Draghi: “L’unità non è un’opzione è un dovere”…di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Febbraio 17, 2021 – 15:40
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Erano poco più delle 10 quando Mario Draghi iniziava a leggere nell’aula del Senato il suo discorso scritto con carta e penna. In 51 minuti ha toccato tutti i punti fondamentali del suo programma di governo, dall’emergenza sanitaria e le misure che il virus e le sue mutazioni impongono, ai giovani e i doveri che abbiamo nei loro confronti, all’europeismo e irreversibilità dell’euro, all’atlantismo e multilateralismo, alla crisi economica e sue gravi conseguenze, alle riforme necessarie per la ripresa e la resilienza. Un discorso chiaro senza sbavature retoriche e senza l’ingrediente, comune in politica, della captatio benevolentiae. Draghi ha comunicato una visione complessiva di Paese resa evidente anche dalla sottolineatura, in tema di riforme, che non esiste un prima e un dopo e che la singola riforma, isolata da un unicum, è inadeguata alla soluzione di problemi radicati e interconnessi. Nell’esordio, il presidente ha rivolto un pensiero commosso a  coloro che soffrono per la pandemia e ribadito che il primo obiettivo è combattere con ogni mezzo il virus che è nemico di tutti. Il piano vaccini sarà potenziato. La distribuzione avverrà in maniera più rapida e efficace grazie al coinvolgimento della Protezione civile, delle Forze armate, dei volontari. La somministrazione non sarà limitata ai posti specifici, ma includerà tutte le strutture pubbliche e private: dobbiamo imparare dai paesi che si sono mossi prima di noi. La riforma sanitaria riguarderà la medicina territoriale e i servizi di base: consultori, centri di salute mentale, centri contro la povertà sanitaria con l’obiettivo di assicurare livelli essenziali di assistenza. Quasi in risposta alle polemiche scaturite dalla chiusura repentina e inaspettata della montagna, Draghi ha assicurato che ogni cambiamento delle regole sarà comunicato con sufficiente anticipo. E sempre rispondendo in forma indiretta al quesito sterile che ha monopolizzato politica e stampa sulla natura del suo governo, ha specificato che il suo esecutivo è semplicemente il governo del paese, non ha bisogno di alcun aggettivo. Precisazione che è servita ad anticipare la richiesta alle diverse forze parlamentari di lavorare senza pregiudizi e rivalità per la ricostruzione del Paese nella condivisione di valori e speranze. “Nessuno può fare un passo indietro rispetto alla propria identità, ma un passo avanti per risolvere i problemi. Prima di ogni appartenenza viene il dovere di cittadinanza. Siamo tutti cittadini italiani, tutti consapevoli delle responsabilità che ci sono state affidate. A questo governo serve qualità delle decisioni, coraggio delle visioni, non conta il tempo che può essere sprecato solo nel desiderio di conservarlo. Questo è lo spirito repubblicano del mio governo”. Con riferimento alla “Next Generation Eu”, Draghi si è soffermato sul debito che abbiamo nei confronti dei giovani che lasciano il Paese per la mancata riconoscenza del merito e ha insistito sulla priorità che hanno scuola, formazione, cultura e ricerca di base che deve puntare all’eccellenza in tutti i campi scientifici. Ha anche evidenziato che un pilastro importante del sistema educativo nell’area digitale e ambientale è rappresentato dagli istituti tecnici ai quali sono stati assegnati 1,5 miliardi. Il percorso educativo necessita di innesti di nuove materie e la globalizzazione, la trasformazione digitale e ecologica richiedono continui adeguamenti anche nella riforma universitaria. L’educazione è fondamentale per la crescita di un Paese e per contrastare le diseguaglianze. Lo scorso anno la pandemia ha privato numerosi studenti di ore di didattica in presenza, soprattutto nelle regioni meridionali dove la Dad ha incontrato difficoltà. Bisogna aggiornare il calendario scolastico e recuperare le ore perse. Il virus ha acuito le difficoltà economiche di quanti non avevano recuperato le perdite della crisi del 2008. La disoccupazione è aumentata ed è stata selettiva colpendo soprattutto donne e giovani e gli interventi di sicurezza sociale non hanno protetto autonomi e lavoratori a tempo determinato. A questo si dovrà porre rimedio e l’appartenenza all’Europa, la prospettiva di un’unione sempre più integrata e di un bilancio pubblico comune sono garanzia di sicurezza nei momenti di debolezza. La cessione di sovranità nazionale per conquistare sovranità condivisa non è una perdita. Senza Italia non c’è l’Europa, ma fuori dall’Europa c’è meno Italia.

Draghi al governo…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Febbraio 14, 2021 – 14:43
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Esce Giuseppe Conte, entra Mario Draghi. Il passaggio della campanella da un modesto curriculo non privo di incongruenze a uno interminabile di incarichi di rilievo nazionali e internazionali. Presidente della Bce, accademico, economista, esperto di finanza, governatore della Banca d’Italia, direttore generale del Tesoro, direttore esecutivo per l’Italia della Banca mondiale e nella Banca asiatica di sviluppo… Un avvicendamento alla guida del governo che da solo basterebbe per iniziare ad essere ottimisti e guardare finalmente oltre il muro di nebbia che stringe il Paese. Mario Draghi alla presidenza del Consiglio tranquillizza quella parte di Europa da sempre e ragionevolmente sospettosa dell’Italia, solleva lo spirito di Macron e Merkel stufi dei bonus di Conte e “ansiosi di lavorare” con chi costituisce una “risorsa preziosa per tutta l’Europa”. Congratulazioni anche da Boris Johnson. Il prestigio e la stima che circondano la figura di Draghi hanno contagiato tutti i partiti  compresi i meno riottosi del MoVimento di Grillo. Nell’ansia di partecipare ognuno ha voluto vedere nell’ex presidente dell’Eurotower quello che più gli piaceva. Cortesia  silenzio e qualche sorriso appena accennato hanno illuso le delegazioni dei partiti che colui che durante le consultazioni riempiva di appunti i fogli di un’agenda fosse consenziente. La cura dell’Italia dovrà invece passare attraverso la resa dei partiti che dovranno impegnarsi  non a trarre beneficio dal nuovo governo, ma a offrire risposte valide ai problemi del Paese. Ne saranno capaci?  Osservando la composizione del nuovo governo, emergono alcuni aspetti significativi: i ministri rispondono a una precisa scelta nel senso della moderazione, delle competenze nei settori chiave, dell’equilibrio nella rappresentanza delle diverse forze politiche, del bilanciamento tra presenze maschili e femminili in termini di peso dei dicasteri assegnati, di proporzione tra politici, 15, e tecnici, 8, in relazione al valore degli incarichi. Pochissimi i giovani, età media 54 anni. Un particolare che conta poco nel momento in cui i contenuti dei progetti e l’azione di governo saranno concentrati sulle nuove generazioni (Next Generation Eu). Rispetto alla moderazione, sono stati esclusi i meno moderati: a Salvini sono stati preferiti Erika Stefani (corrente Zaia), Massimo Garavaglia (ala giorgettiana) e Giancarlo Giorgetti. Nei dicasteri fondamentali troviamo Roberto Cingolani alla Transizione ecologica. Fisico di fama internazionale, quando rivestiva l’incarico di direttore scientifico di Leonardo fornì ai parlamentari di Italia viva gli spunti giusti per sostanziare la controproposta del Recovery plan nei capitoli dell’Innovazione. A guidare la Transizione digitale sarà Vittorio Colao, nominato da Conte a capo della task force e poi liquidato con sufficienza. Il causidico contro l’esperto. Al ministero dell’Economia, un altro tecnico, Daniele Franco, direttore generale della Banca d’Italia, quello che assieme a Roberto Garofoli, ora sottosegretario a Palazzo Chigi, era stato il bersaglio del brand Casalino: “Quei pezzi di m. del Mef” ai tempi in cui si annunciava la nascita della gaudente decrescita.  Al Mit Enrico Giovannini, altro tecnico che si occuperà di conversione all’ecologismo, sottinteso intelligente, “da non confondere con la difesa della foca monaca” come ha detto qualcuno. Renzi non è nel governo Draghi, solo Elena Binetti ne fa parte nella funzione di ministro delle Pari opportunità, ma è lo spirito renziano ad essere presente negli uomini che rappresentano la forza propulsiva indispensabile a rilanciare il Paese. Esclusi oltre ai meno “dotati” come Azzolina Bonafede e Catalfo, gli scudieri più fedeli a Conte, Gualtieri Fraccaro e Boccia e fuori anche De Micheli, Provenzano e Amendola. Una svolta sarà impressa alla comunicazione che sarà più sobria: “Si comunica quello che facciamo, non quello che vogliamo fare” ha detto il neo presidente al primo Consiglio dei ministri. Con Draghi, a decontizzazione avvenuta, diamo finalmente addio alla garrula fuffa.

Vaccino? Saltiamo la fila!…l’opinione di Rita Faletti

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Differenze di mentalità come dimostra il salto della fila. Il più grande impero coloniale del mondo e l’Africa orientale italiana. La Gran Bretagna di Boris Johnson che ha brillantemente superato il test nella lotta alla pandemia e riaperto con cautela le porte alla normalità, e l’Italia dove c’è chi ha scritto un libro propaganda sul modello italiano di lotta al virus ma ogni giorno registra oltre 400 morti.  Da 1564 decessi il 31 di gennaio ai 9 di ieri, la strategia decisa dal primo ministro britannico,  lockdown prolungato in concomitanza con una campagna vaccinale spedita, ha rimosso le perplessità che ne avevano appannato l’ immagine dopo l’azzardo iniziale di perseguire l’immunità di gregge lasciando alla popolazione libertà di muoversi e al virus licenza di uccidere. Il perennemente scapigliato BoJo ha scelto ancora una volta un approccio improntato al rischio in contrasto con i suoi omologhi europei: somministrare la prima dose del vaccino domestico AstraZeneca prima dell’autorizzazione dell’Ema, l’Agenzia europea dei farmaci, e ritardare la seconda per assicurare la copertura al maggior numero di persone, non completa ma sufficiente a minimizzare le conseguenze di un eventuale contatto con il virus e le sue varianti.  A partire dal personale sanitario in prima linea, le categorie fragili e gli over 80, a tutt’oggi in Gran Bretagna sono state vaccinate le fasce over 70 e poi  60, è stata avviata la somministrazione degli ultracinquantenni e a breve toccherà agli over 45. Finora, il 46 per cento della popolazione ha ricevuto la prima dose e l’8 per cento il ciclo completo. L’obiettivo di vaccinare tutti i cittadini sopra i 18 anni sarà realizzato entro la fine di luglio. Un traguardo possibile grazie alla determinazione del premier che non ha esitato davanti al rischio di rari decessi per trombosi venosa cerebrale a fronte di migliaia di decessi per Covid. Intanto che l’Europa aspettava il pronunciamento di Ema, in Gran Bretagna si vaccinava 24 ore su 24, 7 giorni su 7. In Italia  diffidenza e allarmismo hanno causato defezioni e molti flaconi sono tuttora chiusi nei frigoriferi. La vicenda di AstraZeneca si ripete con l’americano Johnson&Johnson che negli Stati Uniti è stato sospeso in attesa di approfondimenti. I flaconi arrivati in Italia sono depositati al fresco (-25°) in attesa del via libera. Negli Stati Uniti la campagna vaccinale è avanzata al punto che tenere un vaccino in stand by non comporta conseguenze. La nostra situazione è più seria perché l’alto tasso di mortalità riguarda le persone fragili e gli anziani, che hanno fatto le spese anche della cattiva coscienza di trasgressori salta-fila e dei loro amici e amici di amici. Tre milioni e centomila dosi rubate a chi ne aveva diritto. Da nord a sud infatti, con esclusione di Lazio e Veneto che hanno condotto una campagna vaccinale stile Israele, le altre regioni, in particolare Toscana, Puglia e Sicilia, si sono distinte per aver privilegiato le corporazioni.  Dirigenti, magistrati, avvocati, commercialisti, docenti universitari, amministrativi, assistenti sociali, veterinari, giardinieri, manutentori, addetti alle mense, cuochi, studenti iscritti al terzo anno di Medicina, gente che un reparto Covid lo vede con il binocolo. Nella Puglia di Emiliano, che per essere confermato presidente di regione promise incarichi a tutti e l’anno scorso ha nominato assessore alla Sanità il virologo Lopalco, che di virus e suoi effetti si intende, gli anziani sono stati scavalcati persino da minorenni tra i 14 e i 17 anni, che al fine di ottenere il lasciapassare per il vaccino si sono iscritti alle associazioni di volontariato. La furbizia non nasce sotto i cavoli. Ma neanche nella categoria dei giornalisti sono mancati gli atleti del salto della fila, alla faccia della smorfia di sdegno per la disonestà altrui. Ad Arezzo a scivolare sulla buccia di banana è stato il moralista Scanzi. Era nella lista dei “riservisti”, si è giustificato.  Travaglio, il giustizialista dalla battuta perfida e le tesi puerili, ha gettato una ciambella sgonfia al collega: “La colpa di Scanzi è l’ipocondria”. Siamo lontani dal principio democratico del “queue up” britannico. Del resto, cosa aspettarsi da chi racconta di quotidiani complotti spacciandoli per fatti?

Letta-Conte: prove di alleanza …l’opinione di Rita Faletti

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Memorabile l’estate del 2019 non per caldo eccessivo ma per il Papeete, menzionato come metafora di Salvini e del suo declino politico dal Pd che avrebbe dovuto pasteggiare a Mojito a pranzo e a cena. Fuori la Lega e dentro il Pd nella nuova avventura giallorossa.  Una toccata e fuga con accattonaggio finale. Ma chi si è salvato? Si è salvata la fedeltà all’Europa, unico merito del Conte 2, che per patente inadeguatezza non ha però retto alla doppia sfida pandemica e economica. Con la fine del governo giallorosso, grazie alla visione e alla determinazione di Matteo Renzi, al quale il Partito democratico si ostina a non riconoscerne il merito, si è conclusa l’indissolubile alleanza Zinga-Conte, sostituita da quella Letta-Conte, premessa per “un’affascinante avventura”. Gli uomini cambiano ma il populismo rimane. Straripante nel primo governo Conte,  più in sordina nel secondo (in tre anni l’Italia ha avuto un presidente del Consiglio che in Europa si vantava di essere populista) sotto traccia con Letta. Se i precedenti governi di sinistra non si potevano accusare di populismo, dal 2018 esso è entrato a pieno diritto nel partito della sinistra, diventando il motore di alleanze e l’ispiratore di programmi. Che vuol dire essere populisti? Non ci interessano le definizioni che se ne danno, differenti per la nebulosità del termine che si adatta ai differenti scopi da raggiungere, ci interessano le implicazioni nel Conte 1 e 2. Il populismo ha significato principalmente trovare il sistema per distribuire denaro pubblico a una base sempre più ampia di questuanti senza chiedere nulla in cambio. E’ così che non si aiuta un Paese e se ne affonda l’economia, già a terra prima del Covid-19. Non serve oggi cercare i responsabili in un passato prossimo, si conoscono e se ne conoscono le giustificazioni: i numeri in Parlamento usati dai Dem come alibi per andare all’inseguimento dei populisti. Una fandonia che nasconde la ragione vera: la ricerca del consenso. Invece di affermare la propria vocazione di partito che difende il lavoro, il Pd si è sistemato al seguito di chi ha promesso l’assistenza dello Stato a chiunque ne facesse richiesta e ha cancellato il valore dell’impegno del merito e delle competenze. A tre anni di distanza dalle origini e dopo i disastri compiuti nel suo nome, il populismo si è rintanato dietro una facciata di cambiamento. Salvini non parla più di uscita dall’euro e di quota 100, i grillini fanno orecchie da mercante quando si ricorda loro il fallimento del reddito di cittadinanza e il decreto dignità, presi come sono dalla ricerca di un’identità lontano da Rousseau e con Conte capo del movimento. Il governo Draghi, da sperare che duri un’eternità, ha messo tutti d’accordo malgrado non sia il governo ideale né del leader della Lega né dei Cinque stelle né del Pd, forse il più vicino alle posizioni culturali del presidente del Consiglio. E’ tuttavia palese che tra i democratici c’è chi ancora rimpiange Conte, come Bettini, il quale ha parlato di riformare il capitalismo. Obiettivo che non può mancare nella sinistra affamata di consenso, che in mancanza di idee ricorre agli abusati stilemi. Una punzecchiatura mimetizzata alla ricchezza, con cui il capitalismo viene identificato. Messaggio di chi contrabbanda se stesso per amico del popolo e lo illude non tanto che un Paese della ricchezza debba o possa fare a meno, è infatti difficile dimostrare che da essa si possa prescindere per sconfiggere la povertà o migliorare le condizioni di vita della società, quanto di chi la ricchezza la produce. Come dire che il pane è necessario ma non lo è il fornaio che lo produce. Ma Bettini ha la pretesa di riformare il capitalismo senza dirci come. Cos’è davvero il capitalismo? Non è un’ideologia, è la realtà. E’ il complesso delle relazioni economiche fondate su produzione, vendite e acquisti tra esseri liberi, in un mercato globale fatto di domanda e offerta che ha trasformato le condizioni di vita di intere popolazioni, emancipandole dalla povertà e consentendo loro di crescere. In che modo vorrebbe il signor Bettini riformare il capitalismo? Chi vorrebbe convincere e con quale riferimento culturale che non fosse il solito piatto riscaldato dei profitti di un’azienda privata come furto ai danni dei lavoratori? Vada a dirlo alla Cina comunista che ha adottato il capitalismo dopo averne osservato le conquiste in occidente e imparato magnificamente la lezione. La Cina capitalista ha sconfitto la povertà. Noi dobbiamo ancora sconfiggere i pregiudizi di chi vorrebbe trasferire tutto nelle mani dello Stato. Che già si prende la metà di quello che l’economia italiana produce e che non è in grado di investire non sapendo dotarsi delle risorse umane adeguate, non sapendo acquistare i beni di cui abbisogna, non sapendo far funzionare la giustizia civile, avendo promosso un modello di scuola corporativa che non vuole né giudicare per paura di ritorsioni né essere giudicata per timore della bocciatura, non sapendo né gestire né controllare. Bettini dovrebbe invece convincere la nuova segreteria del Pd a riformare il funzionamento dello Stato o farebbe meglio a tornarsene in Thailandia. Nel 2019 Draghi aveva detto: “L’Italia rispetti le regole, faccia le riforme”. Da allora il calendario delle riforme non si è spostato di un giorno. Letta ha sostituito Zingaretti. E’ un nuovo segretario che serve a un partito o una nuova linea politica?

Von der Leyen, in piedi! …l’opinione di Rita Faletti

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Ha fatto scalpore il video che trasmette  l’immagine della presidente (in questo caso il femminile è d’obbligo) von der Leyen in piedi, ai margini  della sala in cui il premier turco Recep Tayyid Erdogan è seduto accanto al presidente del Consiglio europeo Charles Michel. Von der Leyen fa un gesto di disappunto con la mano in attesa che le venga messo a disposizione un posto a sedere che non c’è. Ha fatto il giro del mondo quel video, accompagnato da commenti di indignazione dove il galateo viene ancora rispettato. Nell’America che riscrive la storia della cultura occidentale, Joe Biden e Kamala Harris devono essere saltati sulla sedia “Oh, my God!”. E quella simpatica “canaglia” di Trump cosa avrà pensato? Nei quattro anni di presidenza non ha mostrato particolare benevolenza nei confronti dell’Europa, anzi, il che fa  supporre che il video l’abbia divertito e… peccato non essere ancora alla Casa Bianca, si sarà detto, avrei potuto gelare tutti con un bel tweet “Hai avuto ciò che ti meriti, cara Europa!”. In realtà, Trump, che non è un raffinato, cosa talvolta non disdicevole, e guarda alla realtà con occhi disincantati, è forse uno di quei pochi occidentali che rivestono o hanno rivestito incarichi politici di rilievo, ad avere immediatamente sorvolato sul protocollo per puntare al cuore della sostanza. Nessun trasecolamento, nessun pallore sui volti dei Giovanni  Della Casa, nessuna ipocrisia di chi vorrebbe che l’umiliazione inflitta a una signora sia stata una svista dello staff turco, via ogni traccia della differenza tra uomo e donna nella cultura islamica, il significato, che non richiede un quid di perspicacia in più è scoperto: non venite a casa mia con la pretesa di farmi osservare le vostre regole, tenetevi le vostre teorie sul rispetto dei diritti umani, decido io se come e quando rispettarli.  E come ha detto qualcuno, se la forma è sostanza, la sostanza non ha bisogno di interpretazioni  suggestioni o arzigogoli.  Lasciando la signora von der Leyen in piedi per un po’ prima di invitarla a sedere sul divano destinato a funzionari di secondo livello, Erdogan ha inteso sottolineare che la Turchia non è disposta a uniformarsi alle norme dell’Europa. Sarebbe inconciliabile con il suo progetto di ricostruzione dell’impero ottomano. Quindi, l’Europa si tolga dalla testa di puntare i piedi. Si asterrà dal farlo. Ma quell’immagine così eloquente va incorniciata e messa in bella vista sulla scrivania per ricordare, ce ne fosse bisogno, con chi si ha a che fare. E se Ursula von der Leyen è stata offesa, Charles Michel non si illuda di aver fatto una figura migliore.  Non averle ceduto la propria sedia è stata un’asinata solenne e una vigliaccheria. A riprova che la forma è sostanza.

Pandemia e complottismo oscurantista…l’opinione di Rita Faletti

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Esiste una categoria così a se stante e così infinitamente distante da qualunque altra che potrebbe perfino essere a prova di calamità naturali. Un megasisma dalle conseguenze catastrofiche,  uno tsunami che sommerge intere isole, un incendio di proporzioni gigantesche e indomabile, un altro diluvio universale. Una categoria privilegiata al punto che potrebbe trovarsi per miracolo un’arca bell’e pronta tutta e solo per sé. No, forse sarebbe troppo, o troppo poco? Come Noé, il patriarca della Bibbia, imbarcò coppie di animali diversi, così quest’arca del XXI° secolo sarebbe dotata di uno spazio per coppie di umani, scelti tra quelli meno svegli e facilmente abbindolabili con mansioni di servizio. La categoria privilegiata per chi ancora non l’avesse capito è quella dei magistrati, convinti di costituire la parte eletta della società. Andiamoci piano però con quell’aggettivo che potrebbe irritare qualcuno della benemerita categoria. Si dà il caso, infatti, che sia uscito un libro dal significativo titolo “Strage di Stato. Le verità nascoste della Covid-19”, di cui sono autori un magistrato, il giudice della corte di appello di Messina, Angelo Giorgianni, e un medico, Pasquale Bacco. I due sostengono la tesi che il Covid-19 non è mai esistito e che i vaccini sono acqua di fogna che preferirebbero anzi farsi inoculare piuttosto che Pfizer o AstraZeneca o Moderna o qualche altro. Dichiarano anche che il virus è l’invenzione orchestrata delle élite internazionali per assoggettare le nazioni. “Vogliamo dire chi comanda nel mondo? Comandano gli ebrei. Sta tutto in mano loro”, ha dichiarato Pasquale Bacco al programma radiofonico la Zanzara del 21 febbraio scorso.  E siccome negazionismo e complottismo sono parenti stretti, non poteva mancare la vecchia e ripugnante teoria dell’ebreo complottista col naso adunco. Dunque il Covid è una macchinazione congegnata dai soliti ebrei che vogliono dominare il mondo. A pagina 352 si legge: “…vediamo con chiarezza come tutto quello a cui abbiamo assistito non aveva come scopo la guerra a un virus la cui letalità si discosta di poco da quella di una banale influenza, quanto l’assoggettamento delle nazioni del mondo a una volontà unica”. Affermazione delirante che poggia sul nulla e sarebbe da ignorare come chi l’ha scritta se purtroppo non esprimesse un concetto che ha preceduto e accompagnato i peggiori Pogrom e alimentato i forni di Birkenau. Durante il nazismo furono messi al rogo libri scritti da ebrei, oggi la stessa sorte dovrebbe toccare a scritti escrementizi che insinuano invereconde falsità su di loro. E non basterebbe. Mi chiedo se non sia giunto il momento che gli addetti ai lavori, gli stessi che indagano sulla legittimità delle scelte del potere esecutivo senza che vi sia dolo o colpa grave, aprano qualche inchiesta sull’istigazione all’odio razziale e religioso. Nel caso in specie non dovrebbero neanche fare la fatica di costruire un processo su prove indiziarie, come molti sono abituati a fare, sarebbe sufficiente che leggessero il libro e avrebbero raccolto le prove dirette. E comunque sorprende che sia un medico a dire dei colleghi “i medici sono diventati dei lava cessi” a Parenzo e Cruciani che lo incalzano per sapere se la superstar della Procura di Catanzaro, Nicola Gratteri, il terrore dei mafiosi, colui che ha curato la prefazione di “Strage di Stato..” ha letto davvero il libro. “Certo che l’ha letto”. E’ stata la risposta. Che lascia interdetti. Scrive infatti Gratteri: “Il libro è un’arma efficace di conoscenza: un libro inchiesta che ricostruisce la successione degli eventi, la fonte dei provvedimenti, le correlazioni talvolta insospettabili tra fatti e antefatti, sollevando angosciosi interrogativi degni di approfondimento nelle sedi competenti sulla gestione dell’emergenza pandemica”. L’ex magistrato Carlo Nordio taglia corto e fa centro:  “Per l’accesso in magistratura manca un esame, quello psichiatrico”.

Sovranismo vaccinale…l’opinione di Rita Faletti

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E’ in corso una guerra per accaparrarsi i vaccini e come in ogni guerra c’è chi vince e chi perde. Ad essere in campo è l’Occidente, non contro l’Oriente, né medio né estremo, ma al suo interno. I player sono Unione europea,  Gran Bretagna e Stati Uniti. Semplificando si potrebbe parlare di contesa tra due opposte visioni: nazionalismo o sovranismo da una parte e multilateralismo dall’altra in un panorama  globalizzato. La logica suggerirebbe, e non solo per motivi di coerenza, che la globalizzazione, che la pandemia ha esaltato oltrepassando confini di ogni tipo, abbia definitivamente archiviato il nazionalismo a favore del multilateralismo. Difendere dal contagio il tuo condominio si rivelerebbe un’operazione senza senso nel momento in cui il condominio accanto non disponesse di mezzi analoghi ai tuoi per fare altrettanto. In fatto di vaccini, se ne dovrebbero produrre in quantità tali da immunizzare gli abitanti dell’intero pianeta. Ma quello che si enuncia un ideale da realizzare assolutamente, come il più delle volte accade fa a pugni con la realtà. Di buone intenzioni è lastricata la strada per l’inferno. Il democratico Biden, sostenitore del multilateralismo, dopo aver sconfitto il sovranista Trump e preparandosi già oggi a sconfiggere nel 2024 il prossimo sfidante repubblicano, sempre che, come ha detto, per quel tempo il partito repubblicano esista ancora (boutade o spacconata?), sta applicando alla lettera il principio “America First” del suo predecessore. Quando si tratta di fare gli interessi del proprio paese non c’è differenza tra democratici e repubblicani. Biden non ha alcuna intenzione di cedere dosi di vaccino prima che ogni americano non abbia ricevuto le proprie ché in emergenza sanitaria non c’è solidarietà che tenga. Sulla stessa linea il premier britannico Boris Johnson che per spiegare il successo della campagna vaccinale nel suo Paese, il 54 per cento della popolazione adulta ha ricevuto il vaccino a un ritmo di 27 somministrazioni al secondo, si è lasciato sfuggire, in un eccesso di franchezza,  un’espressione che poi ha invitato a dimenticare:  ha vinto la cupidigia. Riferimento al fatto che il Regno Unito, con largo anticipo sull’Unione europea, ha trasferito fondi ingenti all’università di Oxford per finanziare la ricerca e lo sviluppo di un vaccino in collaborazione con AstraZeneca con cui ha siglato un accordo in esclusiva. Diverso da quello opaco fondato sulla clausola del “massimo sforzo” stipulato da Bruxelles con l’azienda anglo-svedese. Ha vinto il capitale e ha vinto il concetto United Kingdom First che ricalca l’America First di Trump e di Biden. Ma ha vinto soprattutto il pragmatismo: i due diversi accordi parlano chiaro. L’Unione europea si è mossa male e in ritardo e ha ordinato un numero di lotti insufficiente a raggiungere tutta la popolazione degli Stati membri. Unico aspetto positivo la solidarietà di cui  ha dato prova esportando 77 milioni di dosi (21 alla Gran Bretagna) dopo averne  distribuiti 88 ai Paesi membri. Ma gli errori si pagano e se a tutt’oggi la media dei vaccinati nell’Unione non supera il 10 per cento, attribuire le responsabilità solo alle Big Pharma che non hanno rispettato tempi e quantità di consegna stabiliti contrattualmente è non voler ammettere le proprie. La Commissione europea non è stata all’altezza di un’impresa che per complessità e dimensioni avrebbe richiesto competenza pieni poteri e maggiore propensione al rischio, requisito da tempo assente in Europa e legato a doppio filo all’assunzione di responsabilità. Per evitare reazioni popolari e attriti tra gli Stati nel caso ognuno avesse deciso per proprio conto quali vaccini e dove ordinarli, si è affidata la gestione a Von der Leyen. Quando il capitolo delle consegne si potrà chiudere e l’Europa sarà finalmente sommersa di vaccini, prossimamente arriverà anche il monodose americano Johnson&Johnson, si aprirà il capitolo della diffusione capillare. Le cose andranno meglio? La chiave sarà l’efficienza organizzativa dei sistemi sanitari dei singoli Paesi. Fuori dall’Europa un Paese modello esiste ed è lo Stato di Israele. Con un sistema sanitario pubblico ben strutturato e una logistica agile, con più di 70 hub sparsi in tutto il territorio e stazioni itineranti per raggiungere la popolazione nei luoghi più isolati, lo Stato ebraico ha vaccinato il 90 per cento dei suoi cittadini, compresi i palestinesi e gli arabi che lavorano nel Paese. Il segreto? Riflessione, azione, comunicazione, da non confondere con propaganda.

Vaticano nell’occhio del ciclone…l’opinione di Rita Faletti

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La Chiesa condanna il peccato non il peccatore che è oggetto dell’amore di Dio in quanto Sua creatura. Questo presuppone che incorrere nell’errore o trasgredire la Legge non implica la negazione della misericordia e del perdono. La Chiesa non è nata per giudicare e condannare, ma per salvare. Il che non esclude però che rimanga coerente con i propri insegnamenti e fedele ai dogmi che alcuni dei suoi rappresentanti vorrebbero abbattere. Questo per spiegare il collegamento tra le parole pronunciate da Papa Francesco: “Chi sono io per giudicare un gay?” e il Responsum, il documento del 15 marzo scorso della Congregazione per la Dottrina della fede, che nega la benedizione delle coppie omosessuali, con avallo del Papa nella Nota esplicativa. Le reazioni di numerosi rappresentanti della Chiesa non si sono fatte attendere. Delusione, rammarico, prese di distanza di alti prelati e  sacerdoti che fanno sapere che non obbediranno. E come si poteva facilmente prevedere, tensione alle stelle tra la Conferenza episcopale tedesca e il Vaticano. Il Responsum ha creato subbuglio in molte diocesi d’Oltralpe che si sono affrettate a scrivere lettere di protesta e chiedere a gran voce un ravvedimento da parte di Roma. Il vescovo di Essen rileva che “La Chiesa non può ignorare quel che pensano i fedeli”, rafforzando la diffusa convinzione che non solo in politica sia il popolo a indirizzare e forzare le scelte di chi amministra e governa. L’ondata di populismo ha investito l’agire umano e tenta di aprire varchi, per la verità già aperti con successo, laddove il rispetto del dogma ha abdicato per cedevolezza e opportunismo politico al relativismo. Si voleva il sigillo della Chiesa con l’obiettivo palese di modernizzarla e assecondare i desideri della corrente progressista. Ma che chiesa è quella che va contro il dogma? Come si può rinunciare alla missione di formare e illuminare le coscienze e affrontare temi etici (matrimonio, famiglia, vita, eutanasia…) nello spirito del Vangelo per seguire le esigenze di chi vorrebbe una religione à la carte? Si è persino arrivati a dubitare che il documento non rifletta il vero pensiero papale: Austen Ivereigh, biografo di Francesco, ritiene che quella non sarà l’ultima parola di Bergoglio sul tema. Il che troverebbe conferma in quanto riferito dalla coppia di vaticanisti Gerard O’Connell e Elisabetta Piqué su autorevoli fonti vaticane, ma che intendono rimanere anonime, secondo cui il Papa, opponendosi  alle “condanne teoriche e alle pretese di moralismi clericali”, avrebbe voluto segnare la distanza dal Responsum della Congregazione per la Dottrina della fede. Responsum che nella sua parte più rilevante dice: “Poiché le benedizioni sulle persone sono in relazione con i sacramenti, la benedizione delle unioni omosessuali non può essere considerata lecita, in quanto costituirebbe in certo qual modo una imitazione o un rimando di analogia con la benedizione nuziale invocata sull’uomo e la donna che si uniscono nel sacramento del Matrimonio, dato che non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppur remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. Allora le ipotesi sono due: o Francesco non ha letto quello che ha firmato o si è pentito di averlo firmato. Entrambe da scartare perché inverosimili. E’ invece verosimile che le pressioni, che sono tante, vengano da vescovi cattolici romani favorevoli alla pederastia e contrari per questo alla dottrina cattolica. Una soluzione ce l’avrebbero: spretarsi.

Il Pd deflagra….…l’opinione di Rita Faletti

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Zingaretti che si dimette lascia di sale il partito che fino a poco prima ne aveva fatto il bersaglio principale di ogni critica. Ma l’accusa più bruciante la rivolge l’ex segretario al Pd: un partito affamato di poltrone. La pazienza e lo spirito di sopportazione hanno un limite e Zingaretti che ha brillato per entrambi quel limite l’aveva raggiunto e forse superato da tempo. Arrabbiati i più “affamati”, quelli che nel clima di insoddisfazione generale erano rimasti in silenzio a fare i loro calcoli sperando nella permanenza dello status quo. Colti alla sprovvista e impreparati, i Dem chiedono a Zingaretti di tornare sui suoi passi. Non accadrà. Gestire un’entità fatta di correnti, litigiosa, persa in conflitti interni, sospesa in una bolla, è una mission impossible per chi non abbia la tempra e il carisma del leader. Bonaccini avrebbe i requisiti necessari per guidare un partito balcanizzato e senza orizzonti. Con la determinazione e l’autorevolezza che gli deriva dall’aver amministrato bene la sua regione, non avrebbe difficoltà a mettere in riga un partito che va rifondato. La strategia di Zingaretti, se di strategia si è trattato, è stata mantenere una posizione defilata e rinunciataria al punto di cedere spazio e potere decisionale a un alleato di governo privo di bussola e a un Conte plenipotenziario che vantava un endorsement da Trump e dall’Europa per meri motivi opportunistici. Di fatto un premier poco incisivo e poco efficace perché troppo preoccupato a non scontentare la parte grillina e assecondare il popolo sovrano. Zingaretti che non voleva l’alleanza con i 5S si è rimesso alla volontà di chi la caldeggiava vedendo in essa l’occasione di un rinnovamento del Partito democratico e  di Renzi che aveva in mente qualcosa di ben diverso: un’alleanza strumentale per affondare il Movimento che il Paese stava abbandonando. Il segretario ha fatto il contrario: ha resuscitato il Movimento a spese del Pd e della stagione riformista resuscitando nel contempo il passato assistenzialista e statalista della sinistra radicale. Una scelta suicida dalle conseguenze facilmente prevedibili. I grillini sono saltati ed è saltato il Pd. Non ci vuole molto a capire che questo è il risultato di un doppio fallimento che nulla ha a che vedere con l’arrivo di Draghi, ma con la mancanza di una visione comune e di due o tre idee fondamentali da cucire assieme per dare forma a un programma di governo che affrontasse la pandemia e la crisi economica. Oggi ci si gira attorno e si continua a parlare di alleanza strutturale ineludibile, di “destino”, come ha detto Cacciari. Ma il destino si è compiuto e per ora è irreversibile. “In fondo Pd e 5S hanno governato benino” ha sentenziato Travaglio che sta a Conte come Fede stava a Berlusconi. Travaglio lo conosciamo, è un opportunista invidioso come molti lettori del suo Fatto. Coccolato dai conduttori di talk show della 7, dove i pentastellati hanno imperversato dopo la concessione di Grillo a comparire in tv, ha un seguito tra gli italiani che sbavavano dietro l’avvocato del popolo e che ora lo rimpiangono, e gode della stima di giornalisti ammaliati dal nulla contiano in uno stato patetico di subordinazione mentale. Tant’è che se l’ex premier e compianto possibile federatore dell’area progressista (sic Bettini ) accettasse di essere incoronato leader del Movimento, otterrebbe il 22 per cento collocandosi alle spalle della Lega, con il Pd quarto al 14 per cento. Il “benino” di Travaglio, se i fatti si raccontassero e non si preferisse una narrazione da sbornia grillina, si trasformerebbe in “malissimo”. In un anno e mezzo il governo giallorosso si è distinto per impreparazione nella gestione dei trasporti, mancanza di volontà nel rivedere il reddito di cittadinanza, lentezza nel risarcire le categorie maggiormente danneggiate dalla pandemia, incapacità di costruire un piano vaccinale con una catena di comando efficiente nella distribuzione e somministrazione che Arcuri immaginava di poter realizzare disseminando la penisola di primule da 400 mila euro cadauna. Per non parlare dello spreco di denaro pubblico in ridicoli bonus, inutili banchi a rotelle, cashback e mascherine pagate tre volte il loro prezzo con l’aggiunta di una provvigione di 70 milioni ai mediatori, personaggi di dubbia reputazione e millantatori, che politici rappresentanti delle istituzioni e lo stesso Arcuri non ricordano di aver mai conosciuto. Uno scenario sconfortante da non rimpiangere ma della cui gravità non tutti sono consapevoli o sui quali preferiscono sorvolare. Ma oggi si contesta la decisione di Draghi di aver affidato ai consulenti della società americana Mc Kinsey la scrittura del Recovery plan. Visti la tempestività e l’impegno profuso dall’ex maggioranza nello scrivere un piano credibile, è a dir poco curioso che si sia scatenata una bagarre per una decisione imposta dalla necessità di presentare entro il 30 aprile il piano dell’Italia. Se l’approvazione spetta al Parlamento, il fatto che sia un gruppo di manager di alto livello a redigere il piano garantisce due cose:  affidabilità e rapidità che consentano al Parlamento di esaminarlo  prima della presentazione.

Primule addio! …l’opinione di Rita Faletti

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Se la maggioranza degli italiani si dice soddisfatta di avere Draghi presidente del Consiglio, un po’ meno della composizione dell’esecutivo, “Troppi incompetenti”, in Parlamento la maggioranza extra large non è stata accolta con la stessa soddisfazione. I più scontenti Pd Leu e 5S. I motivi non sorprendono: con il Conte 2 si erano trovati a fare quello che volevano concedendo all’opposizione la speranza diventata pura illusione di partecipare  a qualche iniziativa. Salvini che fa un passo verso l’europeismo, pur non riuscendo ad affermare che l’euro è irreversibile, è una disdetta per chi non perdeva occasione per mettere in guardia il Paese contro il pericolo delle destre. Ma qualcuno nel Pd aveva iniziato a friggere. Sul fronte dei grillini ortodossi avere come compagni di strada Berlusconi e Forza Italia è un affronto. Nel MoVimento la crepa tra l’ala governativa, più incline ad adattarsi per non morire, e quella antipolitica anti-establishment e anti tutto non si è mai realmente saldata e il mandato a Draghi, icastica rappresentazione delle élite, ha determinato la spaccatura finale. Ma nessuno si aspettava che Crimi potesse decidere di espellere i ribelli che avevano votato contro. Oggi il subbuglio all’interno del grillismo è tale che forse neanche il loro creatore e ispiratore è in grado di ridurli alla ragione. Ma qual è poi questa ragione? Dal canto suo il Pd paga in parte le conseguenze di quel ribollire in termini di potere all’interno del governo. Il patto “ad excludendum” con gli alleati è venuto a cadere e cintura di difesa e fossato non esistono più che nel ricordo nostalgico del fu Conte2. Il baricentro del governo Draghi si è spostato a destra e il tarlo di Zingaretti dell’ “unitarismo” deve sopravvivere alla permetrina  di un inevitabile congresso. Lo invocano  coloro che non hanno digerito il discorso di un’alleanza strutturale con i 5S. Orfini è uno di quelli e non nega che gli salta la mosca al naso quando sente parlare di Conte come unico punto di riferimento. “Noi abbiamo eletto un segretario del Pd, non dei 5S. Quando si è chiesto di rivendicare l’idea e il progetto del Pd si è risposto che i 5S non avrebbero retto. Il M5s ha retto tutto. Il governo è uno strumento per fare le cose, non un fine”. E non può mancare la nota velenosa:  “La linea di partito non la decidono Orlando e Bettini con le loro interviste, ma gli iscritti del Pd con le primarie”. Effettivamente nell’anno e mezzo di governo giallorosso, i democratici hanno lasciato che Conte facesse quello che voleva, dalla gestione personale dei Servizi, all’affidamento al solo Arcuri di tutto l’approvvigionamento dei mezzi sanitari, alla gestione dell’ex Ilva, al tentativo di gestire in solitaria i soldi del Recovery. Zingaretti ha annegato ogni ipotesi di riformismo in un calderone massimalista, giustizialista e populista, portando il Pd su vecchie posizioni. Ma il riformismo è ancora presente nel Pd? Ostilità a Renzi  beatificazione di Conte e mediazione mediazione mediazione, cioè stasi. Non è così che si affrontano i problemi del Paese né il rapporto con gli elettori. Il momento più basso è stato toccato quando si è dato avvio alla caccia ai responsabili per il Conte ter. Un capitolo disonorevole che ha accresciuto la disistima del Paese nei confronti della politica. E ci mancava il messaggio emblematico di Mastella a Calenda: “Tu voti Conte noi ti sosteniamo sindaco di Roma”. La risposta: “Non avete capito niente dell’uomo”. Intanto Draghi si sta occupando di pandemia e l’impressione è che preferisca il decisionismo della prevenzione all’attendismo della cura. Il picco dei contagi è atteso verso la metà di marzo e con le varianti che corrono più veloci del virus originario è probabile che il primo ministro chiuda ristoranti e negozi salvaguardando però le scuole. E’ fondamentale che si raggiunga la vaccinazione di massa degli over 65 per poter riaprire tutto. La Gran Bretagna che tanto abbiamo deriso ha finora vaccinato il più alto numero di persone somministrando solo la prima dose. Forse Draghi ne seguirà l’esempio e magari avremo anche un Fauci italiano. Un cambio di passo si intravede nel protratto silenzio di Arcuri, il supercomm  orfano di Conte, e nella bocciatura delle “Primule”. Si può cominciare a dare consistenza ai sogni.

Oggi vota Rousseau…l’opinione di Rita Faletti

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Se i simboli contano, come interpretare il “tutti in giacca e cravatta” con l’arrivo di Draghi? Mise scelta anche nei fuoriprogramma, non solo durante le consultazioni con il presidente incaricato nella Sala della Lupa. Forma è sostanza? Nel paese dove l’apparenza conta più della sostanza c’è spazio per il dubbio. E se la forma rispecchia la sostanza, il Maglione è la sostanza. La lettera maiuscola è d’obbligo quando si parla dell’indumento preferito da Marchionne. Un altro grande italiano che non teneva in alcun conto l’apparenza. Uomo del fare, amava il suo lavoro che svolgeva con competenza  e dedizione e quella capacità di guardare lontano che significa visione e presuppone progettualità. Probabilmente una di quelle persone che si divertono lavorando. Credo si possa immaginare la stessa cosa di Draghi. Definito atermico perché non indossa mai il cappotto, sobrio, indifferente ai simboli del derelitto “status sociale”, che vive una stagione di fluidità, pragmatico e dai modi asciutti ma cortesi. Un’altra eccellenza italiana. Per molti un enigma guardato con sospetto da coloro che si confrontano con una quotidianità dove ci si arrangia, ci si barcamena, si ingaggia una lotta per la conservazione del posto piovuto chissà come, magari grazie a un garante comico ispiratore di rocambolesche giravolte, lui stesso una giravolta. Va bene. Fette di umanità diversissime e incompatibili che si trovano a interagire in un momento drammatico, dove il dramma di una parte consiste nella lacerazione  nell’instabilità e nel terrore dell’instabilità. Dove non c’è sicurezza perché non c’è sostanza, dove bisogna raccomandarsi al santo del giorno invece di provare a studiare capire riflettere. E domandarsi alla fine e con un po’ di umiltà,  se sia il caso di porre veti e condizioni e presentare richieste al migliore dei migliori. Un signore cui Mattarella ha affidato l’incarico di formare un governo che si occupi di priorità: piano vaccinazioni, investimenti per la ricostruzione del Paese e riforme senza le quali nessun progetto potrà essere implementato e nessun euro arriverà. Quali competenze quale preparazione quale esperienza  hanno dimostrato di possedere i razzolatori della politica, quelli che sono diventati famosi difendendo il diritto a sputtanare senza pagarne le conseguenze e giocare con il fango in un paese privo degli anticorpi necessari a combattere le bufale? Bufale che hanno attecchito nel paese che non premia il merito e la competenza e predilige i mediocri sbattendo nello stesso calderone le varie gradazioni di stupidità e intelligenza, la benedizione dell’uno vale uno. Il grillesco principio secondo il quale l’amministratore di condominio può tranquillamente amministrare un paese, che differenza fa? E’ solo una questione di grandezze. Oggi gli iscritti alla piattaforma voteranno sì a Draghi. Esito scontato. “Sei d’accordo che il MoVimento sostenga un governo tecnico-politico che prevede un super-ministro della Transizione Ecologica…?” Falqui, basta la parola.

Mario Draghi a Palazzo Chigi…l’opinione di Rita Faletti

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Mario Draghi a Palazzo Chigi. Rumour giravano da tempo ma pochi credevano che l’ex banchiere della Bce e tanto altro ancora potesse accettare un incarico così gravoso. Un Paese che ha smarrito ogni cultura politica, una crisi sistemica aggravata dagli ultimi due governi, una crisi economica acutizzata dalla pandemia, contagi e decessi che continuano, vaccini che scarseggiano e un piano vaccinale che non c’è.  Draghi non accetterà mai. Un mantra ripetuto da politici di quasi tutti gli schieramenti, a mo’ di rito apotropaico, terrorizzati al pensiero  che una personalità di quel calibro arrivasse a impartire l’estrema unzione a un governo di infermi. E adesso cosa ci capiterà?  Alcuni già si preparavano a fare gli scatoloni. C’era chi osservava e se la rideva. Più preoccupato di tutti l’ex premier Conte, fino a poco prima convinto di essere l’irrinunciabile punto di riferimento dei grillini e il pivot del governo giallorosso. “Tornerò al mio lavoro”. Frase buttata là con poca convinzione, che ora risuona come una minaccia sul punto di inverarsi. Piombato nel silenzio dopo l’annuncio di Mattarella, con il solerte Casalino che allerta cronisti e fotografi, Conte ricompare dietro un banchetto fatto piazzare all’uopo dal Rocco, e lancia un velato ammonimento al successore: “Il governo deve essere politico” e, rivolto al Movimento, si candida alla sua guida: “Io ci sarò”. Di Maio sarà d’accordo? Poi, ciuffo al vento, si allontana e chiude la fase più imbarazzante e invereconda del governo, quella dei “responsabili cercasi” . Un’accozzaglia di ripescati  cacciati trasferiti tra cui spiccava  Ciampolillo, noto alle cronache per aver avuto la pensata geniale di curare la Xylella degli ulivi con il sapone da bucato. Agronomo improvvisato, chiedeva, in cambio del sostegno prezioso, il dicastero dell’Agricoltura. Miseramente naufragata la speranza del Conte ter,  il Pd si strugge e si macera non sapendo cosa offrire a Giuseppi che martedì scorso aveva escluso di fare il ministro di Draghi. Mai dire mai. Al primo giro di consultazioni, i pronostici si confermano: tutti si accalcano per entrare nel nuovo esecutivo. Fratelli d’Italia si astiene ma piovono critiche da alcuni elettori. Il “ni” del recalcitrante Salvini, dopo ore di travaglio interiore e un’uscita improvvida: “Dobbiamo sapere se Draghi preferirà le nostre proposte o quelle di Grillo”, diventa sì. E’ il risultato dell’incessante lavoro di persuasione di Giorgetti, l’amico fedele, il politico avveduto che sa consigliare, che mette in guardia ma si fa da parte e si rimette alle decisioni del capo. “Matteo, non puoi restare fuori”. E Matteo, ricordando le pressioni  degli imprenditori e delle partite Iva del nord che mordono i freni in attesa di ripartire con regole certe, orizzonti definiti e un governo che non sia puro vocalizzo, guarda Draghi negli occhi: “Professore, noi appoggeremo il suo governo senza condizioni”. Poi, il leghista dal piglio sbrigativo e la favella chiara che tanto piace ai suoi elettori, dice che l’Italia deve ripartire, negozi, bar, ristoranti e teatri devono aprire, devono esserci soldi per il turismo. Draghi annuisce. Pare che addirittura abbia sorriso a una battuta di Salvini sul calcio. Distanti nei modi, l’approccio pragmatico alle cose li avvicina. Il Pd è contrariato, avrebbe preferito che la composizione del governo che sta per nascere fosse la fotocopia del precedente. Stessa composizione stesso perimetro. La cosa rivela il retropensiero di Zingaretti: ha accusato Salvini di antieuropeismo e per questo continuato a indicare nella Lega il partito nemico degli interessi del Paese. In realtà per servirsene ad ogni appuntamento elettorale con la speranza di ridurre il consenso di quello che rimane, nonostante la perdita di 10 punti dal Papeete, il primo partito. Vale la pena a questo proposito ricordare le parole dei magistrati sul caso Gregoretti: “Salvini è colpevole allo stesso modo del governo di cui faceva parte, ma va abbattuto”. Un filo che unisce, andando a ritroso,  Salvini a Craxi Berlusconi e Renzi. Il punto di vista diverso, l’alternativa, la proposta nuova sono insidiosi tentativi di scalfire l’ortodossia e vanno eliminati. L’inversione di Salvini dovrebbe essere accolta con favore: un governo più ampio in una situazione di emergenza è una conquista, anche simbolica, perché comunica al Paese la volontà di cooperare, indipendentemente dalle posizioni di partito, al bene di tutti. E’ un’assunzione di responsabilità che esclude, per una volta, pregiudizi e colpi bassi da entrambe le parti. Salvini ha archiviato definitivamente l’antieuropeismo? Vedremo, i fatti lo dimostreranno. Una parte dei grillini è stata costretta a rinunciare alle battaglie identitarie della prima ora , sconfitta dalla realtà. Chi tuttora non riesce a tollerare coloro che la pensano diversamente è proprio il partito che non manca mai di rivendicare spirito di unità, apertura e democrazia. L’antico tarlo non è morto. E’ paradossale che un governo che ha saputo solo gestire l’immobilismo dando una spinta al Paese in direzione del burrone, si intigni nel voler proseguire su quella falsariga, smarrendo il senso del limite. Draghi ha ascoltato tutti, terrà conto delle richieste e stabilirà se esse saranno compatibili con le ragioni del mandato ricevuto dal Colle. Bizzarro tirarlo per la giacchetta. Draghi farà ciò che serve per far crescere l’Italia e cercare di ottenere due risultati fondamentali: piena occupazione e equità sociale. Saprà spendere i soldi europei in investimenti e riforme,  impedendo sprechi in corruzione e assistenzialismo, le vere insidie che si sono materializzate malgrado o grazie i vari governi che si sono succeduti. Il Wall Street  Journal ha scritto: “Chi ha salvato l’euro, riuscirà a salvare l’Italia?”. Questa volta è il caso di fare il tifo.

Il capolavoro Renzi…l’opinione di Rita Faletti

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Qualcuno masticherà amaro, qualcuno lo sta maledicendo, qualcuno gli ha giurato vendetta eterna. Ma c’è anche chi dice: “ Renzi è stato bravo”. Non ci crederete, ma Rocco Casalino, il portavoce di Conte, l’uomo che ha fatto da parafulmine all’ex premier e ne è stato l’ombra, ammette quello che pochi osano confessare perfino a se stessi. Ammettere una sonora batosta che mai ci si sarebbe aspettati dal capo di un partitino del 2 e rotti per cento e a cui si guardava dall’alto in basso con sufficienza? Matteo chi? Eppure il senatore toscano, toscano come Machiavelli, era diventato con il suo misero 2 e rotti per cento l’ossessione di Zingaretti e del Pd, dopo che il segretario era stato costretto, controvoglia, a fare l’alleanza con il M5s. Il primo passo, seguito dal secondo, l’abbandono del Pd e la fondazione di Italia viva, poi il terzo, l’abbattimento di Conte, infine il quarto: l’umiliazione del Pd. La fredda determinazione, la capacità di leggere la realtà e chi ci sta dentro e saperla proiettare nel futuro, la volontà di vincere senza un esercito alle spalle, la cattiveria agonistica del giocatore di scacchi, tutto cervello e concentrazione. Matteo il fiorentino non è Matteo il lombardo, casinista e pasticcione, can che abbaia e non morde. Matteo Renzi, lo penso da quando ha messo piede in politica, ha stoffa, intelligenza, audacia e risolutezza, qualità che non possono mancare a un politico di professione. E’ riuscito nell’intento di cancellare il Pd innescando dall’esterno un processo di trasformazione di quel partito in un’entità senza identità, annacquata dalla forzata coabitazione coi grillini, la cui forza è tutta e solo nel non voler scomparire. La natura prepotente e anguillesca del parvenu politico e la furbizia che surroga l’intelligenza li preserva dalla scomparsa. La strategia dell’improvvisatore che non demorde neanche di fronte all’evidenza più evidente vince su chi non ha più alcuna strategia.  La decisione di Mattarella non sarebbe stata possibile senza l’allestimento preparato da Renzi. E ora? Nel centro destra Meloni coerente come sempre si asterrà. Salvini ha detto “ni”, Berlusconi ha detto “sì”. Dall’altra parte, Zingaretti ha fatto una riunione con Leu e 5s per sottolineare la necessità di delimitare i confini dell’alleanza in attesa delle elezioni del 2023 e ribadire l’intenzione di prendere le distanze da Renzi. Peccato che Renzi l’abbia preceduto ancora una volta prendendo le distanze da lui e già contemplando la strada verso il centro. E i grillini? Nel Movimento è grande bagarre. C’è chi non vuole scontentare Mattarella, chi ritiene “inattaccabile” il profilo di Draghi, chi vorrebbe resuscitare Giuseppi provando a sabotare “il banchiere”, c’è Grillo che invita a “resistere, resistere, resistere”, c’è la Lezzi, quella dell’angolo di 370 gradi, che grida contro “l’apostolo delle élite” e c’è il plotone del Fatto guidato da Travaglio, l’ayatollah del Movimento, il più esagitato di tutti. Ma c’è anche Di Maio, il più furbo di tutti, che dietro l’affermazione che la via maestra è un governo politico, ha già deciso. Non è lui che disse, nonostante lo sconcerto per la frase: “Draghi mi ha fatto un’ottima impressione”? In questo scenario in cui ognuno si classifica per quello che è, la politica avrebbe l’occasione per rinascere dalle proprie ceneri, assumendosi  la responsabilità delle proprie decisioni di fronte al Paese. Guardarsi allo specchio  cercando di vedere quello che c’è, ben poco, sostenere con convinzione un governo di “alto profilo” e rassegnarsi a considerare il proprio, di profilo, appena accettabile, sarebbe un inizio auspicabile.

Mattarella cala l’asso…l’opinione di Rita Faletti

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Mattarella e Draghi

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Roberto Fico torna sconsolato al Colle per comunicare la morte della maggioranza. Renzi ha dato scacco matto. Aveva studiato le mosse con cura e deciso che nessuna offerta sarebbe stata adeguata. Poltrone respinte, compreso il terzo ministero oltre alle Infrastrutture e all’Agricoltura anche il Lavoro. Richieste avanzate: Mes, sostituzione di Arcuri, Bonafede, Azzolina, Parisi, modifica del reddito di cittadinanza. L’obiettivo era già scolpito in mente: nessun Conte ter e a casa un governo inconcludente. Il senso dell’azzardo puro: come i giocatori di scacchi hanno bisogno di condizioni estreme per dare il meglio di sé, così Renzi  ha creato le condizioni per sparigliare il campo. Mattarella prende atto che il governo giallorosso è arrivato a fine corsa e comunica le proprie decisioni. In circostanze diverse, senza una pandemia in corso, sarebbe pronto a sciogliere le Camere e mandare il Paese alle urne. Ma respinge l’ipotesi e si appella alle forze politiche perché sostengano un governo di alto profilo. Oggi, alle 12, ha convocato Draghi al Quirinale. Ci saranno resistenze? Salvini e Meloni vorrebbero il voto senza indugi, il Movimento 5s vorrebbe uscire dall’incubo Draghi, Forza Italia, Cambiamo, +Europa, Azione e Italia viva non aspettavano altro. E il Pd? Il Pd pagherà il prezzo più alto per l’inconsistenza dimostrata. In un momento così drammatico, la scelta migliore è affidare all’unico italiano di riconosciuta caratura internazionale la ricostruzione del Paese.

Il Colle richiama alla serietà…l’opinione di Rita Faletti

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Il Presidente Mattarella

di Rita Faletti

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Nel pomeriggio di ieri Mattarella ha incontrato le delegazioni dei partiti di maggioranza e opposizione per capire orientamenti e intenzioni in vista di un nuovo mandato. Partito democratico, Cinque stelle e Leu hanno confermato quello che sapevamo: il favore a un governo con il perimetro del precedente guidato da Giuseppe Conte. Nessun veto a forze esterne che volessero sostenerlo, nessun veto a Renzi, ma senza nominarlo, come ha confermato Vito Crimi a nome del Movimento. Il senatore di Scandicci dopo essersi aggiudicato il primo tempo mandando Conte al Quirinale a dimettersi, segna un ulteriore punto a proprio vantaggio con quella dichiarazione di apertura nei suoi confronti. Nei fatti era già stato riammesso  a riprova della fatuità della minaccia delle porte chiuse e dei “mai più con Renzi”. Il Pd ha perso l’energia riconquistata dopo le europee e in un anno e mezzo di coabitazione con gli ex guastatori si è lasciato contaminare e si è smarrito. Carlo Calenda lo aveva previsto. Il predicatore Bettini preferisce la versione della “vicinanza di posizioni”. Claudio Martelli, più realisticamente, ha definito Pd e M5s due partiti acefali che hanno affidato alla coppia Conte-Casalino, “Luigi XV e la Pompadour”,  la gestione del governo. “Se fai il presidente del Consiglio e sei in Tv tutte le sere vuol dire che siamo messi malissimo. Il presidente del Consiglio dovrebbe fare altro” ha concluso il direttore di Avanti. Che tutto sia apparenza e fuffa è innegabile. Poi c’è il lato grottesco, di cui i grillini sono maestri e che non ci fanno mai mancare: il voto a Conte alla Camera è stato affidato a un tale che ha parlato per sette minuti della clorofilla. Un discorso surreale, escamotage neanche tanto furbo, per coprire la totale assenza di pensiero, strategia di chi non sapendo rispondere, finge di ignorare la domanda. Grillini che giocano in rimessa, non più sfascisti ma silenziose semplici figure di riempimento in un Parlamento che boccheggia. La sorte del partito di maggioranza era segnato fin dall’inizio: nessuna esperienza di governo, nessuna competenza specifica, nessuna cultura. Non lo si può colpevolizzare oltre una certa misura. Responsabili della débacle i due spin doctor Travaglio e Grillo. Un giornalista che ha costruito le sue fortune sputando veleno con aria supponente contro quelli che, per opportunismo, ha stabilito essere suoi nemici e un comico che fa piangere. Questi sono i suggeritori degli statisti che dovrebbero presentare a Bruxelles il piano di risanamento e rinascita. Il Partito democratico è consapevole, forse, di essere giunto a un bivio: un governo che provi a segnare la resa definitiva dei grillini, lasciando che si occupino unicamente di verificare lo spessore e la tenuta della colla tra i loro fondoschiena e le sedie, o un governo che segni la resa del riformismo. Se scegliesse la seconda opzione, il Paese non avrebbe alcuna speranza di “rinascere”. Se scegliesse la prima, Renzi rappresenterebbe una risorsa irrinunciabile. E chissà che Forza Italia non decida di dare il proprio appoggio e non nasca un governo istituzionale. Risanamento e rinascita o assistenzialismo? Draghi o Grillo? L’arbitro Mattarella ha affidato al presidente della Camera Fico il compito di sondare le intenzioni dei Cinque stelle,  in subbuglio per le parole del pasdaran Dibba contro Renzi  “l’accoltellatore”. Con Morra e Lezzi, che chiede il voto degli iscritti, è pronto a spaccare il Movimento seguito da una decina tra deputati e senatori. Intanto, iI presidente della Repubblica attende che martedì Fico riferisca sul risultato delle consultazioni. Si riporta tutto al punto di partenza e Renzi è di nuovo il protagonista dei giochi. Il futuro governo sarà una riedizione del precedente con o senza Conte e con Renzi più forte? Sarà un governo di unità nazionale con dentro Forza Italia? Berlusconi ha messo le mani avanti: il suo partito rimarrà saldamente ancorato al centro destra. Tutto è in movimento, c’è una sola certezza: l’esecutivo che nascerà dovrà essere solido e coeso. Mattarella è stato chiaro e pretenderà di sapere se, al di là dei nomi, esista un programma serio e condiviso.

“Aiutateci!”…l’opinione di Rita Faletti

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Il Premier Conte

di Rita Faletti

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Per carità non commuovetevi.  La commozione è un’ingannevole arma a doppio taglio: prima ti commuovi  e subito dopo ti dimentichi per chi o per cosa ti sei commosso. Tutto scorre, come il tempo che precede ogni intenzione e azione umana. Una corsa nel tentativo disperato di vedere un secondo prima come andrà a finire per la contromossa. Povero Conte! Tanto amato da chi non conta niente, il popolo, e da chi conta troppo, la schiera dei “very important people”, conduttori di horror show, direttori di giornaloni e giornalacci, intellettuali del passato e del presente, tutti sfegatati tifosi dell’ “irrinunciabile punto di equilibrio ” per il governo. Che sennò quegli spostati dei grillini chi li tiene? Salirà oggi,  l’avvocato di Volturara Appula, al Quirinale, per rimettere l’incarico nelle mani di Mattarella. Una salita tormentata, con in tasca tante promesse ma nessuna certezza nella moltitudine delle innumerevoli e differenziate ambizioni che agitano un Parlamento sprofondato nel caos e nella doppiezza.

Falchi a confronto…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Gennaio 24, 2021 – 15:10
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La mattina del primo giorno di Joe Biden alla Casa Bianca, Trump e Melania salgono a bordo dell’Air Force One per volare in Florida, alla residenza di Mar-a-Lago. Se ne va anche il bellicoso Segretario di Stato Mike Pompeo, stazza e colorito da buona forchetta, apparentemente pacioso, in realtà un “falco” della politica. Riunire l’America, gettare acqua sul fuoco divampato nell’ultima fase della presidenza Trump, stemperare per quanto possibile le contrapposizioni interne sarà l’arduo compito di Biden. Diverso il discorso sul piano della politica estera perché Trump qualche mossa l’ha azzeccata e nessuno, benché riluttante a riconoscerlo, intende invertire la direzione tracciata dalla sua Amministrazione, salvo su un punto fondamentale: l’isolazionismo.  La forza e l’autorevolezza di un Paese si valutano dalla sua politica estera e un Paese che non ha politica estera non può avere politica interna. Dunque il nuovo Segretario di Stato dovrà ripristinare la leadership americana nel mondo e far sì che il ruolo degli Stati Uniti torni ad essere quello di esportatore e faro della democrazia. La scelta è caduta su colui che da tempo è il pilastro del Partito democratico in politica estera e sostenitore di un approccio “duro” in tema di sicurezza nazionale, in linea con i neoconservatori del Partito repubblicano. Anthony Blinken, 58 anni, di New York, laureato alla Harvard University e alla Columbia Law School, è il nuovo  Segretario di Stato. Ha iniziato la sua carriera sotto Bill Clinton nel Dipartimento di Stato, trasferito successivamente alla Casa Bianca e al Consiglio di sicurezza nazionale, è stato Sottosegretario di Stato tra il 2015 e il 2017, opinionista del New York Times e analista dell’emittente Cnn. Da interventista liberal, sostenne “le primavere arabe” e nel 2013 spinse  per un’azione militare contro Bashar al-Assad  quando il regime siriano usò il sarin contro gli insorti nella periferia di Damasco uccidendo donne e bambini. Obama preferì non intervenire. Nel 2017, quando Trump colpì la Siria con un’azione dimostrativa, Blinken lo apprezzò pubblicamente. Alcune sue dichiarazioni all’audizione di conferma, sono il segnale che gli Stati Uniti non si discosteranno di molto dalla rotta descritta dalla precedente amministrazione. Blinken è stato inflessibile nei confronti della Cina: il regime cinese ha ingannato il mondo sul Coronavirus e si è reso colpevole di genocidio contro gli uiguri e altre minoranze etniche. Al tempo stesso, sul piano commerciale cercherà di premere su Pechino perché osservi gli standard internazionali, mettendo in soffitta la strategia dei dazi decisa da Trump. Sull’accordo nucleare con l’Iran, stracciato dall’ex presidente, Blinken  ha intenzione di ripristinarlo ma riconosce che la strada è lunga e implica la rinuncia, da parte della Repubblica islamica, a costruire l’arma nucleare. A tal proposito, il Segretario di Stato ha sottolineato che qualsiasi decisione dovrà essere condivisa da Israele e dai paesi arabi. Nel frattempo le sanzioni permarranno. In relazione agli Accordi di Abramo, il più importante successo dell’amministrazione Trump, Blinken ha dichiarato di volerli cementare così come Gerusalemme continuerà a essere la capitale dello Stato ebraico e la sede dell’ambasciata americana. Il che non esclude l’impegno ad alimentare il dialogo tra israeliani e palestinesi nell’auspicio che la difficile soluzione di “due popoli due stati”  si possa realizzare. Blinken ha anche anticipato che rivedrà i rapporti ora insoddisfacenti con la Corea del nord e manterrà chiuse le porte a qualsiasi negoziazione con il dittatore venezuelano Maduro, sostenendo invece, come già Trump, Juan Guaidò. Non è mancato il riferimento alla Turchia che ha acquistato sistemi anti-aerei da Mosca: non mancheranno le sanzioni per Istanbul. Ma ciò che ha fatto strabuzzare gli occhi all’ala più radicale dei democratici, sono state le risposte date al senatore repubblicano Lindsay Graham su alcuni punti dirimenti dell’amministrazione Biden in politica estera. Alla domanda se l’Iran sia il più grande sponsor del terrorismo, Blinken ha risposto “Sì”, se Israele sia uno stato razzista ha risposto “No”, cosa direbbe alle persone che arrivano da sud al confine americano “Non venite”, se gli accordi con i talebani in Afghanistan debbano essere sottoposti a condizioni “Sì”. Il messaggio era soprattutto rivolto al Partito repubblicano, ma è chiaro che il senso profondo è che il mondo è cambiato dai tempi di Obama ed è impensabile tornare indietro. L’affascinante Blinken sarà il nuovo falco della politica estera americana?  E’ presto per dirlo, ma i toni misurati e lo stile diplomatico non coprono la sostanziale fermezza di chi non può non mettere al primo posto gli interessi di una potenza mondiale. Nella geografia politica globale devi decidere se essere lupo o agnello. Chi pecora si fa il lupo se lo mangia.

I numeri al posto delle idee…l’opinione di Rita Faletti

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Il Premier Conte

di Rita Faletti

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Con 156 voti al Senato Conte sopravvive e sopravvivono le speranze di un esecutivo fin qui assai poco esecutivo. Italia viva va all’opposizione dopo aver scelto l’astensione. Inimmaginabile dopo il bellissimo discorso di verità pronunciato da Teresa Bellanova che ha messo in fila tutte le ragioni che hanno spinto il partito di Renzi a provocare la crisi.  Da dove sono arrivati i voti indispensabili alla tenuta del governo? Da sedicenti “volenterosi” o “costruttori” che negano di aver partecipato al mercato allestito dai parlamentari della pericolante maggioranza. Si è sempre fatto, si difendono, ma la politica non dovrebbe essere un suk arabo. Renata Polverini alla domanda: “Cosa tiene assieme Bersani e Polverini?” ha risposto  di non appartenere alla destra di oggi: ha votato a favore dei DICO, della legge Zan sull’omotransfobia e a favore dell’Europa e delle sue radici cristiane. E’ ottimista, la Polverini, o forse non ha aggiornato i dati in suo possesso che vedrebbero un forte legame tra l’Europa di oggi e le sue radici cristiane, con la stessa attenzione con cui si è preoccupata di verificare lo stato attuale della destra italiana. Siamo al punto che ogni balordaggine supera il test della realtà. Ma è indubbio che la cosa più sconvolgente l’ha detta Bersani: “Una volta era la politica a indirizzare e guidare il popolo, oggi è il popolo a imporre le scelte alla politica. E’ l’Italia profonda che ha voluto Conte, non i numeri del Parlamento”. Siamo giunti così alla resa della politica e della sua funzione. Perché allora non diciamo anche che la scuola e la formazione non servono più? Cosa rimane? Quale compito è assegnato alla politica? Non vorrei insinuare, ma mi tocca, che l’unico ruolo rimastole sia tutelare lo stipendio a chi non saprebbe come procurarsene uno in altro modo. Non so quanto le parole di Bersani siano state il tentativo maldestro di giustificare l’impotenza del suo partito, la propria stanchezza mentale o la rassegnazione di fronte alla mancanza di idee. Certo sono parole gravissime. Come non dubitare allora dell’irrilevanza verso cui il Pd sta irrimediabilmente muovendo i suoi passi?  Bisogna chiedersi che peso abbiano le idee rispetto ai numeri e scoprire che l’unica risposta logica è: nessuno. E smentire Conte: “I numeri sono importanti ma conta di più il progetto politico”. Perché qui sta la verità: la maggioranza non ha un progetto politico e Conte e Bersani ne sono consapevoli e bluffano. Quindi non restano che i numeri e la debolezza del governo confermata dai numeri.  Mrs. Mastella è perentoria: “I governi malaticci durano di più”. Ma l’obiettivo dei costruttori non era rendere il governo più forte? Contorcimenti verbali che si mescolano al qualunquismo quintessenziale cui si affida Conte nel suo discorso di autopromozione in Parlamento, una volta dismessa la veste di avvocato del popolo per calarsi in più panni contemporaneamente e d’un fiato: liberale, socialista, popolare, democratico, europeista, senza cogliere il grottesco dell’immagine di un mostro con più teste che sprigiona dalle parole. Pietrangelo Buttafuoco dice di Conte: “Un uomo preso incautamente per la strada senza avere un’idea politica. Uno che non ha mai avuto il garbo di una critica, di una spiegazione e con un’informazione che non ha fatto il suo dovere”.

I “costruttori” di stabilità… l’opinione di Rita Faletti

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Clemente Mastella

di Rita Faletti

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Senza avere mai preso un solo voto popolare, Conte, adottando uno stile “soft” e apparentemente rispettoso delle istituzioni, ha cercato, riuscendovi, di accentrare su di sé tutti i poteri decisionali, favorito anche dal clima di paura e apprensione scatenato dalla pandemia. Il Parlamento è passato dall’essere il luogo del dibattito politico, dove un progetto deve essere approvato dalle due Camere per diventare legge, a semplice sede consultiva, di fatto esautorato del proprio ruolo. Approvatore inerte di decisioni prese altrove con la complicità del Partito democratico, che in altri momenti e situazioni ha rivendicato il valore prioritario dei principi della Costituzione. Solo parole. La fedeltà alla Costituzione è un alibi per sbarrare la strada all’avversario politico e diventa un ingombro inutile nel momento in cui è di ostacolo ai propri piani. La crisi di governo, qualunque ne sarà l’esito, ha estratto dall’ombra il problema irrisolto della sinistra italiana e del vuoto di prospettive legato alla fine di un’utopia. Prendere finalmente le distanze da un passato consegnato alla storia da cui non può essere sradicato è un’impresa impossibile per gli eredi del Partito comunista, vittime di una crisi di identità che li costringe allo status quo, in questo accomunati ai grillini che temono anche solo una parvenza di cambiamento che  significherebbe la polverizzazione del movimento. Quanto basta per vedere in Renzi una minaccia e ricompattare miracolosamente Pd e grillini in difesa di Conte. Interessi personali, rivincite, antichi rancori, desiderio di vendetta e odio convergono per asfaltare l’altro Matteo, come vorrebbe Casalino. Sulla linea del sì Conte no Renzi si posizionano Di Battista: “Renzi è un avvelenatore di pozzi”, e Bersani che accusa Renzi di cinismo, incapace di vedere il cinismo dei compagni sapientoni e plaude a Conte: “Conte è migliore di come è stato descritto”. E rispolvera lo spauracchio delle elezioni di chi teme persino la propria ombra: “E’ ovvio che sarà Conte contro Salvini”. C’è un gran trambusto che scuote da un letargo durato mesi, gente che si telefona, che mercanteggia e intrallazza, presa da fervore patriottico. A Palazzo Madama nasce il gruppo misto Maie-Italia 23, quello dei “costruttori” e Clemente Mastella, l’affossatore di Prodi, ora vuole consolidare il governo e si offre a Conte come consigliori: “Nessuno pensi di recuperare Renzi”. Il politico senza macchia e senza paura, come Salvini ha definito il sindaco di Benevento, sfodera tutta la grinta di cui è capace e ridiventa amico per la pelle di Grillo. Altro che ribaltoni. Odi che si trasformano in amori, situazioni che si capovolgono, legami che rinascono,  incartapecoriti politici sorprendentemente spumeggianti per dare una mano a Conte. Uno è Bruno Tabacci, il “responsabile” da non confondere, per carità, con il voltagabbana Scilipoti, un venduto, un individuo spregevole perché un conto è fare da scudo con il proprio corpo a un democristiano devoto a Padre Pio e benvoluto da Francesco, altra cosa è mollare Di Pietro per correre da Berlusconi. E’ l’emergenza bellezza, e la doppia morale grondante ipocrisia della sinistra. Guai tentare di togliere le ganasce alle ruote del Paese come vorrebbe Renzi, troppo pericoloso! Il senatore toscano è una mina vagante che mette a repentaglio la “stabilità” di un esecutivo dove chi ha solo la gamba destra si appoggia a chi ha solo la sinistra in uno stato di equilibrio provvisorio che solo lo stare immobile può preservare. Lo spettacolo, visto da fuori, è spassoso e dà sollievo agli animi afflitti dalla pandemia. E’ la vecchia buona DC che sta nascendo dalle proprie ceneri. Stare attenti dalle parti del Pd.

Assedio a Capitol Hill…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Gennaio 11, 2021 – 17:09
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Ahhhhhh

di Rita Faletti

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Il giorno dell’Epifania, il 6 gennaio del 2021, verrà ricordato come il giorno dell’assalto a Capitol Hill. Il tempio della democrazia americana violato e sfregiato da un’orda di scalmanati e violenti sostenitori di un ormai ex presidente “out of his mind”, fuori di testa, secondo alcuni, forse in riferimento a uno stato permanente di precarietà mentale, tenuto sotto controllo fino al momento in cui la sconfitta elettorale è stata inequivocabile. A quel punto gli argini si sono rotti e la follia è esplosa. Avvisaglie si erano manifestate già dopo la conta dei voti postali e la parola brogli aveva iniziato a correre. Quindi la richiesta del riconteggio e la conferma della vittoria di Biden, da ultimo il controllo del Senato da parte dei democratici. Una persona “normale” avrebbe accettato la sconfitta. La pazzia di Trump sta nell’aver rifiutato la realtà valicando la soglia del “normale” che è anche razionale, per entrare nella terra dove anormale e irrazionale è anche sconsiderato eversivo criminale autolesionista e persino grottesco.  Grottesco come mascherarsi da “sciamano”, indossare pelli di animale e corna da vichingo. Può darsi che Trump con la messa in scena e l’insurrezione non c’entri, ma è indubbio che quello che è andato in onda davanti allo sguardo incredulo del mondo sia stato l’effetto di un comportamento inaccettabile perché sovversivo da parte dell’uomo al vertice della catena di comando della prima potenza mondiale, non facilissimo da classificare sotto il profilo della personalità, comunque da respingere e condannare senza riserve sotto il profilo istituzionale. Dietro all’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti la teoria del complotto, i seguaci di QAnon, i gruppi di estrema destra e dei suprematisti bianchi come i Proud Boys, coloro che credono che esista una rete, mai scoperta, di pedofili che tramerebbe contro Trump, e il “tradimento” della democrazia proprio nel giorno della certificazione della vittoria di Joe Biden. “Stop the steal”  sui cartelli dei manifestanti,  “fermate il furto”, il furto di voti  ai danni del popolo che ha scelto Trump suo presidente. “I patrioti sono stati derubati di un’elezione”, di questo sono convinti gli assalitori del Campidoglio e milioni di americani che hanno deprecato il “golpe” ma non le ragioni che l’hanno determinato. Non è un mistero che l’America sia divisa e lacerata, non dal giorno dell’Epifania, non da quando Trump ha vinto le elezioni quattro anni fa, ma dai tempi di Obama. C’è una grossa fetta di americani che non ne può più del proto-politicamente corretto e della collettivizzazione , è quella fetta di americani che Hillary Clinton aveva definito “deplorable” per aver votato a favore del suo competitor. Chi è mai Hillary Clinton per attribuirsi il privilegio di dare pagelle di degnità o indegnità? Non è certo delegittimando l’oppositore politico bollato con disprezzo come “deplorevole” che si fa un servizio alla democrazia, semmai si genera una pericolosa reazione che definire “fascista” è palesemente ipocrita. I “golpisti” di mercoledì scorso non sono neanche “gruppi para regolari, che non sono ben inseriti nella società” come ha detto Papa Bergoglio. Il luogo comune secondo cui trasgressione e violenza sono espressioni di un’emarginazione sociale andrebbe definitivamente derubricato. Non esiste correlazione tra violenza e emarginazione. Il vichingo Jake Angeli, lo “sciamano” dell’irruzione a Capitol Hill non è un disgraziato che vive ai limiti della civiltà, né lo è l’uomo in tuta mimetica col volto coperto e la bandierina americana sul petto con il teschio del Punitore, né il poliziotto morto che aveva le foto del presidente sui suoi profili social, né i tanti repubblicani rispettabili, né i comuni cittadini che nel 2016 hanno votato Trump. E non sono nemmeno le grandi piattaforme social della Silicon Valley a poter stabilire cosa è giusto e cosa sbagliato senza fornire spiegazioni. Aver chiuso gli account di Trump è stato un atto censorio, incompatibile con un sistema democratico e foriero di nuove disgrazie e ulteriori processi di radicalizzazione. “E’ possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore, e non per decisione di un management aziendale”, ha osservato Angela Merkel.

Il dilemma di Conte…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Gennaio 7, 2021 – 17:40
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Ormai lo ripetono anche i bambini: Renzi ha creato questo esecutivo per fermare Salvini lungo la strada verso la presidenza del Consiglio e il governo del Paese. La pericolosità del capo della Lega, con il quale non vanno confusi esponenti del partito più illuminati e lungimiranti di lui, sembra essersi affievolita. Che i fatti e la ragione  abbiano convinto Salvini che rimanere con i piedi saldamente ancorati all’Europa è una necessità, un vantaggio e un’opportunità irrinunciabili, è possibile oltre che auspicabile. A confronto con l’alleata Meloni, che gli ha eroso consensi, Salvini potrebbe quasi sembrare un europeista. Ma forse è un azzardo fidarsi di ciò che appare, Salvini non ha dato prova di affidabilità, non più di altri. La questione di Renzi è diversa. L’ex presidente del Consiglio, con uno scarno 2 per cento, continua ad avere in mano il boccino da quando il Bisconte esiste. Non è poca cosa, un altro, chiunque altro, sarebbe scomparso dall’orizzonte politico. Fini, per fare un esempio, non esiste più e il suo partito aveva ben più del 2 per cento. Neanche le simpatie della sinistra l’hanno salvato dalla sparizione. Del resto, se la riconoscenza non è di questo mondo lo è ancora meno nel partito degli ex comunisti, pronti ad afferrare al volo qualunque occasione allunghi la loro pallida esistenza e altrettanto solerti nello sbarazzarsi di chi ha loro offerto il sollievo momentaneo di un respiratore artificiale. Renzi è andato bene quando il Pd aveva esaurito ogni energia, va bene oggi, quando la ricostruzione del Paese con i fondi europei non può avvenire con questo scombinato esecutivo refrattario al cambiamento, percepito come un attentato sia da chi vive la politica come consuetudine irrinunciabile sia da chi ne ha recentemente assaporato i benefici. Ecco che “vecchi” e “giovani” si trovano a condividere la scelta di sacrificare gli interessi del paese ai propri. Ecco che Conte diventa il campione di entrambi. L’arrogante D’Alema, che affetto da diplopia vede costole della sinistra dappertutto, pregusta la sconfitta di Renzi e non si spiega come l’uomo più impopolare (Renzi)  possa mettersi contro l’uomo più popolare (Conte); il re delle metafore Bersani paragona Conte a De Gasperi e persino Occhetto è spuntato dalle tenebre per consigliare il premier a mostrare coraggio e andare a trovare i voti in Parlamento. Questi zombi accecati dall’odio, unico sentimento che dia loro l’illusione che un po’ di sangue scorra ancora nelle vene sclerotizzate più che dall’età dal tramonto di un’ideologia,  aspirano alla rivincita sul rottamatore. Poi ci sono quelli che hanno alzato la voce contro Conte accodandosi a Renzi e un po’ nascondendosi dietro di lui e augurandosi che l’ex premier non facesse sul serio. Ora si appellano alla prudenza e al senso di responsabilità: il Bisconte non può cadere, al massimo qualche rimpastino, qualche spostamento di risorse da un progetto a un altro, qualche ritocchino-ino-ino. Perché, va detto, il senso di responsabilità non è verso il Paese, che di ben altro governo avrebbe bisogno, ma verso se stessi e il loro incerto futuro. Intanto Conte che fa? Medita. Non può cedere su tutto, si dice. Beh, trasformista è trasformista, e il piano del Recovery pare neanche esista, quindi ci si può mettere mano accontentando quel rompiscatole di Renzi. Poi c’è la questione della delega ai Servizi Segreti, di cui rimarrebbe responsabile, e allora perché non seguire l’esempio dei suoi predecessori? E il Mes sanitario? Che male ci sarebbe se si prendessero soldi preziosi in questo momento difficile? In fin dei conti significherebbe salvare capra-il partito del non voto- e cavoli-tutti gli altri, lui compreso.

Totalitarismo del pensiero…l’opinione di Rita Faletti

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Siamo nell’era della tecnologia, l’era dominata da GAFAM, che non è una divinità pagana, né un eroe creato da Joanne Rowling, la scrittrice e sceneggiatrice britannica diventata famosa grazie alla serie di romanzi di Harry Potter. GAFAM è l’acronimo delle cinque multinazionali che controllano il mondo: Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft. Un potere gigantesco di cui tutti siamo schiavi accondiscendenti. Nelle democrazie occidentali la libertà di pensiero e di opinione è il fondamento dello stato di diritto. Ma quale libertà? Ce lo siamo chiesto? E’ la  libertà condizionata a una volontà superiore che si intrufola nelle nostre vite dandoci l’illusione di esprimere attraverso tweet il nostro pensiero  sui social, pensiero condito spesso di insulti con la copertura dell’anonimato, il che già dovrebbe far riflettere sul significato autentico di libertà che non è tale se concede il camuffamento, per poi servirsi di quel pensiero larvale, blandendo,  indirizzando, influenzando e manipolando ai propri fini. Lo spirito del tempo, lo Zeitgeist, che attraversa la nostra società, sottrae influenza ai valori e sempre più potenzia confort e sicurezza. La verità non interessa più nessuno, è scomoda e richiederebbe un comportamento coerente lineare e contrastivo. La verità è soltanto alternativa e al punto in cui siamo, ognuno può crearsi la propria e spacciarla per vera, riservandosi di rimpiazzarla con un’altra opposta. L’operazione è favorita dalla sostanziale mancanza di complessità della verità fittizia che tanto più è scarna e quasi rudimentale, tanto più diventa credibile e virale, supportata anche dalla lingua sempre più povera per meglio aderire a un contenuto di fatto modesto quandanche sensazionalistico. Un processo nemico della ragione e dell’evoluzione che conduce al regresso. Un processo che cancellando il ragionamento cancella il pensiero libero e prepara il totalitarismo. Un processo che avviene a nostra insaputa e senza provocare traumi perché conserva intatti confort e sicurezza e intanto demolisce progressivamente le basi identitarie della cultura occidentale. Alla nostra capitolazione sovrintendono i media e l’intellighenzia la quale ci spiega per esempio che siamo colpevoli degli attentati terroristici di matrice islamica perché tentiamo di opporci all’avvento di una nuova era. Esattamente come era avvenuto quando gli intellettuali avevano plaudito ai totalitarismi passati: nazismo, comunismo, maoismo. Nel 1944 Orwell scriveva che “Gli intellettuali sono portati al totalitarismo molto più delle persone ordinarie”. Nel 1945, nella prefazione a “La Fattoria degli Animali” scrive: “Se libertà vuol dire veramente qualcosa, significa il diritto di dire alla gente quello che non vuole sentire”. L’anti-staliniano Orwell negli anni Trenta e Quaranta accusava la sinistra di aver aderito al totalitarismo e aver abbandonato il popolo, la libertà e il discorso di verità. Oggi le sinistre occidentali, in particolare quelle americane, impongono il loro pensiero, incredibilmente anche nei luoghi che sono la sede naturale in cui la libertà di manifestare le proprie idee dovrebbe trovare la massima espressione: le università. Eppure anche in quelle più prestigiose domina il pensiero unico su ambiente, Black Lives Matter, temi etici e religiosi. Unica eccezione l’università di Chicago, in cui il rettore ha informato le matricole che nella sua istituzione non si accetta di cancellare conferenze per le idee degli oratori e non si vietano temi controversi come convinzioni sessuali o religiose. E in fatto di religione, la sola a subire critiche e attacchi senza conseguenti ritorsioni (chi dissente dal mainstream incorre in votazioni basse) è il cristianesimo. Chi ha l’ardire di criticare l’islam, invece, viene tacciato di islamofobia, accusa strumentale che contrabbanda per razzismo un giudizio negativo. Una caccia alle streghe del XXI secolo diffusa in Francia dove la presenza islamica è maggiore che nel resto d’Europa. Brutto momento per la libertà e i valori ad essa connessi di cui generazioni di grandi pensatori e artisti sono stati debitori e hanno segnato la storia con le loro opere formidabili. Negli Stati Uniti, dove la censura del pensiero “eretico” non è di oggi, si era creato un argine con Donald Trump fino a quando il trumpismo è diventato ideologico al pari del suo opposto. Anche in Europa esistono i presupposti perché il totalitarismo del pensiero si affermi, in particolare laddove il distacco dal cristianesimo e dai suoi valori è stato più forte. A meno che, come disse Hölderlin: “Là dove c’è il pericolo cresce anche ciò che salva”.

Progetto “Ciao 2030”…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Dicembre 31, 2020 – 16:17
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Nella bozza del Recovery plan sono 52, da 600 che erano originariamente, i progetti alla cui realizzazione sono destinati i 196 miliardi del fondo europeo per ripresa e resilienza. Un elenco di progetti e relative risorse, raggruppati in sei macro missioni. Entro la prima settimana di gennaio la bozza arriverà in Consiglio dei ministri per essere discussa, eventualmente emendata e approvata. Il 30 aprile è il termine ultimo per la presentazione della formulazione definitiva del Piano alla Commissione europea che avrà due mesi di tempo per l’approvazione. Paolo Gentiloni rivolgendosi all’Italia ha ricordato che l’assegnazione dei 209 miliardi è condizionata al raggiungimento degli obiettivi stabiliti nei tempi previsti e che le erogazioni saranno semestrali. La bozza, come si presenta oggi, risulta dispersiva, quasi si fosse voluto costruire qualcosa mettendo assieme pezzi diversi al solo fine di aderire alle linee guida fornite dall’Europa. Così, dopo aver ascoltato le critiche provenienti da più parti,  ho ritenuto di dover leggere quelle di chi reputo essere, con Carlo Calenda, uno dei rari politici di questo paese in grado di affrontare la questione del Recovery plan  in modo coerente serio e costruttivo, Matteo Renzi. Il testo, datato 30 dicembre 2020, ha un titolo tra il provocatorio e lo scanzonato: “Ciao 2030” e contiene 62 considerazioni di Italia Viva sulla proposta italiana per il Recovery plan. Si tratta di appunti e osservazioni da interpretare come suggerimenti che andrebbero approfonditi in Parlamento con l’ attenzione dovuta a un’occasione che mai più ci capiterà di avere. Il documento di Italia viva si apre con un invito alla trasparenza e alla considerazione che le risorse messe in campo dall’Eu sono eccezionali: non potremmo essere complici di un grande spreco di denaro pubblico. Continua con l’affermazione della necessità di coinvolgere il Parlamento,  le parti sociali e la società civile, essendo la bozza del governo un “collage” privo di una visione. Nel documento di Italia viva, vengono individuati, al contrario, 4 punti fondamentali: cultura, infrastrutture, ambiente, opportunità. Anche l’allocazione del denaro è messa in discussione: una grossa parte di esso non è destinata a nuovi progetti ma al finanziamento, a condizioni migliori, di spese “vecchie” già previste in bilancio. Per quale ragione, è la domanda,  si dovrebbero finanziare misure già deliberate e in buona parte finanziate, tradendo la missione stessa di Next Generation Eu? A favore dei giovani, infatti, ai quali dovrebbero andare i vantaggi degli investimenti di oggi,  sono previsti solo 2 miliardi; ai superbonus 110% sono destinate invece somme eccessive e immotivate: la spesa è superiore a quella per ospedali, carceri, case popolari e scuole. Segue un giudizio incontestabile: è moralmente ingiusto e politicamente sbagliato. Sulla riforma della PA non c’è alcuna declinazione concreta; sulla riforma della Giustizia emerge la mancanza di una cultura giuridica in linea con la Costituzione; è assente una visione strategica sullo sviluppo digitale connesso allo sviluppo economico sostenibile;  sui pagamenti digitali si nota che non vi è alcuna correlazione tra limite al contante e aumento del gettito recuperato; fumoso appare il progetto impresa 4.0. Non c’è traccia di attenzione alle PMI e alle imprese artigianali, nonostante siano 390 mila le attività che chiuderanno per sempre, il 7,5 % del tessuto produttivo. Accompagnare le imprese sulla via del consolidamento patrimoniale e miglioramento della produttività attraverso formazione e digitalizzazione è indispensabile. Il documento riserva un paragrafo ad ogni settore:  infrastrutture, agricoltura, dissesto idrogeologico e via dicendo. Tornando alla bozza del governo e alle risorse destinate ai vari comparti,  si scopre che a cultura e turismo andranno 3,1 miliardi, agli interventi sul dissesto idrogeologico 3,97 miliardi, alla salute 9 miliardi, a istruzione e ricerca 19,1 miliardi, investimenti risibili e inefficaci ai fini di una crescita vera. Inevitabile a questo punto il confronto con la Germania che ha destinato alla ricerca 32 miliardi e con la Francia che nel proprio Piano, “France Relance”,  fa confluire la maggior parte delle risorse (100 miliardi di cui 40 del fondo europeo) sulle aziende, in particolare piccole e medie, “L’industria è la nostra cultura”, e non destina neanche un euro al potere di acquisto delle famiglie. L’indebitamento verrà riassorbito a partire dal 2025 attraverso la crescita e  non vi saranno nuove imposte. Quando impareremo dagli altri paesi e quando ascolteremo i consigli dei nostri politici (pochi) competenti? Il governo dovrebbe avere chiaro in mente che la prossima generazione non è quella che dovrà pagare il conto dei bonus, ma raccogliere i frutti degli investimenti di oggi.

La messa di Natale non è per tutti…l’opinione di Rita Faletti

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Oggi , nell’occidente libero, le persone festeggiano il Natale. Gruppi familiari più piccoli seduti a una tavola, ai piedi di un abete luccicante coperto di palline colorate a scartare regali, davanti a un presepe, testimonianza della nascita di un Bambino venuto al mondo per ristabilire il patto tra Dio e l’uomo, l’intersezione tra il divino e l’umano nella natura di Cristo.  Oggi, nell’occidente libero, le porte delle chiese sono aperte per accogliere i fedeli. Uniche limitazioni  il distanziamento e le mascherine. Fuori dall’occidente, le limitazioni alla libertà di culto non dipendono da un virus, ma dalle persecuzioni. Per milioni di cristiani, le porte delle chiese, quelle rimaste, sono chiuse. E’ una costante, non un’eccezione imposta dalla pandemia. A loro, la messa di Natale è preclusa. Pensiamo a loro.

Scandalosa Europa…l’opinione di Rita Faletti

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di Rita Faletti

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L’Organizzazione delle Nazioni Unite è un organismo del quale si potrebbe fare tranquillamente a meno. Oltre ad essere la più grande inutile e costosa burocrazia del mondo, milioni di dollari in viaggi, il personale che incide per più dei due terzi sulla spesa complessiva, privilegi  benefit e il vantaggio dello status diplomatico, un “jet set umanitario” come Mark Steyn ha definito l’Onu in un memorabile articolo sul Chicago Sun Times, sotto il profilo morale è una mezza cloaca. Esiste ormai solo per pagarsi stipendi incredibilmente alti, ovviamente esentasse, “un parco buoi dove relegare ex amici e protetti che non servono più” (Kurt Waldheim), “una banda di imbroglioni che ci menano per il naso” (Oriana Fallaci). Su queste basi, possiamo ben immaginare la sollecitudine con cui la pachidermica organizzazione assolva alle nobili funzioni per le quali è nata dopo la seconda guerra mondiale. Quando la Carta dell’Onu fu firmata nel 1945, Churchill annotò nei suoi diari che tutto gli sembrava “la premessa di una babele”. Gli intenti originari erano assicurare la pace e la sicurezza tra le nazioni, favorire l’aumento di relazioni di collaborazione e amicizia tra gli Stati membri, assicurare il rispetto dei diritti umani, delle libertà fondamentali e della democrazia. Il mondo è pieno di conflitti, più o meno sanguinosi, le varie sigle del terrorismo islamico continuano a minacciare e colpire con la stessa ferocia di sempre, i diritti umani sono calpestati ovunque un dittatore decida di ridurre al silenzio i suoi oppositori politici, e ciononostante le nobili funzioni rimangono in gran parte sulla carta perché la virtuosa organizzazione non interviene mai.  Maduro, Khamenei, Erdogan, Bashar al-Assad, Xi Jinping, Kim Jong-un, Putin, Lukaschenko, Al-Sisi, per nominare alcuni dei più noti esponenti della nuova barbarie, possono vessare, perseguitare, incarcerare, torturare, far sparire avversari politici, intellettuali, accademici, giornalisti, persone comuni che manifestano, anche pacificamente, come avviene a Hong Kong, dove Pechino esercita un forte controllo ideologico e usa la mano forte contro il gruppo nonviolento e democratico Movimento Umbrella,  o in Tibet dove per limitare la libertà religiosa ha espulso migliaia di monaci buddisti, o nello Xinjiang dove è in corso un processo di de-islamizzazione e di rieducazione, o in Iran dove il regime usa la violenza per reprimere le insurrezioni popolari contro il potere corrotto e brutale. Nel 2019 sono risultati essere 90 i paesi che violano i diritti umani, ma pare che alla comunità internazionale la cosa non interessi. Diventa invece molto sensibile se si parla del conflitto arabo-israeliano. In questo caso, la conclusione è invariabilmente la stessa: ad essere incriminato per violazione dei diritti umani è Israele, l’unica democrazia in Medio oriente. Il giorno in cui Israele ha ricevuto la notizia della normalizzazione dei rapporti con il Marocco, in continuità con gli Accordi di Abramo siglati con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, all’Assemblea delle Nazioni Unite sono state ben sette in un colpo le mozioni presentate contro lo stato ebraico. Trattamento che viene riservato solo a Israele. Contrari Canada e Stati Uniti. Come al solito, la Vecchia Europa dell’ipocrisia e del doppiopesismo vota a favore, Germania compresa, che avrebbe molto di cui vergognarsi e da farsi perdonare e far dimenticare. Tutta l’Europa che recita compatta come l’Ave Maria la solita litania del ritorno palestinese, forse ignorando, o forse sottintendendo che il suo significato è l’eliminazione di Israele. Nessuno degli autodichiaratisi difensori dei diritti umani si è però preoccupato del ritorno in Europa dei milioni di ebrei scappati da Polonia, Repubblica ceca e altri paesi durante le persecuzioni e lo sterminio dell’ “amico” Hitler di cui tutti, nessuno escluso, sono stati vili complici. Amicizia stile Europa, amicizia di facciata nei confronti dei profughi palestinesi, ma dannosa in quanto contribuisce alla radicalizzazione del conflitto, falsa amicizia nei confronti di Israele. Che l’Onu, 27 membri dei paesi islamici su 45 in totale, insabbi i crimini atroci commessi nei loro paesi è da aspettarselo, essendo l’organizzazione diventata uno strumento nelle mani di estremisti e tiranni, che l’Europa faccia il loro gioco è un comportamento indecente da prostituta.

Chi ha sei marce e chi nessuna…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Dicembre 18, 2020 – 12:40
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di Rita Faletti

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Oscar Wilde diceva: “Ogni tuo successo ti crea un nemico; per essere simpatico occorre essere mediocre”. Renzi è tutto fuorché un mediocre, è il motivo per cui Di Maio e Salvini si sono impegnati per metterlo fuori gioco, senza riuscirvi. Nonostante il suo partito sia al 3%, le sue idee valgono molto di più e il Partito democratico che si è dato un gran daffare per demolirlo, con un accanimento quasi maggiore di quello dei suoi avversari politici, oggi ne sta prendendo atto, pur non potendo e non volendo ammetterlo. I politici si rivelano spesso bugiardi e subdoli, molti sono del tutto incapaci, rari quelli disinteressati e competenti o che dicono la verità. Renzi la dice, quando non te la sbatte in faccia la lascia intendere, come il cane che prima di attaccarti abbaia. Ricordate cosa disse a Letta? “Stai sereno”. Voleva forse invitarlo a stare sereno? No certo. Se si è attenti a quello che succede, si ricorda che questo periclitante governo è nato per volontà di Renzi per scongiurare l’uomo solo al comando. Ma credo che la ragione sia stata anche un’altra, quella rivelata da Don Vito Corleone: “Tieniti gli amici stretti ma i nemici ancora più stretti”. L’alleanza con i grillini aveva la finalità di ridurre quegli sbandati alla ragione evitando la bancarotta all’Italia. Ai tempi del suo governo, Renzi fece il possibile per realizzare il progetto Industria 4.0 con Carlo Calenda, allora ministro dello Sviluppo economico, promuovendo incentivi fiscali, sgravi alle aziende e super ammortamenti. I gialloverdi, ostili per ideologia all’impresa, hanno tentato di smantellare tutto, accorgendosi poi che per sostenere l’industria, unica in grado di creare lavoro e occupazione, a quel piano si doveva rimettere mano. I boicottatori di Renzi che ai tempi del Jobs Act si erano adoperati per fermare lo schema della flessibilità decrescente dei contratti e della decontribuzione che aveva come obiettivo la creazione di nuovi posti di lavoro, si sono dovuti ricredere. Provenzano, ministro per il sud, ha adottato quello schema per tentare di risollevare l’occupazione nel meridione del Paese. Un altro merito indiscusso di Renzi è stato combattere la gogna giudiziaria e il vergognoso circo mediatico che ha prosperato minando la garanzia di un giusto processo nelle aule di tribunale, non sulle pagine di giornali mascalzoni. Renzi ha sempre affermato il principio della separazione dei poteri, che Salvini condivide solo a parole avendo permesso a manettari incompetenti di fregarsene della Costituzione da loro tanto decantata. Oggi tutti riconoscono che Renzi aveva ragione. E ci sarebbe dell’altro da ricordare, per esempio la riforma che nel 2016 costrinse le banche popolari con capitale superiore a 8 miliardi a diventare società per azioni uscendo dall’opacità di gestioni legate a doppio filo alla politica.  Gli stupidi lo accusarono di liberismo. Ebbene, se la popolare di Bari non si fosse rifiutata di aderire a quella riforma trasformandosi in Spa, non sarebbe arrivata a un passo dal crac. Renzi rappresentava e rappresenta un ostacolo al mantenimento dello status quo. I modi e il linguaggio diretto, così inconsueto in un Paese di adulatori e adulati, infastidiscono i brontosauri della politica e i novelli politicanti, che si allertano quando temono che le loro poltrone rischino di essere spazzate via e i loro immeritati stipendi si dileguino. Renzi  non è stato ascoltato per invidia e antipatia. Sono convinta che pochi di quelli che lo detestano non sappiano neanche perché lo detestano. Non è simpatico? Ci ha pensato un comico a far ridere gli italiani, in entrambi i sensi, e così sono iniziate le lacrime che il Paese continua a versare, indipendentemente dalla pandemia. Oggi Renzi chiede il Mes sanitario. Non ripeto i motivi per i quali avremmo dovuto prenderlo da tempo. Continuo a ritenere che vada preso come ritengo che questo governino dovrebbe essere licenziato. Teresa Bellanova è stata chiarissima: fare il ministro non significa fare tappezzeria. I ministri e i parlamentari si valutano sulla base delle proposte, non sulla base del numero. Il Paese è in gravissima difficoltà e non può perdere tempo. La legge di Bilancio non è ancora entrata nell’Aula della Camera, se aspettiamo entreremo nell’esercizio provvisorio. Se non c’è un percorso serio non c’è alcun interesse a mantenere le poltrone. Basta decisioni autonome, siamo una Repubblica parlamentare: il Parlamento deve essere messo nelle condizioni di confrontarsi sul merito. Il confronto deve avvenire con le opposizioni ma anche all’interno del governo. E basta con la supponenza sulle imprese: sono le imprese che danno lavoro. Discorso perfetto.

La panna montata e il ronzino…l’opinione di Rita Faletti

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di Rita Faletti

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“Se non c’è la fiducia non andremo avanti”. Risposta di Conte all’ultimatum di Renzi in merito alla cabina di regia per la gestione dei fondi del Recovery e la fondazione dei Servizi segreti. Ultimatum condiviso dal Partito democratico e dall’opposizione, mai chiamata ad esprimersi su alcunché. Il premier è accusato di voler creare una nuova struttura da sostituire alle due Camere per gestire i fondi europei e di volerne assumere il controllo in totale autonomia. Se accadesse, l’Italia diventerebbe una democrazia a bassa intensità o democratura, simile a Ungheria e Polonia. Volendo spingersi oltre, si potrebbe sospettare che il presidente del Consiglio intenda fare della struttura composta da manager e tecnici, l’embrione di un suo partito futuro. Intanto, ha voluto dissipare dubbi e sospetti e placare le animosità facendo un passo indietro, con l’intenzione di disinnescare la mina sotto la sua poltrona e allungarsi la sopravvivenza. Ansioso anche di spargere intorno a sé semi di fiducia, ha convocato le delegazioni dei partiti per sondare le reali intenzioni di ognuno. Una verifica per capire se il suo governo possa contare sulla fiducia delle forze di coalizione. Ieri ha incontrato i grillini, di cui conosciamo le priorità, e Liberi e Uguali. Fin qui nessun problema. Giovedì sarà la volta della delegazione di Italia viva. Come si può facilmente prevedere, l’incontro non sarà tutto baci e abbracci. Renzi insisterà sulla richiesta già inoltrata al premier: voglio il Mes sanitario di 37 miliardi. Lo vogliono anche i dem e lo vogliono i presidenti delle Regioni, Bonaccini in testa, e lo vogliono i sindaci e lo vogliono medici e infermieri e lo vuole il Paese che ha il più alto numero di morti in Europa. Vedremo come andrà a finire. Conte sarà costretto a vedersela  con la promessa fatta ai grillini per i quali il Mes sanitario è l’ultima bandierina da difendere, “Finché saremo al governo il Mes non si prenderà”, ha assicurato Di Maio.  Cosa deciderà l’avvocato del popolo? Butterà a mare la bandierina e svergognerà Di Maio, che troverà qualche escamotage per salvarsi la faccia, e salverà così se stesso e il governo? E’ probabile. Nessuno vuole andare a casa, tanto meno chi sa che non tornerà a sedersi sugli scranni del Parlamento. Ma una verifica,  fosse seria, non dovrebbe limitarsi a esaminare le intenzioni, dovrebbe riguardare anche le cose fatte o non fatte o fatte coi piedi. Tra quelle non fatte, la più grave riguarda il piano pandemico, a oggi inesistente, che ogni Paese europeo ha in dotazione. La storia è intricata e riflette oltre che la solita sciatteria e svogliatezza delle istituzioni, la volontà di evitare l’assegnazione di compiti precisi ai diversi responsabili della catena di comando: chi fa cosa. Un espediente che non consente  di trovare il responsabile in caso di errori e quindi di sanzionare o cacciare chi ha sbagliato. A questo fine, la Procura di Bergamo ha aperto un’indagine che ammesso  riesca a trovare i responsabili, non servirà a riportare in vita i 10 mila morti che, secondo gli esperti, si sarebbero potuti evitare se un piano pandemico fosse esistito. Un dramma su cui il ministero della Sanità avrebbe il dovere di riflettere invece di fare lo gnorri. Riguardo alle cose fatte coi piedi, ieri Conte, dopo aver passato il pennarello giallo sulle regioni arancioni e aver dato il via libera allo shopping invogliato anche dal cashback, ha fatto retromarcia anticipando future chiusure e cambi di colore regionali, con le consuete contraddizioni e confusione che disorientano i cittadini e i gestori di attività che avevano iniziato a prepararsi in vista delle festività di Natale nella speranza di risollevarsi un po’. Dunque nuovo lockdown. E i “ristori”? Per quelli ci sarà tempo. Conte è mica la Merkel e poi adesso ha altro cui pensare. Nessuno, quando si è insediato, si aspettava che il Conte 2 facesse faville per la sua stessa composizione, ma era l’unica alternativa ad un governo sovranista e antieuropeista. Oggi i 209 miliardi che la Ue ci ha messo a disposizione  evidenziano quanto siano lontani dalla verità i “patrioti” alla Meloni e alla Salvini che dell’Europa farebbero strame e tuttavia hanno sostenuto che il modello Germania funziona assai meglio di quello Italia. Siamo tutti d’accordo, ma non serviva il Covid a dimostrare la distanza siderale tra noi e loro. Merkel ieri ha preso una posizione dura: “Noi in lockdown, ma con aiuti sicuri”. Eppure il tasso di contagio in Germania è il più basso in Europa: 1,5 per cento contro il 2,2 della media europea e il 3,5 dell’Italia. La Cancelliera non ha nascosto la preoccupazione  per l’aggravarsi della situazione e ha chiesto al Paese di sacrificare un po’ della propria libertà fino al 10 gennaio, assicurando in cambio aiuti sicuri e tempestivi. I tedeschi non hanno motivo di non credere alle promesse di Merkel che ha costruito con essi un solido rapporto di fiducia, mantenendo fede alle promesse e dimostrando di comprendere le difficoltà in cui si dibatte il Paese. Il premier di panna montata, come Claudio Martelli ha definito Conte con un’espressione azzeccatissima, ce la farà a rimanere in sella, ma solo perché ha sotto un ronzino.

Renzi sferra attacco frontale a Conte…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti
  • Dicembre 10, 2020 – 17:57
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Come si è arrivati al meraviglioso attacco frontale di Renzi a Conte? Attiviamo la memoria e la risposta non sarà quella banale di certa stampa faziosa, qualche poltrona a Italia viva. Le poltrone semmai interessano i sostenitori di Conte che ieri, per salvare le proprie, hanno salvato il Governo votando sì alla riforma del Mes, il Meccanismo salva stati per l’intervento a fronte di gravi crisi bancarie (diverso dal Mes sanitario) al quale Di Maio ha detto non si ricorrerà comunque. La tenuta del Governo sta a cuore anche ad altri. Uno di questi è Franceschini che confida nello status quo preparandosi a sostituire Fico alla presidenza della Camera per spiccare il volo per il Quirinale nel 2023. Schiena contro schiena lui e Conte nella difesa dell’esecutivo con l’assist di Mattarella. E c’è l’assiduo lavoro al telaio ordito dal ministro dell’Economia Gualtieri e dal premier che frenano sul Mes sanitario perché, se si è ottenuta la modifica dei decreti Sicurezza non si può mica pretendere di insistere sui fondi per la sanità. Fa niente se sono assai più importanti dei decreti. Così la volontà di Zingaretti di prendere i 37 miliardi di quel fondo, diventa velleità e l’agenda del Pd rimane aperta alla stessa pagina alimentando la spavalderia degli irriducibili a cinque stelle che il Mes neanche a parlarne. Ma i presidenti di regione mordono i freni, più di tutti Bonaccini che sul Mes è stato chiaro. Peccato che le richieste di coloro che hanno esperienza e competenza,  al Nazareno si spengano sovrastate da quelle di quanti preferiscono non forzare la mano per non infliggere un’ulteriore umiliazione all’alleato grillino che ha già dovuto rimangiarsi le promesse della prima ora. La regola del Pd è che non devono essere le prove muscolari ad affermare il riformismo sul populismo. Una fesseria. Ma “a dicembre lo chiediamo davvero il Mes”. Poi c’è la questione della giustizia, c’è il fallimento del Reddito di cittadinanza riconosciuto persino dal suo ideatore il presidente dell’Inps Tridico e da Di Maio, c’è l’ingresso dello Stato in Ilva attraverso Invitalia con una quota del 50 per cento, e c’è la legge di Bilancio arrivata alle due del mattino ai parlamentari  ( palese affronto, mancanza di rispetto istituzionale e prepotenza) nella quale Conte avrebbe intenzione di inserire la riforma dei Servizi segreti sostituendoli con una fondazione e un maxiemendamento contenente  il piano del Recovery.  Per Matteo Renzi che non ama l’inerzia il vaso è colmo. Ieri il leader di Italia viva ha messo in fila tutti i punti nella strategia di attacco al premier. “Ora o mai più: è il momento di dirsi le cose in faccia”, “Se mette in manovra il Recovery plan e la fondazione dei servizi segreti, Italia viva voterà no”, “Non vogliamo strapuntini, i nostri ministri e sottosegretari sono a disposizione” a lasciare, cioè, le poltrone, “ Questo non è il Grande fratello, né una diretta facebook: è inutile che i suoi collaboratori chiamino le redazioni per dire ai giornali che siamo in cerca di strapuntini”. Pugnalate dirette al petto di Conte sul merito, gli investimenti da attivare con i soldi del Recovery, e sul metodo, raggirare il Parlamento per “chiudersi in uno stanzino e decidere in due o tre” come ha detto Ettore Rosato al quale ha fatto eco Graziano Delrio:  “Lei non può commissariare il Parlamento” . Renzi ha centrato l’obiettivo, mentre il Pd ascoltava godendo in silenzio, dai banchi di Forza Italia si rideva, da quelli della Lega si applaudiva e Giorgia Meloni diceva: “Sembra uno dei nostri”. Più tardi Zingaretti commentava conciso: “Collegialità e condivisione” mettendo la firma sull’intervento del senatore toscano, che è lo stesso che nel 2016 si dimise dopo la bocciatura della riforma istituzionale. Renzi non è Conte che attacca Salvini quando sa di non rischiare nulla ed è sicuro del risultato,  o quando, fingendo, ti intorta: “Se non c’è fiducia non vado avanti”.  Renzi è limpido come le persone che hanno intelligenza e coraggio. Lascia furbizia e sotterfugi alla politica di basso cabotaggio di chi vota la riforma del Mes, agli esperti nel gioco delle tre carte disposti a tutto pur di non rischiare la poltrona. La finzione non è nelle corde dell’ex presidente del Consiglio, troppo accorto e preparato per non vedere il pericolo di affidare la gestione di tanti miliardi a una cabina di regia esterna, che bypassa il Parlamento escludendolo da decisioni di importanza vitale per il Paese. Il punto su cui Renzi, ma anche il Partito democratico e l’opposizione insistono, è la partecipazione attiva e responsabile di tutti, della maggioranza come dell’opposizione, alla gestione dei progetti che dovranno stimolare la ripresa economica dopo la pandemia. A che serve sennò il Parlamento? E soprattutto, cosa si vuole fare del governo Conte? Sostituirlo adesso non è il caso, ma in gennaio? E a cosa serve un governo che non governa?

Conte: poteri di troppo…l’opinione di Rita Faletti

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Può uno stato ricostruire l’economia senza aver prima ricostruito se stesso? Una macchina sgangherata è in grado di affrontare un percorso accidentato e pieno di insidie? Archiviata la risposta e deposta ogni speranza riformatrice interrottasi bruscamente nel 2018 con il governo degli scellerati e arenatasi malgrado il subentro della quota rossa o rosé, anche il conducente alquanto scarso fa temere un’uscita di strada con conseguente distruzione del malandato mezzo. Basta? Con “la burocrazia più stupida arrogante e incompetente al mondo”, così Federico Rampini, si rischia di procedere a piedi e con molte ammaccature verso il traguardo che assomiglia sempre di più a un miraggio. Il traguardo è l’appuntamento con Bruxelles per la presentazione della governance che dovrà gestire il piano di rilancio economico per le generazioni future: il Recovery plan di cui si parla da tempo senza che si sia capito alcunché su quali saranno i punti fondamentali decisi dal governo: chi lo gestirà, per fare cosa e come. Al Nazareno aumenta la diffidenza nei confronti del premier che continua a rimanere fedele alla strategia che ha inaugurato all’inizio dell’emergenza: convocazioni dei capi gruppo, rimandi, riunioni notturne tra sbadigli e occhiaie di stanchezza, anticipazioni su Facebook e annunci sui giornali. Con l’esautorazione di fatto del Parlamento diventato inutile orpello e degradato a ruolo di scendiletto di un primo ministro che in un paese normale e in tempi normali sarebbe ancora un anonimo avvocato di provincia. Miracoli del populismo! Astuto, non c’è che dire, ma inadeguato al ruolo, soprattutto in una fase in cui la competenza e il coraggio sono imprescindibili dai risultati di un piano di ristrutturazione del Paese da 209 miliardi, Conte teme di convocare i leader della maggioranza perché ne vede il rischio: le distanze tra i diversi partiti che compongono la coalizione sono tali che la conclusione sarebbe una rottura e il prologo di una crisi. Così preferisce raggirare l’ostacolo e ignorare le contestazioni e la palese insofferenza dei dem, ormai stufi di tentennamenti e scorciatoie. Persino il troppo pacato Delrio ha usato toni duri nei suoi confronti, e Marcucci, capogruppo al Senato, si prepara a tornare a Italia viva seguito da altre defezioni.  Anche Zingaretti sta esaurendo la pazienza e si vocifera che quando sente nominare il premier pensi a una palude.  E poi c’è Renzi che dagli esordi del governo da lui voluto con il preciso intento di ridurre all’obbedienza o affossare i pentastellati  dei quali ha poca considerazione, ha ingaggiato una sorta di battaglia navale contro quella flotta che va perdendo pezzi, in attesa di poter gridare “Affondata!”. Insensibile a tutto, Conte procede a zig zag tra mine disseminate qua e là e decide che la governance per la gestione dei miliardi europei  e l’attuazione e il coordinamento del piano venga affidata a sei super manager e a un centinaio di loro collaboratori con la supervisione di un triumvirato composto dai ministri Gualtieri e Patuanelli e da se medesimo. Un contingente che si occuperà dei progetti che costituiranno il piano per la rinascita, una struttura parallela sul modello delle task force. Significherà  il commissariamento dei dicasteri  e la distribuzione di poltrone. I vertici del Pd lo vengono a sapere dalle interviste del presidente del Consiglio, il quale poche ore dopo smentisce e corregge. Precisa anche che al gigantesco piano di investimenti  parteciperanno comuni, regioni, grandi aziende di stato, tutti secondo le competenze, e ovviamente i ministeri. Solo se ci saranno intoppi ricorrerà ai sei manager con la loro pletora di addetti. Si può prevedere che gli intoppi non mancheranno e se un miracolo interverrà ad evitare che insorgano spontaneamente, potrà accadere che lo zampino di qualcuno si insinui provvidenzialmente a turbare la tranquillità dei lavori.  “Con l’arroganza di sempre inizierà a fare come gli pare” ha commentato Maria Elena Boschi. Teresa Bellanova parla di un’iniziativa che ha caratteri di incostituzionalità. Per non parlare poi della questione che attiene ai conflitti di interesse trattandosi di incarichi a manager di aziende. E in un clima da guerra civile, c’è chi pensa esclusivamente al proprio prestigio: sentendo parlare di coordinatori, Franceschini si candida al ruolo di coordinatore “primus inter pares” e Di Maio, preoccupato come al solito di essere messo in ombra, rivendica per sé un ruolo all’altezza dell’incarico di ministro degli Esteri. Squallida istantanea della piccineria di politici privi di amor proprio e della protervia tracimante di un premier.Può uno stato ricostruire l’economia senza aver prima ricostruito se stesso? Una macchina sgangherata è in grado di affrontare un percorso accidentato e pieno di insidie? Archiviata la risposta e deposta ogni speranza riformatrice interrottasi bruscamente nel 2018 con il governo degli scellerati e arenatasi malgrado il subentro della quota rossa o rosé, anche il conducente alquanto scarso fa temere un’uscita di strada con conseguente distruzione del malandato mezzo. Basta? Con “la burocrazia più stupida arrogante e incompetente al mondo”, così Federico Rampini, si rischia di procedere a piedi e con molte ammaccature verso il traguardo che assomiglia sempre di più a un miraggio. Il traguardo è l’appuntamento con Bruxelles per la presentazione della governance che dovrà gestire il piano di rilancio economico per le generazioni future: il Recovery plan di cui si parla da tempo senza che si sia capito alcunché su quali saranno i punti fondamentali decisi dal governo: chi lo gestirà, per fare cosa e come. Al Nazareno aumenta la diffidenza nei confronti del premier che continua a rimanere fedele alla strategia che ha inaugurato all’inizio dell’emergenza: convocazioni dei capi gruppo, rimandi, riunioni notturne tra sbadigli e occhiaie di stanchezza, anticipazioni su Facebook e annunci sui giornali. Con l’esautorazione di fatto del Parlamento diventato inutile orpello e degradato a ruolo di scendiletto di un primo ministro che in un paese normale e in tempi normali sarebbe ancora un anonimo avvocato di provincia. Miracoli del populismo! Astuto, non c’è che dire, ma inadeguato al ruolo, soprattutto in una fase in cui la competenza e il coraggio sono imprescindibili dai risultati di un piano di ristrutturazione del Paese da 209 miliardi, Conte teme di convocare i leader della maggioranza perché ne vede il rischio: le distanze tra i diversi partiti che compongono la coalizione sono tali che la conclusione sarebbe una rottura e il prologo di una crisi. Così preferisce raggirare l’ostacolo e ignorare le contestazioni e la palese insofferenza dei dem, ormai stufi di tentennamenti e scorciatoie. Persino il troppo pacato Delrio ha usato toni duri nei suoi confronti, e Marcucci, capogruppo al Senato, si prepara a tornare a Italia viva seguito da altre defezioni.  Anche Zingaretti sta esaurendo la pazienza e si vocifera che quando sente nominare il premier pensi a una palude.  E poi c’è Renzi che dagli esordi del governo da lui voluto con il preciso intento di ridurre all’obbedienza o affossare i pentastellati  dei quali ha poca considerazione, ha ingaggiato una sorta di battaglia navale contro quella flotta che va perdendo pezzi, in attesa di poter gridare “Affondata!”. Insensibile a tutto, Conte procede a zig zag tra mine disseminate qua e là e decide che la governance per la gestione dei miliardi europei  e l’attuazione e il coordinamento del piano venga affidata a sei super manager e a un centinaio di loro collaboratori con la supervisione di un triumvirato composto dai ministri Gualtieri e Patuanelli e da se medesimo. Un contingente che si occuperà dei progetti che costituiranno il piano per la rinascita, una struttura parallela sul modello delle task force. Significherà  il commissariamento dei dicasteri  e la distribuzione di poltrone. I vertici del Pd lo vengono a sapere dalle interviste del presidente del Consiglio, il quale poche ore dopo smentisce e corregge. Precisa anche che al gigantesco piano di investimenti  parteciperanno comuni, regioni, grandi aziende di stato, tutti secondo le competenze, e ovviamente i ministeri. Solo se ci saranno intoppi ricorrerà ai sei manager con la loro pletora di addetti. Si può prevedere che gli intoppi non mancheranno e se un miracolo interverrà ad evitare che insorgano spontaneamente, potrà accadere che lo zampino di qualcuno si insinui provvidenzialmente a turbare la tranquillità dei lavori.  “Con l’arroganza di sempre inizierà a fare come gli pare” ha commentato Maria Elena Boschi. Teresa Bellanova parla di un’iniziativa che ha caratteri di incostituzionalità. Per non parlare poi della questione che attiene ai conflitti di interesse trattandosi di incarichi a manager di aziende. E in un clima da guerra civile, c’è chi pensa esclusivamente al proprio prestigio: sentendo parlare di coordinatori, Franceschini si candida al ruolo di coordinatore “primus inter pares” e Di Maio, preoccupato come al solito di essere messo in ombra, rivendica per sé un ruolo all’altezza dell’incarico di ministro degli Esteri. Squallida istantanea della piccineria di politici privi di amor proprio e della protervia tracimante di un premier.

Sottoterra come i morti la trasparenza…l’opinione Rita Faletti

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Fondamentale nel rapporto tra Stato e cittadini è la fiducia che si stabilisce e si consolida solo a condizione che le istituzioni informino il loro agire alla trasparenza. Il 27 gennaio, quando Conte ospite della Gruber a Otto e mezzo, alla domanda se il Governo fosse in grado di affrontare la pandemia, rispose: “Siamo prontissimi, abbiamo misure cautelative all’avanguardia”. La menzogna non tardò a venire a galla: da quel giorno infatti, nulla è cambiato, compresi i numeri dei contagi e dei decessi, con l’aggravante che la seconda ondata ha investito anche le regioni che in primavera erano state appena sfiorate, puntando riflettori impietosi sulle fragilità sanitarie del sud del Paese. Il 23 novembre, Conte ritorna a Otto e mezzo e dichiara: “Stiamo agendo con responsabilità, metodo e trasparenza”. Quando la menzogna è uno stile di vita. Conte percepisce di essersi inguaiato e immaginando le domande a fior di labbra della conduttrice: come mai siamo al punto di partenza? cosa non ha funzionato? corre in aiuto di se stesso: “Abbiamo cercato di mettere d’accordo tutti, a luglio ho chiesto in Parlamento il prolungamento dello stato di emergenza e sono stato duramente attaccato”. Quando si dice la persona giusta al posto giusto. Per convincere gli altri bisogna sapersi raccontare, ma senza discostarsi troppo dalla realtà. Qualche esagerazione è ammessa, fa parte del gioco, ma non può diventare una costante perché salva il presente ma condanna il futuro. Bisogna però ammettere che Conte una verità l’ha detta: non ha la tempra del gladiatore che nelle emergenze è più efficace della diplomazia del mediatore. Conte non è uomo da giocarsi il tutto per tutto. La sua è semmai una battaglia interiore schizofrenica tra il mantenimento del consenso e il mantenimento della poltrona. Due obiettivi che coincidono solo apparentemente, dipendendo dai rapporti controversi tra le forze di governo che si intersecano con i suoi personali rapporti con ognuna e con il consenso popolare, ora in discesa. Nei momenti difficili lo consola ciò che il New York Times scrisse qualche tempo fa di lui: “from irrelevant to irreplaceable”, da irrilevante a insostituibile. Però, non può darci da bere la storia della responsabilità del metodo e della trasparenza, quando la Calabria, dieci anni di commissariamento alle spalle e tre commissari alla Sanità bruciati, è l’esempio più eclatante di un sistema sanitario talmente terremotato da pensare che ne esistano così solo nei Paesi più devastati e corrotti del Sudamerica. Tra ospedali fantasma, omicidi in corsia, personale coinvolto in inchieste della magistratura e infiltrazioni mafiose viene da chiedersi: lo Stato dov’era? E c’è il doppio miracolo di Napoli annunciato da De Luca e diventato disastro. Negli ospedali campani posti letto carenti, non solo di terapie intensive, personale medico e infermieristico insufficienti, bombole per l’ossigeno che si contano ché in parte non vengono riconsegnate, ambulanze che non riescono a fare fronte alle numerose chiamate. Ne approfittano i soliti pescecani che prosperano durante le crisi: per essere trasportati negli ospedali i malati che possono permetterselo sborsano fino a 1000 euro alle ambulanze abusive gestite da piccole associazioni. Dove ci si dispera per la morte di un calciatore cocainomane, evasore fiscale e amico di camorristi,  si specula senza pietà sui malati. Intanto un povero anziano muore in bagno al Cardarelli e viene trovato dopo mezz’ora. Altro esempio di efficienza e dedizione al lavoro emerge dallo “sfogo” fiume del direttore generale dell’assessorato alla Salute siciliana, Mario La Rocca. Sintetizzo per brevità: La Rocca scopre medici “che non vogliono occuparsi di casi Covid” fino al punto di “ scrivere cartelle cliniche con diagnosi inventate pur di non svuotare alcuni reparti”. Fantasia al servizio dell’imbroglio. Ma viene il sospetto che anche lui ne faccia parte quando scantona alla domanda dell’inviato sui posti in terapia intensiva a Petralia: “Cosa significa 50 posti  previsti se sono solo 10 quelli reali?” Il super burocrate prima di interrompere bruscamente la telefonata, cerca di dirottare l’interesse del giornalista dall’enigma dei posti di terapia intensiva alle eccellenze gastronomiche locali per la “felicità interiore”. Poi la verità viene a galla: si scarica sul sistema di tracciamento nazionale un numero di posti letto fantasma per ottenere un colore regionale più favorevole. Ma una torta ben riuscita non può mancare della ciliegina. Ci ha pensato un’indagine condotta da Report. Al centro il piano pandemico dell’Italia e sotto la lente il vicepresidente europeo dell’Oms, Ranieri Guerra, inviato in marzo dall’Oms a supporto del ministro Speranza, il Governo italiano e l’Organizzazione mondiale della sanità. L’11 maggio Report denuncia l’arretratezza del piano pandemico italiano, il 13 viene pubblicato online uno studio da cui emergono criticità nella preparazione e gestione italiana dell’emergenza, il 14 lo studio sparisce. Report scopre che Guerra, per evitare figuracce al Governo, aveva ordinato di modificare la data del piano in modo che non risultasse che l’Italia non ne aveva uno. Intanto la Procura di Bergamo apre un’inchiesta per epidemia colposa ma inciampa in un ostacolo prevedibile: i membri dell’Oms sono protetti da immunità diplomatica. Intuiamo adesso qualcosa di più su chi siano i principali responsabili dei morti della prima ondata. E lo sputtanamento è totale.

Ucciso scienziato nucleare iraniano…l’opinione di Rita Faletti

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Tutti negano, ma con significati retroscena e obiettivi diversi. Ieri, a 40 chilometri da Teheran, un vecchio camion con esplosivo nascosto sotto un carico di legna è esploso a poca distanza da una berlina scura. Alcuni uomini, quattro o cinque, sono saltati fuori e hanno sparato ripetutamente contro i cristalli dell’auto, ferendo gravemente Mohsen Fakhrizared-Mahabadi, morto subito dopo in ospedale. Il nome dell’uomo era noto all’Agenzia atomica dell’Onu già nel 2011, quando veniva indicato come uno dei più importanti scienziati iraniani coinvolti nello sviluppo del programma militare nucleare.  Allora Teheran negò di averne mai avuto uno. Gli ispettori dell’Agenzia atomica chiesero di poter incontrare Fakhrizared, ma la richiesta non fu accolta. Segno che quel programma esisteva. Nel 2007, in un report consegnato dalla Cia all’Amministrazione Bush, quel nome compariva ma nella funzione di ricercatore presso l’Università Imam Hussein. Era evidentemente una copertura se nel 2008, in una risoluzione dell’Onu, Fakhrizared era nella lista delle persone che operavano nelle attività nucleari. Una conferma ulteriore che l’Iran ha svolto attività rilevanti per lo sviluppo di un ordigno esplosivo nucleare in “un programma strutturato”, il programma “Amad” o “Hope”, a partire dalla fine del 2003, viene dall’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA). Israele, molto sensibile a questo genere di attività portate avanti dal suo nemico dichiarato, il regime degli ayatollah, ha pubblicamente definito Fakhrizared “il padre della bomba atomica iraniana”. Da questo a collocare lo scienziato in cima alla lista degli obiettivi del Mossad il passo è breve. Almeno apparentemente. Quando il regime ha confermato l’uccisione, dopo averla negata,  ha emesso un avvertimento su Twitter: “Negli ultimi giorni della vita politica del loro alleato- il riferimento è a Trump- i sionisti cercano di intensificare e aumentare la pressione sull’Iran affinché intraprenda una guerra in piena regola” e una roboante minaccia “Scenderemo come un fulmine sugli assassini di questo martire oppresso e faremo rimpiangere le loro azioni”. Un giornalista israeliano ha commentato così l’attentato: “Un grave colpo psicologico e professionale per l’Iran”. Quello che sembra certo è che senza Fakhrizared il programma iraniano subirà un arresto. Un funzionario israeliano ha detto infatti a Kan news che senza lo scienziato  sarà molto difficile per l’Iran continuare il suo programma militare nucleare. Rispetto alle responsabilità dell’uccisione mancano le prove contro Israele, così come quelle che gli americani fossero a conoscenza dell’operazione. Israele infatti non ha mai messo al corrente gli Stati Uniti delle proprie intenzioni; questa sarebbe la prima volta e potrebbe essere spiegata in relazione agli “Accordi di Abramo” tra Israele e Emirati Arabi e Bahrein, con l’intermediazione di Trump, e all’incontro avvenuto la scorsa settimana tra il primo ministro Netanyahu e il capo del Mossad con Mike Pompeo e il principe saudita Bin Salman a Neom, città della tecnologia in costruzione. Cinquecento miliardi di investimento che guarda al futuro del Paese, dove c’è posto per gli israeliani e la loro tecnologia. Verosimilmente un incontro-anticipazione per la normalizzazione dei rapporti tra Arabia Saudita e Israele  in chiave anti-iraniana. Riguardo all’attentato, ci sono commentatori che sostengono che sia stato compiuto con l’appoggio dei Mojahedin del Popolo Iraniano, un’organizzazione terroristica che promuove il rovesciamento della leadership iraniana. Israele tace ma è un silenzio che ha il valore di un’intimidazione: se siamo riusciti a colpire una delle persone più protette, possiamo colpirvi tutti. In un momento delicato, la transizione da Trump a Biden, Arabia Saudita, Israele e Iran si avviano alle mosse future.

Il supersonico super commissario…l’opinione di Rita Faletti

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Commissario Arcuri

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Entro la fine di gennaio 2021, 1 milione e 700 mila persone potranno essere vaccinate contro il Covid-19. Saranno quelle appartenenti alle categorie maggiormente esposte al contagio: medici, infermieri, operatori sanitari di ospedali e residenze per anziani e persone fragili. Nella seconda metà dell’anno sarà disponibile un numero sempre maggiore di dosi per il resto della popolazione. Ai vaccini prodotti da Pfizen e BioNTech, Moderna, AstraZeneca e Oxford University, se ne aggiungeranno presumibilmente altri ora in fase avanzata di sperimentazione. La prima somministrazione, che darà una risposta immunitaria ma non permanente dopo circa un mese, dovrà essere seguita da un richiamo per stimolare la memoria del sistema immunitario. A quel punto, gli anticorpi specifici saranno aumentati, aumentando così l’efficacia della risposta in tutti i gruppi d’età. Non si prevede l’obbligo di vaccinazione, che Sileri invece promuoverebbe per fasce d’età, ma si parla di patentini di identificazione dei vaccinati con riportate le località di vaccinazione. Quale la funzione? Calcolare, per sottrazione, il numero dei non vaccinati nella prospettiva di rendere obbligatoria la vaccinazione, fino a coprire oltre il 70 per cento della popolazione al fine di raggiungere la “immunità di gregge”, indispensabile perché il Paese possa considerarsi protetto dal virus?  Se così fosse, sarebbe la conferma della mancanza di trasparenza di questo governo che teme l’impopolarità più di qualunque altra cosa. Stando a un sondaggio, infatti, un italiano su sei non pare proprio che scalpiti dalla voglia di mettersi in fila per sottoporsi alla vaccinazione. Perplessità e dubbi su efficacia e sicurezza nascono dal timore di effetti collaterali seri e dalla rapidità con cui i vaccini noti al pubblico hanno superato le tre fasi successive indispensabili per la validazione e la valutazione. Per fugare ogni sospetto sulla contrazione dei tempi, è stato chiarito che nessun passaggio è stato saltato e che la mobilitazione internazionale ha fatto sì che le procedure siano avvenute senza interruzioni e senza risparmio di risorse. Tuttavia, escludendo gli entusiasti che hanno già detto che i vaccini vorranno farli  tutti, e gli scettici che, per carità, se ne terranno lontani, espressioni entrambi della diffusa estremizzazione nemica della ragione, credo che i benefici siano superiori ai rischi. Ricordiamo che la salute globale passa dai vaccini grazie ai quali l’umanità ha sconfitto malattie terribili. Ciò che al contrario desta inquietudine riguarda l’organizzazione, la logistica e il coordinamento delle varie operazioni che dovranno  sovrintendere  alla più grande vaccinazione di massa della storia, che si profila assai complessa. Il motivo della preoccupazione sta nella natura del prodotto che deve arrivare integro ad ogni singolo vaccinando. Integrità che dipende dalla conservazione a temperature molto al di sotto dello zero, per il Pfizen si parla di -75°C, condizione indispensabile per il mantenimento del materiale biologico contenuto nel vaccino. Il che richiede strutture adeguate in cui depositare le fiale prima del trasporto ai centri vaccinali e agli studi medici su tutto il territorio nazionale per raggiungere progressivamente la popolazione. L’intera operazione, dal momento dell’arrivo a porti, aeroporti e snodi ferroviari, alla somministrazione, dovrà svolgersi per tappe successive, concatenate tra loro e organizzate secondo modalità e tempi precisi. Un sistema integrato, con personale medico dedicato e materiale specifico, come ghiaccio secco e siringhe particolari che molti Paesi europei hanno ordinato da mesi in quantità enormi.  Si tratta di aghi e siringhe di precisione che consentiranno di iniettare ad ognuno la giusta dose di prodotto evitando che parti infinitesimali vadano sprecate, contenendo, ciascuna fiala, cinque dosi di vaccino. E non potrà mancare un’adeguata campagna di informazione che dia alla popolazione le istruzioni necessarie perché si rechi nelle sedi prestabilite per la somministrazione in giorni e orari precisi. Una catena infinita che si interromperebbe se un solo anello si spezzasse. La maggior parte dei paesi europei è pronta, e l’Italia? Inadempiente e ultima in ordine di tempo, con mascherine, dispositivi di protezioni e reagenti per tamponi insufficienti durante la prima ondata, un’estate trascorsa tra sollazzi e chiacchiere su distanze buccali e banchi a rotelle che bastava una puntata a “Chi l’ha visto?” , vaccini anti influenzali arrivati con il contagocce e un onnipresente Arcuri che il 20 di novembre annuncia: “Confido che lunedì prossimo riusciremo a bandire la richiesta di offerta per acquistare siringhe e aghi e altri accessori indispensabili a garantire la somministrazione”. Una frase piena di sinistri presagi e il compendio del millantato modello Italia.

Crac bancari e conseguenze …l’opinione di Rita Faletti

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Quanto è ancora sicuro affidare i propri risparmi alle banche? Una domanda che ci si pone con sempre maggiore frequenza da che la crisi finanziaria scoppiata negli Stati Uniti nel 2008 si è allargata a macchia d’olio contagiando l’Europa e la sua economia. Certe crisi assomigliano alle malattie dall’incubazione lenta accompagnata da sintomi all’inizio trascurabili che esplodono all’improvviso e si abbattono sul malato scatenando tutta la loro virulenza. Quanto è accaduto ad alcuni istituti di credito italiani, complice un insieme di fattori tra cui debolezza delle istituzioni, commistioni insane tra management politici e imprenditori, opacità nei bilanci, superficialità e irresponsabilità nell’erogazione del credito, vigilanza che non ha vigilato o lo ha fatto male o tardi. In fila le banche salvate a rischio crac: 2015 Banca Etruria, Banca Marche, CariFerrara, CariChieti, 2016 Mps, 2017 Popolare di Vicenza e Veneto Banca, 2019 Popolare di Bari. Si tratta di istituti di credito legati ognuno al proprio territorio dove operano piccole e medie imprese, gli assi portanti da cui dipende il tessuto socio-economico di quella parte di paese. Si capisce allora che il salvataggio di una banca non riguarda solo i dipendenti e le rispettive famiglie, i correntisti e i risparmiatori, ma l’intera economia di quel territorio. E’ malafedismo demagogico mettere in giro la favola secondo cui salvare una banca dal fallimento significhi salvare i banchieri. “Chi rompe paga e i cocci sono suoi” disse Di Maio a proposito dell’intervento a favore di Mps. Forse smaniava dalla voglia di vedere i dipendenti dell’istituto toscano lasciare la banca con gli scatoloni in mano. Poi ha cambiato idea: la Popolare di Bari andava salvata. Per meriti? Non pare, stando all’audio choc sui conti truccati, i prestiti erogati a imprese pugliesi sull’orlo del fallimento, operazioni spericolate e compiacenti ai limiti della legalità, da ultimo l’acquisto di Banca Tercas. Un buco di 430 milioni e 2 miliardi di crediti deteriorati. Indubbia la responsabilità della gestione scriteriata e iperfamilistica. L’acme delle crisi bancarie è stata accompagnata dalla fandonia dei 60 miliardi di aiuti dello Stato (bail-out: salvataggio esterno) ampliata dalla grancassa dei media. E però è giusto sottolineare che i responsabili della mala gestio debbano pagare, com’è legittimo pretendere controlli e trasparenza da parte degli organi competenti, Bankitalia in testa.  lo Stato interviene mettendo sul piatto fondi pubblici solo se vi sia una condivisione degli oneri (burden sharing), cioè se azionisti e obbligazionisti subordinati partecipano al rischio. In questo modo sono state salvate le prime quattro banche di cui sopra. Il tanto temuto bail-in, il salvataggio interno con il coinvolgimento di correntisti con depositi superiori a 100mila euro, finora non si è mai verificato. In caso di dissesto, una delle operazioni è la riduzione del valore nominale delle azioni e delle obbligazioni, come già successo e con conseguenze drammatiche per i risparmiatori, molti dei quali sono stati rimborsati. Nel 2015 è stato creato il Fondo Nazionale di Risoluzione, cui hanno partecipato gli istituti di credito che operano nel Paese, per soccorrere le banche in difficoltà. Nella vicenda del Monte dei Paschi, Il Tesoro è intervenuto con 3,9 miliardi per la ricapitalizzazione acquisendo le azioni della banca che nel frattempo ha restituito il prestito, e con 1,5 miliardi per il ristoro degli investitori. Azionisti e obbligazionisti subordinati hanno messo a disposizione 2,8 miliardi. Popolare di Vicenza e Veneto Banca sono state acquistate da Intesa San Paolo che ha ereditato le attività sane. I crediti deteriorati, i non performing loans, ossia soldi prestati che mai saranno restituiti, sono stati trasferiti a una bad bank. Lo Stato ha messo a disposizione 5 miliardi e oggi detiene il 68%.  C’è da precisare, inoltre, che la Commissione europea per la Concorrenza presieduta da Margrethe Vestager ha stabilito che l’aiuto di Stato va limitato al minimo necessario. Nel 2015 Matteo Renzi fece un decreto che trasformava le popolari con un attivo di 8 milioni di euro in S.p.A, società per azioni, e eliminava il voto capitario, cioè l’attribuzione ad ogni socio di un voto indipendentemente dal numero di azioni possedute. Risultato: tante azioni, tanti voti e maggiore trasparenza. Questo, insieme al consolidamento dell’istituto attraverso l’aumento di capitale (minimo 8 milioni di euro) spalancava le porte all’acquisizione di partecipazioni significative di fondi esteri nel capitale della banca e rendeva la banca stessa scalabile. In linea con le operazioni di mercato in un mondo globale. Se la Banca popolare di Bari si fosse adeguata al decreto, avrebbe evitato di trovarsi nella situazione di default. Tornando al tema iniziale, nel 2016 sono nati Fondo Atlante 1 e 2 , gestiti da Quaestio Capital Management e partecipati da banche, fondi di investimento, Cassa depositi e prestiti e Poste. La Cdp evocata più volte dai grillini quando, alle prese con i famosi tavoli di crisi, non sanno a chi appioppare aziende decotte o in via di fallimento. Ma questa è un’altra cosa e nasce da una mentalità assistenzialista e antiliberista che non fa il bene del Paese. Ultima nota: le conoscenze finanziarie degli italiani lasciano a desiderare, una lacuna che andrebbe colmata a loro vantaggio: se conosci è più difficile raggirarti.

L’eccezione Pierpaolo Sileri…l’opinione di Rita Faletti

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L’equazione meriti uguale incarichi è estranea alla cultura nazionale e alla prassi dei governanti. Al contrario, infilarsi nei principali gangli della vita del paese è un tic dei politici che il più delle volte rovinano quello che toccano. Rettori di università, presidenti di banche, direttori di aziende e enti pubblici sono nella maggior parte dei casi espressioni di un partito o di una coalizione. E’ questione di “discrezionalità”, che altro non è se non l’arbitrio nelle decisioni di affidare incarichi apicali  piuttosto che a persone competenti e preparate ad amici o, peggio ancora, a parenti. Nell’era in cui questo sistema guasto avrebbe dovuto essere eradicato al grido di “onestà”, i promotori del populismo gli hanno applicato il marchio di perpetuità. Ne è un esempio plastico l’esilarante e surreale vicenda di Cotticelli, generale dell’Arma, nominato commissario alla Sanità calabrese nel Conte1 grazie alle simpatie della Grillo. Il dimissionario commissario, non sapeva di doversi occupare del piano Covid, “Dovevo farlo io?” e a propria discolpa ha ipotizzato di essere stato vittima di raggiri o forse drogato. Ma questo è solo l’inizio della saga calabrese. Il successore di Cotticelli,  Zuccatelli, in passato bocciato dall’elettorato ma sostenuto da Leu e Pd ( Speranza e Provenzano), viene nominato in fretta e furia per gestire l’emergenza con ampie disponibilità di risorse. Malauguratamente, se ne esce con una frase a dir poco inadeguata alle circostanze e all’incarico appena ricevuto: “Ti becchi il Covid solo se ti baci lingua in bocca per 15 minuti”. Questa è la qualità dei personaggi ai quali i malcapitati calabresi si sono trovati ad affidare la loro salute. Ma siccome a tutto c’è una spiegazione, la scelta di Zuccatelli sarebbe servita soprattutto a preparare il terreno al prossimo governatore della regione, strappandola così al centro destra. Jole Santelli, infatti, era in quota Forza Italia. La missione concepita per l’ormai ex commissario non era poi così impossibile, dal momento che tra i diversi poteri, ci sarebbe stato anche quello di indicare i nomi dei commissari straordinari delle aziende sanitarie e ospedaliere calabresi. A stretto giro, è sopraggiunta la nomina di Gaudio, ex rettore dell’Università “La Sapienza”, il quale non ha accettato con la scusa che la moglie non vuole saperne di andare a Catanzaro. “A Catanzaro si vive benissimo” ha commentato il sindaco della città eletto ben quattro volte consecutive. Ovviamente, le ragioni del “No, grazie” di Gaudio non sono attribuibili agli strilli della moglie, bensì a contrasti all’interno del Governo: i Cinque stelle non vogliono saperne di lui e pretendono di assegnare il posto di commissario a Gino Strada. “Qui Strada si troverà benissimo” ha detto il sindaco di Catanzaro “meglio che a Kabul”. Ma pare che ancora al fondatore di Emergency non sia giunta dal Governo nessuna voce di nomina. In questo panorama da teatro d’avanspettacolo, dove ogni cosa ha la precedenza sull’unica cosa che conta e che farebbe la differenza, cioè la competenza, è potuto accadere l’impensabile: il movimento che ha sdoganato l’ignoranza come condizione di “purezza” indispensabile per un governo del cambiamento, in settembre ha nominato vice ministro alla Sanità un chirurgo con un’esperienza di 25 anni alle spalle, un master all’università di Chicago, 167 pubblicazioni scientifiche e una bassissima percentuale di mortalità negli interventi.  E’ Pierpaolo Sileri, il medico prestato alla politica, come egli stesso dice di sé, che abbiamo imparato a conoscere seguendo i vari dibattiti televisivi ai quali ha preso parte dallo scorso marzo, quando il virus ha iniziato a correre e fare le prime vittime. Il vice ministro è un pentastellato anomalo. Non parla per slogan e formule precostituite a differenza di molti suoi colleghi grillini e non è ideologico né supponente, ma parla con naturalezza ed è pragmatico. Dice quello che pensa, non dovendo mettere la sua poltrona in sicurezza, neanche quando ammette la mancanza di preparazione dell’esecutivo di cui fa parte di fronte alla seconda ondata della pandemia. Ha anche detto di considerare la carica politica che riveste un servizio al Paese e che a fine legislatura non ha intenzione di ricandidarsi ma ritornare alla professione a cui ha dedicato studio e sacrifici. Nel 2023 andrà al San Raffaele di Milano, che è l’eccellenza in Italia, dove ha vinto un concorso nel 2016, nel reparto di Zangrillo, l’anestesista accusato di negazionismo da “chi non ne capisce”. Né parassita, né raccomandato, Sileri può sostenere la priorità della competenza in ogni settore.  Nel 2017 ha fondato con Giuliano Gruner l’associazione Trasparenza e Merito, che ha la finalità di eliminare il cancro del nepotismo dalle università italiane: “La politica si è mangiata la sanità italiana”.L’equazione meriti uguale incarichi è estranea alla cultura nazionale e alla prassi dei governanti. Al contrario, infilarsi nei principali gangli della vita del paese è un tic dei politici che il più delle volte rovinano quello che toccano. Rettori di università, presidenti di banche, direttori di aziende e enti pubblici sono nella maggior parte dei casi espressioni di un partito o di una coalizione. E’ questione di “discrezionalità”, che altro non è se non l’arbitrio nelle decisioni di affidare incarichi apicali  piuttosto che a persone competenti e preparate ad amici o, peggio ancora, a parenti. Nell’era in cui questo sistema guasto avrebbe dovuto essere eradicato al grido di “onestà”, i promotori del populismo gli hanno applicato il marchio di perpetuità. Ne è un esempio plastico l’esilarante e surreale vicenda di Cotticelli, generale dell’Arma, nominato commissario alla Sanità calabrese nel Conte1 grazie alle simpatie della Grillo. Il dimissionario commissario, non sapeva di doversi occupare del piano Covid, “Dovevo farlo io?” e a propria discolpa ha ipotizzato di essere stato vittima di raggiri o forse drogato. Ma questo è solo l’inizio della saga calabrese. Il successore di Cotticelli,  Zuccatelli, in passato bocciato dall’elettorato ma sostenuto da Leu e Pd ( Speranza e Provenzano), viene nominato in fretta e furia per gestire l’emergenza con ampie disponibilità di risorse. Malauguratamente, se ne esce con una frase a dir poco inadeguata alle circostanze e all’incarico appena ricevuto: “Ti becchi il Covid solo se ti baci lingua in bocca per 15 minuti”. Questa è la qualità dei personaggi ai quali i malcapitati calabresi si sono trovati ad affidare la loro salute. Ma siccome a tutto c’è una spiegazione, la scelta di Zuccatelli sarebbe servita soprattutto a preparare il terreno al prossimo governatore della regione, strappandola così al centro destra. Jole Santelli, infatti, era in quota Forza Italia. La missione concepita per l’ormai ex commissario non era poi così impossibile, dal momento che tra i diversi poteri, ci sarebbe stato anche quello di indicare i nomi dei commissari straordinari delle aziende sanitarie e ospedaliere calabresi. A stretto giro, è sopraggiunta la nomina di Gaudio, ex rettore dell’Università “La Sapienza”, il quale non ha accettato con la scusa che la moglie non vuole saperne di andare a Catanzaro. “A Catanzaro si vive benissimo” ha commentato il sindaco della città eletto ben quattro volte consecutive. Ovviamente, le ragioni del “No, grazie” di Gaudio non sono attribuibili agli strilli della moglie, bensì a contrasti all’interno del Governo: i Cinque stelle non vogliono saperne di lui e pretendono di assegnare il posto di commissario a Gino Strada. “Qui Strada si troverà benissimo” ha detto il sindaco di Catanzaro “meglio che a Kabul”. Ma pare che ancora al fondatore di Emergency non sia giunta dal Governo nessuna voce di nomina. In questo panorama da teatro d’avanspettacolo, dove ogni cosa ha la precedenza sull’unica cosa che conta e che farebbe la differenza, cioè la competenza, è potuto accadere l’impensabile: il movimento che ha sdoganato l’ignoranza come condizione di “purezza” indispensabile per un governo del cambiamento, in settembre ha nominato vice ministro alla Sanità un chirurgo con un’esperienza di 25 anni alle spalle, un master all’università di Chicago, 167 pubblicazioni scientifiche e una bassissima percentuale di mortalità negli interventi.  E’ Pierpaolo Sileri, il medico prestato alla politica, come egli stesso dice di sé, che abbiamo imparato a conoscere seguendo i vari dibattiti televisivi ai quali ha preso parte dallo scorso marzo, quando il virus ha iniziato a correre e fare le prime vittime. Il vice ministro è un pentastellato anomalo. Non parla per slogan e formule precostituite a differenza di molti suoi colleghi grillini e non è ideologico né supponente, ma parla con naturalezza ed è pragmatico. Dice quello che pensa, non dovendo mettere la sua poltrona in sicurezza, neanche quando ammette la mancanza di preparazione dell’esecutivo di cui fa parte di fronte alla seconda ondata della pandemia. Ha anche detto di considerare la carica politica che riveste un servizio al Paese e che a fine legislatura non ha intenzione di ricandidarsi ma ritornare alla professione a cui ha dedicato studio e sacrifici. Nel 2023 andrà al San Raffaele di Milano, che è l’eccellenza in Italia, dove ha vinto un concorso nel 2016, nel reparto di Zangrillo, l’anestesista accusato di negazionismo da “chi non ne capisce”. Né parassita, né raccomandato, Sileri può sostenere la priorità della competenza in ogni settore.  Nel 2017 ha fondato con Giuliano Gruner l’associazione Trasparenza e Merito, che ha la finalità di eliminare il cancro del nepotismo dalle università italiane: “La politica si è mangiata la sanità italiana”.

Le potenzialità di Conte…l’opinione di Rita Faletti

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Il nostro premier sa come muoversi. Ha fatto del trasformismo, il passaggio da un partito all’altro, una forma finora inedita di passaggio da un àmbito a un altro, ma sempre nel rispetto del grado. Una specie di  trasformismo orizzontale.  Da avvocato difensore del popolo si è trasformato in Papa laico e consigliere spirituale del popolo. Che il Natale non sia una festa consumistica, ma la celebrazione di un evento di grande momento religioso e spirituale. Sobrietà e austerità consiglia Conte, posandoci una mano sulla spalla come un buon pastore. Il premier accarezza la propria immagine di guida di tutti gli uomini, e ovviamente le donne e ogni altro genere, di buona volontà, della “Karnival Nation”. Un messaggio dalla caratura ecumenica degno del Pastore che siede sulla cattedra di San Pietro. Chissà che altri capi di Stato non gli chiedano il “protocollo” come è successo con la pandemia. Beh, che male ci sarebbe? Non è forse anche la guida di quel simpatico movimento, padre del principio imperturbabile dell’uno vale uno? Anche Conte, in particolari circostanze, può fare il Papa.Il nostro premier sa come muoversi. Ha fatto del trasformismo, il passaggio da un partito all’altro, una forma finora inedita di passaggio da un àmbito a un altro, ma sempre nel rispetto del grado. Una specie di  trasformismo orizzontale.  Da avvocato difensore del popolo si è trasformato in Papa laico e consigliere spirituale del popolo. Che il Natale non sia una festa consumistica, ma la celebrazione di un evento di grande momento religioso e spirituale. Sobrietà e austerità consiglia Conte, posandoci una mano sulla spalla come un buon pastore. Il premier accarezza la propria immagine di guida di tutti gli uomini, e ovviamente le donne e ogni altro genere, di buona volontà, della “Karnival Nation”. Un messaggio dalla caratura ecumenica degno del Pastore che siede sulla cattedra di San Pietro. Chissà che altri capi di Stato non gli chiedano il “protocollo” come è successo con la pandemia. Beh, che male ci sarebbe? Non è forse anche la guida di quel simpatico movimento, padre del principio imperturbabile dell’uno vale uno? Anche Conte, in particolari circostanze, può fare il Papa.

Terrorismo e immigrazione…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Novembre 14, 2020 – 13:11
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A tutto c’è un limite. Ai proclami populisti, alle chiacchiere vanesie dei talk show, agli applausi ai funerali, ai servizi lacrimevoli di Myrta Merlino, alle reazioni scandalizzate di Giletti di fronte alle schifezze italiane che emergono dai suoi reportage, alla folle ostinazione di Trump nel non voler accettare la vittoria di Biden. E in tempi in cui la cartina dell’Italia è a chiazze colorate, c’è un limite anche a tutto ciò che accompagna il Covid-19, risse tra scienziati e spocchia insopportabile dell’insopportabile super commissario Arcuri che dovrebbe inventarsi il sistema per la conservazione del vaccino alla temperatura di  70 gradi sotto zero. Dei soldi si dice: pochi maledetti e subito, a inizio settembre sarebbe stato opportuno dire: poche uscite, maledette e subito prima della serrata generale. Liquidata la questione alla maniera cinese, tanto per intenderci, che sarà sì lesiva delle libertà individuali ma salva la salute, avremmo avuto il tempo per dedicarci a un’altra questione, quella sì prioritaria se vogliamo difendere la tanto irrinunciabile libertà che non si capisce perché diventi improvvisamente fondamentale in tempi di pandemia e non lo sia in tempi di terrorismo fondamentalista. Di questo si stanno occupando Macron e Kurz dopo gli eccidi di Nizza e Vienna. Di questo dovremmo occuparci tutti perché è palese che nel mirino dei jiihadisti c’è l’Europa da difendere contro la barbarie dei tagliatori di teste che sono della stessa risma di quelli che a Raqqa, una delle roccaforti dell’orrore, minacciavano gli insegnanti di tagliare loro la gola. I media francesi riferiscono che in questi giorni stanno piovendo denunce di professori e sindaci che per aver reso omaggio all’insegnante decapitato hanno ricevuto intimidazioni  di questo tipo: “Ti staccheremo il collo”, “Mio padre ti taglierà la testa”. L’apologia del terrorismo e dei suoi metodi trova spazio persino nel brano disgustoso di un rapper secondo quanto scrive il Figaro: “On découpe comme Samuel Paty, sans empathie” (tagliamo la testa come a Samuel Paty, senza empatia). Gli odiatori dell’occidente si nascondono tra noi, li abbiamo nutriti e coccolati in nome della tolleranza, ma arrivano anche da fuori. L’Europa è presa d’assalto da ondate migratorie che premono sui suoi confini esterni, a est e a sud-est lungo il corridoio dei Balcani e a sud seguendo le rotte del Mediterraneo. Nel 2019, a Varsavia, nella sede di Frontex, si è svolto un summit su temi che coinvolgono tutti i paesi europei: la gestione del controllo dei confini, la riforma di Dublino e gli accordi di Schengen. In quell’occasione Macron ha chiesto il rafforzamento del ruolo di Frontex, ha sottolineato l’imprescindibilità della redistribuzione dei migranti e ha ipotizzato una revisione di Schengen sulla libera circolazione tra i confini interni dell’Unione. Il nodo più importante da sciogliere è proprio quest’ ultimo giacché riguarda il movimento secondario che maggiormente preoccupa il presidente francese. Il punto è emerso come questione prioritaria nel mini vertice dello scorso martedì tra Macron, il cancelliere austriaco Kurz, il premier olandese Rutte, Merkel, il presidente del Consiglio europeo Michel e Ursula von der Leyen. Il tema: legami tra terrorismo e immigrazione. Macron ha ribadito la necessità di difendere le frontiere esterne e restringere Schengen ad alcuni paesi escludendone altri ritenuti non in grado di effettuare controlli efficaci e fermare individui sospetti. E’ palese che si riferisse all’Italia: il tunisino dell’eccidio di Nizza era sbarcato in Sicilia e passando per Bari aveva raggiunto la città francese. L’uomo aveva ricevuto il foglio di via invece di essere trattenuto per l’espulsione. E intanto che ieri la Francia commemorava le vittime delle stragi compiute il 13 novembre 2015 in Francia, le più sanguinose dalla seconda guerra mondiale, sulle nostre coste continuavano gli sbarchi mentre l’hotspot di Pozzallo si riempie e si svuota di continuo. Quando cominceremo a parlare di cose serie con pragmatismo, senza ideologie e senza lacrimatoi in mano? Né Salvini né Lamorgese sono all’altezza del  compito gravoso di evitare che l’Italia diventi l’imbuto dell’Europa.A tutto c’è un limite. Ai proclami populisti, alle chiacchiere vanesie dei talk show, agli applausi ai funerali, ai servizi lacrimevoli di Myrta Merlino, alle reazioni scandalizzate di Giletti di fronte alle schifezze italiane che emergono dai suoi reportage, alla folle ostinazione di Trump nel non voler accettare la vittoria di Biden. E in tempi in cui la cartina dell’Italia è a chiazze colorate, c’è un limite anche a tutto ciò che accompagna il Covid-19, risse tra scienziati e spocchia insopportabile dell’insopportabile super commissario Arcuri che dovrebbe inventarsi il sistema per la conservazione del vaccino alla temperatura di  70 gradi sotto zero. Dei soldi si dice: pochi maledetti e subito, a inizio settembre sarebbe stato opportuno dire: poche uscite, maledette e subito prima della serrata generale. Liquidata la questione alla maniera cinese, tanto per intenderci, che sarà sì lesiva delle libertà individuali ma salva la salute, avremmo avuto il tempo per dedicarci a un’altra questione, quella sì prioritaria se vogliamo difendere la tanto irrinunciabile libertà che non si capisce perché diventi improvvisamente fondamentale in tempi di pandemia e non lo sia in tempi di terrorismo fondamentalista. Di questo si stanno occupando Macron e Kurz dopo gli eccidi di Nizza e Vienna. Di questo dovremmo occuparci tutti perché è palese che nel mirino dei jiihadisti c’è l’Europa da difendere contro la barbarie dei tagliatori di teste che sono della stessa risma di quelli che a Raqqa, una delle roccaforti dell’orrore, minacciavano gli insegnanti di tagliare loro la gola. I media francesi riferiscono che in questi giorni stanno piovendo denunce di professori e sindaci che per aver reso omaggio all’insegnante decapitato hanno ricevuto intimidazioni  di questo tipo: “Ti staccheremo il collo”, “Mio padre ti taglierà la testa”. L’apologia del terrorismo e dei suoi metodi trova spazio persino nel brano disgustoso di un rapper secondo quanto scrive il Figaro: “On découpe comme Samuel Paty, sans empathie” (tagliamo la testa come a Samuel Paty, senza empatia). Gli odiatori dell’occidente si nascondono tra noi, li abbiamo nutriti e coccolati in nome della tolleranza, ma arrivano anche da fuori. L’Europa è presa d’assalto da ondate migratorie che premono sui suoi confini esterni, a est e a sud-est lungo il corridoio dei Balcani e a sud seguendo le rotte del Mediterraneo. Nel 2019, a Varsavia, nella sede di Frontex, si è svolto un summit su temi che coinvolgono tutti i paesi europei: la gestione del controllo dei confini, la riforma di Dublino e gli accordi di Schengen. In quell’occasione Macron ha chiesto il rafforzamento del ruolo di Frontex, ha sottolineato l’imprescindibilità della redistribuzione dei migranti e ha ipotizzato una revisione di Schengen sulla libera circolazione tra i confini interni dell’Unione. Il nodo più importante da sciogliere è proprio quest’ ultimo giacché riguarda il movimento secondario che maggiormente preoccupa il presidente francese. Il punto è emerso come questione prioritaria nel mini vertice dello scorso martedì tra Macron, il cancelliere austriaco Kurz, il premier olandese Rutte, Merkel, il presidente del Consiglio europeo Michel e Ursula von der Leyen. Il tema: legami tra terrorismo e immigrazione. Macron ha ribadito la necessità di difendere le frontiere esterne e restringere Schengen ad alcuni paesi escludendone altri ritenuti non in grado di effettuare controlli efficaci e fermare individui sospetti. E’ palese che si riferisse all’Italia: il tunisino dell’eccidio di Nizza era sbarcato in Sicilia e passando per Bari aveva raggiunto la città francese. L’uomo aveva ricevuto il foglio di via invece di essere trattenuto per l’espulsione. E intanto che ieri la Francia commemorava le vittime delle stragi compiute il 13 novembre 2015 in Francia, le più sanguinose dalla seconda guerra mondiale, sulle nostre coste continuavano gli sbarchi mentre l’hotspot di Pozzallo si riempie e si svuota di continuo. Quando cominceremo a parlare di cose serie con pragmatismo, senza ideologie e senza lacrimatoi in mano? Né Salvini né Lamorgese sono all’altezza del  compito gravoso di evitare che l’Italia diventi l’imbuto dell’Europa.

Biden: il mondo si posiziona…l’opinione di Rita Faletti

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Con Biden presidente della prima potenza mondiale, che Saviano ha definito il paese più ricco del terzo mondo, evidentemente dimentico delle condizioni della sua Campania, tutti gli Stati si posizionano e sperano di essere ammessi nelle grazie del presidente eletto per ricavarne vantaggi. Congratulazioni arrivano dall’Europa: Angela Merkel dice che l’alleanza transatlantica è insostituibile se si vuole affrontare le grandi sfide di questo tempo e Macron è esplicito: “Let’s work together!” (Lavoriamo insieme). Il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel, auspica condivisione su cambiamento climatico, commercio internazionale e multilateralismo. Per suggellare l’amicizia con i partner europei Biden ha previsto un incontro a Bruxelles con i leader europei e della Nato. Visita simbolo che avrebbe la funzione di cancellare la “guerra commerciale artificiale” con la Ue, come ha detto Tony Blinken, consigliere di Biden. Ma il protezionismo c’è. Silenzio da Cina e Russia. Xi Jinping è in attesa delle prime mosse di Biden, Putin è interessato a riempire il vuoto dopo il declino dell’influenza americana in Medio Oriente. La Turchia non ha perso tempo: Erdogan ha subito diffidato Biden dal supportare i curdi siriani e sfidare le ambizioni turche nel Mediterraneo orientale. Il vice presidente ha usato parole diplomatiche: “I canali di comunicazione funzioneranno come prima, ma naturalmente ci sarà un periodo di transizione”, una frase che però non esclude uno scontro tra Biden e Erdogan in merito all’appoggio americano dei curdi siriani  considerati dagli Stati Uniti una pietra angolare nella lotta contro lo stato islamico, ma dai turchi un ramo del PKK, un’organizzazione terrorista. Tra Stati Uniti e Iran i rapporti si profilano problematici. La Repubblica islamica ha sofferto le sanzioni imposte da Trump al quale imputa la responsabilità dei 500  decessi per Covid registrati quotidianamente. Ma non dice che avrebbe potuto rafforzare il sistema sanitario bucherellato invece di finanziare il terrorismo. Il presidente Rohani, che lascerà l’incarico la prossima estate, ha annunciato che aspetta di vedere cosa Biden farà prima di decidere se esista qualche differenza tra Trump e il suo successore. Ha comunque festeggiato la sconfitta di Trump e lanciato un messaggio all’America: la  nuova amministrazione dovrebbe fare ammenda degli errori compiuti nei confronti dell’Iran. Lamento e minaccia sono elementi ricorrenti nella strategia di “dialogo” con gli interlocutori occidentali: farsi commiserare incolpando delle proprie disgrazie l’occidente corrotto e immancabilmente Israele, approfittando del diffuso sentimento anti israeliano e della tolleranza dei social che considerano inappropriati i tweet di Trump che pretende il riconteggio dei voti in Georgia ma non i tweet dell’ayatollah Khamenei che incitano alla distruzione di Israele. La somma guida spirituale iraniana ha anche  deriso le elezioni americane: “Sono un esempio della faccia cattiva della democrazia liberale che ha mostrato il declino politico, civile e morale del regime americano”. Detto da lui è grottesco. Come ha reagito l’Arabia Saudita? La sinistra dei dem vuole la fine per sempre di tutti i conflitti, soprattutto il ritiro dalla guerra in Yemen dove gli Stati Uniti appoggiano i sauditi contro i ribelli Houthi, ai quali l’Iran fornisce armi e addestramento. Anche il primo ministro israeliano Netanyahu, stretto alleato di Trump a cui deve il coraggioso trasferimento della capitale da Tel Aviv a Gerusalemme, invia formali congratulazioni a Biden, senza chiamarlo “president elect”. Israele vuole rassicurazioni circa il mantenimento delle pressioni americane sull’Iran e l’appoggio per la normalizzazione delle relazioni con gli Stati arabi (accordi di Abramo). Intanto, i democratici aspettano gennaio per strappare il controllo del Senato ai Repubblicani, mentre Biden si accinge a formare la squadra dei ministri e assegnare gli  incarichi secondo il principio della trasversalità indispensabile per riunire il paese. Ma l’operazione non piace all’ala radicale del Partito democratico, da tempo impegnato a far digerire ai moderati uno spostamento marcato a sinistra. I dem a rischio spaccatura?

Biden-Harris: quale America?…l’opinione di Rita Faletti

  • Rita Faletti – Novembre 8, 2020 – 18:25
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I voti della Pennsylvania sono stati determinanti per Joe Biden per aggiudicarsi i 270 voti, in realtà sono stati 273, indispensabili per diventare il nuovo presidente degli Stati Uniti.  Con i democratici che festeggiano e Trump che continua a contestare il risultato e cliccare con insistenza su Twitter di essere stato imbrogliato (cheated) e di essere pronto a ingaggiare una battaglia legale, l’America si appresta a chiudere una pagina controversa e per qualche aspetto imbarazzante della propria storia recente. Ma con la consapevolezza che quattro anni non si cancellano in un solo giorno. Prima di fare piazza pulita del trumpismo e dei suoi effetti, il paese simbolo della democrazia e della libertà deve fare i conti con le ragioni e le pulsioni di quegli elettori, una parte non minoritaria, che nel 2016 hanno preferito a Hillary Clinton un tycoon senza esperienza politica che prometteva di dare voce all’America inascoltata delle retrovie. Dagli anni Ottanta, infatti, i liberal americani hanno smesso di coltivare una visione ambiziosa del futuro del paese che includesse persone di tutti i tipi. Hanno preferito concentrarsi sulle minoranze e i movimenti intorno all’identità di genere. Se vuoi governare, non puoi dimenticarti di parlare del bene comune che riguarda tutti. I dem hanno trascurato varie fette dell’elettorato escluse dai temi delle identità, come i bianchi della working class e gli evangelici. Un errore che è stato compreso e ha spinto Biden a raddrizzare il tiro in campagna elettorale e parlare di politiche, competenze e decenza, evitando accuratamente temi arcobaleno adatti ai movimenti più che ai partiti. Questo cambio di direzione ha riavvicinato ai democratici il centro moderato.  Joe Biden, nel discorso della vittoria tenuto ieri notte, ha detto che sarà il presidente di tutti gli americani. Una dichiarazione che può sembrare scontata ma che non lo è affatto. Il nuovo presidente eletto sa che il paese è spaccato e che il lavoro che lo attende è delicato e difficile. L’esplosione del razzismo e dell’antirazzismo ideologico che abbatte le statue dei presidenti americani, l’estremizzazione di posizioni diverse che hanno avvelenato il clima e indebolito nel mondo l’immagine di un paese percepito da sempre come un faro di libertà, richiederanno un processo di ricomposizione e di coinvolgimento dell’opposizione che non sarà disposta a perdonare nulla. Una questione che invece ha contribuito fortemente alla sconfitta di Trump è stata la sottovalutazione del virus e la mancanza di strategia per combatterlo. In politica estera Biden dovrà ricostruire il legame con l’alleato europeo, snobbato da Trump e dalla sua linea politica di impronta sovranista. Un cammino a ritroso non totale né brusco, piuttosto un disimpegno più morbido e lento, con punti di condivisione sui valori di una storia comune. Una mano tesa al vecchio continente desideroso di ritrovare l’atmosfera di collaborazione naturale con il partner storico in una fase in cui l’attacco alle libertà e le falle della Ue lo rendono particolarmente vulnerabile. Con Corea del nord e Iran, il dialogo sarà aperto, senza però alcuna concessione alle ambizioni nucleari dei due paesi. Le relazioni con la Cina non subiranno cambiamenti se non nell’approccio più soft.  Il multilateralismo caratterizzerà l’amministrazione Biden-Harris ma non implicherà la possibilità di deflettere dalla traiettoria ormai consolidata in politica estera. Allo sconfitto Trump, va comunque riconosciuto il merito di aver mantenuto tutte le promesse, cosa rara, e di aver risposto agli attacchi dei media liberal che negli anni della sua presidenza hanno martellato sulle “bugie”. Che ci sono state, ma alcune erano semplicemente differenze che le sinistre catalogano sotto altre definizioni, in quanto intolleranti di opinioni altre dalle loro.Salva

Unità dopo gli attentati, e poi? …l’opinione di Rita Faletti

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Dopo Parigi e Nizza, il terrorismo islamista insanguina Vienna. Ieri sera, nel centralissimo quartiere della capitale austriaca, a breve distanza dalla principale sinagoga, una delle poche sopravvissute alla Shoah, un video registra colpi di arma da fuoco e riprende l’immagine di un uomo che si sposta e spara con un fucile d’assalto, finché non è abbattuto dalla polizia. Aveva su di sé una cintura esplosiva.  Quattro le vittime tra cui un poliziotto e diversi feriti, alcuni gravi. I corpi speciali sono tuttora sulle tracce di un secondo attentatore in fuga. Il centro storico della città viene delimitato e presidiato dalle Forze dell’Ordine inviate dal ministro dell’Interno che invita i cittadini a non uscire di casa nell’ultimo giorno prima del lockdown. A Vienna lo shock è forte: in decenni il paese non era mai stato toccato dal terrorismo di matrice islamica. Come sempre avviene in queste circostanze drammatiche, si fanno supposizioni basandosi sui dati in possesso, in realtà esigui, e legandoli a una situazione generale che riguarda tutta l’Europa, i rapporti con l’islam, l’immigrazione, il Mediterraneo, la Turchia e il ruolo di Erdogan, uno dei principali attori (o manovratori?) sullo sfondo degli eventi. Chi sono gli attentatori? Come testimoniano le immagini, la strategia di attacco fa pensare a una organizzazione preparata e addestrata militarmente, forse coordinata e diretta dall’esterno. Secondo il tabloid Build, su Instagram lunedì era apparso il post di un jihadista che annunciava di aver prestato giuramento all’Isis. Prassi  consueta prima di un attentato. Sembra che il personaggio sia lo stesso abbattuto dalla polizia: un cittadino austriaco di origini albanesi con doppio passaporto e una condanna di 22 mesi convertita in libertà vigilata per aver cercato di raggiungere la Siria e unirsi alle forze dell’Isis. Viene da domandarsi perché Vienna. L’Austria, come Toni Capuozzo, amato  giornalista di guerra e esperto di conflitti internazionali ci ricorda, non ha un passato coloniale o imperialista né è in prima fila nelle missioni in Afghanistan. La spiegazione è una: l’attacco è avvenuto a Vienna ma è come se fosse avvenuto in  Germania. La Merkel infatti è stata il primo capo di Stato europeo ad esprimere la vicinanza del suo paese all’Austria sottolineando che il terrorismo islamico è il nemico dell’Europa. Capuozzo osserva che l’obiettivo del terrorismo islamista è l’asse franco-tedesco, il nucleo forte dell’Europa da colpire, contro cui Erdogan usa l’arma del ricatto: aprire le porte ai rifugiati che si trovano nella “buffer zone” al confine tra Turchia e Grecia e scaricarli in Europa. Da non sottovalutare l’invio di milizie jihadiste in Libia per appoggiare Al Serraj contro il generale della Cirenaica Haftar, sostenuto dalla Francia. L’ex ministro dell’Interno Minniti completa il quadro e aggiunge che in Bangladesh, nonostante il virus stia colpendo con particolare violenza, 40 mila  persone si sono riversate nelle piazze per rispondere all’appello del premier turco contro la Francia e l’Europa. Che, ha detto Minniti, è stata finora incapace di dare una risposta ferma con una sola voce e ora è sotto attacco non nei singoli paesi ma nella sua totalità. E’ indispensabile non abbassare la guardia e accogliere chi scappa da paesi in guerra. La Tunisia non è fra questi. Per gli altri, si devono organizzare ingressi legali coordinati dalle ambasciate e cancellare quelli illegali. Il problema è complesso, “noi non siamo abituati a pensare in modo complesso” ha continuato Minniti e “ abbiamo dimenticato la politica estera”. Il primo ministro austriaco Kurz ha detto: “Non ci arrenderemo”. Gli ha fatto eco Macron: “Questa è la nostra Europa. I nostri nemici hanno bisogno di sapere con chi hanno a che fare. Nessuno si arrenderà a loro”. Vladimir Putin si è unito al resto del mondo per attestare la solidarietà della Russia contro un “crimine crudele e cinico” offrendo la propria collaborazione nella lotta al terrorismo.

Qui Europa: altre tre uccisioni…l’opinione di Rita Faletti

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La dichiarazione di guerra di Macron  alla “contro società” dell’islam radicalizzato, infiltratosi nella società francese per prenderne possesso, e il successivo intervento in difesa della laicità e della libertà della Repubblica dopo l’agguato vile e la decapitazione del professore Samuel Paty, danno ragione a chi nel paese aveva messo in guardia contro l’eccessiva tolleranza di chi si rifiutava di vedere. Oggi la Francia è in serio pericolo, quel pericolo non è circoscritto alla Francia, quel pericolo è cresciuto e si è ingrossato sulla superficialità, la sottovalutazione, la paura, la vigliaccheria e il disarmo morale dell’Europa e dei suoi governi, sull’ipocrisia delle sue classi dirigenti senza dignità e senza midollo e sull’informazione serva del politicamente corretto. Chi in Italia non ricorda gli attacchi diretti a chi diceva: “Non tutti gli islamici sono terroristi ma tutti i terroristi sono islamici”. Scudi levati contro i razzisti predicatori di odio e distinzione affrettata tra musulmani moderati e musulmani estremisti, sostenuta dai cultori del deprimente pensiero mainstream. Erdogan se ne è ricordato quando ha inveito contro Macron e il progetto enunciato dal presidente francese di sciogliere tutte le associazioni che hanno legami con il fondamentalismo, compreso il collettivo contro l’islamofobia,  definito “un laboratorio islamico”. Il premier turco che ha invitato i musulmani a riempire l’Europa dei loro figli per conquistarla, ha detto che Macron ha bisogno di sottoporsi a esami mentali e ha accusato di islamofobia gli europei che fomentano l’odio dell’islam e dei musulmani. Chi è insano di mente è il primo ministro turco se pensa che non si abbia ben chiaro cosa nasconda l’attacco al suo omologo francese. Recep Tayyp Erdogan  ha sostituito alla maschera la mascherina che può proteggerlo dal virus ma non dal sospetto che mantenere alto il livello di scontro con Macron gli serva per molteplici scopi. Il più impellente è distogliere l’attenzione dei turchi dalla grave crisi economica interna spostandola su altre questioni e risollevare la propria immagine di leader alle prese con un calo di popolarità che dipende anche dal pugno duro usato contro le opposizioni e la dissidenza in costante aumento. Se la Turchia andasse al voto oggi, Erdogan non supererebbe il 37 per cento dei voti. Ci sono poi le sue mire geopolitiche per le quali è in rotta di collisione con Macron e la volontà di rafforzare la propria posizione nel mondo sunnita rispetto a Arabia Saudita e Egitto. Per i propri obiettivi, il “sultano” che contempla la visione di un neo impero ottomano, ha aizzato i paesi musulmani contro la Francia invitando a boicottare i prodotti francesi e indicato nell’Europa la promotrice di una campagna di linciaggio contro di loro, simile, ha detto con straordinaria faccia tosta, a quella contro gli ebrei prima della Seconda Guerra mondiale. Così i prodotti francesi spariscono dagli scaffali dei supermercati di Tunisia, Marocco, Qatar, Kuwait e nelle piazze orde di scalmanati fanatici in preda alla rabbia bruciano le immagini di Macron e la bandiera francese. Stesse scene che si sono viste a più riprese con immagini di altri capi di stato e altre bandiere dati alle fiamme. Sotto il sole del Medio oriente nulla cambia. I fanatismi sono sempre gli stessi, l’oggetto dell’odio feroce siamo sempre noi occidentali, intimoriti e muti di fronte alla falsificazione della realtà fino a diventare complici di delitti mostruosi. Noi, vittime dell’islam radicale, dipinti come persecutori nazisti, abbiamo tollerato e tolleriamo di averli in casa e di farci ammazzare. Ieri, un bravo ragazzo tunisino arrivato a Lampedusa su un barcone, non con un volo in business class da Berlino o da New York o da Londra o da un’altra capitale occidentale, come piacerebbe ad alcuni, è entrato nella cattedrale di Notre-Dame a Nizza e con un coltellaccio ha sgozzato due persone e decapitato una terza al grido di Allahu Akbar. Fermato dalla polizia è stato ferito e ricoverato in ospedale. Aveva con sé un documento rilasciato dalla Croce Rossa grazie al quale è stato identificato. Il macellaio era passato da Lampedusa a Bari e aveva gironzolato per l’Italia fino al 9 di ottobre. L’Italia rischia un incidente diplomatico con la Francia per l’inaffidabilità dei controlli che mette a repentaglio la sicurezza dell’Europa. Allora domandiamoci perché siamo un paese colabrodo, non da ora, ma dai tempi di Alfano ministro dell’Interno e se ci sia qualcuno che ha interesse a mantenere le porte aperte all’immigrazione. Il governo, questo o quello che verrà, avrà il compito prioritario di affrontare una situazione che sta sfuggendo di mano. E dovrà farlo con pragmatismo e senza ideologie, con senso di responsabilità (ah! Il senso di responsabilità) e trasparenza. Intanto Macron tira dritto: “Non cederemo-ha detto- la Francia sarà la Repubblica dei fatti”.   Altro che “guardarci come fratelli e sorelle” come suggerisce Bergoglio. Quale fratellanza può esistere tra un cristiano o perfino un ateo e un musulmano, di quelli “buoni” che vogliono seguire alla lettera gli insegnamenti del Corano, uno in particolare, intriso di profonda “humanitas” che detta: “Inseguite gli infedeli fino alla loro uccisione”. Dubito che di questo il Papa abbia parlato quando ha incontrato a  Abu Dhabi il Grande Imam Ahmad Al-Tayyb dal quale, come ha affermato nel documento “Fratelli tutti”,  si è sentito tanto stimolato.

Pontificato ambiguo…l’opinione di Rita Faletti

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La dichiarazione di guerra di Macron  alla “contro società” dell’islam radicalizzato, infiltratosi nella società francese per prenderne possesso, e il successivo intervento in difesa della laicità e della libertà della Repubblica dopo l’agguato vile e la decapitazione del professore Samuel Paty, danno ragione a chi nel paese aveva messo in guardia contro l’eccessiva tolleranza di chi si rifiutava di vedere. Oggi la Francia è in serio pericolo, quel pericolo non è circoscritto alla Francia, quel pericolo è cresciuto e si è ingrossato sulla superficialità, la sottovalutazione, la paura, la vigliaccheria e il disarmo morale dell’Europa e dei suoi governi, sull’ipocrisia delle sue classi dirigenti senza dignità e senza midollo e sull’informazione serva del politicamente corretto. Chi in Italia non ricorda gli attacchi diretti a chi diceva: “Non tutti gli islamici sono terroristi ma tutti i terroristi sono islamici”. Scudi levati contro i razzisti predicatori di odio e distinzione affrettata tra musulmani moderati e musulmani estremisti, sostenuta dai cultori del deprimente pensiero mainstream. Erdogan se ne è ricordato quando ha inveito contro Macron e il progetto enunciato dal presidente francese di sciogliere tutte le associazioni che hanno legami con il fondamentalismo, compreso il collettivo contro l’islamofobia,  definito “un laboratorio islamico”. Il premier turco che ha invitato i musulmani a riempire l’Europa dei loro figli per conquistarla, ha detto che Macron ha bisogno di sottoporsi a esami mentali e ha accusato di islamofobia gli europei che fomentano l’odio dell’islam e dei musulmani. Chi è insano di mente è il primo ministro turco se pensa che non si abbia ben chiaro cosa nasconda l’attacco al suo omologo francese. Recep Tayyp Erdogan  ha sostituito alla maschera la mascherina che può proteggerlo dal virus ma non dal sospetto che mantenere alto il livello di scontro con Macron gli serva per molteplici scopi. Il più impellente è distogliere l’attenzione dei turchi dalla grave crisi economica interna spostandola su altre questioni e risollevare la propria immagine di leader alle prese con un calo di popolarità che dipende anche dal pugno duro usato contro le opposizioni e la dissidenza in costante aumento. Se la Turchia andasse al voto oggi, Erdogan non supererebbe il 37 per cento dei voti. Ci sono poi le sue mire geopolitiche per le quali è in rotta di collisione con Macron e la volontà di rafforzare la propria posizione nel mondo sunnita rispetto a Arabia Saudita e Egitto. Per i propri obiettivi, il “sultano” che contempla la visione di un neo impero ottomano, ha aizzato i paesi musulmani contro la Francia invitando a boicottare i prodotti francesi e indicato nell’Europa la promotrice di una campagna di linciaggio contro di loro, simile, ha detto con straordinaria faccia tosta, a quella contro gli ebrei prima della Seconda Guerra mondiale. Così i prodotti francesi spariscono dagli scaffali dei supermercati di Tunisia, Marocco, Qatar, Kuwait e nelle piazze orde di scalmanati fanatici in preda alla rabbia bruciano le immagini di Macron e la bandiera francese. Stesse scene che si sono viste a più riprese con immagini di altri capi di stato e altre bandiere dati alle fiamme. Sotto il sole del Medio oriente nulla cambia. I fanatismi sono sempre gli stessi, l’oggetto dell’odio feroce siamo sempre noi occidentali, intimoriti e muti di fronte alla falsificazione della realtà fino a diventare complici di delitti mostruosi. Noi, vittime dell’islam radicale, dipinti come persecutori nazisti, abbiamo tollerato e tolleriamo di averli in casa e di farci ammazzare. Ieri, un bravo ragazzo tunisino arrivato a Lampedusa su un barcone, non con un volo in business class da Berlino o da New York o da Londra o da un’altra capitale occidentale, come piacerebbe ad alcuni, è entrato nella cattedrale di Notre-Dame a Nizza e con un coltellaccio ha sgozzato due persone e decapitato una terza al grido di Allahu Akbar. Fermato dalla polizia è stato ferito e ricoverato in ospedale. Aveva con sé un documento rilasciato dalla Croce Rossa grazie al quale è stato identificato. Il macellaio era passato da Lampedusa a Bari e aveva gironzolato per l’Italia fino al 9 di ottobre. L’Italia rischia un incidente diplomatico con la Francia per l’inaffidabilità dei controlli che mette a repentaglio la sicurezza dell’Europa. Allora domandiamoci perché siamo un paese colabrodo, non da ora, ma dai tempi di Alfano ministro dell’Interno e se ci sia qualcuno che ha interesse a mantenere le porte aperte all’immigrazione. Il governo, questo o quello che verrà, avrà il compito prioritario di affrontare una situazione che sta sfuggendo di mano. E dovrà farlo con pragmatismo e senza ideologie, con senso di responsabilità (ah! Il senso di responsabilità) e trasparenza. Intanto Macron tira dritto: “Non cederemo-ha detto- la Francia sarà la Repubblica dei fatti”.   Altro che “guardarci come fratelli e sorelle” come suggerisce Bergoglio. Quale fratellanza può esistere tra un cristiano o perfino un ateo e un musulmano, di quelli “buoni” che vogliono seguire alla lettera gli insegnamenti del Corano, uno in particolare, intriso di profonda “humanitas” che detta: “Inseguite gli infedeli fino alla loro uccisione”. Dubito che di questo il Papa abbia parlato quando ha incontrato a  Abu Dhabi il Grande Imam Ahmad Al-Tayyb dal quale, come ha affermato nel documento “Fratelli tutti”,  si è sentito tanto

Biden-Trump ultimo round…l’opinione di Rita Faletti

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Il terzo e ultimo confronto tra Biden e Trump prima del voto del 3 novembre si è svolto ieri a Nashville.  Un’ora e mezza nel rispetto del fair play, niente insulti, solo dure accuse reciproche su temi ormai noti e presentati da opposte prospettive e visioni dell’America. Coronavirus e immigrazione in primo piano e oltre alle parole, a questo punto prevedibili, i gesti, che a volte hanno un impatto più forte delle parole stesse sugli indecisi. Biden ha guardato l’orologio, commettendo l’errore di G.W.Bush durante il confronto con Clinton. La cosa non è sfuggita e certo non ha favorito il democratico. Non vedeva l’ora che il dibattito terminasse? Insofferenza o preoccupazione? Dipende dal punto di vista dell’osservatore e dalle intenzioni di voto: quanto più precise tanto minore l’influenza di un gesto. Quasi 50 milioni di americani si sono già espressi senza attendere l’ultimo round, diverso il caso degli incerti, come confermano le decisioni dell’ultima ora che possono ribaltare statistiche e sondaggi e mandare in fumo le certezze. Indubbiamente gli effetti devastanti del Coronavirus  hanno inciso e incideranno sul voto, come la rapida guarigione di Trump può aver insinuato il dubbio tra i non “riduzionisti” circa la pericolosità del virus. Il presidente ha 74 anni ed è in sovrappeso. Due elementi che non aiutano la risoluzione della malattia. Pesanti sono state le accuse di Biden sull’emergenza pandemia : “Trump non ha un piano” e sulla questione immigrazione: “Trump è uno dei presidenti più razzisti della storia moderna” dopo che il presidente si era vantato del contrario. Biden ha anche usato l’arma del coinvolgimento emotivo, sempre vincente, quando ha definito Trump un “criminale” per aver separato i bambini dai genitori immigrati al confine con il Messico. Pronta l’obiezione:  i bambini sono stati portati dalle gang di trafficanti di persone. Chi ha detto il vero? Uno spazio è stato dedicato alla politica estera quando lo sfidante democratico ha indirettamente incolpato Trump di aver permesso l’ingerenza di paesi stranieri negli affari interni del paese: “Con me Russia Cina e Iran pagheranno per le ingerenze nelle elezioni americane” e un’affermazione del presidente: “Con Kim Yong-un buoni rapporti”.  Al termine dello scambio, la replica delle discordanze: le rispettive consorti sono salite sul palco: la prima a farlo è stata la first lady, seguita dalla consorte di Biden che ha abbracciato il marito. Un gesto che l’America apprezza e che è mancato nella coppia presidenziale.  Chi si è aggiudicato la vittoria? Questo il verdetto di Megyn Kelly di Fox News: “Trump ha vinto questo dibattito facilmente. Biden non era affatto una forza. Trump era deciso, puntuale, ben temperato”. Per la CNN ha prevalso Biden: 53 a 39. E chi vincerà le presidenziali? Secondo recenti sondaggi, la distanza tra i due contendenti si è ridotta, benché  Biden sia avanti del 9 per cento. Trump è passato in vantaggio in Ohio, uno degli Stati chiave. Media, sondaggisti, intrattenitori televisivi danno Biden vincitore. Ma la vittoria dei democratici non dovrebbe limitarsi alla conquista della Casa Bianca, senza il Senato sarebbe una mezza vittoria. Comunque finisca, emerge un dato: l’indebolimento della forza di coesione e del profondo senso di unità che ha sempre contraddistinto la nazione americana e che appanna l’autorevolezza e il prestigio degli Stati Uniti nel mondo. Non credo Biden riesca nell’impresa di ricomposizione del suo paese. Un guaio anche per l’Europa.

Contro il virus competenza e preparazione…l’opionione di Rita Faletti

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A tratti si ha l’impressione che Salvini abbia rivisto alcune delle sue posizioni, ma è solo un’impressione. In Europa ci si sta o non ci si sta, l’euro è irreversibile o non lo è. Per chi ha costruito il proprio consenso sull’antieuropeismo è complicato fare marcia indietro. Ma sul Mes che nella Lega molti vorrebbero, è un no secco. Situazione simile nel MoVimento di Grillo che ha sostenuto Ursula von der Leyen senza convinzione ma per opportunismo politico, la medesima ragione che l’ha costretto a mettere in soffitta le battaglie annunciate. Rimane l’ultima contro le linee di credito per le spese sanitarie previste dal Pandemic crisis support. Rifiutare in emergenza pandemica 37 miliardi al tasso negativo dello 0,12 per cento su 10 anni, molto meno rispetto al tasso di interesse positivo dello 0,68 se si raccogliessero i soldi emettendo titoli di stato, è insensato, come strumentale è la giustificazione che riguarda le condizionalità. Una fandonia che serve a tenere in piedi una bandierina. Il direttore dell’Avanti, Claudio Martelli, ha parlato di “smaccato alibi per l’ipocrisia di politici inetti e inconcludenti”. Anche in questa circostanza, populismo e sovranismo rivelano la loro natura esiziale per il paese. C’è da dire che il Pd non fa meglio sottraendosi al compito assegnatogli dalla maggiore autorevolezza di imporre all’alleato la propria volontà. Un governo non è un collegio di educande preoccupate della sensibilità altrui. Il Covid-19, indifferente a calcoli e interessi di bottega, ha ripreso a colpire a testa bassa e senza sosta e ridurrà a più miti consigli gli sciocchi, compreso il tentennante top banana. Il Mes sarà il colpo di spugna sulle cialtronate di sciagurati. Bisognerebbe aver capito che in emergenza non si difende l’ideologia, posto che sia intelligente difenderla in momenti diversi. Le pandemie si governano con la prevenzione, come qualunque altra malattia, e prevenzione non c’è stata.  Conte ha dovuto ammetterlo: “Siamo consapevoli che abbiamo ancora molte criticità”. Ma nella comunicazione, tra il detto e il non detto, il sottinteso e il lasciato intendere, la nebulosa lingua ministeriale in abito burocratico ha la meglio sull’ascoltatore che rinuncia a capire. Intanto la Lombardia ha deciso la serrata dalle 23 alle 5 a partire da venerdì, con stupore e disapprovazione di Salvini e di amministratori locali. “A fine mese i posti di terapia intensiva occupati saranno 600, cosa proponete?” ha chiesto Fontana. E viene in mente la tanto contestata struttura in Fiera a Milano, costruita con i 20 milioni di fondi privati, curata da Bertolaso e affidata in gestione al Policlinico di Milano. Contiene 154 posti- 54 non attivi- di terapia intensiva e sub-intensiva, che ospiteranno altrettanti malati in condizioni gravi. Una struttura identica è stata costruita nella Fiera di Civitanova Marche. Un’ “astronave” come Bertolaso ha definito l’ospedale, costato 12 milioni di euro raccolti da privati, con 90 posti tra terapia intensiva e sub-intensiva. “Scelta irresponsabile” era stato il commento del Corriere e di molti intelligentoni in perenne attesa di attaccare chi fa. Intanto, ad accodarsi  al presidente della Lombardia Fontana nella decisione di chiudere tutto dalle 23 alle 5, sono stati Cirio in Piemonte, Zingaretti nel Lazio e De Luca in Campania. Il burlone con il lanciafiamme che aveva cinicamente deriso “Milano che non si ferma, Bergamo che non si ferma, poi si sono fermati a contare migliaia di morti” è riparato a Salerno per non beccarsi il virus a Napoli. Non aveva detto che in Campania era stato fatto quello che nessun’altra regione aveva fatto? Le smargiassate vengono al pettine come i nodi. Mauro Calise, docente di Scienza politica all’Università Federico II, offre una spiegazione realistica dell’aggravarsi della situazione nel capoluogo campano: “Come puoi fermare il virus in una città dove si vive nelle famiglie, uno sopra l’altro? Come può cambiare dall’oggi al domani un’abitudine profondamente radicata? Come sarebbe possibile fare controlli?”. E sono riprese le diatribe che avevano agitato i rapporti stato-regioni durante la prima ondata. Chi ci governa con una certa burbanza e si pavoneggia per aver gestito l’emergenza come nessuno, “ci hanno chiesto la ricetta”, oggi dovrebbe avere l’umiltà di imitare chi con calmo senso di responsabilità ha detto ai concittadini: “ Quello che stiamo facendo potrebbe non essere sufficiente. Bisogna essere pronti a ulteriori restrizioni. Siate vigili e solidali. Non temete e siate pazienti, tornerete a uscire e divertirvi”. Chi poteva essere se non Angela Merkel? E’ lo stile della Cancelliera, che tutto il mondo invidia, che nasce da competenza e preparazione e trasmette fiducia nelle istituzioni. Ad averne come lei!

Prima decapitazione in Europa….l’opinione di Rita Faletti

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di Rita Faletti

Nella Francia illuminista del XXI secolo, ma non solo in Francia, un professore che osasse spiegare il significato della libertà di espressione contrapponendo ad essa la sottomissione a una religione retrograda che si oppone al progresso e mortifica la donna, da lunedì potrebbe andare incontro a una tragica fine. Quello che è accaduto alla periferia di Parigi, ieri pomeriggio. Un diciottenne di origini russe e di fede musulmana ha punito con la decapitazione un professore di Storia per aver mostrato in classe alcune vignette satiriche su Maometto pubblicate da Charlie Hebdo. Dopo l’omicidio raccapricciante, l’autore ha postato su Twitter la testa mozzata e si è scagliato contro Macron “difensore degli infedeli”. E’ stato catturato e abbattuto dagli agenti di polizia con il coltello ancora in mano e mentre lanciava minacce. L’uomo era noto ai servizi di sicurezza francesi  tra migliaia di altri di fede musulmana ritenuti pericolosi perché estremisti. La polizia ha anche arrestato nove persone  legate a al Ansar, questo il nome usato dall’assassino su Twitter, che farebbero parte di una minoranza di ceceni che vive in Francia. Le vignette di Maometto avevano sollevato le proteste di studenti musulmani e delle loro famiglie che avrebbero sobillato alla vendetta il diciottenne. Siamo di fronte non al gesto isolato di un islamico fanatico, ma alla barbarie di una comunità che ha deciso l’esecuzione della vittima con le stesse motivazioni e lo stesso metodo dei miliziani dello Stato islamico. Una “condanna a morte” fondata su ragioni inconcepibili per un occidentale, degne solo del fanatismo religioso germinato in una società oscurantista e ottusa, negatrice di ogni forma di libertà. Sul luogo della decapitazione, il presidente Macron nel sottolineare che un cittadino francese è stato ucciso per aver spiegato il significato di libertà, ha detto: “Noi vinceremo”. Recentemente, parlando dell’islam radicale e della debolezza europea, il presidente aveva dichiarato che non intende cedere la Francia libera e laica a una “contro-società” dove i bambini abbandonano la scuola per essere educati secondo principi discordanti dalle leggi della Repubblica e indottrinati in antitesi ai valori dell’eguaglianza tra uomo e donna e del rispetto della dignità umana. Aveva anche ammesso: “Abbiamo lasciato fare, da noi come all’estero. Il ritenere che wahabismo, salafismo  e Fratelli musulmani fossero correnti pacifiche è stato uno sbaglio. Esse sono via via degenerate, si sono radicalizzate e hanno colpito il nostro territorio nella sua intimità”. Nessun capo di stato europeo aveva mai fatto un esame così lucido e coraggioso arrivando a una conclusione che è una verità inoppugnabile:  il radicalismo islamico si sta muovendo verso un traguardo che è divenuto chiaro, prendere il controllo completo della società francese. “Abbiamo un piano per riconquistare tutto ciò che l’islam radicale ha sottratto alla Francia”. Uno dei pilastri di quel piano è lo scioglimento di associazioni finalizzate all’indottrinamento e al reclutamento e il ripudio della pratica di accogliere dai paesi musulmani, Algeria, Marocco, Turchia, espressamente nominati da Macron, imam, muezzin e insegnanti di arabo. Saranno bloccati anche i finanziamenti stranieri incontrollati per la costruzione di moschee. “Noi non siamo una società di individui, siamo una nazione di cittadini. Si impara d essere cittadini, è questione di diritti e doveri”. Come era prevedibile, Macron è stato attaccato dalla solita sinistra ipocrita che assieme alle sinistre europee è responsabile di aver reso l’Europa un continente che ha ormai perso la propria identità.Salva© Riproduzione riservataNella Francia illuminista del XXI secolo, ma non solo in Francia, un professore che osasse spiegare il significato della libertà di espressione contrapponendo ad essa la sottomissione a una religione retrograda che si oppone al progresso e mortifica la donna, da lunedì potrebbe andare incontro a una tragica fine. Quello che è accaduto alla periferia di Parigi, ieri pomeriggio. Un diciottenne di origini russe e di fede musulmana ha punito con la decapitazione un professore di Storia per aver mostrato in classe alcune vignette satiriche su Maometto pubblicate da Charlie Hebdo. Dopo l’omicidio raccapricciante, l’autore ha postato su Twitter la testa mozzata e si è scagliato contro Macron “difensore degli infedeli”. E’ stato catturato e abbattuto dagli agenti di polizia con il coltello ancora in mano e mentre lanciava minacce. L’uomo era noto ai servizi di sicurezza francesi  tra migliaia di altri di fede musulmana ritenuti pericolosi perché estremisti. La polizia ha anche arrestato nove persone  legate a al Ansar, questo il nome usato dall’assassino su Twitter, che farebbero parte di una minoranza di ceceni che vive in Francia. Le vignette di Maometto avevano sollevato le proteste di studenti musulmani e delle loro famiglie che avrebbero sobillato alla vendetta il diciottenne. Siamo di fronte non al gesto isolato di un islamico fanatico, ma alla barbarie di una comunità che ha deciso l’esecuzione della vittima con le stesse motivazioni e lo stesso metodo dei miliziani dello Stato islamico. Una “condanna a morte” fondata su ragioni inconcepibili per un occidentale, degne solo del fanatismo religioso germinato in una società oscurantista e ottusa, negatrice di ogni forma di libertà. Sul luogo della decapitazione, il presidente Macron nel sottolineare che un cittadino francese è stato ucciso per aver spiegato il significato di libertà, ha detto: “Noi vinceremo”. Recentemente, parlando dell’islam radicale e della debolezza europea, il presidente aveva dichiarato che non intende cedere la Francia libera e laica a una “contro-società” dove i bambini abbandonano la scuola per essere educati secondo principi discordanti dalle leggi della Repubblica e indottrinati in antitesi ai valori dell’eguaglianza tra uomo e donna e del rispetto della dignità umana. Aveva anche ammesso: “Abbiamo lasciato fare, da noi come all’estero. Il ritenere che wahabismo, salafismo  e Fratelli musulmani fossero correnti pacifiche è stato uno sbaglio. Esse sono via via degenerate, si sono radicalizzate e hanno colpito il nostro territorio nella sua intimità”. Nessun capo di stato europeo aveva mai fatto un esame così lucido e coraggioso arrivando a una conclusione che è una verità inoppugnabile:  il radicalismo islamico si sta muovendo verso un traguardo che è divenuto chiaro, prendere il controllo completo della società francese. “Abbiamo un piano per riconquistare tutto ciò che l’islam radicale ha sottratto alla Francia”. Uno dei pilastri di quel piano è lo scioglimento di associazioni finalizzate all’indottrinamento e al reclutamento e il ripudio della pratica di accogliere dai paesi musulmani, Algeria, Marocco, Turchia, espressamente nominati da Macron, imam, muezzin e insegnanti di arabo. Saranno bloccati anche i finanziamenti stranieri incontrollati per la costruzione di moschee. “Noi non siamo una società di individui, siamo una nazione di cittadini. Si impara d essere cittadini, è questione di diritti e doveri”. Come era prevedibile, Macron è stato attaccato dalla solita sinistra ipocrita che assieme alle sinistre europee è responsabile di aver reso l’Europa un continente che ha ormai perso la propria identità.Salva© Riproduzione riservata

Irresponsabilità pandemica …l’opinione di Rita Faletti

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In una settimana i contagi da Covid sono raddoppiati. Nelle ultime 24 ore di ieri erano 8800 a fronte di 160 mila tamponi, 83 le vittime. Ci stiamo avvicinando agli altri paesi europei  che hanno iniziato a prendere provvedimenti stringenti: nel Regno Unito, a Liverpool per fare un esempio, scuole, palestre, pub e ristoranti saranno chiusi per 4 settimane; in Francia il presidente Macron ha annunciato il lockdown di Parigi dalle 21 alle 6 per sei settimane; Angela Merkel è pronta a schierare l’esercito nel caso i contagi raggiungano numeri esponenziali. I governi stanno prendendo misure restrittive soprattutto nelle grandi città in cui il virus corre più veloce e là dove si registrano focolai.  “In Italia siamo molto più bravi” è il gettonatissimo refrain che però rebus sic stantibus rivela che tanto bravi non siamo stati, che qualche falla nei comportamenti dei cittadini c’è stata e che il governo, pur aspettandosi una seconda ondata, ha passato tre mesi a girarsi le dita, con la abituale strategia del correre dietro i fatti anziché prevederli. L’estate è stato uno spartiacque tra la prima e la seconda ondata e una fase di rilassamento imperiale. Siamo entrati in una stagione in cui governare è importante. Non che lo sia meno in periodi più felici, ma quando le cose si mettono male “piove governo ladro”. E’ arcinoto che in questo paese riconoscere le proprie responsabilità è una virtù rara. Il colpevole dei nostri mali è sempre qualcun altro: il politico che ci sta sulle scatole perché non ci accarezza per il verso del pelo, i paesi frugali che non ci darebbero un euro a fondo perduto (hanno ragione, vorrei vedere noi al loro posto) e avanti via. Il messaggio che il virus ci invia è chiaro: tenete alta la guardia. Siamo riusciti a farlo per un periodo abbastanza lungo e forse, con uno sforzo di autodisciplina saremmo ora in una situazione migliore. Ma la recrudescenza del virus chiama a rapporto anche il governo che non è stato in grado di programmare e investire in strutture che sono risultate insufficienti su tutto il territorio . Mi riferisco ai laboratori che processano i tamponi, lo strumento al quale ognuno dovrebbe poter ricorrere autonomamente pagando lo stesso prezzo da nord a sud. Non è così e i laboratori sono pochi e per questo non in grado di consegnare i risultati in tempi brevi. L’Italia ne fa meno di altri paesi nonostante le file interminabili di auto ai drive-in portino a pensare il contrario. Altro nodo che non è stato sciolto è quello dei trasporti: che senso hanno i distanziamenti nei luoghi di lavoro e nelle aule delle scuole se autobus e metropolitane sono stracolme? La De Micheli cos’ha fatto finora e come intende risolvere il problema? E i controlli? Un decreto senza controlli è inutile. Durante la prima ondata i poliziotti in moto hanno redarguito chi stava sdraiato al sole su una spiaggia deserta perché non indossava la mascherina, ma nessuno è intervenuto per evitare gli assembramenti estivi sulle spiagge e nelle piazze. Dov’è la logica? Il governo aveva promesso il vaccino anti influenzale per tutti per aiutare a distinguere una normale influenza dal Covid: introvabile presso i medici di base e le farmacie. In cambio ci siamo fatti una cultura sulle fasce orarie nelle quali il virus è aggressivo e sappiamo  che se siamo sei in casa, magari tutti positivi, non corriamo alcun rischio, ma in sette, tutti negativi, potremmo contagiarci e morire secchi. Allora verranno i poliziotti a controllarci tra le quattro mura? Ma no, il top banana ha detto che possiamo stare tranquilli perché Speranza ha pensato a un sistema a buon mercato e di grande svago per i vicini: la delazione. E la app Immuni per il tracciamento? Pare non funzioni. Meglio tracciarsi da soli, limitare le occasioni di socialità e indossare le mascherine, ricordandosi che la reale emergenza è tenere bassi i contagi per evitare che il sistema sanitario vada in tilt, perché il virus non è cambiato e colpisce allo stesso modo.Salva

Riflessi Covid nel rapporto Usa-Cina…l’opinione di Rita Faletti

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Nel confronto Usa-Urss che si è concluso con la fine della Guerra fredda e il trionfo degli Stati Uniti, hanno giocato elementi che non potevano che portare a quel risultato: una solida base industriale, le maggiori riserve auree, metà del pil globale, una marina più grande di tutte le marine del mondo messe assieme, una popolazione in espansione e una classe media in rapida crescita, oltre che un monopolio sulle armi atomiche, che aveva funzionato da deterrente in quanto né gli Stati Uniti né l’Unione Sovietica avevano interesse a farne ricorso. Il potere degli ideali liberali non ha avuto alcun ruolo nel trionfo dell’America in confronto al vantaggio ineguagliabile in ogni aspetto della tecnologia ricerca e sviluppo, produzione e ricchezza complessiva rispetto al suo avversario.  Oggi la Russia di Putin non è ancora un paese democratico e dal punto di vista economico è in discreto affanno. Non potrebbe competere con gli Stati Uniti, che stanno tuttavia attraversando una crisi non si può dire quanto profonda, ma certo divisiva e lacerante al loro interno. Negli equilibri geopolitici, alla debolezza di un paese corrisponde la forza di un altro. Il fallimento della strategia/non strategia trumpiana nella lotta contro il Covid è il tallone d’Achille che fa vacillare la supremazia dell’America a vantaggio di una potenza imperiale, la Cina, che ha alle spalle una storia e una cultura millenarie e è decisa ad estendere la propria influenza nel mondo. Avete visto? Noi siamo riusciti a sconfiggere il virus e far crescere l’economia in tempi rapidi. Questa duplice vittoria, la seconda ridimensionata dai dati, rischia di essere letta sotto la lente politica: l’implicita superiorità dei regimi anti democratici. In verità non tutti, come dimostra il Venezuela di Maduro. Ma quella è un’altra storia. Se dunque la debolezza americana sia transitoria o meno, le prossime elezioni presidenziali che portassero Biden alla Casa Bianca sarebbero la cartina di tornasole. Per il momento è palese che quella debolezza abbia segnato un punto a favore della Cina, benché, con Biden presidente e con modalità diverse, poco cambierebbe nella sostanza la posizione degli Usa nei confronti del gigante asiatico. E’ altrettanto palese che l’apparato comunista cinese intenda sottolineare il successo riportato nella guerra al virus con l’efficienza del sistema politico, lasciando in penombra il fatto che il successo economico di cui si vanta è dovuto all’applicazione del modello capitalista occidentale, l’unico che gli consenta il raggiungimento di due importanti risultati: un livello di benessere accettabile per un numero sempre maggiore di cinesi e contemporaneamente la quasi certezza che questo sia garanzia di fedeltà al regime. Fermo restando che il controllo capillare consente di misurare la temperatura del consenso  come del dissenso che esiste e che è contrastato con la repressione. Nulla avviene in Cina che Xi Jinping non sappia e, entro certi limiti, non voglia. D’altro canto, il regime non ignora che nella sfida per la supremazia, il modello economico capitalista  è quello vincente, non essendocene di migliori. E’ questo il motivo per cui ha scelto il mercato, che pure controlla, senza rinunciare al dispotismo dei regimi comunisti. C’è da chiedersi quanto a lungo questa coabitazione  possa resistere sul filo di un equilibrio che forse è più precario di quanto sembri. Rimane il fatto che la corsa verso la crescita e lo sviluppo nella Repubblica popolare cinese continua.

GOVERNO OZIOSO….L’OPINIONE DI RITA FALETTI

postato l’11 ottobre alle ore 14:02

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Il Covid non si era dissolto, non è mutato, non è sconfitto. Lo sapevamo ma abbiamo preferito credere il contrario e abbiamo abbassato la guardia. Via mascherine, basta distanziamenti e forza con gli assembramenti. Il virus si è preso una breve pausa estiva dopo mesi di intenso lavoro per ricomparire in piena forma. Un’impennata di contagi ha spostato il calendario ai primi mesi dell’anno, quando la paura è riuscita nel miracolo di renderci tutti più disciplinati da meritare perfino l’encomio di von der Leyen e Merkel. Merito delle spiegazioni e dei consigli degli scienziati, ai quali il ministro Boccia aveva chiesto in aprile “certezze inconfutabili”, ignorando o fingendo di ignorare che la conoscenza scientifica procede per tentativi ed esperimenti che solo la prova dei fatti rende inconfutabile. Una finzione, quella pretesa, avanzata da un laureato che insegna all’università, e lo speriamo per i suoi studenti, finalizzata a parare le spalle ai decisori politici che in una situazione di emergenza devono indicare la strada da seguire. In caso di errore c’è l’alibi della scienza colpevole di non aver fornito “certezze inconfutabili”. Gli italiani ma che popolo fantastico! Sì, davvero fantastico nell’obbedire, fantasticamente credulone nel fidarsi di chi lo governa. Il lockdown è stato il passo obbligato dall’aumento esponenziale del numero di contagi, di terapie intensive e di morti. Ma il lockdown sarebbe potuto essere un’occasione preziosa per organizzare la riapertura in sicurezza. Ci era stato promesso. Che ne è allora delle 40 task force con i suoi 400 e passa esperti, dei tavoli di lavoro, del piano Colao consegnato nelle mani di Conte?. Una beffa escogitata dal governo per tenere buono il paese, illudendolo di essere sul punto di trasformarlo in una prodigiosa macchina di efficienza e crescita. Una diversa forma di propaganda il cui scopo è la persuasione. Gli autocrati sanno benissimo che la propaganda è uno strumento di asservimento dello spirito, come sostiene Simone Weil ne “Il manifesto per la soppressione dei partiti politici”, evidenziando che l’unico bene che essi conoscono è quello personale. Per lo stesso motivo ci potremmo chiedere a cosa servono i ministeri  se poi affidano ad esterni incarichi che dovrebbero essere di loro competenza. Se fossero competenti. In realtà, l’operazione inventata da Conte si è rivelata inutile e analoga ai vari piani affidati agli economisti, ultimo Cottarelli, per la spending review. Dunque, se la situazione peggiorerà, rivedremo Conte avviarsi con passo spedito e i foglietti in mano alla volta di una conferenza stampa per annunciare provvedimenti che compariranno in dettagliati dpcm, e lo sentiremo fare raccomandazioni con il solito atteggiamento paternalistico. Speriamo solo che Boccia non rivolga agli scienziati la richiesta di “certezze inconfutabili”. Rischierebbe di farsi rispondere a pernacchie. Ricordiamogli la frase di Einstein: “Nessuna quantità di esperimenti potrà dimostrare che ho ragione; un unico esperimento potrà dimostrare che ho sbagliato”. E intanto, nel vuoto decisionale, è arrivata la seconda ondata, o il suo preavviso. Il governo non ha nulla da spiegarci e raccomandarci che non sappiamo già. Suo compito è agire: controllare che le mascherine siano indossate e correttamente, che il distanziamento sia osservato scrupolosamente, che alberghi, ristoranti, pizzerie, osterie, bar, negozi e via dicendo rimangano aperti e rispettino le regole, pena le sanzioni. Una bella scommessa. Purtroppo si intravedono segnali che fanno temere una seconda chiusura che significherebbe la morte dell’economia. A quel punto, l’unica “certezza inconfutabile” sarebbe la grave responsabilità del governo la cui esultanza del post cabina elettorale ha funzionato da sonnifero invece che da sprone. Che tra i dipendenti dello stato è forte prima della sedia, si placa nel momento stesso in cui ci si accomoda. Non fa eccezione il top banana Conte, che tiene bordone ai Cinque stelle e al quale tiene bordone il ministro dell’Economia Gualtieri sulla questione del Mes. Quei soldi servono e servivano ieri. L’impennata dei contagi lo grida e lo gridano gli assembramenti, non dei giovani davanti ai locali pubblici, ma sui mezzi di trasporto che sono bombe virali. Non serve invece la permanenza al governo degli zelanti difensori del no al fondo per la sanità.

La decrescita degli Elevati…..l’opinione di Rita Faletti

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Grillo è il teorizzatore della decrescita (in)felice, di cui potremmo essere testimoni tra pochi mesi, quando finirà la cassa integrazione e molti lavoratori potrebbero trovarsi in mezzo alla strada. Allora perché preoccuparsi tanto se l’auspicato fine è a portata di mano, per di più senza dover fare niente, semplicemente rimanendo immobili e aspettare? Invece il MoVimento fondato dal comico-pagliaccio esulta alla notizia della leggera ripresa. Qualcosa nella grillitudine non quadra e cosa sia è lampante: la decrescita è per tutti. Dunque, iI predicatore della decrescita altrui, è un accanito avversario del suo contrario: la crescita, che fino a prova contraria rappresenta l’aumento del livello di benessere economico misurato dal pil, il prodotto interno lordo. Che consiste in consumi privati, spesa pubblica, investimenti, saldo commerciale netto, cioè differenza tra esportazioni e importazioni e proventi da attività illecite quali ad esempio prostituzione e traffico di sostanze stupefacenti. Ogni voce è dipendente dalle altre e comunque il pil rilevato pare una sottostima di quello reale. La sostanza non cambia: la crescita economica è ricchezza di cui tutti godono potendo usufruire di servizi materiali, educazione, formazione, trasporti, sanità, e immateriali (consultazioni online) a costi irrilevanti o gratis. E veniamo al punto. Chi vuole la decrescita, chi odia il pil e il mercato, a vario titolo e con varie giustificazioni, per lo più ipocrite, è un nemico acerrimo del capitalismo, non in quanto espressione astratta della ricchezza, ma di coloro che detengono indebitamente, a loro dire, il capitale. A parte che un imprenditore non è suor Teresa di Calcutta e ha ragione a perseguire gli utili, bisognerebbe fare una distinzione tra una forma di sano capitalismo di tipo protestante dove l’assunzione di responsabilità ha una forte valenza, e di imprenditori di questo tipo ne esistono più di quanti si creda, e il capitalismo di relazione, una forma surrettizia di gestione del potere che, mediante i rapporti tra i diversi esponenti della “casta”, permette il continuo prosperare di affari, appalti e utilizzo deviato del denaro pubblico, danneggiando la parte più vitale e competitiva dell’economia. Questa seconda forma di capitalismo non è affatto estranea alle classi politica e dirigente di questo paese, anche attuali. Grillo afferma che una crescita esponenziale non può esistere. E’ vero il contrario come dimostra la realtà. Ma supponendo che avesse ragione, l’applicazione pratica della decrescita significherebbe fermare tutto come in un eterno lockdown, consumare le risorse, razionandole e distribuendole equamente, fino ad esaurimento. La meta sarebbe la decrescita, cioè la pauperizzazione del pianeta accompagnato da una forma di totalitarismo  controllato dal Grande Fratello. Un incubo che azzererebbe la ricchezza ma anche la felicità, che il modello economico occidentale assicura. Se salute e ricchezza sono le due componenti principali del benessere e procedono generalmente di pari passo, diventeremmo tutti poveri e incommensurabilmente infelici. Grillo dice di ispirarsi a Papa Francesco, il quale ha in mente l’Argentina e un modello economico purtroppo fallimentare. Il Papa riconosce che il capitalismo occidentale ha favorito la crescita, ma non altrettanto “lo sviluppo umano integrale”, come afferma nella sua terza enciclica “Fratelli tutti”, in cui condanna la ricchezza senza equità e causa di nuove povertà. “E’ arrivata l’ora di accettare una certa decrescita” ha scritto Bergoglio, ma avrebbe potuto scriverlo anche l’Elevato. La teoria , oltre che surreale, è persino errata. La causa della povertà non è il capitalismo, bensì la sua assenza, ha detto l’economista sudamericano Ricardo Hausmann, direttore del Center for International Development ad Harvard. Hausmann cita due esempi. Il Venezuela, il suo paese d’origine, e l’Argentina, inghiottiti in un vortice di decrescita, inflazione e povertà. Ma c’è una novità: Francesco smentisce Francesco quando condanna il populismo. Grillo è rimasto solo.

Basta Sussidistan..…l’opinione di Rita Faletti

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Il successo non è eterno. Non lo è mai stato. Winston Churchill sconfisse la Germania di Hitler e perse le elezioni. Questo fa capire quanto sia complicato stabilire le cause del successo, cosa ci sia dietro, cosa faccia scattare quella molla per cui un paese, ad un certo punto, elegge a proprio idolo e rappresentante  un personaggio fuori della macchina politica. La storia recente esclude che accada per motivi connessi ad iniziative che hanno migliorato le condizioni di vita del popolo. Questo perché la ricerca del nuovo è diventata un’ossessione e  il cinismo dell’elettorato pretende tutto e subito, quando invece i miglioramenti veri e duraturi non avvengono di colpo ma sono il frutto di politiche intelligenti e lungimiranti. La spiegazione più verosimile del successo poggia su elementi irrazionali e, principalmente, sulla sintonia che si stabilisce tra il leader e il popolo. Che si chiami carisma o venga definito con altro nome poco importa. In ogni caso ha a che fare con due elementi: il populismo e il complottismo che spesso agiscono di concerto e di cui il grillismo è una espressione icastica.  Populisti sono stati Berlusconi e Renzi  senza essere complottisti,  populista e complottista è Grillo con il suo movimento.  Berlusconi e Renzi senza alcun intento eversivo, Grillo con un’alta percentuale di eversività che affiora in situazioni inaspettate. Invitato dal presidente del Parlamento europeo Sassoli  a intervenire in video conferenza,  il comico ha dichiarato che non crede nel Parlamento, come dire che non crede nella democrazia essendo il Parlamento il luogo fondamentale della democrazia. Bel colpo! Non tanto di Grillo che è uno strampalato e se ne infischia del peso delle parole, quanto di Sassoli che gli ha tirato, inconsapevolmente, un siluro micidiale nella schiena che è finito per riflesso nella schiena della sua creatura. Sassoli ha mostrato ai parlamentari europei di cosa è fatto un pezzo  numericamente non irrilevante del Governo. Quindi, pazientate europei, questa è la zavorra che ci impedisce di andare veloci, seguire la rotta che ci avete indicato per liberarci di tutti gli ostacoli che boicottano la crescita. Questo è un saggio delle stupidaggini che ci tocca sopportare perché il governo debole e smagato che abbiamo e di cui non possiamo fare a meno non crolli. Pazientate europei e vedrete che per dicembre (!), come ha promesso Zingaretti, approveremo il Mes- “dire no al Mes sarebbe un danno per il paese” ha quasi urlato Bonomi. Eppure eravamo stati messi in guardia contro la pochezza e la pericolosità di un gruppo di sconsiderati. Sapete, alla fine si è trattato di un processo di mediatizzazione: non c’è stato talk show al quale non abbia partecipato almeno un pentastellato, Taverna, Lezzi, Toninelli, o Di Maio, vi ricordate? Quello dei gilet gialli, che però si è ricreduto e per amor di poltrona e di stipendio ha appoggiato la candidatura di Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione. Fate un ultimo sforzo, europei, cercate di portare pazienza e vedrete che con Bonomi alla Confindustria,  quella porcheria del reddito di cittadinanza di cui avete chiesto la riforma, verrà mantenuta solo per la parte che riguarda la povertà. “Basta Sussidistan” ha detto il presidente tra gli applausi del folto pubblico di industriali. Applausi anche da Casellati, Bellanova  e Zingaretti. “Serve riformare la giustizia civile”, ha aggiunto Bonomi.  Vedrete che quel Fofò che sta alla Giustizia si darà da fare per abbreviare i tempi della giustizia civile.  “Serve una burocrazia efficiente” : riusciremo anche a rendere la Pubblica amministrazione più efficiente. L’agenda di governo cambierà e cominceremo a fare quello che serve al paese e che voi vi aspettate altrimenti non vedremo un euro del Recovery fund. Per fortuna che ci sono le vostre condizioni stringenti, pochi progetti credibili e il più possibile definiti nei modi nei tempi e nei costi, o tutti quei soldi evaporeranno per inefficienza e corruzione. Ma sarà una strada in salita, irta di insidie: i paesi frugali intendono ridurre la quota a fondo perduto e Polonia e Ungheria li appoggiano. Lo sapete, Bonomi ha detto che “servono coraggio e scelte controvento”.  Zingaretti vuole la transizione e molti italiani la vogliono: maggiore produttività, maggior interesse al lavoro che cambia, maggiore attenzione alla concorrenza, meno giustizialismo e più giustizia, meno improvvisazione e più competenza.  Aggiungo meno grillini e più piddini. Conte si prenda i meriti della gestione della pandemia e si accontenti di essere stato una meteora nel cielo del successo. Lasci le decisioni importanti a chi ne capisce di più. “No presidente, se lei fallirà, non va a casa solo lei, andiamo a casa tutti”. E’ suonata come un’ultimatum la frase di Bonomi.

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Conte BisConte…l’opinione di Rita Faletti

postato il 25 settembre 2020 ore 12:10

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Il premier Conte, stando ai sondaggi che misurano il consenso popolare dei personaggi politici se la cava piuttosto bene. Tutto è iniziato quando ha scelto di rappresentare se stesso come l’avvocato del popolo. Gran pensata in un momento di massimo livello di intossicazione dell’opinione pubblica.  Non era mai successo che un primo ministro dichiarasse l’intenzione di prendere le difese del popolo, come se il popolo, nella veste di vittima designata di ingiustizie e angherie, fosse la parte buona da difendere a prescindere. Non è servito appiccicargli l’etichetta “populista” perché se l’è appiccicata da solo, in conformità con l’afflato populista dei due giannizzeri che ne controllavano ogni mossa e parola. Faceva una certa pena il malcapitato Conte preso in mezzo tra Di Maio e Salvini, eppure, a ripensarci, non appariva affatto imbarazzato o a disagio in quello scambio di ruoli. Pazientava, osservava e imparava aspettando il momento del riscatto e della vendetta.  Il leader della Lega non ha tardato a soddisfarlo e chi ne è stato testimone ricorda con rinnovato entusiasmo l’affondo del premier e la reazione di Salvini all’inaspettato e preciso colpo di sciabola. Mossa molto apprezzata dai grillini che se la ridevano e dai dem (alcuni già predisposti all’alleanza) ai quali Renzi stava preparando il piatto avvelenato.  A quel punto, Conte avrebbe potuto salutare tutti e lasciare di sé un bellissimo ricordo, come un campione dello sport che decida di ritirarsi dopo la performance più alta della sua carriera. Ha preferito rischiare (chi non l’avrebbe fatto?) e conservare lo scranno nel tempo in cui la competenza era sotto attacco, in nome del principio fallace enunciato dal comico delle stelle dell’uno vale uno, diventato uno vale tutti.  Di Maio, il più furbo dei grillini, ha recentemente precisato: “ma uno non vale l’altro”. Pensava a Crimi. Così, dalla sera alla mattina, da Conte a BisConte, il premier ha rivelato una inattesa abilità trasformista, passando con nonchalance da un’alleanza a un’altra di segno opposto.  Prerogativa del qualunquista che non avendo alcuna idea politica precisa, può sostenere questa o quella senza traumi, con la certezza che in quel groviglio di interessi personalistici, sgambetti e alleanze costruite contro qualcuno piuttosto che per qualcosa, modello politico ormai acquisito nel paese, basti sapersi muovere con passi felpati senza arrecare troppo disturbo a chi potrebbe metterti il bastone tra le ruote e adattando lingua e stile all’interlocutore del momento. Con un impegno costante ci si perfeziona fino a raggiungere forme di equilibrismo degne dei funamboli del circo. Fatto sta che come la pensi davvero Conte nessuno lo sa e forse a nessuno importa. Neanche a Zingaretti che di lui non voleva saperne e ha finito con il sostenerlo, più che altro per blindare un governo ectoplasma, ma l’unico possibile. Il pareggio alle Regionali, presentato dal Pd come una vittoria dopo il terrore della sconfitta, mette al sicuro il segretario e il premier e capovolge i rapporti di forza tra il Partito democratico e un Movimento frantumato ridotto allo sbando, ormai inesistente nel paese e dilaniato da risentimenti e rivalse interne. E Conte cosa farà? Si ricorderà dell’impegno preso con il popolo, nell’accezione più giusta di paese, o con il Movimento che l’ha portato a Palazzo Chigi? Perché è sotto gli occhi di tutti che i due impegni sono in contrasto tra loro: il populismo si è rivelato il peggior nemico del popolo e del paese. Rimarrà in bilico sul filo aspettando di vedere come andrà a finire prima di prendere una decisione o assisterà indifferente agli ultimi colpi di coda del grillismo? Zingaretti, ora che i rapporti di equilibrio all’interno della maggioranza si sono capovolti, ha avvertito: “Basta con la pigrizia. L’agenda di governo va cambiata, a partire dal Mes e dai Decreti sicurezza”. Il BisConte dimezzato non potrà traccheggiare e rimandare ancora. Dovrà riunirsi e scegliere con chi stare. Riproduzione Riservata

Chi ha vinto e chi ha perso…l’opinione di Rita Faletti

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G. Allevi

A bocce ferme e controllando i numeri definitivi  del voto di domenica e lunedì, il dato immediato è la vittoria del SI al referendum:  70 per cento gli elettori che ritengono sia importante avere un Parlamento meno pletorico. Ciò nondimeno, il 30 per cento dei NO mette in luce la necessità di considerare le ragioni nobili che hanno motivato quella scelta. Non il desiderio di indebolire il governo e in particolare il M5s promotore del taglio, o mandare a casa Zingaretti e Conte, ma il senso della realtà: non è un Parlamento ridotto nei numeri a lavorare con maggiore efficienza,  ma un Parlamento selezionato e competente, insieme al superamento del bicameralismo paritario che rallenta inesorabilmente l’approvazione delle leggi  in un tempo in cui tutto cambia con grande velocità. Zingaretti ha comunque assicurato che il Pd ha già pronta una proposta di legge costituzionale. Diverso è il significato dell’altra consultazione. Nel confronto tra centro destra-centro sinistra alle Regionali, oltre al fatto che il rapporto è 15 a 5, il dato rilevante non è la sconfitta di Susanna Ceccardi in Toscana, la regione chiave che i dem temevano di dover consegnare alle destre, ma la sconfitta di Salvini. Una sconfitta che pesa e fa presagire ulteriori batoste. Malgrado la prudenza del Capitano ormai ex, di evitare l’errore commesso in Emilia-Romagna di mettere in ombra la candidata durante la campagna elettorale e malgrado Ceccardi sia molto più preparata di Borgonzoni, credo che molti toscani abbiano preferito la strada vecchia. E’ più di un anno, prima ancora che decidesse di lasciare il governo gialloverde per i pieni poteri, che Salvini non ne imbrocca più una. E forse la prima mossa sbagliata è stata il volersi alleare con un Movimento che se lo tocchi ti contamina. La Lega al 17 per cento dal 4 che aveva è stato merito indiscusso di Salvini, che, irretito dal consenso, ha cercato di strafare.  Avrebbe continuato a crescere, più lentamente ma inevitabilmente in un momento di grande debolezza del Partito democratico. Ha preferito un’indigestione di bagni di folla, di insulsi selfie davanti a salsicce pizze pasta asciutta e cornetti, a danno del proprio fegato e dell’estetica che precede l’etica, e si è concentrato in modo paranoide sul tema immigrazione, affidando ai Cinque stelle lavoro ed economia. Il disastro non si è fatto attendere bruciando quella leggera crescita che era iniziata nei due precedenti governi. Ingordigia e stupidità non sono mai alleati del successo e prima o poi chiedono il conto. Ma Salvini è recidivo:  da sbruffone ha garantito il 7-0 e ha dovuto accontentarsi del pareggio. Ma c’è un’altra Lega, quella di Zaia in Veneto, che ha stravinto. Il governatore, al suo terzo mandato, è persona intelligente e moderata, si tiene lontano dal potere romano,  non ama i bagni di folla, non solo in tempi di pandemia, è schivo e non ama parlare. Se e quando lo fa, sa bene quello che dice e dove vuole arrivare. Rappresenta una Lega diversa, quella che governa con successo tanti comuni del nord. Del 75 per cento di Zaia non si è stupito nessuno. La gestione del Covid secondo le indicazioni del virologo Crisanti, la sanità territoriale efficiente, i  buoni risultati economici  hanno premiato un amministratore capace. I cittadini sanno distinguere e valutare, come è accaduto in Liguria, dove la ricostruzione in tempi record del ponte Genova San Giorgio ha favorito la vittoria di Toti. E’ stata la vittoria del fare sull’ideologia. Dal 2015 il Pd ha perso in quella regione  il 20 per cento dei consensi  e a nulla è servito presentarsi  con i Cinque stelle.  E’ per questo che suona irrealistico quello che ha dichiarato Zingaretti: “Se fossimo stati assieme avremmo fatto meglio”, perché è vero il contrario. Una conferma? La foto opportunity umbra seguita dalla sconfitta dei giallorossi. Il Pd ha vinto in Toscana dove è andato solo, ha vinto in Campania grazie a De Luca, il governatore che fa di testa sua, il politico vero che si ama o si odia, quello che minaccia il lanciafiamme contro gli spudorati senza mascherine e l’invio delle Forze dell’Ordine. Il governatore che da sindaco di Salerno aveva trasformato la città nella Salisburgo del sud. Il Pd ha perso le Marche dove Giorgia Meloni ha dimostrato che esperienza coerenza e tenacia alla lunga pagano. In Puglia ha vinto con Emiliano ed è stata la vittoria peggiore. Indole da soldato di ventura, commediante e voltagabbana, Emiliano ha raccolto attorno a sé un po’ di tutto, distribuito un po’ di tutto: promesse e soldi, e detto un po’ di tutto, anche che con questa vittoria della Puglia e di Conte, la sua regione aiuterà il paese a migliorare. Una vittoria indecorosa di cui il Pd non dovrebbe andare fiero. In conclusione, queste regionali hanno salvato la segreteria di Zingaretti e la poltrona a Conte. Ora i vincitori spieghino al paese, senza tanti tentennamenti e reticenze, che progetti  hanno e come pensano di realizzarli. Altrimenti sarà la vittoria di Pirro.

Lo Stato mamma….l’opinione di Rita Faletti

postato il 13 settembre 2020 ore 19.13

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Dormi Amore La Situazione Non E’ Buona

<p class="has-drop-cap has-text-align-justify" value="<amp-fit-text layout="fixed-height" min-font-size="6" max-font-size="72" height="80">La tenuta del governo si gioca su tre fattori. In ordine di importanza: scuola, referendum costituzionale, regionali. Il buon funzionamento della scuola è condizione imprescindibile per il buon funzionamento della società e della democrazia. Concetto condiviso dal governo che a sei mesi dalla chiusura delle scuole non sa come farà fronte a quello che potrebbe succedere da domani, lunedì 14 settembre, giorno fissato per la riapertura degli istituti scolastici. Arcuri ha puntato molto sugli avveniristici banchi a rotelle con sedie integrate (come sono stati scelti e quanto sono costati?) e i tecnici hanno dibattuto sul distanziamento  (un metro tra banco e banco o tra “le rime buccali”?)  termo scanner e mascherine, ingressi scaglionati, orari diversificati, trasporti a capienza massima consentita sui bus (80%).  Norme farraginose e poco praticabili, a detta di pediatri e medici. Ma i problemi non sono finiti qui. Il ministero dell’Istruzione ha un altro grattacapo non di poco conto: al nord ci sono le cattedre ma pare che molte rimarranno vuote: gli insegnanti del sud preferiscono rimanere dove sono. Possibile mandare al sud gli studenti del nord? Il quesito attende risposta dalla Azzolina, la persona giusta nel posto giusto, come ha detto di sé, che essendo siciliana forse li combinerà. Comunque, se da lunedì tutto andrà abbastanza liscio, il merito sarà di presidi e operatori scolastici, che hanno fatto il possibile con i mezzi a disposizione per tentare di assicurare il rientro in condizioni di sicurezza a 8 milioni di studenti. Gli operatori scolastici come gli operatori sanitari nella fase acuta della pandemia. In Francia le scuole hanno riaperto il primo di settembre e le chiusure per contagi sono lo 0,05 per cento del totale. Macron ha annunciato decisioni su base locale. In Germania, dove ai singoli Lander spettano diverse competenze sul piano normativo, compresa la gestione delle scuole, la campanella di inizio anno è suonata già in maggio. Come era prevedibile, il virus, che non ha risparmiato nessun settore, è entrato anche nelle aule, dove i contagi sono stati isolati e in alcuni casi hanno costretto alla chiusura temporanea.  Flessibilità è la parola d’ordine insieme a “niente panico”. L’Italia, paese di mammoni e adolescenti perenni , chiede a una classe politica di scarsa qualità e poche idee, di essere accudita, protetta e assistita. Richiesta che spalanca le porte al populismo, ormai presente in quote variabili in tutti i partiti che curiosamente si accusano l’un l’altro di esserlo, populisti, rifuggendo da quella definizione e al tempo stesso rincorrendosi per essere uno più populista dell’altro per scopi poco nobili: blandire e assecondare il popolo per comprarne il consenso.  Ben cento miliardi sono stati spesi in bonus e sussidi senza risolvere nessun nodo. Un governo di qualità e ministri seri e responsabili, invece di fare campagna elettorale vantandosi di come hanno gestito la pandemia, durante il lockdown avrebbero  avviato interventi di edilizia scolastica pesante per la messa in sicurezza del 40 per cento di scuole in condizioni precarie. Avere a disposizione banchi a rotelle non salva dal soffitto che crolla sulla testa.  Occuparsi di scuola, formazione e riqualificazione professionale, ricollocazione e reimpiego significa occuparsi di lavoro e occupazione. Quell’ingente somma di denaro, 100 miliardi di debito, speso in modo squilibrato dimostra quanto la classe politica sia irresponsabile e inadeguata a tirarci fuori dal pantano. Il mandato della Merkel sta per scadere. Bruxelles ha deciso di mutualizzare il debito assegnando ad ogni stato risorse in relazione alle necessità. Perché non usare lo stesso criterio sul versante politico? Merkel sarebbe un eccellente primo ministro e Conte potrebbe tornare a fare il suo mestiere. La tenuta del governo si gioca su tre fattori. In ordine di importanza: scuola, referendum costituzionale, regionali. Il buon funzionamento della scuola è condizione imprescindibile per il buon funzionamento della società e della democrazia. Concetto condiviso dal governo che a sei mesi dalla chiusura delle scuole non sa come farà fronte a quello che potrebbe succedere da domani, lunedì 14 settembre, giorno fissato per la riapertura degli istituti scolastici. Arcuri ha puntato molto sugli avveniristici banchi a rotelle con sedie integrate (come sono stati scelti e quanto sono costati?) e i tecnici hanno dibattuto sul distanziamento  (un metro tra banco e banco o tra “le rime buccali”?)  termo scanner e mascherine, ingressi scaglionati, orari diversificati, trasporti a capienza massima consentita sui bus (80%).  Norme farraginose e poco praticabili, a detta di pediatri e medici. Ma i problemi non sono finiti qui. Il ministero dell’Istruzione ha un altro grattacapo non di poco conto: al nord ci sono le cattedre ma pare che molte rimarranno vuote: gli insegnanti del sud preferiscono rimanere dove sono. Possibile mandare al sud gli studenti del nord? Il quesito attende risposta dalla Azzolina, la persona giusta nel posto giusto, come ha detto di sé, che essendo siciliana forse li combinerà. Comunque, se da lunedì tutto andrà abbastanza liscio, il merito sarà di presidi e operatori scolastici, che hanno fatto il possibile con i mezzi a disposizione per tentare di assicurare il rientro in condizioni di sicurezza a 8 milioni di studenti. Gli operatori scolastici come gli operatori sanitari nella fase acuta della pandemia. In Francia le scuole hanno riaperto il primo di settembre e le chiusure per contagi sono lo 0,05 per cento del totale. Macron ha annunciato decisioni su base locale. In Germania, dove ai singoli Lander spettano diverse competenze sul piano normativo, compresa la gestione delle scuole, la campanella di inizio anno è suonata già in maggio. Come era prevedibile, il virus, che non ha risparmiato nessun settore, è entrato anche nelle aule, dove i contagi sono stati isolati e in alcuni casi hanno costretto alla chiusura temporanea.  Flessibilità è la parola d’ordine insieme a “niente panico”. L’Italia, paese di mammoni e adolescenti perenni , chiede a una classe politica di scarsa qualità e poche idee, di essere accudita, protetta e assistita. Richiesta che spalanca le porte al populismo, ormai presente in quote variabili in tutti i partiti che curiosamente si accusano l’un l’altro di esserlo, populisti, rifuggendo da quella definizione e al tempo stesso rincorrendosi per essere uno più populista dell’altro per scopi poco nobili: blandire e assecondare il popolo per comprarne il consenso.  Ben cento miliardi sono stati spesi in bonus e sussidi senza risolvere nessun nodo. Un governo di qualità e ministri seri e responsabili, invece di fare campagna elettorale vantandosi di come hanno gestito la pandemia, durante il lockdown avrebbero  avviato interventi di edilizia scolastica pesante per la messa in sicurezza del 40 per cento di scuole in condizioni precarie. Avere a disposizione banchi a rotelle non salva dal soffitto che crolla sulla testa.  Occuparsi di scuola, formazione e riqualificazione professionale, ricollocazione e reimpiego significa occuparsi di lavoro e occupazione. Quell’ingente somma di denaro, 100 miliardi di debito, speso in modo squilibrato dimostra quanto la classe politica sia irresponsabile e inadeguata a tirarci fuori dal pantano. Il mandato della Merkel sta per scadere. Bruxelles ha deciso di mutualizzare il debito assegnando ad ogni stato risorse in relazione alle necessità. Perché non usare lo stesso criterio sul versante politico? Merkel sarebbe un eccellente primo ministro e Conte potrebbe tornare a fare il suo mestiere.

Macron difende vignette di Maometto…l’opinione di Rita Faletti

postato il 03/09/2020 alle 18.33

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Hallelujah

A Parigi è iniziato in questi giorni il processo più importante che sia mai stato celebrato al terrorismo islamico. Così importante da essere filmato integralmente per creare archivi storici. Sul banco degli imputati non gli assassini che furono presi e uccisi dalla polizia, i fratelli Kouachi, ma 14 imputati accusati di aver fornito sostegno logistico agli attentatori. Come tutti ricorderanno, cinque anni fa, nel gennaio del 2015, la furia integralista colpì con violenza inaudita la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.  Dodici vittime, corpi abbattuti come birilli dai proiettili scaricati con furia bestiale da due  kalashnikov e sangue ovunque. La scena di una carneficina rimasta incancellata nella memoria di chi si trovò in quella redazione dopo la strage. L’11 di gennaio due milioni di persone nella capitale francese e tre milioni e mezzo in tutta la Francia riempirono strade e piazze per condannare l’attentato. Je suis Charlie. Una marea umana che sfilava muta, profondamente colpita e inconsapevole di essere in parte complice di quell’omicidio. Quando una tragedia di quella portata si abbatte su di un paese, nessuno, né i cittadini né i politici né gli intellettuali hanno il diritto di chiamarsi fuori. I cittadini perché sono stati spettatori  codardi e silenziosi  dell’opportunismo  e del cinismo dei politici, i politici perché hanno blandito il moralismo pretenzioso e insulso di intellettuali abituati al plauso altrui e al comfort della propria indifferenza. La Francia ha forse dimenticato, ha voluto rimuovere, ha preferito rannicchiarsi su se stessa e fingere di ignorare le proprie responsabilità. L’avvocato di Charlie Hebdo è pessimista quando dice che la libertà ha perso e sul banco degli imputati non ci sono i colpevoli, ma la libertà di espressione, la regina di tutte le libertà. Il Figaro intitola l’editoriale “Charlie Hebdo, libertà o morte” e scrive che l’islam politico va di pari passo con la sinistra culturale, che “avanza sotto la maschera dei diritti umani e della lotta contro le discriminazioni”. La sinistra culturale. Ne sappiamo qualcosa? A farne parte a pieno titolo, la scrittrice Virginie Despentes, uno dei nomi più blasonati della letteratura femminile francese. “Ho amato quei ragazzi, ha scritto,  che avevano comprato un kalashnikov al mercato nero e avevano deciso di morire in piedi anziché in ginocchio. Li ho amati nella loro goffaggine quando li ho visti con le armi in mano seminare il terrore gridando: abbiamo vendicato il Profeta”. In un paese normale, una così dovrebbe essere ricoverata d’urgenza in un ospedale psichiatrico o finire dietro le sbarre per istigazione alla violenza.  Invece, nella  Francia delle liberté, dove negli ultimi mesi sono stati sventati  diversi  attentati,  esiste un “collettivo” contro l’islamofobia.  “La violenza ha messo le radici nel cuore della società” è stato  il commento rassegnato del procuratore dell’antiterrorismo francese.  Ma alla realtà desolante di una cultura ignobile che ritiene se stessa una guida illuminata e illuminante quando invece è la fotografia dell’ignavia e dell’ipocrisia, si oppongono “lo sberleffo, sempre politicamente scorretto, e  la dissacrazione talvolta blasfema” di una redazione che non ha rinunciato alle ragioni per cui è nata. “Non ci arrenderemo mai”.  Charlie Hebdo ha ripubblicato le vignette su Maometto, le stesse che l’avevano consegnato alla vendetta  dell’integralismo islamico. Questa volta però, il presidente Macron, rifiutandosi di seguire l’esempio di illustri quanto vili presidenti  e primi ministri che hanno censurato le scelte della rivista, ha impartito una lezione di libertà a quanti ne  vorrebbero la resa: “La libertà alla blasfemia è adeguata alla libertà di coscienza. Io sono qui per proteggere queste libertà” . Chissà cosa pensa  Papa Francesco che dopo la strage disse: “Se il dottor Gasbarri (responsabile dell’organizzazione dei viaggi del Papa) che è un mio grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma gli aspetta un pugno. E’ normale”. Non stupiamoci poi se per alcuni la normalità è violenza.A Parigi è iniziato in questi giorni il processo più importante che sia mai stato celebrato al terrorismo islamico. Così importante da essere filmato integralmente per creare archivi storici. Sul banco degli imputati non gli assassini che furono presi e uccisi dalla polizia, i fratelli Kouachi, ma 14 imputati accusati di aver fornito sostegno logistico agli attentatori. Come tutti ricorderanno, cinque anni fa, nel gennaio del 2015, la furia integralista colpì con violenza inaudita la redazione del giornale satirico Charlie Hebdo.  Dodici vittime, corpi abbattuti come birilli dai proiettili scaricati con furia bestiale da due  kalashnikov e sangue ovunque. La scena di una carneficina rimasta incancellata nella memoria di chi si trovò in quella redazione dopo la strage. L’11 di gennaio due milioni di persone nella capitale francese e tre milioni e mezzo in tutta la Francia riempirono strade e piazze per condannare l’attentato. Je suis Charlie. Una marea umana che sfilava muta, profondamente colpita e inconsapevole di essere in parte complice di quell’omicidio. Quando una tragedia di quella portata si abbatte su di un paese, nessuno, né i cittadini né i politici né gli intellettuali hanno il diritto di chiamarsi fuori. I cittadini perché sono stati spettatori  codardi e silenziosi  dell’opportunismo  e del cinismo dei politici, i politici perché hanno blandito il moralismo pretenzioso e insulso di intellettuali abituati al plauso altrui e al comfort della propria indifferenza. La Francia ha forse dimenticato, ha voluto rimuovere, ha preferito rannicchiarsi su se stessa e fingere di ignorare le proprie responsabilità. L’avvocato di Charlie Hebdo è pessimista quando dice che la libertà ha perso e sul banco degli imputati non ci sono i colpevoli, ma la libertà di espressione, la regina di tutte le libertà. Il Figaro intitola l’editoriale “Charlie Hebdo, libertà o morte” e scrive che l’islam politico va di pari passo con la sinistra culturale, che “avanza sotto la maschera dei diritti umani e della lotta contro le discriminazioni”. La sinistra culturale. Ne sappiamo qualcosa? A farne parte a pieno titolo, la scrittrice Virginie Despentes, uno dei nomi più blasonati della letteratura femminile francese. “Ho amato quei ragazzi, ha scritto,  che avevano comprato un kalashnikov al mercato nero e avevano deciso di morire in piedi anziché in ginocchio. Li ho amati nella loro goffaggine quando li ho visti con le armi in mano seminare il terrore gridando: abbiamo vendicato il Profeta”. In un paese normale, una così dovrebbe essere ricoverata d’urgenza in un ospedale psichiatrico o finire dietro le sbarre per istigazione alla violenza.  Invece, nella  Francia delle liberté, dove negli ultimi mesi sono stati sventati  diversi  attentati,  esiste un “collettivo” contro l’islamofobia.  “La violenza ha messo le radici nel cuore della società” è stato  il commento rassegnato del procuratore dell’antiterrorismo francese.  Ma alla realtà desolante di una cultura ignobile che ritiene se stessa una guida illuminata e illuminante quando invece è la fotografia dell’ignavia e dell’ipocrisia, si oppongono “lo sberleffo, sempre politicamente scorretto, e  la dissacrazione talvolta blasfema” di una redazione che non ha rinunciato alle ragioni per cui è nata. “Non ci arrenderemo mai”.  Charlie Hebdo ha ripubblicato le vignette su Maometto, le stesse che l’avevano consegnato alla vendetta  dell’integralismo islamico. Questa volta però, il presidente Macron, rifiutandosi di seguire l’esempio di illustri quanto vili presidenti  e primi ministri che hanno censurato le scelte della rivista, ha impartito una lezione di libertà a quanti ne  vorrebbero la resa: “La libertà alla blasfemia è adeguata alla libertà di coscienza. Io sono qui per proteggere queste libertà” . Chissà cosa pensa  Papa Francesco che dopo la strage disse: “Se il dottor Gasbarri (responsabile dell’organizzazione dei viaggi del Papa) che è un mio grande amico, dice una parolaccia contro la mia mamma gli aspetta un pugno. E’ normale”. Non stupiamoci poi se per alcuni la normalità è violenza.

Referendum costituzionale…..l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 agosto 2020 ore 16.25

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Il 20 e il 21 di settembre in sei regioni si andrà al voto per eleggere i presidenti  di regione. Negli stessi giorni gli italiani potranno esprimersi  sulla riduzione del numero dei parlamentari  al  referendum confermativo che, come suggerisce il nome, servirà a confermare l’approvazione di una riforma costituzionale che in seconda deliberazione non è stata approvata dalla maggioranza dei due terzi dei voti al Senato. Il referendum non prevede quorum: vincerà la maggioranza dei voti indipendentemente dal numero di persone che si recheranno  alle urne. La vittoria dei  SI, che sembra scontata, porterebbe i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.Diventerebbero 6 i senatori eletti all’estero e 5 quelli a vita nominati dal presidente della Repubblica. Sarà ridotto anche il numero minimo di senatori per ogni Regione o Provincia autonoma, che passerà da 7 a 3, ad eccezione di  Molise  e Valle d’Aosta, rispettivamente con due e un senatore.  I 5s celebrano il risultato che avrà l’effetto di tagliare i costi della politica. Secondo i calcoli di Cottarelli  57 milioni di euro. Una cifra tanto modesta quanto irrilevante, una bazzecola confrontata alla massiccia e crescente spesa corrente in cui rientrano bonus e sussidi distribuiti a pioggia, con pesanti ripercussioni sul debito. Di Maio definisce la riforma “un grande salto per il Paese e per i cittadini” , di rincalzo il Blog 5s: “E’ un momento storico per il nostro Paese, avremo 345 parlamentari in meno e milioni in più da investire in servizi per i cittadini”. Un caffè a testa. Diego Fusaro ironizza: “Se lo fanno per i costi della politica la dittatura costa meno”. E  non poteva mancare la dichiarazione di Conte, sponsor della legge in due governi successivi: “Una riforma che incide sui costi della politica e rende più efficace il funzionamento delle Camere”. Appurato che l’entità del risparmio fa ridere i polli, sul funzionamento più efficiente non sembrano concordare esperti  e giuristi secondo i quali  la riduzione del numero dei parlamentari diminuirà la rappresentanza degli elettori, renderà i gruppi parlamentari più piccoli e facilmente controllabili da leader e segretari. Più in generale la riforma rischierà di allontanare ulteriormente l’elettorato dalla politica. Una voce per il No quella di Claudio Fava: “Parlare di risparmi perché si tagliano i parlamentari vuol dire offendere la democrazia che ha bisogno invece di non risparmiare sulla qualità delle proprie risorse, anche umane. Il taglio è un riconoscimento alla moda dei tempi, che pretende che ogni risparmio sulla politica debba essere benedetto dal consenso delle folle”. Sgarbi parla di “Parlamento stuprato”, De Falco, ex pentastellato ora nel Gruppo misto, vede nella riforma un affievolimento della rappresentanza parlamentare e della democrazia. E Calenda, sempre tranchant: “Parlate di taglio dei parlamentari come se la Costituzione fosse un regolamento di condominio”. Argomenti  che Zingaretti  e il Partito democratico condividevano,  quando votarono NO alle tre precedenti votazioni, salvo poi calare le braghe, come ha detto Mancuso, che osserva come il lungo tragitto delle leggi che viaggiano da Camera a Senato prima di essere approvate, non verrà eliminato, quindi sbagliato parlare di velocizzazione e di efficienza. E aggiunge: “Non si affronta il problema dei rapporti tra legislazione nazionale e quella regionale, che invece era presente nella riforma di Renzi  bocciata dal referendum”. In questi giorni, all’interno del Pd le perplessità riaffiorano creando divisioni e allargando l’area di coloro che vorrebbero tornare allo schema originario. Matteo Orfini ne spiega le ragioni. L’approvazione della riforma da parte dei dem  era precondizione per la nascita del governo giallorosso. Ma l’accordo con i 5s prevedeva che la legge fosse preceduta da meccanismi correttivi, tra cui la riforma della legge elettorale su base proporzionale con sbarramento al 5 per cento e la revisione di regolamenti e norme a garanzia del  funzionamento della rappresentanza  della popolazione e dei territori in Parlamento. Ad oggi, lamenta l’ex presidente del Pd,  nulla è stato fatto, il che legittima il NO alla riforma. Si potrebbe far notare a Orfini, che forse ha la memoria corta, che la concessione del suo partito ai grillini sulla riduzione del numero dei parlamentari  è segnata dallo stesso destino di una concessione precedente, quella sull’abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Anche allora il Pd pose una condizione: che la nuova abominevole legge fosse parte di una riforma più ampia che comprendesse  il processo penale.  Non è accaduto. Dunque? Il Pd si conferma  un partito dalla spiccata propensione masochistica. Ma stanno per arrivare i rinforzi:  le Sardine sono tornate. Giganteschi cartelli a forma di pesci con su scritti altrettanto giganteschi NO e la frase: “Democrazia e libertà non si vendono”. Auguri!Il 20 e il 21 di settembre in sei regioni si andrà al voto per eleggere i presidenti  di regione. Negli stessi giorni gli italiani potranno esprimersi  sulla riduzione del numero dei parlamentari  al  referendum confermativo che, come suggerisce il nome, servirà a confermare l’approvazione di una riforma costituzionale che in seconda deliberazione non è stata approvata dalla maggioranza dei due terzi dei voti al Senato. Il referendum non prevede quorum: vincerà la maggioranza dei voti indipendentemente dal numero di persone che si recheranno  alle urne. La vittoria dei  SI, che sembra scontata, porterebbe i deputati da 630 a 400 e i senatori da 315 a 200.Diventerebbero 6 i senatori eletti all’estero e 5 quelli a vita nominati dal presidente della Repubblica. Sarà ridotto anche il numero minimo di senatori per ogni Regione o Provincia autonoma, che passerà da 7 a 3, ad eccezione di  Molise  e Valle d’Aosta, rispettivamente con due e un senatore.  I 5s celebrano il risultato che avrà l’effetto di tagliare i costi della politica. Secondo i calcoli di Cottarelli  57 milioni di euro. Una cifra tanto modesta quanto irrilevante, una bazzecola confrontata alla massiccia e crescente spesa corrente in cui rientrano bonus e sussidi distribuiti a pioggia, con pesanti ripercussioni sul debito. Di Maio definisce la riforma “un grande salto per il Paese e per i cittadini” , di rincalzo il Blog 5s: “E’ un momento storico per il nostro Paese, avremo 345 parlamentari in meno e milioni in più da investire in servizi per i cittadini”. Un caffè a testa. Diego Fusaro ironizza: “Se lo fanno per i costi della politica la dittatura costa meno”. E  non poteva mancare la dichiarazione di Conte, sponsor della legge in due governi successivi: “Una riforma che incide sui costi della politica e rende più efficace il funzionamento delle Camere”. Appurato che l’entità del risparmio fa ridere i polli, sul funzionamento più efficiente non sembrano concordare esperti  e giuristi secondo i quali  la riduzione del numero dei parlamentari diminuirà la rappresentanza degli elettori, renderà i gruppi parlamentari più piccoli e facilmente controllabili da leader e segretari. Più in generale la riforma rischierà di allontanare ulteriormente l’elettorato dalla politica. Una voce per il No quella di Claudio Fava: “Parlare di risparmi perché si tagliano i parlamentari vuol dire offendere la democrazia che ha bisogno invece di non risparmiare sulla qualità delle proprie risorse, anche umane. Il taglio è un riconoscimento alla moda dei tempi, che pretende che ogni risparmio sulla politica debba essere benedetto dal consenso delle folle”. Sgarbi parla di “Parlamento stuprato”, De Falco, ex pentastellato ora nel Gruppo misto, vede nella riforma un affievolimento della rappresentanza parlamentare e della democrazia. E Calenda, sempre tranchant: “Parlate di taglio dei parlamentari come se la Costituzione fosse un regolamento di condominio”. Argomenti  che Zingaretti  e il Partito democratico condividevano,  quando votarono NO alle tre precedenti votazioni, salvo poi calare le braghe, come ha detto Mancuso, che osserva come il lungo tragitto delle leggi che viaggiano da Camera a Senato prima di essere approvate, non verrà eliminato, quindi sbagliato parlare di velocizzazione e di efficienza. E aggiunge: “Non si affronta il problema dei rapporti tra legislazione nazionale e quella regionale, che invece era presente nella riforma di Renzi  bocciata dal referendum”. In questi giorni, all’interno del Pd le perplessità riaffiorano creando divisioni e allargando l’area di coloro che vorrebbero tornare allo schema originario. Matteo Orfini ne spiega le ragioni. L’approvazione della riforma da parte dei dem  era precondizione per la nascita del governo giallorosso. Ma l’accordo con i 5s prevedeva che la legge fosse preceduta da meccanismi correttivi, tra cui la riforma della legge elettorale su base proporzionale con sbarramento al 5 per cento e la revisione di regolamenti e norme a garanzia del  funzionamento della rappresentanza  della popolazione e dei territori in Parlamento. Ad oggi, lamenta l’ex presidente del Pd,  nulla è stato fatto, il che legittima il NO alla riforma. Si potrebbe far notare a Orfini, che forse ha la memoria corta, che la concessione del suo partito ai grillini sulla riduzione del numero dei parlamentari  è segnata dallo stesso destino di una concessione precedente, quella sull’abolizione della prescrizione dopo il primo grado di giudizio. Anche allora il Pd pose una condizione: che la nuova abominevole legge fosse parte di una riforma più ampia che comprendesse  il processo penale.  Non è accaduto. Dunque? Il Pd si conferma  un partito dalla spiccata propensione masochistica. Ma stanno per arrivare i rinforzi:  le Sardine sono tornate. Giganteschi cartelli a forma di pesci con su scritti altrettanto giganteschi NO e la frase: “Democrazia e libertà non si vendono”. Auguri!

Scuola nelle nebbie dell’incertezza….l’opinione di Rita Faletti

  • 27 Agosto 2020 ore 13:22
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Baila Morena

Il mese di settembre sarà la prova del fuoco per il governo. A pesare sulla valutazione complessiva del governo Conte e della sua scombinata maggioranza sarà il 14 settembre, il  D-day della scuola, il giorno dell’apertura. Il ministro dell’Istruzione Azzolina l’ha promesso, ma “ la sicurezza sarà prioritaria”. Siamo contenti di sentirglielo dire. Se però le parole hanno un senso, quelle del ministro suonano come il periodo ipotetico del primo tipo: le scuole riapriranno se la sicurezza sarà garantita. Premesso che di sicuro c’è solo la morte,  chi più di lei, del Cts, dell’’Iss, del governo, dei  vari “tavoli” e dell’ impareggiabile commissario straordinario all’emergenza Domenico Arcuri è in grado di creare le condizioni perché le scuole siano luoghi accettabilmente sicuri? La domanda che ci poniamo  è:  riusciranno i responsabili della riapertura a fornire  linee guida agli istituti scolastici di ogni ordine e grado affinché vengano riprese le attività interrotte il 5 di marzo, adeguando quelle linee alle diverse realtà? Il governo  avrà provveduto a dotare le scuole degli strumenti e dei dispositivi indispensabili a limitare il più possibile il diffondersi  dei contagi in una popolazione che per la giovane età è spesso asintomatica? E nell’ipotesi, verosimilissima, che uno studente si scopra positivo al virus, quali saranno le misure adottate? Si manderà  in quarantena tutta la classe? E che ne sarà degli insegnanti di quella classe? Quarantenati  come gli studenti? E le classi miracolosamente Covid-free,  supponendo che ce ne siano ancora a qualche settimana  dall’inizio delle lezioni, potranno confidare in uno svolgimento regolare delle lezioni? Perché non è improbabile che il virus viaggi da una classe all’altra, complice l’intervallo che è una parentesi di viavai incontrollabile negli spazi comuni  e dentro e fuori dai bagni. Non dimentichiamo che ogni docente ha più classi. Quindi: ci saranno insegnanti  in panchina pronti a sostituire i quarantenati?  Come si capisce, un quesito ne chiama un altro, un dubbio ne suscita un altro. Una bozza del Ministero prevede 2 milioni di test sierologici volontari e gratuiti per personale docente e non,  test volontari a campione sugli studenti e test sierologici per tutto il personale scolastico all’inizio delle attività didattiche. Inoltre,  periodici test a studenti su base volontaria, gratuiti e da effettuare presso le strutture di medicina di base. La temperatura corporea degli alunni verrà misurata all’ingresso delle scuole e le mascherine chirurgiche saranno obbligatorie fuori dalle aule. Misure, tutte, decise dal Comitato tecnico-scientifico,  volte a verificare lo stato di salute rispetto al virus, affidare alle cure dei sanitari gli infettati e prendere le dovute precauzioni  per circoscrivere la nascita di eventuali focolai.  Misure utili ma insufficienti perché trascurano completamente la parte destinata all’educazione alla salute e ai comportamenti da tenere. Eppure un piano esiste ed è un Documento  dettagliatissimo di  150 pagine che costituiscono il Rapporto della Commissione Bianchi, dal nome del coordinatore del gruppo di 18 esperti, Patrizio Bianchi, ex rettore dell’Università di Ferrara, ordinario di Economia. E’ stata la stessa  Azzolina, ministro dell’Istruzione, a volere  fortemente quel  lavoro, benché poi non ne abbia tenuto gran conto, visto che la finalità del rapporto doveva essere promuovere una campagna civico-sanitaria, completamente ignorata. Il Documento è custodito in gran segreto, pratica non nuova dalle parti del governo che aveva fatto la stessa cosa con il rapporto del Cts che, grazie alla Fondazione Einaudi che ne ha chiesto la desecretazione,  Conte ha reso pubblico. E’ un dato di fatto che la trasparenza non è ritenuta un dovere da chi reputa che i cittadini siano importanti solo nel ruolo di elettori. Comunque, per tornare al Documento di cui sopra,  il professor Bianchi ha spiegato il motivo per cui Azzolina non pare abbia apprezzato il suo lavoro ed è facile comprenderlo anche senza l’ausilio della malizia: il rapporto contiene una parte che riguarda l’autonomia scolastica, che affida più poteri ai presidi e ai direttori scolastici regionali che conoscono bene il territorio. Non altrettanto si può dire dei politici. Il Documento, oltre alle strategie per aprire le scuole, prospetta soluzioni innovative, anche di tipo architettonico, che favoriscono scelte didattiche diverse in relazione alle situazioni. Bianchi ha introdotto il concetto di “scuola delivery”, che fa del fuori il dentro, con l’inclusione di strutture esterne e spazi aperte da vivere come classi. Se l’obiettivo è rinnovare la scuola adattandola a nuove e diverse realtà, bisognerebbe ricordare al burocrate Arcuri in qualità di supercommissario, che i banchi con le rotelle, a parte l’assurdità della scelta in tempi di epidemia, sono strumenti, che non vanno confusi con gli obiettivi.Il mese di settembre sarà la prova del fuoco per il governo. A pesare sulla valutazione complessiva del governo Conte e della sua scombinata maggioranza sarà il 14 settembre, il  D-day della scuola, il giorno dell’apertura. Il ministro dell’Istruzione Azzolina l’ha promesso, ma “ la sicurezza sarà prioritaria”. Siamo contenti di sentirglielo dire. Se però le parole hanno un senso, quelle del ministro suonano come il periodo ipotetico del primo tipo: le scuole riapriranno se la sicurezza sarà garantita. Premesso che di sicuro c’è solo la morte,  chi più di lei, del Cts, dell’’Iss, del governo, dei  vari “tavoli” e dell’ impareggiabile commissario straordinario all’emergenza Domenico Arcuri è in grado di creare le condizioni perché le scuole siano luoghi accettabilmente sicuri? La domanda che ci poniamo  è:  riusciranno i responsabili della riapertura a fornire  linee guida agli istituti scolastici di ogni ordine e grado affinché vengano riprese le attività interrotte il 5 di marzo, adeguando quelle linee alle diverse realtà? Il governo  avrà provveduto a dotare le scuole degli strumenti e dei dispositivi indispensabili a limitare il più possibile il diffondersi  dei contagi in una popolazione che per la giovane età è spesso asintomatica? E nell’ipotesi, verosimilissima, che uno studente si scopra positivo al virus, quali saranno le misure adottate? Si manderà  in quarantena tutta la classe? E che ne sarà degli insegnanti di quella classe? Quarantenati  come gli studenti? E le classi miracolosamente Covid-free,  supponendo che ce ne siano ancora a qualche settimana  dall’inizio delle lezioni, potranno confidare in uno svolgimento regolare delle lezioni? Perché non è improbabile che il virus viaggi da una classe all’altra, complice l’intervallo che è una parentesi di viavai incontrollabile negli spazi comuni  e dentro e fuori dai bagni. Non dimentichiamo che ogni docente ha più classi. Quindi: ci saranno insegnanti  in panchina pronti a sostituire i quarantenati?  Come si capisce, un quesito ne chiama un altro, un dubbio ne suscita un altro. Una bozza del Ministero prevede 2 milioni di test sierologici volontari e gratuiti per personale docente e non,  test volontari a campione sugli studenti e test sierologici per tutto il personale scolastico all’inizio delle attività didattiche. Inoltre,  periodici test a studenti su base volontaria, gratuiti e da effettuare presso le strutture di medicina di base. La temperatura corporea degli alunni verrà misurata all’ingresso delle scuole e le mascherine chirurgiche saranno obbligatorie fuori dalle aule. Misure, tutte, decise dal Comitato tecnico-scientifico,  volte a verificare lo stato di salute rispetto al virus, affidare alle cure dei sanitari gli infettati e prendere le dovute precauzioni  per circoscrivere la nascita di eventuali focolai.  Misure utili ma insufficienti perché trascurano completamente la parte destinata all’educazione alla salute e ai comportamenti da tenere. Eppure un piano esiste ed è un Documento  dettagliatissimo di  150 pagine che costituiscono il Rapporto della Commissione Bianchi, dal nome del coordinatore del gruppo di 18 esperti, Patrizio Bianchi, ex rettore dell’Università di Ferrara, ordinario di Economia. E’ stata la stessa  Azzolina, ministro dell’Istruzione, a volere  fortemente quel  lavoro, benché poi non ne abbia tenuto gran conto, visto che la finalità del rapporto doveva essere promuovere una campagna civico-sanitaria, completamente ignorata. Il Documento è custodito in gran segreto, pratica non nuova dalle parti del governo che aveva fatto la stessa cosa con il rapporto del Cts che, grazie alla Fondazione Einaudi che ne ha chiesto la desecretazione,  Conte ha reso pubblico. E’ un dato di fatto che la trasparenza non è ritenuta un dovere da chi reputa che i cittadini siano importanti solo nel ruolo di elettori. Comunque, per tornare al Documento di cui sopra,  il professor Bianchi ha spiegato il motivo per cui Azzolina non pare abbia apprezzato il suo lavoro ed è facile comprenderlo anche senza l’ausilio della malizia: il rapporto contiene una parte che riguarda l’autonomia scolastica, che affida più poteri ai presidi e ai direttori scolastici regionali che conoscono bene il territorio. Non altrettanto si può dire dei politici. Il Documento, oltre alle strategie per aprire le scuole, prospetta soluzioni innovative, anche di tipo architettonico, che favoriscono scelte didattiche diverse in relazione alle situazioni. Bianchi ha introdotto il concetto di “scuola delivery”, che fa del fuori il dentro, con l’inclusione di strutture esterne e spazi aperte da vivere come classi. Se l’obiettivo è rinnovare la scuola adattandola a nuove e diverse realtà, bisognerebbe ricordare al burocrate Arcuri in qualità di supercommissario, che i banchi con le rotelle, a parte l’assurdità della scelta in tempi di epidemia, sono strumenti, che non vanno confusi con gli obiettivi.

Beppe Sala pensa a Roma…l’opinione di Rita Faletti

postato il 18 agosto 2020

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Beppe Sala e consorte
Danse De Mardi Gras

Roma-Milano,  l’eterna contrapposizione tra indolenza strafottente e pragmatismo efficiente. La magnifica capitale cui è bastato per tanto tempo mostrarsi a schiere di turisti ammaliati da tanta bellezza: ogni angolo un pezzetto di storia, di cultura, di potere. Un passato che risorge e diventa presente ad ogni passo e ad ogni movimento dello sguardo. Sarà per questo che il cinismo del romano doc lo rende impermeabile a qualunque critica, sarà per questo che sporcizia, rifiuti, autobus flambé, trasporti pubblici da terzo mondo, buche voraginose, metropolitane chiuse per anni, scale mobili con licenza d’uccidere, debito fuori controllo lo sfiorano non oltre la soglia di sopportazione. Poi c’è Milano, che da un passato di città provinciale e poco attraente, è diventata il centro produttivo del paese, il legame con l’Europa, la città dove gli stranieri scelgono di investire. Due capitali, due culture, due mentalità. E’ grazie alla natura tendenzialmente  menefreghista dei romani  che la Raggi ha potuto non governare e oggi annuncia che si ricandiderà. A Milano, se mai fosse stato possibile eleggere un sindaco del genere, la ricandidatura sarebbe stata giudicata una sfrontatezza. Preso in contropiede, Zingaretti  si è lasciato sfuggire una frase che di certo Virgy la pura e tanti grillini non hanno apprezzato. “Per i romani questa non è una notizia, ma una minaccia”. Stando a un recente sondaggio del Sole 24 Ore, Raggi è al penultimo posto come gradimento tra i sindaci italiani. E così, Zingaretti  rilancia “avremo il nostro candidato”.  E’ ottimista il segretario del Pd, come quando era stato costretto ad accettare il Conte bis con Conte primo ministro. Dalle parti di quel partito,  il pensiero è lento a carburare e una volta che si mette in moto “les jeux sont faits”. Allora via alla ricerca spasmodica di una candidatura che spiazzi l’alleato. Sassoli sarebbe perfetto. Volete mettere il presidente del Parlamento europeo con il sindaco di Roma? Ma l’interpellato risponde con ferma  gentilezza: “No grazie, come accettato”. Chi vorrebbe essere ingoiato dalle sabbie mobili della capitale? Poi Virginia, ovvero il nulla, gode di una certa benevolenza da parte delle sfere ecclesiastiche che ha avuto la furbizia di coltivare, piuttosto che tappare i buchi di bilancio e delle strade. Il direttore dell’Osservatore Romano si è espresso chiaramente : “Non è il caso di analizzare questi anni di amministrazione”. Appunto. Stendiamo un velo pietoso. E infatti, di pietas si tratta. Inoltre, e non è un caso, Virginia ha un rapporto privilegiato con Papa Francesco, il papa degli ultimi. Dunque, tra i cattolici che predicano la non belligeranza  in assenza  di alternative, la mancanza nel Pd di un candidato da opporre a quello dell’alleato di governo, l’atmosfera pigra da paese latinoamericano e la resistenza tenace di politici scafati e sgamati che non ci pensano nemmeno a cambiare le cose e per questo si tengono stretto Conte, Roma è destinata al solito tran tran. In attesa che arrivino i soldi del Recovery  per rimettersi gli abiti sfarzosi e un po’ pacchiani cosparsi di lustrini. E Sala allora? Il pragmatismo del sindaco di Milano, i rapporti internazionali, l’interesse per il green ancora prima che fosse di moda, il successo di Expo, la curiosità per ciò che accade fuori dei confini italiani, la voglia e il coraggio di rinnovarsi e rinnovare, che sarebbero utili alla Capitale e sposterebbero l’ago della bilancia verso le regioni del nord produttivo dove gli amministratori, che siano di destra, di sinistra, di centro o grillini non fa differenza perché la mentalità è la stessa,  a Roma sarebbe considerato uno straniero. Indesiderato  dalla compagine politica romana e dai cittadini.Roma-Milano,  l’eterna contrapposizione tra indolenza strafottente e pragmatismo efficiente. La magnifica capitale cui è bastato per tanto tempo mostrarsi a schiere di turisti ammaliati da tanta bellezza: ogni angolo un pezzetto di storia, di cultura, di potere. Un passato che risorge e diventa presente ad ogni passo e ad ogni movimento dello sguardo. Sarà per questo che il cinismo del romano doc lo rende impermeabile a qualunque critica, sarà per questo che sporcizia, rifiuti, autobus flambé, trasporti pubblici da terzo mondo, buche voraginose, metropolitane chiuse per anni, scale mobili con licenza d’uccidere, debito fuori controllo lo sfiorano non oltre la soglia di sopportazione. Poi c’è Milano, che da un passato di città provinciale e poco attraente, è diventata il centro produttivo del paese, il legame con l’Europa, la città dove gli stranieri scelgono di investire. Due capitali, due culture, due mentalità. E’ grazie alla natura tendenzialmente  menefreghista dei romani  che la Raggi ha potuto non governare e oggi annuncia che si ricandiderà. A Milano, se mai fosse stato possibile eleggere un sindaco del genere, la ricandidatura sarebbe stata giudicata una sfrontatezza. Preso in contropiede, Zingaretti  si è lasciato sfuggire una frase che di certo Virgy la pura e tanti grillini non hanno apprezzato. “Per i romani questa non è una notizia, ma una minaccia”. Stando a un recente sondaggio del Sole 24 Ore, Raggi è al penultimo posto come gradimento tra i sindaci italiani. E così, Zingaretti  rilancia “avremo il nostro candidato”.  E’ ottimista il segretario del Pd, come quando era stato costretto ad accettare il Conte bis con Conte primo ministro. Dalle parti di quel partito,  il pensiero è lento a carburare e una volta che si mette in moto “les jeux sont faits”. Allora via alla ricerca spasmodica di una candidatura che spiazzi l’alleato. Sassoli sarebbe perfetto. Volete mettere il presidente del Parlamento europeo con il sindaco di Roma? Ma l’interpellato risponde con ferma  gentilezza: “No grazie, come accettato”. Chi vorrebbe essere ingoiato dalle sabbie mobili della capitale? Poi Virginia, ovvero il nulla, gode di una certa benevolenza da parte delle sfere ecclesiastiche che ha avuto la furbizia di coltivare, piuttosto che tappare i buchi di bilancio e delle strade. Il direttore dell’Osservatore Romano si è espresso chiaramente : “Non è il caso di analizzare questi anni di amministrazione”. Appunto. Stendiamo un velo pietoso. E infatti, di pietas si tratta. Inoltre, e non è un caso, Virginia ha un rapporto privilegiato con Papa Francesco, il papa degli ultimi. Dunque, tra i cattolici che predicano la non belligeranza  in assenza  di alternative, la mancanza nel Pd di un candidato da opporre a quello dell’alleato di governo, l’atmosfera pigra da paese latinoamericano e la resistenza tenace di politici scafati e sgamati che non ci pensano nemmeno a cambiare le cose e per questo si tengono stretto Conte, Roma è destinata al solito tran tran. In attesa che arrivino i soldi del Recovery  per rimettersi gli abiti sfarzosi e un po’ pacchiani cosparsi di lustrini. E Sala allora? Il pragmatismo del sindaco di Milano, i rapporti internazionali, l’interesse per il green ancora prima che fosse di moda, il successo di Expo, la curiosità per ciò che accade fuori dei confini italiani, la voglia e il coraggio di rinnovarsi e rinnovare, che sarebbero utili alla Capitale e sposterebbero l’ago della bilancia verso le regioni del nord produttivo dove gli amministratori, che siano di destra, di sinistra, di centro o grillini non fa differenza perché la mentalità è la stessa,  a Roma sarebbe considerato uno straniero. Indesiderato  dalla compagine politica romana e dai cittadini.

Israele e Emirati Arabi si alleano…l’opinione di Rita Faletti

  • Agosto 15, 2020 – ore 14:15

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Eric Clapton

Dopo il primo significativo e criticatissimo passo compiuto da Trump nel 2017, quando il presidente degli Stati Uniti trasferì l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme con l’implicito riconoscimento della città come capitale di Israele, un paio di giorni fa è stato lo stesso presidente ad annunciare un evento di importanza storica rilevante: l’alleanza tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele. Nel  1979 l’Egitto, nel 1994 la Giordania, nel 2020 anche la federazione di Emirati cha affaccia sul Golfo Persico e ha per capitale Abu Dhabi, riconosce  lo Stato di Israele. Sorprende, l’evento, in quanto le due nazioni, non essendo confinanti, non avrebbero l’esigenza di coltivare relazioni di buon vicinato come invece è il caso di Israele, Egitto e Giordania. In realtà, la notizia, seguita da un tweet di Benjamin Netanyhau  che definisce l’alleanza “una svolta storica”, era  nell’ordine delle cose, il punto di arrivo di un percorso iniziato da tempo in sordina e nato da un programma di cooperazione nella tecnologia bellica e nell’intelligence.  Alla base del rapporto di collaborazione, un nemico comune: l’Iran e i suoi tentacoli su Siria, Iraq e Yemen, oltre che sul Libano attraverso Hezbollah. Recentemente, si è aggiunto un ulteriore motivo che consolida l’impegno di Israele ed Emirati a remare nella medesima direzione:  il contenimento della Turchia che mira ad espandersi  nel Mediterraneo orientale, preoccupando Israele, e in Libia, preoccupando gli Emirati. Il negoziato  cui sono giunti  Netanyhau e l’emiro Mohammed bin Zayed, del quale si fa sempre più fondata la convinzione secondo cui il capo di fatto degli Emirati sarà il leader più influente del mondo arabo,  è stato preceduto da incontri avvenuti  lontano dai riflettori e conclusisi con l’impegno da parte del premier israeliano di sospendere  l’annessione di alcuni territori palestinesi. Se infatti, di fronte alla decisione di Trump di spostare la capitale di Israele a Gerusalemme, gli Emirati Arabi Uniti, come altri stati arabi e a differenza dei paesi europei, non hanno fatto una piega, gli stessi avevano minacciato dure reazioni nell’eventualità che Israele  procedesse all’annessione. Ora il problema non esiste più. Ma quale sarà la risposta di un certo settore del mondo arabo all’alleanza degli Emirati con il “sionismo”? La cosa sarà giudicata un tradimento e scatenerà  lo sdegno da parte dei nemici tradizionali di Israele.  Primi fra tutti i palestinesi, i loro sostenitori arabi e quegli europei che non opteranno per il silenzio, e, va da sé, i gruppi estremisti che ce l’hanno fissa con l’eliminazione dei potenti, tra cui anche Mohammed bin Zayed, che sia o no alleato di Israele. Il logoro pregiudizio che identifica i potenti  con i corrotti, trasgressori delle leggi di Dio. Evidentemente gli Emirati non temono contraccolpi, avendo dalla loro l’Arabia Saudita che potrebbe anzi seguirli nel processo di normalizzazione nei rapporti con Israele. Poi ci sono gli Stati Uniti, antico alleato degli Emirati Arabi il cui ascendente sul presidente americano  ha fatto sì che Trump mollasse Al Serraj per sostenere Haftar  in Libia. L’amicizia di vecchia data con gli Stati Uniti  si era incrinata quando Obama decise di appoggiare le primavere arabe e soprattutto quando fu inequivocabile  che l’ex presidente americano stesse negoziando un accordo con l’Iran. Trump ha  rinsaldato  l’amicizia con gli Emirati e ristabilito il rapporto di fiducia reciproca con Israele. Oggi, gli Emirati, una distesa uniforme di sabbia puntinata da oasi e percorsa da nomadi, che tuttora  ne costituiscono una parte non minoritaria della popolazione, offrono al visitatore la vista di moderni quartieri direzionali e residenziali con giardini artificiali, grattacieli incredibili  ed eleganti shopping mall.  La prova tangibile che la ricchezza enorme proveniente dai giacimenti di petrolio e gas naturale è stata investita in programmi di sviluppo industriale, in infrastrutture, in tecnologia, nella produzione di beni di consumo,  nel turismo di lusso (là il turista è sacro e trattato con i guanti) e nel settore immobiliare aperto anche a capitali stranieri. Questo ha generato ricadute benefiche nel miglioramento progressivo delle condizioni di vita della nazione, con la prospettiva, non si sa quanto remota, che il petrolio un giorno finisca. All’alleanza tra Emirati Arabi e Israele si deve guardare con senso della realtà, liberi da insensati  ideologismi, vedendo in essa un chiaro patto a sfondo geopolitico e la premessa per un futuro di sperimentazione innovazione e ricerca a vantaggio della sicurezza e della stabilità economica di entrambi i paesi. Forse Israele ha girato definitivamente le spalle all’Europa, da cui ha ricevuto solo critiche vili e accuse di parte, per rivolgersi a una parte del mondo arabo refrattario agli ideologismi e deciso a costruire gli anni a venire con pragmatismo. E’ una conferma che quando gli obiettivi coincidono, le alleanze funzionano.Dopo il primo significativo e criticatissimo passo compiuto da Trump nel 2017, quando il presidente degli Stati Uniti trasferì l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme con l’implicito riconoscimento della città come capitale di Israele, un paio di giorni fa è stato lo stesso presidente ad annunciare un evento di importanza storica rilevante: l’alleanza tra gli Emirati Arabi Uniti e Israele. Nel  1979 l’Egitto, nel 1994 la Giordania, nel 2020 anche la federazione di Emirati cha affaccia sul Golfo Persico e ha per capitale Abu Dhabi, riconosce  lo Stato di Israele. Sorprende, l’evento, in quanto le due nazioni, non essendo confinanti, non avrebbero l’esigenza di coltivare relazioni di buon vicinato come invece è il caso di Israele, Egitto e Giordania. In realtà, la notizia, seguita da un tweet di Benjamin Netanyhau  che definisce l’alleanza “una svolta storica”, era  nell’ordine delle cose, il punto di arrivo di un percorso iniziato da tempo in sordina e nato da un programma di cooperazione nella tecnologia bellica e nell’intelligence.  Alla base del rapporto di collaborazione, un nemico comune: l’Iran e i suoi tentacoli su Siria, Iraq e Yemen, oltre che sul Libano attraverso Hezbollah. Recentemente, si è aggiunto un ulteriore motivo che consolida l’impegno di Israele ed Emirati a remare nella medesima direzione:  il contenimento della Turchia che mira ad espandersi  nel Mediterraneo orientale, preoccupando Israele, e in Libia, preoccupando gli Emirati. Il negoziato  cui sono giunti  Netanyhau e l’emiro Mohammed bin Zayed, del quale si fa sempre più fondata la convinzione secondo cui il capo di fatto degli Emirati sarà il leader più influente del mondo arabo,  è stato preceduto da incontri avvenuti  lontano dai riflettori e conclusisi con l’impegno da parte del premier israeliano di sospendere  l’annessione di alcuni territori palestinesi. Se infatti, di fronte alla decisione di Trump di spostare la capitale di Israele a Gerusalemme, gli Emirati Arabi Uniti, come altri stati arabi e a differenza dei paesi europei, non hanno fatto una piega, gli stessi avevano minacciato dure reazioni nell’eventualità che Israele  procedesse all’annessione. Ora il problema non esiste più. Ma quale sarà la risposta di un certo settore del mondo arabo all’alleanza degli Emirati con il “sionismo”? La cosa sarà giudicata un tradimento e scatenerà  lo sdegno da parte dei nemici tradizionali di Israele.  Primi fra tutti i palestinesi, i loro sostenitori arabi e quegli europei che non opteranno per il silenzio, e, va da sé, i gruppi estremisti che ce l’hanno fissa con l’eliminazione dei potenti, tra cui anche Mohammed bin Zayed, che sia o no alleato di Israele. Il logoro pregiudizio che identifica i potenti  con i corrotti, trasgressori delle leggi di Dio. Evidentemente gli Emirati non temono contraccolpi, avendo dalla loro l’Arabia Saudita che potrebbe anzi seguirli nel processo di normalizzazione nei rapporti con Israele. Poi ci sono gli Stati Uniti, antico alleato degli Emirati Arabi il cui ascendente sul presidente americano  ha fatto sì che Trump mollasse Al Serraj per sostenere Haftar  in Libia. L’amicizia di vecchia data con gli Stati Uniti  si era incrinata quando Obama decise di appoggiare le primavere arabe e soprattutto quando fu inequivocabile  che l’ex presidente americano stesse negoziando un accordo con l’Iran. Trump ha  rinsaldato  l’amicizia con gli Emirati e ristabilito il rapporto di fiducia reciproca con Israele. Oggi, gli Emirati, una distesa uniforme di sabbia puntinata da oasi e percorsa da nomadi, che tuttora  ne costituiscono una parte non minoritaria della popolazione, offrono al visitatore la vista di moderni quartieri direzionali e residenziali con giardini artificiali, grattacieli incredibili  ed eleganti shopping mall.  La prova tangibile che la ricchezza enorme proveniente dai giacimenti di petrolio e gas naturale è stata investita in programmi di sviluppo industriale, in infrastrutture, in tecnologia, nella produzione di beni di consumo,  nel turismo di lusso (là il turista è sacro e trattato con i guanti) e nel settore immobiliare aperto anche a capitali stranieri. Questo ha generato ricadute benefiche nel miglioramento progressivo delle condizioni di vita della nazione, con la prospettiva, non si sa quanto remota, che il petrolio un giorno finisca. All’alleanza tra Emirati Arabi e Israele si deve guardare con senso della realtà, liberi da insensati  ideologismi, vedendo in essa un chiaro patto a sfondo geopolitico e la premessa per un futuro di sperimentazione innovazione e ricerca a vantaggio della sicurezza e della stabilità economica di entrambi i paesi. Forse Israele ha girato definitivamente le spalle all’Europa, da cui ha ricevuto solo critiche vili e accuse di parte, per rivolgersi a una parte del mondo arabo refrattario agli ideologismi e deciso a costruire gli anni a venire con pragmatismo. E’ una conferma che quando gli obiettivi coincidono, le alleanze funzionano.

Venga fuori il colpevole….l’opinione di Rita Faletti

Postato l’11 agosto 2020 alle 20.17

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Tridico
Angel

Salvini, Di Maio e Crimi continuano a fare pressione perché tre deputati (due della Lega , uno dei 5s ) escano allo scoperto per aver approfittato del bonus di 600 euro per le partite Iva. Pare ce ne siano altri due, un terzo della Lega e uno di Italia viva che avrebbero fatto richiesta del bonus senza però ottenerlo. Il presidente della Camera ha esortato i deputati a chiedere scusa e restituire il maltolto. Di Maio, sempre in prima fila se c’è da farsi pubblicità, è stato più duro: i responsabili del comportamento che getta discredito sull’intero Parlamento si dimettano e si rendano noti i loro nomi. Ma la privacy non lo consente. Se è così, “ i 5s firmeranno la rinuncia alla privacy”. Di Maio sa sempre come farsi apprezzare dai suoi fan e tenta di conquistare il consenso anche tra chi è diffidente: “non si può imputare ai commercialisti un comportamento scorretto che dipende solo dal cliente. Un abbraccio ai commercialisti”.  Alé.  Tra i fruitori del bonus, l’Inps ha incluso assessori e consiglieri comunali che hanno  avuto il diritto di accedere ai 600 euro visto che non fanno parte della schiera dei politici che percepiscono 13 mila euro al mese. Giusto precisarlo poiché ieri l’emiciclo del Parlamento era in subbuglio per la “scandalosa” condotta di colleghi “mascalzoni” che avrebbero infangato la reputazione  del Parlamento. Esagerazione che non avrebbe  del surreale, se le nostre classi politiche si fossero distinte per essere sempre state al di sopra di ogni sospetto. Certo,  accaparrarsi una cifra piuttosto modesta e destinata a chi ha sofferto davvero durante la pandemia, è meschino  quando si ha molto di più del piatto pieno per 365 giorni l’anno. Però, chi ha scritto la legge non ha previsto discriminazioni: il bonus era usufruibile da chiunque avesse una partita Iva. Conclusione: o si è sorvolato sul principio di selezione, o la legge è stata scritta male. Non è una novità in un paese in cui la burocrazia è tra le più inefficienti al mondo, come ha evidenziato Rampini nel commentare la cosa. “Andiamo a caccia di chi scrive le leggi, ha aggiunto, si può fare”. Negli USA, dove il giornalista vive, non vi è dubbio, in Italia si risolverebbe in una caccia dagli esiti sfortunati. Prendiamo ad esempio il tema trasparenza. Concetto che da noi collide con l’opacità sistemica in ogni ambito. Se ne parla e la si invoca ma si presenta con due strane facce: una è lo sputtanamento finalizzato alla demolizione del nemico attraverso la costruzione di notizie false spacciate per vere, l’altra è la commissione parlamentare d’inchiesta per far luce sulla verità.  Entrambe le versioni  portano lontano dagli obiettivi che pretendono di perseguire. Nel caso del bonus, la stranezza sta nel fatto che l’informazione è uscita a poca distanza dal referendum sul taglio dei parlamentari. Esortazione o minaccia a chi intendesse votare No?  Perché la considerazione banale ma fuorviante secondo cui  minore  il numero dei parlamentari, minori le mascalzonate, potrebbe fare presa sui votanti. Allora, chi può aver messo in giro l’informazione, se non chi è contro la casta. Ma quale casta? Quella dentro il Parlamento che prima era fuori? Rigurgito ghibellino che sa tanto di stantio. Eppure, chi, più di Tridico , presidente dell’Inps da cui la notizia è uscita, potrebbe avere più interesse a diffonderla? Ma Tridico si difende, mentre una parte del movimento  che gli ha assegnato quell’incarico afferma che la responsabilità è di chi ha scritto la legge, Pd e M5s. Non sarebbe comunque  la prima volta che il capo dell’Inps si trova in mezzo a un uragano. Chi ha buona memoria ricorda i dati farlocchi  da lui comunicati  sulla riduzione della povertà grazie al reddito di cittadinanza. In quell’occasione molti ne richiesero le dimissioni, come fa oggi Forza Italia, mentre Renzi accusa Tridico di essere totalmente impreparato e incompetente.  Guido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia,  si è detto sorpreso dell’efficienza dell’Inps nel procurarsi queste informazioni, contrariamente all’inefficienza dimostrata nel pagare i soldi della cassa integrazione. Supposizioni e considerazioni a parte, non serve essere clamorosamente intelligenti  per vedere nel grillismo un movimento antitetico alla ragione per costituzione, quindi  incompatibile con la realtà e con il pragmatismo che la realtà impone. Basti pensare che la Raggi si è ricandidata a sindaco di Roma.Salvini, Di Maio e Crimi continuano a fare pressione perché tre deputati (due della Lega , uno dei 5s ) escano allo scoperto per aver approfittato del bonus di 600 euro per le partite Iva. Pare ce ne siano altri due, un terzo della Lega e uno di Italia viva che avrebbero fatto richiesta del bonus senza però ottenerlo. Il presidente della Camera ha esortato i deputati a chiedere scusa e restituire il maltolto. Di Maio, sempre in prima fila se c’è da farsi pubblicità, è stato più duro: i responsabili del comportamento che getta discredito sull’intero Parlamento si dimettano e si rendano noti i loro nomi. Ma la privacy non lo consente. Se è così, “ i 5s firmeranno la rinuncia alla privacy”. Di Maio sa sempre come farsi apprezzare dai suoi fan e tenta di conquistare il consenso anche tra chi è diffidente: “non si può imputare ai commercialisti un comportamento scorretto che dipende solo dal cliente. Un abbraccio ai commercialisti”.  Alé.  Tra i fruitori del bonus, l’Inps ha incluso assessori e consiglieri comunali che hanno  avuto il diritto di accedere ai 600 euro visto che non fanno parte della schiera dei politici che percepiscono 13 mila euro al mese. Giusto precisarlo poiché ieri l’emiciclo del Parlamento era in subbuglio per la “scandalosa” condotta di colleghi “mascalzoni” che avrebbero infangato la reputazione  del Parlamento. Esagerazione che non avrebbe  del surreale, se le nostre classi politiche si fossero distinte per essere sempre state al di sopra di ogni sospetto. Certo,  accaparrarsi una cifra piuttosto modesta e destinata a chi ha sofferto davvero durante la pandemia, è meschino  quando si ha molto di più del piatto pieno per 365 giorni l’anno. Però, chi ha scritto la legge non ha previsto discriminazioni: il bonus era usufruibile da chiunque avesse una partita Iva. Conclusione: o si è sorvolato sul principio di selezione, o la legge è stata scritta male. Non è una novità in un paese in cui la burocrazia è tra le più inefficienti al mondo, come ha evidenziato Rampini nel commentare la cosa. “Andiamo a caccia di chi scrive le leggi, ha aggiunto, si può fare”. Negli USA, dove il giornalista vive, non vi è dubbio, in Italia si risolverebbe in una caccia dagli esiti sfortunati. Prendiamo ad esempio il tema trasparenza. Concetto che da noi collide con l’opacità sistemica in ogni ambito. Se ne parla e la si invoca ma si presenta con due strane facce: una è lo sputtanamento finalizzato alla demolizione del nemico attraverso la costruzione di notizie false spacciate per vere, l’altra è la commissione parlamentare d’inchiesta per far luce sulla verità.  Entrambe le versioni  portano lontano dagli obiettivi che pretendono di perseguire. Nel caso del bonus, la stranezza sta nel fatto che l’informazione è uscita a poca distanza dal referendum sul taglio dei parlamentari. Esortazione o minaccia a chi intendesse votare No?  Perché la considerazione banale ma fuorviante secondo cui  minore  il numero dei parlamentari, minori le mascalzonate, potrebbe fare presa sui votanti. Allora, chi può aver messo in giro l’informazione, se non chi è contro la casta. Ma quale casta? Quella dentro il Parlamento che prima era fuori? Rigurgito ghibellino che sa tanto di stantio. Eppure, chi, più di Tridico , presidente dell’Inps da cui la notizia è uscita, potrebbe avere più interesse a diffonderla? Ma Tridico si difende, mentre una parte del movimento  che gli ha assegnato quell’incarico afferma che la responsabilità è di chi ha scritto la legge, Pd e M5s. Non sarebbe comunque  la prima volta che il capo dell’Inps si trova in mezzo a un uragano. Chi ha buona memoria ricorda i dati farlocchi  da lui comunicati  sulla riduzione della povertà grazie al reddito di cittadinanza. In quell’occasione molti ne richiesero le dimissioni, come fa oggi Forza Italia, mentre Renzi accusa Tridico di essere totalmente impreparato e incompetente.  Guido Crosetto, coordinatore nazionale di Fratelli d’Italia,  si è detto sorpreso dell’efficienza dell’Inps nel procurarsi queste informazioni, contrariamente all’inefficienza dimostrata nel pagare i soldi della cassa integrazione. Supposizioni e considerazioni a parte, non serve essere clamorosamente intelligenti  per vedere nel grillismo un movimento antitetico alla ragione per costituzione, quindi  incompatibile con la realtà e con il pragmatismo che la realtà impone. Basti pensare che la Raggi si è ricandidata a sindaco di Roma.

Emmanuel Macron ovvero la lungimiranza….l’opinione di Rita Faletti

postato l’8 agosto 2020

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Mark Kopfler

E’ la politica estera a stabilire l’autorevolezza di un paese e il prestigio di un capo di stato è il risultato di una conquista sul campo.  Ha dimostrato di saperlo il presidente della Repubblica  francese Emmanuel  Macron che giovedì scorso, impedendo ad altri di rubargli la scena, primo capo di stato dell’Unione europea  è  atterrato a Beirut a due giorni dall’esplosione apocalittica che ha devastato la zona attorno al porto della capitale libanese. Insieme all’aereo presidenziale sono atterrati due aerei militari con il personale dei ministeri dell’Interno, della Salute e degli Esteri e 20 tonnellate di materiale sanitario. Con la propria presenza, Macron  ha voluto manifestare  la solidarietà della Francia e l’impegno a fornire tutti gli aiuti necessari  e nel contempo farsi  portavoce della “mobilitazione internazionale”.  E’ stato accolto dal suo omologo Michel Aoun  e da una folla riconoscente che ha continuato a gridare la propria rabbia contro il regime chiedendone la cacciata. Il Libano è in preda a una  crisi economica iniziata negli anni della guerra civile, terminata 30 anni fa, e mai superata nonostante gli aiuti dei paesi stranieri e del Fondo monetario internazionale.  La corruzione dilagante e un governo inefficiente hanno impoverito ed esasperato la popolazione ormai  ridotta allo stremo. Le manifestazioni di piazza si susseguono e le proteste si fanno sempre più accese. A Beirut,  Macron ha messo su un piatto della bilancia l’aiuto immediato a un paese al collasso, ma ha chiarito che si aspetta di vedere sull’altro piatto una serie di riforme che una situazione ormai degenerata impone. “Questa classe politica non riceverà un assegno in bianco”, ha dichiarato. Il presidente francese parlando per sé ha anche espresso la volontà degli Stati Uniti, di Israele e delle forze liberali e democratiche occidentali  che chiedono  il disarmo di Hezbollah, l’ampliamento del mandato di Unifil e il controllo da parte dell’Onu del porto e dell’aeroporto di Beirut, strategici per l’ingresso di Siria e Iran nel Mediterraneo. Un Libano inesistente politicamente nel cui governo, accanto ai cristiani maroniti, ai sunniti e agli sciiti siede il partito di Hezbollah, milizia e braccio armato degli ayatollah, sarebbe funzionale al raggiungimento di quell’obiettivo. La distruzione di Israele è parte del piano concepito dal mondo sciita al fine di allargare la propria influenza  anche nel Mediterraneo, dove attualmente  hanno campo libero  e si scontrano gli interessi di Putin e Erdogan in Libia, grazie a un’Europa inerme e a un’Italia alla quale Trump aveva affidato la gestione dei rapporti con quel paese.  Niente è stato fatto dal governo italiano, a parte le solite chiacchiere e, a un certo punto,  perfino l’incertezza sulla scelta di campo, Al Serraj o Haftar? Tutto a svantaggio delle relazioni diplomatiche con il nostro dirimpettaio africano, come emerge in questi giorni a proposito del problema immigrati, e a conferma della sciatteria italiana in politica estera. Al contrario della Francia che si è schierata con il generale Haftar, quindi con la Russia contro la Turchia che invece sostiene Tripoli. E non è casuale se ricordiamo che fu proprio Macron all’ultimo G7 a caldeggiare la riammissione della Russia nel gruppo dei 7. E ancora, non trascuriamo il fatto  che Erdogan è il paladino dei Fratelli musulmani, che l’Arabia Saudita, cui la Francia è vicina,  vede come il fumo negli occhi. Fratelli musulmani legati, a loro volta, a Hezbollah. E per tornare al presidente francese, molto attivo in Europa e non solo, si deve aggiungere che è  lo sponsor di un asse composto da Grecia, Egitto, Cipro e Israele, che comprende anche la realizzazione del gasdotto EastMed per costituire un blocco di interessi del fronte anti-Ankara. Tutto si lega. Il che non sfugge al dinamico e lungimirante inquilino dell’Eliseo, per cui non è azzardato dire che si è aperta in Europa l’era macroniana.E’ la politica estera a stabilire l’autorevolezza di un paese e il prestigio di un capo di stato è il risultato di una conquista sul campo.  Ha dimostrato di saperlo il presidente della Repubblica  francese Emmanuel  Macron che giovedì scorso, impedendo ad altri di rubargli la scena, primo capo di stato dell’Unione europea  è  atterrato a Beirut a due giorni dall’esplosione apocalittica che ha devastato la zona attorno al porto della capitale libanese. Insieme all’aereo presidenziale sono atterrati due aerei militari con il personale dei ministeri dell’Interno, della Salute e degli Esteri e 20 tonnellate di materiale sanitario. Con la propria presenza, Macron  ha voluto manifestare  la solidarietà della Francia e l’impegno a fornire tutti gli aiuti necessari  e nel contempo farsi  portavoce della “mobilitazione internazionale”.  E’ stato accolto dal suo omologo Michel Aoun  e da una folla riconoscente che ha continuato a gridare la propria rabbia contro il regime chiedendone la cacciata. Il Libano è in preda a una  crisi economica iniziata negli anni della guerra civile, terminata 30 anni fa, e mai superata nonostante gli aiuti dei paesi stranieri e del Fondo monetario internazionale.  La corruzione dilagante e un governo inefficiente hanno impoverito ed esasperato la popolazione ormai  ridotta allo stremo. Le manifestazioni di piazza si susseguono e le proteste si fanno sempre più accese. A Beirut,  Macron ha messo su un piatto della bilancia l’aiuto immediato a un paese al collasso, ma ha chiarito che si aspetta di vedere sull’altro piatto una serie di riforme che una situazione ormai degenerata impone. “Questa classe politica non riceverà un assegno in bianco”, ha dichiarato. Il presidente francese parlando per sé ha anche espresso la volontà degli Stati Uniti, di Israele e delle forze liberali e democratiche occidentali  che chiedono  il disarmo di Hezbollah, l’ampliamento del mandato di Unifil e il controllo da parte dell’Onu del porto e dell’aeroporto di Beirut, strategici per l’ingresso di Siria e Iran nel Mediterraneo. Un Libano inesistente politicamente nel cui governo, accanto ai cristiani maroniti, ai sunniti e agli sciiti siede il partito di Hezbollah, milizia e braccio armato degli ayatollah, sarebbe funzionale al raggiungimento di quell’obiettivo. La distruzione di Israele è parte del piano concepito dal mondo sciita al fine di allargare la propria influenza  anche nel Mediterraneo, dove attualmente  hanno campo libero  e si scontrano gli interessi di Putin e Erdogan in Libia, grazie a un’Europa inerme e a un’Italia alla quale Trump aveva affidato la gestione dei rapporti con quel paese.  Niente è stato fatto dal governo italiano, a parte le solite chiacchiere e, a un certo punto,  perfino l’incertezza sulla scelta di campo, Al Serraj o Haftar? Tutto a svantaggio delle relazioni diplomatiche con il nostro dirimpettaio africano, come emerge in questi giorni a proposito del problema immigrati, e a conferma della sciatteria italiana in politica estera. Al contrario della Francia che si è schierata con il generale Haftar, quindi con la Russia contro la Turchia che invece sostiene Tripoli. E non è casuale se ricordiamo che fu proprio Macron all’ultimo G7 a caldeggiare la riammissione della Russia nel gruppo dei 7. E ancora, non trascuriamo il fatto  che Erdogan è il paladino dei Fratelli musulmani, che l’Arabia Saudita, cui la Francia è vicina,  vede come il fumo negli occhi. Fratelli musulmani legati, a loro volta, a Hezbollah. E per tornare al presidente francese, molto attivo in Europa e non solo, si deve aggiungere che è  lo sponsor di un asse composto da Grecia, Egitto, Cipro e Israele, che comprende anche la realizzazione del gasdotto EastMed per costituire un blocco di interessi del fronte anti-Ankara. Tutto si lega. Il che non sfugge al dinamico e lungimirante inquilino dell’Eliseo, per cui non è azzardato dire che si è aperta in Europa l’era macroniana.

PD in bamba…l’opinione di Rita Faletti

postato il 4 agosto 2020

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Moby ZaZa
Titanic

A un anno dal Papeete e dal mojito, diventati metafore di  Salvini e usate oltre che da commentatori e avversari politici, anche da coloro che hanno governato con lui nella catastrofica stagione  gialloverde, è venuto il momento di fare un bilancio sui risultati raggiunti dal Pd. Dei grillini non c’è più molto da dire se non che hanno dovuto normalizzarsi al punto che i senatori del Movimento hanno dato il benservito a Davide Casaleggio e alla sua piattaforma come strumento di comunicazione e discussione politica. Rimane qualche intignamento, sul Mes per esempio, ma vedremo come andrà a finire, tra baruffe e contrasti interni. Durante la convivenza giallorossa, è però successo l’inevitabile: il Pd ha dimenticato il progetto riformista ed è tornato all’assistenzialismo di stato. Calenda lo aveva previsto e se n’è  andato in tempo.   Oggi, le critiche del fondatore di  Azione si estendono alla mancata gestione, da parte del Partito democratico, dei flussi migratori. Sulla questione, i dem non sanno che pesci prendere, tra gli strepiti di Saviano, le braccia aperte di Orsini, la solita retorica guasta della solidarietà e il senso della realtà che imporrebbe misure strutturali, non toppe provvisorie che peggiorano la situazione. Nel 2015, Renzi ottenne da Bruxelles  un po’ di flessibilità nei conti italiani in cambio dell’accoglienza indiscriminata a chi fosse sbarcato sulle nostre coste. Un errore vistoso: nel 2016 arrivarono più di 180 mila migranti tra le critiche accese dell’opposizione, le proteste e la rabbia di chi ne faceva le spese vivendo già situazioni di precarietà economica e insicurezza. Nel 2017, con il governo Gentiloni,  arrivava al ministero dell’Interno Marco Minniti. Per la prima volta il termine emergenza riferito ai flussi migratori fu abolito. Il ministro spiegò che erano necessari  misure organiche e provvedimenti  efficaci, che l’accoglienza ha un limite oggettivo nella possibilità di integrazione, che la mancata integrazione porta al terrorismo, che non tutti hanno il diritto d’asilo e per essi  c’è il rimpatrio, che la rabbia e la paura attraversano il mondo e non si può fingere che non ci siano. Minniti andò in Libia e costruì una rete di rapporti con le autorità locali e le tribù di quel paese e concordò  misure volte ad impedire le partenze, aprire corridoi umanitari e costruire in Libia un centro di raccolta sotto il controllo dell’Onu. In quell’anno furono 20 mila i rimpatri e gli sbarchi diminuirono drasticamente. Un successo per alcuni, un crimine per i soliti ipocriti che dietro il buon cuore nascondono l’incapacità di assumersi  la responsabilità di decidere e il timore di essere tacciati di xenofobia e razzismo. La fortuna di avere un pezzo da novanta tra i ministri del governo,  si trasformò in ridicolo senso di colpa. Ci fu addirittura chi definì  Minniti mezzo-destro. Il partito degli addormentati  ignorava che sarebbe arrivato qualcuno a cacciarli e fare dell’immigrazione il proprio cavallo vincente. Eppure, nonostante un’esperienza di governo consolidata, presidenti di regione e sindaci capaci, il partito di Zingaretti sembra piantato in mezzo alla palude, imbambolato e privo di slancio vitale e idee.  Il Pd continua a ripetere gli stessi sbagli: confida nel miracolo che i problemi si risolvano da soli, basta aspettare, e si rianima quando gli giunge qualche buona notizia: la complicata e difficile  posizione  del governatore della Lombardia e il processo a Salvini, grazie  all’inaspettato sì di Renzi all’autorizzazione a procedere.  Chissà che non riusciamo a liberarci definitivamente della Lega senza  muovere un dito, pensano,  fiduciosi che saranno i giudici a fare il lavoro sporco. La strategia attendista non funziona però se applicata all’immigrazione. Come ogni estate succede, gli sbarchi sulle coste italiane si sono intensificati. Tra i migranti, i più numerosi  sono tunisini, spinti a partire dall’instabilità politica del loro paese. Arrivano ora dopo ora a ritmo serrato e vanno a riempire gli hotspot di Lampedusa, sempre  sul punto di scoppiare malgrado il continuo turn over.  Alcuni scappano e quando vengono riacciuffati si scopre che sono positivi al Covid. Così,  al problema immigrazione  si aggiunge quello sanitario che il governo spera di risolvere mettendo a disposizione due navi-quarantena, il cui affitto costa allo stato 4 milioni per tre mesi ; mentre di circa 5 mila euro è il costo mensile per ogni immigrato. Vuoi vedere che i 37 miliardi in più del  fondo Recovery  erano stati previsti  per l’accoglienza? E poi, possibile che a Conte non sia venuto in mente di nominare, in aggiunta alle 40 task force, una che si occupasse di immigrazione?A un anno dal Papeete e dal mojito, diventati metafore di  Salvini e usate oltre che da commentatori e avversari politici, anche da coloro che hanno governato con lui nella catastrofica stagione  gialloverde, è venuto il momento di fare un bilancio sui risultati raggiunti dal Pd. Dei grillini non c’è più molto da dire se non che hanno dovuto normalizzarsi al punto che i senatori del Movimento hanno dato il benservito a Davide Casaleggio e alla sua piattaforma come strumento di comunicazione e discussione politica. Rimane qualche intignamento, sul Mes per esempio, ma vedremo come andrà a finire, tra baruffe e contrasti interni. Durante la convivenza giallorossa, è però successo l’inevitabile: il Pd ha dimenticato il progetto riformista ed è tornato all’assistenzialismo di stato. Calenda lo aveva previsto e se n’è  andato in tempo.   Oggi, le critiche del fondatore di  Azione si estendono alla mancata gestione, da parte del Partito democratico, dei flussi migratori. Sulla questione, i dem non sanno che pesci prendere, tra gli strepiti di Saviano, le braccia aperte di Orsini, la solita retorica guasta della solidarietà e il senso della realtà che imporrebbe misure strutturali, non toppe provvisorie che peggiorano la situazione. Nel 2015, Renzi ottenne da Bruxelles  un po’ di flessibilità nei conti italiani in cambio dell’accoglienza indiscriminata a chi fosse sbarcato sulle nostre coste. Un errore vistoso: nel 2016 arrivarono più di 180 mila migranti tra le critiche accese dell’opposizione, le proteste e la rabbia di chi ne faceva le spese vivendo già situazioni di precarietà economica e insicurezza. Nel 2017, con il governo Gentiloni,  arrivava al ministero dell’Interno Marco Minniti. Per la prima volta il termine emergenza riferito ai flussi migratori fu abolito. Il ministro spiegò che erano necessari  misure organiche e provvedimenti  efficaci, che l’accoglienza ha un limite oggettivo nella possibilità di integrazione, che la mancata integrazione porta al terrorismo, che non tutti hanno il diritto d’asilo e per essi  c’è il rimpatrio, che la rabbia e la paura attraversano il mondo e non si può fingere che non ci siano. Minniti andò in Libia e costruì una rete di rapporti con le autorità locali e le tribù di quel paese e concordò  misure volte ad impedire le partenze, aprire corridoi umanitari e costruire in Libia un centro di raccolta sotto il controllo dell’Onu. In quell’anno furono 20 mila i rimpatri e gli sbarchi diminuirono drasticamente. Un successo per alcuni, un crimine per i soliti ipocriti che dietro il buon cuore nascondono l’incapacità di assumersi  la responsabilità di decidere e il timore di essere tacciati di xenofobia e razzismo. La fortuna di avere un pezzo da novanta tra i ministri del governo,  si trasformò in ridicolo senso di colpa. Ci fu addirittura chi definì  Minniti mezzo-destro. Il partito degli addormentati  ignorava che sarebbe arrivato qualcuno a cacciarli e fare dell’immigrazione il proprio cavallo vincente. Eppure, nonostante un’esperienza di governo consolidata, presidenti di regione e sindaci capaci, il partito di Zingaretti sembra piantato in mezzo alla palude, imbambolato e privo di slancio vitale e idee.  Il Pd continua a ripetere gli stessi sbagli: confida nel miracolo che i problemi si risolvano da soli, basta aspettare, e si rianima quando gli giunge qualche buona notizia: la complicata e difficile  posizione  del governatore della Lombardia e il processo a Salvini, grazie  all’inaspettato sì di Renzi all’autorizzazione a procedere.  Chissà che non riusciamo a liberarci definitivamente della Lega senza  muovere un dito, pensano,  fiduciosi che saranno i giudici a fare il lavoro sporco. La strategia attendista non funziona però se applicata all’immigrazione. Come ogni estate succede, gli sbarchi sulle coste italiane si sono intensificati. Tra i migranti, i più numerosi  sono tunisini, spinti a partire dall’instabilità politica del loro paese. Arrivano ora dopo ora a ritmo serrato e vanno a riempire gli hotspot di Lampedusa, sempre  sul punto di scoppiare malgrado il continuo turn over.  Alcuni scappano e quando vengono riacciuffati si scopre che sono positivi al Covid. Così,  al problema immigrazione  si aggiunge quello sanitario che il governo spera di risolvere mettendo a disposizione due navi-quarantena, il cui affitto costa allo stato 4 milioni per tre mesi ; mentre di circa 5 mila euro è il costo mensile per ogni immigrato. Vuoi vedere che i 37 miliardi in più del  fondo Recovery  erano stati previsti  per l’accoglienza? E poi, possibile che a Conte non sia venuto in mente di nominare, in aggiunta alle 40 task force, una che si occupasse di immigrazione?

I camici di Fontana..l’opinione di Rita Faletti

  • Luglio 30, 2020 – 23:08
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Fontana
Don Raffaè

Caso Fontana: il governatore della Lombardia ha mentito. Ha parlato in Giunta, ha difeso se stesso e la propria onorabilità, ha ricostruito i fatti, alcuni li ha dimenticati, di altri ignorava l’esistenza, ha dimenticato date e ha pasticciato con il risultato di aver dato di sé la triste immagine di un bugiardo mediocre. In tempi diversi,  la cosa non dico sarebbe passata sotto silenzio, questo mai trattandosi per di più di un esponente dello schieramento politico che scatena il tipico riflesso  pavloviano, ciò che proviene da destra è per definizione negativo,  ma avrebbe avuto minore risonanza e prodotto frasi di circostanza sempre attuali  “La magistratura indagherà e la giustizia farà il suo corso”  oppure, in alternativa, “Abbiamo fiducia nella magistratura”. E’ noto che politici e amministratori locali non sono nuovi  a comportamenti poco ortodossi che contrastano con il senso di responsabilità che si richiede a chi gestisce gli interessi degli amministrati. Ma in tempi di pandemia e proprio nella regione  con il numero di morti più alto che in qualunque altra parte d’Europa,  tutta la questione, dall’azienda del cognato ai denari di famiglia ai camici in parte trasformati in donazioni, da ordinaria in tempi ordinari, diventa grave. Non tanto per il conflitto di interessi, condizione piuttosto diffusa tra i funzionari pubblici , né per i soldi in un conto svizzero  ( rientrati nel 2015 con “voluntary disclosure”) che non costituiscono reato se regolarmente dichiarati, con la premessa che in Italia la ricchezza è vista più  come un crimine che come conseguenza naturale e premio al “hard work” secondo la  concezione protestante. Per fortuna non siamo in Cina o in Corea del nord e possiamo ancora tenere i nostri soldi dove ci pare a condizione di dimostrarne la provenienza.   Quello che invece stride è il business  dei  25mila camici destinati alla vendita a ditte private in un momento in cui era  prioritario difendere la vita delle persone e degli operatori sanitari in una regione martoriata dal virus. Come è motivo di perplessità la gestione della commessa di quei camici e di altro materiale sanitario senza  seguire le procedure amministrative, senza trasparenza e in un clima di improvvisazione  incompatibili con la conduzione della cosa pubblica. Le dichiarazioni di Fontana non stupirebbero se venissero dall’amministratore  inesperto e ingenuo di  un paesino ai confini del mondo. Ma è concepibile che il presidente di una regione importante, l’avvocato di un famoso  studio legale, possa inguaiarsi da solo, mentendo, anche inutilmente,  pur di salvare la propria onorabilità? Non l’avrebbe salvata dicendo la verità? Una verità  probabilmente  meno scandalosa di quanto la si voglia fare apparire con il fine manifesto di colpire un partito. La menzogna è affar serio. Per essere credibile deve creare l’illusione della verità, deve essere eclatante, folgorante, talmente inverosimile e straordinaria da sconfinare con l’opera d’arte. Una menzogna autentica richiede esercizio, oltre che talento e fantasia. Fontana non sembra esserne provvisto. Lo scopriremo  quando la giustizia “avrà fatto il suo corso”.Caso Fontana: il governatore della Lombardia ha mentito. Ha parlato in Giunta, ha difeso se stesso e la propria onorabilità, ha ricostruito i fatti, alcuni li ha dimenticati, di altri ignorava l’esistenza, ha dimenticato date e ha pasticciato con il risultato di aver dato di sé la triste immagine di un bugiardo mediocre. In tempi diversi,  la cosa non dico sarebbe passata sotto silenzio, questo mai trattandosi per di più di un esponente dello schieramento politico che scatena il tipico riflesso  pavloviano, ciò che proviene da destra è per definizione negativo,  ma avrebbe avuto minore risonanza e prodotto frasi di circostanza sempre attuali  “La magistratura indagherà e la giustizia farà il suo corso”  oppure, in alternativa, “Abbiamo fiducia nella magistratura”. E’ noto che politici e amministratori locali non sono nuovi  a comportamenti poco ortodossi che contrastano con il senso di responsabilità che si richiede a chi gestisce gli interessi degli amministrati. Ma in tempi di pandemia e proprio nella regione  con il numero di morti più alto che in qualunque altra parte d’Europa,  tutta la questione, dall’azienda del cognato ai denari di famiglia ai camici in parte trasformati in donazioni, da ordinaria in tempi ordinari, diventa grave. Non tanto per il conflitto di interessi, condizione piuttosto diffusa tra i funzionari pubblici , né per i soldi in un conto svizzero  ( rientrati nel 2015 con “voluntary disclosure”) che non costituiscono reato se regolarmente dichiarati, con la premessa che in Italia la ricchezza è vista più  come un crimine che come conseguenza naturale e premio al “hard work” secondo la  concezione protestante. Per fortuna non siamo in Cina o in Corea del nord e possiamo ancora tenere i nostri soldi dove ci pare a condizione di dimostrarne la provenienza.   Quello che invece stride è il business  dei  25mila camici destinati alla vendita a ditte private in un momento in cui era  prioritario difendere la vita delle persone e degli operatori sanitari in una regione martoriata dal virus. Come è motivo di perplessità la gestione della commessa di quei camici e di altro materiale sanitario senza  seguire le procedure amministrative, senza trasparenza e in un clima di improvvisazione  incompatibili con la conduzione della cosa pubblica. Le dichiarazioni di Fontana non stupirebbero se venissero dall’amministratore  inesperto e ingenuo di  un paesino ai confini del mondo. Ma è concepibile che il presidente di una regione importante, l’avvocato di un famoso  studio legale, possa inguaiarsi da solo, mentendo, anche inutilmente,  pur di salvare la propria onorabilità? Non l’avrebbe salvata dicendo la verità? Una verità  probabilmente  meno scandalosa di quanto la si voglia fare apparire con il fine manifesto di colpire un partito. La menzogna è affar serio. Per essere credibile deve creare l’illusione della verità, deve essere eclatante, folgorante, talmente inverosimile e straordinaria da sconfinare con l’opera d’arte. Una menzogna autentica richiede esercizio, oltre che talento e fantasia. Fontana non sembra esserne provvisto. Lo scopriremo  quando la giustizia “avrà fatto il suo corso”.

Politiche dal doppio binario…l’opinione di Rita Faletti

  • postato il 25 luglio 2020 – 19:24
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Tragedy

Di tanto in tanto dalla palude mefitica dei segreti  inconfessabili  degli stati, si alza una bolla di gas miasmatico che preannuncia l’emersione di  materiale infetto impossibile da nascondere. E si scopre che il marcio è molto più diffuso di quanto si sospettasse.  I primi ministri dell’Ue sono tornati nei loro rispettivi paesi soddisfatti dei risultati raggiunti. I quattro giorni e le quattro notti di passione trascorsi ai tavoli delle trattative sono stati ricompensati  dai bottini più o meno generosi  del Recovery fund  grazie ai quali avviare le operazioni di  “Repair, reform, recover” annotate nelle agende fitte di programmi da comunicare alla stampa ingorda di notizie e ai popoli messi  a dura prova dal provvidenziale virus, piombato, manco a farlo apposta, in un momento in cui l’economia era sufficientemente stremata da aver bisogno di qualche iniezione di quattrini freschi. Dunque, concluso il rituale delle gomitate, che volentieri  taluni  avrebbero trasformato in sgomitate, ognuno torna a casa a vedersela con le responsabilità che la mutualizzazione del debito comporta. Piani di rinascita che i paesi europei, Italia esclusa,  hanno già pronti, e proposte di progetti da presentare alla Commissione come condizione per l’accesso ai fondi. L’Italia, bravo Conte, riceverà più di tutti e più di quanto si aspettasse: 209 miliardi al posto di 172. Trionfalismi a parte, sarebbe però  interessante scoprire se tra i capitoli di spesa e le finalità comuni in capo all’Ue sia menzionata la voce “erogazione fondi a favore di organizzazioni non governative che svolgono attività destinate a cause benefiche”. E qui sta il marcio cui alludevo. Mi spiego. Milioni di euro vengono erogati ogni anno dai bilanci di alcuni stati a gruppi politicizzati che svolgono attività tutt’altro che benefiche. Le sovvenzioni  sono tenute  nascoste al pubblico e non ci sono documenti che espongano nel dettaglio i criteri con cui sono scelti i beneficiari delle sovvenzioni né che ne  riportino l’ammontare. Tra i paesi che si sa per certo  destinano soldi dei contribuenti a Ong che operano in Medio oriente, ci sono Olanda, Spagna e Italia. Gran Bretagna e Canada hanno già fermato tale spreco di denaro pubblico, seguiti dal governo dell’Aia dopo che il ministro degli Esteri olandese, Stef Blok, ha rivelato che il suo paese ha pagato gli stipendi a due terroristi coinvolti nell’omicidio di una 17enne israeliana uccisa da una bomba in Cisgiordania. Uno dei due figurava come contabile presso l’unione dei comitati del Lavoro agricolo palestinese. In realtà era comandante della cellula terroristica del Fronte popolare per la liberazione della Palestina a cui l’Olanda ha versato negli ultimi sette anni 20 milioni di dollari. Una vergogna che prova i legami tra terrorismo  e organizzazioni non governative che falsificando la storia e sfruttando il linguaggio peloso dei diritti umani  giocano un ruolo centrale nella campagna di demonizzazione e delegittimazione di Israele. Si tratta di organizzazioni  semi o para terroristiche a tutti gli effetti, in quanto, pur non avendo parte attiva in azioni terroristiche,  ma negando a Israele  il diritto di esistere e difendersi , spingono per la sua eliminazione. Anche certa  stampa si presta a questo sporco servizio circondando di un’aura di sacralità le Ong che alimentano l’odio anti-israeliano e contribuiscono  ad inasprire rapporti già tesi  in un’area incandescente, senza peraltro aiutare i palestinesi, sotto il controllo di Hamas, ad emanciparsi  dallo stato di dipendenza dagli aiuti internazionali.   D’altro canto sarebbe  ipocrita fare finta di aver dimenticato quanto Hamas dichiarò nel 2006 dopo aver sconfitto il rivale Al Fatah: “Il dialogo con Israele non è in agenda”. Nonostante quelle parole e gli attentati  che da soli bastano a chiarire le intenzioni di quel  gruppo terroristico, Il governo italiano e le autorità locali, pur sostenendo ufficialmente Israele e pronunciando parole di amicizia nei confronti di quello Stato, hanno continuato per più di dieci anni a utilizzare i soldi dei contribuenti  per foraggiare organizzazioni che fanno mostra di appoggiare il processo di pace e intanto stigmatizzano Israele. Un rapporto imbarazzante che segue un doppio binario e dà ragione a Israele che ha smesso di fidarsi di noi. Facile per gli israeliani accedere alle informazioni sull’argomento dei  finanziamenti alle Ong che operano in Palestina,  più complicato in Italia dove delle 20 regioni, 7 non permettono pubblico accesso ai dati. Sono Valle D’Aosta, Piemonte, Molise, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Come mai? Cosa si vuole nascondere?Di tanto in tanto dalla palude mefitica dei segreti  inconfessabili  degli stati, si alza una bolla di gas miasmatico che preannuncia l’emersione di  materiale infetto impossibile da nascondere. E si scopre che il marcio è molto più diffuso di quanto si sospettasse.  I primi ministri dell’Ue sono tornati nei loro rispettivi paesi soddisfatti dei risultati raggiunti. I quattro giorni e le quattro notti di passione trascorsi ai tavoli delle trattative sono stati ricompensati  dai bottini più o meno generosi  del Recovery fund  grazie ai quali avviare le operazioni di  “Repair, reform, recover” annotate nelle agende fitte di programmi da comunicare alla stampa ingorda di notizie e ai popoli messi  a dura prova dal provvidenziale virus, piombato, manco a farlo apposta, in un momento in cui l’economia era sufficientemente stremata da aver bisogno di qualche iniezione di quattrini freschi. Dunque, concluso il rituale delle gomitate, che volentieri  taluni  avrebbero trasformato in sgomitate, ognuno torna a casa a vedersela con le responsabilità che la mutualizzazione del debito comporta. Piani di rinascita che i paesi europei, Italia esclusa,  hanno già pronti, e proposte di progetti da presentare alla Commissione come condizione per l’accesso ai fondi. L’Italia, bravo Conte, riceverà più di tutti e più di quanto si aspettasse: 209 miliardi al posto di 172. Trionfalismi a parte, sarebbe però  interessante scoprire se tra i capitoli di spesa e le finalità comuni in capo all’Ue sia menzionata la voce “erogazione fondi a favore di organizzazioni non governative che svolgono attività destinate a cause benefiche”. E qui sta il marcio cui alludevo. Mi spiego. Milioni di euro vengono erogati ogni anno dai bilanci di alcuni stati a gruppi politicizzati che svolgono attività tutt’altro che benefiche. Le sovvenzioni  sono tenute  nascoste al pubblico e non ci sono documenti che espongano nel dettaglio i criteri con cui sono scelti i beneficiari delle sovvenzioni né che ne  riportino l’ammontare. Tra i paesi che si sa per certo  destinano soldi dei contribuenti a Ong che operano in Medio oriente, ci sono Olanda, Spagna e Italia. Gran Bretagna e Canada hanno già fermato tale spreco di denaro pubblico, seguiti dal governo dell’Aia dopo che il ministro degli Esteri olandese, Stef Blok, ha rivelato che il suo paese ha pagato gli stipendi a due terroristi coinvolti nell’omicidio di una 17enne israeliana uccisa da una bomba in Cisgiordania. Uno dei due figurava come contabile presso l’unione dei comitati del Lavoro agricolo palestinese. In realtà era comandante della cellula terroristica del Fronte popolare per la liberazione della Palestina a cui l’Olanda ha versato negli ultimi sette anni 20 milioni di dollari. Una vergogna che prova i legami tra terrorismo  e organizzazioni non governative che falsificando la storia e sfruttando il linguaggio peloso dei diritti umani  giocano un ruolo centrale nella campagna di demonizzazione e delegittimazione di Israele. Si tratta di organizzazioni  semi o para terroristiche a tutti gli effetti, in quanto, pur non avendo parte attiva in azioni terroristiche,  ma negando a Israele  il diritto di esistere e difendersi , spingono per la sua eliminazione. Anche certa  stampa si presta a questo sporco servizio circondando di un’aura di sacralità le Ong che alimentano l’odio anti-israeliano e contribuiscono  ad inasprire rapporti già tesi  in un’area incandescente, senza peraltro aiutare i palestinesi, sotto il controllo di Hamas, ad emanciparsi  dallo stato di dipendenza dagli aiuti internazionali.   D’altro canto sarebbe  ipocrita fare finta di aver dimenticato quanto Hamas dichiarò nel 2006 dopo aver sconfitto il rivale Al Fatah: “Il dialogo con Israele non è in agenda”. Nonostante quelle parole e gli attentati  che da soli bastano a chiarire le intenzioni di quel  gruppo terroristico, Il governo italiano e le autorità locali, pur sostenendo ufficialmente Israele e pronunciando parole di amicizia nei confronti di quello Stato, hanno continuato per più di dieci anni a utilizzare i soldi dei contribuenti  per foraggiare organizzazioni che fanno mostra di appoggiare il processo di pace e intanto stigmatizzano Israele. Un rapporto imbarazzante che segue un doppio binario e dà ragione a Israele che ha smesso di fidarsi di noi. Facile per gli israeliani accedere alle informazioni sull’argomento dei  finanziamenti alle Ong che operano in Palestina,  più complicato in Italia dove delle 20 regioni, 7 non permettono pubblico accesso ai dati. Sono Valle D’Aosta, Piemonte, Molise, Campania, Basilicata, Calabria e Sicilia. Come mai? Cosa si vuole nascondere?

Verso un futuro post-religioso…l’opinione di Rita Faletti

postato il 21 luglio alle 00:36

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Guaranì

Il fuoco che divampa nella Cattedrale dei santi Pietro e Paolo a Nantes distrugge irrimediabilmente il grande organo, ma non intacca la struttura grazie all’intervento tempestivo dei vigili del fuoco che Macron ringrazia.  Un attentato? Domanda rivolta a se stessi a mezza voce.  In Europa la Francia è il paese che ha subito il più alto numero di attentati terroristici, ultimo quello del 3 gennaio con l’accoltellamento di tre persone al grido di “Allahu akbar”. Il Covid ci ha fatto dimenticare che noi siamo gli “infedeli”, tra i bersagli preferiti  del terrorismo islamico. La paura del contagio ha cancellato quella del terrorismo, la preoccupazione per l’economia ha sospeso entrambe e chissà che occupazioni diverse dal preparare ordigni esplosivi o fantasticare su come eliminarci non abbiano tenuto  impegnati  i mestieranti del terrore. Magari qualcuno è anche morto. Magari. A interrompere questi pensieri  la notizia che l’incendio è doloso e che tre inneschi sono stati trovati in tre punti diversi all’interno della cattedrale. Dunque un attentato. Un simbolo della cristianità, un luogo di culto importante finora sopravvissuto alla chiusura per mancanza di fedeli  o di preti che dicano Messa, triste realtà diffusa  in tutta l’Europa occidentale, si presterebbe ad essere un obiettivo non trascurabile nei piani del radicalismo islamico. Poi ogni congettura decade e la polizia francese fa sapere che i sospetti cadono su un uomo, un volontario,  che aveva le chiavi della cattedrale ed era stato incaricato di chiuderla. Chi è l’uomo? Un rifugiato del Ruanda al quale era scaduto il visto di soggiorno e ha pensato bene di dare una bella lezione al paese che lo ha accolto. Un modo sbrigativo per convincere le autorità a rinnovargli prontamente il permesso. Quando, due anni e mezzo fa, una parte della cattedrale di Notre Dame a Parigi fu avvolta da un grave incendio legato ai lavori di ristrutturazione,  Papa Bergoglio  inviò un telegramma in cui si associava alla tristezza dei fedeli  e degli abitanti della capitale e di tutti i francesi.  Questa volta non si è ricordato di fare altrettanto. E’ vero che la cattedrale di Nantes non è così famosa, è vero che il Papa è più anziano di allora e qualcosa può sfuggirgli, è vero che la situazione mondiale lo affligge oltremodo,  ma una parola per i fedeli di Nantes da parte di un pontefice che predica la solidarietà e il dialogo con tutti sarebbe stata doverosa. Ma è anche vero che in questo caso l’incendio è stato volontario e Bergoglio non avrebbe potuto astenersi dal condannare il gesto e con il gesto il suo autore. Impossibile. L’autore è un profugo e profughi e migranti hanno una posizione privilegiata nei pensieri del papa. Simpatia per i cinesi “Mi piacerebbe andare a Pechino, io amo la Cina” , dolore per la decisione di Erdogan di trasformare la chiesa di Santa Sofia in moschea,  vicinanza alle amate popolazioni dell’Armenia e dell’Azerbaigian. Sarebbe il segno di una pretesa arrogante chiedere a Bergoglio, in quanto  massima autorità della Chiesa cattolica, di difendere con convinzione  i cristiani e l’identità della fede cattolica? Purtroppo,  in tempi di post-modernità, sono il sincretismo religioso, il misticismo fai da te, l’ecumenismo vuoto, il falso multiculturalismo, il relativismo confuso con la tolleranza a trionfare. E  proprio nel relativismo, Joseph Ratzinger, considerato da molti l’ultimo Papa d’Occidente, aveva previsto la causa del declino di questa parte del mondo e dei suoi valori. “Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento”. Era il 2011 e oggi la realtà conferma il potere profetico di quelle parole. Siamo nel 2020 e la sfida del  laicismo ai valori tradizionali della fede e della cultura cristiane ha vinto. Si voleva un cattolicesimo remissivo, piegato, sconfitto e marginale. E’ sotto i nostri occhi. La modernità esulta nella frase di Monica Cirinnà:  “Dio, patria e famiglia. Che vita di merda!”  Ed io non posso che constatare l’abisso tra il pensiero di un Papa gigantesco e il grido di libertà di una caccola.Il fuoco che divampa nella Cattedrale dei santi Pietro e Paolo a Nantes distrugge irrimediabilmente il grande organo, ma non intacca la struttura grazie all’intervento tempestivo dei vigili del fuoco che Macron ringrazia.  Un attentato? Domanda rivolta a se stessi a mezza voce.  In Europa la Francia è il paese che ha subito il più alto numero di attentati terroristici, ultimo quello del 3 gennaio con l’accoltellamento di tre persone al grido di “Allahu akbar”. Il Covid ci ha fatto dimenticare che noi siamo gli “infedeli”, tra i bersagli preferiti  del terrorismo islamico. La paura del contagio ha cancellato quella del terrorismo, la preoccupazione per l’economia ha sospeso entrambe e chissà che occupazioni diverse dal preparare ordigni esplosivi o fantasticare su come eliminarci non abbiano tenuto  impegnati  i mestieranti del terrore. Magari qualcuno è anche morto. Magari. A interrompere questi pensieri  la notizia che l’incendio è doloso e che tre inneschi sono stati trovati in tre punti diversi all’interno della cattedrale. Dunque un attentato. Un simbolo della cristianità, un luogo di culto importante finora sopravvissuto alla chiusura per mancanza di fedeli  o di preti che dicano Messa, triste realtà diffusa  in tutta l’Europa occidentale, si presterebbe ad essere un obiettivo non trascurabile nei piani del radicalismo islamico. Poi ogni congettura decade e la polizia francese fa sapere che i sospetti cadono su un uomo, un volontario,  che aveva le chiavi della cattedrale ed era stato incaricato di chiuderla. Chi è l’uomo? Un rifugiato del Ruanda al quale era scaduto il visto di soggiorno e ha pensato bene di dare una bella lezione al paese che lo ha accolto. Un modo sbrigativo per convincere le autorità a rinnovargli prontamente il permesso. Quando, due anni e mezzo fa, una parte della cattedrale di Notre Dame a Parigi fu avvolta da un grave incendio legato ai lavori di ristrutturazione,  Papa Bergoglio  inviò un telegramma in cui si associava alla tristezza dei fedeli  e degli abitanti della capitale e di tutti i francesi.  Questa volta non si è ricordato di fare altrettanto. E’ vero che la cattedrale di Nantes non è così famosa, è vero che il Papa è più anziano di allora e qualcosa può sfuggirgli, è vero che la situazione mondiale lo affligge oltremodo,  ma una parola per i fedeli di Nantes da parte di un pontefice che predica la solidarietà e il dialogo con tutti sarebbe stata doverosa. Ma è anche vero che in questo caso l’incendio è stato volontario e Bergoglio non avrebbe potuto astenersi dal condannare il gesto e con il gesto il suo autore. Impossibile. L’autore è un profugo e profughi e migranti hanno una posizione privilegiata nei pensieri del papa. Simpatia per i cinesi “Mi piacerebbe andare a Pechino, io amo la Cina” , dolore per la decisione di Erdogan di trasformare la chiesa di Santa Sofia in moschea,  vicinanza alle amate popolazioni dell’Armenia e dell’Azerbaigian. Sarebbe il segno di una pretesa arrogante chiedere a Bergoglio, in quanto  massima autorità della Chiesa cattolica, di difendere con convinzione  i cristiani e l’identità della fede cattolica? Purtroppo,  in tempi di post-modernità, sono il sincretismo religioso, il misticismo fai da te, l’ecumenismo vuoto, il falso multiculturalismo, il relativismo confuso con la tolleranza a trionfare. E  proprio nel relativismo, Joseph Ratzinger, considerato da molti l’ultimo Papa d’Occidente, aveva previsto la causa del declino di questa parte del mondo e dei suoi valori. “Il relativismo diffuso, secondo il quale tutto si equivale e non esiste alcuna verità, né alcun punto di riferimento assoluto, non genera la vera libertà, ma instabilità, smarrimento, conformismo alle mode del momento”. Era il 2011 e oggi la realtà conferma il potere profetico di quelle parole. Siamo nel 2020 e la sfida del  laicismo ai valori tradizionali della fede e della cultura cristiane ha vinto. Si voleva un cattolicesimo remissivo, piegato, sconfitto e marginale. E’ sotto i nostri occhi. La modernità esulta nella frase di Monica Cirinnà:  “Dio, patria e famiglia. Che vita di merda!”  Ed io non posso che constatare l’abisso tra il pensiero di un Papa gigantesco e il grido di libertà di una caccola.

Governo in stato confusionale…l’opinione di Rita Faletti

postato il 14 luglio 2020 ore

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Alcuni ponti e viadotti crollati negli ultimi anni

Settimana impegnativa per Conte e per l’esecutivo.  Dopo quasi due anni dal crollo del ponte Morandi,  il Cdm  slittato alle 22 di questa sera, dovrà finalmente prendere una decisione sulle concessioni  ad Autostrade per l’Italia (Aspi), la società che  Atlantia, holding della famiglia Benetton, controlla per l’88 per cento. Sembra trascorsa un’era geologica da quando l’ex ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, promise con l’avventatezza di chi non conosce il diritto e da una prospettiva viziata dall’ideologia, che avrebbe revocato la concessione ad Autostrade. Da allora nessun accertamento delle responsabilità e nessuna revoca.  In cambio abbiamo imparato che è canonico dei grillini promettere e non mantenere, parlare e non fare. Dunque,  il governo Conte revocherà davvero la concessione ad Autostrade?  Il presidente del Consiglio ha tirato fuori l’anima grillina quando ha dichiarato che non è accettabile farsi prendere in giro da chi è responsabile di una tragedia, con   riferimento  alla proposta ritenuta irricevibile fatta dalla società. Nei piani di Conte c’è un fine preciso: assicurarsi lo scalpo dei Benetton costringendoli all’uscita totale dal capitale di Autostrade. E’ quello che vogliono i pasdaran pentastellati- Crimi in mascherina: “Non arretreremo”- e la sinistra del Pd. E Zingaretti? Il segretario  auspica un assetto societario che veda lo stato al centro di una nuova compagine azionaria. Come dire ingresso di Cdp e altri gruppi  in Aspi. All’orizzonte uno Zinga pronto a cedere.  Di diverso avviso Italia Viva. Renzi  si dimostra cauto e per niente interessato a placare o strumentalizzare la rabbia che i grillini assecondano. Le sue preoccupazioni toccano aspetti reali: manutenzione, investimenti sulle reti autostradali, difesa dei posti di lavoro.  All’incirca quanto offerto da  Autostrade nella trattativa con il governo: indennizzi a Genova, maggiori controlli sulla rete, manutenzione straordinaria, accelerazione sugli investimenti, abbassamento del  5 per cento delle tariffe e un aumento di capitale di 3,4 miliardi, cifra chiesta dal governo. Ma a Conte non basta. Gianni Mion,  presidente di Edizione, holding dei Benetton a cui fa capo il 30% circa di Atlantia, ha detto di comprendere la posizione del premier, ma ha aggiunto: “E’ nostro dovere difendere le due aziende, Aspi e Atlantia, e i loro dipendenti, finanziatori e azionisti”. Esattamente ciò che Conte trascura, oltre alla questione della penale da pagare alla concessionaria, ridotta da 23 a 7 miliardi, forse, e al carattere espropriativo che assumerebbe il passaggio della gestione ad Anas in assenza di indennizzo. La revoca della concessione ad Autostrade provocherebbe  l’effetto default (19 miliardi) con serie conseguenze  sui mercati obbligazionari e bancari europei  essendo, la maggior parte del debito, costituito da titoli detenuti da investitori internazionali. Ricadrebbe sugli azionisti di Atlantia, tra cui il fondo sovrano di Singapore, e di Aspi, uno dei quali è il fondo cinese Silk Road. Il futuro della compagnia autostradale coinvolgerebbe inoltre i suoi soci stranieri:  industriali tedeschi e Allianz. Anche di questo Merkel e Conte hanno parlato durante l’incontro di ieri oltre che del Recovery fund.  E non vanno dimenticati  i  17mila piccoli risparmiatori che hanno in mano obbligazioni retail Aspi per 750 milioni. Perché prendersela anche con loro?  E se, per capirne di più,  volessimo risalire indietro nel tempo, scopriremmo che i rapporti tra concessionario e concedente (Autostrade e ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) sono stati all’insegna della mancanza di trasparenza al limite della legalità e in spregio ai principi di concorrenza e libero mercato come evidenziato alla fine del 2019 dalla Corte dei Conti. Logica deduzione:  le responsabilità non stanno solo da una parte. Palesi le inadempienze  del gestore rispetto agli investimenti: a scadenza della concessione (2038) sarebbero dovuti essere di 22,8 miliardi mentre a tutt’oggi  ammontano alla metà. Le ragioni? Quelle riportate dalla società e condivise  dal Mit stesso: le incertezze normative e gli abnormi tempi di approvazione dei progetti. Del che nessuno dubita sapendo bene come funzionano o non funzionano le cose in Italia, dove la catena del potere è opaca, le responsabilità mal definite  e la burocrazia lenta e tortuosa. Ma purtroppo, la politica italiana opta ogni volta per soluzioni semplici e fallimentari a problemi complessi  che richiederebbero intelligenza e visione. Un esempio? Affidare ad Anas, che ha già in gestione il monitoraggio di 5mila viadotti e 29mila chilometri di strade, il controllo di altri 3mila chilometri, considerando i mediocri risultati conseguiti:   28% di viadotti monitorati e  0% della rete stradale. Eppure, dal 2016 al 2020 il Mit aveva garantito fino a 29,9 miliardi per manutenzione, monitoraggio e messa in sicurezza, e nel biennio 2019-2020 altri 2,7 miliardi. E’ una conferma dell’inefficienza atavica dello Stato, che non sa fare lo Stato, figurarsi se è in grado di sostituirsi all’impresa. Settimana impegnativa per Conte e per l’esecutivo.  Dopo quasi due anni dal crollo del ponte Morandi,  il Cdm  slittato alle 22 di questa sera, dovrà finalmente prendere una decisione sulle concessioni  ad Autostrade per l’Italia (Aspi), la società che  Atlantia, holding della famiglia Benetton, controlla per l’88 per cento. Sembra trascorsa un’era geologica da quando l’ex ministro delle Infrastrutture, Danilo Toninelli, nei giorni immediatamente successivi alla tragedia, promise con l’avventatezza di chi non conosce il diritto e da una prospettiva viziata dall’ideologia, che avrebbe revocato la concessione ad Autostrade. Da allora nessun accertamento delle responsabilità e nessuna revoca.  In cambio abbiamo imparato che è canonico dei grillini promettere e non mantenere, parlare e non fare. Dunque,  il governo Conte revocherà davvero la concessione ad Autostrade?  Il presidente del Consiglio ha tirato fuori l’anima grillina quando ha dichiarato che non è accettabile farsi prendere in giro da chi è responsabile di una tragedia, con   riferimento  alla proposta ritenuta irricevibile fatta dalla società. Nei piani di Conte c’è un fine preciso: assicurarsi lo scalpo dei Benetton costringendoli all’uscita totale dal capitale di Autostrade. E’ quello che vogliono i pasdaran pentastellati- Crimi in mascherina: “Non arretreremo”- e la sinistra del Pd. E Zingaretti? Il segretario  auspica un assetto societario che veda lo stato al centro di una nuova compagine azionaria. Come dire ingresso di Cdp e altri gruppi  in Aspi. All’orizzonte uno Zinga pronto a cedere.  Di diverso avviso Italia Viva. Renzi  si dimostra cauto e per niente interessato a placare o strumentalizzare la rabbia che i grillini assecondano. Le sue preoccupazioni toccano aspetti reali: manutenzione, investimenti sulle reti autostradali, difesa dei posti di lavoro.  All’incirca quanto offerto da  Autostrade nella trattativa con il governo: indennizzi a Genova, maggiori controlli sulla rete, manutenzione straordinaria, accelerazione sugli investimenti, abbassamento del  5 per cento delle tariffe e un aumento di capitale di 3,4 miliardi, cifra chiesta dal governo. Ma a Conte non basta. Gianni Mion,  presidente di Edizione, holding dei Benetton a cui fa capo il 30% circa di Atlantia, ha detto di comprendere la posizione del premier, ma ha aggiunto: “E’ nostro dovere difendere le due aziende, Aspi e Atlantia, e i loro dipendenti, finanziatori e azionisti”. Esattamente ciò che Conte trascura, oltre alla questione della penale da pagare alla concessionaria, ridotta da 23 a 7 miliardi, forse, e al carattere espropriativo che assumerebbe il passaggio della gestione ad Anas in assenza di indennizzo. La revoca della concessione ad Autostrade provocherebbe  l’effetto default (19 miliardi) con serie conseguenze  sui mercati obbligazionari e bancari europei  essendo, la maggior parte del debito, costituito da titoli detenuti da investitori internazionali. Ricadrebbe sugli azionisti di Atlantia, tra cui il fondo sovrano di Singapore, e di Aspi, uno dei quali è il fondo cinese Silk Road. Il futuro della compagnia autostradale coinvolgerebbe inoltre i suoi soci stranieri:  industriali tedeschi e Allianz. Anche di questo Merkel e Conte hanno parlato durante l’incontro di ieri oltre che del Recovery fund.  E non vanno dimenticati  i  17mila piccoli risparmiatori che hanno in mano obbligazioni retail Aspi per 750 milioni. Perché prendersela anche con loro?  E se, per capirne di più,  volessimo risalire indietro nel tempo, scopriremmo che i rapporti tra concessionario e concedente (Autostrade e ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti) sono stati all’insegna della mancanza di trasparenza al limite della legalità e in spregio ai principi di concorrenza e libero mercato come evidenziato alla fine del 2019 dalla Corte dei Conti. Logica deduzione:  le responsabilità non stanno solo da una parte. Palesi le inadempienze  del gestore rispetto agli investimenti: a scadenza della concessione (2038) sarebbero dovuti essere di 22,8 miliardi mentre a tutt’oggi  ammontano alla metà. Le ragioni? Quelle riportate dalla società e condivise  dal Mit stesso: le incertezze normative e gli abnormi tempi di approvazione dei progetti. Del che nessuno dubita sapendo bene come funzionano o non funzionano le cose in Italia, dove la catena del potere è opaca, le responsabilità mal definite  e la burocrazia lenta e tortuosa. Ma purtroppo, la politica italiana opta ogni volta per soluzioni semplici e fallimentari a problemi complessi  che richiederebbero intelligenza e visione. Un esempio? Affidare ad Anas, che ha già in gestione il monitoraggio di 5mila viadotti e 29mila chilometri di strade, il controllo di altri 3mila chilometri, considerando i mediocri risultati conseguiti:   28% di viadotti monitorati e  0% della rete stradale. Eppure, dal 2016 al 2020 il Mit aveva garantito fino a 29,9 miliardi per manutenzione, monitoraggio e messa in sicurezza, e nel biennio 2019-2020 altri 2,7 miliardi. E’ una conferma dell’inefficienza atavica dello Stato, che non sa fare lo Stato, figurarsi se è in grado di sostituirsi all’impresa. 

“Quella chiavica di Berlusconi”…l’opinione di Rita Faletti

per un pugno di dollari

postato su Rtm l’8 luglio 2020

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E. Morricone

L’essere umano non è mai innocente, solo in casi rarissimi, men che meno quello che si si atteggia a puro tra i puri, onesto tra gli onesti (onestà-tà-tà), giusto tra i giusti. Dall’ultimo dei poveracci al primo dei potenti, nella propria storia  ognuno ha qualcosa di cui vergognarsi. Poi è sempre una questione di come sei, del tuo rapporto con la coscienza  e di come vuoi apparire agli occhi degli altri. Dall’autoconvinzione all’autoinganno, il processo, breve o lungo che sia, conduce quasi sempre all’autoassoluzione. E’ più difficile  ammettere la responsabilità delle proprie colpe che continuare a commetterne per assuefazione o per coprire quelle precedenti.  Per fortuna esiste una professione,  oltre a quella del prete ma con funzioni diverse, che  ha una notevole dimestichezza  in fatto di colpe, condanne e assoluzioni, e interviene a mettere ordine nelle  disordinate relazioni umane: quella del magistrato. Con scrupolosità deontologica, irreprensibilità di comportamento e imparzialità di giudizio. Se non fosse che dietro la professione c’è l’uomo con le sue ambizioni, il suo narcisismo, la sua mancanza di scrupoli, né più né meno simile ai propri simili. Non occorre citare Palamara  per dubitare della superiorità antropologica dei magistrati, una pia illusione o una  falsa credenza, dipende,  e del rigore morale che dovrebbe essere l’essenza stessa del potere giudicante. Il problema è che la promiscuità contamina, irretisce, corrompe. L’esercizio della giustizia esige solitudine: una condizione vicina a quella dell’anacoreta, ma necessaria ad evitare qualsiasi occasione di commistione con altri poteri come la politica e la stampa. Il circo mediatico giudiziario che dalla cupa stagione di Tangentopoli  si esibisce in questo Paese, ha  trasformato una repubblica parlamentare in repubblica delle procure. Ai magistrati, unici a godere dell’immunità, sono state consegnate  le chiavi delle decisioni politiche e l’incarico di eliminare l’avversario per l’incapacità di batterlo sul terreno politico. Tutto a scapito dell’indipendenza di giudizio che si dovrebbe pretendere da chi ha nelle proprie mani la vita o la morte altrui, perché tra la libertà e la sua mancanza c’è un abisso di disperazione che solo una fibra forte è in grado di sopportare.  Un giudice dovrebbe essere “la bocca della legge” (Montesquieu) e agire nel rispetto della difesa dell’indagato. Lo fa se l’indagato appartiene al suo stesso circo. In caso contrario,  addio Montesquieu! E  se l’indagato risponde al nome di Silvio Berlusconi  proprietario di Mediaset , non importa se dal ’94 non rivestiva più cariche all’interno dell’azienda,  un “plotone di esecuzione” lo caccia dal Senato della repubblica, lo sanziona pesantemente, lo umilia assegnandolo ai servizi sociali, con l’accusa di frode fiscale perché  “non poteva non sapere”. Questo il criterio per poterlo condannare. La sentenza, sette anni fa,  è stata il coronamento dell’accanimento persecutorio e politicizzato contro il capo dell’opposizione, una sentenza “politicamente indirizzata che dimostra che gran parte della magistratura è marcia e che lo stato di diritto è stato travolto dalle trame di un potere esterno e incontrollato che agisce fuori della legalità”. Parole di Piero Sansonetti che confermano vecchie certezze:  i legami oscuri di alcuni politici con una parte della magistratura. Viltà e complotto. Berlusconi trattato come Al Capone, giudicato colpevole in via definitiva da chi avendolo definito “una chiavica” giurava “se mi capita gli faccio un mazzo così” . E il mazzo glielo fece davvero quell’Esposito che presiedette  il collegio giudicante della Sezione feriale in Cassazione il primo agosto del  2013. “Una porcheria”, la definizione che emerge  nel corso della registrazione audio riportata dal Riformista di una conversazione con  Amedeo Franco, il giudice relatore della sentenza, deceduto un anno fa. Allora in molti sostennero  l’inconsistenza delle accuse  nate attorno alla teoria della “capacità a delinquere”,  formulata dalla procura milanese con il preciso scopo di cancellare per sempre  dalla scena politica un outsider  dalle idee liberali, colui che aveva introdotto l’alternanza al governo in un paese monopolista e statalista.  Diverse sono le anomalie che riguardano quella sentenza, “un ordine partito dall’alto”. Per citarne un paio, l’affidamento  alla Sezione feriale,  non alla Sezione tributaria che si occupa del  reato specifico di frode fiscale e  la telefonata di Esposito, mezz’ora dopo la sentenza,  al Mattino di Napoli per informare il giornale delle motivazioni della condanna ancor prima che venissero messe nero su bianco (“condannato perché sapeva”) . Il giornalista del Mattino, Manzo, racconta che registrò quella telefonata e l’intervista che Esposito si era affrettato a negare.  Dall’accusa pesante di  Franco  prendono le distanze Repubblica, famosa per le dieci domande quotidiane rivolte a Berlusconi, ovviamente il Fatto e un pezzo di paese. Tutti quelli che non intendono fare i conti con la storia perché dovrebbero rinnegare il contributo da essi dato perché venisse costruita secondo le loro convenienze. “Nessuno può permettersi il lusso di far finta di niente” ha detto Matteo Renzi, che sa bene cosa significhi tentare di incastrare chi è scomodo. Tanto per incominciare, servirebbe  ristabilire una buona volta  i confini tra politica e magistratura e separare le carriere tra magistrato giudicante e magistrato  inquirente.

Conte: un uomo, nessun uomo….l’opinione di Rita Faletti

postato il 2 luglio 2020

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Tristesse

Il Mes  rivitalizza l’attrito tra Pd e 5s, non più che un’alleanza parlamentare nata per mettere in sicurezza il paese contro i “pieni poteri” di Salvini.  Un movimento in cui ognuno va per conto proprio senza un’idea di dove andare ma con l’unico scopo di non scomparire- ne andrebbe  dello stipendio che nemmeno  i suoi elettori sarebbero disposti a corrispondere dovessero  farlo di tasca loro –e un partito, il Pd, al 22 e rotti per cento che di fronte all’ipotesi delle urne impallidisce. Ma che nell’esecutivo è l’unico, con Italia viva,  in grado di mettere in atto un piano per la ricostruzione del paese con i soldi che l’Europa solidale ha erogato perché vengano usati bene. E vorrei vedere che fosse il contrario: chi si limiterebbe a mettere a disposizione tanto denaro senza il vincolo di condizioni, anche stringenti? Chi, senza la definizione di  obiettivi  chiari e finalizzati all’attuazione di un disegno per il futuro del paese?  Certo non per garantire a una classe dirigente ritorni elettorali in cambio  di favori  a cortigiani ingordi e regalucci a cittadini pelandroni  e profittatori. La Commissione von der Leyen  sta cercando, con qualche risultato, di convincere i paesi frugali ad esserlo di meno. Ma c’è un punto sul quale  gli stessi  non sentiranno  ragioni: il monitoraggio costante di come i soldi verranno impiegati. Non solo legittimo, ma sacrosanto. E sul Mes, il presidente del Consiglio temporeggia, con la scusa banale che il nostro paese non deve essere il primo a chiederlo. Ma che significa? Perché non dice invece  che di quei soldi c’è bisogno? Perché non spiega che attingendo al fondo, 36 miliardi pari al 2 per cento del pil, pagheremmo interessi  irrisori (600 milioni in dieci anni) al posto dei  6 miliardi che ci costerebbe lo stesso prestito sul mercato? E che in Europa  l’Italia è tra i paesi a pagare  gli interessi più alti? Persino un grillino che fatica a distinguere  tra sovvenzioni e prestiti lo capirebbe. Il fatto è che da politico e primo ministro per caso, anche  lui pensa al proprio futuro e forse a come far digerire al reggente Vito Crimi e ai grillini renitenti  una misura pensata appositamente per  la sanità in tempi di Coronavirus.  A soffiare sul fuoco del rifiuto, sono anche Salvini e Meloni,  i quali, da antieuropeisti  per convenienza di coerenza,  speculano  su  un tema  dall’effetto  ulteriormente divaricante tra il Partito di Zingaretti e quello di Grillo, sperando di  spaccare il governo. Così, a forza di pregiudizi, ideologismi  e interessi di bottega,  si continua a fare muro contro le ragioni che spingerebbero ad accogliere questa opportunità unica.  Una somma, mai vista prima, di denaro subito disponibile da utilizzare nella sanità per spese  dirette, come dispositivi sanitari per i lavoratori, assunzioni di nuovi medici e infermieri,  ampliamento e rafforzamento dell’assistenza  di base su tutto il territorio nazionale,  e indirette, come distanziamento nei luoghi di lavoro, trasporto pubblico locale con più mezzi a disposizione e più viaggi, adeguamento dei mezzi agli standard di sicurezza. Oltretutto,  i 3,5 miliardi destinati dal governo alla sanità potrebbero essere deviati verso altre iniziative e progetti, come il piano Industria  4.0 del governo Renzi  proposto da Calenda,  o l’aumento del taglio del cuneo fiscale a favore di lavoratori e imprese. Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna e presidente della Conferenza delle regioni, nonché  espressione del  riformismo progressista del Partito democratico, ha detto, senza mezzi termini, che la sua regione saprebbe bene come spendere i soldi del Mes. Su quelle parole Zingaretti dovrebbe riflettere e cogliere l’avvertimento dietro  il significato letterale. Personalmente, credo che se nel braccio di ferro con i grillini perdesse, non sarebbero in molti a stracciarsi le vesti.

No allarmismo sovradimensionato, ma prudenza..l’opinione di Rita Faletti

postato il 29 giugno 2020

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Donne afghane si rinfrescano in riva al Panj nell’impossibile estate 2011

foto: G. Ruzza

Astor Piazzolla

“Andrà tutto bene” era l’esorcismo letto e ripetuto quando l’infezione da Covid imperversava nelle regioni del Nord. Un affidarsi alla speranza che la scienza e la medicina da una parte e l’obbedienza alle regole imposte dal lockdown dall’altra, potessero sbarrare la strada alla diffusione del patogeno. Fino ad un certo momento è stato così. Lo spirito di sacrificio di chi aveva ingaggiato un corpo a corpo con il nemico ignoto e la cautela di chi con apprensione seguiva da fuori, o per meglio dire da dentro, la lotta per la vita, hanno segnato un punto importante nella “missione” contro il male. Una battaglia vinta, perché la guerra, che prosegue in forma carsica e con alterne vicende in Europa, nuovi focolai in Germania, Francia, Spagna e anche Italia, e in Asia, Cina, Corea del sud e Giappone, con conseguente ritorno a misure restrittive, sarà vinta solo con l’arrivo di un vaccino. E’ quanto gli scienziati sostengono e razionale credere. Solo allora potremo dire, pur con qualche riserva: “E’ andato tutto bene”. Nel frattempo i contagi si sono notevolmente ridotti, non negli Stati Uniti dove in un solo giorno è stato raggiunto il record di oltre 40 mila infettati. Là la situazione sta seguendo il percorso inverso rispetto all’Europa e si sa che il numero ufficiale dei positivi è una minima parte di quello reale. Il picco è in Texas, dove le temperature non sono proprio autunnali e sembrano smentire la convinzione che il caldo contribuirebbe a spegnere la carica virale. E che dire della situazione drammatica in India? A metà giugno, per scongiurare la debacle economica, erano iniziate le riaperture. In questi giorni, la curva dei contagi in continua crescita ha costretto le autorità a mettere a disposizione 500 treni per i malati. In quel paese, morire per fame o per Covid non fa differenza. Il rigore ha premiato i paesi virtuosi, tra i quali l’Italia che, contemporaneamente alle graduali aperture, sta perdendo la memoria dei mesi trascorsi in reclusione e con occhi e orecchie puntati sui bollettini quotidiani delle infezioni e dei decessi. Spiagge straripanti di carne umana , corpi e teste indistinguibili gli uni dagli altri, incuranti del distanziamento e di qualsiasi precauzione sanitaria. Droplet che si mescolano e si appiccicano a lembi di pelle e ritagli di tessuto in un irrazionale e ritrovato ottimismo da manicomio in trasferta. Mascherine? Scomparse. Come scomparso, dileguato, forse mai esistito il Covid che in alcune regioni ha eliminato intere generazioni di anziani. Primitività degli istinti e azzeramento del senso estetico . Penso con una punta di ammirazione alle donne afghane che si bagnavano nelle acque del Panj, vestite di tutto punto con temperature impossibili… Relativismo delle civiltà… La vita prevale sulla morte. Giusto festeggiare la riconquistata libertà, che la recrudescenza del virus potrebbe revocare. Se Covid ha rallentato notevolmente la sua corsa, quegli scampoli di tessuto, all’inizio preziosi e introvabili, che coprono naso e bocca, laddove vengono usati dal 90 per cento dei cittadini-avviene nei paesi asiatici-dimostrano che l’infezione è per il 70 per cento meno mortale. Due scienziati hanno scritto sul New York Times che il virus è come un veleno: se ne inali una minima parte, le probabilità di ammalarti gravemente si riducono. Nel caso contrario, una polmonite interstiziale bilaterale può condurti alla morte. Il Giappone affida alla mascherina la principale funzione di protezione e, grazie alla tecnologia, ha messo sul mercato mascherine prodotte con tessuti supertech ultrafiltranti e lavabili. Il virus non è scomparso né è mutato. Circola ancora. Ascoltiamo con un orecchio solo e leggiamo con un occhio solo i commenti dei media che per puro sensazionalismo alterano le opinioni degli esperti mettendo in giro la favola che possiamo abbassare la guardia. Nessun esperto l’ha ancora detto.

In piena fibrillazione…l’opinione di Rita Faletti

..è ora di agire

  • Rita Faletti
  • Giugno 25, 2020 ore 13:47
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Nicola Zingaretti

Di promesse e parole ne sono state spese. Le sole che gli italiani memorizzano, vuoi per la congeniale tendenza a passar sopra alle cose che esulino dal proprio quotidiano, vuoi per noia e spirito di autoconservazione contro il profluvio di discorsi di politici logorroici, vuoi per riflesso della convinzione che “tanto non cambierà mai nulla”, le sole promesse e parole che gli italiani memorizzano attengono ai soldi. Quanti ne verranno elargiti per cosa e a chi, quanti dovranno essere sborsati sotto forma di tasse, gabelle e balzelli vari, nascosti o raggruppati dietro nuove denominazioni. E’ un fatto che nel Belpaese nessuno ama mettersi le mani in tasca per qualcosa che erroneamente ritiene non lo riguardi direttamente né migliori la propria situazione personale. Il defunto ministro dell’Economia Tommaso Padoa- Schioppa era diventato odiosamente famoso per la frase: “ Le tasse sono bellissime”. Da popolo individualista scarsamente dotato di coscienza civica e senso dello Stato, non consideriamo che i servizi fondamentali da esso erogati e di cui godiamo hanno un costo. Sanità, istruzione, ricerca, trasporti, oltre che gli stipendi dei dipendenti pubblici. Tutto dovuto a esborso zero? Su questo preteso diritto sono nate e si sono sviluppate le politiche assistenziali che hanno convinto molti aspiranti fannulloni a chiedere allo stato di essere mantenuti. Il premier Conte, che da difensore del popolo ed espressione di un movimento che dell’assistenzialismo ha fatto la propria bandiera, prima del Covid aveva dichiarato che il suo governo sarebbe stato intransigente in tema di reati contro il fisco. Oggi, con il difficoltoso riavvio di attività che il lockdown ha messo alle strette e con la cassa integrazione che non arriva, ci si aspettava che il premier decidesse per la sospensione della riscossione dei tributi per l’anno in corso. A conclusione degli Stati Generali , ha annunciato invece la riduzione temporanea dell’Iva. La misura è vista con diffidenza dal Partito democratico perché di scarso impatto e considerata troppo costosa dal ministro dell’Economia. Gualtieri pensa infatti a una riforma strutturale del Fisco. Anche il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, dissente sul metodo imposta per imposta, poco efficace e in linea con la strategia dei mille rivoli , dei bonus e delle mancette. Serve una visione complessiva che sostenga un progetto univoco di ampio respiro. I Cinque stelle, al contrario, sono favorevoli alla proposta di Conte. Il motivo è facile da comprendere: misure isolate sono più semplici da far capire alla gente e assicurano un consenso immediato. Come i 500 euro di bonus (in totale 120 milioni di euro) per l’acquisto di bici elettriche e monopattini. A conclusione dei tre mesi di lockdown, con un’economia già in grave affanno prima della pandemia, il governo non riesce ad indicare una strada da seguire, non ha un piano per la rinascita del paese, stenta ad individuare le priorità degli interventi. Però, pensa di stimolare l’economia regalando soldi per andare in giro in bicicletta e riducendo contemporaneamente le emissioni di Co2. Sarà felice il ministro dell’Ambiente Costa, altrimenti noto come “Chance il giardiniere” dal film “Oltre il giardino” con Peter Sellers, in cui il protagonista diventa presidente degli Stati Uniti dicendo frasi come “prima vengono la primavera e l’estate, e poi abbiamo l’autunno e l’inverno, ma poi ritornano la primavera e l’estate”. Ragionamenti di spessore degni della parte grillina al governo, sempre vigile contro gli sprechi della politica ma munifico nei confronti del popolo elettore. E rimanendo in tema di denari, apprezzabili le parole di Conte a proposito del Recovery Fund: “ Quei soldi non saranno un tesoretto nelle mani dell’esecutivo attuale, né di quello che dovesse subentrare”. Di soldi ne arriveranno, si tratterà probabilmente di una cifra cospicua, non a fondo perduto, è evidente, ma ciò che conterà sarà come quella cifra verrà spesa. Esiste un progetto credibile da mettere in atto subito? Le categorie produttive saranno interpellate e coinvolte nel progetto? Gli investimenti in infrastrutture avranno l’importanza che meritano nella settima potenza industriale del mondo? Chi stabilirà il quanto e il come quei soldi verranno spesi? Un movimento né di destra né di sinistra, come ama definirsi, affascinato dalle dittature di stampo sudamericano, o un partito democratico con aspirazioni riformiste vicino alle socialdemocrazie occidentali? Dovremo assistere alla sottomissione di Zingaretti e del Pd a Conte e ai Cinque stelle? Quando finirà la quarantena del Partito democratico? Domande alle quali si potrebbe rispondere subito con un cambio di leadership. E’ quello che il sindaco di Bergamo, Giorgio Gori, ha proposto ricevendo dure critiche. Il mite Zingaretti, apparentemente privo di ambizione, senz’altro delle qualità che caratterizzano un leader, può competere con chi fa del presenzialismo la propria cifra? Il silenzio del Pd è la spia della rassegnazione e della subalternità a un alleato tanto aggressivo quanto inadeguato? A che scopo tenere in vita un governo sfilacciato e fragile? Più che un governo, serve un partito in grado di prendere decisioni forti e in fretta. Il Pd dimostri di non essere morto. Apra agli iscritti, convochi un congresso e indica le primarie. A meno che…non stia preparando il terreno per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica. In tal caso, la bonarietà di Zingaretti potrebbe essere strategica. Un paravento rassicurante che copra il lavorio tutto interno al partito di chi aspira al Quirinale. Girano dei nomi e almeno uno deve risultare gradito ai Cinque stelle. A questo punto, un segretario con la caratura e il carisma di un leader sarebbero dannosi. E non è scontato, comunque, che non sia la destra a spuntarla. La partita è aperta. ritafaletti.wordpress.comSalva

Governo fase 3…l’opinione di Rita Faletti

  • Giugno 6, 2020 ore 22:10
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Conte

F. Guccini & i Nomadi -Auschwitz-

live..presente al club77 di Pavana (Sambuca Pistoiese)

Democrazia e dittatura. La pandemia di Covid e le diverse misure messe in atto per combatterlo, hanno indotto a confrontare due sistemi di governo antitetici e portato più di qualcuno a concludere che le limitazioni della libertà costituiscono la premessa necessaria alla sconfitta del virus. Imporre il lockdown è facile in un paese come la Cina, dove, malgrado la propaganda finalizzata a presentare al mondo un regime dittatoriale nella versione edulcorata del “soft power”, il capo del partito comunista non deve rendere conto delle proprie decisioni. Viceversa, la democrazia è un sistema complesso di pesi e contrappesi che sbarra il passo a chi aspiri ai “pieni poteri”. La democrazia, secondo Winston Churchill che di essa è stato l’ultimo salvatore, è un sistema fragile ma il meno peggio che esista. Se nel 1940 il primo ministro britannico Chamberlain non si fosse dimesso e Churchill non gli fosse subentrato , Hitler avrebbe continuato ad occupare gli stati europei uno dopo l’altro senza incontrare resistenza. Era mosso dalla certezza che battere le democrazie fosse uno scherzo. Ma non aveva previsto il caso di trovarsi di fronte chi, pur condividendo quella certezza, potesse dichiarargli guerra e vincerla. Così andò. La preponderanza numerica e le capacità offensive dispiegate dalla Wehrmacht, durante l’avanzata di quella che nelle intenzioni di Hitler doveva essere una guerra lampo, non evitarono che il conflitto si concludesse con la resa incondizionata della Germania nazionalsocialista. A rendere possibile un’impresa che i contemporanei ritenevano vicina all’inverosimile, sconfiggere l’esercito di una “tirannia mostruosa”, fu la determinazione ai limiti della temerarietà di Churchill. Primo ministro e comandante in capo, carriera militare e in seguito ministeriale, esperienza di corrispondente di guerra e scrittore di talento, nel momento del massimo pericolo per la libertà dell’Europa, Churchill si fidò delle proprie convinzioni sorrette anche da una non comune e motivata autostima. Era giunta l’ora di rischiare il-tutto-per-tutto e il tempo era stretto. “Il nostro obiettivo è la vittoria”, disse rivolto al Parlamento, e consapevole del pericolo immane che il paese e il mondo correvano, rese partecipe dell’azzardo il popolo britannico che rispose accordandogli la fiducia indispensabile nell’affrontare lo scontro più vasto e distruttivo della storia. Fece di più: spinse sul senso di unità della nazione basata sul rispetto della struttura democratica e costituzionale. Questo fa capire che la forza della democrazia, in sé vulnerabile perché in perenne ricerca del compromesso tra diverse e spesso opposte visioni, risiede nella forza del suo capo, oltre che nella collaborazione di ministri capaci. La democrazia si basa sul mettere un potere contro un altro potere, e affinché la cosa funzioni, è indispensabile che ciascuno di essi sia all’altezza del compito. Per tornare al presente, un virus uscito dai laboratori di Wuhan per gli americani , di fabbricazione americana per i cinesi, ha viaggiato per il mondo accanendosi contro la fragilità del sistema immunitario e la debolezza dell’economia. Il risultato una sorta di selezione naturale che apre una voragine tra i paesi in buona salute finanziaria e quelli cagionevoli. Un’occasione, per i secondi, di resettarsi e riavviare l’intero sistema. Dalla sanità al lavoro al fisco allo stato sociale. L’emergenza sanitaria è stata affrontata in ritardo, complessivamente senza infamia e senza lode, grazie soprattutto agli italiani disciplinati. Alla fase 2 si è arrivati impreparati e confusi, illusi da promesse di aiuti solo parzialmente arrivati. Qualche conferenza stampa e dpcm in meno e una comunicazione più stringata e dai toni meno paternalistici sarebbero stati più opportuni. Ma non è una questione di ars oratoria, ma di sostanza. Siamo ora alla fase 3. Il piano di Rinascita per l’Italia presentato dal premier Conte, che Carlo Calenda ha definito un elenco di meraviglie paragonabile alle numerose aspettative di Miss universo appena eletta, è realizzabile in un paese consapevole di sé e coeso, in cui la dialettica tra maggioranza e opposizione, per quanto aspra, tenda a una visione di cui il primo ministro sia ispiratore e custode. Non è il caso dell’Italia, debole democrazia in bilico tra cialtronismo sovranista e assistenzialismo populista.

Siamo alle comiche…l’opinione di Rita Faletti

Di Rita Faletti26 Maggio 2020 – 17:44

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…sono di Berlino….
disperato erotico stomp..L.D.

Il governo dibattuto tra i timori per la salute e i timori per l’economia, è vittima della propria irresolutezza. Dopo aver fissato al 2 di giugno le aperture,  il premier Conte ha cambiato idea. Rassicurato dalla curva epidemiologica in discesa e forse pressato dalle richieste del settore produttivo, ha anticipato al 18 di maggio, lunedì scorso. Diverse però le saracinesche ancora abbassate. In alcuni casi i gestori non hanno più risorse e neanche i soldi dello stato per pagare bollette e affitti; in altri, la riduzione del numero di tavoli e tavolini per il distanziamento non garantisce incassi sufficienti a mandare avanti attività già abbastanza penalizzate dal lockdown. Meglio aspettare. Sconforto e incertezza.  Arrigo Cipriani, il patron del famoso Harry’s Bar di Venezia, che con la città allagata non aveva chiuso, prima del 18 aveva sintetizzato così la situazione: “Lunedì non riapro, con quelle linee guida è impossibile. Sono condizioni demenziali scritte da gente senza idee e se resteranno così non si riapre né lunedì né mai più. Il mio locale è 9 metri per 5”. Dal giorno di quella dichiarazione, un dato consolante ha liberato uno spiraglio all’ottimismo: in alcune regioni i contagi sono azzerati e non si parla più di terapie intensive e decessi. Anche la Lombardia, la più falcidiata da Covid, inizia a rivedere la luce. Questo però non autorizza ad abbassare la guardia perché il virus non si è estinto; c’è infatti chi prevede una nuova ondata in autunno. Quindi mascherine e  guanti non vanno buttati, men che meno sulle strade, e il distanziamento va rispettato. Dirlo ai giovani. Il fine settimana è stato tutto una movida e sindaci e governatori si sono allarmati. Il governo  ha tentato di metterci una pezza e ieri il ministro per gli Affari regionali, Francesco Boccia, quello con la mascherina spavaldamente appesa a un orecchio durante una conferenza stampa della Protezione civile, ha avuto l’autoappagante  idea di promuovere 60 mila tra disoccupati, percettori del rdc e di vari ammortizzatori sociali, al ruolo di  assistenti civici. I vigilantes allo spritz, come qualche spiritoso li ha definiti, saranno sguinzagliati per strade e piazze  a distribuire consigli preziosi e pare anche mascherine a giovani intemperanti. E’ così che si stimola il senso di responsabilità. E’ così che si dà prova di  coerenza. La notizia che gli assistenti civici, con tanto di scritta sulla pettorina, inviteranno amichevolmente (e ci mancherebbe altro) ad assumere comportamenti prudenti, ha suscitato critiche nella maggioranza e nell’opposizione, nonché disappunto da parte del Viminale che lamenta di non essere stato messo al corrente della fantasiosa misura. Tralasciamo i commenti salaci degli italiani che hanno immediatamente sovrapposto l’immagine dell’assembrata movida a quella del solitario compatriota colto in flagrante da due poliziotti, mentre prendeva il sole senza mascherina su una spiaggia deserta. L’incongruenza del potere forte con i deboli e debole con i forti. Persino il grillino Buffagni ha commentato l’idea di Boccia.  “Basta sparate”. Cosa sta succedendo? Che i 5s stiano diventando un partito normale e il Pd si stia grillizzando? E’ vero che chi va con lo zoppo impara a zoppicare, ma chi zoppica adesso zoppicava anche prima. Boccia è l’emblema del politico che parla senza sapere di cosa parla, come quando aveva chiesto alla comunità scientifica di “darci  delle certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema”, scambiando la scienza per la Verità assoluta, o quando  ha negato ai Paesi Bassi lo status di paese fondatore dell’Ue.  Un po’ debole in fatto di conoscenze, è l’alleato naturale dei pentastellati.

IL POTERE RIVELA L’UOMO…… l’opinione di Rita Faletti


  • Rita Faletti
  • Maggio 31, 2020
  • 14:28
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Merkel-Macron a confronto

Riconoscere i propri errori è un atto di coraggio, non un’ammissione di debolezza. Dovrebbero saperlo anche i sovranisti che hanno fatto dell’ostilità all’Europa il loro vessillo. In questi giorni si è assistito a un graduale cambiamento di approccio da parte della Commissione europea rispetto all’unico strumento necessario ad ogni paese per affrontare una crisi economica che è collettiva, benché differenziata, e profonda: la liquidità. Se l’Italia potrà accedere a risorse cospicue e aggiuntive oltre a Mes, Sure e Bei, già disponibili, lo deve soprattutto ad Angela Merkel e in seconda battuta a Emmanuel Macron, contro i quali la propaganda becera dei gialloverdi si è scagliata a più riprese nell’anno e mezzo di governo Conte-Salvini-Di Maio. E’ grazie alla cancelliera tedesca e al presidente francese se si può sperare di rimettere in piedi un’economia devastata che, secondo le stime di Unioncamere, entro la fine dell’anno sarà costata la perdita di mezzo milione di posti di lavoro. Dunque, in un incontro a due verso la metà di maggio, Macron e Merkel avevano concordato un provvedimento che avesse come obiettivo fondamentale la distribuzione di risorse in rapporto alle difficoltà dei singoli paesi. Proposta subito bocciata dai cosiddetti “frugal four”, Austria, Svezia, Danimarca e Olanda, che da sempre contestano la concessione di denaro a fondo perduto piuttosto che sotto forma di prestito da restituire. La Commissione europea ha così optato per un mix di donazioni e prestiti con l’esclusione della mutualizzazione dei debiti pregressi. Il piano illustrato da von der Leyen si chiama European Recovery Instrument o Next Generation Ue, e prevede aiuti economici per 750 miliardi da spalmare nell’arco di sette anni, dal 2021 al 2027. Di questi, 250 da restituire. Rimane tuttora aperta la questione se si possano accettare gli altri 500 miliardi a fondo perduto. Il cancelliere federale austriaco Sebastian Kurz ha definito la proposta un punto di partenza e il premier olandese Mark Rutte ha così commentato: “Per una Ue forte, abbiamo bisogno di stati membri forti”. E qui sta il nodo della questione. L’Italia riceverà più di tutti: 172,7 miliardi di cui 81,807 come aiuti a fondo perduto e 90,938 come prestito. L’operazione senza precedenti promossa dall’Europa produttiva, conferma l’impegno della Germania di attuare un processo di solidarietà e redistribuzione, smentendo le teorie sovraniste e declassando a piagnisteo vittimista le accuse di avarizia mosse ai tedeschi dai populisti al governo. Questo denaro, che solo poco tempo fa sarebbe stato inimmaginabile potesse arrivare, chiede all’esecutivo di essere usato con intelligenza e gestito con senso di responsabilità e mano ferma. E’ l’ultima opportunità che ci viene offerta perché s’ intervenga con decisione su quello che non funziona e agisce da pesante deterrente e ostacolo alla crescita del paese. Inefficienza e impreparazione della pubblica amministrazione, lentezza della giustizia, burocrazia soffocante, scuola e università inadeguate a formare i giovani e prepararli al mondo del lavoro. Continuare ad ignorare questi mali significherebbe votare contro iI bene del paese. Le risorse, delle quali molte giunte a destinazione contrariamente alla vulgata, sono legate a doppio filo agli obiettivi che non possono essere elusi o ritardati o annacquati. Oltre alle riforme strutturali mai attuate, la politica deve dimostrare di essere all’altezza del momento cruciale e realizzare progetti di sostenibilità ambientale, implementazione delle nuove tecnologie e sostegno al mercato interno come deciso in sede europea. Dubito che l’esecutivo in carica, giudicato piuttosto modesto da osservatori esterni, inebriato dai soldi e preoccupato a mantenere o rafforzare il proprio consenso più che avere cura delle sorti del paese, sarà all’altezza del compito al quale è chiamato. Diceva Claudiano: “Saepe solent census hominis pervertere sensus” (le ricchezze sono solite sconvolgere i sentimenti dell’uomo). Corrono già strane voci sull’abbassamento delle tasse nel caso si aderisca al Meccanismo europeo di stabilità (Mes) destinato alle spese, dirette e indirette, per la sanità. 37 miliardi al tasso di interesse annuale dello 0,1 per cento contro l’1,4 di un finanziamento sul mercato. Un’occasione che consentirebbe di investire nelle strutture ospedaliere, nella medicina del territorio, nella ricerca e nell’assunzione e formazione di nuovo personale sanitario per la lotta contro i virus. A maggior ragione nell’ipotesi di una seconda malaugurata ondata di Covid che dovesse investirci in autunno o di altri virus sconosciuti nei prossimi anni. Purtroppo sovranisti e complottisti alla moda contro l’Europa, si oppongono al Mes tirando in campo le “condizionalità” per motivi che non dichiarano ma, conoscendo i soggetti, sono palesi: il vincolo di spesa a favore della sanità impedisce deviazioni di denaro verso progetti di altra natura che determinerebbero la revoca del prestito o la restituzione della somma indebitamente utilizzata. E’ per questo che ritengo adeguata la misura che lega risorse a condizioni, in particolare nei confronti di un paese dove mancanza di trasparenza, sprechi, inefficienza, corruzione e familismo sono diffusi. E’ anche quello che pensano i frugal four. Come condannarli?

Fuffa al potere….l’opinione di Rita Faletti

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Una notte speciale

Quando ci sono di mezzo le aziende la temperatura sale. I nemici tradizionali fanno a gara nel tentativo di dimostrare responsabilità e colpe inesistenti fabbricando tesi campate in aria e vaghe costruzioni sulla base di vecchi pregiudizi e malafede. In realtà dimostrano, senza fare alcuna fatica, congenita piccineria mentale e morale. Se poi l’azienda si chiama Fiat Chrysler Automobiles con sede fiscale in Gran Bretagna e sede legale in Olanda, allora le trame si infittiscono e sui social la rabbia degli invidiosi si scatena. In un momento in cui si parla della necessità di non sparare sul governo Conte, bisogna fare violenza a se stessi per astenersene, un esponente non di secondo piano dello stesso, Andrea Orlando, vicesegretario del Pd, forse sotto l’effetto della riapertura di lunedì di bar, ristoranti, negozi al dettaglio e parrucchieri,  ha aperto la bocca per diffondere il virus velenoso del sospetto su centri economici e media che si preparerebbero, a suo dire,  ad attaccare il governo. Chiara l’allusione ai due quotidiani, la Stampa e Repubblica, ora posseduti dalla holding Exor, la società di investimenti della famiglia Agnelli, che agirebbero da bracci armati per disarcionare Conte e cambiare la maggioranza. Bella mossa, penseranno alcuni. E si tira fuori il solito conflitto di interesse, tanto caro alla sinistra che ama fare la morale agli altri. Alle prese con una crisi gigantesca e il rischio concreto di chiusure definitive e fallimenti, il governo cosa fa? Propaganda il denaro promesso che non arriva, mentre qualcuno (Orlando e Provenzano) contesta il prestito a Fca.  6,3 miliardi di Intesa Sanpaolo, banca privata, concessi  a Fca Italy, su garanzia di Sace, la società del gruppo Cassa depositi e prestiti, cui i grillini avevano in mente di affibbiare il salvataggio della decotta Alitalia. Ma  facciamo un passo indietro. La Fca Italy ha sede a Torino, 16 stabilimenti in Italia, 26 poli dedicati alla ricerca e allo sviluppo, 54 mila occupati, 300 mila con l’indotto, smuove una filiera che occupa 1,6 milioni di italiani e paga miliardi di tasse in Italia, condizione vincolante del dl Liquidità per chiedere la garanzia dello stato per il prestito. Insensibile a tutto questo, la retorica antindustriale e anticapitalista si è risvegliata. Calma! I soldi serviranno per l’indotto italiano: 5500 società di fornitori e concessionari che non riescono ad accedere alla liquidità. Nel decreto “Rilancio”, su 55 miliardi neanche un euro su automotive. Orlando ha allertato sulla gestione di flussi finanziari che fa gola a molti. Una insensatezza detta dall’esponente di un governo che ha confermato i 7 miliardi di  Rdc dei quali si scopre ora che 500 mila sono finiti nelle tasche di personaggi della ‘ndrangheta calabrese. E chissà in quali altre tasche sono finiti gli altri. Una insensatezza alla luce di un decreto che distribuisce soldi a pioggia ed esclude un settore, quello dell’auto, in profonda crisi, ma che in tempi normali rappresenta il 5,6 per cento del pil nazionale, componentistica compresa, mentre concede un bonus su monopattini e biciclette che finiranno ad aziende italiane. Stupide dichiarazioni a parte, l’ex ministro della Giustizia, se vuole aiutare il paese aiuti le sue imprese. Spinga lo sguardo oltre i confini italici e prenda esempio dagli altri governi  europei, affezionati alle loro imprese che difendono con forza. Provi anche  domandarsi perché tante aziende italiane abbiano scelto di spostare il domicilio fiscale e legale a Londra e Amsterdam. Scoprirà che quei sistemi burocratici e fiscali sono efficienti e di qualità e che le controversie commerciali si risolvono in tempi brevi e con costi contenuti. La durata media di una controversia civile che in Italia è di 1120 gg., in Olanda si conclude in 514 giorni. Macché dumping fiscale, è competitività e  i trattati europei prevedono la libertà di scelta. E a proposito di prestiti statali, Marco Bentivogli, segretario nazionale di Fim-Cisl, ci ricorda che prima di Marchionne la Fiat viveva di denaro pubblico ma alla sinistra piaceva tanto. “Quell’antagonismo collusivo che creava un’immagine di falsa contrapposizione e polarizzazione ha imbrogliato molti. Marchionne fece a meno del denaro pubblico e il giochino è saltato”. Oggi Fca chiede un prestito bancario per tre anni con garanzia dello stato il quale verserebbe alla banca  il 70 per cento del prestito nel caso Fca non dovesse restituirlo o dovesse fallire. Il che è impensabile. Prima di dare fiato alle trombe dello sdegno, quelli che Bentivogli definisce “gente che dell’azienda non capisce nulla e non sa neanche quello che ha approvato, pericolosi ignoranti che scomodano le categorie della politica per nascondere la loro inconsistenza” , ebbene quei signori sorvolano sul fatto che anche società italiane a controllo pubblico, come Eni e Saipem, hanno le loro sedi nei Paesi Bassi. E magari, perché non tacciono e lasciano che le imprese facciano le imprese una volta stabilite le regole?

Fase 2: l’emergenza asimmetrica….l’opinione di Rita Faletti

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Dies Irae – Rex – Confutatis – Lacrimosa

E’ stata definita emergenza simmetrica la grave situazione creata dalla pandemia di Covid. L’espressione aveva la funzione preventiva di evidenziare che l’intervento della Bce per fare fronte alla crisi finanziaria che si sarebbe abbattuta sui paesi europei avrebbe dovuto prescindere dallo stato delle varie economie e iniettare liquidità nell’intero sistema produttivo dell’Eurozona. Mario Draghi l’aveva fatto nel 2015 con la politica monetaria del Qe (allentamento quantitativo e bassi tassi di interesse) scontrandosi con le resistenze dell’ex ministro delle Finanze tedesco Schauble, ora presidente del bundestag, convinto, non senza ragione, che la politica monetaria espansiva non favorisca le riforme necessarie al rilancio dell’economia. In effetti, se ogni volta che tuo figlio si trova in difficoltà lo foraggi, si abituerà al sostegno esterno finendo con il dare per scontato che qualcuno continuerà a provvedere alle sue necessità, ciò che farà di lui un irresponsabile e un fallito. Quando Draghi attivò il bazooka e salvò la stabilità dell’euro, raccomandò ai paesi più fragili di mettere in campo le riforme strutturali. Lo fece a più riprese, rivolgendosi in particolare all’Italia: era venuto il momento di introdurre misure che stimolassero la produttività e la competitività del paese. Ebbene, ignorati i consigli, prima che il virus cinese uccidesse oltre 30 mila persone, la nostra economia è già stata definitivamente spianata grazie all’impegno di grillini e leghisti  che hanno agito nei confronti dei cittadini come quel padre con il proprio figlio: distribuzione indiscriminata di soldi e favori in barba a meritocrazia e competenza, con  conseguente aumento della spesa corrente e del debito pubblico e impoverimento generale. La classica politica finalizzata al ritorno elettorale che deprime le migliori energie di un paese e scoraggia chi vorrebbe e potrebbe intraprendere. Con la pandemia, sono venute allo scoperto tutte le magagne nascoste sotto la superficie di un sistema paese ingolfato e  appesantito da una quantità inverosimile di leggi in contrasto tra loro per effetto della volontà di ogni nuovo esecutivo di segnare la differenza da quello precedente. Un caos inverosimile, ma asimmetrico: in Germania, per fare l’esempio di un paese poco amato in Italia ma da prendere come modello, il virus ha fatto il minor numero di vittime, senza bisogno di un fiume di dpcm, semplicemente con una comunicazione, accompagnata da una spiegazione chiara della Merkel ai cittadini, facendo leva sul senso di responsabilità. Solo una questione di comunicazione? Non direi. Quello che comunichi è il prodotto di quello che hai pensato e pianificato e intendi perseguire in modo lineare e coerente. Il contrario di quello che è avvenuto da noi. Prendiamo l’odissea delle mascherine. All’inizio ritenute assolutamente indispensabili, ma insufficienti persino per il personale sanitario e pressoché introvabili per tutti gli altri, da indossare all’aperto e all’interno dei supermercati, esclusivamente di un tipo, FFP2, in quanto le uniche sicure, poi mascherine per tutti, acquistabili al prezzo di 50 centesimi nelle farmacie (falso), depositate gratuitamente nelle cassette postali nei comuni del Friuli, ora anche fatte in casa. La fase 2, agli esordi, è la fotocopia della farsa mascherine. Nella confusione più totale rispetto alla fase 1,  il lockdown  non richiede misure particolari, la riapertura pone di fronte a un fottio di problemi, a cominciare dalla salute: che fine ha fatto la app per la tracciatura dei contagiati che la grillina Pisano, ministro dell’Innovazione, avrebbe dovuto preparare con la sua task force? Non ne è giunta notizia. Sul fronte soldi, quelli promessi, “ nessuno sarà lasciato solo”, non se ne sono visti, bloccati dalle perplessità delle banche che chiedono rassicurazioni malgrado le garanzie dello Stato: nel caso i prestiti non fossero ripagati, potrebbero dover rispondere di azioni da parte di altri creditori. Servirebbe uno scudo. Continuando sullo stesso tema: i 600 euro alle partite Iva attesi in marzo sono  arrivati a fine aprile; dei 25 mila euro a commercianti, artigiani e professionisti solo il 2 per cento ne ha fatto richiesta: 19 le scartoffie da compilare; la cassa integrazione in deroga è stata anticipata dalle aziende. Di queste,  molte  sono pronte a riaprire i battenti avendo completato le procedure necessarie per sanificare gli ambienti e provveduto ai dispositivi di sicurezza per i lavoratori. Però, anche a loro servirebbe uno scudo:  in caso di contagio all’interno dell’azienda dovrebbero rispondere di responsabilità civili e penali, con le procure già ai blocchi di partenza. Confusione, impreparazione,  mancanza di una rotta e soliti privilegi. In tempi di crisi c’è chi soffre e c’è chi gode.  Soffrono più di tutti le piccolissime imprese che non sanno se sopravviveranno, godono i pensionati, i dipendenti pubblici e gli assistiti dallo stato. Coloro che pesano maggiormente sulla parte produttiva del paese e la cui produttività è incerta o scarsa o inesistente. Si fa strada intanto l’idea di alcuni politici di entrare nel cda delle aziende private. La fissa della statalizzazione che le sinistre non hanno mai abbandonato e che trova alleati nei Cinque stelle. Chi si è paragonato a Churchill non ha dovuto pronosticare “lacrime sudore e sangue”, ché il paese ne ha ricevuto in dote quanto basta. Se proprio volesse provare a reggere l’improbabile confronto, potrebbe, nella “darkest hour” italica, fare appello al coraggio imponendo un drastico cambio di passo per salvarci dalla catastrofe. Il paese non può attendere oltre, le imprese devono ripartire. Però…le vacanze estive sono assicurate.

Giorno dell’ira, quel giorno che
dissolverà il mondo terreno in cenere
come annunciato da Davide e dalla Sibilla.

Quanto terrore verrà
quando il giudice giungerà
a giudicare severamente ogni cosa.

La tromba diffondendo un suono mirabile
tra i sepolcri del mondo
spingerà tutti davanti al trono.

La Morte e la Natura si stupiranno
quando risorgerà ogni creatura
per rispondere al giudice.

Sarà presentato il libro scritto
nel quale è contenuto tutto,
dal quale si giudicherà il mondo.

E dunque quando il giudice si siederà,
ogni cosa nascosta sarà svelata,
niente rimarrà invendicato.

In quel momento che potrò dire io, misero,
chi chiamerò a difendermi,
quando a malapena il giusto potrà dirsi al sicuro?
…………

Io…speriamo che ce la faccio…l’opinione di Rita Faletti

postato 1 maggio 2020

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Enya-A.M. Beethoven

E’ superfluo sottolineare che le opere pubbliche hanno importanti ripercussioni sulla crescita di un Paese e sull’occupazione. Strade, autostrade, ferrovie, metropolitane, porti e aeroporti sono un grande investimento e una grande ricchezza che resta e crea altra ricchezza. Senza o con un numero insufficiente di queste strutture, uno stato è chiuso al suo interno e destinato all’isolamento e al declino. In Italia sono 27 i miliardi congelati destinati a opere pubbliche già appaltate, ma ferme per motivi burocratici. Eppure, il Paese della selva di leggi e vincoli amministrativi e dei tempi biblici dove la sostituzione di un tombino richiede sei mesi, è riuscito in un’impresa sorprendente: è stata sollevata e fissata l’ultima campata, la diciannovesima,  del nuovo Ponte di Genova: 27 aprile 2020. Una data da evidenziare nel calendario di un anno che definire infausto è eufemistico, ma una data che può diventare il simbolo di un cambiamento vero se solo si voglia spezzare la catena che frena il passo del Paese e lo costringe in un intrico di adempimenti e procedure amministrative. Progettato dall’architetto Renzo Piano per la sua città, il nastro in acciaio che riunisce le due parti di Genova era iniziato a fine giugno 2019. Dieci mesi di lavori ininterrotti con 350 persone in cantiere che hanno lavorato a turni e in condizioni di sicurezza sanitaria sotto la direzione costante dell’ingegnere Francesco Poma. “Un vascello bianco che fende la vallata”, un’opera di “ferro e aria” come Renzo Piano ha definito la struttura, che rispecchia il carattere dei genovesi ed è la dimostrazione  di come  l’impegno congiunto di imprese, la joint venture Salini-Impregilo e Fincantieri, e istituzioni, il sindaco di Genova e commissario Marco Bucci e il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti, riesca ad avere la meglio su ostacoli e intoppi posizionati come mine lungo il percorso accidentato che separa la progettazione di un’opera pubblica dalla sua realizzazione. Una via crucis a tappe, intervallate dai cosiddetti tempi di attraversamento o interfasi per le attività accessorie di natura amministrativa, un peso rilevante in confronto ai tempi richiesti per la progettazione, 40 per cento, a quelli per l’esecuzione dei lavori e per la messa in funzionalità. Il Ponte di Genova è il risultato straordinario, ottenuto “in tempi brevi  ma non in fretta”, per usare le parole di Renzo Piano, di una elevata competenza tecnica e di norme eccezionali, un modello da mettere in pratica anche  nel resto del Paese. E’ possibile? “Basta che la competenza vinca sull’incompetenza” ha risposto l’architetto. Non sta scritto da nessuna parte, infatti, che l’immagine del nostro Paese nel mondo siano i viadotti che crollano, le scale mobili che si accartocciano e le frese interrate a Roma, sotto Piazza Venezia, dove la Metro C è inesorabilmente ferma da mesi.

Se non sarà l’Europa a salvarci….l’opinione di Rita Faletti

postato il 23 aprile 2020

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Time

Oggi si terrà il summit Ue on line per discutere i meccanismi di finanziamento comunitario in risposta alla crisi economica innescata dal virus. Il premier Conte è senza una proposta:  paradossale risultato  di una lunga e controversa disputa tra maggioranza e opposizione e all’interno degli stessi partiti di governo incentrata sul Mes, il Fondo salva stati ratificato dai 28 Paesi dell’Unione nel 2012 con l’obiettivo preciso di soccorrere gli stati in difficoltà finanziarie che ne avessero fatto richiesta.  Non obbligatorio quindi il ricorso al fondo, ma legato a delle condizioni, prima e fondamentale la solvibilità del paese debitore, solvibilità a forte rischio in presenza di un debito sovrano molto alto. Il che porta inevitabilmente a ricordare in questi giorni di maretta il caso Grecia, l’intervento della Troika e le riforme strutturali  imposte a quel paese che, sarebbe anche bene ricordare, aveva truccato i bilanci tre volte. Il precedente ellenico viene usato strumentalmente da chi avversa il Mes bypassando il fatto che la misura a disposizione dei paesi per far fronte alle spese sanitarie extra, dirette e indirette,  dovute a Covid-19, è “senza condizioni”. I 37 miliardi di cui l’Italia potrebbe usufruire, verrebbero erogati in tempi brevissimi e restituiti, trattandosi comunque di un prestito, in tempi lunghi (si parla di 30 anni).  E’ quanto ha puntualizzato Maria Elena Boschi in Parlamento, precisando che nessuno regala niente e che la restituzione di un prestito non a fondo perduto è prassi comune. Precisazione indirizzata a Giorgia Meloni che aveva espresso la propria contrarietà al Meccanismo di stabilità perché nasconderebbe “condizionalità occulte”. Punto di vista condiviso da Lega e Cinque stelle. Di parere opposto e favorevoli al Mes il Partito democratico, Italia viva, Forza Italia e il Partito radicale, che considerano folle rifiutare pregiudizialmente una protezione sulla base di un insussistente commissariamento futuro. Quello che alcuni politici vorrebbero a garanzia del debito, è una Bce che funzionasse come la Federal Reserve, la banca americana prestatrice di ultima istanza. In realtà, il 50 per cento del debito sovrano italiano è in mano al settore privato, un terzo del restante, tra i 400 e i 500 miliardi è già in pancia alla Banca centrale europea e unitamente al già ricco pacchetto di strumenti offerti dalla Commissione per affrontare  la crisi economica, sta a dimostrare che la solidarietà non è solo a parole. E’ altresì sottinteso che ripagare un debito, seppure ad un tasso minimo di interesse, comporta necessariamente un tasso di crescita superiore al tasso di interesse. Significa che il contrasto alla stagnazione e lo stimolo alla crescita sono indissolubilmente legati a una serie di riforme strutturali di cui il Paese aveva bisogno assai prima della pandemia. Infrastrutture, ricerca, università, meritocrazia, sburocratizzazione sono imprescindibili in un percorso che porti il paese fuori dalla palude. Ma qui sta il vero problema. Mettere d’accordo i rappresentanti di una classe politica sbrindellata è un’impresa improba che richiede una classe politica di qualità, non certo quella attuale, in cui sfasciatori di professione e incompetenti  tifano perché l’Italia esca dall’euro. E’ tornato Di Battista che si fa vivo nei momenti di crisi per aizzare gli animi contro l’Europa: “L’Europa ci vuole mettere in trappola”. Come salvarsi? Il ragazzo suggerisce una soluzione: l’alleanza con la Cina grazie al rapporto privilegiato con Pechino. Qualcuno ricordi a lui e ad altri come lui che volgarmente hanno definito i tedeschi nipotini di Hitler, il disprezzo della Cina per i diritti umani, la detenzione in campi di “correzione” di tre milioni di musulmani (gli uiguri), la corruzione spaventosa che consente persino di comperare la poltrona di sindaco, la forbice che separa i poveri dai ricchi (l’americano più facoltoso è un quasi indigente paragonato a un ricco cinese), le esecuzioni che nel paese asiatico superano quelle di tutto il mondo, il potere esercitato con spietata durezza nei confronti degli oppositori politici e della stampa critica, che Pechino cerca di imbavagliare anche in Italia. Di Battista & C. si leggano “Fuga dal Campo 14” di Blaine Harden, un best seller tradotto in 28 lingue. Il protagonista è un nordcoreano scappato dal suo paese che racconta le atrocità del regime. Cosa c’entra con la Cina? C’entra. I metodi di repressione dei regimi comunisti si assomigliano tutti. “In questo paese non c’è alcun problema legato ai diritti umani. Tutti conducono una vita dignitosa e felice”: agenzia stampa di Stato della Corea del Nord, marzo 2006.

“Scorrono via i momenti che rendono un giorno noioso
Sciupi e sprechi le ore in modo insolito
Tirando calci a un pezzo di terra nella tua città natale
Aspettando qualcuno o qualcosa che ti mostri la via.

Stanco di vivere al sole, resti a casa a guardare la pioggia
Sei giovane e la vita è lunga e c’è tempo da ammazzare oggi
E poi un giorno scopri che ti sei lasciato dietro dieci anni
Nessuno ti ha detto quando correre, hai perso lo sparo di partenza……”

Trump: stop ai fondi all’Oms…… l’opinione di Rita Faletti

postato il 18 aprile 2020 – ore 23,51

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C.N.

L’Oms, Organizzazione mondiale della sanità, fa da sponda alle Nazioni Unite, di cui è l’agenzia specializzata per le questioni sanitarie, e opera secondo linee guida non scritte ma segnate dall’Onu.  Il principio al quale l’organizzazione si attiene è semplice: mai contrastare o contraddire i potenti. Nel caso della pandemia di Covid-19, l’Oms ha commesso un grave errore di inadempienza, quello di non aver indagato su ciò che stava avvenendo a Wuhan. Un intervento tempestivo avrebbe potuto far luce sulla causa delle numerose infezioni polmonari anomale e sui decessi  nel capoluogo  dello Hubei  ed evitare che l’epidemia   si propagasse in lungo e in largo trasformandosi  in pandemia. Non è avvenuto e non per sottovalutazione, sarebbe stato comunque riprovevole , ma per sottomissione a Pechino. L’organizzazione non è nuova a trattamenti di favore alla Cina, avendo sorvolato sulla discutibilissima usanza diffusa in alcuni mercati cinesi di macellare animali vivi in spregio alle più comuni norme igieniche,  il che può spiegare lo spill-over, il salto di specie da animale a uomo, di virus come la Sars, l’H1N1 e oggi il Covid-19. Trump avrà tanti difetti  ma in questo caso gli si deve riconoscere il merito di non aver taciuto  su un dato di fatto che per interesse  e ipocrisia pochi osano ammettere, e per una volta non al solo fine di giustificare i propri iniziali errori: l’Oms non è una organizzazione indipendente. Affibbiare al patogeno l’espressione “virus cinese”,  suscitando le reazioni stizzite del paese asiatico e dei suoi estimatori, è in parte allusivo al luogo di origine del virus,  in parte  alla responsabilità della Cina di non averne  impedito la diffusione. Se è opinione largamente condivisa che Trump abbia voluto spostare l’attenzione da frasi come “è solo un’influenza” o “siamo intervenuti subito e ora è tutto sotto controllo” sulle colpe cinesi,  è tuttavia  indubbio che non è così  lontano dalla verità quando accusa l’Organizzazione mondiale della sanità di aver “fatto male il suo mestiere” e aver coperto Pechino. Forte di questa convinzione,  ha dichiarato che bloccherà i fondi  destinati all’Oms. Anche la Cnn, che non si può certo sospettare di simpatie trumpiane, considera  l’Organizzazione troppo vicina agli interessi politici cinesi. L’esclusione di Taiwan dall’Oms è una forma di  appeasement nei confronti della Cina che pretenderebbe  che il mondo intero non riconoscesse l’esistenza di Taiwan come stato indipendente. Altra nota stonata è stato l’elogio pubblico del direttore generale dell’Organizzazione , Ghebreyesus, alle doti di rara leadership di Xi Jinping e all’impegno e alla trasparenza dimostrate dalle autorità cinesi  nella lotta contro il coronavirus. Trasparenza? In verità  la Cina ha gestito le prime fasi del contagio in modo assai opaco preoccupandosi più della propaganda che della salute dei propri cittadini. E l’Oms le ha dato una mano negando persino la possibilità di trasmissione del patogeno da uomo a uomo e, a metà gennaio, ha definito  il rischio di pandemia  “moderato”, salvo poi correggerlo in “molto alto” pochi giorni dopo. Come ritenere affidabile una organizzazione che si propone  “il raggiungimento del più alto livello possibile di salute” e dichiara che gli asintomatici non sono contagiosi? Come credere che assolva alle funzioni di indirizzo della ricerca sanitaria e dell’assistenza tecnica se a fine febbraio accetta per buono il numero di contagi comunicato da Wuhan (80 mila anziché 120 mila) senza verifica?  Impossibile non condividere il punto di vista di Trump e la decisione di far mancare all’Oms un bel po’ di quattrini, tenuto anche conto dei costi elevati delle varie articolazioni dell’organizzazione sparse per il mondo.  Ma cosa c’è dietro il trattamento di favore riservato alla Cina?  Salta fuori che  la nomina di Ghebreyesus  a  direttore generale dell’Organizzazione nel 2017, era stata sponsorizzata dai cinesi contro il candidato proposto dagli americani e che l’uomo, già ai tempi in cui era ministro della Sanità in Etiopia, aveva stretti legami con il Paese asiatico. E però, agli occhi di molti italiani, non solo i politici che costituiscono la maggioranza relativa in Parlamento,  la Cina è la  generosa dispensatrice di  milioni di mascherine  e di respiratori (tutto pagato) mentre i 36 miliardi del Mes  da spendere nella sanità sono una trappola dell’Europa.

C.N.

Ehi
C’è qualcuno lì dentro?
Se mi senti fa’ un cenno
C’è qualcuno in casa?
Dai, vieni
Sento che sei depresso
Posso alleviarti il dolore
E rimetterti in piedi
Rilassati
Prima di tutto mi servono informazioni

Solo i fatti essenziali…….


Emergenza economica…l’opinione di Rita Faletti

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Mother

La giornata di oggi sarà cruciale per l’Unione europea e per i 27 che ne fanno parte, in particolare per l’Italia che sta scontando pesantemente l’emergenza coronavirus in termini di perdita di vite umane e, in previsione, di cospicue perdite economiche e ripercussioni sociali. Il suo debito pubblico, intorno ai 132 punti percentuali di Pil nel triennio 2015-2017, ha ripreso la corsa nel 2018 grazie ai parametri di convenienza politica e clientelismo elettorale scelti dai gialloverdi al posto dell’efficienza manageriale, caricando il Paese di una zavorra difficilmente sostenibile se nella situazione attuale non interverranno misure forti, non solo economiche, a difesa dell’economia reale. Gli strumenti posti sul tavolo dal Parlamento europeo sono : 410 miliardi del Mes (il Fondo salva-Stati) senza le condizionalità a fronte del prestito, misura inizialmente invocata da Conte, poi respinta per motivi politici (ostilità dei 5s), 200 miliardi della BEI ( la banca europea per gli investimenti) a favore di imprese piccole e medie, 100 miliardi del fondo Sure dall’Europa, una specie di cassa integrazione, oltre alla sospensione del Patto di stabilità e al sussidio degli Stati nazionali. Ma la misura shock per far ripartire l’economia chiesta dai Paesi del sud Europa sono i coronabond, che consentirebbero di inondare di denaro i singoli Stati. “E’ il momento di fare una montagna di debito” ha detto Mario Draghi. La dichiarazione dell’ex presidente dell’ Eurotower non è piaciuta ai Paesi del nord, custodi di economie stabili e debiti sovrani sotto controllo, diffidenti nei confronti del “Club Med”, il gruppo dei Paesi mediterranei (Portogallo, Italia, Grecia, Spagna) tradizionalmente ritenuti meno affidabili. Favorevole ai coronabond anche la Francia, oltre a Irlanda, Lussemburgo, Belgio e Slovenia. La condivisione del rischio, implicita nel mettere in comune una mole di debito, è stata respinta da Olanda, Finlandia, Austria e Germania. Perché mettere mano nelle tasche dei propri contribuenti per salvare le finanze di altri Paesi? Conte ha cercato di rassicurarli garantendo che i debiti pubblici pregressi non verranno mutualizzati e ha sottolineato la necessità di fare fronte comune alla grave crisi. Tra le richieste di implementazione degli strumenti di soccorso all’economia e le limitazioni e i veti, nella partita la Francia sarà probabilmente l’ago della bilancia. Visto dalla prospettiva italiana, ciò che uscirà dal vertice farà la differenza, benché la sfida più impegnativa si disputerà in casa. “Il nostro Paese rischia l’osso del collo” ha detto Carlo Bonomi, presidente di Assolombarda e probabile successore di Vincenzo Boccia alla presidenza di Confindustria. Bonomi sostiene che al di là di quanto riusciremo ad ottenere dall’Europa, “I problemi si risolvono pensando a ciò che l’Italia può fare per se stessa rispetto a quanto l’Europa può fare per l’Italia. Se poi l’Italia lascia intendere di voler utilizzare la flessibilità per sostenere il reddito di chi lavora in nero, non si ci può stupire se , pandemia o non pandemia, qualche paese europeo possa mostrare una qualche perplessità”. E’ d’accordo Matteo Renzi: “Reddito di esistenza? Un disastro”. Altra variabile fondamentale sottolineata da Bonomi è il tempo. Se la ripartenza sarà rimandata sine die, il paese andrà verso l’abisso. Servono allora progetti e tempi certi e serve una vera rivoluzione che liberi l’impresa privata dalle gabbie burocratiche e dai tempi biblici e dalle inefficienze della Pubblica amministrazione, serve cancellare il codice degli appalti e operare in deroga a tutte le regole vigenti, salvo quelle antimafia, serve abbandonare le politiche assistenzialiste e investire in grandi opere e infrastrutture tecnologiche. Se il Covid-19 agirà da grande pettine, come Massimo Giannini, direttore di Radio capital, auspica, il Governo dovrà sciogliere i nodi che hanno imbrigliato la crescita, soffocato l’economia e aumentato il debito. Le misure di solidarietà devono avere una scadenza limitata al solo tempo dell’emergenza, altrimenti rischiano di diventare permanenti: il rigore nella gestione del denaro pubblico è rispetto nei confronti dei contribuenti fedeli. I mille euro ai lavoratori in nero sono un insulto a chi paga le tasse, un regalo agli evasori, un pessimo insegnamento ai giovani, una vergogna per quello che con un eccesso di retorica viene definito un grande paese. Un grande paese è soprattutto un paese responsabile e civile governato da persone che abbiano il coraggio di dire come stanno le cose. E le aspettative, indipendentemente dalla generosità dell’Europa, non sono incoraggianti.

Madre, pensi che faranno cadere la bomba?
Madre, pensi che gli piacerà la canzone?
Madre, pensi che cercheranno di rompermi le palle?
Madre, credi che dovrei costruire un muro?
Madre, credi dovrei candidarmi alla presidenza?
Madre, dovrei fidarmi del governo?
Madre, mi metteranno in prima linea?
É solo una perdita di tempo…….

Nella squadra di Governo…l’opinione di Rita Faletti

Postato l’1 aprile 2020 ore 12,38

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Da un comico a un contaballe amico del comico. Segnali di una politica in declino che non avendo risorse proprie per affrontare situazioni complesse e difficili si affida a stravaganza e cialtronaggine. La tragedia del coronavirus con le lunghe teorie di camion militari che trasportano le bare nei cimiteri che possono ancora accoglierle, si colora di grottesco nella frase “La terra respira di nuovo”. Un messaggio inquietante diffuso via tweet, poi rimosso, con il quale il suo autore indica nel lockdown provocato da Covid-19 una misura efficace per far respirare la terra. Un’oscenità che si può giustificare solo con la debolezza mentale. E non è un ambientalista fanatico dei social a sostenere questa tesi, bensì un recente acquisto del presidente del Consiglio dei ministri. Il personaggio si chiama Gunter Pauli e la mission affidatagli è contrastare gli effetti economici del coronavirus. In quota Cinque stelle (ma vah?), il signore in questione scrive favole ecologiche per bambini e con lo stesso spirito elargisce consigli via tweet sulla “blue economy”, forse parente di quella “green”. Fatto sta che il Pauli non ha ancora fatto uscire dal cilindro la formula miracolosa che dovrebbe far ripartire l’economia a fine pandemia. Si può capire: da convinto sostenitore della decrescita, già avviata dal virus con la chiusura della gran parte delle attività produttive del Paese, il suo impegno risulta inutile e così il suo incarico. Ma la versatilità del consigliere di Conte, che proprio grazie a questa qualità deve averlo ingaggiato, si esprime anche in campo scientifico. Con la premessa che la scienza ha la funzione di provare il rapporto causa-effetto e rilevare i collegamenti tra fenomeni che presentino affinità, l’uomo della task force di Palazzo Chigi è convinto di aver scoperto la causa della diffusione di Covid-19: il 5G. Secondo i suoi studi, la tecnologia cinese è l’elemento che lega Wuhan, la prima città in cui è nato e da cui si è diffuso il virus, e la Lombardia, la prima regione in cui il patogeno è stato scoperto. Entrambe, città e regione, sono coperte dal 5G. L’affermazione, priva di qualunque fondamento scientifico, oltre che ridicola, è una involontaria accusa a Conte e a Di Maio, responsabili di aver avviato il progetto cinese in Italia. Sennonché, l’eclettico Pauli è una fonte inesauribile di grandiose trovate: ha infatti suggerito al governo di impiegare l’emoglobina di alcuni vermi di mare contro il virus. Credevo che gli stregoni fossero andati a cuccia, portandosi dietro la schiera dei no-vax, scopro invece che sono più attivi e fantasiosi che mai e pronti a bidonare gli ingenui. Perché il magico rimedio non è stato rivelato a Xi Jinping? Cosa aspetta Conte a liberarsi di questo tale e rispedirlo in Belgio, da cui proviene? Teme forse di non trovarne di eguali in Parlamento.

Covid-19: modello asiatico…l’opinione di Rita Faletti

postato il 28 marzo ore 05

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foto G. Ruzza
…. intermezzo…..

Tra una conferenza stampa della Protezione civile e la successiva, con i report sui contagi, i decessi e i guariti delle ultime 24 ore, le giornate si inanellano nell’attesa di ricevere la notizia più desiderata: il picco è stato raggiunto, inizia la fase discendente, la presa del virus si è allentata. Pare che gli italiani stiano osservando il distanziamento sociale, mentre i medici ospedalieri e di famiglia, gli infermieri e i volontari non demordono, continuano a tenere duro nonostante lo stress, che non è solo da affaticamento fisico, e purtroppo si ammalano e se ne vanno come i pazienti che con ostinazione non vogliono lasciar andare. E’ il prezzo che paga chi combatte in prima linea, siamo in guerra e in guerra si contano i caduti. Suona male, questa frase, eppure contiene la realtà che devi guardare in faccia, per conoscerla e ricordarla quando, fuori dall’emergenza, avrai il tempo e la calma per chiederti se il sacrificio di tanti si sarebbe potuto evitare. Io credo di sì. Come? Seguendo con attenzione quello che stava accadendo in Cina, le immagini trasmesse ogni giorno di malati in fila fuori degli ospedali, dei dottori chiusi nei loro scafandri e dei pazienti stesi sui letti con i respiratori, di una Wuhan spettrale. Noi non ci toccherà. Avevamo il tempo per riflettere capire e prepararci. Anche l’Europa aveva il tempo per farlo e non l’ha fatto. Stiamo pagando tutti lo scotto della superficialità e della disabitudine al combattimento dopo oltre settanta anni di pace e prosperità e anche di presunzione. Uomo avvisato mezzo salvato. Ci salveremo anche questa volta, arriveremo un po’ malconci alla fine e dovremo affrontare altri guai e forse, anzi, certamente, altri virus. Next Big One, il prossimo grande evento, così i sismologi californiani chiamano il terremoto che farà sprofondare San Francisco, in questo caso sarà un’epidemia letale di dimensioni catastrofiche. Come la affronteranno i paesi asiatici che sono più bravi di noi occidentali a contrastare e sconfiggere i virus? Con lo studio di quelli con cui hanno avuto a che fare, con la competenza degli scienziati, con l’efficacia di misure stringenti e….un po’ illiberali, viste dal democratico occidente, con la collaborazione responsabile dei cittadini. I paesi asiatici ci forniscono modelli vincenti di lotta al virus, facili da mettere in pratica dove mentalità e cultura sono diverse dalla nostra mentalità e dalla nostra cultura, dove la tecnologia, avanzatissima, diventa strumento di controllo per la protezione dei cittadini che non la vivono come una violazione della privacy e dove la serrata totale non è sempre necessaria per affrontare l’assalto del nemico invisibile. Prima dell’Italia e dopo la Cina, a 1400 chilometri da Wuhan, si trova una delle capitali più tecnologizzate al mondo: Seul. Nella megalopoli della Corea del sud, la carta di credito ha da tempo sostituito il contante, la videosorveglianza e la raccolta dei dati da parte del governo non genera proteste, ma rappresenta un mezzo per ridurre la criminalità. Il Covid-19 è stato accolto con un massiccio dispiegamento di tecnologia: test fatti in automobile per ridurre i contatti tra le persone, mappa disponibile on-line degli spostamenti di ogni persona risultata positiva e impiego di un team di investigatori per controllare, attraverso telecamere di sorveglianza e carte di credito, i movimenti di chi non ricorda o mente. Una “safety protection app”, un’applicazione sullo smartphone che richiede di inserire i propri dati sanitari a chi è in quarantena due volte al giorno. Il tampone viene richiesto se si è a rischio e chi provenga da aree infette viene testato. Il ricovero negli ospedali è previsto solo per chi ha sintomi severi, gli altri trascorrono il periodo di quarantena in strutture apposite dove le telecamere consentono ai medici il controllo da remoto. In Corea del sud, dove l’elemento politico è molto presente, la società civile risponde in modo sollecito e coeso e si fida delle istituzioni. Situazione analoga in altre democrazie asiatiche come Giappone, Singapore e Taiwan. Proviamo a pensarci.

Da influenza a guerra di trincea….l’opinione di Rita Faletti

postato il 12 marzo 2020 alle 16,10

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Conte

Da poco più di un’influenza a una guerra di trincea. Dall’invito sdolcinato di Giletti ad abbracciare un cinese seguito da mieloso abbraccio tra i suoi ospiti e un attore cinese in carne e ossa prestatosi alla sceneggiata, ai 10590 contagi e agli 827 decessi di ieri sera. Altrettanti i numeri registrati a Wuhan nel giorno più funesto dall’inizio della diffusione del virus nella città cinese. Se la curva dovesse mantenersi costante, ogni due giorni e mezzo quei numeri raddoppierebbero e prima di Pasqua gli infettati potrebbero essere due milioni. Cifra impressionante che non garantirebbe che il picco di trasmissione del contagio fosse stato raggiunto, e contemporaneamente, in tutte le regioni. Tutto è iniziato quattro settimane fa con i primi casi di coronavirus in Lombardia e Veneto, poi in Emilia-Romagna, quando al paese colto di sorpresa e incredulo, il governo ha risposto in modo confuso tardivo e insufficiente. Intanto le autorità cinesi, compresa la gravità del momento, avevano tempestivamente imposto la quarantena in tutta la provincia dello Hubei, 60 milioni di abitanti, come tutta la popolazione italiana, e regole ferree per contenere la diffusione del virus. In una settimana erano stati costruiti due ospedali, gli operatori sanitari chiamati da tutte le parti del paese lavoravano senza soluzione di continuità e alcuni morivano stremati dalla fatica o infettati dai pazienti. In questi giorni, la Cina fa sapere che il picco del contagio è stato raggiunto ed è iniziata la fase discendente. Il paese è uscito dall’emergenza e il presidente Xi Jinping si è recato a Wuhan per salutare la popolazione finalmente liberata da un incubo e ringraziare i sanitari eroici che si sono massacrati per salvare il paese dal rischio di pandemia. Xi Jinping indossava la mascherina e nessuno si è sognato di criticarlo o deriderlo come con stupida spavalderia si è fatto nei confronti di Fontana, il governatore della Lombardia, e non perché il paese asiatico è una dittatura, ma perché la maggioranza dei cinesi, più intelligente e prudente di tanti italiani, ha compreso che con il patogeno c’è poco da scherzare. Averne fermato la diffusione è la dimostrazione che obbedire alle regole paga e che stare tappati in casa è poca cosa in cambio della salute di sé e degli altri. Il forte nazionalismo cinese ha vinto. Osservare quel modello di comportamento e copiarlo, non ha nemmeno sfiorato la mente dei governanti italiani, neppure quando da Codogno l’infezione si è diffusa e ha cominciato a uccidere. La Lombardia aveva chiesto norme stringenti e misure di controllo da estendere oltre i suoi confini. Conte aveva risposto che ogni misura sarebbe stata “adeguata e proporzionata”. A cosa? Al ritmo del pensiero politico e al raggiungimento di un compromesso tra le varie posizioni? Fatto sta che tra sottovalutazioni, tentennamenti, decisioni e ripensamenti, l’uomo solo al comando, cioè Conte, non chi aspirava a diventarlo e, con la situazione attuale è persino legittimo pensare che forse quell’altro avrebbe fatto meglio, ha parlato a reti unificate come il presidente della Repubblica a fine anno, ha riunito ministri, ha convocato la Protezione civile, ha interpellato gli esperti, ha tergiversato e ripetuto “dobbiamo capire quali sono i diritti civili”. Per sua, forse, e nostra disgrazia, il virus se ne infischia dei diritti civili, è poco paziente, molto rapido e niente affatto incline a fare sconti. Batterlo sul tempo è l’unico strumento che abbiamo per sbarrargli la strada ed evitare che camminando sulle nostre gambe semini infezione e morte. Si va dicendo con vergognoso cinismo che a perdere la vita sono solo gli anziani con problemi di salute pregressi. Ma il Covid-19 è come una livella. Anche la fascia compresa tra i 50 e i 64 anni si è rivelata fragile e persino i giovani arrivano negli ospedali con sindromi respiratorie gravi. E come al solito, c’è chi si ammazza di lavoro e chi preferisce andare a divertirsi. Capita che qualcuno disfatto dalla stanchezza si accasci su di un tavolo di ospedale e si addormenti e intere famiglie di cerebrolesi scambino la quarantena per una parentesi vacanziera da trascorrere sulle nevi dell’Abetone, approfittando del prezzo stracciato degli impianti di risalita. Bella immagine da esportare che è la risposta al governo che invita alla responsabilità, consiglia, dà disposizioni fumose, imposizioni aggirabili per via di autocertificazioni, divieti di spostamento quasi impossibili da far rispettare e tutta una serie di raccomandazioni. Peccato che i destinatari siano gli italiani, non i tedeschi, o i coreani o i giapponesi o gli ungheresi o i cechi o i polacchi o gli svedesi o i norvegesi o i finlandesi o i danesi o gli olandesi o gli americani. Il New York Times ha scritto qualche giorno fa: “Can Italians follow the rules?”. Qualcuno, più realista, ha chiesto un super commissario che decida e coordini, una persona con un alto grado di competenza, che parli con una sola voce. Renzi e Salvini hanno fatto il nome di Bertolaso. Medico, ex capo della Protezione civile, ex sottosegretario e deus ex machina durante le grandi emergenze terremoto e rifiuti, l’uomo scelto da Berlusconi e per questo sottoposto al bombardamento delle procure, accusato di vari crimini e poi assolto, non è un nome spendibile per questo governo dalle mezze decisioni, dalle mezze disposizioni, dai mezzi divieti, incapace, nella sostanza, di emanare leggi e ancora più incapace di punire chi le viola. Finalmente, il commander in chief, Giuseppe Conte, ha accolto le richieste inoltrate dai sindaci lombardi, di ogni colore politico, e ha predisposto una serie di misure restrittive. Un giro di vite necessario per impedire che la sanità collassi e si giunga al punto in cui potrebbe risultare indifferibile dover scegliere quale di due pazienti salvare. Per scongiurare questa evenienza, Il presidente del Consiglio ha nominato un commissario con ampi poteri, Domenico Arcuri, che si occupi esclusivamente di terapie intensive, macchinari e strumenti necessari agli ospedali in vista di un aumento dei contagiati. L’auspicio è che alle parole seguano i fatti e che ogni italiano, da nord a sud, da est a ovest, agisca responsabilmente cercando di imitare la compattezza e la disciplina di stampo militare dei cinesi.

Contro altri virus……..l’opinione di Rita Faletti

postato il 4 marzo 2020 alle ore 12,36

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W. & P.
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l Covid-19 da virus sconosciuto è diventato una presenza costante nelle nostre vite dal giorno in cui avrebbe fatto la sua prima comparsa, il 20 di febbraio, in quello che è poi diventato l’epicentro della zona rossa lombarda, cioè Codogno. Il condizionale è d’obbligo giacché tra i picchi di polmonite registrati a gennaio, ossia anteriormente a quella data, e manifestatisi con febbre alta tosse e altre sindromi proprie dell’influenza e riconducibili a malanni stagionali, molti corrispondevano a pazienti guariti che presentavano tracce di anticorpi contro il Covid-19. Quindi, il patogeno si aggirava nel Paese molto prima di quel fatidico giorno di febbraio. Il che smonta tout court l’accusa di Conte secondo cui il focolaio dell’epidemia sarebbe stato la conseguenza di superficialità e inadempienze da parte del personale sanitario dell’ospedale di Codogno, dove uno dei pazienti zero, a questo punto non più uno solo, si era recato. Il premier l’ha fatta fuori dal vaso, seguito dalla procura di Lodi che ha aperto un’inchiesta per epidemia colposa contro ignoti: che farà? Sequestrerà l’ospedale? La furia inquisitoria non si placa nemmeno di fronte a una situazione di emergenza che solo i tecnici hanno dimostrato di poter gestire con professionalità competenza e dedizione. Ci sono medici che nelle zone rosse dormono da diversi giorni sulle brandine e che dovremmo ringraziare se l’infezione non si è allargata a macchia d’olio ad altre regioni solo parzialmente interessate dall’infezione. A quei medici e agli infermieri si deve l’alta percentuale di guarigioni finora registrate. Si chiama produttività, che tra i magistrati non deve essere molto elevata se in Italia i processi hanno una durata che supera del doppio o del triplo la durata normale di un processo in qualunque paese che funzioni. E’ dissennato e anti patriottico, soprattutto in un momento in cui abbiamo addosso gli occhi di tutto il mondo, cercare colpe e responsabilità in quello che a giudizio unanime è uno dei pochissimi capitali del Paese: la sanità delle regioni del nord, dove il 75 per cento degli italiani va a curarsi per la professionalità e la competenza degli operatori, l’organizzazione e l’efficienza delle strutture e la strumentazione all’avanguardia che la collocano tra le eccellenze europee, come Moody’s stesso ha riconosciuto proprio in occasione dell’emergenza coronavirus. E’ assodato che la vocazione suicida prevalga sull’orgoglio nazionale per motivi di mero tornaconto facendo emergere una verità che non ci fa onore: lasciare che ai tavoli di emergenza le decisioni dei vertici politici, e che vertici, prevalgano sui consigli dei tecnici. E’ inoppugnabile che l’attenzione mediatica sia concentrata sulle chiacchiere e sulle dichiarazioni improvvide di personaggi inadeguati che occupano a tempo pieno i talk show per assicurarsi una carriera, applauditi calorosamente ad ogni aperta di bocca da fantocci ammaestrati. E’ incontestabile che, come ha detto Giuliano Cazzola “La magistratura entra con frequenza nel merito delle scelte e delle attività imprenditoriali, censurandone la correttezza sulla base di parametri ampiamente discrezionali della pubblica amministrazione e talvolta del tutto arbitrari”. Classi dirigenti di scarse capacità, giustizialismo manettaro, parte della stampa prona alla convenienza, arrecano danni incalcolabili all’economia, alla quale non serviva il coronavirus perché si avesse la certezza matematica che l’anno in corso sarebbe stato a crescita zero. In cima alla lista delle sventure, le sciagurate misure prese dai gialloverdi e confermate dai giallorossi. Tutti i settori produttivi del Paese soffrono e l’isolamento al quale siamo stati affidati dalla propaganda ansiogena ci fa apparire ancor meno affidabili di quanto già non fossimo considerati (Il video del pizzaiolo che sputa il virus sulla pizza). Si chiede comprensione a Bruxelles che ci ha concesso margini di flessibilità per migranti, riforme, terremoti, dissesto idrogeologico, crollo del ponte Morandi. Il problema non sarà Bruxelles, ma i mercati allertati anche dalla fibrillazione politica. Ma per fortuna che abbiamo Di Maio a salvare l’export italiano e che un cospicuo gruzzolo è già pronto per aiutare le attività nelle zone rosse. Ben 3,6 miliardi. Indecente miseria se paragonata ai 7 miliardi per il reddito di cittadinanza, che avrebbe liberato dalla povertà assoluta il 60 per cento dei percettori. Una bufala sbandierata dalle agenzie pubbliche statali trasformate in agenzia di propaganda politica al servizio del M5s. Messo a confronto con certi virus, il Covid-19 è una semplice influenza.