spesso inadeguati e fuorvianti se applicati ad altri. Per capire la guerra di Putin, serve tornare alla realtà dei fatti e alla storia: Ungheria 1956, Cecoslovacchia 1968, Crimea 2014, Ucraina 2022. Quattro invasioni che tengono assieme la storia dell’Unione sovietica con quella della Federazione russa e legano entrambe alla storia del grande impero zarista e alla continuità dei suoi obiettivi: tra il XVI e il XIX secolo, l’allargamento della sfera di influenza ai territori di confine, dalla Siberia al Caucaso all’Asia centrale. Il 1917 è l’anno in cui la Russia, travolta dalla Rivoluzione di Ottobre, si ritira dalla prima Guerra mondiale e perde la Polonia e i paesi baltici (Lituania, Lettonia, Estonia) e deve accettare l’indipendenza dell’Ucraina, la piccola Russia. Alla fine della Seconda guerra mondiale, quei paesi ritornano nell’orbita sovietica e finalmente, con la dissoluzione dell’Urss nel 1991 e lo sfaldamento del blocco orientale, diventano indipendenti. Putin non è impazzito improvvisamente, il suo disegno politico è chiaro: vuole una nuova Yalta per riprendersi quello che ritiene suo di diritto e se ne infischia delle reazioni occidentali, per la verità molto deboli quando, nel 2008, truppe russe sono intervenute illegalmente per sostenere movimenti separatisti filorussi in due regioni della Georgia, o quando, nel 2014,  Putin ha sostenuto il separatismo delle regioni russofone di Donetsk e Lugansk in Ucraina.  “Non sono costretto alla pace”, ha dichiarato lo zar, forte della debolezza dell’Occidente, prima di invadere l’Ucraina con l’alibi di liberarla dai nazisti. E’ la strategia della propaganda e della menzogna, a tal punto evidente e ai limiti del ridicolo da domandarsi se chi ne fa uso non se ne renda conto. Eppure, è il ministro degli Esteri Lavrov, ad affermare, con la stessa sorprendente spudoratezza, che la Russia non ha aggredito l’Ucraina, e a mostrare, in una foto, l’ospedale pediatrico di Mariupol intatto, dopo che tutte le televisioni del mondo libero hanno diffuso i video e le immagini di macerie, muri collassati e sangue di donne e bambini feriti e morti sotto i bombardamenti dell’aviazione russa. Simili imposture fanno dubitare che ci sia qualcuno che ancora vi creda e, ancora di più, che sia possibile sedersi a un tavolo e negoziare con chi mette sullo stesso piano l’adesione alla Nato di stati sovrani e indipendenti e chi usa i carri armati e i bombardieri per imporre il proprio potere. L’aggressione dell’Ucraina, è una sfida di Putin all’Occidente e un test per sondare la capacità effettiva dell’Europa di essere compatta e, al tempo stesso, tenere in scacco l’Occidente impedendogli di reagire militarmente con il deterrente delle armi atomiche. Ma sono le sanzioni, per quanto pesanti, l’unico strumento per colpire Mosca e indurla a fermarsi? Gli esperti di politica russa temono che Putin non si accontenterà dell’Ucraina. Nelle sue mire c’è la Polonia, le forze russe si trovano a Yaroviv, a 20 chilometri dal confine polacco, dove confluiscono i militari di diverse nazionalità per essere poi smistati nei vari luoghi di guerra, e dove opera un centro di addestramento di inglesi e americani. Proprio a Yaroviv è stato ucciso ieri dai russi un giornalista americano. E nelle mire di Putin ci sono forse anche i tre stati del Baltico, che però sono nell’Ue e fanno parte della Nato. Non basta. In Moldavia, che ha già chiesto di entrare nell’Ue, e in Georgia, Putin ha  truppe sul terreno e in Bosnia Erzegovina spinge il leader nazionalista serbo Milorad Dodik a fare la secessione con la sua Republika Srpska. Ammesso che sia così, cosa farà l’Occidente? Starà a guardare o ammainerà le bandiere della pace? Quanti uomini è disposta a perdere? A Putin il numero dei sodati morti poco importa, il Covid-19 ha ucciso un milione di cittadini russi e, in caso di necessità, sa dove andare a pescare miliziani disposti a tutto pur di sopravvivere. La Siria è un serbatoio cui attingere.

Una lezione che questa guerra può impartirci…l’opinione di Rita Faletti

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Questa guerra, iniziata il 24 febbraio sotto il nome di “operazione militare speciale” per volontà di chi l’ha scatenata, e che, nelle aspettative e secondo i calcoli sbagliati dello stesso, sarebbe dovuta essere una guerra lampo, un blitzkrieg  sul modello dell’invasione della Polonia da parte di Hitler, offre l’occasione per fare alcune considerazioni che esulano completamente dal moralismo di maniera che intossica i social media e a cui ci si sente in dovere, stupidamente, di soggiacere, spegnendo ogni scintilla di intelligenza e vera comprensione delle cose. Vale anche per il pacifismo a corrente alternata, distintivo di demagoghi e agitatori di popolo occidentali, mascherati da difensori della democrazia, vale anche per la propaganda di autocrati senza scrupoli cui ormai le popolazioni sottomesse hanno cominciato a non dare più credito. In Siberia e in molte parti della Russia le manifestazioni contro la guerra ucraina sono la prova che molti comuni cittadini hanno smesso di prestare fede alle fake news del regime. Il cammino verso la libertà e l’autodeterminazione, che gli orrori del secolo breve hanno contribuito fortemente ad accelerare nell’Europa  insanguinata dagli eccidi di due guerre, sarà il cammino che le popolazioni ancora sotto il tallone di despoti spietati, intraprenderanno, e sarà un cammino in salita bagnato di sangue e cosparso di sacrifici, ma sarà l’unico cammino possibile per chi si innamora della libertà. Vasilij Grossman, grande scrittore ucraino di lingua russa diceva che non c’è vita senza libertà e non c’è libertà senza vita. “Nel bagliore dei forni, sullo spiazzo dei lager, capirono tutti che la vita è più della felicità, che è anche dolore”. Gli ucraini sotto assedio lo sanno. Noi lo sappiamo? Sappiamo che la libertà non è una conquista per sempre? Che la minaccia alla libertà può venire da ogni parte, può venire da fuori, ma anche da dentro di noi, quando ne dimentichiamo il significato e il valore, quando anteponiamo ad essa le “mollezze occidentali”, gli pseudo valori di una modernità vuota di contenuto, che si alimenta di diritti avendo fatto piazza pulita dei doveri ed essendoci consegnati al culto di falsi dei. Le donne ucraine piangono quando salutano i loro uomini che rimangono per combattere, piangono ma sono fiere di loro, sono fiere del loro coraggio e della loro determinazione nel voler difendere la patria, sono fiere e piangono sapendo che potrebbero non rivederli. Piangono e affidano le loro vite alla protezione di Dio. Questo ci commuove e ci fa sentire aridi e vuoti perché abbiamo fatto di tutto per allontanare il dolore dalle nostre vite, e con il dolore, la felicità e il significato della vita. Come della pace, che essendo fragile, va custodita con cura e protetta, se occorre, con la guerra.

Il prima e il dopo…l’opinione di Rita Faletti

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Il nord-est dell’Ucraina è semi distrutto dai bombardamenti russi e mentre la popolazione cerca una via di fuga con mezzi propri, a piedi, o stipandosi sui pochi treni a disposizione, Putin durante la lunga telefonata con Macron ha fatto capire che “Il peggio deve arrivare”. Questa guerra, impensabile solo un mese fa nell’Europa del benessere e della sottovalutazione del rischio eretta a sistema, dove la bandiera arcobaleno è rifugio e simbolo del pacifismo acefalo, sta riportando ad un passato che si credeva derubricato. La guerra come scontro fisico, è stata vissuta al massimo come un’esperienza virtuale da videogame, nonostante sia ricorrente  in molte parti del mondo. Per un continente che nel secolo scorso ha combattuto due conflitti spaventosi e maturato la convinzione o la speranza che non ne sarebbero seguiti altri, l’invasione di uno stato esterno all’Unione, ancorché vicino, è una specie di epifania, un soprassalto della coscienza. Abbiamo assistito alle primavere arabe, le abbiamo sostenute e sappiamo come sono finite; siamo rimasti inerti di fronte alla repressione violenta del popolo siriano da parte di un dittatore sanguinario e privo di scrupoli, tuttora al suo posto di presidente, sotto l’ombrello protettivo di Teheran, e graziato da un’organizzazione imbelle, l’Onu;  siamo stati muti in occasione dei tentativi, falliti prima di iniziare, delle rivoluzioni colorate, rivolte popolari contro gli autocrati di Bielorussia e Kazakistan, come di fronte all’occupazione cinese di Hong Kong, dove solo scendere in piazza è un reato. A parte la Georgia e il Kirghizistan, dove le rivoluzioni hanno conseguito due semi democrazie, l’Ucraina è, de facto, l’unica democrazia tra i paesi dell’ex blocco sovietico. L’assunto che la violenza sia un male assoluto da estirpare, e che discutere, al punto in cui siamo, se le linee rosse che la Nato dovrebbe rispettare per non minacciare la sicurezza russa, sia un tema superato dalla sciagura della guerra, è incontestabile. Eppure, è un tema che ha tutta l’efficacia di un avvertimento che è stato sottostimato, assieme alla volontà manifestata da Putin di ridisegnare l’assetto internazionale. Ricordiamo che la Nato aveva dichiarato di essere pronta ad ascoltare i timori di Mosca. Le avvisaglie di un pericolo incombente sono state ignorate dagli stati europei, preoccupati  piuttosto ad inseguire le loro idiosincrasie  nell’ansia di preservare una fetta di quella che viene insensatamente definita “sovranità nazionale”.  Una prova inconfutabile della mancanza di compattezza e determinazione dell’Europa, dell’incertezza nel dare risposte unitarie, come è accaduto quando gli Usa hanno chiesto di mostrare la disponibilità a punire la Russia con l’unica arma possibile, quella delle pesanti sanzioni. Gli europei hanno risposto in ordine sparso, con il risultato che alle prime discussioni tra americani e russi, né l’Ucraina né la Ue sono state invitate a partecipare. Il miracolo di trasformare la cosiddetta Unione europea in una vera unione di stati è riuscito al presidente Zelensky, con il suo potente discorso rivolto al Parlamento europeo. Ma sull’onda delle emozioni non si costruisce nulla di stabile e sicuro, si rischia invece di perdere la necessaria razionalità e finire con il non scegliere. L’occidente ha un grosso problema: la proclamazione di ideali astratti slegati dalla realpolitik. Cos’è disposto a rischiare, l’Occidente, per difendere la libertà dell’Ucraina? Può, la Nato, istituire una “no-fly zone” sul paese, come Zelensky ha chiesto? Significherebbe interdire dai cieli ucraini  gli aerei russi ed equivarrebbe a una chiara dichiarazione di guerra a Mosca. Gli Stati Uniti si sono affrettati a prendere le parti del paese assediato, ma Biden non è disposto ad ingaggiare un conflitto con Mosca che coinvolgerebbe più paesi con conseguenze inimagginabili. Un conto è manifestare nelle piazze il proprio sostegno agli ucraini, inviare armi e mezzi militari, un conto è la partecipazione diretta. Cosa che nel parlamento italiano (la sinistra del Pd) e a piazza San Giovanni (Cgil e Uil) è stata immeditamente recepita: nell’espressione “neutralità attiva”, capolavoro di ambiguità lessicale per non stare né con la Russia né con la Nato. Piango per te e con te ma non chiedermi altro. Resta il dubbio che la raffica di pesanti sanzioni che hanno iniziato a colpire l’economia russa e gravare sui cittadini, consolidi l’asse con Pechino, un incubo per gli Stati Uniti e la Ue. La legge universale dice che bisogna dividere i nemici, l’esatto contrario di ciò che potrebbe accadere.

L’aggressione…l’opinione di Rita Faletti

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Non era ciò che sembrava, la ricerca del prestigio perduto, l’orgoglio offeso di un grande paese che vuole rialzare la testa davanti al mondo, una prova muscolare tra Putin e Biden. O forse era tutto questo e non solo. La razionalità del capo del Cremlino, che teme l’espansione della Nato verso est e pretende l’impegno sottoscritto da parte del presidente americano a che ciò non avvenga, e schiera centinaia di migliaia di uomini e mezzi militari lungo i confini con l’Ucraina come avvertimento. L’impossibilità di Biden di accettare un accordo che confligge con lo spirito del Patto atlantico e sbarra l’ingresso dell’Ucraina, amica dell’Europa. Due esigenze inconciliabili in una fase particolarmente delicata nei rapporti tra le due superpotenze. L’imprevedibilità di Putin che ammassa le truppe con la decisione ormai presa di invadere. Lavrov, il ministro degli Esteri russo che aveva duramente invitato Borrell, “mind your own business”, a non interferire nelle questioni interne del suo Paese, Navalny è un terrorista secondo gli schemi dei regimi autarchici, e in quanto tale deve rimanere in carcere. Come non capire, nelle democrazie occidentali, che i valori non negoziabili di uno stato illiberale non coincidono con i loro? Dal 2014, dopo l’annessione della Crimea, la distanza tra la Russia di Putin e l’Europa è aumentata. Le due posizioni si sono radicalizzate rendendo sempre più irto di ostacoli un percorso che avrebbe inevitabilmente spinto agli antipodi due realtà diverse ma accomunate, dalla storia e dalla cultura. La guerra contro il nazifascismo, la “linea rossa” tra Kruscev e Kennedy, l’apertura di Gorbacev, l’uomo del cambiamento, la caduta del muro di Berlino e la fine della Guerra fredda, la mediazione di Papa Wojtyla con il suo messaggio di pace e rinnovamento, un’occasione per cercare una via verso una convivenza all’insegna di un patto di non belligeranza. L’arroganza occidentale, la presunzione di essere nel giusto, l’incapacità di comprendere il valore dell’identità russa e dialogare rispettando le differenze e la naturale ossessione russa nei confronti della globalizzazione. La democrazia richiede intelligenza, tempo e pazienza. In Russia, la presenza della più importante chiesa ortodossa che sarebbe potuta essere un motivo in più per superare alcune differenze. Era quello in cui Benedetto XVI credeva e confidava. A ben guardare, l’Europa ha fallito doppiamente, isolando la Russia e gettandola così nelle braccia della pericolosa Cina. Con le sanzioni, gli out out, la propria apparente intransigenza ottusa che finirà con il nuocere soprattutto a se stessa.

Protesta autolesionista…l’opinione di Rita Faletti

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L’immobilismo, sistemico in Italia, non risparmia la scuola, dove l’aria fresca portata dall’adolescenza, dovrebbe spazzare via l’odore di muffa e di stantio di cui è impregnata questa istituzione, con il vecchiume dei suoi programmi della sua didattica e dei suoi operatori, dirigenti e docenti, in Europa tra i più anziani e meno aggiornati. E’ anche per questo che sul fronte della preparazione, i nostri giovani non sono in grado di competere con i loro coetanei di altri paesi. La scuola italiana è un moloch che dal Sessantotto, l’anno della contestazione studentesca, dei cortei-fiume che si ingrossavano a mano a mano che attraversavano le città, l’anno delle okkupazioni di scuole e università, ha conservato gli aspetti deteriori di un’ideologia logora e perdente. Sono tornati in piazza, gli studenti, ma non per rivendicare il diritto a un’istruzione all’altezza dei tempi, a una formazione e preparazione di qualità, strumenti indispensabili per l’accesso al mondo del lavoro sempre più complesso ed esigente, ma per protestare contro “l’alternanza scuola-lavoro”, l’unica riforma intelligente che sia uscita dagli strati di polvere del palazzo di Viale Trastevere, sede storica del dicastero della Pubblica istruzione, nel lontano 2003. Un’iniziativa di successo che ha permesso a migliaia di studenti di avere un primo approccio al mondo dell’impresa, un’occasione preziosa per collegare la teoria appresa sui banchi di scuola alla pratica del mondo del lavoro, e garantire a circa un milione di essi un contratto proprio in quelle ditte che li avevano accolti nella fase di formazione. “Non si può morire di scuola”, si leggeva su uno striscione che a Milano i manifestanti agitavano per esprimere sdegno per le morti di due studenti avvenute durante l’alternanza scuola-lavoro e uno stage formativo. Quella frase faceva il verso ad altre frasi di condanna riferite alle tragiche e troppo numerose morti sul lavoro, con un accostamento che non rende giustizia alla verità: le morti bianche riguardano la sicurezza sul lavoro, la fine delle due giovani vite non è imputabile all’alternanza scuola-lavoro. La piaga nazionale è, infatti, la sicurezza. Per una volta non accusiamo la scuola di colpe che non ha, semmai vanta il merito di aver aperto le porte al mondo esterno, che è il domani dei giovani. I quali, purtroppo, lungi dall’essere al centro degli interessi della politica, sono vittime della superficialità e dell’indifferenza di adulti che poco hanno a cuore il loro futuro. “Siamo come gli studenti del ‘68”, ha detto uno dei manifestanti, confermando un’amara quanto vergognosa verità: la strumentalizzazione della morte per chiedere l’abolizione delle due prove scritte all’esame di maturità. “La scuola che uccide” viene contestata quando chiede impegno e fatica, ma nessuno, tra coloro che protestavano nelle molte città e chiedevano le dimissioni del ministro dell’Istruzione, è sceso in piazza quando il governo dei peggiori aveva chiuso le scuole pur avendo assicurato che erano luoghi sicuri. Chi si è opposto con determinazione alla Dad? Perché gli studenti, in quasi due anni di lockdown, non si sono preoccupati di studiare nelle loro case non potendo frequentare bar e discoteche? Se tutti questi ragazzi hanno ora la fortuna di essere tornati in classe, è grazie all’ostinazione del governo, il bersaglio preferito da chi non sa o rifiuta di distinguere tra coloro che vogliono il loro bene e coloro che invece pensano al proprio. Le associazioni sindacali, e alcuni media, solerti a rispolverare slogan del passato e soluzioni della sinistra peggiore.

Ideologia e propaganda vettori del declino…l’opinione di Rita Faletti

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La Terra brucia. Un messaggio di tre parole dal significato inequivocabile. Breve ed efficace come vuole la propaganda che mira a veicolare un concetto in forma quanto più semplificata possibile, presentandolo come un postulato che non ammette obiezioni. “La Terra brucia”, “Tutti gli uomini sono uguali”, sono affermazioni che non hanno alcun senso se non vengono spiegate, eppure, proprio per questo, assumono curiosamente il valore di verità. Al di là che siano dimostrate o dimostrabili, in linea teorica suonano persino condivisibili. Ecco perché condivisione e consenso, il più ampio possibile, sono le finalità della propaganda. Religioni e partiti politici se ne servono con l’obiettivo di asservire le masse a un credo e a un’ideologia con la tecnica della persuasione coercitiva. Nell’Unione sovietica di Stalin, la propaganda ebbe un ruolo fondamentale nella diffusione di un ideale di società rigorosamente egualitaria, perseguito attraverso la dittatura del proletariato. “Padre Stalin” risultava una figura mite e rassicurante, adorata da milioni di persone di cui lo spietato tiranno pianificò la morte. Anche il socialismo reale cinese, di impronta fortemente nazionalista, affida alla propaganda il compito di celebrare le ricorrenze più significative che ne hanno segnato la storia e di far conoscere al mondo i propri successi. La sconfitta della pandemia è stata un’occasione per evidenziare l’efficienza del regime e la disciplina e la coesione di un popolo, sottoposto a sacrifici indigeribili in qualunque democrazia occidentale. La propaganda ha funzionato nell’indurre al confronto due visioni del mondo e due opposti approcci e nell’esaltare Xi Jinping e la superiorità del modello del “fiore di mezzo”. Come strumento per la promozione di un’ideologia, la propaganda non è di esclusiva proprietà dei regimi illiberali. Anche il democratico occidente ne fa uso con intenti e risultati discutibili. Prendiamo il progetto ambizioso del Green deal, il grande piano per la transizione verde, sostenuto con devozione quasi religiosa dai gruppi ambientalisti, invocato dalle folle dei giovani adepti di Greta, accolto con entusiasmo dai progressisti europei. Se la battaglia per il clima è giusta, non si è tenuto conto però degli ostacoli da superare, dei tempi necessari al raggiungimento della decarbonizzazione totale, della sostituzione delle tradizionali fonti energetiche con le rinnovabili, del taglio degli investimenti nei sistemi energetici tradizionali che si ripercuote su una bassa capacità produttiva e di conseguenza su una riduzione delle scorte. E non si è previsto neanche che quei costi si sarebbero riversati in parte nelle bollette, il problema che oggi assilla cittadini e imprese, ma è provvidenziale per far capire che la propaganda (la Terra brucia), e i pregiudizi (le aziende inquinano) sono antagonisti dell’interesse comune. E siccome il presente trae origine nel passato, e gli errori non andrebbero ripetuti, i responsabili dell’attuale emergenza energetica, se fossero intellettualmente onesti, riconoscerebbero, oltre all’errore strategico e politico, il danno economico causato dall’ideologia anti crescita e la natura proditoria della propaganda populista. Mi riferisco ovviamente al Movimento 5S, il più attivo esponente del no a tutto. No alla Tav, no ai vaccini, no all’impresa, no ai termovalorizzatori, no all’estrazione, no alle trivelle, no al nucleare. A forza di no, ci siamo preclusi la possibilità di raddoppiare la produzione di gas naturale (4 miliardi di metri cubi al posto di 8) trascurando il fatto che l’Italia ne consuma 70 miliardi all’anno e ne importa il 40 per cento dalla Russia. Il Conte1 aveva autorizzato il rallentamento delle trivellazioni nell’alto Adriatico e al largo dell’offshore siciliano e il Pd, nel Conte2, si era coraggiosamente accodato. I tabù di un ambientalismo straccione, il paraocchi ideologico e il perbenismo astratto di chi non ha problemi di bollette, sono oggi una minaccia a ceramica e siderurgia, che rischiano la chiusura o la delocalizzazione, e un attentato ai portafogli degli italiani. L’emergenza energetica chiede capacità decisionali, risposte tempestive e un piano strutturale per il domani, ma, sopra tutto, apertura mentale. Von der Leyen ha inserito nella Tassonomia (la classificazione degli investimenti sostenibili in linea con il Green deal) il gas e il nucleare. La Germania, inizialmente sfavorevole, ci sta ripensando, la Francia è pronta ad avviare la costruzione di sei centrali di ultima generazione. E l’Italia? Pd, Leu e M5S sono contrari al nucleare. Sul gas, Letta è ondivago, “Non è la soluzione”. In cambio, chiede scelte rapide e coraggiose (agli altri), uno stop al caro bollette e un aumento nella produzione delle rinnovabili. E questa è l’inconcludenza ormai proverbiale dei cosiddetti progressisti, stretti tra l’incudine della sinistra massimalista e il martello dei grillini.

L’applauso degli sconfitti…l’opinione di Rita Faletti

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Il potere logora chi non ce l’ha, la fredda constatazione accompagnata da un bagliore luciferino di chi il potere lo aveva esercitato con ferma presa per una quarantina d’anni, senza che fosse avvenuto il minimo cambiamento se non lo scambio dei ministri ai vari ministeri della Repubblica. Potere immarcescibile dello scudo crociato, simbolo di connubio tra fede politica e fede, che, unico, è stato in grado, piaccia o meno, di conservare la riconoscibilità che è condizione di successo duraturo e promessa di protezione. Quello che chiede il popolo che tendenzialmente non ama gli scossoni e vive la religione come una forma di superstizione. Non era, lo scudo crociato, il simbolo della difesa strenua del cristianesimo, quello scudo con la rossa croce che fiammeggiava sul petto dei Templari, un’élite di soldati con qualche grado di nobiltà, nonché banchieri e finanzieri ante litteram. Fede e denaro, quando, in tempi non ipocriti, la pecunia che, “non olet”, non era lo sterco del diavolo ma obiettivo di re e papi, e la religione era difesa con la spada. Carità cristiana e lotta spietata al nemico. La democrazia cristiana, con tutti i suoi difetti, le luci e le ombre, conservava una solidità e una consapevolezza della propria cultura e del perimetro entro cui muoversi che era anche rispetto dell’avversario politico. Con la flessibilità, che è apertura e resistenza, e senza il moralismo ossessivo che oggi dilaga in Europa e in occidente e si esprime nelle forme di un totalitarismo del pensiero che è autocondanna e insieme celebrazione fasulla dei diritti delle minoranze. La precarietà, e il suo spauracchio, si estende dalla sfera economica e lavorativa a quella psicologica e morale. Il relativismo è la nuova religione e l’essenza stessa del politico contemporaneo. Il potere logora chi teme di perderlo, molto più di chi non ce l’ha. I 55 applausi partiti all’unisono dai parlamentari durante il discorso inaugurale di Mattarella, sono stati il sospiro di sollievo di coloro che vi hanno visto il prolungamento della legislatura fino a naturale scadenza. Ammettendo che ciò accada, e che Draghi non decida anzitempo di mandare tutti a quel paese, è sicuro che la scadenza naturale della legislatura potrà esorcizzare la dissoluzione definitiva del sistema politico italiano? Lo sfarinamento dei partiti, 18 formazioni, il declino delle leadership, il vuoto di idee, la confusione durante la settimana precedente la rielezione di Mattarella, ultima spes per scongiurare lo spettro di Draghi al Quirinale, non sono forse le avvisaglie della caduta di Babele? La metafora della politica in macerie, il portato della rivoluzione dal basso voluta dai grillini con la complicità di Salvini e l’inania del Pd? I tecnocrati di cui si è invocato l’intervento (Ciampi, Dini, Monti, Draghi) rappresentano la resa della politica. Il fallimento dei governi è la spia dell’assurdo tentativo di portare al potere ciò che la storia ha bocciato senza appello a livello internazionale. Tra le rivendicazioni degli sconfitti, orfani del comunismo che la caduta del Muro aveva spazzato via, c’era il sacrificio dei vincitori, di coloro che avevano debellato stalinismo e nazismo, descritti come corruttori e intrallazzatori. Una concessione al populismo che, a dispetto delle intenzioni, con le sue venature da post comunismo e la limitata democrazia interna, ha mancato gli obiettivi che si era dato. Incapacità o inadeguatezza degli strumenti a una realtà mutata? Entrambe le cose. Intanto, è iniziato il cammino verso il centro che è difficile prevedere quanto sarà affollato, come è difficile prevedere cosa sarà della Lega, di FI, del Pd, dei 5S e di FdI. Intanto, Mattarella al Colle e Draghi a Palazzo Chigi non sono più gli stessi di prima. Tutto è apparentemente rimasto inalterato perché tutto cambi. Siamo al capovolgimento del gattopardismo.

La macchinazione Salvini-Conte…l’opinione di Rita Faletti

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“Sono io a dare le carte”. Dal Papeete a Casellati, da Casellati a Belloni. Dai pieni poteri a purché sia donna. Al colmo della compulsione, Salvini si sente un po’ come il primo motore immobile, il centro di un orripilante divenire, immobile come la materia dura della sua intelligenza. L’epilogo è ormai scritto. Il naufragio del leader della Lega è sotto gli occhi dei più autorevoli rappresentanti del partito. Giorgetti, Zaia, Fedriga, per citarne alcuni, non si fanno illusioni: Salvini ha perso la faccia. Aveva l’opportunità di distribuire davvero le carte, di riprendersi un po’ del prestigio perduto, di contendere alla rivale più accorta e intelligente di lui, Giorgia Meloni, la guida del centrodestra alle prossime politiche e invece.. E’ in questi frangenti che salta fuori la stoffa del politico che sa vedere oltre il proprio naso e sa unire alla rapidità di decisione la chiarezza di una visione. Un sondaggio ha rilevato che la maggioranza degli italiani vorrebbe Draghi al Quirinale. Salvini ha dimostrato di non tenerne in alcun conto, preferendo accarezzare il sogno, che è anche rivalsa, di un secondo governo gialloverde. Le telefonate con Conte, tra le numerose pubblicizzate e ostentate dal leghista, paiono le più attendibili, e legittimano il sospetto che i due, fin dall’inizio, volessero affossare l’ipotesi, per molti scontata, di Draghi al Quirinale, con l’obiettivo di andare al voto prima del 2023. La bugia grossa come una casa della necessità di avere Draghi a Palazzo Chigi è stata finalmente smascherata. Spetta ora al Pd e a Matteo Renzi la mossa decisiva.

Saga Quirinale…l’opinione di Rita Faletti

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Siamo al terzo giorno del tortuoso percorso che dovrebbe, auspicabilmente, spostare Draghi da Palazzo Chigi al Quirinale. Se il parlamento, e il paese che ne è lo specchio, non fossero un caso lampante di anomalia, alla prima elezione quel nome sarebbe stato unanimemente votato. Invece si sta brigando perché il premier rimanga dov’è, con la scusa che, “senza timoniere”, la nave in tempesta potrebbe affondare. I cronachisti, per troppa indulgenza o per timore delle conseguenze, evitano domande ficcanti. Chi è responsabile delle condizioni della nave? Non siete forse voi ad averla ridotta così? Aver votato Draghi a maggioranza, quando Mattarella aveva compreso la gravità della situazione e si rischiavano le urne, non è stata un’ammissione di fallimento e un segnale di resa? Nell’anno appena trascorso, vi siete preoccupati di dare senso e sostanza al vostro incarico, di considerare con serietà le vostre responsabilità verso il Paese, di condividere, non solo a parole, l’operato del governo e di remare nella stessa direzione con convinzione e spirito di unità? Se così è stato, perché temere di mandare Draghi al Colle? Per vostra inadeguatezza o per scongiurare la fine anticipata della legislatura?  Domande di cui si conoscono le risposte, altrimenti oggi i partiti avrebbero l’orgoglio di dimostrare che sono in grado di proseguire lungo il tracciato segnato dal governo Draghi e voterebbero compatti per il suo passaggio al Quirinale. Al contrario, sembrano aver cancellato l’esperienza dell’ultimo anno di governo, ansiosi di riprendere il loro ruolo e intenzionati a logorare il premier per tutta la durata della furiosa campagna elettorale che inizierà subito dopo l’elezione del successore di Mattarella. In queste ore c’è un’accelerazione negli incontri, nello scambio di dichiarazioni, nell’abbozzare progetti e avviare interlocuzioni, insieme a un giro di nomi da una parte e dall’altra, in attesa di quello finale. Il più loquace di tutti è Conte, che con il solito stile e la solita voce chioccia, parla e parla alla folla di portatori di microfono che registrano e intanto cercano disperatamente nel mare di parole un dettaglio, una virgola che aiuti a capire se dietro la volontà di chiudere le porte del Quirinale in faccia al candidato migliore, ci sia una parvenza di progetto, un’ombra di idea. Le parole seguono il pensiero, in taluni casi le parole seguono solo altre parole. Diverso il comportamento di Letta. Il segretario del Pd è cauto e segue con preoccupazione le mosse di un alleato poco affidabile che sta giocando per sé. La situazione è confusa e a Salvini non sembra vero essere tornato al centro della scena. Tutti lo cercano, tutti vogliono convenire con il protagonista incontrastato del momento. Il leghista propone successive rose di candidati e nel tourbillon di nomi e incontri si sente come ai tempi sciagurati del governo gialloverde, quando l’allora commissario tedesco per il Bilancio, Oettinger, commentò sarcastico: “Gli italiani impareranno a votare”. Chissà, forse gli italiani. I partiti sono recidivi, il parlamento della Repubblica continua ad essere la sede dove l’ameno si mescola con il comico, il grossolano con il volgare, il furbesco con l’intrallazzato. In un contesto del genere ogni invito alla serietà cade nel vuoto e trionfa il ridicolo. Lunedì scorso, la maggioranza relativa, i grillini per intenderci, sono stati raggiunti da un messaggio su WhatsApp: “Votate scheda bianca” e, a seguire: “significa non mettere nessun nome”. Come non dubitare della qualità di parlamentari che avrebbero il dovere e l’onore di eleggere capo dello Stato una persona che, con la sola presenza, ha ricostruito l’affidabilità e la credibilità del paese davanti a un’Europa notoriamente scettica sulle capacità e l’efficienza di una classe politica mediocre? Fermare Draghi significherebbe fermare il paese e gettarlo nel caos. Quanto valgono i 5S? Cos’è Conte per Letta, che il segretario del Pd non possa rinunciare a un’alleanza di cui il Partito democratico ha pagato, con il paese, conseguenze pesanti?

Realtà dei fatti o inconsistenza della politica… di Rita Faletti

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Gli italiani che hanno cervello e nell’ultimo anno hanno ritrovato una certa tranquillità, Covid-19 e varianti a parte, guardano con disgusto la categoria di ometti e donnine che si muovono su di un piano inclinato sempre più a rischio verticalizzazione. Sono i politici, quelli di vecchio corso, quelli navigati che “a me chi me la fa”, e di nuovo, i pischelli, quelli che pensavano di spaccare il mondo. Tutti, indistintamente aggrappati a un obiettivo: contare nell’elezione del capo dello Stato per ragioni di interesse personale. I partiti sono ormai entità gassose, prive di una guida o di un leader. Il populismo ha imposto l’orizzontalità, nessuno in grado di indicare la direzione, le decisioni vanno prese assieme, così tutti comandano e nessuno decide. Una posizione comoda che consente di prendere o lasciare secondo le convenienze. Una posizione che alimenta ostilità e attriti, consolida antiche ruggini o fa sbocciare nuovi sodalizi. Letta ha in mano il Pd? Che cos’è il partito di Speranza? E Conte chi rappresenta? I tre si sono visti e consultati e ne è nata la strategia dello stesso tweet:“Ottimo incontro” postato sui singoli profili social. Poteva mancare l’ironia di Renzi? “ Qui Quo Qua fanno lo stesso tweet. Non è successo niente”. Trame oscure? Più probabile giochini da scuola dell’infanzia, un piano per mandare al Quirinale chi potrebbe fare i loro interessi o non ostacolarli. Di fatto, in tre non fanno uno. Perché, altrimenti, Conte avrebbe incontrato anche Salvini? Cosa può avere in mente il leghista peggiore, esclusi gli assai peggiori Borghi e Bagnai, se non l’obiettivo di tornare al governo, magari al ministero dell’Interno, e mettere sul piatto un nome qualsiasi, ché uno vale l’altro, con la formula magica “uno che rappresenti l’unità del Paese”? Cosa possono avere in mente Conte e Letta se non il diritto di prelazione che, affermano, non appartiene a nessuno? “L’unità del Paese”, formula sempre valida elevata a strategia e usata inutilmente come puntare sul rosso e sul nero, e insignificante se non corredata da una spiegazione sul “come”. La solità vacuità del nostro politico doc. Uomini e donne, e qui la parità di genere è realizzata senza sforzi, capaci di tutto e buoni a nulla. Cosa vuole la sinistra? Comandare. Cosa vuole la destra? Comandare. L’arte di governo è qualcosa di troppo alto, non alla portata dei due schieramenti. E per comandare, ultimo fine di entrambi, ogni mezzo è lecito. E per favore non si faccia riferimento a Machiavelli e alla famosa espressione, attribuendo impropriamente al grande fiorentino un cinismo che in realtà era assente nel significato e nell’intento. Per “fine”, Machiavelli intendeva l’interesse comune, non quello personale. Torno quindi alla premessa: Draghi è il solo che può garantire gli interessi del Paese curando la nostra immagine a livello internazionale, non con chiacchiere, cui nessuno, dove si conta, crede, ma con la competenza e l’intelligenza di cui ha dato indiscussa e ampia prova. Il premier non ha bisogno di dimostrare e ottenere nulla. Al contrario della maggior parte del ceto politico, incluse molte cariatidi che sperano di tornare in pista – non mi riferisco a Berlusconi che ha una sua grandezza – famelica di potere mentre meriterebbe di finire nel grande contenitore della poubelle del mondo.

Berlusconi kingmaker…l’opinione di Rita Faletti

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Il populismo, la massima espressione della demenza in politica, toccato il suo apice tra il 2018 e il 2020, è rientrato, almeno in apparenza, così come il sovranismo ha perso il suo appeal in Europa e in Italia. Salvini non è più antieuropeista, ha lasciato che sia Gianluigi Paragone a tenere alta la bandiera. Giorgia Meloni glissa e preferisce parlare di patriottismo. Vuole un presidente della Repubblica patriota. Furbizia lessicale che non dice fino a che punto si debba spingere il patriottismo di chi occupi il colle più alto di Roma. Deposto il sovranismo, senza per questo inginocchiarsi a un globalismo senza limiti, rimane da capire qualcosa di più del populismo. Quanto del processo di normalizzazione avvenuto nel M5S è stato vissuto come costrizione per il solo mantenimento degli scranni in Parlamento? Quanto come effetto di un ripensamento e di un convincimento reale? A tre anni da quel 18 marzo, il partito di Grillo ha via via rinunciato alle sue battaglie identitarie, diventando un oggetto non facilmente identificabile. Confusione, divisione, conflitti e abbandoni, progressivo allontanamento del fondatore – interventi sporadici e improvvisi, eclatanti – un capo-non capo, Conte, ondivago, che medita, incontra Letta e si consiglia con Bettini, convoca i parlamentari pentastellati, dà la linea o si illude di darla. Prova, in tutti i modi, di mettere ordine nel disordine, di unire ciò che è diviso. Nel mezzo del caos grillino, l’elezione del capo dello Stato ingarbuglia ulteriormente le cose. Conte non vuole Draghi al Quirinale, cerca di evitare Berlusconi e nei momenti di ottimismo dice ai suoi che il M5S sarà l’ago della bilancia. L’ipotesi donna sarebbe la migliore. La nostra classe politica quando non sa che fare propone il rosa. La donna tappabuchi. Dacia Maraini è d’accordo, la vorrebbe di sinistra ma rispettosa della destra e super partes al Quirinale. C’è chi crede nei miracoli. Tutti sanno che per il Paese la soluzione è una sola, ma temono per il loro destino. L’amor di patria! Chi invece non teme affatto di esporsi è l’incredibile Berlusconi, l’anziano e incontrastato capo di un partito al 7 per cento, l’uomo più perseguitato dalle Procure, il più detestato e temuto dalle sinistre, il più fantasmagorico e informale dei capi, la negazione del politico di professione. E’ anche quello da cui dipenderà la scelta del prossimo inquilino del Colle. B., ha candidato se stesso alla luce del sole, si dice convinto di racimolare quei 50 voti che gli servono e, via Sgarbi, corteggia i parlamentari del Gruppo misto, molti dei quali potrebbero lasciarsi incantare dalle sirene del grande affabulatore. Che chiede con insistenza a Salvini se gli sarà leale, “Tu mi ami?” e il leghista, che è poco affidabile, promette, poi sente Renzi tre volte al giorno e forse prepara qualcosa con lui, poi torna da Berlusconi. Meloni è presente, ma solo fisicamente, sotto sotto vuole Draghi, e sotto sotto vuole Draghi anche Salvini e chissà cosa vuole Berlusconi? Forse in testa ha un unico disegno: dimostrare che è ancora in grado di determinare le sorti del Paese, l’unico a scompigliare le carte e creare la situazione perfetta per mandare Draghi al Quirinale, realizzando il desiderio di cdx e centro-sinistra, Italia viva e i grillini di Di Maio.

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Il coraggio che manca…l’opinione di Rita Faletti

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La questione del gas, del prezzo che fluttua, del rischio di un taglio totale delle forniture, come promette Putin se verrà approvato il tetto sul prezzo del gas russo, tiene i Paesi dell’Ue sospesi  tra il vorrei e il non posso. Ieri i ministri dell’Energia dei 27 non hanno deluso le aspettative di chi ravvisa nel comportamento dell’Unione la spiccata propensione alle mezze misure, al ritardo o alla retromarcia. Von der Leyen preme perché si  arrivi a un accordo sul tetto al prezzo del gas, ma l’unanimità è lontana. Sedici Paesi, tra cui l’Italia, hanno espresso parere favorevole sulla misura emergenziale che Draghi per primo aveva proposto, tre solo sul gas russo, tre in base a verifiche sostenibili con una apertura ragionevole, cinque hanno espresso contrarietà: Francia, Germania, Olanda, Repubblica Ceca, Ungheria. Con la coda tra le gambe, da cani che aspettano di essere bastonati, i paesi del velleitarismo e dei piccoli passi timorosi,  hanno incassato l’ennesima figuraccia che hanno tentato di nascondere dietro ulteriori restrizioni sul rilascio dei visti di ingresso nella Ue di cittadini russi. Cosa che lascia Putin nella totale indifferenza. In conclusione, a metà settembre un altro incontro dovrà stabilire il price cap su tutto il gas naturale liquefatto  proveniente non solo dalla Russia, ma anche da Qatar, Stati Uniti e Norvegia, per non fare sentire il carnefice troppo isolato. In Italia, i partiti con i loro poco commendevoli leader che per interessi del tutto contrari al bene del Paese hanno azzoppato il governo Draghi, chiedono ora che lo stesso governo, in carica per gli affari correnti, si occupi della questione energetica per aiutare famiglie e imprese in difficoltà. Una preoccupazione che non li aveva  sfiorati quando avevano brigato, in solitudine o in compagnia, per liberarsi dell’unico italiano che ha governato con senso di responsabilità ed efficienza il nostro paese e guidato con autorevolezza e determinazione l’Europa dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina. Ieri mi avete cacciato, oggi mi chiedete di darvi una mano, è quello che probabilmente Draghi pensa  sorridendo dell’insipienza e dell’arroganza di cialtroni per colpa dei quali nel febbraio del 2021 era stato chiamato a mettere in carreggiata un paese quasi fallito. A chi non ha memoria, ricordo infatti che la dipendenza italiana dal gas russo ha le sue radici nell’ideologismo  e nell’ambientalismo autolesionista dei  grillini con la complicità della Lega e l’inerzia del Pd. Bisogna risalire al 2014 per  fare un confronto tra la produzione nazionale di gas, fino allora pari a 7,3 miliardi di metri cubi, e la produzione attuale di 3,3 miliardi, 4 miliardi in meno, e chiedersi se non fosse stato possibile usufruire dei  92 miliardi di metri cubi di gas che si trovavano e si trovano sui fondali italiani. Non solo si è stupidamente rinunciato ad estrarre quello che ci appartiene, si è addirittura limitata la produzione senza considerare che il fabbisogno del nostro Paese è di circa 75 miliardi di metri cubi di gas annui. Ponendo che si fosse mantenuto il livello di estrazione del 2014, oggi non dovremmo bruciare carbone e olio combustibile e avremmo più gas per fare fronte alla crisi. Una verità che i responsabili  si guardano bene dal confessare agli italiani ignari, preferendo buttare la croce sull’Europa, in questo caso incolpevole.  Il 18 febbraio scorso, 6 giorni prima dell’invasione dell’Ucraina, in conferenza stampa Draghi comunicò la decisione di aumentare la produzione di gas italiano, riattivando le piattaforme esistenti. L’estrazione non è partita a causa dell’ostruzionismo di molti partiti, tra cui M5s e Pd.  Nel 2016, Matteo Renzi aveva tentato di abrogare, via referendum, il decreto che ampliava da 5 a 12 miglia dalla costa il divieto di ricerca e perforazioni in mare. Esplose la protesta dei No Triv e il referendum fu bocciato. L’agenda populista è sempre piena di appuntamenti: oggi la battaglia è contro i rigassificatori, i termovalorizzatori, il nucleare di ultima generazione, a cui Cingolani è favorevole. Cingolani, non uno qualunque. Ma in Italia va così: professionisti del qualunquismo e incompetenti  con arie da esperti sbagliano clamorosamente, fanno finta di niente, lasciano passare il tempo sufficiente perché il popolo dalla memoria corta abbia dimenticato del tutto e tornano all’attacco, sempre uguali, stessi slogan, stesso catastrofismo.  Questo è il Paese dove il ridicolo si trasforma in tragico e dove gli orrori del passato non sembrano insegnare un granché. Mi riferisco anche all’abitudine ad attingere ai soldi pubblici, che si chiamino spese in deficit o scostamento di bilancio poco importa, essenziale è trovare una soluzione immediata sottovalutando le conseguenze che saranno altri a pagare: le generazioni future e il governo che verrà. Per questo Giorgia Meloni ha invitato a non fare promesse impossibili da mantenere.

“Hitler era ebreo”…l’opinione di Rita Faletti

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L’intervista rilasciata dal ministro degli Esteri russo Lavrov a un giornalista di Rete 4 e trasmessa da Mediaset, ha scatenato una baraonda infernale. Enrico Letta, a nome del Pd, ha inviato un tweet con la parola “abisso”. Dalla mattina alla sera, i talk show si sono mobilitati per dare la notizia e scandagliare la mente di Lavrov per scoprire le motivazioni della frase incriminata pronunciata dal russo, “Lo pensa davvero?”, interrogando invitati di tutte le risme che pontificavano e asserivano. Minestroni insipienti e corrotti che con la guerra in Ucraina hanno contribuito ad inquinare l’informazione che “deve essere plurale”, per carità, in un paese democratico. Un ritratto rivelatore, come non bastasse l’immondizia dei social, di certa stampa, così lontana dalla compostezza e dal rigore anglosassoni. Cos’ha detto Lavrov? Il navigato portavoce di Putin, riferendosi all’operazione militare in Ucraina volta a difendere i cittadini di lingua russa dalle persecuzioni naziste degli ucraini in Donbas, ha affermato che Hitler, come Zelensky, era ebreo. Un’insinuazione pesante che il premier israeliano Naftali Bennett ha condannato con durezza “Gli ebrei non si sono uccisi da soli nella Shoah”, cogliendo il senso della frase ignobile e facendo piazza pulita delle varie scemenze uscite dagli sproloqui dei sedicenti esperti di casa nostra. “E’ un falso storico!” ha esclamato la Gruber con la solita aria saputella. Che non significa nulla se non si precisa che secondo l’halakhah, l’ebreo di nascita deve essere nato da madre ebrea, e la madre di Hitler era una cattolica praticante, motivo per cui il figliolo non poteva essere ebreo, a meno che non avesse deciso di convertirsi, cosa impossibile per uno che nel tempo aveva coltivato un odio crescente nei confronti degli ebrei. Quindi, senza scomodare la storia, sarebbe opportuno e addirittura banale osservare che, casi di suicidio a parte, uno non si uccide da solo né la guerra se la fa da solo. Ed è proprio questo che Lavrov intendeva mettendo sullo stesso piano Zelensky e Hitler. Se un ucraino di origini ebraiche ordina o chiude un occhio sulle persecuzioni di fratelli ucraini di lingua russa, perché mai Hitler non poteva essere ebreo? Anzi, è sicuro che lo fosse. L’astuto ministro nonché portavoce del vero nazista che sta al Cremlino, sa bene che Hitler non era ebreo, ma gioca sul fatto che nel nostro Paese le fake news e il complottismo hanno un ruolo non trascurabile nell’influenzare l’opinione pubblica, restia, nel suo complesso, a farsi influenzare dai libri di storia e dagli insegnamenti ricevuti, nei casi più fortunati, da docenti preparati e onesti. Lavrov sarebbe un ottimo ministro della Propaganda in un romanzo di Orwell, dove essenziale alla sopravvivenza della dittatura è identificare un nemico con il doppio scopo di spostare l’attenzione delle masse dalle disgrazie quotidiane a una minaccia che proviene dall’esterno e rafforzare così  il legame tra protezione, di cui il popolo sente un bisogno ancestrale, e l’obbedienza al tiranno.  E Lavrov, come del resto Putin, conosce l’Europa e le debolezze della sua democrazia molto più di quanto noi europei ci siamo presi la briga di conoscere la loro dittatura. Anzi, ci siamo lasciati sedurre da regimi nei quali non vivremmo un solo giorno, ma che ipocritamente difendiamo per paura. La democrazia e il pacifismo sciocco sono permeabili agli attacchi subdoli dei suoi nemici che invece la temono più del diavolo e per questo ci minacciano. Lavrov, mi verrebbe da dire ingenuamente se non fosse che l’ingenuità è spesso compagna della stupidità, e Lavrov stupido non è affatto,  ha minacciato l’Italia, uno dei paesi che dimenticando i rapporti di amicizia con il suo Paese, ora ha la sfrontatezza temeraria di firmare un altro pacchetto di sanzioni contro la Russia. Quando si passa alle minacce, vuol dire che la vittoria non è vicina.

Scuola e vaccini…l’opinione di Rita Faletti

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Il Covid-19 continua a girare, mutare senza sosta e infettare. In Italia, i contagi tra non vaccinati sono dieci volte superiori a quelli tra i vaccinati con la terza dose. TI e ospedali sono occupati per 2/3 da No vax, che, se fossero coerenti con la loro dottrina, dovrebbero rifiutare i ricoveri e le cure così come rifiutano i vaccini e la realtà dei numeri. Ma la paura della morte, che come diceva Totò è una livella, rende vigliacchi. Contestare è legittimo, ma non si può fare con i numeri. I numeri sono impermeabili a qualsiasi tentativo di discredito, sono una semplice, neutrale, innocua fotografia dei fatti. Ma i No vax sono nemici dei fatti. Allora? Allora, la soluzione migliore è l’obbligatorietà del vaccino. In un’intera popolazione di vaccinati con doppia dose di Cominraty (Pfizer/BionNtech) o Vaxzevria (Oxford AstraZeneca) e ½ dose (booster) di Moderna, la risposta immunitaria assicurerebbe una minore circolazione delle varianti e metterebbe al riparo da forme gravi della malattia. Per quanto tempo? Dipende dalla pericolosità della variante. Per fare un esempio, il vaccino contro il Vaiolo, eradicato dagli anni 80, garantiva una elevata immunità per 3-5 anni. In caso  di una ulteriore vaccinazione, la durata era maggiore ed efficace nel prevenire l’infezione nel 95% delle persone vaccinate. Quindi, che senso ha non vaccinarsi? E’ una dimostrazione di libertà? Una ribellione contro l’establishment? O un atto di masochismo e egoismo al tempo stesso? Ma tant’è. Gli irriducibili sono una minoranza che potrebbe ridursi nel tempo anche per effetto della selezione naturale: i più fragili, prima o poi, soccombono. Credo sia stato dato troppo spazio all’irrazionalità dei pochi contro la razionalità dei molti e credo anche che la democrazia, nelle emergenze, sia inefficace. C’è però un tema che interseca la questione vaccinale, e riguarda la cenerentola del paese: la scuola. Ieri Draghi e in particolare il ministro dell’Istruzione Bianchi, hanno dedicato alla scuola uno spazio che mai prima, con tanta serietà e chiarezza, era stato dedicato a quelle che sono le fondamenta di una nazione, la base del vivere civile, il luogo in cui si forma il capitale umano più importante. E’ stato spesso osservato che l’Italia non è un paese per giovani. Lo dimostra il fatto che i più capaci e coraggiosi lasciano ogni anno il paese, privandolo delle sue risorse migliori e regalandole a paesi i cui governi, intelligentemente, puntano sulle nuove generazioni per la costruzione del futuro e la crescita. E’ in questo spirito che il governo Draghi ha deciso di aprire le scuole. La situazione è decisamente diversa rispetto a un anno fa, quando le primule di Arcuri preannunciavano l’arrivo della primavera con la contrazione dell’anno scolastico in presenza a 65 giorni e la parziale integrazione con lo smart working, una festa per gli insegnanti sfaccendati che “hanno passione solo per lo stipendio” (Galimberti). Gli studenti sono stati derubati per troppo tempo del diritto all’apprendimento in presenza, alla partecipazione attiva e alla socializzazione, con gravi conseguenze sulla psiche e sulla strutturazione della personalità. “La scuola, ha detto il premier, è fondamentale per la nostra democrazia, va protetta e aiutata. Non ci sono motivi per chiuderla. Non si chiude la scuola prima di tutto il resto”. E c’è un motivo in più per essere d’accordo con Draghi. Stando ai dati Ocse-Pisa, in Italia uno studente su quattro non raggiunge competenze alfabetiche sufficienti, con risultati complessivamente peggiori al Sud, con la sola eccezione dell’Abruzzo, e livelli in linea con la media Ue al Nord. Gli ultimi posti sono occupati da Sardegna, Calabria e Campania. Questo distacco si è allargato a causa della pandemia, con conseguenze che pesano fortemente nell’acquisizione delle abilità verbali e di ragionamento, indispensabili al raggiungimento di competenze trasversali, sempre più richieste per l’accesso al mondo del lavoro. L’istruzione e la formazione non devono essere sacrificate a interessi politici e giochi di potere o all’incompetenza di chi è ancora convinto che “uno vale uno”.

Draghi al Quirinale per la stabilità…l’opinione di Rita Faletti

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Il 2022 sarà l’anno della fine della pandemia e dell’inizio della convivenza con il virus. Il Covid-19 diventerà endemico andando ad assommarsi  ad altre cose negative cui tocca adeguarsi, senza però  rinunciare a comportamenti di sana prudenza e alla vaccinazione, che è la strategia migliore per accelerare il passaggio da epidemia a endemia. Ma sarà il Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza, il focus su cui governo e parlamento si dovranno concentrare, cercando di spendere bene i denari che non ci capiterà una seconda volta di avere a disposizione per rilanciare l’economia. Una missione, che se non si vuole impossibile, chiede ai partiti della maggioranza attuale e a quello dell’opposizione, di fare uno sforzo di memoria nel Paese degli smemorati e tenere i piedi saldamente ancorati a terra per disancorarsi dalle ideologie che hanno costituito l’unico punto di riferimento dei due disastrosi governi precedenti. Sovranismo, populismo, massimalismo, i tre –ismi letali che Draghi è riuscito a stemperare, proponendo con chiarezza ed efficacia un approccio pragmatico e lineare ai problemi e rimettendo la politica al centro, in uno scenario di generale disorientamento.  Non sto a ricordare i fallimenti del Conte2, il denaro sperperato, la verbosità inconcludente, lo stile trionfale, il piglio fintamente determinato dell’uomo più amato dagli italiani. Quali? La domanda andrebbe girata a D’Alema, che ora che il Pd è finalmente guarito dalla “malattia” del renzismo, vorrebbe rientrarvi, magari giocando il ruolo di kingmaker nell’elezione del prossimo presidente della Repubblica, in funzione anti Draghi. Scommettendo sulla disattenzione italica e sulla memoria fallace che induce a credere all’ultima notizia sentita, il politico più supponente al mondo, sapendo di mentire, ha accusato il premier di essersi autoeletto. In realtà, Draghi, nel dare la propria disponibilità a servire il Paese e le sue istituzioni, ha detto altro: una maggioranza che si spacca sul Quirinale, difficilmente potrebbe ricomporsi su Palazzo Chigi. Il significato va oltre la scelta del nome, è strettamente pertinente alla questione della stabilità. E il non detto è perfino più manifesto del detto: la spaccatura della maggioranza nell’elezione del capo dello Stato rispecchierebbe lo sbriciolamento all’interno del parlamento e la precarietà di cui l’Italia non ha certo bisogno in questo momento. Si pensi ciò che si vuole, si dica che un ex banchiere non è adeguato a rivestire l’incarico più alto in un grande paese democratico come l’Italia (parole di D’Alema), ma si sappia che oggi, come ha giustamente osservato  Angelo Panebianco, “ la stabilità dell’Italia passa per avere Draghi al Quirinale” e avere Draghi al Quirinale è la sola garanzia che abbiamo perché il Paese sia rimesso in bolla e il Pnrr non si trasformi in un irreparabile fallimento.

 I buoni proponimenti dell’Onu per il 2022… l’opinione di Rita Faletti

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Ci vuole un organismo mondiale autorevole e imparziale a stigmatizzare le violazioni  dei diritti umani, e ci vuole una consolidata ipocrisia degli Stati e l’ignavia delle opinioni pubbliche ad accettare delle non verità. Campione di faziosità e con una credibilità prossima allo zero, l’Onu, nato nel 1946 per difendere la giustizia, l’equità e i diritti umani, è l’incarnazione di un gigantesco imbroglio, non difficile da smascherare e confermato dal fatto che è privo di un’autonomia reale. L’Onu è, infatti, una declinazione della geopolitica mondiale all’interno del Palazzo di Vetro e si muove in conformità con essa. Muoversi è una parola grossa, se riferita all’obiettivo principale che si è dato, la pace, rispetto all’impegno e all’efficacia con cui lo persegue. Diciamo piuttosto che oscilla all’infinito come un pendolo: da destra a sinistra e da sinistra a destra, dalla condanna scontata dell’unico Stato ebraico al mondo, al silenzio e all’inazione altrettanto scontati di fronte ai crimini contro l’umanità, perpetrati in modo sistematico e massiccio in diversi Paesi. Cina, R.D. del Congo, Sudan, Siria, Afghanistan, Myanmar sono solo alcuni di questi. La disproporzione di trattamento colpisce chi conosce i fatti essendone testimone, fatti ignorati da chi crede alle narrazioni mainstream, fatti considerati un fastidioso inciampo dai corsari del politicamente corretto. Eppure, la storia è  vecchia di decenni: le Nazioni Unite hanno assegnato a Israele il primo posto nella classifica degli Stati criminali. Che significa più o meno questo: vietato difendere il territorio e i propri civili dagli attacchi terroristici e da missili e razzi. Quindi, sia fatta la volontà di Hamas, che, nella propria costituzione, ha scritto che Israele deve essere distrutta. Con il nuovo anno, la ignobile organizzazione onusiana, ha stabilito che un unico paese merita di essere oggetto di un’indagine “a tempo indeterminato”: una “commissione d’inchiesta” permanente monitorerà e riferirà sulle violazioni dei diritti in Israele, a Gaza e in Cisgiordania. Eppure, è curioso che nello stesso giorno in cui si inaspriva la mania persecutoria dell’Onu contro Israele, il Palestine Atlas Center for Studies and Research rilevava che il 45% dei palestinesi intervistati ritiene l’Autorità Palestinese responsabile delle crisi irrisolte nella striscia di Gaza, il 25% ritiene responsabile Hamas, solo il 15%  incolpa Israele e il 7% l’Egitto. I palestinesi hanno capito che i loro capi terroristi hanno sempre utilizzato centinaia di milioni di dollari di aiuti esteri non per costruire scuole e ospedali, ma tunnel e fabbriche di bombe. Hanno letto statistiche che dicono che l’esercito israeliano, in tempo di guerra, causa il più basso numero di vittime civili di qualsiasi esercito al mondo, sanno che Israele non è uno stato di apartheid, come i suoi odiatori vorrebbero. E’ onesto definire Israele Stato di apartheid se i giudici della Corte suprema israeliana sono musulmani, se il 40% dei suoi medici non è composto da ebrei, ma da arabi e musulmani, se il presidente della più grande banca israeliana è un arabo? L’odio è odio, il complottismo è complottismo, e le ragioni, quando non sono politiche, vanno ricercate nei disturbi della psiche e nell’ignoranza, una tempesta perfetta che scuote l’occidente. Nel mondo arabo, invece, qualcosa sta cambiando e bisogna riconoscerne il merito al presidente più schizzato che gli Stati Uniti abbiano avuto. Trump, promotore e firmatario degli Accordi di Abramo, ha creato le condizioni perché lo stato ebraico avesse il riconoscimento del mondo arabo sunnita. Le monarchie del Golfo hanno smesso di essere pregiudizialmente ostili a Israele: Barhain e Emirati Arabi hanno aperto il dialogo con il piccolo stato ebraico, dopo Egitto e Giordania, e intendono collaborare per lo sviluppo dell’intera regione. E’ la premessa per un’importante svolta storica che si completerebbe se anche l’Arabia Saudita decidesse di aderire agli Accordi. Il principe Mohammad Bin Salman è favorevole. Israele non guarda più a ovest, dove gli alleati europei si sono dimostrati amici titubanti e sleali. In quanto all’Onu, sono dell’idea che andrebbe istituita una commissione d’inchiesta che indagasse sul suo operato.

Finanziaria 2022: eccesso di spesa corrente…l’opinione di Rita Faletti

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Con 355 voti favorevoli e 45 contrari, la Legge di Bilancio è stata licenziata ieri, in tempo utile per evitare al Paese di finire in esercizio provvisorio. Per il 2022 è stata stanziata la bella cifra di 32 miliardi, che i partiti, manco a dirlo, hanno accolto con soddisfazione. La prodigalità è la sola carta vincente della politica italiana, che ha smarrito il rapporto con la realtà dei numeri nel paese in cui pochissime sono le cose che funzionano. Funziona ancora, con qualche difficoltà e grazie alla tenacia e al coraggio, il settore delle imprese, che resiste all’ostilità di un apparato politico-amministrativo enfiato a dismisura dall’ingresso di sempre nuovi addetti, al servizio di se stessi e del proprio ruolo, che consiste eminentemente nel produrre e riprodurre norme cavillose e perfino grottesche, produttrici, a loro volta, di lentezze ed inefficienze incompatibili con il mercato. Un’economia immaginaria che deve la propria sopravvivenza all’economia reale, cui impone, in modo arbitrario, ostacoli di ogni tipo. Sul fronte opposto a quello dei politici, gli economisti, che felicemente liberi da esigenze di consenso e dal timore di rimanere a piedi, vedono nei numeri un’anticipazione di quello che potrà avvenire e mettono in guardia contro gli effetti di una manovra eccessivamente espansiva. Fanno notare che la spesa corrente che punta tutto sulla crescita, se da un lato favorisce la riduzione del debito pubblico perché incrementando il Pil determina l’aumento delle entrate dello Stato, dall’altro, in presenza di un’inflazione che sale, cioè dell’innalzamento medio dei prezzi di beni e servizi in un arco di tempo prolungato, potrebbe condurre a una politica monetaria restrittiva, ossia un aumento dei tassi di interesse, penalizzante per risparmiatori e lavoratori. La conclusione è che se l’Italia non perseguirà un percorso di riduzione del debito, sarà in balia dei mercati, come è già avvenuto. Quindi, la spesa corrente deve essere controbilanciata o da un aumento dell’imposizione fiscale, soluzione cara alla sinistra, o da investimenti pubblici che spingono in alto la crescita ma che solo le riforme strutturali, che l’Europa ci chiede da tempo, sono in grado di garantire e che i partiti si son ben guardati dal fare. Scontentare elettori e amici? Non sia mai. Stesso tenore in occasione della Finanziaria. Anche quest’anno si è ripetuto l’assalto alla diligenza. I paletti che Mario Draghi e Daniele Franco avevano posto alle misure regressive nate in campo giallorosso sono stati fatti saltare. Prorogato il Superbonus 110 , definito dal premier una “misura distorsiva”, esteso alle unifamiliari con il limite Isee di 25 mila euro poi abolito, eliminato e poi reintrodotto da Franceschini il Bonus facciate, ridotto dal 90 al 60 per cento, rinnovato il bonus mobili da 5 a 10 mila euro. Sostanziosi cadeaux ai ricchi da parte dei difensori dei poveri e dei nemici delle diseguaglianze sociali. A chiacchiere. E a proposito delle modifiche al reddito di cittadinanza, il fallimento dei grillini difeso dal Pd che non voleva fare uno sgarbo ai gentili alleati, il governo aveva proposto una riduzione del 20 per cento dell’aliquota implicita del 100 per cento sui percettori del reddito che lavorano, ma il taglio della tassa è stato tolto. Orlando non ha trovato i soldi. Erano stati tutti destinati ai ricchi. Del resto, c’è qualcuno che conosca un politico amico dei poveri? I veri poveri non vanno in piazza, non scrivono minacce e insulti sui social, non hanno una casa da ristrutturare o una facciata da sistemare, non hanno neanche una casa e neanche occupano quelle degli altri, non hanno la tessera della Cgil in tasca, e non vanno a votare.

Quirinale e oltre: chi gestirà il mazzo?…l’opinione di Rita Faletti

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Nel  rettilario targato Pd, dove i vari esemplari aspettano di infilarsi i denti nel collo al primo movimento,  nulla è cambiato dai tempi di Zingaretti che andandosene accusò il suo partito di parlare solo di poltrone e primarie. Una critica paradossale al partito per cui vale innanzi tutto il motto “Il potere per il potere” da mantenere anche a costo di inseguire un camaleonte la cui unica abilità consiste nel mimetismo a scopo di sopravvivenza. Tra l’ambiguità dei sorrisi il basso profilo e i progetti di campi larghi, Letta è uno scialbo esecutore di piani altrui, di cui il “monaco del Pd”, Goffredo Bettini, è l’indiscusso ispiratore. Ma la politica, non di ambiziosi progetti di cambiamento, bensì di roccaforti erette contro l’oppositore esterno e soprattutto interno, è fatta. Di rancori e ansie di vendetta, riducendosi  spesso a uno scontro tra personalità, che si conclude, alla lunga, con la vittoria dell’animale politico autentico e all’occorrenza spregiudicato. E la sconfitta brucia sotto la pelle, anche per anni, ed esige risarcimento. Contro Renzi, Letta non ha chance. Cos’è il 22 per cento? Bazzecole.  L’ombra del fuoriclasse che pensa con velocità mercuriale e vede più lontano aleggia come una minaccia sulla testa di chi non può stare sereno. Se il toscano fosse stato un cane da tartufo avrebbe reso il proprio padrone straricco. Il Pd avrebbe potuto e dovuto approfittarne. Ha optato invece per l’astrattismo ideologico, punto di riferimento di un potere in agonia. Letta non se ne discosta, ma sapendo che i giochi sono tutti aperti, si è applicato nell’operazione di azzeramento di tutti quelli che gli ricordano l’umiliazione subita. Base riformista rimane pur sempre una presenza scomoda all’interno del Pd lettiano che non può sperare che nell’alleanza strutturale con un Movimento che però perde pezzi. Imploderà? Renzi ne è sicuro. E se vogliamo credere ai pronostici, perché non ai suoi?  Del resto, grazie a Renzi, Mattarella fu eletto al Quirinale, il Pd si alleò con i 5S dopo il Papeete, Conte fu estromesso , Draghi gli subentrò a Palazzo Chigi. Un ordito di tessiture accurate e pronostici. Renzi si aggiudica la primazia sulle retroguardie in costante affanno.  Da una posizione di vantaggio che gli deriva dall’avere le mani libere ed essere dotato di realismo politico, a distanza di sicurezza dalla politica politicante, riflette sulle prossime mosse in vista delle elezioni quirinalizie e osserva con lucidità che il presidente della repubblica può essere eletto da una maggioranza diversa da quella di governo. E’ contrario a Draghi? Non necessariamente. Voterebbe con il cdx? Può darsi. Lo ha detto qualche giorno fa anche Maria Elena Boschi. E se, come pare, il candidato del cdx unito fosse Berlusconi? A differenza del Pd, che al solo sentire quel nome sobbalza, non avrebbe preclusioni. “Le regole si scrivono proprio con chi non la pensa come te” ha detto parlando del patto del Nazareno che rifarebbe domani. Quindi, Italia viva potrebbe sostenere il capo di FI o qualcuno che Berlusconi stesso, qualora non ci fossero i numeri e si mettesse da parte, dovesse indicare. Draghi? E’ probabile. Berlusconi lo volle governatore della Banca d’Italia e presidente della Bce. Tra composizioni, scomposizioni e ricomposizioni, si potrebbe tornare al punto di partenza: i due blocchi, con Renzi che distribuisce le carte.

O Draghi o morte!…l’opinione di Rita Faletti

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Dalla variante Omicron al prossimo presidente della Repubblica, dal prossimo presidente della Repubblica alla variante Omicron. Un quotidiano stremante ping- pong, cibo in porzioni pantagrueliche che le varie emittenti televisive scodellano agli italiani attraverso gli interventi di esperti e non, politici, politicanti e arruffapopolo, scrittori, storici, giornalisti. Quale l’effetto? E’ il grado di coinvolgimento a stabilirlo e la capacità di riflessione su due temi, solo apparentemente slegati. Di fatto, rimandano entrambi a un nome, Mario Draghi, e ai dieci mesi durante i quali, l’uomo del “whatever it takes”, colui che ha salvato l’euro e l’Europa, ha gestito con intelligenza e equilibrio i rapporti difficili all’interno di un Parlamento scombiccherato e populisteggiante, colpevole, e almeno riconosciamolo non fosse altro che per onestà intellettuale, del fallimento gialloverde e della melassa rossogialla, con strascichi nostalgici di Conte, in ragione di, diciamo così, “affinità elettive” e di un intramontabile codice culturale di matrice paternalistica. L’Economist, nell’ottobre del 2020, definiva l’Italia “un paese in declino, che vale nulla sulla scena mondiale, con un’economia che non cresce, una classe dirigente che spreca idee e risorse”. Oggi, l’autorevole magazine britannico di politica e economia, che mai è stato tenero con l’Italia, ha reso omaggio al nostro Paese e al suo governo per aver fatto fronte alla campagna vaccinale e alla ripresa economica meglio di Francia e Germania. “E’ impossibile negare che oggi l’Italia sia un posto migliore rispetto a dicembre 2020 e per questo è il nostro Paese dell’anno. Auguroni!”  Sconfitti e scornati, i detrattori del presidente del Consiglio, che hanno tifato contro fin dal primo momento, stanno in silenzio o masticano fiele intanto che sputano dolce. Ma Draghi, che intenzioni ha? Ci si chiede. All’ennesima volta in cui gli è stata rivolta la stessa domanda, la risposta è stata identica alle precedenti:  “Sarà il Parlamento a decidere”. Questo stabilisce la Costituzione e non c’è motivo per sospettare forzature da parte di Draghi, che è probabile aspiri al Quirinale, dopo aver impostato la campagna vaccinale e gettato le basi per il Pnrr. Nell’eventualità, però, che l’incarico andasse ad un altro, che interesse avrebbe una persona del suo calibro e della sua reputazione a rimanere dove si trova, rischiando di dover tenere a bada, per circa un anno, un Parlamento fatto per lo più di bizzosi mediocri, che iniziassero ad agitarsi avanzando pretese e coltivando ambizioni  invece di proseguire il lavoro intrapreso dal Governo? E soprattutto, cosa perderebbe il Paese, dovesse rinunciare a Draghi, a questo punto sia a palazzo Chigi che al Quirinale? Che fine farebbe il Pnrr? L’Italia sarebbe sbalzata di nuovo nelle retrovie europee e l’Economist dovrebbe ribaltare ancora una volta il giudizio sull’Italia. Dunque, tenere Draghi per sette anni è la soluzione.

Imprese in fuga da uno Stato persecutorio…l’opinione di Rita Faletti

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E’ più importante il lavoro o il posto di lavoro? La domanda andrebbe rivolta alle organizzazioni sindacali che proverebbero a eluderla per non dover spiegare la differenza che passa tra le due cose, importante per comprendere fino a che punto e a chi soprattutto sia utile l’attività sindacale. Dunque, il lavoro è l’insieme di beni e servizi prodotti dalle imprese, il posto di lavoro coincide, invece, con la specifica prestazione del singolo lavoratore in un contesto aziendale. Ne consegue che la salvaguardia del lavoro è la principale garanzia della difesa dei posti di lavoro. Con la globalizzazione, la concorrenza e la possibilità di spostare la sede di un’azienda dove minore è il costo del lavoro, meno pesante la fiscalità, più rapidi i tempi del processo civile, meno vessatoria la burocrazia, migliori le infrastrutture, la delocalizzazione assume carattere di ordinarietà e, se non si è ipocriti, stigmatizzare il profitto, che è obiettivo dell’impresa, diventa un puro esercizio di ipocrisia e in alcuni casi perfino un alibi per il rimpallo di responsabilità. Non sono in grado di trovare soluzioni alla crisi occupazionale derivante dalla chiusura di siti produttivi, quindi, colpevolizzo l’impresa e la sanziono. Se in Italia giovani preparati e ambiziosi decidono di andare dove il riconoscimento delle loro capacità si accompagna a una maggiore gratificazione economica, significa che nulla è stato fatto per trattenerli e valorizzarli. Così, un’azienda che si sposti dove le condizioni sono migliori, rappresenta un fallimento delle istituzioni, delle organizzazioni sindacali e di una classe politica priva di idee, nonché una perdita per il paese. Colpevole della grave emergenza economica non è stata solo la pandemia, scoppiata quando la crisi di produttività durava ormai da decenni, ma la pervicacia con la quale, per tutelare i posti di lavoro, governi di diversa colorazione politica e sindacati, hanno tenuto in vita aziende moribonde con iniezioni massicce di denaro pubblico, vedi Alitalia che in 45 anni è costata al paese 12,6 miliardi. Sembra che la specialità italiana sia quella di dare ossigeno ad aziende che non sono in grado di stare sul mercato e per questo andrebbero abbandonate  al loro destino. Manca, inoltre, la cognizione del rapporto costo-opportunità: il denaro che usi per salvare un’impresa dalla morte certa li togli a un’altra che ha maggiori probabilità di successo. E’ sciocco spendere tempo e soldi in missioni impossibili. Sul versante posti di lavoro, è indubbiamente prioritario proteggere il lavoratore e il suo reddito. Ma come? Intanto superando la visione novecentesca del rapporto tra capitale, lavoro e politica e il vecchio dogma caro alle sinistre e all’alleato pentastellato, secondo cui la politica deve intervenire nella dialettica tra capitale e lavoro con finalità redistributive. Le diseguaglianze non si combattono con il Superbonus e il Cashback, di cui beneficiano le fasce di reddito medio-alto, non certo l’operaio o il disoccupato. Infatti, Draghi e il suo ministro dell’Economia, che non sono due pivelli e a differenza dei politici non hanno la necessità di lisciare il pelo alle lobby e alle incrostazioni di potere che dettano legge in questo paese, avevano espresso riserve su entrambe le misure. Che è la dimostrazione dell’esatto contrario di ciò che pensano coloro che identificano l’ex banchiere con il nume tutelare delle élite economiche. Quello che servirebbe mettere in piedi è un progetto di politiche attive, efficace e funzionante, che operasse nei territori dove la deindustrializzazione sembra essere un processo irreversibile, e realizzare un ambiente economico favorevole alla realizzazione di nuove iniziative imprenditoriali, non dimenticando che la scuola e l’istruzione hanno una valenza fondamentale. Il futuro è davanti ai nostri occhi, non alle nostre spalle. Le misure adottate finora si sono rivelate regressive, sia rispetto all’azienda, ingabbiata in un quadro normativo che ne ha frenato gli investimenti e le assunzioni, sia rispetto al territorio e al paese che ha disperatamente bisogno di crescere. Ricordo che senza crescita economica, la sostenibilità del debito pubblico non è garantita. Ora, mi pare che i sindacati si siano occupati prevalentemente di difendere i posti di lavoro in un’ottica autoreferenziale e tesa al mantenimento delle tessere più che dei posti di lavoro. E per concludere, che senso ha ripetere quello che è stato fatto finora se non ha funzionato?

Lazzaretti per No Vax…l’opinione di Rita Faletti

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Complottisti si nasce, non si diventa. Ciascun individuo, infatti, è identificabile geneticamente grazie al DNA che ne definisce i caratteri. Nel corso della vita e secondo le circostanze, i tratti caratteriali emergono e aiutano a collocare ognuno all’interno di un profilo specifico. Ecco che in una situazione di grave emergenza, come la diffusione di una pandemia, le reazioni e i comportamenti prendono direzioni diverse, di cui i rispettivi corredi cromosomici sono in gran parte responsabili.  La paura è il sentimento che unisce tutti e che porta alcuni individui a virare verso posizioni di prevalente emotività e influenzabilità, altri verso posizioni logico-razionali. Prima di conformarsi  alla figura del complottista a tutto tondo, si passa attraverso fasi intermedie: diffidenza  nei confronti dei vaccini, timore di esiti negativi sulla propria salute, perfino letali, sfiducia nella scienza a cui si richiedono certezze assolute e immediate, ignorando che la scienza è un processo continuo che si avvale di sperimentazioni, prove e controprove, a differenza delle bufale propalate in modo perentorio  da pseudo scienziati e cialtroni che per fini personalistici tutt’altro che nobili, approfittano delle vittime dell’emotività per farsi largo nei media e aumentare il loro seguito di fanatici. Le teorie di costoro, che non è da escludere si siano vaccinati con doppia dose e abbiano prenotato il booster, poggiano sulla “negazione” di quanto la realtà offre quotidianamente ai nostri occhi. Il virus non esiste, è un’invenzione che si prefigge la schiavizzazione dei popoli, mentre ne consente la libertà di muoversi, lavorare, viaggiare.  I vaccini causano le morti, quando invece è proprio grazie ad essi che i decessi sono fortemente diminuiti. I  vaccini sono un gigantesco business delle Big Pharma, senza i cui poderosi investimenti  vivremmo in un perenne stato di lockdown. Un miscuglio di paura, diffidenza, ignoranza, invidia, rabbia e frustrazione che, arrivati al punto in cui siamo, con i contagi in aumento a causa dei No vax, meriterebbe di essere ignorato. Invece si dà spazio a qualsiasi imbecillità, commettendo l’errore di mettere sullo stesso piano e a confronto le dichiarazioni di virologi competenti e le astruserie di maghi tipo do Nascimento e fattucchiere alla Vanna Marchi. Così avviene che gli ospedali si stiano riempiendo di contagiati che hanno rifiutato di vaccinarsi, sottraendo a cittadini affetti da gravi malattie il diritto di cure. Ora, siccome non è accettabile che una maggioranza rispettosa delle regole sia ostaggio di una minoranza prepotente di fuori di testa, lancio al Governo una proposta , di non difficile realizzazione, avendoci  la storia lasciato in eredità, grazie alla saggezza di chi secoli fa ci ha preceduto, strutture, anche mirabili dal punto di vista architettonico, che avevano la funzione di tenere in quarantena chi proveniva da luoghi lontani, per evitare che le comunità locali venissero contagiate. In passato, le pandemie di peste provenienti dall’Asia erano frequenti. La provenienza, oggi, in era di globalizzazione, sarebbe un dettaglio irrilevante. Varrebbe piuttosto il principio della prevenzione: non vuoi vaccinarti, accomodati, il lazzaretto è a tua disposizione. Vorrei ricordarne uno, di forma pentagonale ed estremamente suggestivo, che affaccia sul porto di Ancona. Risale al 1733 e fu costruito dal celebre architetto Vanvitelli. Fungeva da struttura militare e luogo di quarantena. E’ noto come mole vanvitelliana e racchiude nel cortile interno il tempietto di San Rocco. Un vero gioiello.

Eric Zemmour, il candidato all’Eliseo più decorticante…l’opinione di Rita Faletti

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Nell’aprile del prossimo anno, i francesi saranno chiamati alle urne per eleggere il presidente della Repubblica. Macron  è pronto per il secondo mandato consecutivo che dovrà aggiudicarsi al ballottaggio, prima del quale nessun candidato ha mai  superato il 50 per cento dei voti. Nel 2017, il fondatore di En March! sconfiggeva al secondo turno la sfidante Marine Le Pen, leader di Rassemblement National. Intanto, la campagna elettorale è iniziata. Nessuna verve a sinistra, tra i socialisti di Mélenchon, i Verdi e il Partito comunista, incapaci di darsi un leader comune. Frammentazione, sfiducia e percezione della propria debolezza, questi partiti vivono una fase di evidente declino. Tutt’altra musica dalla parte opposta, dove, a rendere più che effervescente il clima nel mondo della destra sovranista di Le Pen e moderata dei Républicains,  è stata la discesa in campo di Eric Zemmour.  Scrittore e famoso polemista del quotidiano Le Figaro, Zemmour,  63 anni,  si definisce gollista-bonapartista, ma le sue posizioni sono di estrema destra. Il programma del suo partito, “Reconquete” ( Riconquista), non lascia dubbi: no al matrimonio per tutti, no all’interruzione di gravidanza e alla maternità surrogata, no alla cultura woke che definisce una “macchina per far sentire in colpa il cattolico, bianco e eterosessuale”, no all’immigrazione islamica, sì alla difesa strenua dell’identità francese e delle sue radici religiose e culturali. Un personaggio profondamente divisivo, che suscita amore e odio. Accusato di razzismo, ha replicato: “Razzista io? Sono berbero e ebreo”. A chi, su CNews di Vivendi, gli ha chiesto un paragone tra Islam e cattolicesimo, ha risposto: “I cattolici bruciano gli eretici oggi? Decapitano le persone per strada perché fanno una caricatura di Gesù Cristo?” Un tasto delicato, questo, e opportunamente accantonato dopo lo sgozzamento  del professore francese che spiegava il significato della libertà mostrando le vignette di Maometto. Delicato, ma ineludibile, che impone il coraggio della verità. Alla quale Zemmour  non si sottrae, e al meeting di Villepinte di domenica scorsa, dove ha presentato  la propria candidatura all’Eliseo, si è rivolto a una Francia cattolica e orgogliosa di esserlo, per troppo tempo rimasta orfana politicamente. Anticonformista e carismatico, l’intellettuale, autore di “Suicidio francese”, un attacco al multiculturalismo e all’immigrazione islamica, ha intercettato le inquietudini di quei connazionali  che hanno  visto in lui una sorta di messia. Gli stessi che da un anno seguono con entusiasmo il programma  “Alla ricerca dello spirito”, su temi di attualità interpretati da una prospettiva religiosa e filosofica. La trasmissione, che va in onda settimanalmente su una emittente del gruppo Canal plus di Vincent Bolloré, spiega anche il legame tra il tycoon bretone, cattolico praticante, fondatore di enti di beneficenza, impegnato nel restauro di chiese e nell’acquisto della più antica testata cattolica “La France Catholique”, amico di abati e del vescovo più combattivo e conservatore di Francia, Dominique Rey, e Zemmour, la sua creatura. Rimane un quesito: riuscirà il giornalista ultraconservatore, che ricorda con passione e nostalgia la Francia che lo accolse bambino, a convincere i cattolici di oggi, confusi, demoralizzati e minacciati, a seguirlo? Zemmour sa di avere molti nemici che gli farebbero volentieri la pelle, non solo metaforicamente. “I miei avversari vogliono la mia morte politica, i giornalisti vogliono la mia morte sociale e i jihadisti vogliono la mia morte”.

Italiani alla fame…l’opinione di Rita Faletti

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L’Italia, se si dà credito a certe descrizioni, è ridotta come un paese del Terzo mondo. Povertà sempre più diffusa, file sempre più lunghe alla Caritas, rinuncia alle cure mediche, disoccupazione. Un quadro desolante al quale fa da contraltare la detestata ricchezza di pochi che detengono la maggior parte del patrimonio mobiliare e immobiliare del Paese. La povertà esiste e non è certo l’annuncio dal balcone di un ministro della Repubblica a eliminarla, ed esiste la ricchezza, per fortuna, condannata come sterco del diavolo. Come sempre, la realtà non corrisponde alle narrazioni estremizzate, poco attendibili, in particolare se usate come strumento di propaganda politica. Della sinistra moralista d’antan, che dovrebbe altrimenti accontentarsi di fare la spola tra diritti civili e ambientalismo, e della destra, dove Salvini e Meloni hanno capito che il tema dell’immigrazione ha fatto il suo tempo e l’europeismo è condizione indispensabile per avere i denari del Recovery, argomento questo al quale gli italiani sono assai sensibili. Per sapere come stanno le cose, giacché nel dibattito pubblico la verità è occultata, bisogna leggersi i dati elaborati da Itinerari Previdenziali, il Centro studi diretto da Alberto Brambilla, le cui fonti sono l’Istat e il ministero dell’Economia. Gli ultimi dati sono riferiti alle dichiarazioni IRPEF del 2020, anno d’imposta 2019. Gli italiani erano allora 59,7 milioni e dalle “dichiarazioni” emerge quanto segue: 14,48 milioni dichiaravano 3.750 euro lordi l’anno, 11,66 milioni dichiaravano 11.250 euro lordi l’anno, 8 milioni ne dichiaravano 17.500. In totale, 34,14 milioni di contribuenti hanno pagato 14,7 miliardi di IRPEF, pari all’8,35% del totale d’imposta. Solo il 13,22%, cioè 5,5 milioni di italiani, meno del 10% della popolazione, ha dichiarato dai 35.000 euro in su, versando il 58,86%  di tutta l’IRPEF, senza però godere di alcuna agevolazione (servizio sanitario e altri servizi di cui beneficiano i tre gruppi precedenti, forniti da Stato, regioni, comuni). Se ai redditi di quest’ultimo gruppo si sommano quelli compresi tra i 29.000 e i 35.000 euro,  risulta che il 71% di tutta l’IRPEF è a carico solo del 21%. C’è  infine la fascia di chi ha dichiarato redditi superiori ai 100.000 euro (netti 52.000), pari all’1,21%, che versa il 19,56% dell’IRPEF. E’ la fascia, con le due precedenti, dei cosiddetti ricchi, ai quali i parlamentari della sinistra vorrebbero aumentare le tasse e applicare una patrimoniale. Una lezione esemplare a chi manda avanti la baracca quasi per tutti. E perché si sappia quanto indigenti sono davvero gli italiani, ricordiamo che il nostro Paese è al primo posto per possesso di abitazioni, autoveicoli, cellulari; i giocatori d’azzardo abituali sono 2,5 milioni nelle 140 mila sale scommesse. Siamo primi in Europa per le macchinette da gioco ubicate in 85 mila esercizi commerciali. Sono oltre 17 milioni i nostri concittadini che hanno giocato d’azzardo almeno una volta. In totale, nel Paese si rischiano tra i 127 e i 147 miliardi. E volete che nessuno consulti una maga? Per il piacere di essere imbrogliati, gli italiani spendono più di quanto venga accantonato annualmente per i fondi pensione. Inoltre, sono più di 8 milioni i pensionati assistiti totalmente o parzialmente dalla fiscalità generale, 3 milioni le persone che godono del reddito o pensione di cittadinanza e altri 3 milioni che beneficiano degli ammortizzatori sociali: moltiplicati per il numero medio di persone a carico (1,48) si scopre che 20 milioni di italiani sono assistiti dallo Stato. Quindi: chi paga le tasse? Per garantire  al 57% dei contribuenti, che versa un’imposta sul reddito pari a 15 miliardi, il diritto alla salute, alla scuola e all’assistenza, occorrono almeno 174 miliardi. La differenza è a carico del 13% dei contribuenti che dichiarano redditi al di sopra di 35.000 euro e che versano il 59% dell’IRPEF. Ma la povertà economica è spesso conseguenza della povertà educativa e sociale di cui soffrono circa 10 milioni di Italiani, molti dei quali affetti da dipendenza da alcol, droghe, ludopatie o da altri problemi alimentari come anoressia e bulimia. Povertà a parte, vantiamo un’economia sommersa di proporzioni stratosferiche e siamo, in Europa, tra gli ultimi per dinamica produttiva e investimenti. Un Paese di finti poveri governato da una classe politica la cui unica vocazione è il potere, garantito dalle marchette.

Solite boldrinate …l’opinione di Rita Faletti

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Nel suo nuovo libro, Laura Boldrini lancia una crociata contro i proverbi. Nessuno prima di lei ci aveva pensato, probabilmente, o quasi sicuramente, ritenendo che “la saggezza dei popoli”, tale è l’espressione che allude ai proverbi, faccia parte di un patrimonio che appartiene alla cultura popolare, tramandato da una generazione all’altra e nato dall’esperienza e da un’osservazione del mondo priva di pregiudizi e ideologie. Ma, come diceva Oscar Wilde, il peccato esiste negli occhi di chi guarda e chissà cosa ha visto di turpe madame Boldrini nei proverbi, per decidere di farne il suo nuovo bersaglio. Dopo aver condotto una strenua battaglia femminista in nome dell’uguaglianza tra i sessi, richiamando all’ordine (quello da lei deciso democraticamente) la lingua italiana, colpevole, a suo insindacabile giudizio, di trascurare il gentil sesso, è stata folgorata sulla via dei proverbi  che non tengono la donna nella dovuta considerazione. Vedremo se questa volta le andrà meglio. Boldrini, infatti, si era illusa che la desinenza “a” avrebbe consegnato alla donna il diritto legittimo di far parte della società con la stessa dignità e gli stessi diritti che mai sono stati contestati all’uomo. L’eccessivo fervore che ha messo nell’impresa, le ha impedito però di prevedere i magri risultati raggiunti finora nei fatti, come è prevedibile quando ci si impunta sulle questioni formali. Per non dire degli aspetti peggiorativi che ricadono sulla lingua italiana, già abbastanza strapazzata nella grammatica e nella sintassi, e impoverita nel lessico. Così, abbiamo l’assessora accanto all’assessore, la consigliera accanto al consigliere e l’avvocata (il femminile corretto è avvocatessa) accanto all’avvocato. Potremmo aggiungere: fabbra, carpentiera, muratora, idraulica (specificando se riferito alla professione o al settore specifico). Andando avanti ci imbattiamo in “elettricista”, che, data la desinenza femminile, dovrebbe diventare “elettricisto” se riferito a un uomo.  E ora ai proverbi. Prendiamone uno, quello che deve aver fatto impazzire Boldrini per la densità del messaggio: “Mogli e buoi dei paesi tuoi”. Non solo l’inventore del proverbio ha messo sullo stesso piano donne e animali, addirittura buoi, ha persino avuto l’ardire di discriminare secondo la provenienza, e, volendo essere maliziosi, il colore della pelle e la razza. Quando non si ha un beato boldrino da fare!

Il dietrofront  di Conte…l’opinione di Rita Faletti

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Una volta valeva la parola nonostante l’invito prudente dei latini ad affidare alla scrittura qualsiasi accordo o contratto. Verba volant, scripta manent. Le parole volano.  Lo sa Giuseppe Conte che proprio su questo ha fatto affidamento e nel giro di pochi giorni è passato dal “mai più sulle reti nazionali” causa mancato lotto Rai al MoVimento, all’ “avevamo scherzato”.  Ieri, poco prima del convegno della Camera sulle comunità energetiche con i ministri Cingolani e Patuanelli,  Giuseppi  ha cercato di uscire dalla trappola del suo diktat, ammorbidendone il significato: “La decisione non è irreversibile. Era solo per mandare un segnale e ottenere un chiarimento”.  Conoscendo il personaggio,  in zona Rai avevano già annusato il bluff, tant’è che non hanno inviato alcun segnale e tanto meno un chiarimento. Fuortes  ha ratificato le nomine, lasciando intendere che quelle sì, erano irreversibili. Neanche Di Maio si è dato la pena di attenersi agli ordini di Conte, partecipando a tutti i tg Rai. Una mossa che ha il sapore di un messaggio ai suoi fedelissimi sulla “reversibilità” del capo. Il ministro degli Esteri sembra  impegnato da qualche tempo a fare le scarpe a Conte e intanto che si profonde in elogi pubblici nei suoi confronti fa da sponda al governo.  Ma chi più di tutti dimostra di tenere in scarsa considerazione l’avvocato del popolo è il garante del MoVimento. Sempre ieri, al termine del convegno, l’ironia tagliente di Grillo si è abbattuta come un siluro sull’ex premier:  “Mi fa piacere che siamo qui con la stampa. Giuseppe è uno dei più grandi specialisti di penultimatum che abbia mai visto”. Conte non ha fatto una piega. Tutto scorre lieve sull’abito ingualcibile e il sorriso ineffabile di un capo che è tale più per esigenze altrui che per meriti personali. Questa è forse la ragione per cui lo vedremo per molto ancora.

Fuortes nomina i direttori Rai e Conte s’infuria…l’opinione di Rita Faletti

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La robusta resistenza alle riforme è stata riconfermata in occasione delle nomine Rai. Carlo Fuortes, il neoeletto ad Rai, ha nominato i vertici delle reti nazionali, senza scostarsi di un millimetro dalla consuetudine radicata di soddisfare le aspettative dei partiti. L’azienda di Viale Mazzini, punto di riferimento culturale del Paese, è una sorta di proprietà privata dei partiti, preoccupati di aggiudicarsi almeno una rete attraverso cui esercitare la propria influenza. Una lottizzazione in piena regola, confermata nei tre anni di governo Conte, nonostante l’iniziativa annunciata di una riforma. La gestione Lega-M5S, con l’ad pentastellato Salini e il presidente leghista Marcello Foa, avrebbe avuto tutto il tempo di riformare l’azienda e introdurre il modello inglese della BBC per liberare la Rai dalle ingerenze della politica. Nulla di fatto. Perfino Mediaset, che non è proprio all’avanguardia, ha in programma una ristrutturazione che contempli un direttore unico. Ma oggi Conte è imbufalito perché il suo Movimento è rimasto a bocca asciutta. Eppure, era proprio lui ad essersi espresso contro la lottizzazione della televisione pubblica. L’ex premier ce l’ha con Letta (il Pd si è portato a casa due reti, Rai1 e Rai3) e ce l’ha con Draghi, e per ritorsione, ha deciso che i suoi parlamentari non parteciperanno alle trasmissioni sulle reti nazionali. Poco male, a trarne vantaggio sarà la qualità dell’informazione. C’è chi esulta, chi si dispiace, chi vede inverarsi la profezia secondo cui ad ogni apertura di bocca di Conte il Movimento perde punti. E c’è chi si rammarica perché non sa dove andrà a presentare la sua opera prima. Sì perché dopo Casalino e Di Maio, altri pentastellati si sono improvvisamente scoperti scrittori e ambiscono, giustamente, ad avere una vetrina. Attività letterarie a parte, nella spartizione delle reti, alla Lega è andata Rai2 e anche Giorgia Meloni ha avuto la sua parte: Paolo Petrecca è andato a RaiNews. Tutti soddisfatti meno uno. Ma se la rivoluzione promessa e attesa non si è avverata, la ragione principale è nell’assenza diffusa di una marcata cultura dell’indipendenza. E, soprattutto, non va trascurato l’aspetto economico. I bilanci di Viale Mazzini sono in profondo rosso. Con i suoi 13 mila dipendenti, tra manager, funzionari, giornalisti, agenti delle star, sindacati, fornitori e società di produzione private, la Rai si avvia a diventare un’altra Alitalia, con conseguenze peggiori essendo più grande. La politica non se ne cura. Dovesse fallire, com’è probabile, o non sopravvivere alla rivoluzione digitale in streaming, ci penseranno i contribuenti italiani. Con la famigerata propensione al risparmio della classe politica e la montagna di soldi in arrivo, metà già investiti in spesa pubblica, lo spaventoso debito pubblico, 160% del rapporto tra debito e pil, non pare abbia privato del sonno i rappresentanti del popolo.

Fuortes nomina i direttori Rai e Conte s’infuria…l’opinione di Rita Faletti

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La robusta resistenza alle riforme è stata riconfermata in occasione delle nomine Rai. Carlo Fuortes, il neoeletto ad Rai, ha nominato i vertici delle reti nazionali, senza scostarsi di un millimetro dalla consuetudine radicata di soddisfare le aspettative dei partiti. L’azienda di Viale Mazzini, punto di riferimento culturale del Paese, è una sorta di proprietà privata dei partiti, preoccupati di aggiudicarsi almeno una rete attraverso cui esercitare la propria influenza. Una lottizzazione in piena regola, confermata nei tre anni di governo Conte, nonostante l’iniziativa annunciata di una riforma. La gestione Lega-M5S, con l’ad pentastellato Salini e il presidente leghista Marcello Foa, avrebbe avuto tutto il tempo di riformare l’azienda e introdurre il modello inglese della BBC per liberare la Rai dalle ingerenze della politica. Nulla di fatto. Perfino Mediaset, che non è proprio all’avanguardia, ha in programma una ristrutturazione che contempli un direttore unico. Ma oggi Conte è imbufalito perché il suo Movimento è rimasto a bocca asciutta. Eppure, era proprio lui ad essersi espresso contro la lottizzazione della televisione pubblica. L’ex premier ce l’ha con Letta (il Pd si è portato a casa due reti, Rai1 e Rai3) e ce l’ha con Draghi, e per ritorsione, ha deciso che i suoi parlamentari non parteciperanno alle trasmissioni sulle reti nazionali. Poco male, a trarne vantaggio sarà la qualità dell’informazione. C’è chi esulta, chi si dispiace, chi vede inverarsi la profezia secondo cui ad ogni apertura di bocca di Conte il Movimento perde punti. E c’è chi si rammarica perché non sa dove andrà a presentare la sua opera prima. Sì perché dopo Casalino e Di Maio, altri pentastellati si sono improvvisamente scoperti scrittori e ambiscono, giustamente, ad avere una vetrina. Attività letterarie a parte, nella spartizione delle reti, alla Lega è andata Rai2 e anche Giorgia Meloni ha avuto la sua parte: Paolo Petrecca è andato a Rai News. Tutti soddisfatti meno uno. Ma se la rivoluzione promessa e attesa non si è avverata, la ragione principale è nell’assenza diffusa di una marcata cultura dell’indipendenza. E, soprattutto, non va trascurato l’aspetto economico. I bilanci di Viale Mazzini sono in profondo rosso. Con i suoi 13 mila dipendenti, tra manager, funzionari, giornalisti, agenti delle star, sindacati, fornitori e società di produzione private, la Rai si avvia a diventare un’altra Alitalia, con conseguenze peggiori essendo più grande. La politica non se ne cura. Dovesse fallire, com’è probabile, o non sopravvivere alla rivoluzione digitale in streaming, ci penseranno i contribuenti italiani. Con la famigerata propensione al risparmio della classe politica e la montagna di soldi in arrivo, metà già investiti in spesa pubblica, lo spaventoso debito pubblico, 160% del rapporto tra debito e pil, non pare abbia privato del sonno i rappresentanti del popolo.

Dalla Gruber fuoco di fila contro Renzi…l’opinione di Rita Faletti

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Le fatiche di Travaglio andate in fumo. Esordio di Berlusconi in Politica: il grande analista politico decide di distruggerlo ma gli allunga la vita. Berlusconi durerà più o meno vent’anni al governo e altri dieci all’opposizione. Nel 2018 il pronostico dell’ispiratore/suggeritore del Movimento di Grillo è: Di Maio mai con Salvini. I due si mettono assieme e nasce il governo peggiore della Repubblica. Scoppia la pandemia e lui assegna alla Gismondo il ruolo di scienziata competente: il Covid-19 è un’influenza. 130 mila morti solo  in Italia. Si diffonde la convinzione che la prescrizione di Bonafede sia un’indecenza e il grande stratega consiglia Conte di non mollare. Conte perde prescrizione e Bonafede in un colpo solo. Il governo è periclitante e Conte rischia forte. Comincia a serpeggiare il nome di Draghi. Chi è costui? Draghi va a Palazzo Chigi. Cartabia sostituisce Bonafede alla Giustizia e Travaglio si precipita a dire la sua: la Cartabia confonde un phon con il diritto. Se avesse letto nei fondi del caffè piuttosto che affidarsi al proprio acume politico, forse, qualche cosa l’avrebbe azzeccata. Invece è proprio Travaglio, sempre uguale a se stesso, l’uomo dalla cattiveria volgare che gli fa coniare per Giorgio Gori, il sindaco di Bergamo, la città che vide passare le file interminabili di bare dei caduti per Covid, l’infame appellativo di Giorgio Covid;  il livoroso difensore del pueblo che recentemente ha detto che Draghi è “un figlio di papà”. Il presidente del Consiglio ha perso il padre a quindici anni e la madre cinque anni dopo. Travaglio è “un disperato, un diffamatore seriale”  l’ha magistralmente definito Matteo Renzi dalla Gruber,  in quella puntata che ha messo in chiara luce il patrimonio umano e caratteriale dei partecipanti. Spettacolo degradante offerto da un terzetto che si era accordato per colpire e affondare il leader di Italia viva che con i suoi 43 voti potrebbe essere decisivo nell’elezione del presidente della Repubblica. Nonché colui che ha stampato la parola fine sul governo giallo-rosso e mandato a casa il bellimbusto con pochette. “Sei una vedova di Conte” ha detto Renzi a Travaglio, e, rivolto alla Gruber, corsa in difesa dell’alleato: “Lei paga Travaglio”, con riferimento alla piaggeria ridicola della conduttrice/femmina Alfa nei confronti del direttore del Fatto. L’argomento soldi stana Giannini che ricorda a Renzi i compensi ricevuti da Bin Salman. Non l’avesse fatto. Renzi rintuzza: “ Hai risarcito Carrai per una causa”. Il direttore della Stampa non ricorda e Renzi incalza: “ E’ forse successo a tua insaputa” e legge da sotto un documento: “Mi auguro che la presente valga a risolvere ogni possibile malinteso”, con allegata copia di un assegno di 3mila euro a firma Massimo Giannini. Sulla 7 è andata in onda la spettacolarizzazione del processo che avrebbe dovuto condannare senza appello il senatore fiorentino sul quale alcune procure indagano alla ricerca disperata di prove che ne stronchino la carriera. L’ultimo sforzo è concentrato sulla fondazione Open, chiusa nel 2018, che per gli inquisitori sarebbe una “vera e propria articolazione di partito”, impiegata come strumento di finanziamento illecito. Di cosa si è occupata la fondazione renziana? Di organizzare le varie edizioni della Leopolda, non l’evento di una corrente di partito, bensì una manifestazione culturale dedicata alla discussione di argomenti di rilevanza pubblica e politica. Senza bandiere, tant’è che Epifani si lamentò che quella del Pd non fosse mai comparsa. La verità è che alla base della guerra a Renzi, combattuta con l’intervento a gamba tesa di una parte della magistratura e dei media, vecchia consuetudine, non c’è nulla di penalmente rilevante, solo un profondo odio che unisce tutti i perdenti.  Il problema però, non riguarda esclusivamente il destino di uno, ma la democrazia del Paese e la sua resa al populismo penale, oltre che al principio dei due pesi. Motivo per cui solo pochissimi hanno parlato del legame tra una parte dei servizi segreti e Conte e delle pressioni perché nascesse il Conte ter, oppure dei 3,5 milioni arrivati in una  valigetta ai Cinque stelle direttamente da Maduro. Cosa c’è sotto?

Dannata sia la cancellazione della cultura…l’opinione di Rita Faletti

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Chi con tanta sollecitudine si professa democratico e in nome di questa autodefinizione predica la difesa di tutte le minoranze, di colore, etnia, religione, orientamento sessuale, con la stessa sollecitudine ma di natura contraria in quanto originata da astiosa intolleranza, si avventa contro coloro che non si allineano al suo pensiero. Il  supposto homo democraticus, intende ridisegnare la società secondo un modello che penalizza, escludendolo e ostracizzandolo, l’uomo bianco, occidentale, cisgender. Vittima di questa operazione di cancellazione anche la storia passata, interpretata come una sequenza di crimini  di cui fare ammenda. Se è comprensibile che si deprechino soprusi, sfruttamento e violenze commessi a scopo di conquista e dominio, è insensato pretendere che si paghi oggi per colpe del passato, giudicate secondo i parametri morali attuali. Va detto, per altro, che la conquista di nuove terre con il conseguente assoggettamento di altre razze, ha favorito elementi di scambio e innescato un processo che, con termine appropriato, si chiama progresso. La costruzione del vasto impero coloniale britannico, di cui la regina Elisabetta I gettò le basi e che  richiese un immane dispendio di energie, sacrifici, denaro, uomini, forze militari di terra che ne presidiassero i confini, flotte ingenti che difendessero le rotte commerciali dagli attacchi delle altre potenze coloniali, avrebbe consentito all’India, il gioiello della Corona, di trasformarsi in una potenza. Le infrastrutture di cui gli inglesi dotarono il paese e la mentalità britannica, che, nel bene e nel male, ha lasciato tracce indelebili, hanno contribuito innegabilmente alla formazione dell’India moderna. Nel  1800, Kipling, bandito dai programmi di letteratura nel Regno Unito e in America, insieme ad altri autori fino a ieri letti e studiati, oggi considerati emblemi della sistemica schiavizzazione occidentale, parlava di “fardello dell’uomo bianco” (the white man’s burden) riferendosi a quella che veniva allora rivendicata come la missione civilizzatrice dell’uomo bianco. Purtroppo, la forte tendenza all’estremizzazione e l’involuzione totalitaria della democrazia appannano la vista e ottundono il cervello. Le università, luoghi dove fino a ieri la libertà di pensiero costituiva il principio cardine, sono diventate colonie penali in cui si processa la storia passata, la si cancella con tutto il suo straordinario patrimonio culturale e artistico, terreno di coltura da cui è germinato il presente del benessere economico e della supremazia tecnico-scientifica. Il predominio occidentale di due millenni e mezzo è un dato di fatto, che un assurdo senso di colpa, ignoranza della storia e vigliaccheria impongono di non riconoscere. In questo assalto furibondo al passato, stanno per eliminare perfino Shakespeare, incredibile affronto all’intelligenza e alla sensibilità umana, per rimpiazzarlo con autori di mediocre livello, rigorosamente non bianchi. Nei “campus left” universitari, domina una cultura inquisitoria, moralista e ipocrita, che arbitrariamente ristruttura la memoria storica e spinge le menti ancora indipendenti ad abbandonare definitivamente gli incarichi. Si studiano testi di poco superiori qualitativamente alle esibizioni folcloristiche propinate a turisti ingenui nei loro viaggi stile toccata e fuga nei paesi africani. Se questa è cultura, aboliamo pure Shakespeare che sarebbe imbarazzato di vedere allineate sullo stesso scaffale le sue grandiose tragedie accanto a monotematici esperimenti di letteratura postcoloniale. Ma questo è ciò che vogliono i paladini della lotta alle discriminazioni e al razzismo, che fanno della discriminazione e del razzismo le armi con cui colpire  chi si rifiuta di piegarsi al loro arbitrio. Una società di automi, spersonalizzata e disumanizzata, privata delle facoltà di pensare e giudicare è all’orizzonte. Rivolgendosi a chi subisce il fascino degli sciamani e rinnega Platone, Putin, con la lucidità e il realismo in caduta libera in Occidente, ha detto che la cancel culture, con la pretesa di abolire la Storia, è peggio dei metodi di oppressione decisi dal Settore di agitazione e propaganda del Comitato centrale del Partito comunista bolscevico. Critica alquanto pesante e superlativa visto che proviene dall’erede di Stalin.

E’ iniziata la conta per il Quirinale…l’opinione di Rita Faletti

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Formulare ipotesi e fare pronostici su chi sarà il prossimo inquilino del Colle ha superato la fase dei “C’è tempo”, “Non è rispettoso nei confronti di Mattarella”, “Meglio non fare nomi per non bruciarli”, ossia la fase della simulazione. Non che la successiva sia connotata da una maggiore sincerità, ma almeno vengono messi da parte finte reticenze e lo scrupolo a non parlarne. Sottovoce, a quattr’occhi o in piccoli gruppi, assai meno nei talk show. I partiti si preparano e si posizionano, prefigurando alleanze e accordi e isolando gli indesiderati. Chi conviene mandare al Colle? Il candidato ideale, ovviamente, quello più vicino alla propria linea politica e funzionale agli interessi personali e di partito. Incontri e cene si moltiplicano. Pare che Letta e Conte abbiano già provveduto con un tête-à-tête per suggellare la simbiotica alleanza con un patto: adoperarsi per la defenestrazione del nemico comune, Matteo Renzi, da cui sono stati entrambi defenestrati con merito. La prima avvisaglia si è vista in occasione della bocciatura del ddl Zan. Il segretario del Pd e il capo dei 5stelle hanno accusato il leader di Italia viva di aver boicottato la legge. Che un po’ si è boicottata da sola, un po’ è stata boicottata da un Letta in versione intransigente prima di diventare trattativista. Renzi si era limitato a pronosticarne il naufragio in assenza di un accordo con le opposizioni. Così è stato. Tornando al candidato ideale del Quirinale, non c’è dubbio che sarebbe Draghi. Ma Draghi è indispensabile anche nel ruolo di presidente del Consiglio e siccome non è possibile clonarlo, c’è chi sostiene che “Uno come lui anche da lì (dal Quirinale) può guidare un convoglio”. A sostenerlo è Giancarlo Giorgetti, convinto come molti che Draghi presidente della Repubblica sarebbe una garanzia per il Paese. Il ministro dello Sviluppo economico  favorevole al semi-presidenzialismo? Sembra di sì. Nella Carta costituzionale, il presidente della Repubblica rappresenta la nazione, ha una posizione di terzietà rispetto a tutti i poteri, non è direttamente coinvolto nel loro esercizio, pur svolgendo la funzione di indirizzo e talvolta supplenza del sistema politico. Nei fatti, da Scalfari a Mattarella, il potere del presidente della Repubblica è andato ben oltre. Forse è giunto il momento di apportare qualche modifica alla Costituzione più bella del mondo, approfittando della preziosa presenza di Draghi.  Con il semi-presidenzialismo, il titolare del Quirinale, eletto a suffragio universale, nominerebbe il presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questi, gli altri membri del governo. Con Draghi al Colle fino al 2028 e magari Daniele Franco, attuale ministro dell’Economia, alla presidenza del Consiglio dei ministri per quattro anni, saremmo coperti dal rischio di ripiombare nelle mani di politici effimeri, capaci solo di espandere la spesa pubblica a discapito del Paese. La giunta capitolina di Gualtieri, che i romani hanno soprannominato “romanella”, cioè pasta riscaldata, è la prova che il Pd è quello di sempre: incapace di osare proponendo persone altamente qualificate, indipendenti dagli interessi di partito e delle correnti. I dem al governo con i rimasugli grillini, non produrrebbero  niente di meglio di un pastrocchio assistenzial-populista, un’orrendezza che consegnerebbe il Paese a un eterno immobilismo. In quanto al centro destra, è ancora in mezzo al guado: alla ricerca di una linea comune per mancanza di leader di livello e privo di una visione per il futuro, svincolata da tentazioni sovraniste. E vogliamo spendere due parole sul mondo sindacale? Impreparato a fronteggiare la globalizzazione, abbarbicato sulle solite posizioni rivendicative e contrario a togliere privilegi alle categorie protette.  Avere Draghi al Quirinale per 7 anni, significherebbe attuare le riforme strutturali necessarie all’implementazione del Pnrr e alla crescita economica. Obiettivo  altrimenti difficile da raggiungere.

Green deal: percorso a ostacoli…l’opinione di Rita Faletti

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Il G20 sul Clima che si è svolto a Roma lo scorso weekend è stato più che altro un semplice incontro tra i big della Terra, quelli presenti. Mancavano Xi Jinping, resosi invisibile dall’inizio della pandemia, e Putin, entrambi collegati in video. Non c’era il presidente del Sud Africa, Ramaphosa, e neanche quello del Messico, Obrador. Assente giustificato il primo ministro giapponese Kishida, a causa delle elezioni parlamentari che si sono tenute il 31 di ottobre. Leader del summit Mario Draghi, elogiato da Biden per il grande impegno profuso. Deluse le aspettative: nessun accordo è stato raggiunto e la svolta sul multilateralismo è stata appena evocata. Ciò nonostante, Draghi si è detto ottimista, “a condizione, ha sottolineato, che si abbia la capacità di lavorare insieme e collaborare”. Quindi, no a discussioni e attriti, ma fermezza nel portare a compimento un progetto facile da proporre ma difficile da realizzare. Da persona pragmatica, il premier era consapevole che sarebbe stato impensabile mettere d’accordo Paesi con economie diverse sugli stessi obiettivi: arrivare al 2050 con zero emissioni di CO2 e contenimento delle temperature medie globali entro il tetto di 1,5 gradi Celsius. Cina, Russia, India e Arabia Saudita, quattro dei primi otto Paesi emettitori, reputano la data del 2050 non conciliabile con le esigenze di sviluppo delle proprie economie. Putin, favorevole alla rivoluzione verde più per motivi di consenso in patria che per convinzione – vuole attrarre i giovani che in Russia sostengono le ragioni della transizione e sono ostili alle sue politiche illiberali –  ha spostato la deadline al 2060. Data  condivisa da Xi Jinping che ha evitato di partecipare di persona al summit non a causa del Covid, ma per non incontrare direttamente i suoi omologhi occidentali, che accusa di essere stati i principali inquinatori. Il premier indiano Narendra Modi ha posticipato di ulteriori dieci anni, al 2070,  il target per le “net zero emissions”. Ognuno persegue gli interessi del proprio paese: la Cina intende raggiungere i livelli dell’economia del rivale americano e per questo si prevede che nel 2030 il consumo di combustibile fossile da parte del gigante asiatico toccherà il picco; l’India, impegnata a far uscire dalla povertà un terzo della sua popolazione, considera per ora un miraggio il passaggio alle energie alternative. E’ vero che i paesi ricchi hanno promesso 100 miliardi per aiutare quelli poveri a sostenere la transizione energetica, ma la cifra è molto al di sotto di quello che in realtà servirebbe. La strada è tutta in salita ma gli ecologisti sembrano non rendersene conto. A tutt’oggi, poiché i combustibili fossili costituiscono la fonte principale dell’energia utilizzata a livello globale, fissare aprioristicamente delle date non ha senso. Con i proclami non si riducono le emissioni, serve concretezza, cioè investimenti massicci nella scienza e nelle tecnologie. Eolico e solare non sono sufficienti e sistemi di accumulo, di cui parlano gli ambientalisti, ancora non esistono. Così, prospettano il ricorso all’energia di transizione ( gas naturale e metano). E per stare ai tempi, la lista si allungherebbe: idrogeno per la decarbonizzazione dei settori che producono acciaio, carta e cemento; sistemi di cattura, stoccaggio e riuso di CO2; ingresso di dimostratori della fusione nucleare. La rivoluzione verde ha dei tempi e un prezzo, e l’inflazione, che negli Stati Uniti ha superato il 4 per cento, crea preoccupazione tra coloro che ci vedono un collegamento con gli impegni presi sul clima più che sulle misure sanitarie e economiche conseguenti alla crisi del Covid-19.  A Berlino, il pacchetto “Fit for 55” volto al taglio delle emissioni del 55% entro il 2030, potrebbe richiedere un programma di indebitamento simile al Recovery fund. Intanto si attendono gli esiti della Cop26 di Glasgow. Vale comunque sempre l’invito a liberarsi della retorica apocalittica di chi prospetta scenari futuri da incubo.

Il Salvini degli audio rubati…l’opinione di Rita Faletti

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Salvini di stupidaggini ne ha dette e fatte tante, superando la soglia di sopportabilità altrui e i limiti che un politico serio dovrebbe imporre a se stesso. Ma i fatti, dalla nascita del governo Conte1 a oggi, sembrano dimostrare che esistano due Salvini, uno l’opposto dell’altro, uno per la propaganda, quello sopra le righe, scalmanato, che si ingozza di pane e Nutella come per dire “Sono uno di voi”, quello che si esibisce in braghette (non mutande, chiunque sa distinguere un capo di abbigliamento marino da un indumento intimo) circondato da pulzelle coperte da scampoli di tessuto animalier. Certamente gli schizzinosi frequentatori di Capalbio ne rimasero orripilati, troppo al di sopra e al di fuori del “volgo” ipocritamente difeso. Quello è il Salvini vittima di se stesso e della parte in cui ha scelto di calarsi e che l’ha reso un efficacissimo campaigner, in grado di trascinare le piazze. La strategia è lisciare il pelo ai suoi fan, esprimendo anche una certa indole, quella che lo rende simpaticamente poco diplomatico. E’ lo stesso Salvini che si è rovinosamente bruciato consensi con la campagna ambigua sui vaccini e il green pass. Non puoi condividere il vaccino, vaccinarti e affermare che il certificato verde è un attentato alla libertà individuale, proprio tu che sei nato e vivi nella regione che più di tutte ogni sera contava le sue centinaia di morti. Il green pass è la prova che ti trovi nella “safe zone”: sei vaccinato, sei guarito dal virus o ti sei tamponato, quindi sei protetto e proteggi chi entra in contatto con te. Contestare il green pass è un non senso, non una testimonianza di libertà. C’è un altro aspetto che confonde chi osserva il comportamento di Salvini: alcune contestazioni al governo al quale la Lega ha assicurato il sostegno e ha contribuito a far nascere. Fin qui il ritratto di Mr. Hyde. Finito l’effetto della pozione malefica, emerge Jekyll, il Salvini ragionevole che riscatta la parte negativa di sé. E’ il Salvini che, a sua insaputa, abbiamo scoperto grazie agli audio di discorsi rubati da un giornalista intanto che il nostro parlava in privato. Cos’ ha detto il leader del Carroccio? Cose importanti che lo collocano in modo inequivocabile nell’area governativa. Punto primo: la Lega continuerà ad appoggiare Draghi; la Meloni “stia all’opposizione senza rompere i coglioni”, perché i problemi non nascono all’interno del governo ma fuori di esso. Punto secondo: è necessario creare una cabina di regia unica del centro destra con Lega e Forza Italia che hanno più parlamentari a sostegno del governo Draghi di quanti non ne abbiano al centro sinistra. Punto terzo: il governo Draghi deve arrivare al 2023, quindi niente voto il prossimo anno. Questo è il Salvini affidabile, che prende le distanze dall’opposizione, il Salvini consapevole della irrinunciabilità di avere Draghi a capo del governo, il Salvini che rifiuta qualunque ipotesi alternativa. Il Salvini che la sinistra, quando si trova a corto di idee, non avrebbe più alibi per attaccare o deridere. Salvini scelga finalmente quale dei due Salvini vuole essere. Sopprima Mr.Hyde, si liberi delle tracce di antieuropeismo rappresentate da Borghi e Bagnai, confessi che su Meloni nutre un sospetto che è di molti: la leader di FdI è l’unica a voler andare di corsa al voto, temendo la perdita di consensi nei confronti di un programma che è solo propaganda. Confessi.

All’inferno i sacerdoti pedofili…l’opinione di Rita Faletti

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La Chiesa cattolica è l’ostacolo da rimuovere, il grande obiettivo da distruggere.  Molti vorrebbero metterle  il bavaglio e ridurla al ruolo di semplice notaio che certifica l’allontanamento dell’uomo dai valori della cristianità. Non è solo la minaccia di uno scisma da parte dei vescovi  liberal tedeschi la spada di Damocle che pende pericolosamente sulla sua testa, non è solo il fondamentalismo islamico a volerne la morte con tutte le sue numerose comunità sparse nel mondo. Oggi è la laicissima Francia, dimentica che le libertà e il rispetto della dignità umana non sarebbero potute esistere senza che il cristianesimo fosse radicato nella cultura europea,  che spinge per abolire il segreto della confessione. E’ la richiesta, avanzata  alla Chiesa di Roma, dalla commissione indipendente costituitasi per indagare sugli abusi sessuali compiuti nel Paese dal 1950 al 2020, da 3mila preti e suore su 216mila giovani. Dopo Stati Uniti, Irlanda, Australia e Canada, la piaga della pedofilia contamina anche la Francia. Il presidente della conferenza episcopale francese parla di “orrore e costernazione” e il ministro dell’Interno dice che “i sacerdoti non possono considerarsi al di sopra delle leggi della République”. Tutti  si strappano i capelli. Settant’anni di abusi venuti alla luce solo oggi sconcertano . Nessuno sapeva? Mancava il coraggio di denunciare?  Mi viene in mente il movimento #MeToo e le denunce di stupro, a tanti anni di distanza dal “fattaccio”, di attrici o aspiranti tali nei confronti di registi famosi  ai quali è stata spezzata la carriera e rovinata la vita senza che esistesse la parvenza di una prova, a meno di considerare evidenza dei fatti la versione fornita da una parte sola, chissà quanto in buona fede.  Nel caso degli abusi sessuali  a giovani da parte di persone della Chiesa, emerge che  le indagini, condotte per lo più online, si sono basate su questionari anonimi, sondaggi di opinione, appelli a testimoniare, ovviamente legando il tutto e tra loro le deposizioni  delle vittime. Un grande sistema di anonimato con l’obiettivo di rappresentare la Chiesa cattolica come il centro del Male davanti a un’opinione pubblica sufficientemente agnostica o miscredente,  fiancheggiatrice della secolarizzazione universale. Il rapporto Sauvé, così si chiama la relazione conclusiva dopo due anni e mezzo di indagini, potrebbe essere la tappa preliminare all’eliminazione del segreto della confessione,  una  poderosa zampata assestata alla Chiesa. Un passo verso il totalitarismo in campo religioso, attraverso la sterilizzazione del privato che, in quanto tale, esclude il controllo. Il sacramento della confessione è la concretizzazione del rapporto tra umano e divino, nel momento in cui si apre il cuore a Dio attraverso un Suo ministro che è tenuto al silenzio. Ai decisori del rinnovamento e ai soprintendenti dell’omologazione di un modello culturale ostile all’individualità, a partire dal pensiero, conviene che la confessione diventi  un aberrante atto pubblico. In Cina, il regime comunista disincentiva le contestazioni e l’opposizione costringendo i dissidenti a pentirsi in diretta televisiva nelle ore di maggiore audience. Una gogna  spesso preceduta da torture fisiche e psicologiche. Di processi e gogne mediatiche siamo abbastanza esperti, noi italiani, per cui forse ci è sfuggita la mostrificazione del cardinale Pell, nominato da Francesco prefetto della Segreteria per l’Economia, il colpevole designato di tutti i crimini commessi dalla Chiesa cattolica in Australia. Accuse surreali ( abuso compiuto su due chierichetti, dopo la celebrazione della messa, in 5 minuti e con la porta della sagrestia aperta!!!)  13 mesi trascorsi nell’isolamento  e alla fine assoluzione completa. L’enigmatico Bergoglio dal profilo rivoluzionario, che posizione assumerà rispetto alla confessione pubblica?  Il  Papa che assume e licenzia, fa e disfa, non fa ben sperare. Tira una brutta aria dalle parti del Vaticano.

Il “tic” della sinistra…l’opinione di Rita Faletti

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Un tic ricorrente in Italia è l’accusa di fascismo. Non sei d’accordo con me? Sei fascista. Hai assaltato la sede romana della Cgil, il sindacato dei lavoratori, emblema della sinistra? Sei fascista. Intanto che sabato scorso, a Roma, un’orda di devastatori distruggeva la sede del sindacato più potente, a Milano, un corteo “più tranquillo” di manifestanti Cobas e comunisti accusava la Cgil di fascismo. Qualcosa non torna. Quali sono i fascisti? E’ nel farti la domanda che scopri  l’insensatezza nell’uso della parola riferita ai due contesti. Perché non chiedersi invece: cosa ha legato i fatti di Roma e Milano? Letta ha involontariamente dato la risposta, svuotando di significato la parola, quando, sabato sera, ha rivolto ai professori italiani l’invito a parlare del grave episodio che “ha accompagnato la manifestazione contro il green pass”. Dunque, colpevole è il green pass. Il segretario del Pd l’ha detto: fascisti sono coloro che hanno espresso il loro rifiuto del green pass, i demolitori della sede romana della Cgil e i partecipanti al corteo di Milano. E confidando nell’ignoranza di chi non conosce la storia, ha azzardato  un confronto tra l’assalto di sabato da parte di una banda di selvaggi di Forza Nuova, estremisti di destra con una generosa fedina penale, all’assalto, cento anni fa,  delle sedi del sindacato. Incorreggibile sinistra! Vecchia abitudine di chi non ha più nulla da dire, quella di impugnare la parola passpartout per criminalizzare l’avversario. Dimentica, Letta, che generazioni di professori non hanno fatto altro, per vent’anni, che usare la cattedra come pulpito per fare propaganda antifascista (comunista). Ma si sa, la storia non solo la scrivono, ma la interpretano sempre i vincitori. Letta e i suoi compagni di partito, non si sono accorti che i fondamenti del costituzionalismo liberale e democratico sono da tempo sotto scacco, basti pensare allo straripante politicamente corretto, alla cancel culture, al complottismo di cui i No vax sono figli e all’islam politico. Sciolgano Forza Nuova e la facciano finita con la pratica della strumentalizzazione. Non ci crede più nessuno.Salva

Immigrazione in stand by…l’opinione di Rita Faletti

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Entra dalla finestra quello che è uscito dalla porta. Ed è molto più di uno spiffero. Il giorno dopo le europee del 2019, battuti i partiti sovranisti  e arginato, almeno per quel momento,  il rischio che altri paesi  oltre il Regno Unito uscissero dall’Europa, era tornato il sereno. Ma la questione immigrazione, connessa  al tema della difesa delle frontiere nazionali, una delle cause del contrasto tra europeisti e antieuropeisti, era rimasta e rimane tuttora al palo. La pandemia, con il pesante carico di vittime,  ha messo in stand by paura e apprensione che non fossero legate ai suoi temibili effetti,  consegnando alla dissolvenza le immagini dei migranti ammassati ai confini dell’Unione europea. Con l’abbandono dell’Afghanistan ai talebani e ai loro implacabili nemici, i tagliagole dell’Isis,  quelle immagini sono tornate nei notiziari ed è tornato il tema della difesa dei confini.  Il modello Trump del muro anti-messicani, per i dem americani peggio del morso del ragno violino, ha ispirato Orban, da sempre oppositore  irriducibile della politica dell’accoglienza. Fin qui nulla di strano, se non fosse che il premier ungherese è oggi in buona compagnia.  I capi di governo di  11 paesi membri, di fronte all’aumento di sbarchi superiore ai livelli pre-pandemia,  hanno chiesto a Bruxelles di finanziare “in via prioritaria” e “in modo adeguato”  le barriere fisiche ai confini esterni. A Danimarca, Austria, Lituania, Estonia, Lettonia, Polonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Bulgaria, Grecia, Cipro e ovviamente Ungheria, la commissaria agli Affari interni, Ylva Johansson, ha risposto che ogni paese ha il diritto di difendere le proprie frontiere come crede, ma non a spese dell’Unione. Dunque, il principio di una roccaforte Europa contro flussi migratori incontrollati, non è stato rigettato.  Ha invece incontrato il pieno favore  della presidenza di turno slovena  del Consiglio Ue, più preoccupata della sicurezza che della solidarietà, e la cosa non è sfuggita a Salvini che ha chiesto quali siano le intenzioni di Roma. Che si è ben guardata dal pronunciarsi sulla proposta dei 12, preferendo la strategia della collaborazione con i paesi d’origine dei migranti, soprattutto Tunisia e Libia. Johansson ha assicurato l’Italia che i piani d’azione sono in dirittura d’arrivo, ma i soldi scarseggiano, nonostante la richiesta ai 27 di un impegno maggiore per i reinsediamenti dei profughi afghani. Ora. E’ evidente che la situazione di grande precarietà dei cittadini afghani che hanno scelto di non restare nei paesi confinanti, e sono una minoranza,  meriti un impegno straordinario in termini di protezione, assistenza, accesso al diritto di asilo e a risorse, accoglienza di interi gruppi famigliari. Al dramma afgano, di cui anche l’Europa è responsabile, tutti i paesi dell’Unione, compresi i 12,  dovrebbero rispondere con la massima sollecitudine, mettendo da parte la giustificazione, per altro comprensibile, di possibili infiltrazioni jihadiste, che uno screening rigoroso sarebbe in grado di scongiurare.  Fare una eccezione, confermerebbe la necessità di risolvere con mano ferma e senza l’ipocrita gnagnera umanitaria, contraria allo spirito di vera umanità, la questione immigrazione, che rappresenta una minaccia alla stabilità dell’Unione. Minaccia evidenziata  dalla Slovenia che sottolinea l’inefficienza del confine esterno dell’Unione se ogni anno vengono fermati  14 mila migranti a un confine interno dell’Ue, minaccia al confine con la Bierolussia dove Lukashenko utilizza i migranti fatti arrivare in aereo da Iraq, Camerun, Congo e Siria, inviandoli ai confini di Polonia, Lettonia e Lituania come arma di pressione nei confronti dell’Unione,  minaccia al confine terrestre con la Grecia da parte della Turchia prima che scoppiasse il Covid-19, minaccia alla Spagna da parte del Marocco. L’Europa non si può trasformare in un grande campo profughi , come vorrebbe il Papa argentino e come non vorrebbe nessun paese dell’Unione, ipocrisia a parte. Ci si aspetta che al Consiglio europeo del 21 e 22 ottobre, il tema venga affrontato con senso di responsabilità e nel rispetto di linee condivise. Con cifre precise e impegni sottoscritti, rispetto ai rimpatri di coloro che non hanno il diritto alla protezione internazionale, e alla tutela dei confini esterni. L’autorevolezza dell’Europa di fronte al mondo si costruisce soprattutto così.

Verso i ballottaggi…l’opinione di Rita Faletti

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Il mondo parallelo al governo, quello dei partiti, esce ben bene ammaccato alle comunali. Primo e più significativo segnale della batosta l’affluenza alle urne, intorno al 44 per cento. Mai stata così bassa. Il Paese ha capito che affidarsi a Draghi e ai suoi ministri è la scelta giusta. Al primo turno il Pd è andato meglio degli altri. Chi ha perso più di tutti è Salvini, che oltre al consenso, ha perso anche la testa. Ha sbagliato tutto per rincorrere la Meloni e recitare due parti in commedia. Anticipando tutti, aveva dichiarato il proprio sostegno al governo Draghi, mentre il Pd amoreggiava con Conte, l’irrinunciabile. Tant’è che Enrico Letta, riferendosi all’incontro con l’ex premier, ha detto: “Il primo faccia a faccia tra due ex che si sono buttati in una nuova affascinante avventura” accomunando la propria esperienza a quella del Mago di Oz, soprannome affibbiato a Conte da Grillo. Tornando allo sconfitto Capitano, che ha perso malamente le stellette, deve decidere cosa fare di sé. Non certo della Lega degli amministratori e dei governatori del nord, che ormai non lo seguono più, pur evitando di disconoscerne la leadership. Il loro punto di riferimento è Giorgetti, che Cacciari prevede nella funzione futura di primo ministro. Perdente anche il M5S che da Milano a Bologna a Trieste, la città del supercontiano Patuanelli,  non è riuscito a superare il 3 per cento. A Torino, dove l’Appendino non si è ricandidata per pudore, il Movimento è al 9 per cento. Al nord è irreperibile come l’araba fenice. Eppure Conte, da neo leader del partito, aveva iniziato la sua campagna elettorale proprio a Milano, dopo aver inviato alla città una lettera in cui indicava la rinnovata attenzione del nuovo M5S ai ceti produttivi del nord. Ha vinto Sala, mai iscrittosi al Pd e nel centro sinistra il meno ortodosso.  Al sud, la situazione è migliore, nonostante il notevole calo di consensi. A Napoli, il neo sindaco Manfredi, sostenuto da Pd e 5S, ha festeggiato la vittoria con Conte, Fico e Di Maio, che si sono precipitati nel capoluogo campano per sottolineare, con la loro presenza, il contributo del Movimento. Intanto, nella Capitale, si consuma la sconfitta, ma con onore, di Virginia Raggi, lasciata sola dai notabili del partito. Nel salutare i romani, Raggi ricorda l’impegno di cinque anni e i progetti sul tavolo, auspicando che non siano dimenticati dal suo successore, e promette conferenze stampa a breve. Forse vuole togliersi qualche sassolino dalle scarpe. Numeri alla mano, a Roma il ballottaggio sarà tra Michetti e Gualtieri. Da Siena, dove ha vinto le Suppletive, Enrico Letta annuncia che Gualtieri sarà un ottimo sindaco per Roma. Cosa gli fa sperare che Conte riuscirà a convincere i grillini a votare Gualtieri?  La Raggi ha dichiarato che si asterrà dal dare indicazioni e fare pressioni. E poi ci sono gli elettori dell’area riformista di Calenda, la cui lista è risultata la più votata. Cosa faranno?  Voteranno Gualtieri dopo che esponenti del Partito democratico hanno accusato il leader di Azione di essere leghista e fascista, leader dei salotti e ladro di seggi? Ricorderanno “l’ultimo rantolo” ? Espressione imparata alla scuola di Travaglio, con cui Bettini, vicino a Letta, ha definito la candidatura di Calenda? Il vincitore morale di queste comunali, il migliore per serietà e preparazione, ha assicurato che non farà accordi né apparentamenti, non metterà a disposizione del Pd i voti dei suoi elettori di centro, centro destra e centro sinistra. Il recente discorso di Letta, di un partito ampio e aperto, a cosa tende? Quale potrà essere la direzione di un Pd che vada da Potere al popolo fino a Calenda comprendendo Renzi? Come possono posizioni radicali e posizioni moderate convivere, conservando le loro rispettive identità? Grillismo populista e riformismo liberale? Un’operazione improbabile, destinata al fallimento, che non terrebbe conto che nel Paese c’è una parte rilevante di moderati che non trovano una collocazione nell’attuale offerta  politica. Quel centro potrebbe essere degnamente occupato da Renzi, Calenda, Forza Italia e dalle formazioni  che non si identificano né con la sinistra né con la destra.

Greta bacchetta i potenti tranne uno…l’opinione di Rita Faletti

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Greta Thunberg a Milano, circondata da uno stuolo di giovani “guardie del corpo”, custodi della sacerdotessa dell’ambientalismo, unica religione trasversale  nel mondo dei teen-ager che conta milioni di adepti. Un’escalation dalle sfumature autocelebrative iniziata a Davos con la famosa riprovazione rivolta ai governi  “How dare you?”, come osate minacciare il nostro futuro minacciando la vita del pianeta? Trump se ne infischiò. Poi fu la volta di Roma e dell’incontro con  Papa Bergoglio che le strinse la mano e la incoraggiò ad andare avanti nella lotta per la difesa del creato. Terza tappa, lo Youth4Climate all’ex Fiera di Milano, con presidente del Consiglio e ministri sull’attenti mentre l’icona green, sguardo inquietante, fustiga i governi e i loro bla bla bla. Nella veste insolita di reprobo,  Draghi replica in perfetto stile British, che sì, i governi si nascondono talvolta dietro i bla bla bla per incapacità, ma il bla bla bla serve a convincere le persone. E promette che al G20 convincerà gli attori globali ad abbassare di un grado e mezzo il surriscaldamento globale. Cingolani si adegua per un po’, poi sbotta: meno proteste, più proposte. Rimprovero meritato da chi alza bandiere a favore o contro qualcosa senza essersi prima confrontato con la realtà. Sul clima andrebbe detto come stanno le cose, evitando di alimentare illusioni e velleitarismi, inculcando la convinzione che le emissioni di CO2 si possano fermare dalla mattina alla sera. Non è così. La transizione climatica richiede tempi lunghi, probabilmente più lunghi di quelli previsti con eccessivo ottimismo: attuare la decarbonizzazione entro il 2030  è un’utopia. Chiudere entro otto anni con gli idrocarburi (petrolio e gas) e i loro derivati, utilizzati nell’industria per realizzare una larga serie di prodotti servizi e attività, da cui i nostri bisogni e il nostro stile di vita dipendono, dai trasporti, alla chimica, all’agricoltura, alla cementizia, per citarne alcuni, è impossibile, e richiederebbe costi altissimi che ricadrebbero sulle fasce sociali meno abbienti. Anche i Verdi tedeschi, dopo anni di crescita nei consensi, hanno subito una frenata e oggi manifestano dubbi. Quello che alla Ue manca, nell’abbracciare entusiasticamente il progetto verde, è una buona dose di realismo che non fa difetto a Stati Uniti e Cina. In particolare al colosso cinese,  nonostante sia la più grande minaccia all’equilibrio ambientale del mondo, con il doppio di emissioni di CO2  rispetto agli Stati Uniti. Per questo, la scommessa sulla transizione verso le rinnovabili, di cui quel Paese vuole conquistare la leadership mondiale, è al primo posto nella lista delle sfide che dovrà affrontare nel prossimo futuro. Ma la cautela suggerisce a Xi Jinping di ridurre le energie fossili con gradualità, per evitare che le conseguenze le paghino i più poveri. Aspettiamo che l’indomita Greta trovi il tempo e …il coraggio di fare una visita a Xi.




Amministrative da “sballo”…l’opinione di Rita Faletti

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A pochi giorni dalle amministrative, gli italiani di buona volontà che desiderino far valere il diritto-dovere di votare il candidato sindaco in base ai programmi,  a parte gli irriducibili dello zoccolo duro, potrebbero andare a rovistare nelle “cassette degli attrezzi”, espressione di Letta,  dei due assembramenti, centro destra e centro sinistra, sperando di trovarvi  programmi coerenti o almeno qualche proposta sensata. Le scoprirebbero desolatamente vuote e gli parrebbe d’essere entrati in una sala da fumo dell’ottocento dove il fumo dell’oppio aveva un effetto analgesico e euforizzante. E’ proprio quello che ci vuole per far dimenticare agli elettori che nel paese dei balocchi, della politica non è rimasta traccia. Una vena prosciugata e rinsecchita in cui il populismo delle sardine, nato per riscaldare i cuori e offrire ricette taumaturgiche, boccheggia per incompetenza e presunzione. Grosso modo, la situazione si potrebbe sintetizzare dicendo che il centro destra, esclusa Forza Italia, accarezza i ribelli del green pass pur essendosi espressa a favore dei vaccini, e che il centro sinistra vede nel reddito di cittadinanza la soluzione alla disoccupazione  nonostante il fallimento della misura grillina. Tuttavia, qualcosa si deve pur dire e i candidati sindaci scoprono le carte che non hanno e si offrono agli elettori sforzandosi di conquistare una manciata di voti in più dell’avversario. Non sta bene Salvini, e di riflesso la sua Lega, oggi che i social bersagliano Morisi per la questione degli stupefacenti, venuta a galla due giorni fa e a dimissioni avvenute da parte del creatore della “Bestia” già i primi di settembre. Coincidenza che insospettisce e dà al Pd l’agio di portare sul piano politico un fatto personale. I democratici alzano la baionetta contro Salvini, il cui consenso era in calo per le sparate maldestre sul green pass, ma il cui peccato originale è stata l’alleanza con il MoVimento delle stelle, cadute una dopo l’altra nel vuoto che Conte cerca di colmare con un altro vuoto. L’avvocato, in perenne antagonismo con Draghi che gli ha strappato la poltrona, attacca con piacere sadico la Lega “Con la Lega in queste condizioni, il governo non arriva al 2023” per seminare mine lungo il percorso del presidente del Consiglio che viaggia ad altezze stratosferiche negate al Conte-Apteryx,  l’uccello privo di ali e dalle piume lanuginose dei fumetti. Ognuno usa il caso Morisi a proprio vantaggio, ma il vero bersaglio è Salvini, che “non poteva non sapere”. La solita formula che la cara Gruber, faziosa come sempre, ha posto come domanda al moralista Scanzi, il quale l’ha accolta con gioia, continuando a scuotere la testa indignato,  come quei cagnetti suonati che si vedevano una volta sulle cappelliere  delle auto. Ma Salvini è diventato un problema anche per i governatori del suo partito, se Giorgetti si è spinto a dire sarcastico che a Roma voterebbe Calenda. Nella Capitale, la posizione del centro destra non è rosea.  Michetti, il candidato imposto da Meloni, che secondo la leader di Fratelli d’Italia doveva brillare per competenze ed esperienza, in realtà brilla per assenza. Si defila dagli incontri importanti e, quando partecipa, è sotto stretta sorveglianza dei parlamentari di FdI, che temono gaffe e uscite inappropriate da parte del nostalgico celebratore dell’impero romano. Nel Pd domina la stasi: l’ex ministro dell’Economia Gualtieri è sempre uguale a se stesso: deludente stabile, ma da rappresentante del partito dell’establishment è sicuro di andare al ballottaggio. Uno sguardo a 360 gradi inquadra altri due candidati. Raggi e Calenda.  Nel faccia a faccia andato in onda da Porro, sulla 4,  Raggi parla di progetti, autobus, metropolitana, piste ciclabili, rifiuti, è un fiume in piena. La meraviglia delle meraviglie. Poi basta osservare  l’espressione di Calenda e ti scappa da ridere. La narrazione fantastica della Raggi è contrastata dalla brutalità dalle immagini di simpatici cinghiali e cinghialini che se ne vanno indisturbati lungo le strade di Roma, la capitale più sporca del mondo. I grillini, abituati a una realtà parallela,  di loro invenzione, non fanno una piega. Ma le differenze tra Raggi e Calenda sono tali che un romano sano di mente non dovrebbe avere dubbi. “Se li conosci non li voti, voti il nuovo.” Ha detto Sgarbi a sostegno di Michetti. L’esatto contrario di ciò che pensano nel Pd, dove ci si  affida all’usato sicuro.  Anestetizzati ed euforizzati per dimenticare la propria insipienza, illusi di contare ancora qualcosa.

Trattativa Stato-mafia: morte di un teorema.. l’opinione di Rita Faletti

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La crisi di credibilità in cui è precipitata la magistratura pone sullo stesso livello accusatori e accusati, con la conseguenza di fare di entrambi i degni e indifferenziati rappresentanti del diffuso malcostume italiano. Che non poteva non toccare l’ordine degli intoccabili in toga, i quali, come disse Piero Calamandrei, dovrebbero consumare i loro pasti “in assoluta solitudine”, non in cene in cui vengono assegnati incarichi importanti!  Per rimanere in tema,  Cossiga era stato profetico: “L’uomo viene ucciso più dal cibo che dalla spada, ma le istituzioni vengono uccise dal ridicolo”. E cosa c’è di più ridicolo che chiedere la perizia psichiatrica per Berlusconi? L’accanimento contro il nemico, ormai innocuo e ultra ottuagenario, rivela l’ottusità degli spocchioni, sempre ultimi a scoprire l’effetto tra il comico e il grottesco di certe loro pensate. E’ il delirio di onnipotenza della categoria, in parte indotto dalla natura, in parte dall’adulazione, in parte promosso da scelte masochistiche della politica che ha perso la battaglia contro la magistratura, quando, come disse Cossiga, “ha abrogato le immunità parlamentari che esistono in tutto il mondo e quando  Mastella si è abbassato i pantaloni scrivendo sotto dettatura di quell’associazione tra sovversiva e di stampo mafioso che è l’Associazione nazionale magistrati.” Con le chiavi del potere in mano, le tentazioni si moltiplicano e diventano irresistibili, se poi al potere si accompagna la ciccia… Emblematico il “sistema Trani” e il suo funzionamento, di cui si è occupata la Gazzetta del Mezzogiorno a proposito di una vicenda che ha dell’inverosimile. Nel 2006 un  imprenditore pugliese, Francesco Casillo, noto come il re del grano, viene arrestato con i suoi tre fratelli con l’accusa di aver importato grano contaminato. L’accusa è inconsistente, come emerge dopo 14 anni nel processo a carico dei magistrati di Trani, o, per meglio dire, inventata dai magistrati stessi, un pm e un gip, a scopo estorsivo. Infatti, l’accusa era funzionale alla carcerazione e alla successiva scarcerazione in cambio di denaro. Un sistema criminale istituzionalizzato di cui non si è scritto abbastanza nei giornali nazionali e mai si è parlato nei talk-show. E veniamo a fatti più recenti. Ieri, dopo anni di circo mediatico-giudiziario e con tanti saluti al populismo giustizialista, che nel 2018 aveva salutato la sentenza di condanna della corte d’assise di Palermo per Dell’Utri, Mori e De Donno sulla trattativa Stato-mafia come l’inizio della terza Repubblica, quella sentenza è stata ribaltata: tutti assolti in appello. La magistratura si prende un’altra cartellata in faccia. Momenti non facili per la casta dei togati e per i loro sostenitori, giornalisti editori intellettuali e politici, tutti in rispettoso silenzio. Tutti tranne uno: Matteo Renzi, che in Senato ha espresso con vigore e senza reticenza il proprio pensiero. “Tanti di noi hanno rinunciato al gusto della verità per la paura. Abbiamo permesso che fossero i magistrati a stabilire chi doveva fare politica e chi no. Perché? Un avviso di garanzia equivale a una sentenza di condanna. Il potere legislativo ed esecutivo hanno attraversato momenti di difficoltà, il potere giudiziario mai. La politica deve riappropriarsi del proprio ruolo: il Parlamento fa le leggi, i magistrati le fanno rispettare.” A proposito delle correnti nella magistratura: “Il problema non è la separazione delle carriere, bensì lo strapotere vergognoso delle correnti della magistratura. Devi fare carriera se sei bravo, non se sei iscritto ad una corrente. La correntocrazia è come la partitocrazia nel 1991”. E sul ruolo dei politici si sofferma sull’articolo 68: “Le guarentigie dei parlamentari sono costituzionalmente garantite e quotidianamente ignorate da un utilizzo mediatico della magistratura e delle indagini.”  Poi ricorda Massimo Bordin, compianto direttore di Radio Radicale, quando disse che i magistrati si sarebbero vicendevolmente arrestati, e conclude: “  Se non utilizziamo il tempo da qui al rinnovo del Csm, nel luglio del 2022, per scrivere una pagina nuova, non importa chi sarà il prossimo ad essere coinvolto, la vera vittima della nostra inerzia sarà la credibilità delle istituzioni e la dignità della magistratura.”

Luci e ombre sull’economia…l’opinione di Rita Faletti

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Nei Paesi dell’Unione l’economia è in ripresa dopo la crisi determinata dai lockdown. In Italia, il secondo trimestre si è chiuso con il Pil al 2,7 per cento, un risultato preannunciato dai timidi segnali positivi dei mesi precedenti ma decisamente al di sopra delle aspettative. Se non interverranno fattori frenanti, la stima di crescita per l’anno in corso potrebbe raggiungere l’obiettivo del 5 per cento o addirittura sforarlo. Settori trainanti i servizi e l’industria manifatturiera, in forte recupero la metalmeccanica già ai livelli pre-Covid. Con l’export che sta registrando un rimbalzo, l’Italia è tra i Paesi europei che finora hanno fatto meglio. Non sarebbe potuto accadere senza una campagna vaccinale efficace, che continua grazie all’impegno del Governo e alla collaborazione della maggioranza degli italiani, ma soprattutto alla felice combinazione tra scienziati e aziende farmaceutiche, europee e americane, senza la quale l’Europa e l’Occidente in generale sarebbero stretti nella morsa di un virus letale e delle sue varianti. Ciò che sta accadendo nel resto del mondo dove non si dispone delle necessarie quantità di vaccini, e benché in misura ridotta, nei Paesi che iniettano vaccini di loro produzione, come il Sinovac in Cina, che secondo quanto la Cina stessa afferma,  garantirebbe tassi di protezione insufficienti, o come il vaccino russo  Sputnik V, controverso per questioni di procedure e potenziali effetti collaterali non chiari. Dunque, l’ottimismo è d’obbligo, ma non si deve esagerare. Sull’Italia incombe lo spettro del debito salito a 2752,9 miliardi di euro, una cifra mostruosa che impone una riflessione e programmi di rientro affinché il ritorno al Patto di Stabilità non ci trovi impreparati. Un’evenienza  da scongiurare di fronte soprattutto alla posizione ortodossa dei Paesi cosiddetti frugali (Svezia, Finlandia, Danimarca, Olanda, Lettonia, Repubblica ceca, Slovacchia, Austria) contrari  alla politica monetaria espansiva di Draghi. Christine Lagarde assicura che non è tempo di ridurre gli stimoli, non essendo ancora usciti del tutto dalla pandemia. Tuttavia, ci sono avvisaglie di non lunga permanenza di alcune misure monetarie non convenzionali. Intanto, è l’aumento dell’inflazione, che in agosto ha toccato il 3 per cento, a preoccupare maggiormente alcuni paesi dell’eurozona che temono riflessi negativi sull’economia, cioè aumento dei prezzi al consumo con conseguente calo della domanda e possibile recessione. Gli esperti non sono pessimisti e ritengono che l’aumento dei prezzi, determinato da fattori temporanei come la riduzione delle forniture energetiche dalla Russia, sarà superato quando il gasdotto Nord Stream 2 diventerà operativo. Tra gli aumenti, anche quelli delle materie prime e da non sottovalutare i costi elevati che la transizione verde comporterà. E’ proprio in questo contesto che si sta rivalutando il nucleare. In Europa le centrali sono 180, di cui 56 attive in Francia, dove l’elettricità è a basso costo, mentre l’Italia è l’unico Paese del G8 a non avere centrali nucleari. Nel mondo sono 440 che producono il 10 per cento dell’energia mondiale, una quota  che evidenzia la nostra dipendenza maggiore dai combustibili fossili che hanno conseguenze disastrose sul clima. Il contenimento delle emissioni è una sfida senza speranza: oggi si è tornati ai livelli pre-Covid e nel 2022 le emissioni si apprestano a battere ogni record.  La fusione nucleare sarebbe la soluzione migliore per creare energia pulita, inesauribile e a basso costo. Guardiamo al futuro senza paraocchi e fidiamoci della scienza.

Il festival dell’antisemitismo…l’opinione di Rita Faletti

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Il prossimo 22 settembre, a New York, si svolgerà la conferenza mondiale di Durban contro razzismo, discriminazione, xenofobia e intolleranza. L’evento, alla sua terza edizione, ha come obiettivi l’esame e le proposte di risoluzione nei casi di razzismo e discriminazione in base all’appartenenza etnica, culturale o religiosa, che siano ostacolo alla tolleranza e alla convivenza pacifica tra i popoli. Nobili propositi se non fosse che ad occuparsene è l’ONU, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, i cui orientamenti e operato hanno causato più di qualche dubbio sull’efficacia nel raggiungimento dei risultati, nonché sull’applicazione del principio di imparzialità al quale l’organizzazione dovrebbe ispirarsi. A tale proposito, e a conferma dei legittimi dubbi, ricordo  il comportamento ambiguo tenuto da Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS , l’agenzia delle Nazioni Unite specializzata per le questioni sanitarie, sulle responsabilità cinesi nella diffusione del Covid-19. E a chi se ne fosse dimenticato, che Ghebreyesus fu eletto grazie  al sostegno del Dragone. Quindi, aspettarsi che l’ONU agisca in ossequio ad un presunto spirito di equidistanza nei confronti di ognuno dei 192 Paesi che ne fanno parte, sarebbe come affidare a ladri professionisti la custodia dei tesori di Topkapi. La prima conferenza di Durban,  svoltasi nella città sudafricana nel 2001,  si trasformò infatti in festival dell’antisemitismo. Nella bozza finale della Conferenza, Israele fu definito dal Forum delle ong  “stato di apartheid e razzista” e accusato di genocidio. Una smaccata istigazione al boicottaggio e all’odio contro l’unica democrazia del Medioriente, contro i superstiti, i figli, i nipoti delle vittime del più aberrante genocidio della Storia. Quello sì fu genocidio, come genocidio fu lo sterminio, da parte della Turchia, di oltre un milione e mezzo di armeni,  riconosciuto dall’ONU “solo” sessant’anni dopo. Questa è la tempestività con cui assolve alle proprie funzioni  un baraccone di burocrati superpagati, pigri e incapaci, la cui filosofia è improntata all’inerzia. Si pensi che da ben 72 anni, l’Agenzia assiste i profughi palestinesi, passati da poche centinaia di migliaia nel 1948 a oltre cinque milioni oggi. Come li assiste?  Con un assegno giornaliero che serve a giustificare la mistificazione della realtà presentando i palestinesi come povere  vittime di razzismo e i terroristi uccisi dagli israeliani come martiri. E’ quanto  viene propagandato da certi media e dal verminaio variegato e menzognero dell’antisemitismo. Una presa d’atto che spinse Stati Uniti e Israele ad abbandonare la conferenza di Durban nel 2001. Durante la seconda edizione, tenutasi a Ginevra nel 2011, diversi rappresentanti dei paesi europei lasciarono la sala intanto che l’allora presidente iraniano Ahmadinejad si scagliava contro Israele e negava la Shoah. Quest’anno, alla conferenza di New York, le defezioni saranno più numerose. Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Australia, Germania, Austria, Olanda, Repubblica ceca, Ungheria e Israele non parteciperanno. Neanche l’Italia ci sarà. Incisivo e chiaro il messaggio del presidente francese: “Boicottare i boicottatori di Israele”, ha scritto Macron, accusando gli stati colpevoli di diffondere il virus dell’antisemitismo, la cui forza di seduzione è accresciuta dalle teorie complottiste costruite sugli ebrei e dal ricorso all’iperbole (genocidio dei palestinesi). Ma le vere ragioni dell’odio nei confronti degli israeliani, si trovano in ciò che è stato detto sugli armeni:  “L’élite culturale ed economica, pur essendo una minoranza linguistica e religiosa, è il ritratto perfetto del capro espiatorio”. L’Occidente ha forse compreso,  con notevole ritardo, che salvare lo stato ebraico dalla campagna di delegittimazione e odio è salvare se stesso e la democrazia.

Oddio, Cingolani promuove il nucleare…l’opinione di Rita Faletti

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A non studiare e non leggere, prima o poi si scopre di non aver capito niente e invece di riconoscerlo e prendersela con la propria asineria, si finisce con il prendersela con chi ha studiato letto e capito. La cosa, in sé divertente e dalle conseguenze trascurabili per gli effetti anestetizzanti dello stile Draghi su parlamentari e capi di partito,  ha come protagonisti i Cinque stelle e il fisico Roberto Cingolani,  il “nuovo super ministro” della Transizione ecologica che il MoVimento aveva “fortemente voluto”. Per la precisione, è stato proprio grazie al nuovo super ministro, presentato da Grillo come incarnazione della vocazione ambientalista del MoVimento, che i grillini votarono a favore di un governo guidato da un ex banchiere. Orribile a dirsi! Ma siccome la curiosità scientifica non è nelle corde dei grillini e la sensibilità al concetto di crescita rimane circoscritto alla personale situazione di ognuno di loro, da illusi hanno trascurato di andarsi a leggere cosa Cingolani avesse scritto su clima, energia, ambiente, futuro e nanotecnologie e come intendesse declinare quei temi in rapporto allo sviluppo economico e industriale del paese. E le cose non sono andate esattamente nel modo auspicato dal MoVimento, in sintonia perfetta con il precedente ministro, Sergio Costa,  “il migliore ministro dell’ambiente che mai abbiamo avuto”, così preoccupato per la terra il mare e gli orsi. E siccome prima o poi i nodi vengono al pettine, doveva capitare che anche i rapporti di ineffabile beatitudine tra Cingolani e i grillini subissero uno scossone. Il fatto che ha scatenato le ire dei Cinque stelle e irritato parecchio il loro presidente, è stato l’intervento del ministro sull’energia nucleare.  Cingolani ha spiegato che l’impiego di reattori nucleari , di minori dimensioni e potenza rispetto a quelli del passato, saranno la tecnologia chiave nella transizione. Produrranno energia elettrica a basso costo e verranno impiegati nei trasporti, nella desalinizzazione e nella produzione di idrogeno. Meno costosi e più sicuri grazie all’uso del piombo liquido al posto dell’acqua come materiale di raffreddamento – il piombo liquido non si surriscalda né si disperde – produrranno meno scorie che saranno convertite in nuovo combustibile. Come si può immaginare, le parole del ministro sono state accolte come un affronto dagli ambientalisti di casa nostra, ai quali Cingolani non ha risparmiato una frecciata definendoli  “ambientalisti radical chic e oltranzisti ecologici”, peggiori “della catastrofe climatica”. Il furore grillino, già a mille, ha trovato ulteriore carburante nel fatto che l’intervento del ministro si sia svolto dal palco della scuola politica di Renzi, con Conte che, improvvisatosi alfiere dell’ambientalismo grillino, ha subito fatto sapere alle agenzie di aver “convocato” Cingolani. In realtà lo ha semplicemente invitato con l’intenzione di avere chiarimenti. Dopo la sconfitta incassata per l’approvazione della riforma Cartabia che Conte aveva promesso ai suoi di bloccare, ci mancava che il loro “super ministro” parlasse dei vantaggi dell’energia nucleare. Ambientalismo decrescitaro ultima spes per non morire.

Il dialogo non è la panacea…l’opinione di Rita Faletti

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Il 31 agosto è il termine ultimo per completare il ritiro delle forze Nato dall’Afghanistan. Una proroga avrebbe conseguenze pericolose. A dirlo è il mullah Baradar, lo stesso che nel 2018 guidò le trattative tra talebani e americani. Non sappiamo se l’avvertimento sia legato o meno alla notizia circolata ieri di un possibile attentato nella zona dell’aeroporto di Kabul da parte di cellule del sedicente stato islamico. Vera o falsa, con la deadline vicina, i voli di evacuazione sono in costante aumento. Biden assicura che tutti gli americani, sia i militari che presidiano l’aeroporto sia le migliaia di cittadini statunitensi che ancora si trovano in Afghanistan, lasceranno il Paese entro la data concordata. I capi di governo europei, e con essi Boris Johnson e il premier canadese Trudeau, condividono la richiesta di un’estensione per portare in salvo gli afgani che rischierebbero la vita se rimanessero. Sta così per concludersi una lunga  guerra di occupazione  iniziata con l’invasione dell’Afghanistan votata all’unanimità dai Paesi della Nato dopo il tragico 11 Settembre. Quando Trump firmò l’accordo con i Guantanamo Five, i 5 talebani negoziatori di Doha, così soprannominati per aver trascorso 12 anni nel carcere speciale di Guantanamo, poi liberati in cambio di un soldato americano, la situazione era già degenerata. Trump voleva porre fine all’enorme spreco di denaro e continuare sulla via isolazionista di America First. La trattativa con i talebani, un azzardo per alcuni, da altri fu accolta con entusiasmo. Di Maio fu trasportato da un’euforia pari a quella con cui annunciò la sconfitta della povertà. Un evento “epocale”. Al netto dei giudizi espressi allora, come mai da parte dell’Europa che ora accusa Biden, in nessuna delle due occasioni, il G7 in Cornovaglia e la riunione del Consiglio atlantico in giugno, è stata manifestata alcuna preoccupazione per le conseguenze del ritiro e non è stata avanzata alcuna ipotesi alternativa? La risposta è scontata: l’Europa ha agito nel solito stile, accodandosi agli  Stati Uniti e riservandosi di criticarne le decisioni in caso di fallimento.  C’è però un’altra domanda da porsi sull’improvviso crollo delle forze nazionali afgane, che Biden stesso non aveva previsto. Leonardo Tricarico, consigliere militare a Palazzo Chigi e ora presidente della fondazione Icsa, think tank di analisi militare e geopolitica, ci spiega che la maggior parte dei soldati afgani veniva reclutata, addestrata alle tattiche militari e di combattimento dalle forze Nato, ma durante la stagione della semina spariva per andare al villaggio. Nessun orgoglio o sentimento di appartenenza a un popolo, nessuna ambizione di proteggerlo e difenderlo e, in aggiunta, la propensione a cedere alla corruzione.  Così, con l’arrivo dei talebani, l’esercito afgano si è liquefatto. Per  completare il quadro, bisogna puntare la lente sulla società afgana e le sue dinamiche interne. Malgrado il caos, è una società strutturata, relazioni di vicinato, parentela, matrimoniali, tribali, di clan. Si uccidono tra di loro ma hanno le loro regole, se così si può dire, e la corruzione è alle stelle. Su questi fattori ha giocato la strategia vincente dei talebani. Gli studenti coranici hanno iniziato ad occupare i posti di frontiera e bloccare in modo coordinato alcuni passaggi attraverso i quali transitano i rifornimenti del Paese, anche al confine con il Tagikistan. Hanno preso i capoluoghi di provincia, uno dopo l’altro, mettendo in atto processi di negoziazione con le forze locali, promesse di denaro, di amnistia, di cooptazione. Le forze Nato, all’interno dei compound e impegnate nell’addestramento, non erano in grado di controllare quanto avveniva fuori –consideriamo anche la natura del territorio, valli e montagne inaccessibili e dunque in condizioni di sicurezza minime – e stabilizzare il Paese. Dove è una bugia che da una parte ci sono i malvagi terroristi islamici e dall’altra la povera popolazione martirizzata. I russi, prima degli americani, lo avevano sperimentato. Oggi, se l’Occidente non vuole passare per fesso, attribuendo ai talebani gli interessi europei, il benessere della popolazione e la pace sociale, illudendosi che i fanatici siano cambiati e rinuncino all’applicazione della sharia, può almeno fare una cosa: congelare le riserve della Banca centrale afgana e gli aiuti del Fondo monetario internazionale.  Senza soldi, neanche i talebani potranno governare.

Nessuna apertura ai talebani…l’opinione di Rita Faletti

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Doha, 29 febbraio 2020: all’ultimo piano di un lussuoso hotel al centro della capitale qatarina, talebani e americani firmano un accordo. Nero su bianco. Le truppe americane e i loro alleati si impegnano a lasciare l’Afghanistan entro 14 mesi, i talebani ad abbandonare la lotta armata, cessare di alimentare il terrorismo,  rompere ogni rapporto con Al-Qaeda e rispettare le conquiste fatte dalle donne nei 20 anni di occupazione americana. Dietro l’idea dell’accordo più pazzo che mai sia stato sottoscritto, c’era il presidente più stravagante che il Paese più potente al mondo abbia mai avuto. Trump. Dietro di lui, il suo predecessore, premio Nobel per la pace, il primo presidente di colore, l’interprete dell’ipocrisia della retorica pacifista, delle bombe e delle guerre, ovviamente umanitarie, giustificate dalla protezione del mondo ovattato dei media, degli attori di Hollywood, dei lacchè europei. L’uomo del famoso slogan “yes, we can”,  preso subito a prestito dai nostri, e primo a parlare di disimpegno in Afghanistan. Obama. Dunque, Biden è l’erede e l’esecutore di un piano che risponde alla scelta isolazionista degli Stati Uniti, che la frase pronunciata all’inizio della sua candidatura “America is back”, l’America è tornata, si pensava accantonata. Gli Stati Uniti non saranno più le sentinelle del mondo. Se ne rallegrano le schiere dei suoi nemici, i sessantottini maoisti e postmaoisti, i loro figli e nipoti che oggi guardano alla Cina di Xi Jinping con ammirazione;  i simpatizzanti della Russia che la considerano un baluardo contro la globalizzazione  l’Europa e l’islamizzazione (l’ultimo punto farebbe di Putin un prezioso alleato dell’occidente), e, infine,  tutti coloro che identificano l’America con l’imperialismo capitalista. Sono i rivoluzionari per vocazione, che vedono realizzato il loro narcisismo nella denigrazione dell’American way of life e della democrazia liberale, i promotori delle rivoluzioni a chilometro zero, quelli che mai correrebbero il rischio che venisse loro torto un capello. Non tanto dissimili dai pacifisti di maniera, a senso unico o a corrente alternata per opportunismo, che aprirebbero  tavoli di dialogo con chiunque. Oggi con i talebani, credendo alle promesse fasulle di un’organizzazione politico-militare che ha imposto la legge coranica in Afghanistan nel 1996 e l’ha applicata con spietatezza, soffocando qualunque legittima aspirazione alle libertà più elementari. Tra i fan dei tagliagole, l’ex grillino ed ex ministro dell’Istruzione dei gialloverdi, Fioramonti, l’anti americano che partorì la sola idea di aumentare l’Iva sulla Coca Cola. In questi giorni, l’ex ex sta propagandando la recente scoperta talebana della liberalità: NO burqa SI’ istruzione,  l’esaltante annuncio dei bravi ragazzi, barba di ordinanza e kalashnikov in primo piano. E c’è un altro ex che ha una gran voglia di parlare coi talebani, sicuro di riuscire a infinocchiarli, rimbambendoli a suon di chiacchiere come ha fatto con tanti italiani. Ma per ingannare un furbo ci vuole un furbo e mezzo e i taliban sono gente che va al sodo. Nella situazione attuale, non serve nessun acume politico, basta respirare per capire che l’intento dei fondamentalisti islamici, usciti dalle scuole coraniche del Pakistan dove si insegna il wahabismo più radicale, hanno ora un unico scopo: ottenere il riconoscimento internazionale, senza il quale molte porte rimarranno chiuse, in primo luogo gli aiuti. Intendiamo dialogare con costoro?

Fuga dall’Afghanistan…l’opinione di Rita Faletti

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In Asia centrale, crocevia tra Occidente e Oriente, l’Afghanistan è tornato nelle mani di coloro che non hanno mai smesso di rivendicarne il controllo: i talebani. Un’attesa durata vent’anni, dal 2001, quando le forze Usa deposero il regime fondamentalista in seguito all’attentato dell’11 Settembre, insediando un governo rappresentativo delle varie etnie afgane. “Voi avete gli orologi? Noi abbiamo il tempo”. Niente suona più vero per significare quanto irrilevante sia l’inarrestabile ticchettio dell’orologio di fronte all’arma invincibile della pazienza. L’invasione dei sovietici nel 1979, il ritiro nel 1989,  la guerra civile e infine il regime talebano esteso a tutto il paese. Una settimana fa, su 34 capoluoghi di provincia, oltre la metà era caduta nelle mani dei ribelli, quasi senza sparare un colpo contro la resistenza delle forze nazionali. Conquistate le città di Herat, dove stazionava il grosso del contingente militare italiano, e Kandahar, il luogo di nascita della guida spirituale talebana, il mullah Omar. Questa mattina si è arresa Kabul, la capitale, dove le milizie talebane sono entrate trionfanti.  Il Pentagono aveva già sollecitato i cittadini statunitensi a lasciare il paese su voli commerciali e predisposto l’invio di tremila soldati per proteggere l’evacuazione del personale diplomatico. Londra aveva fatto lo stesso e invitato i connazionali a tornare in patria il prima possibile. L’amministrazione Biden riteneva che Kabul sarebbe stata in grado di difendersi. Non è più un problema americano, aveva detto il presidente, ma del popolo afgano. Cinismo mascherato da ottimismo? La situazione è precipitata, il paese è nel caos e in preda alla paura. Colonne di profughi scappati dai villaggi e dalle città occupate, si sono concentrate fuori della capitale sperando di poter attraversare il confine con il Pakistan; numerosi sono accalcati all’esterno delle ambasciate straniere per ottenere documenti e un visto per l’Europa. Intanto le operazioni di rimpatrio si stanno svolgendo freneticamente e Biden ha minacciato di rispondere in caso di attacchi. “Abbiamo circondato Kabul, hanno dichiarato i talebani, ma non la prenderemo con la forza, al sicuro chi esce.”   Quale forza? I corpi d’armata, di cui è costituito l’esercito nazionale, l’imperfetto sarebbe a questo punto d’obbligo, erano espressione di etnie e tradizioni tribali diverse, prive quindi di quello spirito di unità e coesione che li avrebbe motivati nell’affrontare chi, al contrario, era convinto di battersi per una causa giusta. Molti soldati e governatori locali erano passati ai talebani. Rassegnazione di fronte alla propria impotenza, diffidenza nei confronti di uno stato centrale inefficiente e corrotto non sentito come proprio, consapevolezza di precipitare nell’incubo di un passato che si ripropone con le stesse caratteristiche di vent’anni fa. I talebani non sono cambiati. Era la popolazione che stava cambiando, che sperava di riscattarsi dalla povertà, di crescere economicamente e socialmente. Oggi vive la sensazione forte di essere stata tradita. Anche l’Occidente è stato tradito, ma da se stesso: chi ha iniziato qualcosa deve portarla a termine. Ne usciamo con le ossa rotte e la credibilità sotto i tacchi. Cosa accadrà domani? Ci sarà un governo di transizione. Oltre a questo, la certezza di una grave crisi umanitaria, nuove sfere di influenza, nuove ambizioni. Cina Russia e Europa stanno a guardare, ciascun paese con i propri timori. La Cina dell’estremismo islamico con cui si trova a fare i conti nella regione dello Xinjiang, abitata dagli uiguri di religione musulmana; l’Europa delle masse di profughi in fuga; la Russia, critica per il ritiro affrettato, di gruppi fondamentalisti più pericolosi che i talebani potrebbero tenere a freno. E c’è l’Iran sciita, che il sunnismo talebano avversa, ma con il quale i rapporti sono cambiati per via degli interessi convergenti. Adesso poi che il ministero degli Esteri iraniano è affidato a un ultraconservatore anti-occidentale, il fondamentalismo si vede aprire le porte al dialogo con i paesi confinanti. L’Occidente dovrà vedersela con la globalizzazione jihadista.

La civiltà è nei fatti…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Luglio 28, 2021 – 16:10 –
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I Giochi olimpici nacquero in Grecia con l’obiettivo di rendere omaggio agli dei. L’evento era così importante che i conflitti in corso venivano sospesi per consentire agli atleti delle diverse regioni di partecipare alle competizioni che ne esaltassero e premiassero le abilità e al tempo stesso fossero occasione di incontro tra i popoli in un’atmosfera di fratellanza e rispetto reciproco. Quando si dice “vinca il migliore” si intende il più meritevole nel senso più completo del termine. United by emotion, è il motto scelto dal Giappone per i Giochi olimpici 2020. Emozione di trovarsi insieme, sfidarsi con spirito di lealtà, lottare per vincere in un contesto in cui le bandiere hanno la sola funzione di identificare i paesi di provenienza degli atleti. Per alcuni, al contrario, le bandiere sono strumenti di discriminazione nei confronti dello Stato di Israele e dei suoi atleti colpevoli di appartenere alla “razza sbagliata”. La mala pianta dell’ideologismo fanatico è orgogliosa di manifestarsi anche durante lo svolgimento dei Giochi olimpici, che sia per convinzione personale di atleti musulmani, che sia per costrizione dei regimi dei loro paesi. Nel secondo caso, gli atleti non partecipano in quanto tali, ma con la funzione specifica di propagandare un messaggio di odio davanti al mondo. Una straordinaria occasione da non perdere, visto che capita solo ogni quattro anni. L’algerino Fethi Nourine si è ritirato dalle Olimpiadi di Tokyo per non affrontare il judoka israeliano Tohar Bubtul. L’allenatore di Nourine ha detto che la causa palestinese è più importante dei Giochi olimpici e che l’atleta ha fatto la scelta giusta. Nourine non è nuovo a questa decisione: nel 2019 si ritirò dai Campionati del mondo di judo per lo stesso motivo. Giovedì scorso, il sudanese Abdalrasool  ha seguito l’esempio dell’algerino, benché tra Israele e Sudan sia iniziato un processo di normalizzazione in linea con gli accordi di Abramo. A volte la propaganda è in ritardo rispetto alla politica. In questo spaccato, che evidenzia la stupidità e la banalità dell’odio, è quasi inutile dire quanto la causa palestinese stia a cuore alla Repubblica islamica dell’Iran. La Federazione di judo di quel paese, nel 2019 ha costretto uno dei suoi atleti a perdere alcuni combattimenti e dare forfait per non incontrare judoka israeliani. E’ stata sospesa per quattro anni. All’accanimento ideologico del paese degli ayatollah c’è però chi si ribella. E’ il caso di Kima Alizadeh, campionessa di taekwondo e prima medaglia olimpica femminile iraniana a Rio nel 2016. Kima, che dopo aver lasciato il suo paese vive a Norimberga, era stata denunciata dai funzionari del governo e aveva ricevuto minacce via social per aver detto che gli atleti sono solo “strumenti di propaganda”.  Oggi  fa parte della squadra di atleti rifugiati ai Giochi di Tokyo, accanto ad  atlete pachistane e afgane. Un messaggio forte, il loro, contro la discriminazione e in nome del diritto alle libertà, calpestato nei regimi teocratici e troppo debolmente difeso in quelli che si professano democratici. Tutt’altro comportamento quello tenuto dal Giappone durante la cerimonia di apertura dei Giochi. Primo paese a farlo, ha dato una lezione di grande civiltà al mondo, osservando un momento di silenzio e di raccoglimento per ricordare gli undici atleti israeliani massacrati alle Olimpiadi di Monaco del 1972 da una cellula di terroristi palestinesi, nota come Settembre Nero. Una strage vigliacca che non impedì che i giochi continuassero, vergognosamente, nonostante la notizia si fosse diffusa in tutto il mondo. Ci pensò il Mossad, con l’operazione “Ira di Dio”, ordinata dall’allora primo ministro israeliano Golda Meir, a cercare uno per uno gli assassini e ucciderli. Chissà se Parigi, nel 2024, avrà il coraggio di seguire l’esempio di Tokyo. Con tutti gli islamici che vivono in quel paese c’è da dubitare.

Partito dell’intelligenza collettiva…l’opinione di Rita Faletti

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Non è provato che un’esperienza quinquennale a Sciences Po – famoso istituto francese di studi politici che forma e seleziona le élite dirigenti – trasformi un modesto politico in un leader capace di unire e orientare le diverse anime di un partito sfilacciato e confuso. Nel Pd se lo auguravano, un po’ ingenuamente, quando accolsero con entusiasmo Enrico Letta. E’ abbastanza comune, da quelle parti, e anche un po’ provinciale, lasciarsi affascinare da nomi altisonanti e da contesti che trasudano intellettualismo e autoreferenzialità. Vuoi mettere con la prosaicità della vita quotidiana? Sciences Po. Più lo ripeti più ti senti parte di un mondo esclusivo. Al Nazareno aveva ripreso a circolare la speranza, magari con qualche venatura di scetticismo, fino a quando, Letta, parlando di come si prefigurava il Pd del futuro, usò l’espressione “il partito dell’intelligenza collettiva”. Sconforto e risolini beffardi. Trascorsi i primi cento giorni, ammettendo che la frase avesse un significato preciso o nessun significato, tocca prendere atto che nel Pd tutto è come prima. Scervellarsi alla caccia di ragioni vuol dire rifiutarsi di credere che leader si nasce, non c’è scuola che insegni a diventarlo. Ius soli, tassa di successione, voto ai sedicenni, ddl Zan, porte sbarrate al dialogo con l’arcinemico Salvini, un desolante déjà vu che ha tutta l’aria di essere, per Letta, una sfida alla sorte. Letta che smina il terreno che lui stesso ha disseminato di cariche esplosive. Ius soli e tassa di successione sono state disinnescate nell’indifferenza generale; il ddl Zan, vincolato al “prendere o lasciare”, si trascinerà a settembre. Conseguenza delle porte sbarrate a Salvini, il quale, nel botta e risposta quotidiano con il segretario del Pd, si diletta a rigirare il coltello nella piaga: si preoccupasse delle sue 18 correnti e sappia che il Governo Draghi, con la Lega nella maggioranza, è in una botte di ferro. Allusione a quello che è chiaro al mondo: l’alleanza con Conte e il M5s è per Letta una priorità da anteporre alla lealtà al governo Draghi, benché più volte ribadita, e quindi al paese. Empatia, calcolo e ambiguità. Conte chiede modifiche alla riforma Cartabia? Letta lo appoggia. Ma è costretto a sorvolare sulla menzogna dell’ex avvocato del popolo che ha espresso timori sull’estinzione del processo penale per il crollo del Ponte Morandi  a causa della riforma Cartabia. Conte mente sapendo di mentire, con la complicità di Letta.  Infatti, la riforma si applica per i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020 ( la tragedia di Genova è del 2018) e la prescrizione è bloccata fino alla sentenza di primo grado. Inoltre, prevede che i processi per reati gravi abbiano tempi più lunghi per celebrare ogni grado di giudizio. Il che contrasta con quanto Conte disse dopo il crollo: “Non possiamo aspettare i tempi della giustizia” facendo leva sull’emotività  e usando strumentalmente a fini politici una tragedia. Un comportamento ignobile che tutti fingono di aver dimenticato. Altro che onestà. Due giorni fa, Draghi ha sottolineato che la riforma Cartabia, approvata all’unanimità in un recente Cdm, è passibile di miglioramenti di carattere tecnico, ma l’impalcatura dovrà rimanere inalterata. “Il Governo chiederà la fiducia sulla riforma Cartabia, nessuno vuole l’impunità.” Ha concluso il premier tirando una bordata a Conte e forse, indirettamente, a Letta. Che oltre alla guerra insulsa a Salvini, rincorre Conte e il suo sgangherato movimento da cui si aspetta un ritorno di favori: il sostegno alle suppletive del Collegio di Siena per la Camera. “Se sarò sconfitto, ha detto, lascerò il Pd.” Gongola  Matteo Renzi e gongolano i renziani che nella città toscana presenteranno i loro candidati. Siena è una città difficile nei confronti di chi non ama e chissà che Matteo Renzi, che finora non ha sbagliato una mossa, non riesca a mandare a segno anche la prossima. Prosit!

No Draghi, no money…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Luglio 18, 2021 – 16:42
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C’è chi dice che in politica la dignità non esiste e la coerenza è degli stupidi. Se così fosse, e voglio credere che così non sia, vorrebbe dire che i politici appartengono a una razza solo apparentemente  la stessa di  quella delle persone comuni.  Come dire che sarebbero dei predestinati, che alla nascita presenterebbero dei caratteri  particolari. In alternativa, sarebbero in tutto e per tutto uguali agli altri mortali e si trasformerebbero una volta a contatto con la pratica di governo. Una combinazione delle due cose darebbe come risultato Giuseppe Conte. Destinato dalle circostanze a fare il premier di due governi  antitetici, con grande disinvoltura e noncuranza delle idee proprie e altrui, pronto a mentire per fare bella figura, “Ho favorito la nomina di Draghi” e “Tornerò a fare il mio mestiere”,  contravvenendo palesemente a entrambe le dichiarazioni e infischiandosene di chi ha buona memoria, Conte ha dimostrato di tenere in nessuna considerazione la coerenza delle idee e la dignità, né propria, che non è una pochette o un abito di buona sartoria a conferirgli, né altrui.  Ma se in politica dignità e coerenza sono valori mai esistiti o in via di estinzione, lo stesso non si può dire dei proverbi, validi da che mondo è mondo.  Uno di questi recita: ognuno ha ciò che si merita. Così arriviamo ai Cinque stelle che su SkyVote  avranno un unico nome su cui  cliccare. Conte for president. A lui piacerebbe del Consiglio, ma dovrà accontentarsi del Movimento, almeno fino a quando il Garante non ne avrà abbastanza di chi “non ha visione politica, né capacità manageriali, né esperienza di organizzazioni né capacità di innovazione” .  Estendendo il proverbio citato a Letta, che continua a pronosticare un lungo cammino insieme a Conte, evidentemente  il segretario dem  non merita un compagno di viaggio migliore. Ma per andare dove e fare cosa? Boycotting Draghi?

Estremismo anti razzista…l’opinione di Rita Faletti

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Barbarie e fanatismo hanno un fondo di stupidità che supera i confini del tempo e dello spazio. Ciò spiega la ragione per cui certi fenomeni, che saremmo portati a relegare in un passato oscurantista, accadano e si ripetano in forme esasperate di odio nell’era del progresso tecnologico e scientifico. I talebani che fanno saltare in aria le statue millenarie del Buddha, Al Qaeda che distrugge a picconate un’antichissima moschea di Timbuktu, l’Isis che distrugge il patrimonio storico e artistico delle regioni sotto il suo controllo, tra cui un antico tempio dedicato a una divinità semitica nel sito di Palmira, sono i nuovi vandali dell’ XXI secolo che sfogano il loro rancore contro l’idolatria di un passato pre-islamico. Che senso ha prendersela con delle statue? Eppure, l’assenza di logica e razionalità nell’integralismo religioso di una cultura retrograda è la stessa molla che negli Stati Uniti spinge nella medesima direzione i fautori della degenerazione culturale che ha dichiarato guerra alle statue legate al passato coloniale e razzista. La rabbia, che si è  scatenata dopo l’uccisione di George Floyd, dilaga e prende forma nel rito della cancellazione della storia di un paese che accusa se stesso di essere stato fondato sullo schiavismo, definito “sistemico”, cioè scritto nelle leggi e organico nell’amministrazione della giustizia. Così si abbattono le statue dei Confederati, gli Stati schiavisti del Sud, ma rischia anche quella di Abramo Lincoln che li sconfisse, aprendo la strada all’abolizionismo. Una insensata furia iconoclasta, nata nei campus statunitensi, che ha come obiettivo la “purificazione”, che include la censura di capolavori  letterari e artistici considerati non conformi alle regole imposte dal nuovo movimento anti-razzista. Si vuole, in questo modo, espiare i crimini del passato, decontestualizzando fatti e personaggi dal loro periodo storico,   e giudicandoli secondo standard morali del XXI secolo. Nulla sfugge al giudizio implacabile nell’epoca di Black Lives Matter: il colore della pelle di Kamala Harris è considerato dalla sinistra radicale americana troppo chiaro perché la vice di Biden possa difendere fino in fondo i diritti dei neri. Un’assurdità. Nemmeno il presidente sfugge alle critiche dei liberal più estremisti che lo considerano, oltre che troppo vecchio e troppo mite, troppo bianco. L’antirazzismo dilaga nei social media, nel mondo accademico, nelle istituzioni culturali , nello spettacolo. L’Academy Award Hollywood stabilisce che gli Oscar si assegnino preferibilmente a film “inclusivi”, che trattano temi legati al razzismo o al sessismo e hanno attrici di colore. Il sistema universitario pubblico obbedisce ai dictat del politically correct e per favorire l’accesso all’iscrizione di ragazzi afro americani, abolisce test standardizzati ritenuti per loro difficili. Ma, in questo modo, viene discriminata la minoranza degli asiatici americani, il primo gruppo etnico e quello dalle performance scolastiche più brillanti. Il multiculturalismo ha frammentato la società in numerosi gruppi, ognuno dei quali rivendica diritti diversi e spesso in conflitto tra loro, con il risultato opposto a quello auspicato. Invece di correggere forme di ingiustizia, ne crea di peggiori, per la foga risarcitoria a favore degli afro americani. Il senso di colpa bianco è reso cieco dall’anti razzismo che si rifiuta di vedere che la maggior parte delle uccisioni di neri a New York, Chicago e Washington è opera di altri neri. Come finge di ignorare che Gandhi aveva posizioni razziste nei confronti degli africani e Lev Tolstoj era schiavista. Si tenta di riscrivere la storia dell’America come di un paese criminale dove ai bianchi spetta il compito di espiare colpe ancestrali.  Nel 2016, Hillary Clinton, sicura di vincere le presidenziali, rivolgendosi a un pubblico di facoltosi e generosi finanziatori della sua campagna elettorale, definì i bianchi poveri che sostenevano Trump “the deplorables”, i disprezzabili.  L’America ha ormai toccato il fondo. L’ideologia identitaria si è impadronita dei progressisti bianchi, spostati sempre più a sinistra e, sorprendentemente, considerati sempre meno affidabili dagli elettori moderati neri e ispanici che non credono alle teorie intellettuali sul razzismo. Oriana Fallaci diceva che l’ideologia è il grande malanno del nostro tempo e i portatori del suo contagio sono gli intellettuali stupidi.

Grillo: “Chi credi di essere?”…l’opinione di Rita Faletti

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Giorni da godere come una bellissima indimenticabile vacanza dopo un lungo periodo di quaresima e rinunce, non solo causate dalla pandemia ma dall’assenza di eventi politici rilevanti. Da quando c’è Draghi, i partiti, per non stare del tutto in ozio, hanno deciso di comune accordo e per non dismettere la sana abitudine di essere in disaccordo più o meno su tutto, di non toccare argomenti impegnativi e dedicarsi piuttosto a bagattelle e trastulli in cui sono imbattibili. Ma c’è chi non trova pace e di riffa o di raffa, con insinuazioni e allusioni o aperte critiche, non perde occasione per soffiare sotto la cenere. Chi può essere se non l’instancabile direttore del Fatto quotidiano? Che Draghi sia presidente del Consiglio a Travaglio non va proprio giù, così pungola il suo amatissimo beniamino Conte perché attinga a tutte le proprie risorse, e ai suoi consigli, per indebolire l’ex banchiere, solleticando l’ambizione dell’avvocato e farlo sognare. La cosa è spassosa, ma in questo paese bislacco nulla si può escludere. Tant’è che ogni cosa sembrava allestita a puntino per il passo decisivo di Conte verso la guida del Movimento, quando, a sorpresa, Grillo è intervenuto a gamba tesa e ha stoppato malamente il leader in pectore che voleva escluderlo dalle decisioni importanti. Chi credi di essere? Un vaffa planetario e Conte si è dileguato, per il momento, lasciando mezzo tramortita una parte del Movimento con Di Maio che se la ride e Matteo Renzi che non fa una piega e commenta: “Sta andando tutto bene”. Già, va meno bene però per il povero Pd che si vede privato del proprio prezioso punto di riferimento. Per Letta i grattacapi sembrano non finire mai.

La Fiera del Bimbo …l’opinione di Rita Faletti

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Sono 34.481 le Fiere nel mondo, divise in 647 settori. Tra queste, una apprezzatissima ed esclusiva, la Fiera del Bimbo, molto attiva e frequentata da compratori facoltosi e particolari. Identificata come MenHavingBabies, uomini che hanno bambini, la fiera promuove l’incontro tra venditori e compratori del “prodotto bambino”. I prezzi variano a seconda della qualità di ovuli, liquido seminale, sesso, salute e nazionalità della madre gestante o naturale, tra i 90 mila e i 150 mila dollari. L’acquisto prevede pacchetti completi: bambini, assistenza legale e psicologica, fornitura del materiale indispensabile, madre surrogata, voli e hotel nei paesi dove si decide di far partorire la donna. Come uno speciale  pacchetto vacanze dal lusso sibaritico con i servizi più svariati e incredibili, dallo psicologo per il vostro cane a un giro su Lamborghini. Acquirenti le coppie gay che ambiscono a comprarsi uno o più piccoli, ma solo dopo aver sfogliato le pagine patinate di cataloghi di donne che in appena 5 minuti possono essere certificate/abilitate a diventare madri surrogate. Un florido mercato di donne degradate a livello di fattrici a pagamento, che vendono la loro dignità e sacrificano il “manufatto” portato a compimento allo scadere del nono mese. Consegna puntuale, salario sicuro. Va da sé che la nuova forma di impresa individuale e la relativa rete commerciale di aspiranti acquirenti è seguita con grande partecipazione da compassionevoli tartufi che prosperano nei media e da personaggi dal sentimentalismo peloso pronti a scannarti se dissenti da una tale porcheria. Questo è il trend e devi adeguarti. Lo scorso anno, causa pandemia, in Francia la Fiera si è svolta online, e autorevoli esponenti delle istituzioni e dell’informazione hanno proposto di aggiornare la legislazione del paese in materia di maternità surrogata. Il governo, però, ha fatto orecchie da mercante. E ci sono i Paesi Bassi, dove esiste la “maternità altruista”, una di quelle formule che non dicono per dire. Là, dove il libero arbitrio è sovrano, la legalizzazione delle droghe e il sesso libero sono una conquista, nel 2006 è nato il PNVD, acronimo di carità, libertà e diversità, partito noto anche come “schieramento dei pedofili”. Nel 2010 è stato chiuso per la fedina penale del fondatore: abusi sessuali su un undicenne e detenzione di materiale pedopornografico. Che sorpresa! A quella latitudine sono così ingenui da credere che il fondatore fosse un monaco trappista? Si creda ciò che si vuole, la verità è che la biglia, una volta imboccata la china, non può risalire. A Bruxelles, oltre alle sedi istituzionali europee, oltre alla von der Leyen che minaccia Orban di bloccare i 7 miliardi  del Recovery plan destinati al popolo ungherese se non ritira la legge sulla transfobia,  il  vice primo ministro del nuovo governo è la verde Petra De Sutter, primo ministro transgender della storia europea, determinatissima promotrice della legalizzazione della maternità surrogata. Cosa accadrebbe a chi dovesse opporsi?

Referendum sulla giustizia…l’opinione di Rita Faletti

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Politica e giustizia si sono incontrate al livello più basso nella scala della credibilità. Dei politici si pensa e si parla male da sempre, anche gratuitamente e generalizzando. Sull’onore dei magistrati si è andati cauti, si sono fatti dei distinguo e il volume della voce non si è mai alzato al di sopra del bisbiglio. Come si può mettere in dubbio l’integrità di chi amministra la giustizia? Il rispetto per la toga sfiora la soggezione e acuisce la percezione della distanza tra il cittadino comune e il magistrato. Circondato da un alone di sacralità e tronfio del proprio potere, l’uomo di legge rivendica con forza l’indipendenza delle proprie funzioni con cui camuffa i propri interessi corporativi. In poco meno di trent’anni, responsabile la debolezza della politica, le Procure infernali hanno fatto man bassa di politici, imprenditori e amministratori. Finiti nel tritacarne del giustizialismo con la schiuma alla bocca, e in contiguità con certi giornali. Le Procure hanno investito sulla cultura del sospetto, costruito teoremi invece di cercare prove, sostituito alla presunzione di innocenza la presunzione di colpevolezza, confuso penale e morale, interpretato la legge invece di applicarla, calpestato il diritto dell’imputato al giusto processo. Fino a quando, dietro la superiorità presunta e l’intoccabilità pretesa, è spuntata la verità, e il palco è crollato con il fragore da motore di aereo in decollo. Per l’ironia maligna della legge del contrappasso, la magistratura si trova oggi sul banco degli imputati, quello che aveva assegnato ai politici.  Di fronte al discredito totale, la riforma della giustizia, da tempo rivendicata da una parte non minoritaria del Paese, ma ostacolata in tutti i modi dai diretti interessati, è diventata improcrastinabile. Affidata al ministro Cartabia, entro la fine di luglio verrà presentata in Parlamento. Scettico sui risultati, per la convinzione che con Pd e M5S non potrà esserci nessuna vera riforma della giustizia, Salvini ha preferito la via referendaria con i Radicali. Enrico Letta, che dai primi giorni del governo Draghi fa di tutto perché Salvini se ne vada per incompatibilità con il governo, lo ha accusato di servirsi del referendum come strumento di lotta politica. Mario Perantoni, M5S, afferma che i quesiti referendari hanno lo scopo di imbrigliare la magistratura e limitarne l’indipendenza facendo del garantismo un cavallo di battaglia. E Letta, desolante come al solito nella sua pusillanimità, per non incrinare i rapporti con il Movimento e il suo gigante del diritto Alfonso Bonafede, introduce l’alternativa repellente tra giustizialismo e impunitismo. Termine, quest’ultimo, che nulla ha a che vedere con il garantismo di matrice liberale, ma che vorrebbe descrivere la posizione di chi invoca il garantismo per assicurarsi l’impunità. Espediente retorico vuoto e molto al di sotto di: né con lo Stato, né con le Br. Per tornare ai quesiti referendari, sei in tutto, i più importanti sono la responsabilità civile dei magistrati, la limitazione della custodia cautelare e la separazione delle carriere, presente in tutte le democrazie occidentali.

Tra novatori e conservatori…l’opinione di Rita Faletti

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Il Vaticano tra due fuochi: innovare o conservare? A questo si è arrivati, dal momento che una risposta chiara da parte di chi dovrebbe darla non è ancora giunta. Se la domanda fosse rivolta ai vescovi tedeschi non ci sarebbero dubbi. Assolutamente innovare. E’ quello che sostiene il cardinale Reinhard Marx, già presidente della Conferenza Episcopale della Germania e tra i più convinti sostenitori di Francesco. Almeno fino all’altro ieri. L’alto prelato ha infatti presentato al Papa le dimissioni dalla guida della diocesi di Monaco e Frisinga  a causa della “catastrofe” degli abusi sessuali compiuti da uomini della Chiesa tedesca nei decenni scorsi. Marx ritiene se stesso corresponsabile di quei crimini per aver taciuto, non volendo macchiare la reputazione della Chiesa. Serve una riforma, ha detto, un “punto di svolta”, una “via sinodale permanente” che risolva la crisi sistemica in cui è sprofondata la Chiesa mondiale. E qui salta fuori la questione dell’abolizione del celibato sacerdotale che spiega il gran fermento che agita da tempo i vescovi tedeschi. Francesco si era già espresso con un “nein”, preoccupato che la fine del celibato sacerdotale fosse il primo passo verso il matrimonio tra preti omosessuali. In effetti, concedere ai preti di sposarsi non limiterebbe gli abusi, dal momento che l’80 per cento di essi riguarda preti omosessuali che non avrebbero alcun interesse a unirsi in matrimonio con una persona dell’altro sesso. E’ vero che non tutti i preti omosessuali sono pedofili, ma è altrettanto vero che la maggior parte dei preti pedofili è omosessuale. Ora il Papa è in un bel guaio che lui stesso ha causato con le sue molte aperture, tra le quali aver concesso autorità dottrinale alle conferenze episcopali nazionali. I vescovi tedeschi hanno detto chiaro e tondo che non intendono tornare indietro e così Francesco è di fronte a un bivio: fermare o avallare il sinodo. Acque agitate anche negli Stati Uniti, all’interno della Conferenza episcopale. La vittoria del cattolico Joe Biden doveva essere garanzia del legame inscindibile tra la Casa Bianca e Santa Marta, tra Washington e Roma. I media hanno strombazzato sulle abitudini religiose del presidente, messe mattutine, riferimenti a Sant’Agostino, dimenticando che poco prima avevano criticato l’ostentazione della fede. E vabbè, ma Biden è un dem, mica un becero sovranista che mostra la Bibbia al contrario. Eppure, il mondo cattolico americano ha preferito , seppure con un margine ridotto,  quel becero sovranista di Trump al cattolico Biden. Non solo, ma il presidente dei vescovi, mons. Horacio Gomez, fregandosene della cortesia istituzionale, ha accusato Biden di perseguire politiche che promuovono i mali morali e minacciano la vita e la dignità umana: aborto in primo luogo, contraccezione, matrimonio tra sacerdoti e tematiche gender. Si ritorna alla difesa dei valori non negoziabili? Pare di sì. E non basta, perché nella Chiesa americana si è aperta un’ulteriore lacerazione, difficilmente ricomponibile, tra l’ala conservatrice guidata da mons. Gomez, che è anche arcivescovo di Los Angeles, la più grande diocesi americana, e l’ala liberal che rappresenta il nuovo corso, capeggiata dall’arcivescovo di Chicago Blase Cupich. La spaccatura, che non solo coinvolge i vescovi ma turba profondamente i cattolici americani, riguarda l’eucaristia che Gomez intende negare agli esponenti politici favorevoli ad aborto, eutanasia, promozione del gender. Le ripercussioni, gravi, non lasciano indenne il Vaticano, per via di una frase pronunciata da Bergoglio: “L’eucaristia non è il premio dei santi, no, è il pane dei peccatori”, che contrasta con il catechismo che è esplicito: “Chi vuole ricevere Cristo nella Comunione eucaristica deve essere in stato di grazia”. Biden è cattolico devoto, ma pro choice, a favore dell’aborto. Come può considerarsi cattolico e con quale coerenza accostarsi al sacramento dell’eucaristia uno che nega ai bambini non nati il diritto umano e civile per eccellenza, il diritto alla vita? Una bella grana per Francesco nel momento in cui le mura della Chiesa scricchiolano non poco. Intanto dal Vaticano arriva un segnale: modificare il ddl Zan. Potrebbe essere il preludio a un’inversione di marcia. A che prezzo? Il ravvedimento di Francesco o le dimissioni? Una cosa è certa: non si può lanciare il sasso e nascondere la mano.

Crisi irreversibile della Chiesa…l’opinione di Rita Faletti

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Ordine e caos convivono in un continuo divenire che prepara il passaggio da una fase alla successiva. Nel mezzo, un periodo di transizione che aiuta a capire la direzione del cambiamento. Evoluzione o regressione? La Chiesa sta vivendo la sua fase di transizione, iniziata nel 2013 con il pontificato di Bergoglio. Allora fu subito evidente che il Papa argentino si sarebbe impegnato a rompere con la tradizione e trasformare la Chiesa. Grandi aspettative nel mondo del laicismo e del progressismo di sinistra, che non aveva apprezzato la posizione definita conservatrice di Papa Ratzinger, neanche la Chiesa fosse un partito politico. Si voleva e si auspicava, anche tra gli innovatori del clero, una svolta che tenesse in considerazione le richieste e le esigenze della società. Il tratto famigliare di Papa Francesco e il suo amore per i poveri affascinarono credenti e politici di tutto il mondo, che lo citavano ogni qualvolta si rendeva necessaria una iniezione di popolarità. Persino Donald Trump, che voleva innalzare muri, fece visita al Papa che li voleva abbattere. Oggi però, la rivoluzione bergogliana annunciata e acclamata è a un punto morto, la Chiesa è senza voce, il clero allo sbando e i fedeli cattolici, che nel mondo sono numerosi benché in calo, disorientati e smarriti. Su Repubblica, Melloni parla di “tempesta imminente” per la Chiesa. Era tutto scritto.

La ragazza che voleva vivere…l’opinione di Rita Faletti

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Che abbiamo un problema con l’islam è parso evidente quando stampa e notiziari hanno evitato con cura di usare il termine femminicidio nel dare le prime notizie della scomparsa e probabile uccisione di Saman Abbas, la giovane pachistana che si era opposta al matrimonio combinato deciso dalla famiglia. Il neologismo “femminicidio” è entrato a far parte del lessico comune con un significato preciso: “qualsiasi forma di violenza esercitata in maniera sistematica sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione di genere e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico della donna in quanto tale, fino alla schiavitù o alla morte”. La definizione descrive alla perfezione la tragedia della povera Saman, che ancora minorenne era stata ospitata in una struttura per sottrarsi agli abusi di una famiglia che le imponeva l’obbedienza all’islam e alle sue regole. In Pakistan, delitti come questo sono frequenti, anche per forme lievi di disobbedienza. Anni orsono mi trovavo in quel paese e lessi in un giornale una notizia da far accapponare la pelle: una donna era stata ammazzata, tagliata a pezzi e sotterrata nel giardino di casa.  “Qui succede e nessuno si stupisce” disse Ashraf, la nostra guida. Una zanzara ti vola attorno con troppa insistenza? La spiaccichi contro qualcosa e te ne liberi. In Italia, come  in molta parte d’Europa, i media non hanno scrupoli lessicali: un femminicidio è un femminicidio, sempre che il contesto nel quale il crimine si è consumato sia nostrano e nostrani gli attori. Saman era pachistana di fede islamica e aveva deciso che voleva vivere all’occidentale. “Per chi abbandona l’islam c’è la morte” ha detto il fratello di Saman, che ora vive in una comunità protetta. Chi considera l’islam una religione alla stregua delle altre, ignora la verità. Islam non è solo religione, è politica, rapporto uomo-donna, gesti precisi nella preghiera, modo di vestirsi, di parlare. Tutto è islam, è un’esperienza totalizzante che non ammette deroghe. Questa è la sua forza e insieme la sua debolezza in quanto ostacola ogni possibilità di comprensione della complessità della realtà e di dialogo con le altre religioni e culture. Saman è stata uccisa da un parente per aver commesso il peccato di disobbedienza all’islam, disobbedendo alla famiglia e macchiandone l’onorabilità. La “sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale” , che è il movente di questo omicidio, ha fatto arretrare i media che hanno preferito scantonare pilatescamente di fronte a un termine in uso in occidente per l’occidente, come dire che il femminicidio è un delitto che appartiene all’uomo bianco. Islam, sharia, delitto d’onore, espressioni introvabili nei vari articoli di giornale che si sono occupati della vicenda. Ritrosia, ipocrisia, sudditanza? Qualunque sia la ragione, è grave. C’è poi l’universo femminista, sempre in prima fila a condannare il catcalling e accusare l’uomo di sessismo. La Murgia, quella che si sente turbata dalla divisa del generale Figliuolo, forse preferirebbe un tranquillizzante pareo a fiori, ha dichiarato: “Non sopporto di sentire che non tutti gli uomini sono maschilisti”. Ma guai a sfidare il patriarcato islamico con tutto il suo ricco armamentario di fatwe, minacce, violenze e morte; si potrebbe incorrere nell’accusa di razzismo e islamofobia. Chiediamoci piuttosto se la nostra vigliaccheria non sia per caso complice della scomparsa di Saman e di tante altre donne che come lei hanno avuto e avranno il coraggio di ribellarsi contro la barbarie di una cultura che non sopporta nemmeno di vederle ridere.

A Roma non vincerà il migliore…l’opinione di Rita Faletti

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Renzi non ha dubbi: “Se fossi romano voterei per Calenda”. Zingaretti sottoscriverebbe pensando all’alternativa Raggi. “Sarebbe una catastrofe per Roma”, disse da segretario nonostante l’asse Pd-M5S fosse sul punto di nascere. E Conte gli assicurò che avrebbe convinto la sindaca a ritirare la propria candidatura. Altri tempi, altro governo, altra maggioranza.  Ma Virginia è una costante e non ci pensa nemmeno a ritirarsi. Più convinta che mai a ricandidarsi  e “concentrata su Roma” ora che dice di essere in possesso dell’esperienza e della competenza necessarie a completare nei prossimi anni il lavoro iniziato. Quale, di grazia? Inconcludente e incapace come in generale si sono dimostrati i grillini, con essi ha in comune la stessa abitudine di sottacere i fallimenti o attribuirne le responsabilità a chi c’era prima. Un’autodifesa che non regge dopo cinque anni di amministrazione sciagurata durante i quali si è spesa in promesse di progetti surreali, al posto di fare quello che logica e buonsenso avrebbero suggerito. Tappare le buche delle strade, tagliare alberi, pulire tombini – giorni fa Roma è finita sott’acqua come ai tempi di Ignazio Marino contro il quale il Movimento si scatenò con furia giacobina – rinnovare un parco autobus obsoleto e risolvere il problema rifiuti, magari costruendo un termovalorizzatore di ultima generazione come quello nel cuore di Copenhagen.  Già, ma là ci sono i danesi a decidere mica i grillini, che confondono un inceneritore con un termovalorizzatore e con la scusa di un ambientalismo casereccio, ultima bandiera da difendere assieme alla riforma Bonafede, preferiscono esportare ovunque tonnellate di rifiuti a qualsiasi prezzo. Alla capitale non serviva una laurea presa a Harvard, ma un amministratore capace. Oggi la Raggi crede di essere uscita dalla dimensione dell’uno vale uno ed essere entrata nel paradiso degli amministratori esperti perché sta facendo asfaltare qualche strada,  chiudere qualche buca e riparare qualche cordolo. Ci vuole altro oltre ai rattoppi per convincere gli elettori delusi. Virgy può comunque contare sugli smemorati, che in Italia sono una categoria nutrita. Per lei voteranno i soliti visionari che vedono complotti ovunque e ad essi attribuiscono i flop dell’amministrazione targata Raggi e gli opportunisti che hanno sostenuto la sindaca e continuano a farlo per ragioni di interesse personale. Naturalmente tra i sostenitori ci sarà anche il Movimento. Su Gualtieri punta invece il Partito democratico,  sicuro che l’ex ministro dell’Economia si aggiudicherà la vittoria alle primarie.  E la poltrona di sindaco? Come potrebbe finire la sfida Raggi-Gualtieri al secondo turno, ammesso che arrivassero entrambi all’appuntamento?  La sfilza di insuccessi di Virginia- segnaliamo anche il dilettantismo per il doppio errore sulla targa a Ciampi o sorvoliamo?- sarebbe un motivo più che sufficiente per fare gli scongiuri contro la sua rielezione. Dovesse avere la meglio, per il Pd sarebbe una bruciante sconfitta perché è innegabile che il consenso a livello nazionale non potrà non passare per Roma.  Che Letta ci abbia tenuto a sottolineare che pur sempre di amministrative si tratta, è la spia di una preoccupazione. Ma la lotta per la conquista della capitale  non finisce qui. Il centro destra è finalmente giunto a un accordo e ha estratto dal cilindro due nomi: Enrico Michetti, fortemente voluto dalla Meloni, e Simonetta Matone sostenuta da Lega e Forza Italia. Chi sono? La Matone è un magistrato dal curriculum blasonato,  Michetti è avvocato e professore di Diritto degli enti locali all’università di Cassino,  noto ai romani per i suoi interventi radiofonici a Radio Radio. Personaggio politicamente indefinibile per le dichiarazioni ondeggianti da un estremo all’altro, dal comunismo al fascismo, comprensivo coi No-vax  e favorevole ai vaccini, il fantasmagorico prof ha le caratteristiche del qualunquista ma coltiva l’ambizione di riportare Roma al glorioso passato dei Cesari e dei grandi papi. “Con me Roma tornerà caput mundi”. Ma non ha un piano. Abituati a vederne di tutti i colori, i romani potrebbero preferire un affabulatore  a Carlo Calenda, unico candidato credibile e capace in questo campionario, in grado di curare i mali di una capitale che più malmessa non si può.

Effervescenza e impasse nella maggioranza… l’op. di Rita Faletti

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Conte si prepara a richiamare all’ordine le truppe scompaginate del Movimento e irreggimentarle. Sarà un Conte di lotta e di governo. Di governo dei suoi e di lotta contro il governo Draghi. E’ quello che gli ha consigliato Travaglio e Travaglio è la Bibbia o il Corano, secondo i gusti. Entro fine giugno ci sarà un nuovo statuto, un nuovo codice dei principi e dei valori e una nuova piattaforma ora che il divorzio da Casaleggio e da Rousseau è stato deciso con la mediazione di 300 mila euro invece dei 450 mila che i parlamentari usciti dal Movimento avrebbero dovuto versare nelle casse della Casaleggio associati. Intanto, Giancarlo Cancelleri, intervistato questa mattina, ha voluto spegnere i bollenti spirti delle “sentinelle” guidate da Lezzi e Morra, intenzionate a continuare sulla linea del dissenso a Draghi: non è in discussione il sostegno a questo governo. Una gran confusione che non merita troppa attenzione. Sul fronte del Pd, le cose non vanno  meglio. Sono nate altre correnti per fare felice Letta che predica l’unità e non si accorge che il suo partito va nella direzione opposta. Alla faccia dell’autorevolezza. Dopo lo ius soli, l’appoggio alle battaglie identitarie, la citazione del saggio di Piketty contro il capitale, la tassa di successione ai ricconi come dote per i diciottenni, che Letta difende invitando a guardare oltre Oceano adesso che c’è il democratico Biden (non dice però che negli Usa i redditi superiori a 400 mila dollari, 328 mila euro, pagheranno il 39,6% mentre in Italia sopra i 75 mila euro l’imposizione fiscale è pari al 43%), l’ultima esilarante trovata del segretario del Pd è rendere obbligatorio cantare “Bella ciao” dopo l’inno di Mameli. Il solito tentativo di indottrinamento delle sinistre. Una gigantesca retrocessione mentre il mondo corre in avanti. Comincio a pensare che ci fosse del cinismo nella decisione di Zingaretti di lasciare la segreteria del partito e consegnarla a Letta. Dunque, restauro del Movimento e rattrappimento del Pd da una parte, e dall’altra? Nel centro destra il più vivace di tutti è Salvini. Da sovranista a europeista, da giustizialista nel governo gialloverde a garantista nel governo Draghi, dalle felpe alla giacca e cravatta, oggi Matteo Salvini ha una gran fretta di federarsi con Forza Italia. A proporlo per primo Silvio Berlusconi, che dopo le reazioni negative di Mara Carfagna e Mariastella Gelmini, arretra su posizioni di maggiore prudenza. L’obiezione più diffusa riguarda i tempi: la fusione a freddo non paga, serve incontrarsi e riflettere. E forse c’è anche chi non si fida del senatore leghista che pensa soprattutto alla rivalità con Giorgia Meloni che lo incalza nei diversi sondaggi. La federazione con Forza Italia lo metterebbe al sicuro e sarebbe una garanzia nel dopo Draghi, quando, nel 2023 si tornerà alle urne. La questione riguarda Palazzo Chigi: se il centro destra vincerà, cosa non improbabile, un solo voto decreterà chi dovrà essere il premier. Giorgia o Matteo? Quindi, la federazione avrebbe una funzione strumentale. Ma tutto è strumentale in politica, si dice. Ammesso che sia così, il vantaggio sarebbe anche di Forza Italia, ormai di piccole dimensioni, che metterebbe al sicuro 50 seggi. E c’è chi sostiene che attraverso la federazione, Salvini e la sua Lega otterrebbero un lasciapassare verso i popolari della Ue. Nel frattempo, nell’incontro con Draghi, Salvini ha detto: “Nessuno ti sarà fedele come la Lega”. Sarà vero?

Rivoluzione Pubblica amministrazione…l’opinione di Rita Faletti

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Il nostro paese non si fa mancare nulla, nel bene e nel male, e siccome è soprattutto il male che va combattuto, nel 2008 Renato Brunetta, allora ministro della Funzione pubblica nell’ultimo governo Berlusconi, si mise in testa di combattere il male che riteneva essere più profondamente radicato nel paese: l’assenteismo. Obiettivo che nessun politico e nessun partito, neanche il più masochista, aveva mai pensato di inserire nel proprio programma per motivi appena ovvi. I Cinque stelle infatti furono premiati alle politiche del 2018 perché puntarono a scavalcare il tanto vituperato assenteismo dei fannulloni con la promessa di un reddito per stare seduti sul divano. Una vera furbata! Per tornare al Brunetta del 2008 e alla sua campagna a favore della cultura del lavoro che intendeva stimolare nel settore pubblico che non ne voleva sapere, il ministro escogitò un sistema per controllare la produttività dei dipendenti statali in relazione al tempo dedicato al lavoro. Fece piazzare i tornelli, dispositivi girevoli a crociera che consentono il passaggio di una persona alla volta, all’ingresso principale di Palazzo Chigi, cuore del governo, che impiegati semplici e funzionari dovevano azionare con un badge in entrata e in uscita. Stessa cosa in tutti gli uffici pubblici. La trovata, insieme ad altre misure,  produsse un risultato mai raggiunto prima: in tre mesi le assenze per malattia furono ridotte del 50 per cento e la produttività aumentò considerevolmente. Brunetta si prese tutti gli insulti possibili da sindacati e avversari politici finché con lo spread arrivò un altro governo e l’esperimento fu interrotto. Un peccato dal momento che alcune idee erano anticipatrici di una visione dell’Europa che si sarebbe concretizzata, anche se a seguito di una pandemia. La decisione di mutualizzare il debito per affrontare la crisi economica provocata dal Covid, ha segnato una svolta importante in senso solidale ed è una premessa per una collaborazione attiva tra i partner europei. Quello che Brunetta aveva in mente di fare era qualcosa che avrebbe avvicinato i paesi dell’Unione: ciascun dirigente della Pa, ad ogni passaggio di carriera, avrebbe dovuto fare sei mesi all’estero a contatto con i colleghi degli altri paesi. Uno scambio di esperienze e un approccio alle lingue di cui avrebbero beneficiato i singoli e gli stati. Un progetto visionario che Brunetta si ripromise di riprendere alla prima occasione. Con Draghi che gli ha affidato il ministero della Pubblica amministrazione, il tenace ministro può oggi dirsi soddisfatto per aver condotto a termine un’impresa che, in silenzio e evitando frizioni e scontri  con i soliti fan dello status quo, una volta approvati i decreti attuativi, può a ragione definirsi la madre di tutte le riforme. E’ stata concepita in parte per l’attuazione del Pnrr e con questa finalità riguarda un piano straordinario di assunzioni a tempo determinato, cioè fino al 2026, di professionisti di alto livello dotati di dottorato di ricerca e almeno due anni di esperienza all’estero in organismi  internazionali. C’è poi la parte che va oltre quella data e coinvolge il personale interno. L’obiettivo fissato dal ministro risponde alla necessità di riconoscere e valorizzare il merito e fare dipendere le promozioni di coloro che già lavorano nella Pa dalle competenze manageriali e gestionali maturate sul campo. Dunque un via libera al merito e alle competenze che cade con la presidenza del Consiglio affidata all’uomo che della competenza è il più autorevole rappresentante e una netta discontinuità con i due governi precedenti.

Salute e lavoro devono convivere…l’opinione di Rita Faletti

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La questione Ilva è lontana dal trovare una soluzione che contemperi acciaio e ambiente, lavoro e salute. Nel resto del mondo si è trovata. Da noi, al contrario, si è diffusa nel tempo la convinzione manichea che non sia possibile produrre acciaio senza inquinare l’ambiente e ledere la salute di lavoratori e cittadini. E’ di lunedì scorso la sentenza di primo grado del processo “Ambiente svenduto”, iniziato nel 2012, che ha emesso pesanti condanne a carico dei Riva, rispettivamente 22 e 20 anni, per associazione a delinquere finalizzata a disastro ambientale eccetera e 3 anni e mezzo per concussione aggravata a Vendola, allora governatore della Puglia. Avrebbe cercato di esercitare pressioni per ammorbidire il rapporto di Arpa. Intanto, l’impianto resta attivo in attesa della pronuncia del Consiglio di Stato, che potrebbe decretare la chiusura dell’area a caldo. Sarebbe un disastro occupazionale, gestionale e economico senza escludere i danni alla salute com’è suffragato dall’esempio di Piombino, oggi uno scheletro che continua a inquinare anche dopo la chiusura dell’altoforno in attesa dell’elettrico che non è arrivato. La tormentata vicenda dell’ex Ilva di Taranto copre un arco di tempo di 60 anni, dal 1960, quando lo Stato fondò lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa per la produzione dell’acciaio.  Si chiamava Italsider e l’inquinamento ambientale iniziò allora e aumentò con l’aumento della produzione. Nel 1975 ci fu il raddoppio dell’impianto e il “ciclo integrale”, quello che dà l’acciaio migliore, divenne più poderoso. Allora non si parlava di inquinamento ambientale né delle conseguenze sulla salute umana. L’azienda era lavoro, fonte di sostentamento, orgoglio degli operai che erano stati contadini, occupazione per coloro che avevano titoli di studio inutilizzabili a meno di accettare un lavoro in nero. Ci si ammalava ma si ignoravano le cause. Eppure i rischi erano stati segnalati e si conoscevano, ma si taceva. Le prescrizioni ambientali venivano ritardate per legge in cambio di un dimezzamento della produzione con il consenso colpevole dei rappresentanti delle istituzioni locali, della città, della regione, di sindacalisti e giornalisti, tutti d’accordo nel chiudere un occhio, cedere alla lunga deplorevole abitudine di arrangiarsi. Lo Stato e tutti quelli che avrebbero potuto, non fecero nulla di risolutivo per ridurre le pericolose emissioni. Non solo, c’è un particolare di cui si tace che aggrava la posizione dei colpevoli di allora: i piani regolatori del quartiere Tamburi, adiacente agli stabilimenti, furono cambiati per consentire la costruzione di nuove case che andarono progressivamente a lambire l’area del siderurgico. Poi, nel 1990 , fu disposto il sequestro senza facoltà di uso dell’area a caldo e cinque anni dopo il governo decise di privatizzare l’azienda che fu venduta ai Riva nelle cui mani rimase fino al 2012.  Il contratto con i nuovi proprietari stabiliva il mantenimento della produzione da ciclo integrale e il mantenimento occupazionale, senza però l’introduzione di nuove tecnologie necessarie a fermare le emissioni. Per tutta la durata della gestione, secondo il tribunale di Milano che con quello di Taranto si è occupato della faccenda, i Riva  hanno sostenuto costi elevati sia in materia di ripristino ambientale sia in materia di ammodernamento e costruzione di nuovi impianti, osservando anche i limiti emissivi stabiliti dalle leggi e anticipando le tecniche di seconda generazione che sarebbero entrate in vigore solo nel 2018. Nonostante questo, le denunce di inquinamento e le morti costrinsero la magistratura a intervenire e affidare a commissari ministeriali la gestione dell’azienda. Purtroppo, la sanificazione non ci fu e i decessi continuarono. Nel 2014, Letta presidente del Consiglio e Orlando ministro dell’Ambiente promisero l’inizio di una nuova economia ambientale. Alle parole non fecero seguito i fatti.  Oggi  Taranto e il Paese sono sospesi alla decisione del Consiglio di Stato e ostaggi della demonizzazione di un’azienda che, se dotata delle tecnologie adeguate, potrebbe produrre l’acciaio che siamo costretti ad importare: 4 milioni di tonnellate a 600 mila euro la tonnellata contro le 400 mila di prima. Se disastro ambientale c’è stato, lo Stato non può negare di aver avuto le proprie responsabilità.Salva

Il Giallo estivo di Travaglio…l’opinione di Rita Faletti

Rita Faletti

Maggio 30, 2021 – 11:41

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Proprio non vuole arrendersi. Le ha provate tutte, da ispiratore, da sostenitore, da suggeritore, da consigliere, da difensore strenuo, Marco Travaglio è uomo dalle mille risorse che oggi si cimenta in un genere che ancora non aveva sperimentato: il giallo politico. Copertina accattivante che ricorda molto da vicino i Gialli Mondadori, titolo suggestivo, “I segreti del Conticidio”, contenuto prevedibile. Ospite abituale della Gruber trattato coi guanti, il direttore del Fatto ha presentato la sua ultima fatica a Otto e mezzo e anticipato il racconto del complotto che sarebbe stato ordito per abbattere Conte e preparare l’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi. Travaglio non ha chiamato in causa “i poteri forti” di cui invece sospetta Bettini nella tesi secondo cui l’ex premier sarebbe stato giudicato un osso duro e poco malleabile rispetto a Draghi, ma riserva un ruolo centrale all’innominabile, appellativo scelto dal giornalista per riferirsi con disprezzo a Matteo Renzi. Ebbene, Travaglio sostiene che il leader di Italia viva abbia iniziato a trafficare subito dopo l’insediamento di Conte, determinato a “uccidere la sua creatura ancora nella culla”. Come sia riuscito a provarlo ce lo spiega Travaglio stesso: la fonte dell’informazione è una persona molto vicina a Matteo Salvini. Viene da chiedersi allora perché il Fatto, sempre pronto a rovistare nelle immondizie, non si sia precipitato a dare la succosa news. Ma su questo la conduttrice sorvola, più interessata a sapere come mai i lavori alla subdola trama si siano interrotti. Semplice, dice Travaglio, scoppiò la pandemia e in seguito Conte riuscì a portare a casa 34 miliardi di euro aggiuntivi a quelli stanziati dalla Commissione europea. Una bugia che in mezzo a cose non dette, cose inventate e teorie indimostrabili, con la precisa volontà di costruire una storia che si adatti alla tesi finale, è diventata verità a forza di essere ripetuta. Sì perché i fondi messi a disposizione dei vari paesi erano stati stabiliti in proporzione alle dimensioni della crisi. L’Italia è in cima alla lista dei beneficiari. Galvanizzato dalla sua stessa narrazione, Travaglio accusa di cospirazione persino il presidente della Repubblica. All’obiezione della Gruber che fa notare che Mattarella aspettò con pazienza che il presidente della Camera Fico riferisse che i numeri per il Conte ter non c’erano, ripiega sull’accusa di ricatto: o un governo guidato da Draghi o le elezioni. Un libro da leggere sotto l’ombrellone tra una chiacchiera e l’altra, per scoprire che forse l’era del complottismo è giunta al capolinea. Dopo il suicidio di Grillo, il declino del populismo e della gogna mediatica bollata da Di Maio come imbarbarimento, Travaglio si trova in mano un’arma spuntata che non potrà più usare contro i nemici politici del Movimento che si avvia verso una inevitabile scissione. Dopo la torsione normalizzatrice del grillino meno grillino e più smart di tutti.

Potrà Letta stare sereno? …l’opinione di Rita Faletti

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Dopo una guerra si ricostruisce quello che è stato distrutto. Non sempre, non tutto, non nello stesso identico modo, evitando gli errori di prima, cercando soluzioni migliori, rispondendo a nuove esigenze, ottimizzando tempi e risorse a disposizione. La pandemia, paragonata con affermazione esagerata a una guerra,  ha segnato una cesura rispetto alla vita precedente e bene sarebbe evitare di farsi prendere dalla nostalgia tentando intemerate mosse di recupero di quello che in un anno e mezzo ha dimostrato di non funzionare. Mentre una parte di mondo sta ancora dibattendosi e cercando disperatamente di liberarsi dalle grinfie del virus, c’è un’altra parte che grazie all’arma dei vaccini si è rimessa in moto. Il nostro paese non è tra quelli che sanno cogliere al volo le occasioni, stenta a sintonizzarsi con il nuovo, abbarbicato com’è a cattive abitudini e ostile al cambiamento che non sia puro restyling. Lumaca o gambero secondo le situazioni, il Partito democratico è oggi la rappresentazione plastica dell’avversione al cambiamento e alle riforme, indispensabili non perché ce le chiede l’Europa, alibi per scongiurare l’assunzione di responsabilità, ma per dare alla struttura dello stato un minimo di decenza. E’ quanto il paese spera che il governo Draghi attui oltre alla campagna vaccinale e al Piano nazionale di ripresa e resilienza. E’ quanto l’ampia ma scombinata maggioranza dovrebbe perseguire avendo dato il proprio appoggio all’ex banchiere. Ma più ci si avvicina a temi caldi e divisivi, come la semplificazione burocratica  e il blocco dei licenziamenti, più i singoli partiti danno segni di insofferenza e cercano di tirare il presidente del Consiglio dalla loro parte. E proprio il Pd, inizialmente dichiaratosi convinto sostenitore del nuovo governo, il partito che potrebbe aspirare a guidare il paese in futuro, mostra evidenti difficoltà a cambiare oltre la pelle e il nome, anche e soprattutto la sostanza e gli obiettivi del vecchio Pci. Liberato dall’invadenza mediatica di un ex premier inconcludente, dai fallimenti di un catastrofico commissario all’emergenza che ha sperperato soldi pubblici, dal capo della Protezione civile Borrelli, da Parisi, presidente dell’Anpal e ideatore dei navigator, colui che avrebbe dovuto trasformare i sussidi in posti di lavoro, il Partito dei democratici continua a perseguire un’alleanza controproducente con un movimento malridotto, riuscito, tra le altre cose, a distinguersi per aver pessimamente amministrato le città in cui era stato eletto, una su tutte la Capitale. Il nuovo segretario ricalca le orme di Zingaretti costretto a lasciare per i mugugni e il malcontento di chi dissentiva sulla linea consigliata da Goffredo Bettini, il quale, ancora, vede un Pd spostato a sinistra con un M5s neocentrista guidato da Conte. Il super democristiano Letta non dà segni di rendersi conto che la realtà è cambiata e ogni giorno si inventa un diritto da difendere piuttosto che occuparsi dell’agenda di governo. Mancanza di immaginazione o precisa volontà di disturbo nei confronti di un governo troppo “liberista”? Pietrangelo Buttafuoco, con il solito acume ha detto : “Ius soli, ddl Zan, Salvini fetente, Salvini fetente, ddl Zan, ius soli. Il Partito democratico ha rinunciato alla politica per darsi alla commedia”. Ultima trovata del segretario una tassa di successione del 20 per cento che colpirebbe donazioni e eredità superiori ai 5 milioni di euro, finalizzata alla creazione di un fondo di 10 mila euro a favore dei diciottenni. Magra cifra, insufficiente per chi volesse frequentare l’università, una sorta di reddito di cittadinanza che non aiuterebbe i giovani, come tutti i bonus monetari  distribuiti indipendentemente dal merito e per questo diseducativi. Una bandierina simbolica che assicurerebbe al Pd una rendita di posizione. Un attacco alla ricchezza identificata come privilegio di pochi o furto come emerge chiaramente dal verbo utilizzato da Letta: “restituire” alla collettività ciò che è stato tolto. La giustizia sociale non si realizza criminalizzando gli interessi legittimi di chi opera nel mercato libero, che libero deve rimanere, e che assicura a tutti la possibilità di intraprendere e avere successo. Il ruolo dello Stato non è bloccare e impedire, ma facilitare e controllare. Come mai Letta non si preoccupa degli 85/90 miliardi che ogni anno sfuggono all’Erario? Il suo è moralismo confuso e sciocco al quale Draghi ha risposto seccamente: “Questo non è il momento di prendere ma di dare”. E il segretario non si illuda di poter dormire sonni tranquilli di fronte al silenzio dei due capi corrente del partito, Dario Franceschini e Lorenzo Guerini, che dicono laconici: “Noi siamo per l’agenda Draghi”.

Nel mirino tutti i miscredenti…l’opinione di Rita Faletti

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A 11 giorni dall’inizio del conflitto, su 3000 tra razzi e missili lanciati da Gaza sul territorio israeliano, 2500 sono stati intercettati e fermati dal sistema antimissilistico Iron Dome. Un bel numero, ma irrisorio se la Difesa israeliana calcola che sia di 30000 l’arsenale missilistico a disposizione di Hamas e del Jihad palestinese. Finora sono una decina le vittime e più colpite l’area di Tel Aviv e le città di Lod e Haifa. A Gaza i raid israeliani hanno provocato 232 morti, 150 miliziani, gli altri sono civili. La diplomazia internazionale sta lavorando per fermare la guerra e Joe Biden ha chiesto a Netanyahu di ridurre progressivamente l’intensità dei bombardamenti in attesa del cessate il fuoco. Il premier israeliano ha risposto che le operazioni proseguiranno fino a quando si renderanno necessarie, intendendo probabilmente la distruzione dell’intricata rete di tunnel sotterranei, la metropolitana, usata per il trasporto di armi e attrezzature militari. Nonostante l’opinione mondiale schierata con i palestinesi condanni Israele paragonandolo a uno stato nazista, Netanyahu non arretra. Il motivo, elementare da comprendere, è uno e inoppugnabile: difendere il suo Paese e il suo popolo dagli attacchi terroristici. Non si può negare a Israele il diritto di difendersi e di esistere, concetto ripetuto per acquietare le coscienze, ma accompagnato da altri due: la difesa deve essere proporzionata e i civili risparmiati. Due condizioni sempre possibili? La proporzionalità tra offesa e difesa non si può misurare con il bilancino, come il buon senso suggerisce: tu lanci un missile a me io uno a te. Quando sciami di proiettili di fuoco ti arrivano sulla testa senza sosta la risposta deve essere immediata. A pochi interessa chiedersi dove quei 3000 razzi sarebbero caduti se non fossero stati intercettati. Sulle case, sulle scuole, sugli ospedali, sulle sinagoghe, sulle piazze e sulle strade e avrebbero fatto morti tra i civili israeliani, ebrei e arabi. Ma per chi ha in odio Israele, la regola che i civili vanno risparmiati vale solo se i civili sono palestinesi. Nessuno però che si chieda come mai tante vittime della Striscia siano civili. Si dà per scontato che responsabile sia sempre e solo Israele. Bisognerebbe invece chiedere a quei criminali dei terroristi perché mai i loro quartieri generali si annidino nel mezzo dei centri abitati, dove si trova gran parte degli obiettivi militari centrati dalle bombe israeliane negli ultimi giorni, come il palazzo di 13 piani sede dell’ “intelligence” di Hamas. Perché il gruppo terrorista non costruisce altrove le proprie sedi? Semplice: intanto perché essendo dedito esclusivamente ad attività terroristiche, ad esse è interessato, in secondo luogo per avere un motivo in più per poter accusare Israele di assassinio. E Israele cosa dovrebbe fare secondo quei falsi moralisti che ripetono che lo Stato ebraico ha diritto all’esistenza? Troppo ipocriti per ammettere che ne vorrebbero la distruzione sperando così di mettere fine al terrorismo islamista. Alcuni intellettuali sono arrivati a un punto tale di abiezione morale da domandarsi perché gli israeliani non si lascino ammazzare. Simpatizzanti di Hamas che nella sua Costituzione ha scritto che il suo obiettivo è cancellare dalle mappe lo Stato di Israele, simpatizzanti della politica criminale dell’Iran che afferma: “Abbiamo il dovere religioso di annichilire Israele”. Dunque non è tanto una questione territoriale, bensì religiosa. L’antisionismo serve a coprire l’antisemitismo. La conferma viene dal fatto che Barak avesse offerto ad Arafat il 98% della Cisgiordania, Gaza più il settore arabo di Gerusalemme come capitale di un nuovo stato palestinese e per tutta risposta partì l’intifada, e che Sharon abbia ceduto Gaza nel 2005 senza contropartite e subito dopo siano partiti migliaia di missili. La soluzione dei due popoli due Stati non interessa, interessa piuttosto la “soluzione finale”, la stessa progettata da Hitler per sterminare gli ebrei. Chi è nazista allora? In Francia settantasei intellettuali hanno firmato un documento in cui si dice che Hamas non mira alla costruzione di uno Stato palestinese, ma alla distruzione dello Stato ebraico e che di fronte a questa aggressione, la maggior parte della copertura mediatica è surreale. Negli Stati Uniti Richtie Torres, deputato dem di New York, 33 anni, gay, nero del Bronx ha detto: “In questo momento anche la verità è sotto assedio. Sui social media circola una bugia feroce secondo la quale il terrorismo di Hamas è legittima difesa e la legittima difesa di Israele è terrorismo”. Se il totalitarismo islamico vincerà in Medio oriente, anche il nostro futuro è in gioco.

29 dicembre 2008. I palestinesi di Nazareth protestano nelle piazze dopo l’avvio dell’operazione “Piombo Fuso”

Su Israele 800 razzi in 24 ore…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Maggio 12, 2021 – 13:19 –
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Gerusalemme Est 26 dic. 2008 il giorno prima dell’inizio dell’operazione denominata “Piombo Fuso” foto di Giannino Ruzza

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Il conflitto israelo-palestinese non è una novità. È un dato di fatto con un preciso inizio nel tempo, 1948, fondazione dello Stato di Israele, il ritorno degli ebrei nella terra di Abramo. La gioia di tornare a casa e scoprire subito dopo di dover combattere contro la rabbia e l’odio di chi ha deciso di eliminarti. Rivalità tribali che il detestato “intruso” trasforma in alleanze. Da allora Israele non ha mai avuto pace. Non c’è al mondo un popolo che sia stato vilipeso perseguitato e combattuto con tanta ostinazione e violenza, eppure, la comprensione, la compassione e la solidarietà che si regalano con eccessiva generosità a coloro che da sempre sono identificati come le vittime innocenti in un incomprensibile scambio di ruoli, si rifiutano a chi ogni giorno che il sole sorge sa che potrebbe essere l’ultimo. La consapevolezza di avere pochi amici nel mondo e il senso di provvisorietà che ogni israeliano vive profondamente dentro di sé rafforzano l’amore per la vita e rinsaldano la coscienza della comune identità religiosa, il vero collante di quel popolo coraggioso e tenace. Dal divieto alla pace, all’autodifesa, alla solidarietà, alla giustizia, Israele ha tratto la determinazione a difendersi e rispondere con tempestività e durezza agli attacchi del terrorismo. L’antisemitismo sempre più diffuso in Europa, Germania e Francia principalmente, non ha a che fare solo con l’inarrestabile ascesa del fanatismo islamista, ma ben più vergognosamente trova sostenitori nelle fasce sociali medio-alte con simpatie sinistrorse, dove gli ammiccamenti al terrorismo palestinese da una parte e i legami con il potere costituito dall’altra sono rivelatori di un antico vincolo naturale. La difesa, a parole, dei deboli e dei poveri. Nei fatti l’ultima preoccupazione. Fatah e Hamas nella stessa giornata in cui Israele festeggia la sorprendente vittoria del 1967 contro le forze alleate di Egitto, Giordania e Siria, nella guerra del Kippur, commemorano il giorno della Nakba per i palestinesi, la catastrofe, un’occasione per fare discorsi minacciosi carichi di retorica perché la retorica premia più del pragmatismo in una campagna elettorale finalizzata al mantenimento del potere dove l’odio contro il nemico è l’ingrediente abituale. Nelle ultime 24 ore, sono piovuti da Gaza sul territorio israeliano 800 razzi, 7 su Gerusalemme, fermati dal sistema di difesa missilistico Iron Dome. Immediata la risposta israeliana: raid aerei bombardano un palazzo di 13 piani a Gaza, sede di Hamas, e dopo il successivo sciame un altro palazzo viene abbattuto. Ma Israele non infligge danni irreparabili alle fazioni armate, anzi, informa il nemico dell’attacco per consentire l’evacuazione. Un atto di moralità, ma perché farlo quando dall’altra parte a un neonato ancora in fasce viene inculcato l’odio verso Israele? L’attacco massiccio dei terroristi di Hamas e dei gruppi armati molto attivi nella Striscia è tutt’altro che improvvisato. Fa parte della cosiddetta “strategia della saturazione” preparata da tempo e finalizzata a testare le capacità di risposta del sistema antimissilistico israeliano a sciami enormi di razzi che puntano contemporaneamente su diversi obiettivi e rendono problematiche le azioni dei raid aerei. Sono prove dimostrative in attesa della prova generale. Una guerra che Hamas e Hezbollah intendono combattere, con l’appoggio dell’Iran che provvede a finanziarli e fornire armi. Tutto normale. Una sola eccezione: gli Emirati hanno twittato scandalizzati contro i razzi di Hamas. L’Europa è rimasta silente come al solito. Gli Stati Uniti di Biden hanno invitato a fermare le violenze. Ipocrita invito che si offre a interpretazioni ambigue, una peggiore dell’altra. L’occidente comincia a fare davvero schifo. Come si comporterà Israele se messo alle strette? Ci si avvia verso un altro 1967? Nel qual caso, l’auspicio è che lo stesso risultato di allora si ripeta.

Fedez nuovo eroe della sinistra? …l’opinione di Rita Faletti

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Karl Popper sosteneva che una società aperta e tollerante deve imporre un limite alla sua stessa tolleranza. Essere un artista con milioni di follower dà la libertà di salire su un palco per fare propaganda politica a favore o contro qualcosa o qualcuno? Fino a che punto? Al concertone del Primo Maggio Fedez ha dato la risposta: “Io sono un artista e dico quello che voglio”. E dal palco, nonostante il tentativo di censura della Rai, è partita la lista di nomi e cognomi di leghisti che hanno detto cose terribili sull’omosessualità. Nulla da eccepire sulla condanna di un crimine e poco importa se puntare il dito contro chi non ha possibilità di replica è diffamazione quando a farlo è un popolare rapper che ha dodici milioni di follower. In questo caso la diffamazione si chiama coraggio. Il crimine è l’omotransfobia, oggetto del ddl Zan, approvato alla Camera e calendarizzato al Senato da Pd Leu e M5s.  Salvini era il vero target dell’attacco frontale, obiettivo scontato e doveroso della sinistra orfana di leader e fattrice sterile in fatto di idee, che ha affidato a una webstar la missione di combattere le battaglie per i diritti civili a cui il partito si è consegnato dimenticando quelle per i diritti sociali, origine del consenso e del legame con la propria base elettorale. I diritti identitari hanno sostituito i temi del lavoro e della disoccupazione e le star sono diventate le protagoniste di questa sinistra del politicamente corretto, rinnovata e inclusiva a parole, elitaria nei fatti.  Sulle ali del cambiamento sarà il partito Ferragnez a guidare  il Pd e i suoi alleati? Conte si è subito affrettato a dire: “Io sto con Fedez”. Del resto una celebrità ha molte più probabilità di avere un vasto seguito e influenzare le folle facili agli innamoramenti di quanto non ne abbiano dieci tra i più gettonati esponenti dei tre partiti della ex maggioranza. E veniamo al decreto Zan con cui si vuole tutelare chi subisce reati fondati sul genere, sul sesso, sull’orientamento sessuale e l’abilismo. Non tutti lo condividono e il motivo è che il nostro ordinamento sanziona già i delitti cui esso fa riferimento. I giudici infatti possono punire il reato di diffamazione anche se non accompagnato da atti di violenza. Quindi, il decreto non è utile dal punto di vista normativo, ma simbolico. Contro di esso si sono espresse anche alcune femministe, preoccupate del fatto che la proposta legislativa che condanna l’omotransfobia estende i crimini di odio anche alle cosiddette “identità di genere”, espressione con cui si sostituisce l’identità basata sul sesso con un’identità basata sul genere dichiarato. Ovvero il genere non dipenderebbe da fattori biologici ma dal sesso cui si ha la percezione di appartenere e che si è scelto. “In questo modo la realtà dei corpi viene dissolta”, hanno detto. Il polverone che si è alzato sulla questione prescinde dal ritenere giusto difendere i diritti di alcune categorie che nessuno intende negare, il punto centrale è se sia giusto o meno stigmatizzare pareri diversi su una legge. Fedez è intransigente: ha trasformato in fascisti tutti quelli che discordano sul ddl Zan. Allora se la libertà di pensiero è incontestabile e qualsiasi opinione è legittima, per quale motivo la tolleranza non deve porre limiti all’intolleranza di chi vuole imporre le proprie idee ritenendole migliori delle altrui?

L’ultima occasione…l’opinione di Rita Faletti

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L’Italia è a un bivio, ne ha consapevolezza? La classe politica è adagiata sulle spalle di Draghi e ogni tanto alza un ditino per provare a se stessa di essere viva. Cosa potrebbe fare più di quello che ha fatto o non ha fatto prima, per mancanza di coraggio e di visione?  Più che barcamenarsi tra un’elezione e la successiva in una stanca progressione di apatica inerte finzione di attivismo? L’Italia ha bisogno di un vincolo esterno per comportarsi bene. L’Europa è quel vincolo e Draghi ne garantisce la solidità. Precipitato dall’Eurotower sull’Italia moribonda come una meteorite sulla superficie terrestre, l’ex banchiere si è assunto la responsabilità di gettare le basi per un serio processo di ricostruzione che duri nel tempo e consegni alle future generazioni un Paese più forte più stabile e più snello. Per quanto assurdo possa sembrare, i progetti importanti contenuti nel Piano nazionale da presentare a Bruxelles entro fine aprile, potrebbero rimanere sulla carta e l’Italia senza gli oltre 200 miliardi, se non si mettesse mano alle riforme indispensabili a implementare quei progetti. In cima alla lista delle cose da riformare, la Pubblica amministrazione, la giustizia e il fisco perché è proprio dal loro funzionamento, o piuttosto malfunzionamento, che dipende la bassa crescita, causa della crisi economica e sociale. Eccesso di normative, controlli pubblici esasperati in funzione di contrasto ai fenomeni corruttivi ma di fatto occasioni di corruzione, obblighi burocratici insensati, interventi delle procure occhiute su tutto ciò che si muove, concorrono a rallentare bloccare e disincentivare la produttività dell’Italia, la più bassa in Europa. Dietro il Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza) si legge un messaggio chiaro: abbattere l’inefficienza dello Stato e depoliticizzare l’economia. Obiettivi al limite del sovrumano poiché riformare significa inevitabilmente toccare interessi consolidati e rendite di posizione di chi si oppone e si è sempre opposto al cambiamento: un grumo di affari e malaffare di cui la politica è complice. Nella visione di Paese di Draghi, lo Stato deve fare lo Stato e l’impresa deve fare l’impresa. Un concetto che è anche la pietra angolare del liberismo, una parola che è fumo negli occhi di Pd e Leu che vedono in esso la minaccia a ciò che rimane dell’ideologia di sinistra e dei 5S che lo identificano con la distruzione del populismo su cui hanno costruito il loro consenso. Ma non hanno alternative. Diceva Margareth Thatcher: “ Le imprese private rispondono al pubblico, quelle pubbliche a nessuno”. Chiaro no?

No zone franche per chi uccide…l’opinione di Rita Faletti

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“La Francia, essa stessa colpita dal terrorismo, comprende l’assoluta necessità di giustizia per le vittime” così dall’Eliseo Emmanuel Macron pone fine alla “dottrina Mitterand” che aveva inaugurato la fase della concessione di asilo a terroristi politici stranieri e riavvicina il suo Paese all’Italia chiudendo un capitolo spinoso e divisivo. Sono dieci, di cui sette catturati dalla polizia francese, gli ex brigatisti italiani rifugiatisi in Francia sotto l’ombrello protettivo della République dopo gli omicidi commessi nel nostro Paese durante gli Anni di piombo. La gauche degli intellettuali e il gauchismo dei frequentatori di salotti chic animati dall’umanità evanescente delle varie Carla Bruni (con accento sulla i) coccolavano e blandivano gli eroi nemici dello Stato, forze liberatrici dal giogo della tirannide. E poco importava che dell’apparato di potere molti di quei poseur facessero parte. Fatto sta che anche i cugini francesi hanno toccato con mano la violenza sanguinaria e distruttrice del jiihadismo islamico. La strage di Charlie Hebdo è ancora viva nella memoria dei francesi, come la recente decapitazione del professor Paty, ma non è garantito che se al posto di Macron ci fosse stato un Hollande, si sarebbe verificata la virata securitaria voluta  dall’attuale presidente. Il quale aveva già avviato l’iter per l’estradizione degli ex brigatisti, interrotta dalla trovata geniale di Di Maio di recarsi in pellegrinaggio a Parigi con l’amichetto Di Battista allo scopo di portare il proprio appoggio morale ai leggendari gilet gialli. E all’apice della propaganda populista, da noi correva la colossale sciocchezza del franco coloniale, propalata da Meloni e sostenuta, manco a dirlo, dalla magnifica coppia grillina di cui sopra. Tutti capitoli chiusi. Caduta la cintura di sicurezza rossa avvolta nell’ipocrisia, con la competenza è tornato il dialogo: oggi c’è Draghi e i passaggi che precedono l’estradizione si sono rimessi in moto portandosi dietro la sorte degli ex brigatisti. Sono trascorsi quarant’anni dalla tragedia di cui sono stati protagonisti e ormai non ha senso chiedersi se siano cambiati e quanto. Possiamo immaginare di sì, ma questo non cancella gli omicidi commessi, né il rimorso che forse provano vale a rendere i loro crimini meno gravi.  I sentimenti non fanno parte della storia che in questo caso è la sola a contare e che nelle sue pagine li ha iscritti come assassini. Tali erano quando hanno premuto il grilletto, tali sono oggi. La necessità di giustizia di cui Macron ha parlato, non è desiderio di vendetta da parte dei familiari delle vittime che forse hanno perdonato, non è il volgare giustizialismo della gogna mediatica che trasforma gli indagati in colpevoli, è il compimento della giustizia che in uno stato di diritto rispetta le vittime e il dolore dei familiari cui si deve il risarcimento morale. Ciò non esclude le cure dovute ai malati, Pietrostefani e Petrella, in nome del sentimento di umanità che a nessuno si nega. “E’ stato ristabilito un principio fondamentale: non devono esistere zone franche per chi ha ucciso, ma non riesco a  provare soddisfazione nel vedere una persona vecchia e malata in carcere dopo così tanto tempo”. Ha detto Mario Calabresi, il cui padre fu ucciso dalle BR.

Beppe benvenuto tra noi!…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti Aprile 22, 2021 – 00:00
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Il dolore chiede compostezza, lo sdegno controllo, il linguaggio misura. Nella sgangherata arringa a difesa del figlio indagato per stupro di gruppo, Grillo non ha tradito Grillo. In una manciata di minuti, l’ex comico che ha mandato a quel paese quasi tutti e a quasi tutti  aveva promesso un bel soggiorno dietro le sbarre tra gli osanna del popolaccio, è riuscito in un capolavoro che neanche il suo peggior nemico. Rovesciando un carico di rabbia su chi “ha aspettato due anni per arrestare dei violentatori”, trasformando la gravità di uno stupro in una specie di festa tra giovani un po’ bevuti che girano in mutande con gli attributi al vento, ignorando la vittima, offrendo l’immagine di padre trascurato e pessimo educatore, è stato regista e attore di una scena ripugnante. “ Si può capire il dolore di un padre” il commento a caldo di alcuni grillini solidali e non solo. Grillo è il capo di un movimento che ha la maggioranza in Parlamento, è un uomo famoso e potente, bisogna andarci piano con i giudizi. Si può persino fingere che non sia successo niente, rimane comunque più che la percezione che il giustizialismo sia stato spazzato via, sostituito dal garantismo. Bravo Grillo, benvenuto tra noi! Quello che conta è rinsavire. Che sia per rispetto delle garanzie proprie o altrui, alla fine vale il risultato.

Vaccino? Saltiamo la fila!…l’opinione di Rita Faletti

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Differenze di mentalità come dimostra il salto della fila. Il più grande impero coloniale del mondo e l’Africa orientale italiana. La Gran Bretagna di Boris Johnson che ha brillantemente superato il test nella lotta alla pandemia e riaperto con cautela le porte alla normalità, e l’Italia dove c’è chi ha scritto un libro propaganda sul modello italiano di lotta al virus ma ogni giorno registra oltre 400 morti.  Da 1564 decessi il 31 di gennaio ai 9 di ieri, la strategia decisa dal primo ministro britannico,  lockdown prolungato in concomitanza con una campagna vaccinale spedita, ha rimosso le perplessità che ne avevano appannato l’ immagine dopo l’azzardo iniziale di perseguire l’immunità di gregge lasciando alla popolazione libertà di muoversi e al virus licenza di uccidere. Il perennemente scapigliato BoJo ha scelto ancora una volta un approccio improntato al rischio in contrasto con i suoi omologhi europei: somministrare la prima dose del vaccino domestico AstraZeneca prima dell’autorizzazione dell’Ema, l’Agenzia europea dei farmaci, e ritardare la seconda per assicurare la copertura al maggior numero di persone, non completa ma sufficiente a minimizzare le conseguenze di un eventuale contatto con il virus e le sue varianti.  A partire dal personale sanitario in prima linea, le categorie fragili e gli over 80, a tutt’oggi in Gran Bretagna sono state vaccinate le fasce over 70 e poi  60, è stata avviata la somministrazione degli ultracinquantenni e a breve toccherà agli over 45. Finora, il 46 per cento della popolazione ha ricevuto la prima dose e l’8 per cento il ciclo completo. L’obiettivo di vaccinare tutti i cittadini sopra i 18 anni sarà realizzato entro la fine di luglio. Un traguardo possibile grazie alla determinazione del premier che non ha esitato davanti al rischio di rari decessi per trombosi venosa cerebrale a fronte di migliaia di decessi per Covid. Intanto che l’Europa aspettava il pronunciamento di Ema, in Gran Bretagna si vaccinava 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In Italia  diffidenza e allarmismo hanno causato defezioni e molti flaconi sono tuttora chiusi nei frigoriferi. La vicenda di AstraZeneca si ripete con l’americano Johnson&Johnson che negli Stati Uniti è stato sospeso in attesa di approfondimenti. I flaconi arrivati in Italia sono depositati al fresco (-25°) in attesa del via libera. Negli Stati Uniti la campagna vaccinale è avanzata al punto che tenere un vaccino in stand by non comporta conseguenze. La nostra situazione è più seria perché l’alto tasso di mortalità riguarda le persone fragili e gli anziani, che hanno fatto le spese anche della cattiva coscienza di trasgressori salta-fila e dei loro amici e amici di amici. Tre milioni e centomila dosi rubate a chi ne aveva diritto. Da nord a sud infatti, con esclusione di Lazio e Veneto che hanno condotto una campagna vaccinale stile Israele, le altre regioni, in particolare Toscana, Puglia e Sicilia, si sono distinte per aver privilegiato le corporazioni.  Dirigenti, magistrati, avvocati, commercialisti, docenti universitari, amministrativi, assistenti sociali, veterinari, giardinieri, manutentori, addetti alle mense, cuochi, studenti iscritti al terzo anno di Medicina, gente che un reparto Covid lo vede con il binocolo. Nella Puglia di Emiliano, che per essere confermato presidente di regione promise incarichi a tutti e l’anno scorso ha nominato assessore alla Sanità il virologo Lopalco, che di virus e suoi effetti si intende, gli anziani sono stati scavalcati persino da minorenni tra i 14 e i 17 anni, che al fine di ottenere il lasciapassare per il vaccino si sono iscritti alle associazioni di volontariato. La furbizia non nasce sotto i cavoli. Ma neanche nella categoria dei giornalisti sono mancati gli atleti del salto della fila, alla faccia della smorfia di sdegno per la disonestà altrui. Ad Arezzo a scivolare sulla buccia di banana è stato il moralista Scanzi. Era nella lista dei “riservisti”, si è giustificato.  Travaglio, il giustizialista dalla battuta perfida e le tesi puerili, ha gettato una ciambella sgonfia al collega: “La colpa di Scanzi è l’ipocondria”. Siamo lontani dal principio democratico del “queue up” britannico. Del resto, cosa aspettarsi da chi racconta di quotidiani complotti spacciandoli per fatti?

Letta-Conte: prove di alleanza …l’opinione di Rita Faletti

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Memorabile l’estate del 2019 non per caldo eccessivo ma per il Papeete, menzionato come metafora di Salvini e del suo declino politico dal Pd che avrebbe dovuto pasteggiare a Mojito a pranzo e a cena. Fuori la Lega e dentro il Pd nella nuova avventura giallorossa.  Una toccata e fuga con accattonaggio finale. Ma chi si è salvato? Si è salvata la fedeltà all’Europa, unico merito del Conte 2, che per patente inadeguatezza non ha però retto alla doppia sfida pandemica e economica. Con la fine del governo giallorosso, grazie alla visione e alla determinazione di Matteo Renzi, al quale il Partito democratico si ostina a non riconoscerne il merito, si è conclusa l’indissolubile alleanza Zinga-Conte, sostituita da quella Letta-Conte, premessa per “un’affascinante avventura”. Gli uomini cambiano ma il populismo rimane. Straripante nel primo governo Conte,  più in sordina nel secondo (in tre anni l’Italia ha avuto un presidente del Consiglio che in Europa si vantava di essere populista) sotto traccia con Letta. Se i precedenti governi di sinistra non si potevano accusare di populismo, dal 2018 esso è entrato a pieno diritto nel partito della sinistra, diventando il motore di alleanze e l’ispiratore di programmi. Che vuol dire essere populisti? Non ci interessano le definizioni che se ne danno, differenti per la nebulosità del termine che si adatta ai differenti scopi da raggiungere, ci interessano le implicazioni nel Conte 1 e 2. Il populismo ha significato principalmente trovare il sistema per distribuire denaro pubblico a una base sempre più ampia di questuanti senza chiedere nulla in cambio. E’ così che non si aiuta un Paese e se ne affonda l’economia, già a terra prima del Covid-19. Non serve oggi cercare i responsabili in un passato prossimo, si conoscono e se ne conoscono le giustificazioni: i numeri in Parlamento usati dai Dem come alibi per andare all’inseguimento dei populisti. Una fandonia che nasconde la ragione vera: la ricerca del consenso. Invece di affermare la propria vocazione di partito che difende il lavoro, il Pd si è sistemato al seguito di chi ha promesso l’assistenza dello Stato a chiunque ne facesse richiesta e ha cancellato il valore dell’impegno del merito e delle competenze. A tre anni di distanza dalle origini e dopo i disastri compiuti nel suo nome, il populismo si è rintanato dietro una facciata di cambiamento. Salvini non parla più di uscita dall’euro e di quota 100, i grillini fanno orecchie da mercante quando si ricorda loro il fallimento del reddito di cittadinanza e il decreto dignità, presi come sono dalla ricerca di un’identità lontano da Rousseau e con Conte capo del movimento. Il governo Draghi, da sperare che duri un’eternità, ha messo tutti d’accordo malgrado non sia il governo ideale né del leader della Lega né dei Cinque stelle né del Pd, forse il più vicino alle posizioni culturali del presidente del Consiglio. E’ tuttavia palese che tra i democratici c’è chi ancora rimpiange Conte, come Bettini, il quale ha parlato di riformare il capitalismo. Obiettivo che non può mancare nella sinistra affamata di consenso, che in mancanza di idee ricorre agli abusati stilemi. Una punzecchiatura mimetizzata alla ricchezza, con cui il capitalismo viene identificato. Messaggio di chi contrabbanda se stesso per amico del popolo e lo illude non tanto che un Paese della ricchezza debba o possa fare a meno, è infatti difficile dimostrare che da essa si possa prescindere per sconfiggere la povertà o migliorare le condizioni di vita della società, quanto di chi la ricchezza la produce. Come dire che il pane è necessario ma non lo è il fornaio che lo produce. Ma Bettini ha la pretesa di riformare il capitalismo senza dirci come. Cos’è davvero il capitalismo? Non è un’ideologia, è la realtà. E’ il complesso delle relazioni economiche fondate su produzione, vendite e acquisti tra esseri liberi, in un mercato globale fatto di domanda e offerta che ha trasformato le condizioni di vita di intere popolazioni, emancipandole dalla povertà e consentendo loro di crescere. In che modo vorrebbe il signor Bettini riformare il capitalismo? Chi vorrebbe convincere e con quale riferimento culturale che non fosse il solito piatto riscaldato dei profitti di un’azienda privata come furto ai danni dei lavoratori? Vada a dirlo alla Cina comunista che ha adottato il capitalismo dopo averne osservato le conquiste in occidente e imparato magnificamente la lezione. La Cina capitalista ha sconfitto la povertà. Noi dobbiamo ancora sconfiggere i pregiudizi di chi vorrebbe trasferire tutto nelle mani dello Stato. Che già si prende la metà di quello che l’economia italiana produce e che non è in grado di investire non sapendo dotarsi delle risorse umane adeguate, non sapendo acquistare i beni di cui abbisogna, non sapendo far funzionare la giustizia civile, avendo promosso un modello di scuola corporativa che non vuole né giudicare per paura di ritorsioni né essere giudicata per timore della bocciatura, non sapendo né gestire né controllare. Bettini dovrebbe invece convincere la nuova segreteria del Pd a riformare il funzionamento dello Stato o farebbe meglio a tornarsene in Thailandia. Nel 2019 Draghi aveva detto: “L’Italia rispetti le regole, faccia le riforme”. Da allora il calendario delle riforme non si è spostato di un giorno. Letta ha sostituito Zingaretti. E’ un nuovo segretario che serve a un partito o una nuova linea politica?

Von der Leyen, in piedi! …l’opinione di Rita Faletti

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Ha fatto scalpore il video che trasmette  l’immagine della presidente (in questo caso il femminile è d’obbligo) von der Leyen in piedi, ai margini  della sala in cui il premier turco Recep Tayyid Erdogan è seduto accanto al presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Von der Leyen fa un gesto di disappunto con la mano in attesa che le venga messo a disposizione un posto a sedere che non c’è. Ha fatto il giro del mondo quel video, accompagnato da commenti di indignazione dove il galateo viene ancora rispettato. Nell’America che riscrive la storia della cultura occidentale, Joe Biden e Kamala Harris devono essere saltati sulla sedia “Oh, my God!”. E quella simpatica “canaglia” di Trump cosa avrà pensato? Nei quattro anni di presidenza non ha mostrato particolare benevolenza nei confronti dell’Europa, anzi, il che fa  supporre che il video l’abbia divertito e… peccato non essere ancora alla Casa Bianca, si sarà detto, avrei potuto gelare tutti con un bel tweet “Hai avuto ciò che ti meriti, cara Europa!”. In realtà, Trump, che non è un raffinato, cosa talvolta non disdicevole, e guarda alla realtà con occhi disincantati, è forse uno di quei pochi occidentali che rivestono o hanno rivestito incarichi politici di rilievo, ad avere immediatamente sorvolato sul protocollo per puntare al cuore della sostanza. Nessun trasecolamento, nessun pallore sui volti dei Giovanni  Della Casa, nessuna ipocrisia di chi vorrebbe che l’umiliazione inflitta a una signora sia stata una svista dello staff turco, via ogni traccia della differenza tra uomo e donna nella cultura islamica, il significato, che non richiede un quid di perspicacia in più è scoperto: non venite a casa mia con la pretesa di farmi osservare le vostre regole, tenetevi le vostre teorie sul rispetto dei diritti umani, decido io se come e quando rispettarli.  E come ha detto qualcuno, se la forma è sostanza, la sostanza non ha bisogno di interpretazioni  suggestioni o arzigogoli.  Lasciando la signora von der Leyen in piedi per un po’ prima di invitarla a sedere sul divano destinato a funzionari di secondo livello, Erdogan ha inteso sottolineare che la Turchia non è disposta a uniformarsi alle norme dell’Europa. Sarebbe inconciliabile con il suo progetto di ricostruzione dell’impero ottomano. Quindi, l’Europa si tolga dalla testa di puntare i piedi. Si asterrà dal farlo. Ma quell’immagine così eloquente va incorniciata e messa in bella vista sulla scrivania per ricordare, ce ne fosse bisogno, con chi si ha a che fare. E se Ursula von der Leyen è stata offesa, Charles Michel non si illuda di aver fatto una figura migliore.  Non averle ceduto la propria sedia è stata un’asinata solenne e una vigliaccheria. A riprova che la forma è sostanza.

Pandemia e complottismo oscurantista…l’opinione di Rita Faletti

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Esiste una categoria così a se stante e così infinitamente distante da qualunque altra che potrebbe perfino essere a prova di calamità naturali. Un megasisma dalle conseguenze catastrofiche,  uno tsunami che sommerge intere isole, un incendio di proporzioni gigantesche e indomabile, un altro diluvio universale. Una categoria privilegiata al punto che potrebbe trovarsi per miracolo un’arca bell’e pronta tutta e solo per sé. No, forse sarebbe troppo, o troppo poco? Come Noé, il patriarca della Bibbia, imbarcò coppie di animali diversi, così quest’arca del XXI° secolo sarebbe dotata di uno spazio per coppie di umani, scelti tra quelli meno svegli e facilmente abbindolabili con mansioni di servizio. La categoria privilegiata per chi ancora non l’avesse capito è quella dei magistrati, convinti di costituire la parte eletta della società. Andiamoci piano però con quell’aggettivo che potrebbe irritare qualcuno della benemerita categoria. Si dà il caso, infatti, che sia uscito un libro dal significativo titolo “Strage di Stato. Le verità nascoste della Covid-19”, di cui sono autori un magistrato, il giudice della corte di appello di Messina, Angelo Giorgianni, e un medico, Pasquale Bacco. I due sostengono la tesi che il Covid-19 non è mai esistito e che i vaccini sono acqua di fogna che preferirebbero anzi farsi inoculare piuttosto che Pfizer o AstraZeneca o Moderna o qualche altro. Dichiarano anche che il virus è l’invenzione orchestrata delle élite internazionali per assoggettare le nazioni. “Vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei. Sta tutto in mano loro”, ha dichiarato Pasquale Bacco al programma radiofonico la Zanzara del 21 febbraio scorso.  E siccome negazionismo e complottismo sono parenti stretti, non poteva mancare la vecchia e ripugnante teoria dell’ebreo complottista col naso adunco. Dunque il Covid è una macchinazione congegnata dai soliti ebrei che vogliono dominare il mondo. A pagina 352 si legge: “…vediamo con chiarezza come tutto quello a cui abbiamo assistito non aveva come scopo la guerra a un virus la cui letalità si discosta di poco da quella di una banale influenza, quanto l’assoggettamento delle nazioni del mondo a una volontà unica”. Affermazione delirante che poggia sul nulla e sarebbe da ignorare come chi l’ha scritta se purtroppo non esprimesse un concetto che ha preceduto e accompagnato i peggiori Pogrom e alimentato i forni di Birkenau. Durante il nazismo furono messi al rogo libri scritti da ebrei, oggi la stessa sorte dovrebbe toccare a scritti escrementizi che insinuano invereconde falsità su di loro. E non basterebbe. Mi chiedo se non sia giunto il momento che gli addetti ai lavori, gli stessi che indagano sulla legittimità delle scelte del potere esecutivo senza che vi sia dolo o colpa grave, aprano qualche inchiesta sull’istigazione all’odio razziale e religioso. Nel caso in specie non dovrebbero neanche fare la fatica di costruire un processo su prove indiziarie, come molti sono abituati a fare, sarebbe sufficiente che leggessero il libro e avrebbero raccolto le prove dirette. E comunque sorprende che sia un medico a dire dei colleghi “i medici sono diventati dei lava cessi” a Parenzo e Cruciani che lo incalzano per sapere se la superstar della Procura di Catanzaro, Nicola Gratteri, il terrore dei mafiosi, colui che ha curato la prefazione di “Strage di Stato..” ha letto davvero il libro. “Certo che l’ha letto”. E’ stata la risposta. Che lascia interdetti. Scrive infatti Gratteri: “Il libro è un’arma efficace di conoscenza: un libro inchiesta che ricostruisce la successione degli eventi, la fonte dei provvedimenti, le correlazioni talvolta insospettabili tra fatti e antefatti, sollevando angosciosi interrogativi degni di approfondimento nelle sedi competenti sulla gestione dell’emergenza pandemica”. L’ex magistrato Carlo Nordio taglia corto e fa centro:  “Per l’accesso in magistratura manca un esame, quello psichiatrico”.

Sovranismo vaccinale…l’opinione di Rita Faletti

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E’ in corso una guerra per accaparrarsi i vaccini e come in ogni guerra c’è chi vince e chi perde. Ad essere in campo è l’Occidente, non contro l’Oriente, né medio né estremo, ma al suo interno. I player sono Unione europea,  Gran Bretagna e Stati Uniti. Semplificando si potrebbe parlare di contesa tra due opposte visioni: nazionalismo o sovranismo da una parte e multilateralismo dall’altra in un panorama  globalizzato. La logica suggerirebbe, e non solo per motivi di coerenza, che la globalizzazione, che la pandemia ha esaltato oltrepassando confini di ogni tipo, abbia definitivamente archiviato il nazionalismo a favore del multilateralismo. Difendere dal contagio il tuo condominio si rivelerebbe un’operazione senza senso nel momento in cui il condominio accanto non disponesse di mezzi analoghi ai tuoi per fare altrettanto. In fatto di vaccini, se ne dovrebbero produrre in quantità tali da immunizzare gli abitanti dell’intero pianeta. Ma quello che si enuncia un ideale da realizzare assolutamente, come il più delle volte accade fa a pugni con la realtà. Di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno. Il democratico Biden, sostenitore del multilateralismo, dopo aver sconfitto il sovranista Trump e preparandosi già oggi a sconfiggere nel 2024 il prossimo sfidante repubblicano, sempre che, come ha detto, per quel tempo il partito repubblicano esista ancora (boutade o spacconata?), sta applicando alla lettera il principio “America First” del suo predecessore. Quando si tratta di fare gli interessi del proprio paese non c’è differenza tra democratici e repubblicani. Biden non ha alcuna intenzione di cedere dosi di vaccino prima che ogni americano non abbia ricevuto le proprie ché in emergenza sanitaria non c’è solidarietà che tenga. Sulla stessa linea il premier britannico Boris Johnson che per spiegare il successo della campagna vaccinale nel suo Paese, il 54 per cento della popolazione adulta ha ricevuto il vaccino a un ritmo di 27 somministrazioni al secondo, si è lasciato sfuggire, in un eccesso di franchezza,  un’espressione che poi ha invitato a dimenticare:  ha vinto la cupidigia. Riferimento al fatto che il Regno Unito, con largo anticipo sull’Unione europea, ha trasferito fondi ingenti all’università di Oxford per finanziare la ricerca e lo sviluppo di un vaccino in collaborazione con AstraZeneca con cui ha siglato un accordo in esclusiva. Diverso da quello opaco fondato sulla clausola del “massimo sforzo” stipulato da Bruxelles con l’azienda anglo-svedese. Ha vinto il capitale e ha vinto il concetto United Kingdom First che ricalca l’America First di Trump e di Biden. Ma ha vinto soprattutto il pragmatismo: i due diversi accordi parlano chiaro. L’Unione europea si è mossa male e in ritardo e ha ordinato un numero di lotti insufficiente a raggiungere tutta la popolazione degli Stati membri. Unico aspetto positivo la solidarietà di cui  ha dato prova esportando 77 milioni di dosi (21 alla Gran Bretagna) dopo averne  distribuiti 88 ai Paesi membri. Ma gli errori si pagano e se a tutt’oggi la media dei vaccinati nell’Unione non supera il 10 per cento, attribuire le responsabilità solo alle Big Pharma che non hanno rispettato tempi e quantità di consegna stabiliti contrattualmente è non voler ammettere le proprie. La Commissione europea non è stata all’altezza di un’impresa che per complessità e dimensioni avrebbe richiesto competenza pieni poteri e maggiore propensione al rischio, requisito da tempo assente in Europa e legato a doppio filo all’assunzione di responsabilità. Per evitare reazioni popolari e attriti tra gli Stati nel caso ognuno avesse deciso per proprio conto quali vaccini e dove ordinarli, si è affidata la gestione a Von der Leyen. Quando il capitolo delle consegne si potrà chiudere e l’Europa sarà finalmente sommersa di vaccini, prossimamente arriverà anche il monodose americano Johnson&Johnson, si aprirà il capitolo della diffusione capillare. Le cose andranno meglio? La chiave sarà l’efficienza organizzativa dei sistemi sanitari dei singoli Paesi. Fuori dall’Europa un Paese modello esiste ed è lo Stato di Israele. Con un sistema sanitario pubblico ben strutturato e una logistica agile, con più di 70 hub sparsi in tutto il territorio e stazioni itineranti per raggiungere la popolazione nei luoghi più isolati, lo Stato ebraico ha vaccinato il 90 per cento dei suoi cittadini, compresi i palestinesi e gli arabi che lavorano nel Paese. Il segreto? Riflessione, azione, comunicazione, da non confondere con propaganda.

Vaticano nell’occhio del ciclone…l’opinione di Rita Faletti

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La Chiesa condanna il peccato non il peccatore che è oggetto dell’amore di Dio in quanto Sua creatura. Questo presuppone che incorrere nell’errore o trasgredire la Legge non implica la negazione della misericordia e del perdono. La Chiesa non è nata per giudicare e condannare, ma per salvare. Il che non esclude però che rimanga coerente con i propri insegnamenti e fedele ai dogmi che alcuni dei suoi rappresentanti vorrebbero abbattere. Questo per spiegare il collegamento tra le parole pronunciate da Papa Francesco: “Chi sono io per giudicare un gay?” e il Responsum, il documento del 15 marzo scorso della Congregazione per la Dottrina della fede, che nega la benedizione delle coppie omosessuali, con avallo del Papa nella Nota esplicativa. Le reazioni di numerosi rappresentanti della Chiesa non si sono fatte attendere. Delusione, rammarico, prese di distanza di alti prelati e  sacerdoti che fanno sapere che non obbediranno. E come si poteva facilmente prevedere, tensione alle stelle tra la Conferenza episcopale tedesca e il Vaticano. Il Responsum ha creato subbuglio in molte diocesi d’Oltralpe che si sono affrettate a scrivere lettere di protesta e chiedere a gran voce un ravvedimento da parte di Roma. Il vescovo di Essen rileva che “La Chiesa non può ignorare quel che pensano i fedeli”, rafforzando la diffusa convinzione che non solo in politica sia il popolo a indirizzare e forzare le scelte di chi amministra e governa. L’ondata di populismo ha investito l’agire umano e tenta di aprire varchi, per la verità già aperti con successo, laddove il rispetto del dogma ha abdicato per cedevolezza e opportunismo politico al relativismo. Si voleva il sigillo della Chiesa con l’obiettivo palese di modernizzarla e assecondare i desideri della corrente progressista. Ma che chiesa è quella che va contro il dogma? Come si può rinunciare alla missione di formare e illuminare le coscienze e affrontare temi etici (matrimonio, famiglia, vita, eutanasia…) nello spirito del Vangelo per seguire le esigenze di chi vorrebbe una religione à la carte? Si è persino arrivati a dubitare che il documento non rifletta il vero pensiero papale: Austen Ivereigh, biografo di Francesco, ritiene che quella non sarà l’ultima parola di Bergoglio sul tema. Il che troverebbe conferma in quanto riferito dalla coppia di vaticanisti Gerard O’Connell e Elisabetta Piqué su autorevoli fonti vaticane, ma che intendono rimanere anonime, secondo cui il Papa, opponendosi  alle “condanne teoriche e alle pretese di moralismi clericali”, avrebbe voluto segnare la distanza dal Responsum della Congregazione per la Dottrina della fede. Responsum che nella sua parte più rilevante dice: “Poiché le benedizioni sulle persone sono in relazione con i sacramenti, la benedizione delle unioni omosessuali non può essere considerata lecita, in quanto costituirebbe in certo qual modo una imitazione o un rimando di analogia con la benedizione nuziale invocata sull’uomo e la donna che si uniscono nel sacramento del Matrimonio, dato che non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppur remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. Allora le ipotesi sono due: o Francesco non ha letto quello che ha firmato o si è pentito di averlo firmato. Entrambe da scartare perché inverosimili. E’ invece verosimile che le pressioni, che sono tante, vengano da vescovi cattolici romani favorevoli alla pederastia e contrari per questo alla dottrina cattolica. Una soluzione ce l’avrebbero: spretarsi.

Papa Francesco in Iraq…..l’opinione di Rita Faletti

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Giovanni Paolo II morì senza poter realizzare un sogno: visitare Ur, in Iraq, e pregare nella terra di Abramo, il padre delle tre religioni monoteistiche. Veti incrociati non gli permisero quel viaggio che rappresentava la speranza delle comunità cristiane irachene di vedere il Papa. Dopo vent’anni Bergoglio si rifiuta di ascoltare chi lo sconsiglia di intraprendere un viaggio in una terra insicura ancora minacciata dalla violenza e dalle incursioni dei miliziani jihadisti e decide di affrontare i rischi di quello che considera un pellegrinaggio, che è anche una sorta di risarcimento dovuto alle comunità cristiane per una promessa mancata. Francesco vuole incontrare quelle comunità e dare loro una speranza. Ma l’obiettivo del viaggio trova la sua principale spiegazione nell’essenza stessa del pensiero bergogliano: invitare alla fratellanza i fedeli di tutte le religioni, in questo caso i cristiani e i musulmani  che sono la maggioranza nel Paese e che la guerra ha messo gli uni contro gli altri. “Siete tutti fratelli” ha detto rivolgendosi alla folla che ha accolto il suo Papa tra celebrazioni e festeggiamenti a Qarakosh, nella piana di Ninive, l’ultima tappa del pellegrinaggio del Pontefice. Nell’entusiasmo per la presenza in carne e ossa di Francesco, chissà quale effetto hanno avuto quelle parole su coloro che sono  sopravvissuti alle persecuzioni e ai massacri e a tanti massacri sono stati testimoni. Un sentimento di speranza , fugace, il desiderio di vivere finalmente in pace. Come indovinarlo? I cristiani rimasti in Iraq sono l’1,5 per cento in una popolazione di 39 milioni di abitanti. Quando il Papa se ne sarà andato, chi potrà garantire per la loro incolumità in una terra dove l’odio nei loro confronti è insanabile e dove il governo è inefficiente e inerme e dove le milizie sciite legate all’Iran khomeinista già promettono di colpire dove il Papa è passato?  “Siete tutti fratelli”, ma come si può parlare di fratellanza se dall’altra parte c’è solo ostilità? Bergoglio sa bene che è così e non nutre illusioni. E’ consapevole che le sue parole cadranno nel vuoto in una realtà difficile dove la violenza è l’ultima parola. Tuttavia la sua missione è gettare  semi di speranza e per questo non ha rinunciato a condannare la violenza che uccide nel nome di Dio e a invocare la pace. E non è un caso che proprio in Iraq Francesco abbia voluto incontrare l’ayatollah al Sistani, la guida spirituale più autorevole e amata dagli sciiti e rispettata dai sunniti e dai curdi. A Najaf, città santa dei musulmani sciiti, le due massime autorità religiose si sono incontrate per suggellare davanti al mondo il principio del rispetto che si deve a tutte le professioni di fede. Il fatto che al Sistani si sia sempre tenuto lontano dall’islam politico e finanziario costituisce la forza del suo ascendente e del suo potere spirituale, l’opposto del potere di cui gode l’ayatollah Khamenei che sotto il profilo teologico è uno qualunque. L’autorità di al Sistani è indiscussa e non risponde a una gerarchia formale, è guadagnata sul campo. Nel 2014 l’ayatollah mobilitò la popolazione contro i miliziani dello stato islamico che avevano fatto di Mosul la loro capitale e recentemente ha denunciato la repressione sanguinosa di giovani a Nassiriya. Questo anche rende l’incontro un evento di importanza storica che sarà ricordato a lungo: la dichiarazione congiunta che ogni motivazione del terrore è blasfema.

Il Pd deflagra….…l’opinione di Rita Faletti

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Zingaretti che si dimette lascia di sale il partito che fino a poco prima ne aveva fatto il bersaglio principale di ogni critica. Ma l’accusa più bruciante la rivolge l’ex segretario al Pd: un partito affamato di poltrone. La pazienza e lo spirito di sopportazione hanno un limite e Zingaretti che ha brillato per entrambi quel limite l’aveva raggiunto e forse superato da tempo. Arrabbiati i più “affamati”, quelli che nel clima di insoddisfazione generale erano rimasti in silenzio a fare i loro calcoli sperando nella permanenza dello status quo. Colti alla sprovvista e impreparati, i Dem chiedono a Zingaretti di tornare sui suoi passi. Non accadrà. Gestire un’entità fatta di correnti, litigiosa, persa in conflitti interni, sospesa in una bolla, è una mission impossible per chi non abbia la tempra e il carisma del leader. Bonaccini avrebbe i requisiti necessari per guidare un partito balcanizzato e senza orizzonti. Con la determinazione e l’autorevolezza che gli deriva dall’aver amministrato bene la sua regione, non avrebbe difficoltà a mettere in riga un partito che va rifondato. La strategia di Zingaretti, se di strategia si è trattato, è stata mantenere una posizione defilata e rinunciataria al punto di cedere spazio e potere decisionale a un alleato di governo privo di bussola e a un Conte plenipotenziario che vantava un endorsement da Trump e dall’Europa per meri motivi opportunistici. Di fatto un premier poco incisivo e poco efficace perché troppo preoccupato a non scontentare la parte grillina e assecondare il popolo sovrano. Zingaretti che non voleva l’alleanza con i 5S si è rimesso alla volontà di chi la caldeggiava vedendo in essa l’occasione di un rinnovamento del Partito democratico e  di Renzi che aveva in mente qualcosa di ben diverso: un’alleanza strumentale per affondare il Movimento che il Paese stava abbandonando. Il segretario ha fatto il contrario: ha resuscitato il Movimento a spese del Pd e della stagione riformista resuscitando nel contempo il passato assistenzialista e statalista della sinistra radicale. Una scelta suicida dalle conseguenze facilmente prevedibili. I grillini sono saltati ed è saltato il Pd. Non ci vuole molto a capire che questo è il risultato di un doppio fallimento che nulla ha a che vedere con l’arrivo di Draghi, ma con la mancanza di una visione comune e di due o tre idee fondamentali da cucire assieme per dare forma a un programma di governo che affrontasse la pandemia e la crisi economica. Oggi ci si gira attorno e si continua a parlare di alleanza strutturale ineludibile, di “destino”, come ha detto Cacciari. Ma il destino si è compiuto e per ora è irreversibile. “In fondo Pd e 5S hanno governato benino” ha sentenziato Travaglio che sta a Conte come Fede stava a Berlusconi. Travaglio lo conosciamo, è un opportunista invidioso come molti lettori del suo Fatto. Coccolato dai conduttori di talk show della 7, dove i pentastellati hanno imperversato dopo la concessione di Grillo a comparire in tv, ha un seguito tra gli italiani che sbavavano dietro l’avvocato del popolo e che ora lo rimpiangono, e gode della stima di giornalisti ammaliati dal nulla contiano in uno stato patetico di subordinazione mentale. Tant’è che se l’ex premier e compianto possibile federatore dell’area progressista (sic Bettini ) accettasse di essere incoronato leader del Movimento, otterrebbe il 22 per cento collocandosi alle spalle della Lega, con il Pd quarto al 14 per cento. Il “benino” di Travaglio, se i fatti si raccontassero e non si preferisse una narrazione da sbornia grillina, si trasformerebbe in “malissimo”. In un anno e mezzo il governo giallorosso si è distinto per impreparazione nella gestione dei trasporti, mancanza di volontà nel rivedere il reddito di cittadinanza, lentezza nel risarcire le categorie maggiormente danneggiate dalla pandemia, incapacità di costruire un piano vaccinale con una catena di comando efficiente nella distribuzione e somministrazione che Arcuri immaginava di poter realizzare disseminando la penisola di primule da 400 mila euro cadauna. Per non parlare dello spreco di denaro pubblico in ridicoli bonus, inutili banchi a rotelle, cashback e mascherine pagate tre volte il loro prezzo con l’aggiunta di una provvigione di 70 milioni ai mediatori, personaggi di dubbia reputazione e millantatori, che politici rappresentanti delle istituzioni e lo stesso Arcuri non ricordano di aver mai conosciuto. Uno scenario sconfortante da non rimpiangere ma della cui gravità non tutti sono consapevoli o sui quali preferiscono sorvolare. Ma oggi si contesta la decisione di Draghi di aver affidato ai consulenti della società americana Mc Kinsey la scrittura del Recovery plan. Visti la tempestività e l’impegno profuso dall’ex maggioranza nello scrivere un piano credibile, è a dir poco curioso che si sia scatenata una bagarre per una decisione imposta dalla necessità di presentare entro il 30 aprile il piano dell’Italia. Se l’approvazione spetta al Parlamento, il fatto che sia un gruppo di manager di alto livello a redigere il piano garantisce due cose:  affidabilità e rapidità che consentano al Parlamento di esaminarlo  prima della presentazione.

Enrico Letta alla guida del Pd…..l’opinione di Rita Faletti

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Governare non è un balletto come molti professionisti della politica farebbero credere a giudicare dai comportamenti. Non è limitarsi a considerare la punta dell’iceberg  per la fifa di scoprire che sotto c’è molto di più che non si ha né il coraggio né la capacità di correggere o eliminare usando ora il bisturi ora la sega né il tempo certo di un’intera legislatura davanti né le mani libere né la consapevolezza del “popolo sovrano”. Limiti della democrazia. Oggi abbiamo la fortuna e il privilegio di un Mario Draghi presidente del Consiglio perché chi c’era prima, al netto di qualche merito, era inadeguato a maneggiare lo straordinario. Per l’ordinario, in un Paese senza gravitas, poteva anche andare bene. Vivacchiare tra riformine e provvedimenti tampone e aggiustare sistemando una pezza qua e una là (sempre peggiori del buco) in base alle necessità del momento. Un’amministrazione alla giornata, inutile e innocua e condita di chiacchiere e chiacchierate. “Amo molto parlare di niente, è l’unico argomento di cui so tutto” diceva Oscar Wilde. Dall’essere protagonista e dominus della scena politica a causa dell’altrui insulsaggine, come la maggior parte di coloro che hanno assaggiato il sapore del potere e l’hanno trovato squisito, Conte si sta preparando dietro le quinte al ritorno per guidare le stelle cadute dal cielo in cerca di costellazione. Circola voce che abbia aperto un canale di comunicazione con Prodi per avere le giuste dritte. Zingaretti si è defenestrato dalla segreteria del Pd e si è immediatamente attivato per sistemare due grilline nella giunta regionale del Lazio. Propedeutico al sostegno della candidatura di Gualtieri a sindaco della Capitale o della propria?  E il Pd? È in gran festa dopo il ritorno di Letta. L’Italia si conferma Paese del grande ritorno degli sconfitti. Enrico Letta, nipote del Gianni eminenza di Berlusconi, premier per un anno dall’aprile del 2013 al febbraio del 2014 e dopo lo schiaffo al suono della vituperata campanella in esilio volontario dalle parti della Senna, cattedra a Sciences Po, fondatore di una scuola di politica, connessioni importanti. Dicono autorevole. Ma l’autorevolezza è la virtù più adatta a individuare e schivare trappole e tagliole e combattere una dura lotta per salvare un partito a pezzi? Da politico moscio e privo di carisma per quanto tempo potrà stare sereno?  Cercare non “l’unanimità ma la verità” come ha dichiarato di voler fare, fa pensare a discussioni da accademico più che alla forza e all’abilità del gladiatore, che è quello che ci vorrebbe nella situazione attuale.  A chi si rivolgerà il Pd dopo?

Primule addio! …l’opinione di Rita Faletti

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Se la maggioranza degli italiani si dice soddisfatta di avere Draghi presidente del Consiglio, un po’ meno della composizione dell’esecutivo, “Troppi incompetenti”, in Parlamento la maggioranza extra large non è stata accolta con la stessa soddisfazione. I più scontenti Pd Leu e 5S. I motivi non sorprendono: con il Conte 2 si erano trovati a fare quello che volevano concedendo all’opposizione la speranza diventata pura illusione di partecipare  a qualche iniziativa. Salvini che fa un passo verso l’europeismo, pur non riuscendo ad affermare che l’euro è irreversibile, è una disdetta per chi non perdeva occasione per mettere in guardia il Paese contro il pericolo delle destre. Ma qualcuno nel Pd aveva iniziato a friggere. Sul fronte dei grillini ortodossi avere come compagni di strada Berlusconi e Forza Italia è un affronto. Nel MoVimento la crepa tra l’ala governativa, più incline ad adattarsi per non morire, e quella antipolitica anti-establishment e anti tutto non si è mai realmente saldata e il mandato a Draghi, icastica rappresentazione delle élite, ha determinato la spaccatura finale. Ma nessuno si aspettava che Crimi potesse decidere di espellere i ribelli che avevano votato contro. Oggi il subbuglio all’interno del grillismo è tale che forse neanche il loro creatore e ispiratore è in grado di ridurli alla ragione. Ma qual è poi questa ragione? Dal canto suo il Pd paga in parte le conseguenze di quel ribollire in termini di potere all’interno del governo. Il patto “ad excludendum” con gli alleati è venuto a cadere e cintura di difesa e fossato non esistono più che nel ricordo nostalgico del fu Conte2. Il baricentro del governo Draghi si è spostato a destra e il tarlo di Zingaretti dell’ “unitarismo” deve sopravvivere alla permetrina  di un inevitabile congresso. Lo invocano  coloro che non hanno digerito il discorso di un’alleanza strutturale con i 5S. Orfini è uno di quelli e non nega che gli salta la mosca al naso quando sente parlare di Conte come unico punto di riferimento. “Noi abbiamo eletto un segretario del Pd, non dei 5S. Quando si è chiesto di rivendicare l’idea e il progetto del Pd si è risposto che i 5S non avrebbero retto. Il M5s ha retto tutto. Il governo è uno strumento per fare le cose, non un fine”. E non può mancare la nota velenosa:  “La linea di partito non la decidono Orlando e Bettini con le loro interviste, ma gli iscritti del Pd con le primarie”. Effettivamente nell’anno e mezzo di governo giallorosso, i democratici hanno lasciato che Conte facesse quello che voleva, dalla gestione personale dei Servizi, all’affidamento al solo Arcuri di tutto l’approvvigionamento dei mezzi sanitari, alla gestione dell’ex Ilva, al tentativo di gestire in solitaria i soldi del Recovery. Zingaretti ha annegato ogni ipotesi di riformismo in un calderone massimalista, giustizialista e populista, portando il Pd su vecchie posizioni. Ma il riformismo è ancora presente nel Pd? Ostilità a Renzi  beatificazione di Conte e mediazione mediazione mediazione, cioè stasi. Non è così che si affrontano i problemi del Paese né il rapporto con gli elettori. Il momento più basso è stato toccato quando si è dato avvio alla caccia ai responsabili per il Conte ter. Un capitolo disonorevole che ha accresciuto la disistima del Paese nei confronti della politica. E ci mancava il messaggio emblematico di Mastella a Calenda: “Tu voti Conte noi ti sosteniamo sindaco di Roma”. La risposta: “Non avete capito niente dell’uomo”. Intanto Draghi si sta occupando di pandemia e l’impressione è che preferisca il decisionismo della prevenzione all’attendismo della cura. Il picco dei contagi è atteso verso la metà di marzo e con le varianti che corrono più veloci del virus originario è probabile che il primo ministro chiuda ristoranti e negozi salvaguardando però le scuole. E’ fondamentale che si raggiunga la vaccinazione di massa degli over 65 per poter riaprire tutto. La Gran Bretagna che tanto abbiamo deriso ha finora vaccinato il più alto numero di persone somministrando solo la prima dose. Forse Draghi ne seguirà l’esempio e magari avremo anche un Fauci italiano. Un cambio di passo si intravede nel protratto silenzio di Arcuri, il supercomm  orfano di Conte, e nella bocciatura delle “Primule”. Si può cominciare a dare consistenza ai sogni.

Draghi: “L’unità non è un’opzione è un dovere”…di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Febbraio 17, 2021 – 15:40
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Erano poco più delle 10 quando Mario Draghi iniziava a leggere nell’aula del Senato il suo discorso scritto con carta e penna. In 51 minuti ha toccato tutti i punti fondamentali del suo programma di governo, dall’emergenza sanitaria e le misure che il virus e le sue mutazioni impongono, ai giovani e i doveri che abbiamo nei loro confronti, all’europeismo e irreversibilità dell’euro, all’atlantismo e multilateralismo, alla crisi economica e sue gravi conseguenze, alle riforme necessarie per la ripresa e la resilienza. Un discorso chiaro senza sbavature retoriche e senza l’ingrediente, comune in politica, della captatio benevolentiae. Draghi ha comunicato una visione complessiva di Paese resa evidente anche dalla sottolineatura, in tema di riforme, che non esiste un prima e un dopo e che la singola riforma, isolata da un unicum, è inadeguata alla soluzione di problemi radicati e interconnessi. Nell’esordio, il presidente ha rivolto un pensiero commosso a  coloro che soffrono per la pandemia e ribadito che il primo obiettivo è combattere con ogni mezzo il virus che è nemico di tutti. Il piano vaccini sarà potenziato. La distribuzione avverrà in maniera più rapida e efficace grazie al coinvolgimento della Protezione civile, delle Forze armate, dei volontari. La somministrazione non sarà limitata ai posti specifici, ma includerà tutte le strutture pubbliche e private: dobbiamo imparare dai paesi che si sono mossi prima di noi. La riforma sanitaria riguarderà la medicina territoriale e i servizi di base: consultori, centri di salute mentale, centri contro la povertà sanitaria con l’obiettivo di assicurare livelli essenziali di assistenza. Quasi in risposta alle polemiche scaturite dalla chiusura repentina e inaspettata della montagna, Draghi ha assicurato che ogni cambiamento delle regole sarà comunicato con sufficiente anticipo. E sempre rispondendo in forma indiretta al quesito sterile che ha monopolizzato politica e stampa sulla natura del suo governo, ha specificato che il suo esecutivo è semplicemente il governo del paese, non ha bisogno di alcun aggettivo. Precisazione che è servita ad anticipare la richiesta alle diverse forze parlamentari di lavorare senza pregiudizi e rivalità per la ricostruzione del Paese nella condivisione di valori e speranze. “Nessuno può fare un passo indietro rispetto alla propria identità, ma un passo avanti per risolvere i problemi. Prima di ogni appartenenza viene il dovere di cittadinanza. Siamo tutti cittadini italiani, tutti consapevoli delle responsabilità che ci sono state affidate. A questo governo serve qualità delle decisioni, coraggio delle visioni, non conta il tempo che può essere sprecato solo nel desiderio di conservarlo. Questo è lo spirito repubblicano del mio governo”. Con riferimento alla “Next Generation Eu”, Draghi si è soffermato sul debito che abbiamo nei confronti dei giovani che lasciano il Paese per la mancata riconoscenza del merito e ha insistito sulla priorità che hanno scuola, formazione, cultura e ricerca di base che deve puntare all’eccellenza in tutti i campi scientifici. Ha anche evidenziato che un pilastro importante del sistema educativo nell’area digitale e ambientale è rappresentato dagli istituti tecnici ai quali sono stati assegnati 1,5 miliardi. Il percorso educativo necessita di innesti di nuove materie e la globalizzazione, la trasformazione digitale e ecologica richiedono continui adeguamenti anche nella riforma universitaria. L’educazione è fondamentale per la crescita di un Paese e per contrastare le diseguaglianze. Lo scorso anno la pandemia ha privato numerosi studenti di ore di didattica in presenza, soprattutto nelle regioni meridionali dove la Dad ha incontrato difficoltà. Bisogna aggiornare il calendario scolastico e recuperare le ore perse. Il virus ha acuito le difficoltà economiche di quanti non avevano recuperato le perdite della crisi del 2008. La disoccupazione è aumentata ed è stata selettiva colpendo soprattutto donne e giovani e gli interventi di sicurezza sociale non hanno protetto autonomi e lavoratori a tempo determinato. A questo si dovrà porre rimedio e l’appartenenza all’Europa, la prospettiva di un’unione sempre più integrata e di un bilancio pubblico comune sono garanzia di sicurezza nei momenti di debolezza. La cessione di sovranità nazionale per conquistare sovranità condivisa non è una perdita. Senza Italia non c’è l’Europa, ma fuori dall’Europa c’è meno Italia.

Draghi al governo…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Febbraio 14, 2021 – 14:43
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Esce Giuseppe Conte, entra Mario Draghi. Il passaggio della campanella da un modesto curriculo non privo di incongruenze a uno interminabile di incarichi di rilievo nazionali e internazionali. Presidente della Bce, accademico, economista, esperto di finanza, governatore della Banca d’Italia, direttore generale del Tesoro, direttore esecutivo per l’Italia della Banca mondiale e nella Banca asiatica di sviluppo… Un avvicendamento alla guida del governo che da solo basterebbe per iniziare ad essere ottimisti e guardare finalmente oltre il muro di nebbia che stringe il Paese. Mario Draghi alla presidenza del Consiglio tranquillizza quella parte di Europa da sempre e ragionevolmente sospettosa dell’Italia, solleva lo spirito di Macron e Merkel stufi dei bonus di Conte e “ansiosi di lavorare” con chi costituisce una “risorsa preziosa per tutta l’Europa”. Congratulazioni anche da Boris Johnson. Il prestigio e la stima che circondano la figura di Draghi hanno contagiato tutti i partiti  compresi i meno riottosi del MoVimento di Grillo. Nell’ansia di partecipare ognuno ha voluto vedere nell’ex presidente dell’Eurotower quello che più gli piaceva. Cortesia  silenzio e qualche sorriso appena accennato hanno illuso le delegazioni dei partiti che colui che durante le consultazioni riempiva di appunti i fogli di un’agenda fosse consenziente. La cura dell’Italia dovrà invece passare attraverso la resa dei partiti che dovranno impegnarsi  non a trarre beneficio dal nuovo governo, ma a offrire risposte valide ai problemi del Paese. Ne saranno capaci?  Osservando la composizione del nuovo governo, emergono alcuni aspetti significativi: i ministri rispondono a una precisa scelta nel senso della moderazione, delle competenze nei settori chiave, dell’equilibrio nella rappresentanza delle diverse forze politiche, del bilanciamento tra presenze maschili e femminili in termini di peso dei dicasteri assegnati, di proporzione tra politici, 15, e tecnici, 8, in relazione al valore degli incarichi. Pochissimi i giovani, età media 54 anni. Un particolare che conta poco nel momento in cui i contenuti dei progetti e l’azione di governo saranno concentrati sulle nuove generazioni (Next Generation Eu). Rispetto alla moderazione, sono stati esclusi i meno moderati: a Salvini sono stati preferiti Erika Stefani (corrente Zaia), Massimo Garavaglia (ala giorgettiana) e Giancarlo Giorgetti. Nei dicasteri fondamentali troviamo Roberto Cingolani alla Transizione ecologica. Fisico di fama internazionale, quando rivestiva l’incarico di direttore scientifico di Leonardo fornì ai parlamentari di Italia viva gli spunti giusti per sostanziare la controproposta del Recovery plan nei capitoli dell’Innovazione. A guidare la Transizione digitale sarà Vittorio Colao, nominato da Conte a capo della task force e poi liquidato con sufficienza. Il causidico contro l’esperto. Al ministero dell’Economia, un altro tecnico, Daniele Franco, direttore generale della Banca d’Italia, quello che assieme a Roberto Garofoli, ora sottosegretario a Palazzo Chigi, era stato il bersaglio del brand Casalino: “Quei pezzi di m. del Mef” ai tempi in cui si annunciava la nascita della gaudente decrescita.  Al Mit Enrico Giovannini, altro tecnico che si occuperà di conversione all’ecologismo, sottinteso intelligente, “da non confondere con la difesa della foca monaca” come ha detto qualcuno. Renzi non è nel governo Draghi, solo Elena Binetti ne fa parte nella funzione di ministro delle Pari opportunità, ma è lo spirito renziano ad essere presente negli uomini che rappresentano la forza propulsiva indispensabile a rilanciare il Paese. Esclusi oltre ai meno “dotati” come Azzolina Bonafede e Catalfo, gli scudieri più fedeli a Conte, Gualtieri Fraccaro e Boccia e fuori anche De Micheli, Provenzano e Amendola. Una svolta sarà impressa alla comunicazione che sarà più sobria: “Si comunica quello che facciamo, non quello che vogliamo fare” ha detto il neo presidente al primo Consiglio dei ministri. Con Draghi, a decontizzazione avvenuta, diamo finalmente addio alla garrula fuffa.

Oggi vota Rousseau…l’opinione di Rita Faletti

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Se i simboli contano, come interpretare il “tutti in giacca e cravatta” con l’arrivo di Draghi? Mise scelta anche nei fuoriprogramma, non solo durante le consultazioni con il presidente incaricato nella Sala della Lupa. Forma è sostanza? Nel paese dove l’apparenza conta più della sostanza c’è spazio per il dubbio. E se la forma rispecchia la sostanza, il Maglione è la sostanza. La lettera maiuscola è d’obbligo quando si parla dell’indumento preferito da Marchionne. Un altro grande italiano che non teneva in alcun conto l’apparenza. Uomo del fare, amava il suo lavoro che svolgeva con competenza  e dedizione e quella capacità di guardare lontano che significa visione e presuppone progettualità. Probabilmente una di quelle persone che si divertono lavorando. Credo si possa immaginare la stessa cosa di Draghi. Definito atermico perché non indossa mai il cappotto, sobrio, indifferente ai simboli del derelitto “status sociale”, che vive una stagione di fluidità, pragmatico e dai modi asciutti ma cortesi. Un’altra eccellenza italiana. Per molti un enigma guardato con sospetto da coloro che si confrontano con una quotidianità dove ci si arrangia, ci si barcamena, si ingaggia una lotta per la conservazione del posto piovuto chissà come, magari grazie a un garante comico ispiratore di rocambolesche giravolte, lui stesso una giravolta. Va bene. Fette di umanità diversissime e incompatibili che si trovano a interagire in un momento drammatico, dove il dramma di una parte consiste nella lacerazione  nell’instabilità e nel terrore dell’instabilità. Dove non c’è sicurezza perché non c’è sostanza, dove bisogna raccomandarsi al santo del giorno invece di provare a studiare capire riflettere. E domandarsi alla fine e con un po’ di umiltà,  se sia il caso di porre veti e condizioni e presentare richieste al migliore dei migliori. Un signore cui Mattarella ha affidato l’incarico di formare un governo che si occupi di priorità: piano vaccinazioni, investimenti per la ricostruzione del Paese e riforme senza le quali nessun progetto potrà essere implementato e nessun euro arriverà. Quali competenze quale preparazione quale esperienza  hanno dimostrato di possedere i razzolatori della politica, quelli che sono diventati famosi difendendo il diritto a sputtanare senza pagarne le conseguenze e giocare con il fango in un paese privo degli anticorpi necessari a combattere le bufale? Bufale che hanno attecchito nel paese che non premia il merito e la competenza e predilige i mediocri sbattendo nello stesso calderone le varie gradazioni di stupidità e intelligenza, la benedizione dell’uno vale uno. Il grillesco principio secondo il quale l’amministratore di condominio può tranquillamente amministrare un paese, che differenza fa? E’ solo una questione di grandezze. Oggi gli iscritti alla piattaforma voteranno sì a Draghi. Esito scontato. “Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico che prevede un super-ministro della Transizione Ecologica…?” Falqui, basta la parola.

Mario Draghi a Palazzo Chigi…l’opinione di Rita Faletti

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Mario Draghi a Palazzo Chigi. Rumour giravano da tempo ma pochi credevano che l’ex banchiere della Bce e tanto altro ancora potesse accettare un incarico così gravoso. Un Paese che ha smarrito ogni cultura politica, una crisi sistemica aggravata dagli ultimi due governi, una crisi economica acutizzata dalla pandemia, contagi e decessi che continuano, vaccini che scarseggiano e un piano vaccinale che non c’è.  Draghi non accetterà mai. Un mantra ripetuto da politici di quasi tutti gli schieramenti, a mo’ di rito apotropaico, terrorizzati al pensiero  che una personalità di quel calibro arrivasse a impartire l’estrema unzione a un governo di infermi. E adesso cosa ci capiterà?  Alcuni già si preparavano a fare gli scatoloni. C’era chi osservava e se la rideva. Più preoccupato di tutti l’ex premier Conte, fino a poco prima convinto di essere l’irrinunciabile punto di riferimento dei grillini e il pivot del governo giallorosso. “Tornerò al mio lavoro”. Frase buttata là con poca convinzione, che ora risuona come una minaccia sul punto di inverarsi. Piombato nel silenzio dopo l’annuncio di Mattarella, con il solerte Casalino che allerta cronisti e fotografi, Conte ricompare dietro un banchetto fatto piazzare all’uopo dal Rocco, e lancia un velato ammonimento al successore: “Il governo deve essere politico” e, rivolto al Movimento, si candida alla sua guida: “Io ci sarò”. Di Maio sarà d’accordo? Poi, ciuffo al vento, si allontana e chiude la fase più imbarazzante e invereconda del governo, quella dei “responsabili cercasi” . Un’accozzaglia di ripescati  cacciati trasferiti tra cui spiccava  Ciampolillo, noto alle cronache per aver avuto la pensata geniale di curare la Xylella degli ulivi con il sapone da bucato. Agronomo improvvisato, chiedeva, in cambio del sostegno prezioso, il dicastero dell’Agricoltura. Miseramente naufragata la speranza del Conte ter,  il Pd si strugge e si macera non sapendo cosa offrire a Giuseppi che martedì scorso aveva escluso di fare il ministro di Draghi. Mai dire mai. Al primo giro di consultazioni, i pronostici si confermano: tutti si accalcano per entrare nel nuovo esecutivo. Fratelli d’Italia si astiene ma piovono critiche da alcuni elettori. Il “ni” del recalcitrante Salvini, dopo ore di travaglio interiore e un’uscita improvvida: “Dobbiamo sapere se Draghi preferirà le nostre proposte o quelle di Grillo”, diventa sì. E’ il risultato dell’incessante lavoro di persuasione di Giorgetti, l’amico fedele, il politico avveduto che sa consigliare, che mette in guardia ma si fa da parte e si rimette alle decisioni del capo. “Matteo, non puoi restare fuori”. E Matteo, ricordando le pressioni  degli imprenditori e delle partite Iva del nord che mordono i freni in attesa di ripartire con regole certe, orizzonti definiti e un governo che non sia puro vocalizzo, guarda Draghi negli occhi: “Professore, noi appoggeremo il suo governo senza condizioni”. Poi, il leghista dal piglio sbrigativo e la favella chiara che tanto piace ai suoi elettori, dice che l’Italia deve ripartire, negozi, bar, ristoranti e teatri devono aprire, devono esserci soldi per il turismo. Draghi annuisce. Pare che addirittura abbia sorriso a una battuta di Salvini sul calcio. Distanti nei modi, l’approccio pragmatico alle cose li avvicina. Il Pd è contrariato, avrebbe preferito che la composizione del governo che sta per nascere fosse la fotocopia del precedente. Stessa composizione stesso perimetro. La cosa rivela il retropensiero di Zingaretti: ha accusato Salvini di antieuropeismo e per questo continuato a indicare nella Lega il partito nemico degli interessi del Paese. In realtà per servirsene ad ogni appuntamento elettorale con la speranza di ridurre il consenso di quello che rimane, nonostante la perdita di 10 punti dal Papeete, il primo partito. Vale la pena a questo proposito ricordare le parole dei magistrati sul caso Gregoretti: “Salvini è colpevole allo stesso modo del governo di cui faceva parte, ma va abbattuto”. Un filo che unisce, andando a ritroso,  Salvini a Craxi Berlusconi e Renzi. Il punto di vista diverso, l’alternativa, la proposta nuova sono insidiosi tentativi di scalfire l’ortodossia e vanno eliminati. L’inversione di Salvini dovrebbe essere accolta con favore: un governo più ampio in una situazione di emergenza è una conquista, anche simbolica, perché comunica al Paese la volontà di cooperare, indipendentemente dalle posizioni di partito, al bene di tutti. E’ un’assunzione di responsabilità che esclude, per una volta, pregiudizi e colpi bassi da entrambe le parti. Salvini ha archiviato definitivamente l’antieuropeismo? Vedremo, i fatti lo dimostreranno. Una parte dei grillini è stata costretta a rinunciare alle battaglie identitarie della prima ora , sconfitta dalla realtà. Chi tuttora non riesce a tollerare coloro che la pensano diversamente è proprio il partito che non manca mai di rivendicare spirito di unità, apertura e democrazia. L’antico tarlo non è morto. E’ paradossale che un governo che ha saputo solo gestire l’immobilismo dando una spinta al Paese in direzione del burrone, si intigni nel voler proseguire su quella falsariga, smarrendo il senso del limite. Draghi ha ascoltato tutti, terrà conto delle richieste e stabilirà se esse saranno compatibili con le ragioni del mandato ricevuto dal Colle. Bizzarro tirarlo per la giacchetta. Draghi farà ciò che serve per far crescere l’Italia e cercare di ottenere due risultati fondamentali: piena occupazione e equità sociale. Saprà spendere i soldi europei in investimenti e riforme,  impedendo sprechi in corruzione e assistenzialismo, le vere insidie che si sono materializzate malgrado o grazie i vari governi che si sono succeduti. Il Wall Street  Journal ha scritto: “Chi ha salvato l’euro, riuscirà a salvare l’Italia?”. Questa volta è il caso di fare il tifo.

Il capolavoro Renzi…l’opinione di Rita Faletti

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Qualcuno masticherà amaro, qualcuno lo sta maledicendo, qualcuno gli ha giurato vendetta eterna. Ma c’è anche chi dice: “ Renzi è stato bravo”. Non ci crederete, ma Rocco Casalino, il portavoce di Conte, l’uomo che ha fatto da parafulmine all’ex premier e ne è stato l’ombra, ammette quello che pochi osano confessare perfino a se stessi. Ammettere una sonora batosta che mai ci si sarebbe aspettati dal capo di un partitino del 2 e rotti per cento e a cui si guardava dall’alto in basso con sufficienza? Matteo chi? Eppure il senatore toscano, toscano come Machiavelli, era diventato con il suo misero 2 e rotti per cento l’ossessione di Zingaretti e del Pd, dopo che il segretario era stato costretto, controvoglia, a fare l’alleanza con il M5s. Il primo passo, seguito dal secondo, l’abbandono del Pd e la fondazione di Italia viva, poi il terzo, l’abbattimento di Conte, infine il quarto: l’umiliazione del Pd. La fredda determinazione, la capacità di leggere la realtà e chi ci sta dentro e saperla proiettare nel futuro, la volontà di vincere senza un esercito alle spalle, la cattiveria agonistica del giocatore di scacchi, tutto cervello e concentrazione. Matteo il fiorentino non è Matteo il lombardo, casinista e pasticcione, can che abbaia e non morde. Matteo Renzi, lo penso da quando ha messo piede in politica, ha stoffa, intelligenza, audacia e risolutezza, qualità che non possono mancare a un politico di professione. E’ riuscito nell’intento di cancellare il Pd innescando dall’esterno un processo di trasformazione di quel partito in un’entità senza identità, annacquata dalla forzata coabitazione coi grillini, la cui forza è tutta e solo nel non voler scomparire. La natura prepotente e anguillesca del parvenu politico e la furbizia che surroga l’intelligenza li preserva dalla scomparsa. La strategia dell’improvvisatore che non demorde neanche di fronte all’evidenza più evidente vince su chi non ha più alcuna strategia.  La decisione di Mattarella non sarebbe stata possibile senza l’allestimento preparato da Renzi. E ora? Nel centro destra Meloni coerente come sempre si asterrà. Salvini ha detto “ni”, Berlusconi ha detto “sì”. Dall’altra parte, Zingaretti ha fatto una riunione con Leu e 5s per sottolineare la necessità di delimitare i confini dell’alleanza in attesa delle elezioni del 2023 e ribadire l’intenzione di prendere le distanze da Renzi. Peccato che Renzi l’abbia preceduto ancora una volta prendendo le distanze da lui e già contemplando la strada verso il centro. E i grillini? Nel Movimento è grande bagarre. C’è chi non vuole scontentare Mattarella, chi ritiene “inattaccabile” il profilo di Draghi, chi vorrebbe resuscitare Giuseppi provando a sabotare “il banchiere”, c’è Grillo che invita a “resistere, resistere, resistere”, c’è la Lezzi, quella dell’angolo di 370 gradi, che grida contro “l’apostolo delle élite” e c’è il plotone del Fatto guidato da Travaglio, l’ayatollah del Movimento, il più esagitato di tutti. Ma c’è anche Di Maio, il più furbo di tutti, che dietro l’affermazione che la via maestra è un governo politico, ha già deciso. Non è lui che disse, nonostante lo sconcerto per la frase: “Draghi mi ha fatto un’ottima impressione”? In questo scenario in cui ognuno si classifica per quello che è, la politica avrebbe l’occasione per rinascere dalle proprie ceneri, assumendosi  la responsabilità delle proprie decisioni di fronte al Paese. Guardarsi allo specchio  cercando di vedere quello che c’è, ben poco, sostenere con convinzione un governo di “alto profilo” e rassegnarsi a considerare il proprio, di profilo, appena accettabile, sarebbe un inizio auspicabile.

Mattarella cala l’asso…l’opinione di Rita Faletti

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Mattarella e Draghi

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Roberto Fico torna sconsolato al Colle per comunicare la morte della maggioranza. Renzi ha dato scacco matto. Aveva studiato le mosse con cura e deciso che nessuna offerta sarebbe stata adeguata. Poltrone respinte, compreso il terzo ministero oltre alle Infrastrutture e all’Agricoltura anche il Lavoro. Richieste avanzate: Mes, sostituzione di Arcuri, Bonafede, Azzolina, Parisi, modifica del reddito di cittadinanza. L’obiettivo era già scolpito in mente: nessun Conte ter e a casa un governo inconcludente. Il senso dell’azzardo puro: come i giocatori di scacchi hanno bisogno di condizioni estreme per dare il meglio di sé, così Renzi  ha creato le condizioni per sparigliare il campo. Mattarella prende atto che il governo giallorosso è arrivato a fine corsa e comunica le proprie decisioni. In circostanze diverse, senza una pandemia in corso, sarebbe pronto a sciogliere le Camere e mandare il Paese alle urne. Ma respinge l’ipotesi e si appella alle forze politiche perché sostengano un governo di alto profilo. Oggi, alle 12, ha convocato Draghi al Quirinale. Ci saranno resistenze? Salvini e Meloni vorrebbero il voto senza indugi, il Movimento 5s vorrebbe uscire dall’incubo Draghi, Forza Italia, Cambiamo, +Europa, Azione e Italia viva non aspettavano altro. E il Pd? Il Pd pagherà il prezzo più alto per l’inconsistenza dimostrata. In un momento così drammatico, la scelta migliore è affidare all’unico italiano di riconosciuta caratura internazionale la ricostruzione del Paese.

Il Colle richiama alla serietà…l’opinione di Rita Faletti

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Il Presidente Mattarella

di Rita Faletti

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Nel pomeriggio di ieri Mattarella ha incontrato le delegazioni dei partiti di maggioranza e opposizione per capire orientamenti e intenzioni in vista di un nuovo mandato. Partito democratico, Cinque stelle e Leu hanno confermato quello che sapevamo: il favore a un governo con il perimetro del precedente guidato da Giuseppe Conte. Nessun veto a forze esterne che volessero sostenerlo, nessun veto a Renzi, ma senza nominarlo, come ha confermato Vito Crimi a nome del Movimento. Il senatore di Scandicci dopo essersi aggiudicato il primo tempo mandando Conte al Quirinale a dimettersi, segna un ulteriore punto a proprio vantaggio con quella dichiarazione di apertura nei suoi confronti. Nei fatti era già stato riammesso  a riprova della fatuità della minaccia delle porte chiuse e dei “mai più con Renzi”. Il Pd ha perso l’energia riconquistata dopo le europee e in un anno e mezzo di coabitazione con gli ex guastatori si è lasciato contaminare e si è smarrito. Carlo Calenda lo aveva previsto. Il predicatore Bettini preferisce la versione della “vicinanza di posizioni”. Claudio Martelli, più realisticamente, ha definito Pd e M5s due partiti acefali che hanno affidato alla coppia Conte-Casalino, “Luigi XV e la Pompadour”,  la gestione del governo. “Se fai il presidente del Consiglio e sei in Tv tutte le sere vuol dire che siamo messi malissimo. Il presidente del Consiglio dovrebbe fare altro” ha concluso il direttore di Avanti. Che tutto sia apparenza e fuffa è innegabile. Poi c’è il lato grottesco, di cui i grillini sono maestri e che non ci fanno mai mancare: il voto a Conte alla Camera è stato affidato a un tale che ha parlato per sette minuti della clorofilla. Un discorso surreale, escamotage neanche tanto furbo, per coprire la totale assenza di pensiero, strategia di chi non sapendo rispondere, finge di ignorare la domanda. Grillini che giocano in rimessa, non più sfascisti ma silenziose semplici figure di riempimento in un Parlamento che boccheggia. La sorte del partito di maggioranza era segnato fin dall’inizio: nessuna esperienza di governo, nessuna competenza specifica, nessuna cultura. Non lo si può colpevolizzare oltre una certa misura. Responsabili della débacle i due spin doctor Travaglio e Grillo. Un giornalista che ha costruito le sue fortune sputando veleno con aria supponente contro quelli che, per opportunismo, ha stabilito essere suoi nemici e un comico che fa piangere. Questi sono i suggeritori degli statisti che dovrebbero presentare a Bruxelles il piano di risanamento e rinascita. Il Partito democratico è consapevole, forse, di essere giunto a un bivio: un governo che provi a segnare la resa definitiva dei grillini, lasciando che si occupino unicamente di verificare lo spessore e la tenuta della colla tra i loro fondoschiena e le sedie, o un governo che segni la resa del riformismo. Se scegliesse la seconda opzione, il Paese non avrebbe alcuna speranza di “rinascere”. Se scegliesse la prima, Renzi rappresenterebbe una risorsa irrinunciabile. E chissà che Forza Italia non decida di dare il proprio appoggio e non nasca un governo istituzionale. Risanamento e rinascita o assistenzialismo? Draghi o Grillo? L’arbitro Mattarella ha affidato al presidente della Camera Fico il compito di sondare le intenzioni dei Cinque stelle,  in subbuglio per le parole del pasdaran Dibba contro Renzi  “l’accoltellatore”. Con Morra e Lezzi, che chiede il voto degli iscritti, è pronto a spaccare il Movimento seguito da una decina tra deputati e senatori. Intanto, iI presidente della Repubblica attende che martedì Fico riferisca sul risultato delle consultazioni. Si riporta tutto al punto di partenza e Renzi è di nuovo il protagonista dei giochi. Il futuro governo sarà una riedizione del precedente con o senza Conte e con Renzi più forte? Sarà un governo di unità nazionale con dentro Forza Italia? Berlusconi ha messo le mani avanti: il suo partito rimarrà saldamente ancorato al centro destra. Tutto è in movimento, c’è una sola certezza: l’esecutivo che nascerà dovrà essere solido e coeso. Mattarella è stato chiaro e pretenderà di sapere se, al di là dei nomi, esista un programma serio e condiviso.

“Aiutateci!”…l’opinione di Rita Faletti

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Il Premier Conte

di Rita Faletti

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Per carità non commuovetevi.  La commozione è un’ingannevole arma a doppio taglio: prima ti commuovi  e subito dopo ti dimentichi per chi o per cosa ti sei commosso. Tutto scorre, come il tempo che precede ogni intenzione e azione umana. Una corsa nel tentativo disperato di vedere un secondo prima come andrà a finire per la contromossa. Povero Conte! Tanto amato da chi non conta niente, il popolo, e da chi conta troppo, la schiera dei “very important people”, conduttori di horror show, direttori di giornaloni e giornalacci, intellettuali del passato e del presente, tutti sfegatati tifosi dell’ “irrinunciabile punto di equilibrio ” per il governo. Che sennò quegli spostati dei grillini chi li tiene? Salirà oggi,  l’avvocato di Volturara Appula, al Quirinale, per rimettere l’incarico nelle mani di Mattarella. Una salita tormentata, con in tasca tante promesse ma nessuna certezza nella moltitudine delle innumerevoli e differenziate ambizioni che agitano un Parlamento sprofondato nel caos e nella doppiezza.

Falchi a confronto…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Gennaio 24, 2021 – 15:10
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La mattina del primo giorno di Joe Biden alla Casa Bianca, Trump e Melania salgono a bordo dell’Air Force One per volare in Florida, alla residenza di Mar-a-Lago. Se ne va anche il bellicoso Segretario di Stato Mike Pompeo, stazza e colorito da buona forchetta, apparentemente pacioso, in realtà un “falco” della politica. Riunire l’America, gettare acqua sul fuoco divampato nell’ultima fase della presidenza Trump, stemperare per quanto possibile le contrapposizioni interne sarà l’arduo compito di Biden. Diverso il discorso sul piano della politica estera perché Trump qualche mossa l’ha azzeccata e nessuno, benché riluttante a riconoscerlo, intende invertire la direzione tracciata dalla sua Amministrazione, salvo su un punto fondamentale: l’isolazionismo.  La forza e l’autorevolezza di un Paese si valutano dalla sua politica estera e un Paese che non ha politica estera non può avere politica interna. Dunque il nuovo Segretario di Stato dovrà ripristinare la leadership americana nel mondo e far sì che il ruolo degli Stati Uniti torni ad essere quello di esportatore e faro della democrazia. La scelta è caduta su colui che da tempo è il pilastro del Partito democratico in politica estera e sostenitore di un approccio “duro” in tema di sicurezza nazionale, in linea con i neoconservatori del Partito repubblicano. Anthony Blinken, 58 anni, di New York, laureato alla Harvard University e alla Columbia Law School, è il nuovo  Segretario di Stato. Ha iniziato la sua carriera sotto Bill Clinton nel Dipartimento di Stato, trasferito successivamente alla Casa Bianca e al Consiglio di sicurezza nazionale, è stato Sottosegretario di Stato tra il 2015 e il 2017, opinionista del New York Times e analista dell’emittente Cnn. Da interventista liberal, sostenne “le primavere arabe” e nel 2013 spinse  per un’azione militare contro Bashar al-Assad  quando il regime siriano usò il sarin contro gli insorti nella periferia di Damasco uccidendo donne e bambini. Obama preferì non intervenire. Nel 2017, quando Trump colpì la Siria con un’azione dimostrativa, Blinken lo apprezzò pubblicamente. Alcune sue dichiarazioni all’audizione di conferma, sono il segnale che gli Stati Uniti non si discosteranno di molto dalla rotta descritta dalla precedente amministrazione. Blinken è stato inflessibile nei confronti della Cina: il regime cinese ha ingannato il mondo sul Coronavirus e si è reso colpevole di genocidio contro gli uiguri e altre minoranze etniche. Al tempo stesso, sul piano commerciale cercherà di premere su Pechino perché osservi gli standard internazionali, mettendo in soffitta la strategia dei dazi decisa da Trump. Sull’accordo nucleare con l’Iran, stracciato dall’ex presidente, Blinken  ha intenzione di ripristinarlo ma riconosce che la strada è lunga e implica la rinuncia, da parte della Repubblica islamica, a costruire l’arma nucleare. A tal proposito, il Segretario di Stato ha sottolineato che qualsiasi decisione dovrà essere condivisa da Israele e dai paesi arabi. Nel frattempo le sanzioni permarranno. In relazione agli Accordi di Abramo, il più importante successo dell’amministrazione Trump, Blinken ha dichiarato di volerli cementare così come Gerusalemme continuerà a essere la capitale dello Stato ebraico e la sede dell’ambasciata americana. Il che non esclude l’impegno ad alimentare il dialogo tra israeliani e palestinesi nell’auspicio che la difficile soluzione di “due popoli due stati”  si possa realizzare. Blinken ha anche anticipato che rivedrà i rapporti ora insoddisfacenti con la Corea del nord e manterrà chiuse le porte a qualsiasi negoziazione con il dittatore venezuelano Maduro, sostenendo invece, come già Trump, Juan Guaidò. Non è mancato il riferimento alla Turchia che ha acquistato sistemi anti-aerei da Mosca: non mancheranno le sanzioni per Istanbul. Ma ciò che ha fatto strabuzzare gli occhi all’ala più radicale dei democratici, sono state le risposte date al senatore repubblicano Lindsay Graham su alcuni punti dirimenti dell’amministrazione Biden in politica estera. Alla domanda se l’Iran sia il più grande sponsor del terrorismo, Blinken ha risposto “Sì”, se Israele sia uno stato razzista ha risposto “No”, cosa direbbe alle persone che arrivano da sud al confine americano “Non venite”, se gli accordi con i talebani in Afghanistan debbano essere sottoposti a condizioni “Sì”. Il messaggio era soprattutto rivolto al Partito repubblicano, ma è chiaro che il senso profondo è che il mondo è cambiato dai tempi di Obama ed è impensabile tornare indietro. L’affascinante Blinken sarà il nuovo falco della politica estera americana?  E’ presto per dirlo, ma i toni misurati e lo stile diplomatico non coprono la sostanziale fermezza di chi non può non mettere al primo posto gli interessi di una potenza mondiale. Nella geografia politica globale devi decidere se essere lupo o agnello. Chi pecora si fa il lupo se lo mangia.

I numeri al posto delle idee…l’opinione di Rita Faletti

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Il Premier Conte

di Rita Faletti

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Con 156 voti al Senato Conte sopravvive e sopravvivono le speranze di un esecutivo fin qui assai poco esecutivo. Italia viva va all’opposizione dopo aver scelto l’astensione. Inimmaginabile dopo il bellissimo discorso di verità pronunciato da Teresa Bellanova che ha messo in fila tutte le ragioni che hanno spinto il partito di Renzi a provocare la crisi.  Da dove sono arrivati i voti indispensabili alla tenuta del governo? Da sedicenti “volenterosi” o “costruttori” che negano di aver partecipato al mercato allestito dai parlamentari della pericolante maggioranza. Si è sempre fatto, si difendono, ma la politica non dovrebbe essere un suk arabo. Renata Polverini alla domanda: “Cosa tiene assieme Bersani e Polverini?” ha risposto  di non appartenere alla destra di oggi: ha votato a favore dei DICO, della legge Zan sull’omotransfobia e a favore dell’Europa e delle sue radici cristiane. E’ ottimista, la Polverini, o forse non ha aggiornato i dati in suo possesso che vedrebbero un forte legame tra l’Europa di oggi e le sue radici cristiane, con la stessa attenzione con cui si è preoccupata di verificare lo stato attuale della destra italiana. Siamo al punto che ogni balordaggine supera il test della realtà. Ma è indubbio che la cosa più sconvolgente l’ha detta Bersani: “Una volta era la politica a indirizzare e guidare il popolo, oggi è il popolo a imporre le scelte alla politica. E’ l’Italia profonda che ha voluto Conte, non i numeri del Parlamento”. Siamo giunti così alla resa della politica e della sua funzione. Perché allora non diciamo anche che la scuola e la formazione non servono più? Cosa rimane? Quale compito è assegnato alla politica? Non vorrei insinuare, ma mi tocca, che l’unico ruolo rimastole sia tutelare lo stipendio a chi non saprebbe come procurarsene uno in altro modo. Non so quanto le parole di Bersani siano state il tentativo maldestro di giustificare l’impotenza del suo partito, la propria stanchezza mentale o la rassegnazione di fronte alla mancanza di idee. Certo sono parole gravissime. Come non dubitare allora dell’irrilevanza verso cui il Pd sta irrimediabilmente muovendo i suoi passi?  Bisogna chiedersi che peso abbiano le idee rispetto ai numeri e scoprire che l’unica risposta logica è: nessuno. E smentire Conte: “I numeri sono importanti ma conta di più il progetto politico”. Perché qui sta la verità: la maggioranza non ha un progetto politico e Conte e Bersani ne sono consapevoli e bluffano. Quindi non restano che i numeri e la debolezza del governo confermata dai numeri.  Mrs. Mastella è perentoria: “I governi malaticci durano di più”. Ma l’obiettivo dei costruttori non era rendere il governo più forte? Contorcimenti verbali che si mescolano al qualunquismo quintessenziale cui si affida Conte nel suo discorso di autopromozione in Parlamento, una volta dismessa la veste di avvocato del popolo per calarsi in più panni contemporaneamente e d’un fiato: liberale, socialista, popolare, democratico, europeista, senza cogliere il grottesco dell’immagine di un mostro con più teste che sprigiona dalle parole. Pietrangelo Buttafuoco dice di Conte: “Un uomo preso incautamente per la strada senza avere un’idea politica. Uno che non ha mai avuto il garbo di una critica, di una spiegazione e con un’informazione che non ha fatto il suo dovere”.

I “costruttori” di stabilità… l’opinione di Rita Faletti

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Clemente Mastella

di Rita Faletti

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Senza avere mai preso un solo voto popolare, Conte, adottando uno stile “soft” e apparentemente rispettoso delle istituzioni, ha cercato, riuscendovi, di accentrare su di sé tutti i poteri decisionali, favorito anche dal clima di paura e apprensione scatenato dalla pandemia. Il Parlamento è passato dall’essere il luogo del dibattito politico, dove un progetto deve essere approvato dalle due Camere per diventare legge, a semplice sede consultiva, di fatto esautorato del proprio ruolo. Approvatore inerte di decisioni prese altrove con la complicità del Partito democratico, che in altri momenti e situazioni ha rivendicato il valore prioritario dei principi della Costituzione. Solo parole. La fedeltà alla Costituzione è un alibi per sbarrare la strada all’avversario politico e diventa un ingombro inutile nel momento in cui è di ostacolo ai propri piani. La crisi di governo, qualunque ne sarà l’esito, ha estratto dall’ombra il problema irrisolto della sinistra italiana e del vuoto di prospettive legato alla fine di un’utopia. Prendere finalmente le distanze da un passato consegnato alla storia da cui non può essere sradicato è un’impresa impossibile per gli eredi del Partito comunista, vittime di una crisi di identità che li costringe allo status quo, in questo accomunati ai grillini che temono anche solo una parvenza di cambiamento che  significherebbe la polverizzazione del movimento. Quanto basta per vedere in Renzi una minaccia e ricompattare miracolosamente Pd e grillini in difesa di Conte. Interessi personali, rivincite, antichi rancori, desiderio di vendetta e odio convergono per asfaltare l’altro Matteo, come vorrebbe Casalino. Sulla linea del sì Conte no Renzi si posizionano Di Battista: “Renzi è un avvelenatore di pozzi”, e Bersani che accusa Renzi di cinismo, incapace di vedere il cinismo dei compagni sapientoni e plaude a Conte: “Conte è migliore di come è stato descritto”. E rispolvera lo spauracchio delle elezioni di chi teme persino la propria ombra: “E’ ovvio che sarà Conte contro Salvini”. C’è un gran trambusto che scuote da un letargo durato mesi, gente che si telefona, che mercanteggia e intrallazza, presa da fervore patriottico. A Palazzo Madama nasce il gruppo misto Maie-Italia 23, quello dei “costruttori” e Clemente Mastella, l’affossatore di Prodi, ora vuole consolidare il governo e si offre a Conte come consigliori: “Nessuno pensi di recuperare Renzi”. Il politico senza macchia e senza paura, come Salvini ha definito il sindaco di Benevento, sfodera tutta la grinta di cui è capace e ridiventa amico per la pelle di Grillo. Altro che ribaltoni. Odi che si trasformano in amori, situazioni che si capovolgono, legami che rinascono,  incartapecoriti politici sorprendentemente spumeggianti per dare una mano a Conte. Uno è Bruno Tabacci, il “responsabile” da non confondere, per carità, con il voltagabbana Scilipoti, un venduto, un individuo spregevole perché un conto è fare da scudo con il proprio corpo a un democristiano devoto a Padre Pio e benvoluto da Francesco, altra cosa è mollare Di Pietro per correre da Berlusconi. E’ l’emergenza bellezza, e la doppia morale grondante ipocrisia della sinistra. Guai tentare di togliere le ganasce alle ruote del Paese come vorrebbe Renzi, troppo pericoloso! Il senatore toscano è una mina vagante che mette a repentaglio la “stabilità” di un esecutivo dove chi ha solo la gamba destra si appoggia a chi ha solo la sinistra in uno stato di equilibrio provvisorio che solo lo stare immobile può preservare. Lo spettacolo, visto da fuori, è spassoso e dà sollievo agli animi afflitti dalla pandemia. E’ la vecchia buona DC che sta nascendo dalle proprie ceneri. Stare attenti dalle parti del Pd.

Assedio a Capitol Hill…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Gennaio 11, 2021 – 17:09
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Ahhhhhh

di Rita Faletti

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Il giorno dell’Epifania, il 6 gennaio del 2021, verrà ricordato come il giorno dell’assalto a Capitol Hill. Il tempio della democrazia americana violato e sfregiato da un’orda di scalmanati e violenti sostenitori di un ormai ex presidente “out of his mind”, fuori di testa, secondo alcuni, forse in riferimento a uno stato permanente di precarietà mentale, tenuto sotto controllo fino al momento in cui la sconfitta elettorale è stata inequivocabile. A quel punto gli argini si sono rotti e la follia è esplosa. Avvisaglie si erano manifestate già dopo la conta dei voti postali e la parola brogli aveva iniziato a correre. Quindi la richiesta del riconteggio e la conferma della vittoria di Biden, da ultimo il controllo del Senato da parte dei democratici. Una persona “normale” avrebbe accettato la sconfitta. La pazzia di Trump sta nell’aver rifiutato la realtà valicando la soglia del “normale” che è anche razionale, per entrare nella terra dove anormale e irrazionale è anche sconsiderato eversivo criminale autolesionista e persino grottesco.  Grottesco come mascherarsi da “sciamano”, indossare pelli di animale e corna da vichingo. Può darsi che Trump con la messa in scena e l’insurrezione non c’entri, ma è indubbio che quello che è andato in onda davanti allo sguardo incredulo del mondo sia stato l’effetto di un comportamento inaccettabile perché sovversivo da parte dell’uomo al vertice della catena di comando della prima potenza mondiale, non facilissimo da classificare sotto il profilo della personalità, comunque da respingere e condannare senza riserve sotto il profilo istituzionale. Dietro all’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti la teoria del complotto, i seguaci di QAnon, i gruppi di estrema destra e dei suprematisti bianchi come i Proud Boys, coloro che credono che esista una rete, mai scoperta, di pedofili che tramerebbe contro Trump, e il “tradimento” della democrazia proprio nel giorno della certificazione della vittoria di Joe Biden. “Stop the steal”  sui cartelli dei manifestanti,  “fermate il furto”, il furto di voti  ai danni del popolo che ha scelto Trump suo presidente. “I patrioti sono stati derubati di un’elezione”, di questo sono convinti gli assalitori del Campidoglio e milioni di americani che hanno deprecato il “golpe” ma non le ragioni che l’hanno determinato. Non è un mistero che l’America sia divisa e lacerata, non dal giorno dell’Epifania, non da quando Trump ha vinto le elezioni quattro anni fa, ma dai tempi di Obama. C’è una grossa fetta di americani che non ne può più del proto-politicamente corretto e della collettivizzazione , è quella fetta di americani che Hillary Clinton aveva definito “deplorable” per aver votato a favore del suo competitor. Chi è mai Hillary Clinton per attribuirsi il privilegio di dare pagelle di degnità o indegnità? Non è certo delegittimando l’oppositore politico bollato con disprezzo come “deplorevole” che si fa un servizio alla democrazia, semmai si genera una pericolosa reazione che definire “fascista” è palesemente ipocrita. I “golpisti” di mercoledì scorso non sono neanche “gruppi para regolari, che non sono ben inseriti nella società” come ha detto Papa Bergoglio. Il luogo comune secondo cui trasgressione e violenza sono espressioni di un’emarginazione sociale andrebbe definitivamente derubricato. Non esiste correlazione tra violenza e emarginazione. Il vichingo Jake Angeli, lo “sciamano” dell’irruzione a Capitol Hill non è un disgraziato che vive ai limiti della civiltà, né lo è l’uomo in tuta mimetica col volto coperto e la bandierina americana sul petto con il teschio del Punitore, né il poliziotto morto che aveva le foto del presidente sui suoi profili social, né i tanti repubblicani rispettabili, né i comuni cittadini che nel 2016 hanno votato Trump. E non sono nemmeno le grandi piattaforme social della Silicon Valley a poter stabilire cosa è giusto e cosa sbagliato senza fornire spiegazioni. Aver chiuso gli account di Trump è stato un atto censorio, incompatibile con un sistema democratico e foriero di nuove disgrazie e ulteriori processi di radicalizzazione. “E’ possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore, e non per decisione di un management aziendale”, ha osservato Angela Merkel.

Il dilemma di Conte…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Gennaio 7, 2021 – 17:40
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di Rita Faletti

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Ormai lo ripetono anche i bambini: Renzi ha creato questo esecutivo per fermare Salvini lungo la strada verso la presidenza del Consiglio e il governo del Paese. La pericolosità del capo della Lega, con il quale non vanno confusi esponenti del partito più illuminati e lungimiranti di lui, sembra essersi affievolita. Che i fatti e la ragione  abbiano convinto Salvini che rimanere con i piedi saldamente ancorati all’Europa è una necessità, un vantaggio e un’opportunità irrinunciabili, è possibile oltre che auspicabile. A confronto con l’alleata Meloni, che gli ha eroso consensi, Salvini potrebbe quasi sembrare un europeista. Ma forse è un azzardo fidarsi di ciò che appare, Salvini non ha dato prova di affidabilità, non più di altri. La questione di Renzi è diversa. L’ex presidente del Consiglio, con uno scarno 2 per cento, continua ad avere in mano il boccino da quando il Bisconte esiste. Non è poca cosa, un altro, chiunque altro, sarebbe scomparso dall’orizzonte politico. Fini, per fare un esempio, non esiste più e il suo partito aveva ben più del 2 per cento. Neanche le simpatie della sinistra l’hanno salvato dalla sparizione. Del resto, se la riconoscenza non è di questo mondo lo è ancora meno nel partito degli ex comunisti, pronti ad afferrare al volo qualunque occasione allunghi la loro pallida esistenza e altrettanto solerti nello sbarazzarsi di chi ha loro offerto il sollievo momentaneo di un respiratore artificiale. Renzi è andato bene quando il Pd aveva esaurito ogni energia, va bene oggi, quando la ricostruzione del Paese con i fondi europei non può avvenire con questo scombinato esecutivo refrattario al cambiamento, percepito come un attentato sia da chi vive la politica come consuetudine irrinunciabile sia da chi ne ha recentemente assaporato i benefici. Ecco che “vecchi” e “giovani” si trovano a condividere la scelta di sacrificare gli interessi del paese ai propri. Ecco che Conte diventa il campione di entrambi. L’arrogante D’Alema, che affetto da diplopia vede costole della sinistra dappertutto, pregusta la sconfitta di Renzi e non si spiega come l’uomo più impopolare (Renzi)  possa mettersi contro l’uomo più popolare (Conte); il re delle metafore Bersani paragona Conte a De Gasperi e persino Occhetto è spuntato dalle tenebre per consigliare il premier a mostrare coraggio e andare a trovare i voti in Parlamento. Questi zombi accecati dall’odio, unico sentimento che dia loro l’illusione che un po’ di sangue scorra ancora nelle vene sclerotizzate più che dall’età dal tramonto di un’ideologia,  aspirano alla rivincita sul rottamatore. Poi ci sono quelli che hanno alzato la voce contro Conte accodandosi a Renzi e un po’ nascondendosi dietro di lui e augurandosi che l’ex premier non facesse sul serio. Ora si appellano alla prudenza e al senso di responsabilità: il Bisconte non può cadere, al massimo qualche rimpastino, qualche spostamento di risorse da un progetto a un altro, qualche ritocchino-ino-ino. Perché, va detto, il senso di responsabilità non è verso il Paese, che di ben altro governo avrebbe bisogno, ma verso se stessi e il loro incerto futuro. Intanto Conte che fa? Medita. Non può cedere su tutto, si dice. Beh, trasformista è trasformista, e il piano del Recovery pare neanche esista, quindi ci si può mettere mano accontentando quel rompiscatole di Renzi. Poi c’è la questione della delega ai Servizi Segreti, di cui rimarrebbe responsabile, e allora perché non seguire l’esempio dei suoi predecessori? E il Mes sanitario? Che male ci sarebbe se si prendessero soldi preziosi in questo momento difficile? In fin dei conti significherebbe salvare capra-il partito del non voto- e cavoli-tutti gli altri, lui compreso.

Totalitarismo del pensiero…l’opinione di Rita Faletti

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Siamo nell’era della tecnologia, l’era dominata da GAFAM, che non è una divinità pagana, né un eroe creato da Joanne Rowling, la scrittrice e sceneggiatrice britannica diventata famosa grazie alla serie di romanzi di Harry Potter. GAFAM è l’acronimo delle cinque multinazionali che controllano il mondo: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft. Un potere gigantesco di cui tutti siamo schiavi accondiscendenti. Nelle democrazie occidentali la libertà di pensiero e di opinione è il fondamento dello stato di diritto. Ma quale libertà? Ce lo siamo chiesto? E’ la  libertà condizionata a una volontà superiore che si intrufola nelle nostre vite dandoci l’illusione di esprimere attraverso tweet il nostro pensiero  sui social, pensiero condito spesso di insulti con la copertura dell’anonimato, il che già dovrebbe far riflettere sul significato autentico di libertà che non è tale se concede il camuffamento, per poi servirsi di quel pensiero larvale, blandendo,  indirizzando, influenzando e manipolando ai propri fini. Lo spirito del tempo, lo Zeitgeist, che attraversa la nostra società, sottrae influenza ai valori e sempre più potenzia confort e sicurezza. La verità non interessa più nessuno, è scomoda e richiederebbe un comportamento coerente lineare e contrastivo. La verità è soltanto alternativa e al punto in cui siamo, ognuno può crearsi la propria e spacciarla per vera, riservandosi di rimpiazzarla con un’altra opposta. L’operazione è favorita dalla sostanziale mancanza di complessità della verità fittizia che tanto più è scarna e quasi rudimentale, tanto più diventa credibile e virale, supportata anche dalla lingua sempre più povera per meglio aderire a un contenuto di fatto modesto quandanche sensazionalistico. Un processo nemico della ragione e dell’evoluzione che conduce al regresso. Un processo che cancellando il ragionamento cancella il pensiero libero e prepara il totalitarismo. Un processo che avviene a nostra insaputa e senza provocare traumi perché conserva intatti confort e sicurezza e intanto demolisce progressivamente le basi identitarie della cultura occidentale. Alla nostra capitolazione sovrintendono i media e l’intellighenzia la quale ci spiega per esempio che siamo colpevoli degli attentati terroristici di matrice islamica perché tentiamo di opporci all’avvento di una nuova era. Esattamente come era avvenuto quando gli intellettuali avevano plaudito ai totalitarismi passati: nazismo, comunismo, maoismo. Nel 1944 Orwell scriveva che “Gli intellettuali sono portati al totalitarismo molto più delle persone ordinarie”. Nel 1945, nella prefazione a “La Fattoria degli Animali” scrive: “Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire”. L’anti-staliniano Orwell negli anni Trenta e Quaranta accusava la sinistra di aver aderito al totalitarismo e aver abbandonato il popolo, la libertà e il discorso di verità. Oggi le sinistre occidentali, in particolare quelle americane, impongono il loro pensiero, incredibilmente anche nei luoghi che sono la sede naturale in cui la libertà di manifestare le proprie idee dovrebbe trovare la massima espressione: le università. Eppure anche in quelle più prestigiose domina il pensiero unico su ambiente, Black Lives Matter, temi etici e religiosi. Unica eccezione l’università di Chicago, in cui il rettore ha informato le matricole che nella sua istituzione non si accetta di cancellare conferenze per le idee degli oratori e non si vietano temi controversi come convinzioni sessuali o religiose. E in fatto di religione, la sola a subire critiche e attacchi senza conseguenti ritorsioni (chi dissente dal mainstream incorre in votazioni basse) è il cristianesimo. Chi ha l’ardire di criticare l’islam, invece, viene tacciato di islamofobia, accusa strumentale che contrabbanda per razzismo un giudizio negativo. Una caccia alle streghe del XXI secolo diffusa in Francia dove la presenza islamica è maggiore che nel resto d’Europa. Brutto momento per la libertà e i valori ad essa connessi di cui generazioni di grandi pensatori e artisti sono stati debitori e hanno segnato la storia con le loro opere formidabili. Negli Stati Uniti, dove la censura del pensiero “eretico” non è di oggi, si era creato un argine con Donald Trump fino a quando il trumpismo è diventato ideologico al pari del suo opposto. Anche in Europa esistono i presupposti perché il totalitarismo del pensiero si affermi, in particolare laddove il distacco dal cristianesimo e dai suoi valori è stato più forte. A meno che, come disse Hölderlin: “Là dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva”.

Progetto “Ciao 2030”…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Dicembre 31, 2020 – 16:17
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Nella bozza del Recovery plan sono 52, da 600 che erano originariamente, i progetti alla cui realizzazione sono destinati i 196 miliardi del fondo europeo per ripresa e resilienza. Un elenco di progetti e relative risorse, raggruppati in sei macro missioni. Entro la prima settimana di gennaio la bozza arriverà in Consiglio dei ministri per essere discussa, eventualmente emendata e approvata. Il 30 aprile è il termine ultimo per la presentazione della formulazione definitiva del Piano alla Commissione europea che avrà due mesi di tempo per l’approvazione. Paolo Gentiloni rivolgendosi all’Italia ha ricordato che l’assegnazione dei 209 miliardi è condizionata al raggiungimento degli obiettivi stabiliti nei tempi previsti e che le erogazioni saranno semestrali. La bozza, come si presenta oggi, risulta dispersiva, quasi si fosse voluto costruire qualcosa mettendo assieme pezzi diversi al solo fine di aderire alle linee guida fornite dall’Europa. Così, dopo aver ascoltato le critiche provenienti da più parti,  ho ritenuto di dover leggere quelle di chi reputo essere, con Carlo Calenda, uno dei rari politici di questo paese in grado di affrontare la questione del Recovery plan  in modo coerente serio e costruttivo, Matteo Renzi. Il testo, datato 30 dicembre 2020, ha un titolo tra il provocatorio e lo scanzonato: “Ciao 2030” e contiene 62 considerazioni di Italia Viva sulla proposta italiana per il Recovery plan. Si tratta di appunti e osservazioni da interpretare come suggerimenti che andrebbero approfonditi in Parlamento con l’ attenzione dovuta a un’occasione che mai più ci capiterà di avere. Il documento di Italia viva si apre con un invito alla trasparenza e alla considerazione che le risorse messe in campo dall’Eu sono eccezionali: non potremmo essere complici di un grande spreco di denaro pubblico. Continua con l’affermazione della necessità di coinvolgere il Parlamento,  le parti sociali e la società civile, essendo la bozza del governo un “collage” privo di una visione. Nel documento di Italia viva, vengono individuati, al contrario, 4 punti fondamentali: cultura, infrastrutture, ambiente, opportunità. Anche l’allocazione del denaro è messa in discussione: una grossa parte di esso non è destinata a nuovi progetti ma al finanziamento, a condizioni migliori, di spese “vecchie” già previste in bilancio. Per quale ragione, è la domanda,  si dovrebbero finanziare misure già deliberate e in buona parte finanziate, tradendo la missione stessa di Next Generation Eu? A favore dei giovani, infatti, ai quali dovrebbero andare i vantaggi degli investimenti di oggi,  sono previsti solo 2 miliardi; ai superbonus 110% sono destinate invece somme eccessive e immotivate: la spesa è superiore a quella per ospedali, carceri, case popolari e scuole. Segue un giudizio incontestabile: è moralmente ingiusto e politicamente sbagliato. Sulla riforma della PA non c’è alcuna declinazione concreta; sulla riforma della Giustizia emerge la mancanza di una cultura giuridica in linea con la Costituzione; è assente una visione strategica sullo sviluppo digitale connesso allo sviluppo economico sostenibile;  sui pagamenti digitali si nota che non vi è alcuna correlazione tra limite al contante e aumento del gettito recuperato; fumoso appare il progetto impresa 4.0. Non c’è traccia di attenzione alle PMI e alle imprese artigianali, nonostante siano 390 mila le attività che chiuderanno per sempre, il 7,5 % del tessuto produttivo. Accompagnare le imprese sulla via del consolidamento patrimoniale e miglioramento della produttività attraverso formazione e digitalizzazione è indispensabile. Il documento riserva un paragrafo ad ogni settore:  infrastrutture, agricoltura, dissesto idrogeologico e via dicendo. Tornando alla bozza del governo e alle risorse destinate ai vari comparti,  si scopre che a cultura e turismo andranno 3,1 miliardi, agli interventi sul dissesto idrogeologico 3,97 miliardi, alla salute 9 miliardi, a istruzione e ricerca 19,1 miliardi, investimenti risibili e inefficaci ai fini di una crescita vera. Inevitabile a questo punto il confronto con la Germania che ha destinato alla ricerca 32 miliardi e con la Francia che nel proprio Piano, “France Relance”,  fa confluire la maggior parte delle risorse (100 miliardi di cui 40 del fondo europeo) sulle aziende, in particolare piccole e medie, “L’industria è la nostra cultura”, e non destina neanche un euro al potere di acquisto delle famiglie. L’indebitamento verrà riassorbito a partire dal 2025 attraverso la crescita e  non vi saranno nuove imposte. Quando impareremo dagli altri paesi e quando ascolteremo i consigli dei nostri politici (pochi) competenti? Il governo dovrebbe avere chiaro in mente che la prossima generazione non è quella che dovrà pagare il conto dei bonus, ma raccogliere i frutti degli investimenti di oggi.

La messa di Natale non è per tutti…l’opinione di Rita Faletti

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Oggi , nell’occidente libero, le persone festeggiano il Natale. Gruppi familiari più piccoli seduti a una tavola, ai piedi di un abete luccicante coperto di palline colorate a scartare regali, davanti a un presepe, testimonianza della nascita di un Bambino venuto al mondo per ristabilire il patto tra Dio e l’uomo, l’intersezione tra il divino e l’umano nella natura di Cristo.  Oggi, nell’occidente libero, le porte delle chiese sono aperte per accogliere i fedeli. Uniche limitazioni  il distanziamento e le mascherine. Fuori dall’occidente, le limitazioni alla libertà di culto non dipendono da un virus, ma dalle persecuzioni. Per milioni di cristiani, le porte delle chiese, quelle rimaste, sono chiuse. E’ una costante, non un’eccezione imposta dalla pandemia. A loro, la messa di Natale è preclusa. Pensiamo a loro.

Scandalosa Europa…l’opinione di Rita Faletti

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L’Organizzazione delle Nazioni Unite è un organismo del quale si potrebbe fare tranquillamente a meno. Oltre ad essere la più grande inutile e costosa burocrazia del mondo, milioni di dollari in viaggi, il personale che incide per più dei due terzi sulla spesa complessiva, privilegi  benefit e il vantaggio dello status diplomatico, un “jet set umanitario” come Mark Steyn ha definito l’Onu in un memorabile articolo sul Chicago Sun Times, sotto il profilo morale è una mezza cloaca. Esiste ormai solo per pagarsi stipendi incredibilmente alti, ovviamente esentasse, “un parco buoi dove relegare ex amici e protetti che non servono più” (Kurt Waldheim), “una banda di imbroglioni che ci menano per il naso” (Oriana Fallaci). Su queste basi, possiamo ben immaginare la sollecitudine con cui la pachidermica organizzazione assolva alle nobili funzioni per le quali è nata dopo la seconda guerra mondiale. Quando la Carta dell’Onu fu firmata nel 1945, Churchill annotò nei suoi diari che tutto gli sembrava “la premessa di una babele”. Gli intenti originari erano assicurare la pace e la sicurezza tra le nazioni, favorire l’aumento di relazioni di collaborazione e amicizia tra gli Stati membri, assicurare il rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della democrazia. Il mondo è pieno di conflitti, più o meno sanguinosi, le varie sigle del terrorismo islamico continuano a minacciare e colpire con la stessa ferocia di sempre, i diritti umani sono calpestati ovunque un dittatore decida di ridurre al silenzio i suoi oppositori politici, e ciononostante le nobili funzioni rimangono in gran parte sulla carta perché la virtuosa organizzazione non interviene mai.  Maduro, Khamenei, Erdogan, Bashar al-Assad, Xi Jinping, Kim Jong-un, Putin, Lukaschenko, Al-Sisi, per nominare alcuni dei più noti esponenti della nuova barbarie, possono vessare, perseguitare, incarcerare, torturare, far sparire avversari politici, intellettuali, accademici, giornalisti, persone comuni che manifestano, anche pacificamente, come avviene a Hong Kong, dove Pechino esercita un forte controllo ideologico e usa la mano forte contro il gruppo nonviolento e democratico Movimento Umbrella,  o in Tibet dove per limitare la libertà religiosa ha espulso migliaia di monaci buddisti, o nello Xinjiang dove è in corso un processo di de-islamizzazione e di rieducazione, o in Iran dove il regime usa la violenza per reprimere le insurrezioni popolari contro il potere corrotto e brutale. Nel 2019 sono risultati essere 90 i paesi che violano i diritti umani, ma pare che alla comunità internazionale la cosa non interessi. Diventa invece molto sensibile se si parla del conflitto arabo-israeliano. In questo caso, la conclusione è invariabilmente la stessa: ad essere incriminato per violazione dei diritti umani è Israele, l’unica democrazia in Medio oriente. Il giorno in cui Israele ha ricevuto la notizia della normalizzazione dei rapporti con il Marocco, in continuità con gli Accordi di Abramo siglati con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, all’Assemblea delle Nazioni Unite sono state ben sette in un colpo le mozioni presentate contro lo stato ebraico. Trattamento che viene riservato solo a Israele. Contrari Canada e Stati Uniti. Come al solito, la Vecchia Europa dell’ipocrisia e del doppiopesismo vota a favore, Germania compresa, che avrebbe molto di cui vergognarsi e da farsi perdonare e far dimenticare. Tutta l’Europa che recita compatta come l’Ave Maria la solita litania del ritorno palestinese, forse ignorando, o forse sottintendendo che il suo significato è l’eliminazione di Israele. Nessuno degli autodichiaratisi difensori dei diritti umani si è però preoccupato del ritorno in Europa dei milioni di ebrei scappati da Polonia, Repubblica ceca e altri paesi durante le persecuzioni e lo sterminio dell’ “amico” Hitler di cui tutti, nessuno escluso, sono stati vili complici. Amicizia stile Europa, amicizia di facciata nei confronti dei profughi palestinesi, ma dannosa in quanto contribuisce alla radicalizzazione del conflitto, falsa amicizia nei confronti di Israele. Che l’Onu, 27 membri dei paesi islamici su 45 in totale, insabbi i crimini atroci commessi nei loro paesi è da aspettarselo, essendo l’organizzazione diventata uno strumento nelle mani di estremisti e tiranni, che l’Europa faccia il loro gioco è un comportamento indecente da prostituta.

Chi ha sei marce e chi nessuna…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Dicembre 18, 2020 – 12:40
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Oscar Wilde diceva: “Ogni tuo successo ti crea un nemico; per essere simpatico occorre essere mediocre”. Renzi è tutto fuorché un mediocre, è il motivo per cui Di Maio e Salvini si sono impegnati per metterlo fuori gioco, senza riuscirvi. Nonostante il suo partito sia al 3%, le sue idee valgono molto di più e il Partito democratico che si è dato un gran daffare per demolirlo, con un accanimento quasi maggiore di quello dei suoi avversari politici, oggi ne sta prendendo atto, pur non potendo e non volendo ammetterlo. I politici si rivelano spesso bugiardi e subdoli, molti sono del tutto incapaci, rari quelli disinteressati e competenti o che dicono la verità. Renzi la dice, quando non te la sbatte in faccia la lascia intendere, come il cane che prima di attaccarti abbaia. Ricordate cosa disse a Letta? “Stai sereno”. Voleva forse invitarlo a stare sereno? No certo. Se si è attenti a quello che succede, si ricorda che questo periclitante governo è nato per volontà di Renzi per scongiurare l’uomo solo al comando. Ma credo che la ragione sia stata anche un’altra, quella rivelata da Don Vito Corleone: “Tieniti gli amici stretti ma i nemici ancora più stretti”. L’alleanza con i grillini aveva la finalità di ridurre quegli sbandati alla ragione evitando la bancarotta all’Italia. Ai tempi del suo governo, Renzi fece il possibile per realizzare il progetto Industria 4.0 con Carlo Calenda, allora ministro dello Sviluppo economico, promuovendo incentivi fiscali, sgravi alle aziende e super ammortamenti. I gialloverdi, ostili per ideologia all’impresa, hanno tentato di smantellare tutto, accorgendosi poi che per sostenere l’industria, unica in grado di creare lavoro e occupazione, a quel piano si doveva rimettere mano. I boicottatori di Renzi che ai tempi del Jobs Act si erano adoperati per fermare lo schema della flessibilità decrescente dei contratti e della decontribuzione che aveva come obiettivo la creazione di nuovi posti di lavoro, si sono dovuti ricredere. Provenzano, ministro per il sud, ha adottato quello schema per tentare di risollevare l’occupazione nel meridione del Paese. Un altro merito indiscusso di Renzi è stato combattere la gogna giudiziaria e il vergognoso circo mediatico che ha prosperato minando la garanzia di un giusto processo nelle aule di tribunale, non sulle pagine di giornali mascalzoni. Renzi ha sempre affermato il principio della separazione dei poteri, che Salvini condivide solo a parole avendo permesso a manettari incompetenti di fregarsene della Costituzione da loro tanto decantata. Oggi tutti riconoscono che Renzi aveva ragione. E ci sarebbe dell’altro da ricordare, per esempio la riforma che nel 2016 costrinse le banche popolari con capitale superiore a 8 miliardi a diventare società per azioni uscendo dall’opacità di gestioni legate a doppio filo alla politica.  Gli stupidi lo accusarono di liberismo. Ebbene, se la popolare di Bari non si fosse rifiutata di aderire a quella riforma trasformandosi in Spa, non sarebbe arrivata a un passo dal crac. Renzi rappresentava e rappresenta un ostacolo al mantenimento dello status quo. I modi e il linguaggio diretto, così inconsueto in un Paese di adulatori e adulati, infastidiscono i brontosauri della politica e i novelli politicanti, che si allertano quando temono che le loro poltrone rischino di essere spazzate via e i loro immeritati stipendi si dileguino. Renzi  non è stato ascoltato per invidia e antipatia. Sono convinta che pochi di quelli che lo detestano non sappiano neanche perché lo detestano. Non è simpatico? Ci ha pensato un comico a far ridere gli italiani, in entrambi i sensi, e così sono iniziate le lacrime che il Paese continua a versare, indipendentemente dalla pandemia. Oggi Renzi chiede il Mes sanitario. Non ripeto i motivi per i quali avremmo dovuto prenderlo da tempo. Continuo a ritenere che vada preso come ritengo che questo governino dovrebbe essere licenziato. Teresa Bellanova è stata chiarissima: fare il ministro non significa fare tappezzeria. I ministri e i parlamentari si valutano sulla base delle proposte, non sulla base del numero. Il Paese è in gravissima difficoltà e non può perdere tempo. La legge di Bilancio non è ancora entrata nell’Aula della Camera, se aspettiamo entreremo nell’esercizio provvisorio. Se non c’è un percorso serio non c’è alcun interesse a mantenere le poltrone. Basta decisioni autonome, siamo una Repubblica parlamentare: il Parlamento deve essere messo nelle condizioni di confrontarsi sul merito. Il confronto deve avvenire con le opposizioni ma anche all’interno del governo. E basta con la supponenza sulle imprese: sono le imprese che danno lavoro. Discorso perfetto.

La panna montata e il ronzino…l’opinione di Rita Faletti

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“Se non c’è la fiducia non andremo avanti”. Risposta di Conte all’ultimatum di Renzi in merito alla cabina di regia per la gestione dei fondi del Recovery e la fondazione dei Servizi segreti. Ultimatum condiviso dal Partito democratico e dall’opposizione, mai chiamata ad esprimersi su alcunché. Il premier è accusato di voler creare una nuova struttura da sostituire alle due Camere per gestire i fondi europei e di volerne assumere il controllo in totale autonomia. Se accadesse, l’Italia diventerebbe una democrazia a bassa intensità o democratura, simile a Ungheria e Polonia. Volendo spingersi oltre, si potrebbe sospettare che il presidente del Consiglio intenda fare della struttura composta da manager e tecnici, l’embrione di un suo partito futuro. Intanto, ha voluto dissipare dubbi e sospetti e placare le animosità facendo un passo indietro, con l’intenzione di disinnescare la mina sotto la sua poltrona e allungarsi la sopravvivenza. Ansioso anche di spargere intorno a sé semi di fiducia, ha convocato le delegazioni dei partiti per sondare le reali intenzioni di ognuno. Una verifica per capire se il suo governo possa contare sulla fiducia delle forze di coalizione. Ieri ha incontrato i grillini, di cui conosciamo le priorità, e Liberi e Uguali. Fin qui nessun problema. Giovedì sarà la volta della delegazione di Italia viva. Come si può facilmente prevedere, l’incontro non sarà tutto baci e abbracci. Renzi insisterà sulla richiesta già inoltrata al premier: voglio il Mes sanitario di 37 miliardi. Lo vogliono anche i dem e lo vogliono i presidenti delle Regioni, Bonaccini in testa, e lo vogliono i sindaci e lo vogliono medici e infermieri e lo vuole il Paese che ha il più alto numero di morti in Europa. Vedremo come andrà a finire. Conte sarà costretto a vedersela  con la promessa fatta ai grillini per i quali il Mes sanitario è l’ultima bandierina da difendere, “Finché saremo al governo il Mes non si prenderà”, ha assicurato Di Maio.  Cosa deciderà l’avvocato del popolo? Butterà a mare la bandierina e svergognerà Di Maio, che troverà qualche escamotage per salvarsi la faccia, e salverà così se stesso e il governo? E’ probabile. Nessuno vuole andare a casa, tanto meno chi sa che non tornerà a sedersi sugli scranni del Parlamento. Ma una verifica,  fosse seria, non dovrebbe limitarsi a esaminare le intenzioni, dovrebbe riguardare anche le cose fatte o non fatte o fatte coi piedi. Tra quelle non fatte, la più grave riguarda il piano pandemico, a oggi inesistente, che ogni Paese europeo ha in dotazione. La storia è intricata e riflette oltre che la solita sciatteria e svogliatezza delle istituzioni, la volontà di evitare l’assegnazione di compiti precisi ai diversi responsabili della catena di comando: chi fa cosa. Un espediente che non consente  di trovare il responsabile in caso di errori e quindi di sanzionare o cacciare chi ha sbagliato. A questo fine, la Procura di Bergamo ha aperto un’indagine che ammesso  riesca a trovare i responsabili, non servirà a riportare in vita i 10 mila morti che, secondo gli esperti, si sarebbero potuti evitare se un piano pandemico fosse esistito. Un dramma su cui il ministero della Sanità avrebbe il dovere di riflettere invece di fare lo gnorri. Riguardo alle cose fatte coi piedi, ieri Conte, dopo aver passato il pennarello giallo sulle regioni arancioni e aver dato il via libera allo shopping invogliato anche dal cashback, ha fatto retromarcia anticipando future chiusure e cambi di colore regionali, con le consuete contraddizioni e confusione che disorientano i cittadini e i gestori di attività che avevano iniziato a prepararsi in vista delle festività di Natale nella speranza di risollevarsi un po’. Dunque nuovo lockdown. E i “ristori”? Per quelli ci sarà tempo. Conte è mica la Merkel e poi adesso ha altro cui pensare. Nessuno, quando si è insediato, si aspettava che il Conte 2 facesse faville per la sua stessa composizione, ma era l’unica alternativa ad un governo sovranista e antieuropeista. Oggi i 209 miliardi che la Ue ci ha messo a disposizione  evidenziano quanto siano lontani dalla verità i “patrioti” alla Meloni e alla Salvini che dell’Europa farebbero strame e tuttavia hanno sostenuto che il modello Germania funziona assai meglio di quello Italia. Siamo tutti d’accordo, ma non serviva il Covid a dimostrare la distanza siderale tra noi e loro. Merkel ieri ha preso una posizione dura: “Noi in lockdown, ma con aiuti sicuri”. Eppure il tasso di contagio in Germania è il più basso in Europa: 1,5 per cento contro il 2,2 della media europea e il 3,5 dell’Italia. La Cancelliera non ha nascosto la preoccupazione  per l’aggravarsi della situazione e ha chiesto al Paese di sacrificare un po’ della propria libertà fino al 10 gennaio, assicurando in cambio aiuti sicuri e tempestivi. I tedeschi non hanno motivo di non credere alle promesse di Merkel che ha costruito con essi un solido rapporto di fiducia, mantenendo fede alle promesse e dimostrando di comprendere le difficoltà in cui si dibatte il Paese. Il premier di panna montata, come Claudio Martelli ha definito Conte con un’espressione azzeccatissima, ce la farà a rimanere in sella, ma solo perché ha sotto un ronzino.

Renzi sferra attacco frontale a Conte…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Dicembre 10, 2020 – 17:57
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di Rita Faletti

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Come si è arrivati al meraviglioso attacco frontale di Renzi a Conte? Attiviamo la memoria e la risposta non sarà quella banale di certa stampa faziosa, qualche poltrona a Italia viva. Le poltrone semmai interessano i sostenitori di Conte che ieri, per salvare le proprie, hanno salvato il Governo votando sì alla riforma del Mes, il Meccanismo salva stati per l’intervento a fronte di gravi crisi bancarie (diverso dal Mes sanitario) al quale Di Maio ha detto non si ricorrerà comunque. La tenuta del Governo sta a cuore anche ad altri. Uno di questi è Franceschini che confida nello status quo preparandosi a sostituire Fico alla presidenza della Camera per spiccare il volo per il Quirinale nel 2023. Schiena contro schiena lui e Conte nella difesa dell’esecutivo con l’assist di Mattarella. E c’è l’assiduo lavoro al telaio ordito dal ministro dell’Economia Gualtieri e dal premier che frenano sul Mes sanitario perché, se si è ottenuta la modifica dei decreti Sicurezza non si può mica pretendere di insistere sui fondi per la sanità. Fa niente se sono assai più importanti dei decreti. Così la volontà di Zingaretti di prendere i 37 miliardi di quel fondo, diventa velleità e l’agenda del Pd rimane aperta alla stessa pagina alimentando la spavalderia degli irriducibili a cinque stelle che il Mes neanche a parlarne. Ma i presidenti di regione mordono i freni, più di tutti Bonaccini che sul Mes è stato chiaro. Peccato che le richieste di coloro che hanno esperienza e competenza,  al Nazareno si spengano sovrastate da quelle di quanti preferiscono non forzare la mano per non infliggere un’ulteriore umiliazione all’alleato grillino che ha già dovuto rimangiarsi le promesse della prima ora. La regola del Pd è che non devono essere le prove muscolari ad affermare il riformismo sul populismo. Una fesseria. Ma “a dicembre lo chiediamo davvero il Mes”. Poi c’è la questione della giustizia, c’è il fallimento del Reddito di cittadinanza riconosciuto persino dal suo ideatore il presidente dell’Inps Tridico e da Di Maio, c’è l’ingresso dello Stato in Ilva attraverso Invitalia con una quota del 50 per cento, e c’è la legge di Bilancio arrivata alle due del mattino ai parlamentari  ( palese affronto, mancanza di rispetto istituzionale e prepotenza) nella quale Conte avrebbe intenzione di inserire la riforma dei Servizi segreti sostituendoli con una fondazione e un maxiemendamento contenente  il piano del Recovery.  Per Matteo Renzi che non ama l’inerzia il vaso è colmo. Ieri il leader di Italia viva ha messo in fila tutti i punti nella strategia di attacco al premier. “Ora o mai più: è il momento di dirsi le cose in faccia”, “Se mette in manovra il Recovery plan e la fondazione dei servizi segreti, Italia viva voterà no”, “Non vogliamo strapuntini, i nostri ministri e sottosegretari sono a disposizione” a lasciare, cioè, le poltrone, “ Questo non è il Grande fratello, né una diretta facebook: è inutile che i suoi collaboratori chiamino le redazioni per dire ai giornali che siamo in cerca di strapuntini”. Pugnalate dirette al petto di Conte sul merito, gli investimenti da attivare con i soldi del Recovery, e sul metodo, raggirare il Parlamento per “chiudersi in uno stanzino e decidere in due o tre” come ha detto Ettore Rosato al quale ha fatto eco Graziano Delrio:  “Lei non può commissariare il Parlamento” . Renzi ha centrato l’obiettivo, mentre il Pd ascoltava godendo in silenzio, dai banchi di Forza Italia si rideva, da quelli della Lega si applaudiva e Giorgia Meloni diceva: “Sembra uno dei nostri”. Più tardi Zingaretti commentava conciso: “Collegialità e condivisione” mettendo la firma sull’intervento del senatore toscano, che è lo stesso che nel 2016 si dimise dopo la bocciatura della riforma istituzionale. Renzi non è Conte che attacca Salvini quando sa di non rischiare nulla ed è sicuro del risultato,  o quando, fingendo, ti intorta: “Se non c’è fiducia non vado avanti”.  Renzi è limpido come le persone che hanno intelligenza e coraggio. Lascia furbizia e sotterfugi alla politica di basso cabotaggio di chi vota la riforma del Mes, agli esperti nel gioco delle tre carte disposti a tutto pur di non rischiare la poltrona. La finzione non è nelle corde dell’ex presidente del Consiglio, troppo accorto e preparato per non vedere il pericolo di affidare la gestione di tanti miliardi a una cabina di regia esterna, che bypassa il Parlamento escludendolo da decisioni di importanza vitale per il Paese. Il punto su cui Renzi, ma anche il Partito democratico e l’opposizione insistono, è la partecipazione attiva e responsabile di tutti, della maggioranza come dell’opposizione, alla gestione dei progetti che dovranno stimolare la ripresa economica dopo la pandemia. A che serve sennò il Parlamento? E soprattutto, cosa si vuole fare del governo Conte? Sostituirlo adesso non è il caso, ma in gennaio? E a cosa serve un governo che non governa?

Conte: poteri di troppo…l’opinione di Rita Faletti

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Può uno stato ricostruire l’economia senza aver prima ricostruito se stesso? Una macchina sgangherata è in grado di affrontare un percorso accidentato e pieno di insidie? Archiviata la risposta e deposta ogni speranza riformatrice interrottasi bruscamente nel 2018 con il governo degli scellerati e arenatasi malgrado il subentro della quota rossa o rosé, anche il conducente alquanto scarso fa temere un’uscita di strada con conseguente distruzione del malandato mezzo. Basta? Con “la burocrazia più stupida arrogante e incompetente al mondo”, così Federico Rampini, si rischia di procedere a piedi e con molte ammaccature verso il traguardo che assomiglia sempre di più a un miraggio. Il traguardo è l’appuntamento con Bruxelles per la presentazione della governance che dovrà gestire il piano di rilancio economico per le generazioni future: il Recovery plan di cui si parla da tempo senza che si sia capito alcunché su quali saranno i punti fondamentali decisi dal governo: chi lo gestirà, per fare cosa e come. Al Nazareno aumenta la diffidenza nei confronti del premier che continua a rimanere fedele alla strategia che ha inaugurato all’inizio dell’emergenza: convocazioni dei capi gruppo, rimandi, riunioni notturne tra sbadigli e occhiaie di stanchezza, anticipazioni su Facebook e annunci sui giornali. Con l’esautorazione di fatto del Parlamento diventato inutile orpello e degradato a ruolo di scendiletto di un primo ministro che in un paese normale e in tempi normali sarebbe ancora un anonimo avvocato di provincia. Miracoli del populismo! Astuto, non c’è che dire, ma inadeguato al ruolo, soprattutto in una fase in cui la competenza e il coraggio sono imprescindibili dai risultati di un piano di ristrutturazione del Paese da 209 miliardi, Conte teme di convocare i leader della maggioranza perché ne vede il rischio: le distanze tra i diversi partiti che compongono la coalizione sono tali che la conclusione sarebbe una rottura e il prologo di una crisi. Così preferisce raggirare l’ostacolo e ignorare le contestazioni e la palese insofferenza dei dem, ormai stufi di tentennamenti e scorciatoie. Persino il troppo pacato Delrio ha usato toni duri nei suoi confronti, e Marcucci, capogruppo al Senato, si prepara a tornare a Italia viva seguito da altre defezioni.  Anche Zingaretti sta esaurendo la pazienza e si vocifera che quando sente nominare il premier pensi a una palude.  E poi c’è Renzi che dagli esordi del governo da lui voluto con il preciso intento di ridurre all’obbedienza o affossare i pentastellati  dei quali ha poca considerazione, ha ingaggiato una sorta di battaglia navale contro quella flotta che va perdendo pezzi, in attesa di poter gridare “Affondata!”. Insensibile a tutto, Conte procede a zig zag tra mine disseminate qua e là e decide che la governance per la gestione dei miliardi europei  e l’attuazione e il coordinamento del piano venga affidata a sei super manager e a un centinaio di loro collaboratori con la supervisione di un triumvirato composto dai ministri Gualtieri e Patuanelli e da se medesimo. Un contingente che si occuperà dei progetti che costituiranno il piano per la rinascita, una struttura parallela sul modello delle task force. Significherà  il commissariamento dei dicasteri  e la distribuzione di poltrone. I vertici del Pd lo vengono a sapere dalle interviste del presidente del Consiglio, il quale poche ore dopo smentisce e corregge. Precisa anche che al gigantesco piano di investimenti  parteciperanno comuni, regioni, grandi aziende di stato, tutti secondo le competenze, e ovviamente i ministeri. Solo se ci saranno intoppi ricorrerà ai sei manager con la loro pletora di addetti. Si può prevedere che gli intoppi non mancheranno e se un miracolo interverrà ad evitare che insorgano spontaneamente, potrà accadere che lo zampino di qualcuno si insinui provvidenzialmente a turbare la tranquillità dei lavori.  “Con l’arroganza di sempre inizierà a fare come gli pare” ha commentato Maria Elena Boschi. Teresa Bellanova parla di un’iniziativa che ha caratteri di incostituzionalità. Per non parlare poi della questione che attiene ai conflitti di interesse trattandosi di incarichi a manager di aziende. E in un clima da guerra civile, c’è chi pensa esclusivamente al proprio prestigio: sentendo parlare di coordinatori, Franceschini si candida al ruolo di coordinatore “primus inter pares” e Di Maio, preoccupato come al solito di essere messo in ombra, rivendica per sé un ruolo all’altezza dell’incarico di ministro degli Esteri. Squallida istantanea della piccineria di politici privi di amor proprio e della protervia tracimante di un premier.Può uno stato ricostruire l’economia senza aver prima ricostruito se stesso? Una macchina sgangherata è in grado di affrontare un percorso accidentato e pieno di insidie? Archiviata la risposta e deposta ogni speranza riformatrice interrottasi bruscamente nel 2018 con il governo degli scellerati e arenatasi malgrado il subentro della quota rossa o rosé, anche il conducente alquanto scarso fa temere un’uscita di strada con conseguente distruzione del malandato mezzo. Basta? Con “la burocrazia più stupida arrogante e incompetente al mondo”, così Federico Rampini, si rischia di procedere a piedi e con molte ammaccature verso il traguardo che assomiglia sempre di più a un miraggio. Il traguardo è l’appuntamento con Bruxelles per la presentazione della governance che dovrà gestire il piano di rilancio economico per le generazioni future: il Recovery plan di cui si parla da tempo senza che si sia capito alcunché su quali saranno i punti fondamentali decisi dal governo: chi lo gestirà, per fare cosa e come. Al Nazareno aumenta la diffidenza nei confronti del premier che continua a rimanere fedele alla strategia che ha inaugurato all’inizio dell’emergenza: convocazioni dei capi gruppo, rimandi, riunioni notturne tra sbadigli e occhiaie di stanchezza, anticipazioni su Facebook e annunci sui giornali. Con l’esautorazione di fatto del Parlamento diventato inutile orpello e degradato a ruolo di scendiletto di un primo ministro che in un paese normale e in tempi normali sarebbe ancora un anonimo avvocato di provincia. Miracoli del populismo! Astuto, non c’è che dire, ma inadeguato al ruolo, soprattutto in una fase in cui la competenza e il coraggio sono imprescindibili dai risultati di un piano di ristrutturazione del Paese da 209 miliardi, Conte teme di convocare i leader della maggioranza perché ne vede il rischio: le distanze tra i diversi partiti che compongono la coalizione sono tali che la conclusione sarebbe una rottura e il prologo di una crisi. Così preferisce raggirare l’ostacolo e ignorare le contestazioni e la palese insofferenza dei dem, ormai stufi di tentennamenti e scorciatoie. Persino il troppo pacato Delrio ha usato toni duri nei suoi confronti, e Marcucci, capogruppo al Senato, si prepara a tornare a Italia viva seguito da altre defezioni.  Anche Zingaretti sta esaurendo la pazienza e si vocifera che quando sente nominare il premier pensi a una palude.  E poi c’è Renzi che dagli esordi del governo da lui voluto con il preciso intento di ridurre all’obbedienza o affossare i pentastellati  dei quali ha poca considerazione, ha ingaggiato una sorta di battaglia navale contro quella flotta che va perdendo pezzi, in attesa di poter gridare “Affondata!”. Insensibile a tutto, Conte procede a zig zag tra mine disseminate qua e là e decide che la governance per la gestione dei miliardi europei  e l’attuazione e il coordinamento del piano venga affidata a sei super manager e a un centinaio di loro collaboratori con la supervisione di un triumvirato composto dai ministri Gualtieri e Patuanelli e da se medesimo. Un contingente che si occuperà dei progetti che costituiranno il piano per la rinascita, una struttura parallela sul modello delle task force. Significherà  il commissariamento dei dicasteri  e la distribuzione di poltrone. I vertici del Pd lo vengono a sapere dalle interviste del presidente del Consiglio, il quale poche ore dopo smentisce e corregge. Precisa anche che al gigantesco piano di investimenti  parteciperanno comuni, regioni, grandi aziende di stato, tutti secondo le competenze, e ovviamente i ministeri. Solo se ci saranno intoppi ricorrerà ai sei manager con la loro pletora di addetti. Si può prevedere che gli intoppi non mancheranno e se un miracolo interverrà ad evitare che insorgano spontaneamente, potrà accadere che lo zampino di qualcuno si insinui provvidenzialmente a turbare la tranquillità dei lavori.  “Con l’arroganza di sempre inizierà a fare come gli pare” ha commentato Maria Elena Boschi. Teresa Bellanova parla di un’iniziativa che ha caratteri di incostituzionalità. Per non parlare poi della questione che attiene ai conflitti di interesse trattandosi di incarichi a manager di aziende. E in un clima da guerra civile, c’è chi pensa esclusivamente al proprio prestigio: sentendo parlare di coordinatori, Franceschini si candida al ruolo di coordinatore “primus inter pares” e Di Maio, preoccupato come al solito di essere messo in ombra, rivendica per sé un ruolo all’altezza dell’incarico di ministro degli Esteri. Squallida istantanea della piccineria di politici privi di amor proprio e della protervia tracimante di un premier.

Sottoterra come i morti la trasparenza…l’opinione Rita Faletti

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Fondamentale nel rapporto tra Stato e cittadini è la fiducia che si stabilisce e si consolida solo a condizione che le istituzioni informino il loro agire alla trasparenza. Il 27 gennaio, quando Conte ospite della Gruber a Otto e mezzo, alla domanda se il Governo fosse in grado di affrontare la pandemia, rispose: “Siamo prontissimi, abbiamo misure cautelative all’avanguardia”. La menzogna non tardò a venire a galla: da quel giorno infatti, nulla è cambiato, compresi i numeri dei contagi e dei decessi, con l’aggravante che la seconda ondata ha investito anche le regioni che in primavera erano state appena sfiorate, puntando riflettori impietosi sulle fragilità sanitarie del sud del Paese. Il 23 novembre, Conte ritorna a Otto e mezzo e dichiara: “Stiamo agendo con responsabilità, metodo e trasparenza”. Quando la menzogna è uno stile di vita. Conte percepisce di essersi inguaiato e immaginando le domande a fior di labbra della conduttrice: come mai siamo al punto di partenza? cosa non ha funzionato? corre in aiuto di se stesso: “Abbiamo cercato di mettere d’accordo tutti, a luglio ho chiesto in Parlamento il prolungamento dello stato di emergenza e sono stato duramente attaccato”. Quando si dice la persona giusta al posto giusto. Per convincere gli altri bisogna sapersi raccontare, ma senza discostarsi troppo dalla realtà. Qualche esagerazione è ammessa, fa parte del gioco, ma non può diventare una costante perché salva il presente ma condanna il futuro. Bisogna però ammettere che Conte una verità l’ha detta: non ha la tempra del gladiatore che nelle emergenze è più efficace della diplomazia del mediatore. Conte non è uomo da giocarsi il tutto per tutto. La sua è semmai una battaglia interiore schizofrenica tra il mantenimento del consenso e il mantenimento della poltrona. Due obiettivi che coincidono solo apparentemente, dipendendo dai rapporti controversi tra le forze di governo che si intersecano con i suoi personali rapporti con ognuna e con il consenso popolare, ora in discesa. Nei momenti difficili lo consola ciò che il New York Times scrisse qualche tempo fa di lui: “from irrelevant to irreplaceable”, da irrilevante a insostituibile. Però, non può darci da bere la storia della responsabilità del metodo e della trasparenza, quando la Calabria, dieci anni di commissariamento alle spalle e tre commissari alla Sanità bruciati, è l’esempio più eclatante di un sistema sanitario talmente terremotato da pensare che ne esistano così solo nei Paesi più devastati e corrotti del Sudamerica. Tra ospedali fantasma, omicidi in corsia, personale coinvolto in inchieste della magistratura e infiltrazioni mafiose viene da chiedersi: lo Stato dov’era? E c’è il doppio miracolo di Napoli annunciato da De Luca e diventato disastro. Negli ospedali campani posti letto carenti, non solo di terapie intensive, personale medico e infermieristico insufficienti, bombole per l’ossigeno che si contano ché in parte non vengono riconsegnate, ambulanze che non riescono a fare fronte alle numerose chiamate. Ne approfittano i soliti pescecani che prosperano durante le crisi: per essere trasportati negli ospedali i malati che possono permetterselo sborsano fino a 1000 euro alle ambulanze abusive gestite da piccole associazioni. Dove ci si dispera per la morte di un calciatore cocainomane, evasore fiscale e amico di camorristi,  si specula senza pietà sui malati. Intanto un povero anziano muore in bagno al Cardarelli e viene trovato dopo mezz’ora. Altro esempio di efficienza e dedizione al lavoro emerge dallo “sfogo” fiume del direttore generale dell’assessorato alla Salute siciliana, Mario La Rocca. Sintetizzo per brevità: La Rocca scopre medici “che non vogliono occuparsi di casi Covid” fino al punto di “ scrivere cartelle cliniche con diagnosi inventate pur di non svuotare alcuni reparti”. Fantasia al servizio dell’imbroglio. Ma viene il sospetto che anche lui ne faccia parte quando scantona alla domanda dell’inviato sui posti in terapia intensiva a Petralia: “Cosa significa 50 posti  previsti se sono solo 10 quelli reali?” Il super burocrate prima di interrompere bruscamente la telefonata, cerca di dirottare l’interesse del giornalista dall’enigma dei posti di terapia intensiva alle eccellenze gastronomiche locali per la “felicità interiore”. Poi la verità viene a galla: si scarica sul sistema di tracciamento nazionale un numero di posti letto fantasma per ottenere un colore regionale più favorevole. Ma una torta ben riuscita non può mancare della ciliegina. Ci ha pensato un’indagine condotta da Report. Al centro il piano pandemico dell’Italia e sotto la lente il vicepresidente europeo dell’Oms, Ranieri Guerra, inviato in marzo dall’Oms a supporto del ministro Speranza, il Governo italiano e l’Organizzazione mondiale della sanità. L’11 maggio Report denuncia l’arretratezza del piano pandemico italiano, il 13 viene pubblicato online uno studio da cui emergono criticità nella preparazione e gestione italiana dell’emergenza, il 14 lo studio sparisce. Report scopre che Guerra, per evitare figuracce al Governo, aveva ordinato di modificare la data del piano in modo che non risultasse che l’Italia non ne aveva uno. Intanto la Procura di Bergamo apre un’inchiesta per epidemia colposa ma inciampa in un ostacolo prevedibile: i membri dell’Oms sono protetti da immunità diplomatica. Intuiamo adesso qualcosa di più su chi siano i principali responsabili dei morti della prima ondata. E lo sputtanamento è totale.

Ucciso scienziato nucleare iraniano…l’opinione di Rita Faletti

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Tutti negano, ma con significati retroscena e obiettivi diversi. Ieri, a 40 chilometri da Teheran, un vecchio camion con esplosivo nascosto sotto un carico di legna è esploso a poca distanza da una berlina scura. Alcuni uomini, quattro o cinque, sono saltati fuori e hanno sparato ripetutamente contro i cristalli dell’auto, ferendo gravemente Mohsen Fakhrizared-Mahabadi, morto subito dopo in ospedale. Il nome dell’uomo era noto all’Agenzia atomica dell’Onu già nel 2011, quando veniva indicato come uno dei più importanti scienziati iraniani coinvolti nello sviluppo del programma militare nucleare.  Allora Teheran negò di averne mai avuto uno. Gli ispettori dell’Agenzia atomica chiesero di poter incontrare Fakhrizared, ma la richiesta non fu accolta. Segno che quel programma esisteva. Nel 2007, in un report consegnato dalla Cia all’Amministrazione Bush, quel nome compariva ma nella funzione di ricercatore presso l’Università Imam Hussein. Era evidentemente una copertura se nel 2008, in una risoluzione dell’Onu, Fakhrizared era nella lista delle persone che operavano nelle attività nucleari. Una conferma ulteriore che l’Iran ha svolto attività rilevanti per lo sviluppo di un ordigno esplosivo nucleare in “un programma strutturato”, il programma “Amad” o “Hope”, a partire dalla fine del 2003, viene dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Israele, molto sensibile a questo genere di attività portate avanti dal suo nemico dichiarato, il regime degli ayatollah, ha pubblicamente definito Fakhrizared “il padre della bomba atomica iraniana”. Da questo a collocare lo scienziato in cima alla lista degli obiettivi del Mossad il passo è breve. Almeno apparentemente. Quando il regime ha confermato l’uccisione, dopo averla negata,  ha emesso un avvertimento su Twitter: “Negli ultimi giorni della vita politica del loro alleato- il riferimento è a Trump- i sionisti cercano di intensificare e aumentare la pressione sull’Iran affinché intraprenda una guerra in piena regola” e una roboante minaccia “Scenderemo come un fulmine sugli assassini di questo martire oppresso e faremo rimpiangere le loro azioni”. Un giornalista israeliano ha commentato così l’attentato: “Un grave colpo psicologico e professionale per l’Iran”. Quello che sembra certo è che senza Fakhrizared il programma iraniano subirà un arresto. Un funzionario israeliano ha detto infatti a Kan news che senza lo scienziato  sarà molto difficile per l’Iran continuare il suo programma militare nucleare. Rispetto alle responsabilità dell’uccisione mancano le prove contro Israele, così come quelle che gli americani fossero a conoscenza dell’operazione. Israele infatti non ha mai messo al corrente gli Stati Uniti delle proprie intenzioni; questa sarebbe la prima volta e potrebbe essere spiegata in relazione agli “Accordi di Abramo” tra Israele e Emirati Arabi e Bahrein, con l’intermediazione di Trump, e all’incontro avvenuto la scorsa settimana tra il primo ministro Netanyahu e il capo del Mossad con Mike Pompeo e il principe saudita Bin Salman a Neom, città della tecnologia in costruzione. Cinquecento miliardi di investimento che guarda al futuro del Paese, dove c’è posto per gli israeliani e la loro tecnologia. Verosimilmente un incontro-anticipazione per la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele  in chiave anti-iraniana. Riguardo all’attentato, ci sono commentatori che sostengono che sia stato compiuto con l’appoggio dei Mojahedin del Popolo Iraniano, un’organizzazione terroristica che promuove il rovesciamento della leadership iraniana. Israele tace ma è un silenzio che ha il valore di un’intimidazione: se siamo riusciti a colpire una delle persone più protette, possiamo colpirvi tutti. In un momento delicato, la transizione da Trump a Biden, Arabia Saudita, Israele e Iran si avviano alle mosse future.

Il supersonico super commissario…l’opinione di Rita Faletti

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Entro la fine di gennaio 2021, 1 milione e 700 mila persone potranno essere vaccinate contro il Covid-19. Saranno quelle appartenenti alle categorie maggiormente esposte al contagio: medici, infermieri, operatori sanitari di ospedali e residenze per anziani e persone fragili. Nella seconda metà dell’anno sarà disponibile un numero sempre maggiore di dosi per il resto della popolazione. Ai vaccini prodotti da Pfizen e BioNTech, Moderna, AstraZeneca e Oxford University, se ne aggiungeranno presumibilmente altri ora in fase avanzata di sperimentazione. La prima somministrazione, che darà una risposta immunitaria ma non permanente dopo circa un mese, dovrà essere seguita da un richiamo per stimolare la memoria del sistema immunitario. A quel punto, gli anticorpi specifici saranno aumentati, aumentando così l’efficacia della risposta in tutti i gruppi d’età. Non si prevede l’obbligo di vaccinazione, che Sileri invece promuoverebbe per fasce d’età, ma si parla di patentini di identificazione dei vaccinati con riportate le località di vaccinazione. Quale la funzione? Calcolare, per sottrazione, il numero dei non vaccinati nella prospettiva di rendere obbligatoria la vaccinazione, fino a coprire oltre il 70 per cento della popolazione al fine di raggiungere la “immunità di gregge”, indispensabile perché il Paese possa considerarsi protetto dal virus?  Se così fosse, sarebbe la conferma della mancanza di trasparenza di questo governo che teme l’impopolarità più di qualunque altra cosa. Stando a un sondaggio, infatti, un italiano su sei non pare proprio che scalpiti dalla voglia di mettersi in fila per sottoporsi alla vaccinazione. Perplessità e dubbi su efficacia e sicurezza nascono dal timore di effetti collaterali seri e dalla rapidità con cui i vaccini noti al pubblico hanno superato le tre fasi successive indispensabili per la validazione e la valutazione. Per fugare ogni sospetto sulla contrazione dei tempi, è stato chiarito che nessun passaggio è stato saltato e che la mobilitazione internazionale ha fatto sì che le procedure siano avvenute senza interruzioni e senza risparmio di risorse. Tuttavia, escludendo gli entusiasti che hanno già detto che i vaccini vorranno farli  tutti, e gli scettici che, per carità, se ne terranno lontani, espressioni entrambi della diffusa estremizzazione nemica della ragione, credo che i benefici siano superiori ai rischi. Ricordiamo che la salute globale passa dai vaccini grazie ai quali l’umanità ha sconfitto malattie terribili. Ciò che al contrario desta inquietudine riguarda l’organizzazione, la logistica e il coordinamento delle varie operazioni che dovranno  sovrintendere  alla più grande vaccinazione di massa della storia, che si profila assai complessa. Il motivo della preoccupazione sta nella natura del prodotto che deve arrivare integro ad ogni singolo vaccinando. Integrità che dipende dalla conservazione a temperature molto al di sotto dello zero, per il Pfizen si parla di -75°C, condizione indispensabile per il mantenimento del materiale biologico contenuto nel vaccino. Il che richiede strutture adeguate in cui depositare le fiale prima del trasporto ai centri vaccinali e agli studi medici su tutto il territorio nazionale per raggiungere progressivamente la popolazione. L’intera operazione, dal momento dell’arrivo a porti, aeroporti e snodi ferroviari, alla somministrazione, dovrà svolgersi per tappe successive, concatenate tra loro e organizzate secondo modalità e tempi precisi. Un sistema integrato, con personale medico dedicato e materiale specifico, come ghiaccio secco e siringhe particolari che molti Paesi europei hanno ordinato da mesi in quantità enormi.  Si tratta di aghi e siringhe di precisione che consentiranno di iniettare ad ognuno la giusta dose di prodotto evitando che parti infinitesimali vadano sprecate, contenendo, ciascuna fiala, cinque dosi di vaccino. E non potrà mancare un’adeguata campagna di informazione che dia alla popolazione le istruzioni necessarie perché si rechi nelle sedi prestabilite per la somministrazione in giorni e orari precisi. Una catena infinita che si interromperebbe se un solo anello si spezzasse. La maggior parte dei paesi europei è pronta, e l’Italia? Inadempiente e ultima in ordine di tempo, con mascherine, dispositivi di protezioni e reagenti per tamponi insufficienti durante la prima ondata, un’estate trascorsa tra sollazzi e chiacchiere su distanze buccali e banchi a rotelle che bastava una puntata a “Chi l’ha visto?” , vaccini anti influenzali arrivati con il contagocce e un onnipresente Arcuri che il 20 di novembre annuncia: “Confido che lunedì prossimo riusciremo a bandire la richiesta di offerta per acquistare siringhe e aghi e altri accessori indispensabili a garantire la somministrazione”. Una frase piena di sinistri presagi e il compendio del millantato modello Italia.

Crac bancari e conseguenze …l’opinione di Rita Faletti

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Quanto è ancora sicuro affidare i propri risparmi alle banche? Una domanda che ci si pone con sempre maggiore frequenza da che la crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti nel 2008 si è allargata a macchia d’olio contagiando l’Europa e la sua economia. Certe crisi assomigliano alle malattie dall’incubazione lenta accompagnata da sintomi all’inizio trascurabili che esplodono all’improvviso e si abbattono sul malato scatenando tutta la loro virulenza. Quanto è accaduto ad alcuni istituti di credito italiani, complice un insieme di fattori tra cui debolezza delle istituzioni, commistioni insane tra management politici e imprenditori, opacità nei bilanci, superficialità e irresponsabilità nell’erogazione del credito, vigilanza che non ha vigilato o lo ha fatto male o tardi. In fila le banche salvate a rischio crac: 2015 Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, 2016 Mps, 2017 Popolare di Vicenza e Veneto Banca, 2019 Popolare di Bari. Si tratta di istituti di credito legati ognuno al proprio territorio dove operano piccole e medie imprese, gli assi portanti da cui dipende il tessuto socio-economico di quella parte di paese. Si capisce allora che il salvataggio di una banca non riguarda solo i dipendenti e le rispettive famiglie, i correntisti e i risparmiatori, ma l’intera economia di quel territorio. E’ malafedismo demagogico mettere in giro la favola secondo cui salvare una banca dal fallimento significhi salvare i banchieri. “Chi rompe paga e i cocci sono suoi” disse Di Maio a proposito dell’intervento a favore di Mps. Forse smaniava dalla voglia di vedere i dipendenti dell’istituto toscano lasciare la banca con gli scatoloni in mano. Poi ha cambiato idea: la Popolare di Bari andava salvata. Per meriti? Non pare, stando all’audio choc sui conti truccati, i prestiti erogati a imprese pugliesi sull’orlo del fallimento, operazioni spericolate e compiacenti ai limiti della legalità, da ultimo l’acquisto di Banca Tercas. Un buco di 430 milioni e 2 miliardi di crediti deteriorati. Indubbia la responsabilità della gestione scriteriata e iperfamilistica. L’acme delle crisi bancarie è stata accompagnata dalla fandonia dei 60 miliardi di aiuti dello Stato (bail-out: salvataggio esterno) ampliata dalla grancassa dei media. E però è giusto sottolineare che i responsabili della mala gestio debbano pagare, com’è legittimo pretendere controlli e trasparenza da parte degli organi competenti, Bankitalia in testa.  lo Stato interviene mettendo sul piatto fondi pubblici solo se vi sia una condivisione degli oneri (burden sharing), cioè se azionisti e obbligazionisti subordinati partecipano al rischio. In questo modo sono state salvate le prime quattro banche di cui sopra. Il tanto temuto bail-in, il salvataggio interno con il coinvolgimento di correntisti con depositi superiori a 100mila euro, finora non si è mai verificato. In caso di dissesto, una delle operazioni è la riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni, come già successo e con conseguenze drammatiche per i risparmiatori, molti dei quali sono stati rimborsati. Nel 2015 è stato creato il Fondo Nazionale di Risoluzione, cui hanno partecipato gli istituti di credito che operano nel Paese, per soccorrere le banche in difficoltà. Nella vicenda del Monte dei Paschi, Il Tesoro è intervenuto con 3,9 miliardi per la ricapitalizzazione acquisendo le azioni della banca che nel frattempo ha restituito il prestito, e con 1,5 miliardi per il ristoro degli investitori. Azionisti e obbligazionisti subordinati hanno messo a disposizione 2,8 miliardi. Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono state acquistate da Intesa San Paolo che ha ereditato le attività sane. I crediti deteriorati, i non performing loans, ossia soldi prestati che mai saranno restituiti, sono stati trasferiti a una bad bank. Lo Stato ha messo a disposizione 5 miliardi e oggi detiene il 68%.  C’è da precisare, inoltre, che la Commissione europea per la Concorrenza presieduta da Margrethe Vestager ha stabilito che l’aiuto di Stato va limitato al minimo necessario. Nel 2015 Matteo Renzi fece un decreto che trasformava le popolari con un attivo di 8 milioni di euro in S.p.A, società per azioni, e eliminava il voto capitario, cioè l’attribuzione ad ogni socio di un voto indipendentemente dal numero di azioni possedute. Risultato: tante azioni, tanti voti e maggiore trasparenza. Questo, insieme al consolidamento dell’istituto attraverso l’aumento di capitale (minimo 8 milioni di euro) spalancava le porte all’acquisizione di partecipazioni significative di fondi esteri nel capitale della banca e rendeva la banca stessa scalabile. In linea con le operazioni di mercato in un mondo globale. Se la Banca popolare di Bari si fosse adeguata al decreto, avrebbe evitato di trovarsi nella situazione di default. Tornando al tema iniziale, nel 2016 sono nati Fondo Atlante 1 e 2 , gestiti da Quaestio Capital Management e partecipati da banche, fondi di investimento, Cassa depositi e prestiti e Poste. La Cdp evocata più volte dai grillini quando, alle prese con i famosi tavoli di crisi, non sanno a chi appioppare aziende decotte o in via di fallimento. Ma questa è un’altra cosa e nasce da una mentalità assistenzialista e antiliberista che non fa il bene del Paese. Ultima nota: le conoscenze finanziarie degli italiani lasciano a desiderare, una lacuna che andrebbe colmata a loro vantaggio: se conosci è più difficile raggirarti.

L’eccezione Pierpaolo Sileri…l’opinione di Rita Faletti

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L’equazione meriti uguale incarichi è estranea alla cultura nazionale e alla prassi dei governanti. Al contrario, infilarsi nei principali gangli della vita del paese è un tic dei politici che il più delle volte rovinano quello che toccano. Rettori di università, presidenti di banche, direttori di aziende e enti pubblici sono nella maggior parte dei casi espressioni di un partito o di una coalizione. E’ questione di “discrezionalità”, che altro non è se non l’arbitrio nelle decisioni di affidare incarichi apicali  piuttosto che a persone competenti e preparate ad amici o, peggio ancora, a parenti. Nell’era in cui questo sistema guasto avrebbe dovuto essere eradicato al grido di “onestà”, i promotori del populismo gli hanno applicato il marchio di perpetuità. Ne è un esempio plastico l’esilarante e surreale vicenda di Cotticelli, generale dell’Arma, nominato commissario alla Sanità calabrese nel Conte1 grazie alle simpatie della Grillo. Il dimissionario commissario, non sapeva di doversi occupare del piano Covid, “Dovevo farlo io?” e a propria discolpa ha ipotizzato di essere stato vittima di raggiri o forse drogato. Ma questo è solo l’inizio della saga calabrese. Il successore di Cotticelli,  Zuccatelli, in passato bocciato dall’elettorato ma sostenuto da Leu e Pd ( Speranza e Provenzano), viene nominato in fretta e furia per gestire l’emergenza con ampie disponibilità di risorse. Malauguratamente, se ne esce con una frase a dir poco inadeguata alle circostanze e all’incarico appena ricevuto: “Ti becchi il Covid solo se ti baci lingua in bocca per 15 minuti”. Questa è la qualità dei personaggi ai quali i malcapitati calabresi si sono trovati ad affidare la loro salute. Ma siccome a tutto c’è una spiegazione, la scelta di Zuccatelli sarebbe servita soprattutto a preparare il terreno al prossimo governatore della regione, strappandola così al centro destra. Jole Santelli, infatti, era in quota Forza Italia. La missione concepita per l’ormai ex commissario non era poi così impossibile, dal momento che tra i diversi poteri, ci sarebbe stato anche quello di indicare i nomi dei commissari straordinari delle aziende sanitarie e ospedaliere calabresi. A stretto giro, è sopraggiunta la nomina di Gaudio, ex rettore dell’Università “La Sapienza”, il quale non ha accettato con la scusa che la moglie non vuole saperne di andare a Catanzaro. “A Catanzaro si vive benissimo” ha commentato il sindaco della città eletto ben quattro volte consecutive. Ovviamente, le ragioni del “No, grazie” di Gaudio non sono attribuibili agli strilli della moglie, bensì a contrasti all’interno del Governo: i Cinque stelle non vogliono saperne di lui e pretendono di assegnare il posto di commissario a Gino Strada. “Qui Strada si troverà benissimo” ha detto il sindaco di Catanzaro “meglio che a Kabul”. Ma pare che ancora al fondatore di Emergency non sia giunta dal Governo nessuna voce di nomina. In questo panorama da teatro d’avanspettacolo, dove ogni cosa ha la precedenza sull’unica cosa che conta e che farebbe la differenza, cioè la competenza, è potuto accadere l’impensabile: il movimento che ha sdoganato l’ignoranza come condizione di “purezza” indispensabile per un governo del cambiamento, in settembre ha nominato vice ministro alla Sanità un chirurgo con un’esperienza di 25 anni alle spalle, un master all’università di Chicago, 167 pubblicazioni scientifiche e una bassissima percentuale di mortalità negli interventi.  E’ Pierpaolo Sileri, il medico prestato alla politica, come egli stesso dice di sé, che abbiamo imparato a conoscere seguendo i vari dibattiti televisivi ai quali ha preso parte dallo scorso marzo, quando il virus ha iniziato a correre e fare le prime vittime. Il vice ministro è un pentastellato anomalo. Non parla per slogan e formule precostituite a differenza di molti suoi colleghi grillini e non è ideologico né supponente, ma parla con naturalezza ed è pragmatico. Dice quello che pensa, non dovendo mettere la sua poltrona in sicurezza, neanche quando ammette la mancanza di preparazione dell’esecutivo di cui fa parte di fronte alla seconda ondata della pandemia. Ha anche detto di considerare la carica politica che riveste un servizio al Paese e che a fine legislatura non ha intenzione di ricandidarsi ma ritornare alla professione a cui ha dedicato studio e sacrifici. Nel 2023 andrà al San Raffaele di Milano, che è l’eccellenza in Italia, dove ha vinto un concorso nel 2016, nel reparto di Zangrillo, l’anestesista accusato di negazionismo da “chi non ne capisce”. Né parassita, né raccomandato, Sileri può sostenere la priorità della competenza in ogni settore.  Nel 2017 ha fondato con Giuliano Gruner l’associazione Trasparenza e Merito, che ha la finalità di eliminare il cancro del nepotismo dalle università italiane: “La politica si è mangiata la sanità italiana”.L’equazione meriti uguale incarichi è estranea alla cultura nazionale e alla prassi dei governanti. Al contrario, infilarsi nei principali gangli della vita del paese è un tic dei politici che il più delle volte rovinano quello che toccano. Rettori di università, presidenti di banche, direttori di aziende e enti pubblici sono nella maggior parte dei casi espressioni di un partito o di una coalizione. E’ questione di “discrezionalità”, che altro non è se non l’arbitrio nelle decisioni di affidare incarichi apicali  piuttosto che a persone competenti e preparate ad amici o, peggio ancora, a parenti. Nell’era in cui questo sistema guasto avrebbe dovuto essere eradicato al grido di “onestà”, i promotori del populismo gli hanno applicato il marchio di perpetuità. Ne è un esempio plastico l’esilarante e surreale vicenda di Cotticelli, generale dell’Arma, nominato commissario alla Sanità calabrese nel Conte1 grazie alle simpatie della Grillo. Il dimissionario commissario, non sapeva di doversi occupare del piano Covid, “Dovevo farlo io?” e a propria discolpa ha ipotizzato di essere stato vittima di raggiri o forse drogato. Ma questo è solo l’inizio della saga calabrese. Il successore di Cotticelli,  Zuccatelli, in passato bocciato dall’elettorato ma sostenuto da Leu e Pd ( Speranza e Provenzano), viene nominato in fretta e furia per gestire l’emergenza con ampie disponibilità di risorse. Malauguratamente, se ne esce con una frase a dir poco inadeguata alle circostanze e all’incarico appena ricevuto: “Ti becchi il Covid solo se ti baci lingua in bocca per 15 minuti”. Questa è la qualità dei personaggi ai quali i malcapitati calabresi si sono trovati ad affidare la loro salute. Ma siccome a tutto c’è una spiegazione, la scelta di Zuccatelli sarebbe servita soprattutto a preparare il terreno al prossimo governatore della regione, strappandola così al centro destra. Jole Santelli, infatti, era in quota Forza Italia. La missione concepita per l’ormai ex commissario non era poi così impossibile, dal momento che tra i diversi poteri, ci sarebbe stato anche quello di indicare i nomi dei commissari straordinari delle aziende sanitarie e ospedaliere calabresi. A stretto giro, è sopraggiunta la nomina di Gaudio, ex rettore dell’Università “La Sapienza”, il quale non ha accettato con la scusa che la moglie non vuole saperne di andare a Catanzaro. “A Catanzaro si vive benissimo” ha commentato il sindaco della città eletto ben quattro volte consecutive. Ovviamente, le ragioni del “No, grazie” di Gaudio non sono attribuibili agli strilli della moglie, bensì a contrasti all’interno del Governo: i Cinque stelle non vogliono saperne di lui e pretendono di assegnare il posto di commissario a Gino Strada. “Qui Strada si troverà benissimo” ha detto il sindaco di Catanzaro “meglio che a Kabul”. Ma pare che ancora al fondatore di Emergency non sia giunta dal Governo nessuna voce di nomina. In questo panorama da teatro d’avanspettacolo, dove ogni cosa ha la precedenza sull’unica cosa che conta e che farebbe la differenza, cioè la competenza, è potuto accadere l’impensabile: il movimento che ha sdoganato l’ignoranza come condizione di “purezza” indispensabile per un governo del cambiamento, in settembre ha nominato vice ministro alla Sanità un chirurgo con un’esperienza di 25 anni alle spalle, un master all’università di Chicago, 167 pubblicazioni scientifiche e una bassissima percentuale di mortalità negli interventi.  E’ Pierpaolo Sileri, il medico prestato alla politica, come egli stesso dice di sé, che abbiamo imparato a conoscere seguendo i vari dibattiti televisivi ai quali ha preso parte dallo scorso marzo, quando il virus ha iniziato a correre e fare le prime vittime. Il vice ministro è un pentastellato anomalo. Non parla per slogan e formule precostituite a differenza di molti suoi colleghi grillini e non è ideologico né supponente, ma parla con naturalezza ed è pragmatico. Dice quello che pensa, non dovendo mettere la sua poltrona in sicurezza, neanche quando ammette la mancanza di preparazione dell’esecutivo di cui fa parte di fronte alla seconda ondata della pandemia. Ha anche detto di considerare la carica politica che riveste un servizio al Paese e che a fine legislatura non ha intenzione di ricandidarsi ma ritornare alla professione a cui ha dedicato studio e sacrifici. Nel 2023 andrà al San Raffaele di Milano, che è l’eccellenza in Italia, dove ha vinto un concorso nel 2016, nel reparto di Zangrillo, l’anestesista accusato di negazionismo da “chi non ne capisce”. Né parassita, né raccomandato, Sileri può sostenere la priorità della competenza in ogni settore.  Nel 2017 ha fondato con Giuliano Gruner l’associazione Trasparenza e Merito, che ha la finalità di eliminare il cancro del nepotismo dalle università italiane: “La politica si è mangiata la sanità italiana”.

Le potenzialità di Conte…l’opinione di Rita Faletti

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Il nostro premier sa come muoversi. Ha fatto del trasformismo, il passaggio da un partito all’altro, una forma finora inedita di passaggio da un àmbito a un altro, ma sempre nel rispetto del grado. Una specie di  trasformismo orizzontale.  Da avvocato difensore del popolo si è trasformato in Papa laico e consigliere spirituale del popolo. Che il Natale non sia una festa consumistica, ma la celebrazione di un evento di grande momento religioso e spirituale. Sobrietà e austerità consiglia Conte, posandoci una mano sulla spalla come un buon pastore. Il premier accarezza la propria immagine di guida di tutti gli uomini, e ovviamente le donne e ogni altro genere, di buona volontà, della “Karnival Nation”. Un messaggio dalla caratura ecumenica degno del Pastore che siede sulla cattedra di San Pietro. Chissà che altri capi di Stato non gli chiedano il “protocollo” come è successo con la pandemia. Beh, che male ci sarebbe? Non è forse anche la guida di quel simpatico movimento, padre del principio imperturbabile dell’uno vale uno? Anche Conte, in particolari circostanze, può fare il Papa.Il nostro premier sa come muoversi. Ha fatto del trasformismo, il passaggio da un partito all’altro, una forma finora inedita di passaggio da un àmbito a un altro, ma sempre nel rispetto del grado. Una specie di  trasformismo orizzontale.  Da avvocato difensore del popolo si è trasformato in Papa laico e consigliere spirituale del popolo. Che il Natale non sia una festa consumistica, ma la celebrazione di un evento di grande momento religioso e spirituale. Sobrietà e austerità consiglia Conte, posandoci una mano sulla spalla come un buon pastore. Il premier accarezza la propria immagine di guida di tutti gli uomini, e ovviamente le donne e ogni altro genere, di buona volontà, della “Karnival Nation”. Un messaggio dalla caratura ecumenica degno del Pastore che siede sulla cattedra di San Pietro. Chissà che altri capi di Stato non gli chiedano il “protocollo” come è successo con la pandemia. Beh, che male ci sarebbe? Non è forse anche la guida di quel simpatico movimento, padre del principio imperturbabile dell’uno vale uno? Anche Conte, in particolari circostanze, può fare il Papa.

Terrorismo e immigrazione…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Novembre 14, 2020 – 13:11
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A tutto c’è un limite. Ai proclami populisti, alle chiacchiere vanesie dei talk show, agli applausi ai funerali, ai servizi lacrimevoli di Myrta Merlino, alle reazioni scandalizzate di Giletti di fronte alle schifezze italiane che emergono dai suoi reportage, alla folle ostinazione di Trump nel non voler accettare la vittoria di Biden. E in tempi in cui la cartina dell’Italia è a chiazze colorate, c’è un limite anche a tutto ciò che accompagna il Covid-19, risse tra scienziati e spocchia insopportabile dell’insopportabile super commissario Arcuri che dovrebbe inventarsi il sistema per la conservazione del vaccino alla temperatura di  70 gradi sotto zero. Dei soldi si dice: pochi maledetti e subito, a inizio settembre sarebbe stato opportuno dire: poche uscite, maledette e subito prima della serrata generale. Liquidata la questione alla maniera cinese, tanto per intenderci, che sarà sì lesiva delle libertà individuali ma salva la salute, avremmo avuto il tempo per dedicarci a un’altra questione, quella sì prioritaria se vogliamo difendere la tanto irrinunciabile libertà che non si capisce perché diventi improvvisamente fondamentale in tempi di pandemia e non lo sia in tempi di terrorismo fondamentalista. Di questo si stanno occupando Macron e Kurz dopo gli eccidi di Nizza e Vienna. Di questo dovremmo occuparci tutti perché è palese che nel mirino dei jiihadisti c’è l’Europa da difendere contro la barbarie dei tagliatori di teste che sono della stessa risma di quelli che a Raqqa, una delle roccaforti dell’orrore, minacciavano gli insegnanti di tagliare loro la gola. I media francesi riferiscono che in questi giorni stanno piovendo denunce di professori e sindaci che per aver reso omaggio all’insegnante decapitato hanno ricevuto intimidazioni  di questo tipo: “Ti staccheremo il collo”, “Mio padre ti taglierà la testa”. L’apologia del terrorismo e dei suoi metodi trova spazio persino nel brano disgustoso di un rapper secondo quanto scrive il Figaro: “On découpe comme Samuel Paty, sans empathie” (tagliamo la testa come a Samuel Paty, senza empatia). Gli odiatori dell’occidente si nascondono tra noi, li abbiamo nutriti e coccolati in nome della tolleranza, ma arrivano anche da fuori. L’Europa è presa d’assalto da ondate migratorie che premono sui suoi confini esterni, a est e a sud-est lungo il corridoio dei Balcani e a sud seguendo le rotte del Mediterraneo. Nel 2019, a Varsavia, nella sede di Frontex, si è svolto un summit su temi che coinvolgono tutti i paesi europei: la gestione del controllo dei confini, la riforma di Dublino e gli accordi di Schengen. In quell’occasione Macron ha chiesto il rafforzamento del ruolo di Frontex, ha sottolineato l’imprescindibilità della redistribuzione dei migranti e ha ipotizzato una revisione di Schengen sulla libera circolazione tra i confini interni dell’Unione. Il nodo più importante da sciogliere è proprio quest’ ultimo giacché riguarda il movimento secondario che maggiormente preoccupa il presidente francese. Il punto è emerso come questione prioritaria nel mini vertice dello scorso martedì tra Macron, il cancelliere austriaco Kurz, il premier olandese Rutte, Merkel, il presidente del Consiglio europeo Michel e Ursula von der Leyen. Il tema: legami tra terrorismo e immigrazione. Macron ha ribadito la necessità di difendere le frontiere esterne e restringere Schengen ad alcuni paesi escludendone altri ritenuti non in grado di effettuare controlli efficaci e fermare individui sospetti. E’ palese che si riferisse all’Italia: il tunisino dell’eccidio di Nizza era sbarcato in Sicilia e passando per Bari aveva raggiunto la città francese. L’uomo aveva ricevuto il foglio di via invece di essere trattenuto per l’espulsione. E intanto che ieri la Francia commemorava le vittime delle stragi compiute il 13 novembre 2015 in Francia, le più sanguinose dalla seconda guerra mondiale, sulle nostre coste continuavano gli sbarchi mentre l’hotspot di Pozzallo si riempie e si svuota di continuo. Quando cominceremo a parlare di cose serie con pragmatismo, senza ideologie e senza lacrimatoi in mano? Né Salvini né Lamorgese sono all’altezza del  compito gravoso di evitare che l’Italia diventi l’imbuto dell’Europa.A tutto c’è un limite. Ai proclami populisti, alle chiacchiere vanesie dei talk show, agli applausi ai funerali, ai servizi lacrimevoli di Myrta Merlino, alle reazioni scandalizzate di Giletti di fronte alle schifezze italiane che emergono dai suoi reportage, alla folle ostinazione di Trump nel non voler accettare la vittoria di Biden. E in tempi in cui la cartina dell’Italia è a chiazze colorate, c’è un limite anche a tutto ciò che accompagna il Covid-19, risse tra scienziati e spocchia insopportabile dell’insopportabile super commissario Arcuri che dovrebbe inventarsi il sistema per la conservazione del vaccino alla temperatura di  70 gradi sotto zero. Dei soldi si dice: pochi maledetti e subito, a inizio settembre sarebbe stato opportuno dire: poche uscite, maledette e subito prima della serrata generale. Liquidata la questione alla maniera cinese, tanto per intenderci, che sarà sì lesiva delle libertà individuali ma salva la salute, avremmo avuto il tempo per dedicarci a un’altra questione, quella sì prioritaria se vogliamo difendere la tanto irrinunciabile libertà che non si capisce perché diventi improvvisamente fondamentale in tempi di pandemia e non lo sia in tempi di terrorismo fondamentalista. Di questo si stanno occupando Macron e Kurz dopo gli eccidi di Nizza e Vienna. Di questo dovremmo occuparci tutti perché è palese che nel mirino dei jiihadisti c’è l’Europa da difendere contro la barbarie dei tagliatori di teste che sono della stessa risma di quelli che a Raqqa, una delle roccaforti dell’orrore, minacciavano gli insegnanti di tagliare loro la gola. I media francesi riferiscono che in questi giorni stanno piovendo denunce di professori e sindaci che per aver reso omaggio all’insegnante decapitato hanno ricevuto intimidazioni  di questo tipo: “Ti staccheremo il collo”, “Mio padre ti taglierà la testa”. L’apologia del terrorismo e dei suoi metodi trova spazio persino nel brano disgustoso di un rapper secondo quanto scrive il Figaro: “On découpe comme Samuel Paty, sans empathie” (tagliamo la testa come a Samuel Paty, senza empatia). Gli odiatori dell’occidente si nascondono tra noi, li abbiamo nutriti e coccolati in nome della tolleranza, ma arrivano anche da fuori. L’Europa è presa d’assalto da ondate migratorie che premono sui suoi confini esterni, a est e a sud-est lungo il corridoio dei Balcani e a sud seguendo le rotte del Mediterraneo. Nel 2019, a Varsavia, nella sede di Frontex, si è svolto un summit su temi che coinvolgono tutti i paesi europei: la gestione del controllo dei confini, la riforma di Dublino e gli accordi di Schengen. In quell’occasione Macron ha chiesto il rafforzamento del ruolo di Frontex, ha sottolineato l’imprescindibilità della redistribuzione dei migranti e ha ipotizzato una revisione di Schengen sulla libera circolazione tra i confini interni dell’Unione. Il nodo più importante da sciogliere è proprio quest’ ultimo giacché riguarda il movimento secondario che maggiormente preoccupa il presidente francese. Il punto è emerso come questione prioritaria nel mini vertice dello scorso martedì tra Macron, il cancelliere austriaco Kurz, il premier olandese Rutte, Merkel, il presidente del Consiglio europeo Michel e Ursula von der Leyen. Il tema: legami tra terrorismo e immigrazione. Macron ha ribadito la necessità di difendere le frontiere esterne e restringere Schengen ad alcuni paesi escludendone altri ritenuti non in grado di effettuare controlli efficaci e fermare individui sospetti. E’ palese che si riferisse all’Italia: il tunisino dell’eccidio di Nizza era sbarcato in Sicilia e passando per Bari aveva raggiunto la città francese. L’uomo aveva ricevuto il foglio di via invece di essere trattenuto per l’espulsione. E intanto che ieri la Francia commemorava le vittime delle stragi compiute il 13 novembre 2015 in Francia, le più sanguinose dalla seconda guerra mondiale, sulle nostre coste continuavano gli sbarchi mentre l’hotspot di Pozzallo si riempie e si svuota di continuo. Quando cominceremo a parlare di cose serie con pragmatismo, senza ideologie e senza lacrimatoi in mano? Né Salvini né Lamorgese sono all’altezza del  compito gravoso di evitare che l’Italia diventi l’imbuto dell’Europa.

Biden: il mondo si posiziona…l’opinione di Rita Faletti

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Con Biden presidente della prima potenza mondiale, che Saviano ha definito il paese più ricco del terzo mondo, evidentemente dimentico delle condizioni della sua Campania, tutti gli Stati si posizionano e sperano di essere ammessi nelle grazie del presidente eletto per ricavarne vantaggi. Congratulazioni arrivano dall’Europa: Angela Merkel dice che l’alleanza transatlantica è insostituibile se si vuole affrontare le grandi sfide di questo tempo e Macron è esplicito: “Let’s work together!” (Lavoriamo insieme). Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, auspica condivisione su cambiamento climatico, commercio internazionale e multilateralismo. Per suggellare l’amicizia con i partner europei Biden ha previsto un incontro a Bruxelles con i leader europei e della Nato. Visita simbolo che avrebbe la funzione di cancellare la “guerra commerciale artificiale” con la Ue, come ha detto Tony Blinken, consigliere di Biden. Ma il protezionismo c’è. Silenzio da Cina e Russia. Xi Jinping è in attesa delle prime mosse di Biden, Putin è interessato a riempire il vuoto dopo il declino dell’influenza americana in Medio Oriente. La Turchia non ha perso tempo: Erdogan ha subito diffidato Biden dal supportare i curdi siriani e sfidare le ambizioni turche nel Mediterraneo orientale. Il vice presidente ha usato parole diplomatiche: “I canali di comunicazione funzioneranno come prima, ma naturalmente ci sarà un periodo di transizione”, una frase che però non esclude uno scontro tra Biden e Erdogan in merito all’appoggio americano dei curdi siriani  considerati dagli Stati Uniti una pietra angolare nella lotta contro lo stato islamico, ma dai turchi un ramo del PKK, un’organizzazione terrorista. Tra Stati Uniti e Iran i rapporti si profilano problematici. La Repubblica islamica ha sofferto le sanzioni imposte da Trump al quale imputa la responsabilità dei 500  decessi per Covid registrati quotidianamente. Ma non dice che avrebbe potuto rafforzare il sistema sanitario bucherellato invece di finanziare il terrorismo. Il presidente Rohani, che lascerà l’incarico la prossima estate, ha annunciato che aspetta di vedere cosa Biden farà prima di decidere se esista qualche differenza tra Trump e il suo successore. Ha comunque festeggiato la sconfitta di Trump e lanciato un messaggio all’America: la  nuova amministrazione dovrebbe fare ammenda degli errori compiuti nei confronti dell’Iran. Lamento e minaccia sono elementi ricorrenti nella strategia di “dialogo” con gli interlocutori occidentali: farsi commiserare incolpando delle proprie disgrazie l’occidente corrotto e immancabilmente Israele, approfittando del diffuso sentimento anti israeliano e della tolleranza dei social che considerano inappropriati i tweet di Trump che pretende il riconteggio dei voti in Georgia ma non i tweet dell’ayatollah Khamenei che incitano alla distruzione di Israele. La somma guida spirituale iraniana ha anche  deriso le elezioni americane: “Sono un esempio della faccia cattiva della democrazia liberale che ha mostrato il declino politico, civile e morale del regime americano”. Detto da lui è grottesco. Come ha reagito l’Arabia Saudita? La sinistra dei dem vuole la fine per sempre di tutti i conflitti, soprattutto il ritiro dalla guerra in Yemen dove gli Stati Uniti appoggiano i sauditi contro i ribelli Houthi, ai quali l’Iran fornisce armi e addestramento. Anche il primo ministro israeliano Netanyahu, stretto alleato di Trump a cui deve il coraggioso trasferimento della capitale da Tel Aviv a Gerusalemme, invia formali congratulazioni a Biden, senza chiamarlo “president elect”. Israele vuole rassicurazioni circa il mantenimento delle pressioni americane sull’Iran e l’appoggio per la normalizzazione delle relazioni con gli Stati arabi (accordi di Abramo). Intanto, i democratici aspettano gennaio per strappare il controllo del Senato ai Repubblicani, mentre Biden si accinge a formare la squadra dei ministri e assegnare gli  incarichi secondo il principio della trasversalità indispensabile per riunire il paese. Ma l’operazione non piace all’ala radicale del Partito democratico, da tempo impegnato a far digerire ai moderati uno spostamento marcato a sinistra. I dem a rischio spaccatura?

Biden-Harris: quale America?…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Novembre 8, 2020 – 18:25
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I voti della Pennsylvania sono stati determinanti per Joe Biden per aggiudicarsi i 270 voti, in realtà sono stati 273, indispensabili per diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti.  Con i democratici che festeggiano e Trump che continua a contestare il risultato e cliccare con insistenza su Twitter di essere stato imbrogliato (cheated) e di essere pronto a ingaggiare una battaglia legale, l’America si appresta a chiudere una pagina controversa e per qualche aspetto imbarazzante della propria storia recente. Ma con la consapevolezza che quattro anni non si cancellano in un solo giorno. Prima di fare piazza pulita del trumpismo e dei suoi effetti, il paese simbolo della democrazia e della libertà deve fare i conti con le ragioni e le pulsioni di quegli elettori, una parte non minoritaria, che nel 2016 hanno preferito a Hillary Clinton un tycoon senza esperienza politica che prometteva di dare voce all’America inascoltata delle retrovie. Dagli anni Ottanta, infatti, i liberal americani hanno smesso di coltivare una visione ambiziosa del futuro del paese che includesse persone di tutti i tipi. Hanno preferito concentrarsi sulle minoranze e i movimenti intorno all’identità di genere. Se vuoi governare, non puoi dimenticarti di parlare del bene comune che riguarda tutti. I dem hanno trascurato varie fette dell’elettorato escluse dai temi delle identità, come i bianchi della working class e gli evangelici. Un errore che è stato compreso e ha spinto Biden a raddrizzare il tiro in campagna elettorale e parlare di politiche, competenze e decenza, evitando accuratamente temi arcobaleno adatti ai movimenti più che ai partiti. Questo cambio di direzione ha riavvicinato ai democratici il centro moderato.  Joe Biden, nel discorso della vittoria tenuto ieri notte, ha detto che sarà il presidente di tutti gli americani. Una dichiarazione che può sembrare scontata ma che non lo è affatto. Il nuovo presidente eletto sa che il paese è spaccato e che il lavoro che lo attende è delicato e difficile. L’esplosione del razzismo e dell’antirazzismo ideologico che abbatte le statue dei presidenti americani, l’estremizzazione di posizioni diverse che hanno avvelenato il clima e indebolito nel mondo l’immagine di un paese percepito da sempre come un faro di libertà, richiederanno un processo di ricomposizione e di coinvolgimento dell’opposizione che non sarà disposta a perdonare nulla. Una questione che invece ha contribuito fortemente alla sconfitta di Trump è stata la sottovalutazione del virus e la mancanza di strategia per combatterlo. In politica estera Biden dovrà ricostruire il legame con l’alleato europeo, snobbato da Trump e dalla sua linea politica di impronta sovranista. Un cammino a ritroso non totale né brusco, piuttosto un disimpegno più morbido e lento, con punti di condivisione sui valori di una storia comune. Una mano tesa al vecchio continente desideroso di ritrovare l